Etichette: , , ,

I Maestri del Colore, 7: Rubens

Okay, questi post mi rilassano. Cerco quadri, leggo cose...
Scopro cose, soprattutto, che mi dimenticherò, ma mi va bene così. 
Per esempio Rubens, che credo, non so, ma in me c'è quest'associazione intima, si associ sempre ai putti, agli angioletti. Non so se ha un senso o meno.
Lo scoprirò sfogliando questo numero 7 dei Maestri del Colore, dedicato appunto a Pieter Paul Rubens.
Avete capito bene sì, Pieter Paul, si chiamava. Cose che si ignorano quando uno finisce per perdere i nomi e diventare il proprio cognome.
Ordunque... che dire di lui?
Un tedesco del segno del cancro, 28/06 del 1577, che però è olandese, e là tornerà, con la madre - è lei la Rubens - ad Anversa, dove apre la prima bottega tutta sua nel 1598. Ventanni, insomma, e ha già i discepoli.
Nel 1600 viene in Italia, e diventa pittore di Corte a Mantova, dai Gonzaga, mica buffole. Da qui al 1608, anno in cui torna a veder crepare la mamma, ad Anversa, gironzola e dipinge a Roma, a Madrid, a Genova... insomma, si dà da fare. Da queste parti non tornerà mai più, anche perché diventa pittore di Corte in Olanda e arriva ad avere (1611) un centinaio di allievi da respingere. Lavora per lui, per dire, anche Anthonis Van Dyck. Verso la fine dei '30, curiosità, si mette a fare il diplomatico.
Poi, una volta crepata la prima moglie Isabelle, nel 1626, si sposa con una di 16, Hèlene, che insomma, chiamalo scemo. Che poi, nell'ultimo decennio di vita, soffre di gotta alla mani e questo lo condiziona un po', fino a farlo crepare, il 30 maggio del 1640. 
Alla fine, insomma, vita media e nessuna bella curiosità da segnalare.

E della sua arte, che dire?
Beh... io non ne vado pazzo, anzi, posso pure dire che certi suoi lavori mi lasciano assai indifferente. Ciò è cosa ovvia: lui esalta i concetti di Virtù, Onore, Grandezza, Gloria, soprattutto se declinati in ambito religioso, e insomma... non sono cose che fanno per me. Mi si dice, qui, che l'essenza della pittura rubensiana è questa, e che va interpretata come una grande opera conservatrice nell'evoluzione dei destini dell'Occidente.
Secondo me questa frase non vuol dire un cazz, ma è bella e ve la riporto.
E oltre a riportarvela cominciamo anche a lasciarvi qualche suo quadro. Roba non convenzionale, ovvio, per smentire l'idea di Rubens pittore del sacro e dell'armonia.
Ecco questa medusa. Bella eh?
A me piace soprattutto quella salamandra e i serpentelli che si litigano. Molto simbolica, tra l'altro, questa vita priva della testa che si dirama in altre cose, quasi impazzita. Vabbè, torniamo a noi, anzi, torniamo nel 1600. 
In Olanda, l'arte era al servizio della realtà quotidiana borghese e in tutta Europa, pare, solo Rubens riusciva a fondere "la tradizione religiosa del Medioevo, la cultura figurativa dell'Umanesimo, la idealizzazione allegorica cara alla Monarchia" in una unità che non sminuiva nessuno dei tre elementi. Per questo Rubens, oltre a molte scene bibliche, dipinge anche molta mitologia, dedicando molta della sua vita allo studio, all'imparare cose. 
Per imparare, tra l'altro, si copia, e lui esegue molte copie: statue lignee dei tempi di durer, incisioni fiamminghe dei tempi bruegeliani e pure le tombe burgunde (non che io sappia come siano fatte). Anche in Italia, copiava, ed è simpatico pensarlo -  come effettivamente faceva - in giro con fogli e matita a fare schizzi di tutto ciò che vedeva.
Altro quadro?
Ecco qua, vi lascio un paio di leoni e vi racconto di come lavorava Rubens.
1) schizzo a penna della prima concezione del quadro
2) schizzo a olio con il pennello a mo di bozzetto
3) miniatura a olio che gli elementi essenziali del quadro, da mostrare al committente (e pure gliela lascia)
4) se va bene, studi particolareggiati a matita di singoli dettagli
5) i discepoli riportavano tali studi sulla tela/tavola o quel che è
6) Rubens dipingeva l'opera, e siccome aveva un sacco di discepoli, poteva fare molte copie, di un quadro (e immagino scegliere quella che più gli aggradava). 
Anzi, vi dico anche, mentre vi metto un altro quadro che mi è piaciuto, pieno di cruenza, che in una lettera scritta in italiano (cioè, sì, scriveva in italiano, se gli serviva) lui distingue tre tipi di opere
a) interamente di sua mano
b) ritoccate da sua mano
c) interamente di discepoli (ma sempre su sua struttura e particolare).

Poi? 
Che vi devo dire prima di scegliere un quadro da utilizzare per scriverci il  solito raccontino...
Mmm... che sono palesi le suggestioni caravaggesche? Che dovrei dirvi della luce e della corposità del colore? Naaa. Non voglio annoiare nè voi nè me.
Vi lascio qualche quadro, sempre scelto a caso tra quelli che mi piacevano, e non tra i maggiori per fama, ma diciamo così, che mi hanno stuzzicato qualcosa. 
A voi...


A, prima del quadro del racconto aggiungo questo, che è anche un quadro fatto a uncinetto, se non erro, che avevo in casa fin da bambino, e che mi ha sempre inquietato assai. 
Ma veniamo al quadro che ho scelto per farmi venire in mente un racconto, per andare avanti con quel bellissimo post di raccontini da quadri. Non so perché, non è sconosciuto, anzi, ma ha qualcosa di estremamente magnetico e furbetto, lo sguardo che ti lancia il satiro (e vorrei ben vedere, direte voi). Anche l'altro che beve, è un satiro, ma il profilo non è affascinante e l'occhio abbassato lo fa ricadere in sé, come a disinteressarsi di noi. Quello lì, invece, con quelle corna e quel naso rubizzo... cosa avrà mai combinato? E' un olio su tavola datato 1618-19, 66x76. 
Vediamo cosa mi viene in mente...

Celie
C'era un momento, un istante preciso, nel sentiero luminoso del suo ubriacarsi, in cui l'occhio da bonario si faceva furbetto, il rossore dilagava in volto e un sorriso forastico, dall'irta selva dell'arricciata barba, ti bucava il cuore e ne rubava un battito, uno soltanto, lasciandoti stranito e confuso, a immaginare quale ennesimo scherzo aveva appena architettato ai tuoi danni. Lo odiavo, per questo. A tal punto da celare tra i suoi lassativi una pasticca d'aconitina, alla vigilia di quel pirotecnico carnevale in cui, ornato d'edera e pelli mal conciate, si era proposto di sciogliere i purganti nei cocktail d'ogni invitato, compreso il mio. 
Adesso lo odio di più, lo prendo a pugni per interi giorni, inutilmente. Non riesco a trovare pace.

1 commento:

  1. Direi che il tuo raccontino è adatto allo spirito di Rubens, qualsiasi cosa questo voglia dire. :P
    Ciao.

    RispondiElimina