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"A ciascuno il suo" di Leonardo Sciascia*****

Ci ho pensato un po', anche più di un po'. Diciamo qualche secondo, e poi ho messo la quinta stellina. 
Perché per quanto io cercassi, e pensassi, non riuscivo a rispondere a una domanda: ma che difetti ha, A ciascuno il suo?
Non ne ho trovati.
Partiamo dalla fine.
La fine è una battuta. Una battuta di don Luigi, il parroco, una battuta soltanto, riferita a Laurana, il protagonista di questa indagine, di questa storia, di questa, la definizione precisa potrebbe essere, avventura della curiosità.
Quel finale sembra quasi monco, sembra quasi interrompere e interrompersi, e invece, dopo qualche istante di smarrimento, ecco che quella battuta, quelle ultime battute, anzi, fatte in osteria, tra i vecchietti e non del paese, che parlano, ché si parla, nelle osterie, e si dice delle cose che si sanno, che tutti sanno, che nessuno sa.
Ecco... quella battuta è un finale perfetto che tira tutti, ma proprio tutti, i file della vicenda. E non saranno le cinque stelle di un capolavoro di quelli gonfi, pieni di pagine, di contenuti, di letture a strati e livelli, ma questo è un libro semplice - un giallo, sì, perché è un giallo - che per me, per quanto mi riguarda, è migliore del giorno della civetta, che pure ho letto poco tempo fa e mi piacque tanto tanto.

C'era, nella civetta, qualche passaggio pesante, qualche voler spiegare, dire, sottolineare. Qui no. C'è una vicenda, un omicidio, un omicidio annunciato, anzi due, il farmacista, Manno, che non ha idea del perché riceve una minaccia, cosa ha combinato? Se ha combinato qualcosa, non lo sa, e quindi va a caccia, perché a caccia ci si va per passione e perché l'apertura, l'inizio della passione annuale, non si può saltare, non si deve.
E invece gli sparano davvero, a caccia, e fanno fuori anche il suo compagno di merende, il dottor Roscio, che diamine, ti dici, deve averla fatta grossa, se per uno ne ammazzano due!
E il maresciallo guarda la lettera, quella con le letterine intagliate, in pure anonimo-style, e mentre la guarda in controluce c'è Laurana, un prof, di italiano, colto, sì, che scrive articoli di critica letteraria, mammone, senza donne, senza voglia di averne, destinato alla vita di paese, ma che tuttavia non ha mancanze di qualcosa. E Laurana, ecco, forse l'unica cosa che vorrebbe è occupare la mente, con la curiosità, e quanto vede scritto - in latino - unicuique suum, su quei fogli, comincia a chiedersi che strano, che giornale sarà mai.
E per caso, perché il caso ti porta sulla strada giusta (giusta non vuol dire migliore, eh) , scopre che è una frase che vien dall'Osservatore Romano, e quanti, si chiede, in questo piccolo misero ridotto borgo sperduto in Sicilia, comprano l'Osservatore Romano?
Due persone. 
Quel Don Luigi, di cui avremo la battuta finale, e un altro ecclesiatico, che pure, addirittura, lo legge.
Tutto qua?
Più o meno. Assieme a Laurana cominciamo a indagare. I carabinieri, qui, entrano solo in una piccola parte, comparse. I veri protagonisti sono la gente del paese, le mogli dei morti, i cugini delle mogli, gli amici di Laurana... chiede un po' a tutti, chiede.

Bene...
E adesso un paio di pezzi, io ve li devo trovare e far leggere.
Perché questo libro è leggero, divertente, addirittura spassoso, a tratti. Non perde mai di tono, mai di verve, non ti viene mai voglia di smettere di leggerlo. Vuoi sapere, ovvio, direte voi. E' un giallo... ma non è solo questo: vuoi leggere. Leggerlo è bello, le righe, i modi, la melodia. Funziona tutto.
Senza tempi morti, e ogni volta che sta per arrivare la pausa, ecco che arriva il caso, e ti riporta via.
Ora lasciatemi che vi vado a cercare il primo pezzo, forse il più spassoso.
Il contesto è questo: il farmacista muore assassinato e avvertito. Quindi tutti a chiedersi cosa avrà combinato. La servetta della moglie, dopo un po' che la interrogano, si ricorda che forse, sì, la signora aveva notata di una ragazza che veniva spesso in farmacia. Troppo spesso forse... E prima non si ricorda nemmeno chi è, ma poi...
Ma il commissario non si diede per vinto, fece portare in caserma la cameriera e paternamente interrogandola dopo sei ore riuscì a farle ammettere che sì, una volta un piccolo incidente in famiglia c'era stato, a proposito di una ragazza che, a parere della signora, troppo spesso si faceva vedere in farmacia (la farmacia era sotto casa: ed era facile alla signora, quando ne aveva voglia, controllare chi entrava ed usciva). Domanda «E il farmacista?». Risposta «Negava». Domanda «E voi cosa pensavate?». Risposta «Io? E io che c'entro?». Domanda «Avevate lo stesso sospetto della signora?». Risposta «La signora non aveva sospetto: gli pareva che la ragazza fosse molto viva, e un uomo è un uomo». Domanda «Molto viva. Ed anche molto bella, no?». Risposta «Non tanto, a mio parere; ma viva sì». Domanda «Molto viva: cioè molto vivace, piuttosto civetta... Volete dire questo?». Risposta «Sì». Domanda «E come si chiama, questa ragazza?». Risposta «Non lo so» con le varianti «Non la conosco, non   -l'ho mai vista, l'ho vista una sola volta e non la ricordo nemmeno» dalle 14,30 alle 19,15, ora in cui per improvviso rinverdire della memoria la cameriera ricordò il nome non solo, ma l'età, la strada, il numero civico, i parenti fino al quinto grado e una infinità di altre notizie relative alla ragazza in questione.

