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"Il cappotto di Astrakan" di Piero Chiara****

Una settimana e mezza fa ero ammalato.
Ho contato che che erano 22 anni che non prendevo l'influenza... son tanti. Ricordo che l'ultima fu, credo, al primo anno di uni. Poi una volta al lavoro ho detto che ce l'avevo e stavo a casa un giorno ma era solo per andare a fare una gita con una tipa.
Anyway. In questi 22 anni ho sempre pensato che se mi ammalavo c'era un aspetto positivo: potevo leggere.
Leggere. Tutto il giorno. Come facevo nelle estati quando la vita era più bella e io passavo i week end al mare.
Ecco. Non è così.
Costacats di febbre a 39 manco riuscivo a muore un dito.
Ma poi un po' mi è passata, e sono riuscito a leggere. Volevo un libro bello, magari un classico, ma che fosse corto.
Anche se ho più di trecento libri da leggere... non so, non trovavo. Poi ho visto che questo Piero Chiara, che non aveva la sovracopertina che vedete là, era scritto in grande. Un times 14 a occhio.
E diamine, Il cappotto di Astrakan è forse il titolo più celebre di Chiara (okay, forse c'è La stanza del Vescovo, che non ho letto), e lo sapete, io per quel poco che ho letto, lo adoro.

Racconti, per ora. Ma volevo vedere come se la cavava con un romanzo.
E niente, la parola che mi viene in mente ogni volta è Eleganza. Scrive elegante, Piero Chiara, di un'eleganza che c'è anche nel suo modo di scrivere colloquiale, di provincia, di persone che ci raccontano storia in modo elegante, distinto, pur essendo dei mezzi beoni da osteria, pigri e inamovibili. E veniamo a questo cappotto di Astrakan.
Non siamo a Luino, e questa è una mezza notizia, e dico mezza, perché alla fine, Piero, il Lago Maggiore e i suoi paesaggi, i personaggi di provincia, il borgo e l'osteria, ce li mette dentro lo stesso, vuoi ambientando il finale del libro, vuoi di riflesso, nella narrazione del protagonista.

Il protagonista... sì, personaggio chiave, perché è dalla sua voce confessione che veniamo a sapere la sua storia, o meglio, la sua avventura. Un'avventura che poteva cambiargli la vita, muoverla, ma che lo porterà a scegliere in modo brusco tra un amore non travolgente e il solito delizioso e inutile tran tran in riva al lago. Ci vuole coraggio, ovviamente, per la prima scelta, e non vi dico se il nostro protagonista ce lo avrà o meno.
Certo... la sua caratterizzazione è deliziosa, perché all'inizio si parte piano e veniamo a scoprire che a Parigi, il nostro narratore, c'era stato, sì, ma in periodo pre guerra, e non era stato un buon soggiorno, perché andava a trovare un amico, in galera, ed era stato subito sospettato come complice... e insomma, meglio provare ora, cercarsi una sistemazione che costi poco, e stare nella città dei Bohemienne finché i soldi durano, a fare niente, se non ballonzolare e camminare.
Un'idea da pigro cronico. (E pigrizia, sappiatelo, è la seconda parola che mi viene in mente leggendo Chiara. C'è sempre la pigrizia, nei suoi libri, mista a indolenza) E un'idea che sfocia subito in alcuni casi inaspettati. Trovare alloggio da una vedova, per esempio, che da coriacea quale è diventa meno arcigna e ben presto quasi gentile. Chissà perché... Poi, per parlare con qualcuno, dopo aver visto una tipa che ignuda e ignara dalla finestra viene vista fare ginnastica, cominciare a stalkerarla (diremmo adesso), fino a diventarne il fidanzato. E mentre si passa la vita a leggere i libri del figlio della vedova, che pare sia in India a trombarsi una del luogo avendo lasciato la dolce fidanzata promessa, ecco arrivare il suo cappotto di Astrakan, regalo della vedova. Cappotto che, in fin dei conti, è protagonista anche lui un po', perché sarà quello che svelerà al lettore (che un po' lo stava sospettando da qualche pagina) e ai protagonisti, Valentine soprattutto, la ragazza, che è une bellissima coprotagonista

E poi arriva lui, il terzo, quello che doveva essere in India. Anche lui, Maurice, personaggio esterno, che irrompe nella storia, è un bel tipino. Tutto però, anche se c'è un accenno di tensione verso la fine, tutto dicevo, corre sui binari della pacatezza, dei ragionamenti leggeri, a volte quasi ironici o surreali del narratore, che è sì un bravo giovanotto, ma che, insomma, qualche difetto ce lo ha. 
Poi c'è anche un po' di sesso, dentro, raccontato delicatissimamente, eppure raccontato, ed è sia di tipo far l'amore, gnignigni gnagnagna, sia di tipo daiscopiamocomesenoncifosseundomani, tra il narratore e una imprevedibile donna con sindrome da crocerossina. 
Ecco... direi, a vederlo nel suo intero, che questo è proprio un romanzo delicato. Un po' come avere per le mani una storia avventurosa e potenzialmente piena di colpi di scena e tensioni, e invece mettere gli accenti sui posti sbagliati, più tranquilli, sulle interiorità dei personaggi, sull'indolenza di provincia, su Parigi, su corde che gli eterni peter pan come me sanno bene di cosa son fatte. E deve esserlo stato, Chiara, un tipo così, perché anche se ci tiene a dire che non sono vicende che gli sono successe, nel '78, anno di uscita del libro, egli era stato in Francia, compresa Parigi, e quel narratore sembra davvero lui, o almeno, il lui di altri racconti che ha scritto in prima persona con elementi autobiografici.

E' tutto, cari. Potrei dirvi che è uscito il video nuovo dei Depeche, che non mi fa impazzire ma la canzone è buona. Potrei dirvi che sono arrivati i nuovi pokemon e son più belli dei vecchi, e che finalmente oggi ho sono riuscito a tornare a correre anche se vado a due all'ora come i vecchi. Ma sono cose che non vi interessano. Forse meglio se non vi dico niente, Ma a me piace dire cose, e vi dico anche che c'è una canzone nuova di Lana del REy, che ho scritto una bella quasi poesia sui bucaneve,  Ah, e come registrano i Radiohead un capolavoro di disco come l'ultimo? Così!

Ma io ho deciso che vi saluto con la domanda che tutti vi siete fatti e non avete avuto la verve di cercare una risposta: chemminkia è, l'astrakan?
Ecco... una pelliccia che viene da questa pecora, il caracul, ed è lucida e nera.
Lo usano molto in Russia, tant'è che il nome stesso viene da una città russa. Ecco, ora siete più colti.

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