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"I Pugnalatori - La scomparsa di Majorana" di Leonardo Sciascia****

Ma quanto è che non aggiorno il blog come si comanda, parlandovi di un bel libro? Un sacco. Ed è da un po' che ho letto questo lavoro, proprio questa edizione, con le pagine ingiallite e muffose. 
Mi è piaciuto parecchio. Parecchione, sì.
Com'è che l'ho letto?
Colpa di un ragazzetto, uno che veniva in biblio, nell'altra, dove non son più. Un lettore atipico, vorace e onnivoro. L'unico maschio in età da femmine che vedessi leggere. Gli prestai Sclavi, visto che leggeva tutti i dylan dog che pure io, e leggeva anche roba di filosofia e classiconi, alternati ad altro che boh. Insomma... mi ricordo che curiosavo sempre le sue letture, visto che pareva seguire una traccia, ma non ho mai inteso quale. Probabilmente sceglieva accazz.
Ecco. 
Una volta ricordo benissimo di questo Sciascia, che io, conoscendo poco del contenuto, avevo assegnato alla categoria "saggi pallosi" che non essendo narrativa - pensavo fallando - non avrei mai potuto leggere se non più avanti, con della pace nella vita.
Però, quando mi è capitato in mano, l'ho rubato e ficcato nella mia libreria assurda e bellissima che ogni tanto, perduto tra griglia e solitudine, saccheggio spizzicando righe a caso da libri a caso. Capita che mi legga una poesia, di solito, sereni o poeti russio e salcazzcosa, ma non so perché è capitato che leggessi qualche riga di questo, ed è stato impossibile staccarsene.
Sciascia è stramaledettamente bravo, è inutile.
Questi due saggi narrativi sono degli anni '70, ma fondono nozioni storica e prosa narrativa con un piglio estremamente moderno, e a me davano in più punti l'idea di essere antesignani di quella tecnica che tanto sa far bene Lucarelli quando fa le indagini televisive. 
C'è solo una parte pallosa, in questi due saggini, durante il primo, dove le notizie storiche sono in effetti copiose ed è inevitabile smarrirsi nelle lungaggini dell'epoca, raccontate con l'italiano dell'epoca. Il secondo saggino, invece, è perfetto: un piccolo gioiellino di romantic prose-storic, anche se si fa forte di un interesse mai sopito su uno dei misteri italiani più affascinanti e celebri, tuttoggi caldo.

Ma facciamo così.
Vi faccio leggere un pezzo del primo, preso all'inizio. E poi vi dico qualcosa.
Il Giornale Officiale, di solito attento agli arrivi e alle partenze di generali, magistrati e politici, non dice però dell'arrivo, subito dopo la nomina, del Procuratore Giacosa. Noi sappiamo per certo che nel mese di luglio era a Palermo: e sufficientemente ambientato, cioè già impaziente e insofferente di fronte alla «superficie verniciata, sostanza pessima» che la Sicilia gli offre. La lunga lettera alla moglie - non datata, ma databile dal discorso di Garibaldi al circo Guillaume che dice di aver sentito la sera avanti — è tutta nel cogliere il divario tra apparenze e realtà, tra realtà e apparenze. Le apparenze splendide e sussiegose che nascondono la realtà di « questo povero paese» in cui «i reati che vi si commettono sono orribili» e «da lungo tempo non si sa che cosa sia giustizia». Lo squallore fisico di Garibaldi, tale da deludere anche uno - come appunto il Procuratore Giacosa - che non lo ammira per nulla: non alto di statura, rosso più che biondo, l'andatura da gaglioffo, la voce stridula, una pronuncia che marca la r al punto che «a Roma» diventa «arroma». Tra tanta delusione e desolazione (non ultima quella della scuola cui aveva iscritto il figlio Piero: «scuola, del resto, che ha molta più apparenza che non realtà intrinseca», e si vedeva dai «progressi da gambero» che il bambino vi faceva in calligrafia e ortografia), due soli motivi di conforto: il Presidente delle Assise, siciliano innamorato del Piemonte, uomo attivo e zelante, del partito di La Farina e dunque lontano da Garibaldi;
e il sapere che tra due mesi sarebbero tornati, lui e Piero, in Piemonte: per le vacanze che gli spettavano. «Vi abbracceremo! Intendi tutta la santa voluttà di questa parola! Addio, mia soave amica...» La intendiamo anche noi: Guido Giacosa aveva trentasette anni.
Ma non fu lunga, la sua vacanza in Piemonte. Stando al Giornale Officiale di Sicilia (che è poi, tranne che nella perdita della ufficialità, il Giornale di Sicilia di oggi), il 16 settembre, col vapore Elba comandato dal signor Michele Schiavo, il Procuratore Giacosa tornava a Palermo. E appena quindici giorni dopo - il i° ottobre del 1862 - si trovava di fronte a un fatto criminale di orrida novità su cui per più di un anno si sarebbe arrovellato e che avrebbe deciso della sua carriera, della sua vita.