Per cui alle 19,30 la ragazza era davanti al commissario, col padre che aspettava davanti la porta della caserma; e alle 21 la futura suocera, recandosi a cas;a della ragazza in
 compagnia di due sue amiche, restituiva un orologio da polso, un portachiavi, una cravatta e dodici lettere e reclamava l'immediata restituzione di un anello, un bracciale, un velo da messa e dodici lettere. E velocemente sbrigata la cerimonia, che senza remissione scioglieva il fidanzamento, la vecchia ex futura suocera vi mise maligno suggello con l'esortazione «Trovatevi un altro cretino» implicitamente proclamando che suo figlio intelligente non era, se si era messo a rischio di affidare il proprio onore a una che aveva avuto tresca col farmacista. L'esortazione strappò gemiti di vergogna e di rabbia alla madre della ragazza e ai parenti che erano accorsi. La vecchia se ne andò lesta, prima che si riavessero e si scatenassero, seguita dalle due amiche; e appena in strada, in modo che il vicinato sentisse, gridò «Ogni male non viene per nuocere. E non potevano ammazzarlo prima che mio figlio si infilasse in questa casa?» evidentemente alludendo al farmacista, che si ebbe così il secondo elogio funebre della giornata.
Ecco... dovrebbe essere chiaro perché è deliziosamente tragico e spassoso, in questi frangenti. Poi forse questo è il pezzo più surreale, ma resta che ve ne sono altri, di tratti simili, fino a delle vere e proprie assurdità, come il detto che bisogna aiutare il vivo, e non il morto, peccato che qui, il vivo, alla fine, è l'assassino!
E insomma... questa era una cosa. E mi è piaciuta assai.

Poi? Poi il tema sciasciano per eccellenza (ma quanto è borioso e orendo dire sciasciano? tra le aggettivazioni peggiori del millennio!): l'omertà, in particolare quella mafiosa.
La si capisce, moltissimo, dalla battuta finale. Il messaggio è chiaro: qui il sistema è talmente radicato da essere futile e dannosa una sua visione come "deviazione dalla legalità". Non è così, non c'è alcuna presa di coscienza nelle azioni.
Lo stesso nostro indagatore, Laurana, appunto, ha come movente tutto tranne che la ricerca di verità, legalità, moralità e altre parole buone in -tà. Vi devo trovare, per spiegarvi questo, un altro pezzo. Molto bello... non so se lo trovo. Aspettate dai,
Trovato!
Ecco... è dove Laurana praticamente ha sollevato il coperchio e chi sa che lui sa o sta per sapere si caga in mano, pensando che magari... leggete!
Pensava forse che Laurana non rispondesse alle sue dimostrazioni d'affetto e non volesse approfittare dei servizi che gli offriva per quel disdegno, ormai raro, dell'uomo onesto dinanzi al delinquente o addirittura perché i suoi sospetti volesse confidarli al maresciallo, al commissario, farli insomma pervenire; direttamente o meno, ad uno degli inquirenti. Intenzioni che Laurana assolutamente non aveva; e il suo cruccio, la sua preoccupazione, era appunto che yyy una simile intenzione gli attribuisse. Più che la paura, che dal ricordo di come xxx e il farmacista erano finiti a volte gli si insinuava portandolo, anche automaticamente, a precauzioni che gli evitassero la stessa fine, era una sorta di oscuro amor proprio che gli faceva decisamente respingere l'idea che per suo mezzo toccasse giusta punizione ai colpevoli. La sua era stata una curiosità umana, intellettuale, che non poteva né doveva confondersi con quella di coloro che la società, lo Stato, salariavano per raggiungere e consegnare alla vendetta della legge le persone che la trasgrediscono o infrangono. E giuocavano in questo suo oscuro amor proprio i secoli d'infamia che un popolo oppresso, un popolo sempre vinto, aveva fatto pesare sulla legge e su coloro che ne erano strumenti; l'affermazione non ancora spenta che il miglior diritto e la più giusta giustizia, se proprio uno ci tiene, se non è disposto a confidarne l'esecuzione al destino o a Dio, soltanto possono uscire dalle'canne di un fucile.
Questo pezzo, per me, è emblematico. 
Non so... direi che riassume autore e argomento in modo perfetto. 
E io che altro vi devo dire? Il libro dura poche pagine (127) è ambientato nel 1964, ispirato a un omicidio reale del 1960 (Tandoj), c'è un film del 1967... insomma, è famoso, ecco. E ce lo stiamo dimenticando, credo. Quindi leggetelo, che vi fa bene. Basta così. Questo è un libro che va goduto, anzi. Non è questione di messaggio, o meglio, serve una cosa bella, in questo caso un bel romanzo, per riuscire a nascondere un messaggio così forte.
Inutile cercare l'indignazione, meglio, molto meglio cercare la radice, la spiegazione. E poi, c'è anche da dire, che il meccanismo del romanzo è davvero ottimo: plot, struttura, tempi... tutto è misurato bene. Ho sempre amato i libri piccoli, nella convinzione che abbiano già, e forse solo, nella brevità un'arma determinante per colpire il lettore. Questo romanzo ne è una dimostrazione.

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