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I Maestri del Colore, 8: Botticelli

Dovrei scrivere altre cose, nevvero, o forse semplicemente andare a fare la rulette russa con la bici sugli incroci, ma piovicchia e allora leggerò a pizzicotti e bocconi questo numero 8 de I Maestri del Colore.
Mi piace, questa cosa. Mi piace più la vita e le vicende, che la parte prettamente artistica, ma vabbè, sono uno scrittore, mica un pittore, è abbastanza logico.
E insomma... al prossimo numero c'è il mio amato Modigliani, ma prima mi tocca e vi tocca sopportare l'inflazionatissimo Sandro Botticelli, classe 1445, che di cognome farebbe Filipepi, e non sarebbe andato da nessuna parte, se non si fosse pigliato il cognome del fratello maggiore (il Botticello).
A Firenze, poco prima di lui, c'erano il Verrocchio e il Pollaiolo, che sembrano in verità due malattie infettive poco piacevoli ma erano pittori, credo, e lo segue il Leonardo, che no, non sembra per nulla una malattia.
Entra nelle grazie dei Medici (la famiglia, eh, non curano verrocchi e pollaioli) ancora prima dei 30 anni, e dipinge i congiurati della congiura dei pazzi, da appendere qua e là.
Certo, opere più conosciute sono altre, come la famosa adorazione dei magi, e direi che comincio da qui, a farvi vedere un po' di colori.

La cosa più curiosa, comunque, della vita del buon Sandro, cessata nel 1510, come ieri, 17 maggio, è che ha chiuso in povertà di fama e di stimoli. E direte voi, grazie arcazzo, la Firenze cinquecentesca era dominata dagli ingegni di Leonardo, Raffaello, Michelangelo, e altre tartarughe ninja, ma non è per questo. Diciamo che, lui, coccolato dai Medici, vive sì intorno a Lorenzo il magnifico, ma abita da Simone, il fratello, ardente seguace del Savonarola, del quale insomma... non è che puoi esser cieco del tutto e non condividere i precetti e le stigmatizzazioni della corruzione e blabla. La tranquillità pittorica, con la messa a morte del frate, diciamo pure che viene un po' a mancare... bene o male, sei l'autore del puro e delle favole profane, ma le dipingi a casa del lupo cattivo. Quindi, in conclusione, non lo cagava più nessuno, a fine vita, benché fosse stato l'autore di due o tre opere che anche le formiche zoppe delle terre calcaree del mondo immaginato da una zecca moribonda del mio giardino conoscono.
Quali?
Suvvia, non siate sciocchi.
La primavera, tanto per cominciare, del 1482, che trovate agli Uffizi, che è una tempera su tavola, e che vi hanno rotto le palle a partire dalle medie perché ne sappiate l'allegoria, che io non ho voglia di ripetervi. C'è wiki, per certe cose. Certo è che è il secondo risultato su Google, e se arrivi a tanto con una parola chiave come primavere, be', sei un figo.
A fare il paio con la Primavera, ovviamente c'è l'altro, iper citato e inflazionato, ovvero La nascita di Venere, che stavolta è risultato numero uno su Google per la parola Venere, e chiaramente io ve lo metto, ma farei volentieri a meno. Non ne possiamo più, di questi Botticelli, questa è la verità
Se non altro, qui, è meno interpretabile la fonte, che pare - ipotesi fatta anche per il precedente - saltar fuori da poesia del Poliziano
che vi riporto, che male non può fare:


« Una donna non con uman volto

Da' Zefiri lascivi spinta a proda
Gir sopra un nicchio; e par che 'l ciel ne goda
Vera la schiuma e vero il mar diresti,
E vero il nicchio e ver soffiar di venti:
La dea negli occhi folgorar vedresti,
E 'l ciel ridergli a torno e gli elementi
L'Ore premer l'arena in bianche vesti,
L'aura incresparle e'crin distesi e lenti:
Non una, non diversa esser lor faccia,
Come pare che a sorelle ben confaccia »


Ma torniamo al mio Maestri del colore. Vado a leggere...
Vedo che la parola chiave è linearità. Ricerche linearistiche che cominciano con Lippi, il suo maestro, che era meglio che continuasse a dipingere, e proseguono con lui. Si vede la variazione, mi si dice, soprattutto in due lavori che anche questi non è che son sconosciuti. Il San Sebastiano e Fortezza.
che io vi metto qui sotto e arrangiatevi voi a cercare le "linee che si rincorrono, si annodano e si sciolgono con ritmi lentissimi".
Poi? poi, dopo la Primavere viene chiamato a Roma, per dipingere nella cappella Sistina e non fa cose memorabili, probabilmente perché l'ambiente romano non gli dà quel grande salto di qualità e di stimoli che dovrebbe. Ne esce, per dire, questo qua:

Ovvero La punizione dei ribelli, anche se a farsi notare sono più i particolare, che i lavori nel loro insieme.
Tornato a Firenze riprende a dipingere nei tondi, che a quanto pare gli gustano assai, in particolare quando deve tirar giù delle Madonne, come quella della melagrana e quella del Magnificat, che non mi costa mettervi anch'esse qui sotto...

Poi possiamo dire che il Botticelli ha illustrato anche la divina commedia. Curioso vero?
Ecco qua come lavorava, per esempio, anche se mi sembra che ci siano un centinaio di illustrazione. e forse, siccome mi sono rotto di questo post, la Errani s'è fatta male, delle partite non mi interessa, del giro nemmeno, fuori sta per uscire il Sole, direi che potrei prendere per buona una di queste illustrazioni, per il mio solito raccontino sui quadri, che poi, alla fine, era meno peggio di quello che pensavo.






Ecco, dai, scegliamo un disegno di questa Divina... un bel diavolo, Belzebù, ideato per l'ultimo canto dell'inferno, il XXXIV. Vediamo cosa mi viene in mente, mentre vado a vuotar la lavatrice...


Talento
Il tratto era ancora incerto, ma la matita filava spedita a tracciare una demoniaca creatura.
Beatrice guardava ammaliata il figlio, al suo primo disegno.
Il foglio, sudicio e stropicciato, portava ancora l'orma circolare di una qualche tazza, ma la testa cornuta che il bambino aveva rappresentato distraeva dalle imperfezioni. C'erano ossa come impalcatura per un'ala di pipistrello, enorme e fiorita d'occhi; un torso villoso; mani scheletriche ad accompagnare in gola un corpo umano, scalciante. Due altre teste, snobbate nel dettaglio, spuntavano ai lati del collo, incattivite. 
La donna sospirò, osservando l'espressività malinconica dello sguardo, poi fece una carezza al suo piccolo ometto, su ognuna delle teste, guardandolo mentre si sorrideva tre volte, davanti allo specchio. 

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