«Fatti orribili funestarono ieri sera la città di Palermo», dice il Giornale Officiale del 2 ottobre. Alla stessa ora, in diversi punti della città tra loro quasi equidistanti, una stella a tredici punte sulla pianta di Palermo, tredici persone venivano gravemente ferite di coltello, quasi tutte al basso ventre. «I feriti danno tutti gli stessi contrassegni dei feritori, i quali vestivano a un sol modo, erano di pari statura, sicché vi fu un momento che si potè credere fosse un solo. Fortunatamente...» Fortunatamente nei pressi del palazzo Resuttana, dove vicino al portone cadde, gridando di spavento e di dolore, il ventre squarciato, l'impiegato di dogana Antonino Allitto, si trovavano a passare il luogotenente Bario Rondici e i sottotenenti Paolo Pescio e Raffaele Albanese, del 51° fanteria. Accorsero, videro il feritore fuggire, lo inseguirono. A loro si unirono il capitano delle guardie di Pubblica Sicurezza Nicolo Giordano e la guardia Rosario Graziano: e non persero di vista l'uomo che inseguivano fino al cantone del palazzo Lanza, nei cui bassi era una bottega di calzolaio, ancora aperta nonostante fosse vicina la mezzanotte; e vi si lavorava, forse per una consegna che urgeva, da fare al mattino: un matrimonio, un battesimo. E nella bottega, fidando nella solidarietà che non poteva mancare ad uno inseguito dalla polizia, credette poter trovare scampo il feritore: vi entrò, spinse giù da uno sgabello, davanti al deschetto, un dei lavoranti; e si mise a quel posto come stesse lavorando. Ma la guardia Graziano, entrato qualche secondo dopo, si trovò di fronte a una scena non ancora assestata; a colpo d'occhio capì che l'uomo da acciuffare era quello che meno mostrava stupore; gli balzò addosso, lo immobilizzò, lo consegnò al capitano Giordano e agli ufficiali che sopraggiungevano. Perquisito, gli trovarono un coltello a molla di acuminatissima lama; e insanguinato. Più tardi, al posto di polizia, fu identificato-Angelo D'Angelo, palermitano, trentotto anni, lustrascarpe (mestiere cui era passato da quello più faticoso di facchino alla dogana).
Ecco... I pugnalatori sono gente pagata per accoltellare gente a caso. Poveri diavoli che per denaro. condito solo a volte da confusi ideali politici e di restaurazione pregaribaldina, vengono a far parte di una tela complessa, di un signorotto ricco e vizioso e viziato, che ha le mani in pasta ovunque, che che, benché faccia viso d'amico, vorrebbe in qualche modo sabotare il nuovo ordine dello Stato Italiano. E come se non con una strategia del terrore creata a tavolino?
Vedete, con questo stato, questi carabinieri, questo Re, pugnalano la gente per le strade, altroché miglioramento. Il concetto è questo.
In questo saggio, Sciascia, è forse un po' prolisso, o meglio, diciamo che è costretto a dare spazio a molte citazioni e molti fatti, e la parte di indagine è quasi superflua. E' talmente ovvio chi ha pagato chi e chi sono i conniventi del mandante che a un certo punto dall'irritazione si passa alla rassegnazione.
Eppure è fondamentale, un fatto storico simile, per capire certi meccanismi italici del malaffare e della corruzione. L'impressione che si ha è proprio quella di uno dei primi fatti storici all'origine del costume dei potenti di spararla grossa e non nascondere la mano. Tanto... è talmente assurdo che possa essere successo che non sarà successo. E invece...

Il secondo saggio, invece, a parte l'avvenimento che è deliziosamente perfetto e che non può non solleticare la curiosità, è gestito proprio alla perfezione.
Si parla di Ettore Majorana, e io vi lascio queste righe, così scoprite chi era:
Sono nato a Catania il 5 agosto 1906. Ho seguito gli studi classici conseguendo la licenza liceale nel 1923; ho poi atteso regolarmente agli studi di ingegneria in Roma fino alla soglia dell'ultimo anno.
Nel 1928, desiderando occuparmi di scienza pura, ho chiesto e ottenuto il passaggio alla Facoltà di Fisica e nel 1929 mi sono laureato in Fisica Teorica sotto la direzione di S. E. Enrico Fermi svolgendo la tesi: «La teoria quan'tistica dei nuclei radioattivi» e ottenendo i pieni voti e la lode.
Negli anni successivi ho frequentato liberamente l'Istituto di Fìsica di Roma seguendo il movimento scientifico e attendendo a ricerche teoriche di varia indole. Ininterrottamente mi sono giovato della guida sapiente e animatrice di S. E. il prof. Enrico Fermi.
