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"Fontamara" di Ignazio Silone****(*)

Certe cose va dette: se non avessi cominciato a fare questa cosa dei libri PEM, che ho tutta l'intenzione di continuare, e con effervescente entusiasmo, l'ordine delle mie letture sarebbe stato diverso.
E anche la mia soddisfazione.
Le cose che sto leggendo di recente, diciamo da ottobre, da quando ho deciso di unire l'utile al dilettevole, e leggere classici italiani corti del Novecento che possano tornarmi utili in analisi del testo scolastiche, ecco, da quella volta sto leggendo cose belle.

Prendete Silone, per esempio, che poi, Silone è nome d'arte, e lui si chiamava Secondo Tranquilli (che secondo me poi è bellissimo, come nome... ci puoi fare un sacco di fighetterie, a dire le cose secondo Tranquilli). Ecco, Silone l'ho detto per colpa di Cristina, che era la terza a darmi Fontamara come libro Pem. Poi io, sbirciavo nella libreria, tra i classici mondadori, e ho visto questa copia non letta, che avevo rubato tempo fa al banco libro, e che non sapevo di avere.
Più o meno lo stesso giorno, son successe queste due cose.
E mi son detto okay, lo leggo. E sono contentissimo di averlo fatto.
E' una lettura che non dovrebbe mancare, nelle scuole italiane, è un insegnamento, un qualcosa che trova modi giusti per dire cose giuste e di cui, di questi tempi oscuri, abbiam tanto bisogno.

Ho preso due estratti, da questo libro, che vi voglio lasciare, per farvi capire quanto è meraviglioso e cosa ci potete trovare, se vi venisse in mente di leggerlo.
E uno si chiede, poi: ma allora Silone è punto fermo dei programmi di italiano, vero? No. Non mi pare almeno. Io non lo vedo mai, e perché. Be'... vi devo dire di un paio di cose, mentre qui sto bevendo birra, cucchiaiando nutella e ascoltando il nuovo delle Sleater Kinney (che sono invecchiate molto bene) e anche un po' di Caribeau, per essere moderno, anche se non lo capisco del tutto.
(e un'altra cosa che non capisco e l'osannato disco di St. Vincent, che non mi entra, ma vabbè... era per chiacchierare), Torniamo a Tranquilli, cioè Silone.
Fontamara viene pubblicato in tedesco, è ambientato nel 1929 e quindi non aveva senso pubblicarlo in italiano, visto che il regime fascista non l'avrebbe amato. Nel 1933 c'è pubblicazione in italiano ma solo all'estero e bisogna arrivare al 1947 per vederlo in italiano in Italia. E non vuol dire che è stato subito visto come lo vedeva l'estero: un capolavoro, cioè.
Perché?
Non so, credo sia il problema dello stile, fin troppo perfettamente coerente con gli ii narranti (sognavo di usare il plurale di io, e ci sono riuscito!) che sono di tre cafoni, ovvero contadinotti ignoranti della mezza montagna abruzzese, fontamaresi, insomma, di quel paese lì, che prende il nome da quell'acqua contesa e fonte di vita. Ii narranti che non possono essere che semplici, da leggere, con lessico lineare, forma e struttura delle frasi comprensibili e molto poco complesse... e il raccontare con trasporto, dubbi, punti di vista... insomma, è un libro volutamente facile da leggere, perché non si può pensare che tre zotici, moglie marito e figlio, parlino come un letterato.
E noi che siamo stupidi, noi italiani lo bistrattiamo, questo romanzo, che è bellissimo.
Ci sono momenti di tragica comicità che io trovo estremamente riusciti, pur rimanendo sempre credibili. Se proprio devo fare il pelo a qualcosa, direi, che il parlato dei maschili (padre e figlio) è poco distinguibili dal parlato del femminile (e solo dopo un po' ho capito che la vicenda ci viene raccontata a fasi alterne dai componenti di questa famiglia, fuggita da Fontamara, e capitata a casa dello scrittore, che alla fine non fa che riportare ciò che gli raccontano i cafoni. Si rende il tutto molto credibile, così facendo.

