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I Maestri del colore, 5: Correggio

Ci sono tre personaggi che conosco, con questo, di Correggio.
Il primo lo conoscete tutti, ed è Ligabue, che lo sappiamo, era meglio continuasse a dipingere anche lui, invece che a cantare, ma forse non è vero nemmeno questo... insomma, il primo disco è stato decisamente bello, e Buon Compleanno Elvis è entrato nelle giovinezze di molti di noi.
Poi mi sono appassionato alla storia di Leonarda Cianciulli.
Un racconto, ho scritto, che è entrato in una raccolta di cui nemmeno ricordo il nome, e che ricordo ancora con piacere.
Forse potrei riproporvela, qui sul blog, la storia della saponificatrice di Correggio.
Il pittore, alla fine, non lo conosco che per il nome.
Appartiene a una di quelle epoche di cui non mi interesso quasi mai, perché per quanto ci provi, a me sembrano tutti uguali e non emozionano, questi quadri.

Ma vediamo di trovarci qualcosa, assieme a voi, di questo Correggio. Tanto per cominciare il nome, ché mica penserete si chiami come la città da dove viene. Si chiamava piuttosto l'ex allenatore succube del Milan, di cognome: Antonio Allegri, nato all'incirca (eh sì, a quanto pare, date precise, niet) nel 1489.

Se seguiamo le parole del Vasari, pare che fosse un poveraccio, ma visto che tutto ciò che si sa delle sua vita viene spesso da ricevute per acquisti ecc. pare che no, non sia proprio così.
Data interessante sembra essere il 1517 o poco dopo, quando un viaggio a Roma gli fa cambiare di parecchio stile. Si sposa con una che si chiama Girolama e chiama il figlio Pomponio, dipinge a Mantova, a Roma, a Parma... sempre, ovviamente, Cristi e Madonne in giro per cupole e absidi, anche se qualche carta fa capire si sia occupato anche di architettura. Eccezioni al sacro sono, verso fine vita e carriera (morto piuttosto giovane, pare, il 5 marzo del 1534) sono gli Amori di Giove, eseguiti per il Duca di Mantova.

Artisticamente è interessante pensare alla vicinanza alla Mantova del Mantegna, che poi, gli affresca pure la Cappella funeraria, oltre che gli evangelisti. Il vero rinnovamento espressivo pare lo compia dopo il 1520, con 'sta storia del viaggio a Roma che prima viene ignorata ma poi si riconosce. 
La Camera di San Paolo, è ciò che va guardato, sedici spicchi con dentro un ovato aperto e bla bla bla... ve la faccio vedere va: 




Non male dai, va detto che è davvero un gran lavoro, anche per me che son di altri gusti. Se vado a Parma vado a vedermela, mi devo ricordare.
Leggo poi che vi è un'altra opera da cagare: la Visione di San Giovanni a Patmos, che è originale per come sono disposte le masse nello spazio, e guardandola non mi sento di dissentire... molto onirica, e dài, devo dire bella sì. Guardatela anche voi. 


Qui siamo nella cupola di San Giovanni, sempre a Parma, dove anche dovete andare a guardarvi i dipinti del Duomo, anche se la maggior parte li trovate in giro per il mondo, a cominciare dagli Uffizi... Ma io ve li metto qui sotto:




E arriviamo, per chiudere, con il capolavoro. La cupola del Duomo di Parma, appunto. Qualcosa che ti fa sembrare che abbia detto: "okay, ragazzi, fino adesso abbiamo scherzato, ora facciamo sul serio." .
Diciamo pure che dà dei punti a molti di quei writers che magnifichiamo sul faccialibro perché si divertono a prendere per il culo la prospettiva... Okay, son tutti santi e madonne, ma se non è un paradiso questo... Devo andare a Parma va, mi sa che son cose da vedere.





Finita qua? No, ci sarebbe da guardare la Madonna di San Gerolamo, che sarebbe un altro capolavoro... ma non è che vi posso mettere immagini a manetta e se volete vi ho messo i link. E per il solito raccontino, cosa scelgo? Ero indeciso tra la lussuriosa Danae, che si fa incintare da una pioggia dorata, il lussurioso e bellissimo Giove e Antiope, e invece quello che ho scelto, Il ratto di Ganimede.


Madri
La presero in tanti, feroci, affamati, luridi, i membri sudici strofinati contro le divise grigioverdi. L'abbandonarono tra gli sterpi dopo averle spaccato i denti, con il calcio del fucile, per prendersi quello che anche con la forza era pericoloso avere. Il frutto dello scempio attecchì al suo ventre e lei l'odiò e l'odiò, malgrado l'incantevole bellezza. Quando trovò il coraggio, lo abbandonò ai cani randagi e si nascose, attendendo che la sua condanna fosse sbranata. 
Si impiccò a un ulivo, convinta che l'aquila gigantesca che aveva salvato suo figlio fosse stata mandata da Dio, per punirla. Mentre rantolava, scalciando l'aria, un'altra madre, nel nido tra i monti, nutriva la sua prole. 

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