Queste notizie sulla carriera didattica Ettore Majo-rana le scrisse nel maggio del 1932 : evidentemente ad uso burocratico e molto probabilmente in accompagnamento alla domanda di una sovvenzione, al Consiglio Nazionale delle Ricerche, per quel viaggio in Germania e in Danimarca che Fermi lo aveva convinto a fare. E vi si nota, affatto negativa secondo burocrazia, la nonchalance con cui accenna alle proprie ricerche (di varia indole: e altri le avrebbe invece minuziosamente elencate) e il liberamente che un po' contraddice l'affermazione di essersi ininterrottamente giovato della guida sapiente e animatrice di Fermi. Si sente in queste poche righe come una costrizione, una forzatura: il dover rispondere alle premure e sollecitazioni degli amici, il dover fare quel che gli altri facevano o quel che gli altri da lui si aspettavano, e insomma il dover adattarsi di un uomo inadatto.
In verità, l'Istituto di Fisica Majorana l'aveva davvero frequentato liberamente; né Fermi era stato sua guida. Arnaldi racconta: Nell'autunno 1927 e all'inizio dell'inverno 1927-28 Emilia Segrè, nel nuovo ambiente che si era formato da pochi mesi attorno a Fermi, parlava frequentemente delle eccezionali qualità di Ettore Majorana e, contemporaneamente, cercava di convincere Ettore Majorana a seguire il suo esempio, facendogli notare come gli studi di fisica fossero assai più consoni di quelli di ingegneria atte sue aspirazioni scientifiche e alle sue capacità speculative. Il passaggio a Fisica ebbe luogo al principio del 1928 dopo un colloquio con Fermi, i cui dettagli possono servire assai bene a tratteggiare alcuni aspetti del carai-tere di Ettore Majorana. Egli venne all'Istituto di Fisica di via Panisperna e fu accompagnato nello studio di Fermi ove si trovava anche Rasetti. Fu in quell'occasione che io lo vidi per la prima volta. Da lontano appariva smilzo, con un'andatura timida, quasi incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi vivacissimi e scintillanti: nell'insieme, l'aspetto di un saraceno (somigliava, a giudicare dalle fotografie, a Giuseppe Antonio Borgese: e anche di Borgese si disse che aveva l'aspetto di un saraceno). Fermi lavorava aliti
lora al modello statistico che prese in seguito il nome di modello Thomas-Fermi. Il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso all'Istituto e Fermi espose rapidamente le linee generali del modello e mostrò a Majoran'i gli estratti dei suoi recenti lavori sull'argomento e, in particolare, la tabella in cui erano raccolti i valori numerici del cosidetto potenziale universale di Fermi. Majorana ascoltò con interesse e, dopo aver chiesto qualche chiarimento, se ne andò senza manifestare i suoi pensieri e le sue intenzioni. Il giorno dopo, nella tarda mattinata, si presentò di nuovo all'Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta una analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattr'ore, trasformando, secondo quanto ricorda Segrè, l'equazione del secondo ordine non lineare di Thomas-Fermi in una-equazione di Riccati che poi aveva integrato numericamente. Confrontò le due tabelle e, avendo constatato che erano in pieno accordo fra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene.'.. Non era andato dunque per verificare se andava bene la tabella da lui calcolata nelle ultime ventiquattr'ore (in cui avrà anche dormito), ma se andava bene quella che Fermi aveva calcolato in chi sa quanti giorni.
Ecco. Majorana, a parte questi aneddoti, aveva dato davvero prova di essere un genio della matematica, e delle fisica teorica di conseguenza. E dai numerosissimi fatti che Sciascia ci racconta, tutto pare, ma non che il buon Ettore abbia mai pensato di togliersi la vita.
Eppure sparisce. E sparisce per sempre.
Perché?
Qui c'è molta più indagine e molta più narrazione. 
Ci racconta Ettore, di cui vi piazzo pure una foto, come una personalità indipendente, equilibrata, introversa, strana, e molto, molto particolare. Terrorizzato, o quasi, dal successo possibile, eppure per certi versi egocentrico e solipsista. Insomma... tutto da scoprire e davvero, vi piacerà.
E Sciascia, sulla sparizione, finisce per farsi la sua idea, molto romanzata, forse, ma non campata per aria, e partendo dal presupposto che questo qua non si è certo ammazzato, ma si è nascosto, diciamo pure che non è una brutta idea da credere.
Diciamo così: a volte, se sai di poter scoprire qualcosa che è meglio non scoprire, forse tanto vale sparire, e non scoprirla.
E insomma, io la chiuderei anche qua.
Alla fine non c'è altro da dire, oltre il fatto che questi due pezzi sono due ottime letture, accattivanti, non pesanti, ed estremamente formative.
Eh, sì, perché mentre sei lì che leggi di Majorana, per dire, impari cose su come funzionavano le cose, su come agivano i carabinieri, su come si viveva all'uni, su come truccavano i concorsi, o su come operava il Duce... insomma... particolari laterali, ma estremamente interessanti.
Come tutti i particolari.

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