Cracker ripieni... sapevate che esistevano? Me li ha appena portati la vecchia, ripieni ai frutti di bosco. A me pare quasi un ossimoro, non so... ma tornando a Fontamara, vi devo dire un po' di trama,
Siamo in questo micropaese dove tutti faticano - e parecchio -  a campare. Le uniche preoccupazioni sono di procurarsi il cibo, lavorando come braccianti o nella arida, secca, inospitale terra che coltivano, e di non pagare nuove tasse. I soprusi vengono accettati, l'ignoranza permette uno sfruttamento perenne da parte di pochi signorotti locali, e dai soliti ruoli: il prete, l'avvocato, il medico, il Sindaco... e don Carlo Magna, soprattutto, nel momento in cui decide di far modificare il corso dell'unico fiume che bagna il verde di Fontamara. E qui si comincia, nelle proteste picaresche delle Fontamaresi, a intravedere come vanno le cose, nell'Italia del fascismo, nei posti dove il fascismo non sanno nemmeno che cos'è. E non perché non lo vivano, eh.
Anzi, qui vi lascio il primo estratto. Don Circostanza è avvocato, avvocato dei fontamaresi e loro approfittatore, e non che i cafoni siano stupidi, solo che è il male minore.
Leggete questo estratto e fatevi due tragiche risate amare.

