Etichette: , , ,

"Questa libertà" di Pierluigi Cappello****

C'è un poeta, in Friuli, uno che oramai è conosciuto, ma forse non troppo.
Si sa... la poesia è un animale forastico, che si nasconde, e quando finisce ingabbiata dalla luce viene distrutta.
Mi vengono in mente quelle jpg penose, tristi, avvilenti, che girano su fb con le frasi estrapolati e manipolate della Merini o della Symborska, (ocomcazz si scrive) o da poeti ancora peggiori, che loro malgrado vengono distrutti così... ecco. Le frasi  peggiori, poi, o se non altro, le più easy, catchy... quelle insomma che da selvatiche si son fatte addomesticare, dando l'illusione di rendere domestico l'intero poeta.
Ora... ecco, Pierluigi Cappello molti di voi non lo conosceranno. Per fortuna, nel senso di cui sopra. 
E nemmeno io, lo confesso.
Mio malgrado non sono un abituale lettore di poesie. Le ho, le ho comprate, molte anche forse le ho lette, ma poi ho smesso. Si va così, con le passioni, non c'è un perché. Mi è rimasta la passione delle parole, però, e questo è un libro che consiglio a tutti quelli che, come me, hanno la stessa passione. 
E' il suo primo romanzo, ed è il primo, nel libro, a essere scettico con questo passo. Fa una similitudine che dopo aver letto il libro assume un senso molto più profondo, ovvero quella di far fare del mezzofondo a un centometrista. Ce la può fare? Sì, ve lo dico subito, il centometrista, se si prende tempo per allenarsi, se lo fa senza la pressione del risultato, o la superficialità del farlo per affari, per il business, ce la può fare. 
Sia i 100 sia i 10.000 si corrono sullo stesso materiale, e questo materiale sono le parole, di nuovo.

Il libro, tra l'altro, ha vinto il premio Terzani, a pari merito, e io dopo aver letto qualche riga dei vincitori di un paio di premi letterari anche più celebri di questo diciamo che sono pure scettico sull'argomento. Non è certo una garanzia di un buon romanzo, diciamo così. In questo caso, invece, lo è.
Il libro, cinque racconti autobiografici che raccontano, in mezzo ai pensieri, vicende e ricordi della vita del poeta prima dell'incidente (schianto in moto a sedici anni). Dall'infanzia all'adolescenza si tesse alcuni fili che stendono ad asciugare altre cose: la Carnia, il terremoto, l'amore e la tenerezza per i genitori, la poesia, un modo e un tempo per concepire il mondo che non ci sono più. E non torneranno, aggiungerei.
Io non so voi, dove siete nati e cresciuti. Io in paese, con le estati dai nonni, e l'unica differenza di essere avvolto dalla pianura, e non dalla durezza e solitudine montane. E' una differenza grande, per certi aspetti, ma per altri mi sono ritrovato. Ho ritrovato anche pezzi della mia infanzia, in queste parole, e forse anche molti di voi le ritroverete. Il mio fiume estivo, dove ci si trovava, si faceva il bagno, c'era una di quelle libertà di cui a dire il vero non si parla più di tanto, in questo romanzo, si chiamava Brodis, ed era di sorgiva, e c'era l'albero su cui mi arrampicavo, quelle stesse sensazioni. Oppure l'enciclopedia, il possederla, il leggerla come fosse un libro, solo che io non ero uno da lettura random, ero metodico, anche perché non l'ebbi, come lui, tutta insieme, comprata a cambiali, ma l'ebbi un pezzo alla volta, comprata quando i miei potevano, privandosi probabilmente di altre cose, e insomma, alla fine sono cresciuto per mesi a semolino e formaggini, e mortadella, ma conosco a tutt'oggi le velocità, le longevità e le dimensioni sugli animali, restando avvinghiato a quella magia che avevano - e hanno tutt'ora, per me - le illustrazioni. Non fotografie, non disegni di qualità.
E mi sono ritrovato in molte altre cose: dalla lettura dei fatti del giorno, sulla famiglia cristiana, per cui andavo pazzo ma potevo leggerli dal dentista, e dalla dottoressa, e odiavo, sì, odio puro, quando un numero la cui copertina sapevo di non aver letto era in mano a qualcun altro. E poi boh, altre cose che non vi sto a dire, ah sì, le paure del primo giorno di scuola a "Udine" che era qualcosa che solo chi l'ha provato ha presente.
Insomma... ad alcuni può stare più dentro di altri, questo libro.

