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"1933. Un anno terribile" di John Fante****(*)

Avete presente quelle giornate in cui vi ritrovate improvvisamente con una mattina lunga libera e volete fare millantamila cose che da secoli dovete e ora finalmente sì?
No?
Io sì.
E stamattina mi son già fermato in area griglia a lavare i piatti e mettere a posto cartacce e prendere i colori e bagnare il girasole rubato e tirare due tiri di pallone alla piovra mentre ascoltavo staring at the sun che è pur sempre un gioiellino e adesso sto contemporaneamente, tipo multitasking, facendo ciò:
- video alle mie oche
- finendo il disegno dell'uccello (no battute che per avere un uccello devo disegnarmelo, please)
- scrivendo un pezzettino sul raccoon dog, o l'orsetto con le palle
- facendo il cambio armadio (ho contato 46 mutande, diocristo, 46! e 51 calzini! cazzo) e sistemando i cassetti...
- aggiornando il mostro sul comodino
- facendomi la barba
- facendo il 730 di io zio
- facendo una recensione di Fante... ah già, questo lo sapete.

E che dire? Che lo so, lo so che c'è qualcuno che attende impaziente per sapere che ne penso, di questo libro, e io sapete che vi dico?
Vi dico che intanto mi ascolto i nuovi darkness... e che vado a mettere a posto il cassetto della roba per correre e poi torno a dirvi.

Eccomi... dunque. Erano due mercoledì fa. E mi ero liberato. Non ho detto nulla a nessuno, semplicemente non avevo lezioni di mattina, le avevo solo la sera, e insomma... c'era il sole. Vado al mare col libro! E lo sapete, che io mare e libro siamo una cosa sola, e insomma, mi sono portato questo, con l'idea di iniziarlo e finirlo, e così è stato.
C'era pure poca gente, e non serviva l'ipod, c'era il mare burrascoso e non potevo perdere tempo a nuotare. E quindi penso che già la mattina avevo finito.
E... E?
E niente, io mi segno le pagine, ogni tanto, per rileggerle, per condividervele qui con voi, per non dovermele ricercare... e non avevo la penna, e ho fatto l'orecchietta.
Una a pagine 7, una a 14, una a 15, una grossa a 31, ma pure sui retri, mi ero segnato, che c'erano cose bellissime da condividere... e credo sia stato proprio a pagina 32, cioè a un quarto di libro, che ho smesso, perché ho capito che "1933, un anno terribile" non è un'opera minore di Fante, ma è un gioiello, un piccolo racconto lungo che è perfetto, sia nella misura, che nel nucleo narrativo e sia e soprattutto nel finale, che è incompleto, nelle intenzioni dell'autore, e invece, e non lo dico solo io, ma pure Emanuele Trevi nella prefazione (e Cerami, anche), è un finale adatto, immodificabile.
Poi vi spiego, ma prima vi faccio leggere.

Intanto questo pezzo, giusto per capire com'è Dominic Molise, Dom, l'eroe attorno a cui ruota tutto il racconto nonché la prima persona che ci porta a spasso per gli USA del '33, anno di miseria, post '29, in cui gli italiano erano quello che erano, malvisti, mal sopportati, ma pieni di sogni e difetti, roba da film, insomma. Eccolo qua:

Dio aveva risposto alle mie domande, chiarito i miei dubbi, rinforzato la mia fede, e il mondo era tornato a essere giusto. Il vento era scomparso e la neve cadeva piano, come confetti silenziosi. La nonna Bettina diceva sempre che i fiocchi di neve erano le anime del paradiso che ritornavano sulla terra per fare delle brevi visite. Sapevo che non era vero, ma in fondo era possibile, e ci credevo quando ne avevo voglia.