Appena don Circostanza ci riconobbe, con ambo le braccia ci fece un larghissimo festoso saluto. «Viva, viva le mie Fontamaresi!» gridò. «Che c'è? Che mormorio è questo?» ci chiese. «La morte dell'asino se la piange il padrone» gli risposi io. «Ma se non vi disturba la digestione, vorremmo consegnarvi una supplica.» Don Circostanza, detto anche l'Amico del Popolo, aveva sempre avuto una speciale benevolenza per la gente di Fontamara, egli era il nostro Protettore, e il parlare di lui richiederebbe ora una lunga litania. Egli era sempre stato la nostra difesa, ma anche la nostra rovina. Tutte le liti dei Fontamaresi passavano per il suo studio. E la maggior parte delle galline e delle uova di Fontamara da una quarantina d'anni finivano nella cucina di don Circostanza. Una volta, quando avevano diritto di voto solo quelli che sapevano leggere e scrivere, egli mandò a Fontamara un maestro che insegnò a tutti i cafoni a scrivere il nome e cognome di don Circostanza. I Fontamaresi votavano dunque sempre unanimi per lui; d'altra parte, anche volendo, essi non avrebbero potuto votare per altri, perché sapevano scrivere solo quel nome. Poi cominciò un'epoca in cui la morte degli uomini di Fontamara in età di votare non venne più notificata al comune, ma a don Circostanza, il quale, grazie alla sua arte, li faceva rimanere vivi sulla carta e a ogni elezione li lasciava votare a modo suo. La famiglia del morto-vivo riceveva ogni volta in compenso cinque lire di consolazione. Così c'era la famiglia Losurdo che di morti vivi ne aveva sette e riceveva ogni volta in compenso trentacinque lire di consolazione; le famiglie Zompa, Papasisto, Viola e altre che ne avevano cinque, ricevevano venticinque lire; e noi, per farla breve, ne avevamo due, che in realtà erano al camposanto ma ancora vivi sulla carta (il nostro figlio buon'anima morto a Tripoli e l'altro alla cava delle pietre) e a ogni votazione anch'essi erano due fedeli elettori di don Circostanza e per questo ci venivano pagate ogni volta dieci lire. Con l'andare degli anni, si capisce, il numero dei morti-vivi era diventato ragguardevole ed era una discreta rendita per i poveri Fontamaresi, era una fonte di guadagno che non ci costava grande fatica, ed era anche l'unica occasione in cui, invece di pagare, eravamo pagati. Quel vantaggioso sistema si chiamava, come l'Amico del Popolo ci ripeteva, la democrazia. E grazie all'appoggio sicuro e fedele dei nostri morti, la democrazia di don Circostanza riusciva in ogni elezione vittoriosa. Benché noi avessimo avuto alcune gravi disillusioni da don Circostanza, che sotto sotto c'ingannava spesso con don Carlo Magna, non avevamo mai avuto il coraggio di separarci da lui e di cercarci un altro protettore, principalmente perché lui ci teneva legati coi nostri morti, i quali soltanto col suo potere non erano ancora interamente morti, e ci fruttavano ogni tanto quella piccola rendita di cinque lire a testa, che non era una ricchezza, ma era meglio di niente. Grazie a quel sistema successe tra l'altro che, come conseguenza, a Fontamara figurassero viventi un bel gruppo di uomini sui cento anni, sproporzionatissimo alla piccolezza dell'abitato; e quella costituì anzi, per un po' di tempo, la nostra celebrità in tutta la contrada. Chi l'attribuiva all'acqua delle nostre parti, chi all'aria, chi alla semplicità del nostro nutrimento, per non dire alla nostra miseria; e a sentire don Circostanza, molti ricconi dei paesi vicini sofferenti di fegato, di stomaco, di gotta, per quella buona sa¬lute e longevità apertamente ci invidiavano. Il numero dei morti-vivi assoldati da don Circostanza crebbe a tal punto che quando, per risentimento contro l'appoggio che lui dava sfacciatamente