Ma lasciando perdere il concetto di personalità narrativa, vi dico che - soprattutto nella sua prima parte - i racconti sono molto belli perché traspare quella ricerca della parola adatta, quel piacere nel scegliere un termine, piuttosto che un altro, quel costruire le frasi raccontando, sì, e facendolo in modo personale, ma senza scivolare dentro "il modo più bello per dire una cosa" quanto più piuttosto cercando il modo "adatto" e perché no, poetico, senza togliere verità, o sincerità. Poi certo, tutto è filtrato dal senno di poi, scavare nell'infanzia ci regala le sensazioni dell'essere piccoli ma le veste con gli abiti dell'essere cresciuti, e se, come nel caso dell'autore, il vostro filtro è una sedia a rotelle e una lunga e interminata battaglia per arrivare a una certa libertà, be', diciamo pure che avete un setaccio a maglie sottilissime per ripescare i ricordi.
E bene o male è questo che fa, nei cinque racconti. Ridare vita al tempo e allo spazio usando i ricordi. 
Ma basta parlare, ci vuole almeno un esempio e almeno qualche riga, sennò non mi capite.

Cominciamo con l'esempio.
"Il tempo che ci vuole" il secondo brano, è una lettera. Una lettera scritta a mano, una lettera presa come scusa per raccontare un episodio, soprattutto, che getta luce su un altro protagonista dell'infanzia di Cappello. L'episodio è l'acquisto della lavatrice, e soprattutto il come è stata portata, sulla schiena del padre, lunga la scalinata ripidafino all'abitazione, lassù, fra le rocce. E la casa che guarda, che osserva, che benedisce... che ha resistito alle guerra ma presta vedrà la sua fine segnata. Vi riporto un pezzetto, lo riscrivo volentieri. 
Poi, nel solo rumore del ghiaino sotto i piedi, arrivammo in vista della casa, mia madre e mia nonna si fecero incontro e aiutarono a sistemare la lavatrice nel praticello davanti all'ingresso; e mio padre, congestionato e rosso come il bargiglio di un gallo, con quella specie di golgota ormai alle spalle, mostrò un sorriso pieno di pudore come a dire "ma guarda un po' cosa ho dovuto fare". 