Stesi la mano, e vi caddero sopra molti fiocchi, vivi per pochi secondi, a forma di stella, e chissà? Forse erano l'anima di nonno Giovanni, morto da ormai sette anni, e quella di Joe Hardt, il nostro terza base, morto in un incidente di motocicletta l'estate scorsa, e tutte quelle dei parenti di mio padre nelle lontane montagne dell'Abruzzo, prozie e zii che non avevo mai conosciuto, tutti scomparsi da questa terra. E quelle degli altri, dei miliardi che hanno vissuto per un periodo e poi sono andati via, dei poveri soldati uccisi in battaglia, dei marinai dispersi nel mare, delle vittime della peste e dei terremoti, dei ricchi e dei poveri, di quelli morti all'inizio del tempo, nessuno che era riuscito a scamparla tranne Gesù Cristo, l'unico nella storia dell'uomo che fosse mai tornato, nessun altro, ma io ci credevo?
Dovevo crederci. Da dove veniva la mia abilità, e il mio lancio extra, e da dove prendevo tutto quel controllo? Se avessi smesso di credere, sarei potuto cadere a pezzi, perdere il ritmo, rendere la vita facile per i battitori. Diavolo, sì, c'erano delle incertezze, ma io le respingevo. La vita del lanciatore era già abbastanza dura anche senza aver perso la fede nel proprio Dio. Un attimo di dubbio avrebbe potuto rendere II Braccio più fragile, quindi perché intorbidare le acque ? Lascia invece le cose come stanno. Il Braccio è arrivato dal paradiso. Credici. Non preoccuparti della predestinazione, ma allora se Dio è solo bene, perché tanto male, e se lui sa tutto, perché ha creato le persone per poi mandarle all'inferno? C'è tempo per questo. Entra nei minors, vai avanti fino alla grande occasione, lancia nei Campionati mondiali, arriva fino alla Hall o/Fame. Allora ti potrai rilassare e fare domande, chiedere che faccia ha Dio, e perché nascono bambini handicappati, e chi ha fatto la fame e la morte.
Siamo a pagina 6, e questa tenerezza è già incantevole. Ma poi c'è di meglio, a pagina 14, dove si descrive nonna Bettina, ed è al tempo stesso esilarante e tristissima, questa immagine dell'emigrazione italiana negli States. Sentite qua, c'è Dom che si incazza e le dice muori vecchia, e allora...

- Gli insulti arrivavano come pallottole: ero uno sciacallo, un ratto, un serpente, un mostro uscito dalla pancia di mia madre. Ero deforme, con un gomito che mi usciva dalla nuca, il naso nell'ombelico, gli occhi nel culo. Mia madre era un'asina, una vacca, una maiala, una gallina, una capra. La sua era una famiglia di codardi, ladri, puttane, dementi che avrebbero terminato i loro giorni in un manicomio. Io sarei finito con una corda al collo in un'impiccagione pubblica, insieme ai miei due fratelli. L'America sarebbe bruciata tutta, a causa dell'esplosione delle società dell'energia elettrica.

Leggera come un vecchio gatto si avvicinò alla lampadina nuda sul tavolo e la spense, poi filò in camera sua e sbattè la porta. Riaccesi la luce, e la sentii che gridava, rivolgendosi a Dio:
- Liberatemi da questa schiavitù. Mettetemi in una cassa e rispeditemi a Torricella Peligna !
Conoscevo bene il peso che aveva sull'anima, e mi faceva pena. Era sola, le sue radici erano sospese in una terra straniera. Non sarebbe voluta venire in America, ma mio nonno non le aveva dato possibilità di scelta. C'era miseria anche in Abruzzo, ma era più dolce, condivisa da tutti come pane che si passa di mano in mano. Anche alla morte partecipavano tutti, e così al dolore, e alla prosperità, il villaggio di Torricella Peligna era come un solo essere umano. Mia nonna era come un dito strappato dal corpo, e non c'era niente nella nuova esistenza che avrebbe potuto mitigare la sua desolazione. Era come tutti gli altri che erano venuti da quella parte d'Italia. Alcuni se la passavano meglio, altri erano benestanti, ma non c'era più gioia nella loro vita, e il nuovo paese era un posto solitario dove O sole mio e Torna a Sorrento erano canzoni che spezzavano il cuore.
Le grida di Bettina fecero uscire mia madre dalla stanza da letto, con i capelli, spessi e castani, che le arrivavano alla vita, e con le mani strette sulla camicia da notte. Gli occhi erano verdi, enormi, e perennemente stupefatti. Era nata a Chicago, ma era di origine italiana e in realtà era contadina come la nonna, segnata anche lei dalla solitudine, straniera in un modo che non era possibile descrivere, non era italiana e ancora meno americana, una fragile disadattata. La sua famiglia era di Potenza, una città sopra Napoli, piena, a quanto si diceva, di rossi.
Secondo nonna Bettina, i potentini, subito dopo gli americani, erano i più ridicoli del mondo.
E siccome sono stronzo, e vi voglio ingolosire, giro anche pagina e vi lascio un pezzo bellerrimo e dolcissimo in cui Dom descrive sua madre.
Mentre ascoltava fino all'ultimo lamento fuori dalla porta di Bettina, mia madre faceva schioccare la lingua con pazienza, perché gli abitanti di Potenza a loro volta disprezzavano gli abruzzesi.