al nostro peggiore sfruttatore, don Carlo Magna, molti cafoni principiarono a votare contro di lui, la maggioranza gli era pur sempre assicurata. «I vivi mi tradiscono», ci rinfacciava amaramente don Circostanza «ma le anime sante dei morti mi restano fedeli.» Successe poi, quando nessuno se lo aspettava, che lui non volle più pagarci l'abituale consolazione per quel servizio che i nostri morti gli rendevano, col pretesto poco credibile che le votazioni erano state abolite; e noi non sa¬pevamo che pensare. Ne discutemmo per mesi e mesi, e non riuscivamo a rassegnarci. Come ammettere che tutti quei nostri cari improvvisamente non servissero più a nulla e dovessero interamente e per sempre morire? Ogni tanto c'era ancora qualche Fontamarese, qualche vedova, qualche povera madre di famiglia, che andava da don Circostanza a reclamare le cinque lire della consolazione per il congiunto morto-vivo; ma lui neppure più li riceveva, e appena sentiva parlare dei nostri morti-vivi andava sulle furie e sbatteva la porta in faccia. Erano perciò sempre più rari i Fontamaresi che ancora osavano insistere per quell'antico diritto. Non serve avere ragione, diceva il generale Baldissera, se manca l'istruzione per farla valere. E un giorno lo stesso Baldissera era tornato a Fontamara tutto eccitato, pretendendo che l'epoca dei morti-vivi fosse tornata, almeno cosi gli si era rivelato, poiché nel capoluogo aveva assistito a una sfilata di uomini in camicia nera, allineati dietro bandierine anch'esse nere, con teschi e ossa di morti come ornamento tanto sul petto di quegli uomini quanto sulle loro bandiere. «Che siano i nostri morti?» aveva chiesto Marietta che pensava ai suoi trapassati e alle cinque lire della consolazione. Ma il generale non aveva riconosciuto con sicurezza alcun Fontamarese. «Viva, viva le mie Fontamaresi!» gridò don Circostanza verso di noi dal balcone della villa dell'Impresario.
Io trovo sia un passaggio bellissimo, si per il contenuto, sia per il come. Il modo di raccontare è davvero perfetto, restando a un lessico di basso livello, eppure efficacissimo, colorato, schietto, comprensibile. E isnomma. succede che sono le 16 e 44 e devo tornare al lavoro, e ziocats, non ho fatto niente, questo pomeriggio, ma rileggermi Silone è stato bello... e siccome ho ancor qualcosa da dire, il post lo leggerete domani. E... PEM PEM PEM!

E rieccomi, con la birra, vicino, dopo aver aggiornato qualche altro libro Pem, mentre scocca proprio in questo istante la mezzanotte, e tecnicamente siamo a domani.
E quindi, mentre provo a digerire questo St Vincent, che forse alla fine potrebbe anche piacermi, finisco anche questo post, e ripongo, con molto piacere, il libro assieme agli altri.
Che vi stavo dicendo? Ah, sì, che l'ho trovato molto bello, molto laterale, un modo di verso di raccontare certi avvenimenti italici di un brutto periodo, da un punto di vista inferiore, paradossalmente difeso e soverchiato al tempo stesso per colpa del tema portante, l'ignoranza.
Ignoranza opposta al sapere, al discernere, al ragionare.
Eh già, perché qui, chi ragiona, è uno. Una figura, un eroe, che pian piano emergerà dalle pagine del libro, che vi enterà dentro, che vi conquisterà e che non vi può lasciare indiffernti. Berardo.
La figura di Berardo è un qualcosa come la figura del cavallo nella fattoria orwelliana: ti distrugge, ti fa star male, e ti entusiasma, ti carica. E' quel qualcosa di positivo nell'eversivo che dentro senti avere ragione, anche quando diventa borderline, o quando rema contro corrente. Vale la pena di leggerlo solo per Berardo, Fontamara, lui e la sua dottrina ostile ma contraria e - man mano che i fascisti prendono il potere - giusta e indispensabile.

