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"Il ventre della macchina" di Sandro Veronesi**

Non ci voglio perdere più di tanto, a dirvi di questo corto di carta.
Deludente, sì, nel senso che se doveva essere un raccontino di questo genere, a invogliarmi ad affrontare un certo autore, be', non l'ha fatto.
Si legge, per leggersi, eh... anche perché ha un font tipo 15pt e te lo finisci in venti minuti mezzora, volendo. 
Ma io, che son appena tornato da troppo cibo, e che voglio mettermi a scrivere, voglio anche sistemare un po' di cose, e così dopo aver lasciato al mondo l'ultimo pensiero di gelo e anche il primo, vene parlo perché così mi va di togliermelo dal cats, e ficcarlo nella libreria assieme agli altri suo compari.
Era l'ultimo che possedevo.
Ora, se voglio andare avanti con la serie, devo cercarne altri, ma boh... verranno col tempo.

Di che parla? 
Una prima persona di un fumatore, Sandro Veronesi stesso, a quanto dà da intendere, che ci racconta del suo rapporto con l'accendino. Anzi, prima del suo non-rapporto, nel senso che li perde come si fa con gli ombrelli, sia quelli costosi, sia quelli scrausi. E se non li perde non li ricarica, come si fa con le penne. Ma poi il rapporto è con un tal particolar accendino di cui diventa, in un certo senso, succube, modificando la sua vita (più o meno eh) in base alle pretese dell'oggetto (di non essere scordato, per esempio, o di non farsi rubare).

Il titolo viene dal buco che, al posto dell'autoradio, egli ha sul cruscotto della macchina. Un posto dove per sbaglio, potresti, per dire, appoggiarci qualcosa che poi si perde nella panza sconosciuta dell'automobile. Forse, questo ventre, è l'unico passaggio del racconto con cui sono entrato un po' in empatia, essendo questi buchi qualcosa di conosciuto, per chi ha avuto o ha automobili scassate. Ma al di là di questo, se c'erano simbologie da cogliere, erano retoriche e banali e non le colte, se c'era un significato profondo, descritto in questo rapporto morboso e insano con un oggetto, ebbene... risultano noioso e poco incisive. Sembra un qualcuno che ti parla tanto per, e soprattutto nella prima metà, la sensazione più forte è noia. Come quelli che ti parlano e hanno troppa spocchia e troppe parole e tendono a cominciare tutte le frasi come satelliti che ruotano attorno al loro mondo. Il personaggio costruito nel racconto è così, il che potrebbe essere anche voluto, ma poco centra, questo carattere, con quello emotivo/psicologico di cui forse c'era bisogno nel racconto. Poi, per carità, la scrittura è scorrevole, ma non essendoci troppo da dire... boh, non so nemmeno dirvi molto sullo stile, essendo talmente diluito, questo minuscolo nucleo narrativo (appena poco migliore dell'altro suo corto di carta che ho letto), che a togliere una decina delle 58 pagine non si fa danno.
Se volete vi scanno un pezzo, ma non ho voglia io... vi lascio, piuttosto, qualche fotografia di mare, che il primo dell'anno fa sempre bene. Io ho appena finito, tra i libri seri, di leggere Silone, che mi è piaciuto tantissimo, e ho sul comodino Il vangelo secondo Biff, che spero sia veloce. Poi però tornerò ai classici italiani, è chiaro!
Ah, buon  primo dell'anno, ovviamente. E continuate a diffondere i libri PEM!




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