Eravamo tutti allegri, tutti stretti intorno alla lavatrice e nessuno di noi si accorse che quel parallelepipedo bianco con un oblò in mezzo, liscio e brillante sotto il sole nel verde brillante del prato, era un'apparizione innaturale quanto il monolite del film di Kubrick.
La troppa luce spogliava ogni cosa della sua verità, quella mezza mattina d'estate; la fatica di mio padre si era dissolta nella calma pulviscolare che ci vestiva tutti, ne restava solo un grumo acido in fondo al mio stomaco, una coda dello spavento di quando l'avevo visto traballare sotto il peso quasi senza reazione.
La grande casa sembrava sul punto di prendere il volo sospesa sul ciglio dell'altura, investita dalla luce, nell'aria, forata da parte a parte dal cantare degli uccelli, che la guarniva tutta e la rendeva leggera e massiccia insieme, come un veliero pronto per salpare.
Bello vero? A me, almeno, piace molto. 
Lo so, doveva solo essere l'esempio e invece vi ho copiato un pezzo. E ora ne vado a cercare un altro. Nel terzo racconto. C'è un motivo, per cui ve lo cerco. Una lezione del master per insegnare in lingua friulana, qualche anno fa, fu affidata proprio a Pierluigi Cappello, atteso e ammirato proprio come un vip, da molti del corso, ma, mi resi conto quasi subito, che era solo un'ansia dovuta a quel poco di fama, a quella luce riflessa che ci accende di fronte al successo, e non so se quell'ansia è stato poi trasformata in qualcosa di vero, che ti entra dentro e ti rimane. Io, invece, che solitamente ho il pessimo vizio di trattare - per pigrizia - tutti allo stesso modo (pessimo) non avevo minimamente colto quell'alterazione, e mi pigliai la lezione come "ecco uno che ci viene a parlare di poesia solo perché le scrive". Perché okay, forse ve l'ho detto più volte, e so di non essere diplomatico, ma tutto quello che là fuori leggo e vedo chiamare poesia è merda, e non ho detto che sia brutta, ma è qualcos'altro, e poesia non è. Sono pensieri, emozioni, cose messe dentro parole dalla voce altrui. Insomma... mi riesce difficile spiegare. E per lo più tendo a farmi dei nemici (per dirne una, non parlo mai di libri di poesia, su questo blog, e non serve che mi diciate che ho un blog di poesia ché non è così, visto che sono solo pensieri sparsi e di poesie, in vita, ne avrò scritte due o tre e ci ho messo mesi, ogni volta). Ecco, comunque, tornando a noi, in quella lezione là, Cappello mi illuminò, nel senso che in poche parole disse esattamente quello che pensavo sulla poesia e soprattutto sull'essere poeti dei più.
Ebbene, li ho ritrovati, questi concetti, e vi spingo, se vi capita di passare in libreria, a leggere dalla pagina 60 e seguenti, fino ad arrivare a questo pezzo, che vi lascio con molto piacere, prima di chiudere.
Non esiste altro lessico se non il tuo, in poesia; e quel lessico deve accordarsi con lo sguardo tuo proprio, deve intrecciarsi alla relazione che il tuo sguardo stabilisce con i tuoi sensi e che i tuoi sensi stabiliscono con il mondo, finché il lessico stesso, le parole stesse, diventano relazione. Un intreccio da cui una forma di verità molto parziale, la tua, si sviluppa e cresce con il tuo respiro.Si tratta di una precisione di linguaggio ineffabile e intraducibile, perché ha a che fare con te stesso e con il rapporto che tu solo, in quel momento, intrattieni con il mondo; una precisione mossa da criteri non verificabili, che molto spesso lancia le sue parole dentro la tua coscienza sfocata, come se fossero una manciata di sonde spinte nel buoi dello spazio alla ricercad i pianeti sconosciuti.
Bene. Basta così, vi ho parlato anche troppissimo e quindi direi che è ora di basta.
Vi dico solo che è una lettura che mi ha dato parecchio, che vorrei parlarvi anche dell'ultimo racconto, che racconta il calvario durante e dopo l'incidente, e del modo curioso in cui questa storia si intreccia a quella di questo libro, con due modi diversi e simili di cogliere la libertà della letteratura, la libertà di lettura, e alla fine, di scrittura.

2 commenti:

  1. Ovvio che l'ho ordinato, mi piacciono le biografie che sono legate al nostro passato, specialmente che narrano di fatti di ieri, ma diventati, col mondo che corre non si sa verso dove, antidiluviani. Sono curiosa e tu lo sai il perché: anni fa scrissi il muro dietro la porta, che forse tu non hai letto.
    Il mondo di Cappello è anche il mio visto al femminile. Sono curiosa, il pezzo che hai postato mi intriga.
    Bello il titolo. Allora c'era la libertà
    Elisa Sala

    RispondiElimina
    Risposte
    1. spero proprio ti piaccia, io l'ho trovato un gran bel libro.

      Elimina