E alla fine, direi che vi lascio ancora un altro pezzettino, da leggere, non tutto, solo un po'. Il pezzo che preferisco, se dovessi proprio scegliere. Quello dove le camicie nere dopo essersi divertite in assenza degli uomini del paese, ancora fuori a lavorare i campi. E poi decidno di fare un test, per i poveretti.
Questi uomini in camicia nera, d'altronde noi li cono­scevamo. Per farsi coraggio essi avevano bisogno di venire dì notte. La maggior parte puzzavano di vino, eppure a guardarli da vicino, negli occhi, non osavano sostenere lo sguardo. Anche loro erano povera gente. Ma una categoria speciale di povera gente, senza terra, senza mestieri, o con molti mestieri, che è lo stesso, ribelli al lavoro pesan­te; troppo deboli e vili per ribellarsi ai ricchi e alle autori­tà, essi preferivano di servirli per ottenere il permesso di rubare e opprimere gli altri poveri, i cafoni, i fittavoli, i piccoli proprietari. Incontrandoli pei strada e di giorno, essi erano umili e ossequiosi, di notte e in gruppo cattivi, malvagi, traditori. Sempre essi erano stati al servizio di chi comanda e sempre lo saranno. Ma il loro raggruppa­mento in un esercito speciale, con una divisa speciale, e un armamento speciale, era una novità di pochi anni. So­no essi i cosiddetti fascisti. La loro prepotenza aveva an­che un'altra facilitazione. Ognuno d. noi, fisicamente, va­leva almeno tre di loro; ma cosa c'era di comune tra noi? che legame c'era? Noi eravamo tutti nella stessa piazzetta ed eravamo nati tutti a Fontamara; ecco cosa c'era di co­mune tra noi cafoni, ma niente altro. Oltre a questo, ognuno pensava al caso suo; ognuno pensava al modo di uscire, lui, dal quadrato degli uomini armati e di lasciarvi magari gli altri; ognuno di noi era un capo di famiglia, pensava alla propria famiglia. Forse solo Berardo pensava diversamente, ma lui non aveva né terra né moglie.
Nel frattempo si era fatto tardi.
«Be'», gridò Berardo minaccioso «ci sbrighiamo?»
L'omino panciuto rimase impressionato dal tono di quella voce e disse:
«Adesso cominciamo l'esame.»
«L'esame? Che esame? Siamo a scuola?»
Nel quadrato si fece un varco della larghezza di un me­tro e ai suoi lati si posero l'omino panciuto e Filippo il Bello. Proprio come fanno i pastori negli stazzi, per la mungitura delle pecore.
Così cominciò l'esame.
Il primo a essere chiamato fu proprio Teofilo il sacre-stano.
«Chi evviva?» gli domandò bruscamente l'omino con la fascia tricolore.
Teofilo sembrò cadere dalle nuvole.
«Chi evviva?» ripetè irritato il rappresentante delle au­torità.
Teofilo girò il volto spaurito verso di noi, come per ave­re un suggerimento, ma ognuno di noi ne sapeva quanto lui. E siccome il poveraccio continuava a dar segni di non saper rispondere, l'omino si rivolse a Filippo il Bello che aveva un gran registro tra le mani e gli ordinò:
«Scrivi accanto al suo nome: "refrattario".»
Teofilo se ne andò assai costernato. Il secondo a essere chiamato fu Anacleto il sartore.
«Chi evviva?» gli domandò il panciuto.
Anacleto che aveva avuto il tempo di riflettere rispose:
«Evviva Maria.»
«Quale Maria?» gli chiese Filippo il Bello.
Anacleto riflette un po', sembrò esitare e poi precisò:
«Quella di Loreto.»
«Scrivi» ordinò l'omino al cantoniere con voce sprez­zante «"refrattario".»
Anacleto non voleva andarsene: egli si dichiarò dispo­sto a menzionare la Madonna di Pompei, piuttosto che quella di Loreto; ma fu spinto via in malo modo. Il terzo a essere chiamato fu il vecchio Braciola. Anche lui aveva la risposta pronta e gridò:
«Viva San Rocco.»
Ma neppure quella risposta soddisfece l'omino che ordi­nò al cantoniere:
«Scrivi: "refrattario".»
Fu il turno di Cipolla.
«Chi evviva?» gli fu domandato.
«Scusate, cosa significa?» egli si azzardò a chiedere.
«Rispondi sinceramente quello che pensi» gli ordinò l'o­mino. «Chi evviva?»
«Evviva il pane e il vino» fu la risposta sincera di Ci­polla.
Anche lui fu segnato come "refrattario" Ognuno di noi aspettava il suo turno e nessuno sapeva indovinare che cosa il rappresentante dell'autorità volesse che noi ri­spondessimo alla sua strana domanda di chi evviva.
La nostra maggiore preoccupazione naturalmente era se, rispondendo male, si dovesse poi pagare qualche cosa. Nessuno di noi sapeva che cosa significava "refrattario"; ma era più che verosimile che volesse dire "deve pagare". Un pretesto, insomma, come un altro per appiopparci una nuova tassa. Per conto mio cercai di avvicinarmi a Baldis­sera, che era di noi la persona più istruita e conosceva le cerimonie, per essere da lui consigliato sulla risposta; ma lui mi guardò con un sorriso di compassione, come di chi la sa lunga, però solo per suo conto.
«Chi evviva?» chiese a Baldissera l'omino della legge.
Il vecchio scarparo si tolse il cappello e gridò:
«Evviva la Regina Margherita.»
L'effetto non fu del tutto quello che Baldissera si aspetta­va. I militi scoppiarono a ridere e l'omino gli fece osservare:
«E morta. La Regina Margherita è già morta.»
«È morta?» chiese Baldissera addoloratissimo. «Impossi­bile.»
«Scrivi», fece l'omino a Filippo il Bello con un sorriso di disprezzo «"costituzionale".»
Baldissera se ne parti scuotendo la testa per quel susse­guirsi di avvenimenti inesplicabili. A lui seguì Antonio La Zappa, il quale, opportunamente istruito da Berardo, gridò:
«Abbasso i ladri.»
E provocò le proteste generali degli uomini neri che la presero per un'offesa personale.
«Scrivi» fece il panciuto a Filippo il Bello «"anarchico".»
La Zappa se ne andò ridendo e fu la volta di Spaventa.
«Abbasso i vagabondi» gridò Spaventa, sollevando nuo­vi urli nelle file degli esaminatori. E anche lui fu segnato come "anarchico".
«Chi evviva» domandò il panciuto a Della Croce.
Anche lui era però uno scolaro di Berardo e non sapeva dire evviva, ma solo abbasso. Perciò rispose:
«Abbasso le tasse.»
E quella volta, bisogna dirlo a onor del vero, gli uomini neri e l'omino non protestarono.
Ma anche Della Croce fu segnato come "anarchico", perché, spiegò l'omino, certe cose non si dicono.
Maggiore impressione fece Raffaele Scarpone, gridando quasi sul muso del rappresentante della legge:
«Abbasso chi ti da la paga.»
L'omino ne fu esterrefatto, come per un sacrilegio, e voleva farlo arrestare; ma Raffaele aveva avuto cura di pronunziarsi solo dopo essere uscito dal quadrato, e in due salti spari dietro la chiesa e nessuno lo vide più.

Adesso però vi ho lasciato davvero più che tanta roba da leggere, ho sonno, e giusto il tempo di chiudere queste righe e vado a ronfare, molto contento di averlo letto, Fontamara, e consigliandovelo, ché tra i classici di cui si sente parlare e il loro effettivo valore questo è di certo tra i più leggibili e originali come punto di vista.

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