- Non è cattiva, povera vecchierella. La sua vita è stata così difficile... tutte così quelle persone.
- Quali persone ?
-  Gli abruzzesi. Non c'è da meravigliarsi che siano rozzi e che abbiano un caratteraccio. Non hanno altro che rocce, qualche capra e niente luce elettrica. Come la Calabria, la Sicilia e tutti quei posti poveri.
Non c'era mai stata, non era mai stata in nessun posto oltre che in un condominio a Chicago.
- Come lo sai ?
- Lo sanno tutti. Si capisce da come si comportano, gridano, bestemmiano, sono violenti. Ce l'hanno nel sangue. Guarda tuo padre.
Si avvicinò, sapeva di sonno, muffa, borotalco, sapone e di primo cassetto del cassettone, quello con i sacchetti profumati. Quando non riuscivo a dormire, certe volte andavo nella sua stanza da letto e scambiavo con lei il cuscino, e quell'odore mi faceva l'effetto di un sonnifero. Era molto più vecchia dei suoi quarantanni. Era difficile pensare che fosse mai stata giovane. C'era una fotografia di lei a dieci anni, seduta su un'altalena in un parco giochi di Chicago, e anche lì dimostrava quarant'anni, una bambina di quarantanni, con i codini e le scarpine bianche.
Arrivò al lavello e si riempì una tazza d'acqua, la bevve piano perché era gelata, riuscivo a sentirla mentre scendeva dentro di lei.
Okay. Basta così. Io ho finito con le camicie, e adesso mancano i cassettimaglietti, ma boh, voglio pure fare una corsa e vedere di fare la spesa che sono senza birra e niente birra e correre rendono gelo pazzo... ma il post lo voglio finire, mentre aspetto di fare il caffè e digerire i ceci con la bistecca con il formaggio e cerco la ricetta del nocino da dare a mio zio assieme al suo 730 che poi per pagamento gli potrei proprio chiedere di comprarmi la cipolla rossa a Flambro che è buona e mi faccio fare da Giorgia la marmellata con l'aceto balsamico che si mangia col formaggio che ti lecchi le dita fino alle falangine.... ah, ma forse sto divagando e voi volete sapere della storia.
E' un romanzo di formazione, questo, e storico. 
Di formazione perché c'è Dom, adolescente, protagonista, sospeso tra la  miseria e un padre che lo vorrebbe muratore, ma che al momento si guadagna da vivere giocando a biliardo o scommettendo perché non ha lavoro, e il sogno suo di diventare un grande, grandissimo lanciatore. E il braccio, con cui parla, si confida, lo unge di grasso puzzolentissimo ogni due ore, ecco, il braccio ce là. 
E' il migliore, a scuola, lì nella culonia vicino a L.A. dove vive. anche se non gli basta per essere tale per farsi rispettare. E' italiano, è povero, e quindi disprezzabile
Ed è storico perché si ha la visione fantiana, disincantata, dall'interno, di quel meraviglioso animale che è l'italo-americano degli anni '30. Lo capite solo leggendo, quel miscuglio di tragicità, superbia, bontà, miseria, eroismo e comicità che è l'italo-americano di seconda generazione. 
C'è del meraviglioso, davvero, e dovrebbe assolutamente consigliarlo come libro per le scuole, questo, ché è pure cortissimo, e accattivante. 
E ci ridi eh, in mezzo a quello che succederà, a come Dom cercherà di pagarsi il viaggio fino a LA per fare un provino, e sfondare, e in mezzo all'amicizia col suo ricchissimo migliore amico e a come si comporterà con la sorella di lui, di cui è cotto marcio. Comicamente tragico.

Dai... è tutto. Leggetelo, se potete, questo Fante. E non leggetevi prima l'intro e la prefa. Leggetelo dopo. Anche perché si dice delle peripezie di questo lavoro, e di come poi, forse, continuava la storia di Dom. E grazie Micaela, hai beccato proprio un bel libro. :)

video


6 commenti:

  1. MAI:
    * fatta la barba
    * fatto un video alle oche
    * disegnato il mio uccello
    * letto Fante

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    1. allora vedrò di mettere in calce al post il video delle oche, così almeno vedi quelle :)

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  2. Guarda le foto per l'inaugurazione della John Fante sq. di LA nel 2010 https://www.flickr.com/photos/richardschave/sets/72157623815232098/

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    1. Viste.... beh, piazza John Fante suona proprio bene! :)

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  3. Dovrebbe trattarsi di Was a terrible year, se non erro... lettura straordinaria. L'ho letto diversi anni fa quando nel volgere di qualche mese feci fuori l'intero Meridiano di Fante che qui era in grande forma davvero.

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    1. sì sì, proprio quello è... un gran bel lavoro!

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