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"Due racconti ottomani" di Cristiano Caracci***

Confesso di aver recuperato questo libro, e non solo a me ma anche a Pablo, perché ero curioso.
Curioso del fatto che questo libro è stato scritto da quello che chiamo affettuosamente "il mio avvocato".
Ed è sempre divertente quando mi chiedono di cosa, fosse il mio avvocato, e io, rispondendo il vero, devo sempre dire, bullandomi un po', "di omicidio", e vedo sempre 'ste facce interdette che fanno tra sé e sé un commento pensando che sì, ci avevano visto giusto, e tanto a posto non lo sono, ed è meglio non farmi incavolare più di tanto.
In realtà non è vero.
Non ho mai creduto all'omicidio e verrei piuttosto a darvi fuoco all'auto o a tagliarvi i peli del naso col trinciapollo, ma lasciamo che la gente creda il peggio.

Si diceva del libro. Libro di due racconti. Due racconti lunghi e, udite udite, due racconti lunghi che non ho finito di leggere. 
E allora, che diamini li recensisci a fare, brutto babbione, direte voi. E io dico che potreste avere un po' ragione, ma potreste anche non averla.
Dico così perché sono due racconti che sono tutt'altro che brutti, ma per il momento in cui ho cominciato a leggerli, erano completamente inadatti, e senza nessuna acrimonia e con scelta ponderata e lungimirante, ho smesso di leggere, posticipando a un futuro che verrà.

L'avrete capito già dal titolo, infatti, sono due racconti storici. Parlano di Impero Ottomano, dei turchi, insomma, ma in modo riflesso, nel senso che non è dei turchi che parliamo, ma di quelli che erano gli abitanti di Genova, o dell'Istria, o del Friuli, più di mezzo millennio fa.
E lo si fa, questo, in modo iper storico, ricco, forse addirittura troppo ricco (ma esiste un troppo, nella memoria storica?) ed è difficile arrivare alla fine se non ci si mette la teste e non si ha un interesse per l'atto del dipingere, piuttosto che per la storia vista con il quadro finale.
Ecco perché ve lo sto raccontando anche se ho smesso a 2/ del primo racconto e a poco dopo metà del secondo. Per chi vuole saperne di più, sul come si viveva nelle colonie di Venezia o Genova poco prima che arrivassero i turchi con le infradito a conquistare (sì sto citando Rovazzi, sì) dicevo, questo libro, e per la precisione il primo racconto, è ottimo. Il limbo in cui un notaio di Dacca, in Crimea,  ricade, vedendo che non arrivano più le navi nella colonia, è quanto mai gonfio d'ansia e di dettagli e si viene davvero immersi nella caotica e commerciale Dacca, che vedrà l'arrivo degli ottomani.
Lo stesso dicasi per la fuga in campagna (friulana) dei profughi -ché di profughi si tratta - che scappano dalla conquista turca dell'attuale penisola istriana, mi pare. Anche qui, anche se c'è più azione, la luce è puntata sui dettagli, sul dipingere un contesto storico, modi di vivere e di essere che potevano essere quelli del .

E scrive bene, Caracci, sia messo agli atti. Bene pure troppo, a volte, con una precisione quasi maniacale per la frase inattaccabile, che però, a volte, potrebbe essere così inattaccabile da non conquistarti, a livello di stile. Ma voglio dire, questa è questione di gusti. 
Cosa faccio ora? Sì, vi lascio un pezzo di libro per farvi capire se è come dico e me ne vado 
Vi lascio l'incipit del primo racconto, "La perdita dolorosa del Levante", che è molto bello e parla di gatti, e poi, già che ci sono, vi mostro dei gatti, che vi fa bene.

I gatti sono sempre stati i migliori custodi delle nostre case popolate di topi: cerano giorni in cui si preferiva uscire in strada, lasciando spalancata la porta per la fuga dell'avversario e da fuori immaginavamo gli inseguimenti, la lotta e i danni: quel vetro in frantumi era la bottiglia dimenticata sul tavolo ormai esplosa sulle pietre del pavimento, quel rotolare metallico, un catino che non sarebbe più stato rotondo: reciproche accuse di noncuranza perché sempre qualcosa di fragile si abbandonava esposto agli urti delle sfrenate corse che avevamo scatenato, magari domandando il sostegno del gatto del vicino e poi il nostro sarebbe stato comandato a ricambiare.
In questi giorni, tuttavia, i gatti escono di casa o dai loro rifugi meno fortunati, diventano indolenti, perdono ciuffi di pelo e, insomma, bisogna rinchiuderli, convincerli, rimuoverli dall'angolo assolato sottovento scelto per dormire nelle ore più tiepide: pure sappiamo quello essere segno di un'imminente primavera e cosi ognuno si consola.
I gatti perdono pelo a ciuffi mentre dagli stecchi tristi, scheletrici, neri dei rosai si affacciano le nuove foglie, prima un mucchietto rossiccio poi, dopo un paio di giorni, tutto il ramo è coperto dal verde tenero e vero e magari neppure si sarebbe dovuto attendere maggio per rivedere i colori inimitabili dei fiori.
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