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"La città eterna" di Antonio Scurati**(*)

Tanto bene comincia, e si sviluppa, questo racconto della serie dei Corti di Carta, n° 18 di quella che ho capito essere la seconda serie, quanto fastidiosamente e frettolosamente si conclude.
Peccato, peccato perché la serie di allucinazioni che cominciano ad accadere a Roma, all'interno del Colosseo, dove alcuni turisti vivono come se vere fossero, scene cruentissime e storicamente valide.

Ecco, le descrizioni delle allucinazioni sono molto belle. Per due motivi, primo perché in effetti Scurati ha un bel modo di descrivere, secco ma non veloce, accurato ma non noioso, e soprattutto con un buon lessico, ma che non è pomposo o inutilmente ricercato. Due, ed è il merito principale, vedere che veramente, a Roma, all'epoca, 70.000 persone assistevano a tali strazi fa davvero impressione. E non lo dico tanto per l'orrore e il sadismo degli spettacoli, quando per la fantasia e la mole di lavoro e sforzi che organizzare un simile spettacolo richiedeva. Dagli elefanti ai leoni alle centinaia di bestie e decine di schiavi... insomma, ma quando erano fuori, i romani?

Ma lasciando stare le considerazioni storico-sadiche, con l'intervallo tra gli spettacoli del mattino e quelli della sera fatto di Tizio che insegue Caio con la spada, lo ammazza, poi danno la spada a Sempronio, che ammazza Tizio, poi arriva Mevio ad ammazzare Sempronio e via così per decine di volte. Quello che poi comincia a divenare discutibile è l'entrata in campo dei due Moulder e Skully della Cia, figure molto stereotipate e quasi macchiettistiche, che sostituiscono al logoro schema di poliziotto buono - poliziotto cattivo quello di poliziotto scettico - poliziotto con fede. Ma fede di cosa?  Fiducia che le allucinazioni siano vere e frutto di un qualcosa di misterioso ma vero, e non di pure e semplici costruzioni mentali dei soggetti, suggestionabili, ma costruite sulle loro conoscenze pregresse. 
Perché sì, si tira fuori, un po' senza essere troppo chiari nella spiegazioni, ma questo ci sta, visto che il nostro personaggio fa ricerche per conto suo, il discorso di sfruttamento di medium e visionari per scopi militari e connessi, il che è idea affascinante. Quello che stona, però, è l'idea di aver messo troppa carne al fuoco, e poi non aver chiuso degnamente. Il finale, infatti, tenuto conto che c'è anche una visione di puttana dell'est ammazzata (più o meno con la stessa crudeltà romana) è tirato via e fin troppo banale, come se una frase soltanto potesse chiudere tutto e lasciarci angoscia. Invece ci lascia dubbi e dubbi e ci fa non credere a niente della storia.

Se infatti io lettore ero molto curioso e attirato, da questa fedeltà filologica delle visioni, con il finale, che non vi dico, ho rimesso in discussione tutto ciò che avevo letto, e non ci ho creduto più. Inoltre, ho avuto dubbi anche sulle visioni, visto che, per dire, c'è un elemento di infedeltà, (da un identikit disegnato, per altro) come posso pensare che non sia un errore e sia invece ciò che confuta decine e decine di casi corretti precedenti? L'agente della Cia, evidentemente, è una deficiente... o così mi è sembrata. :)

Alla fine dei giochi che vi devo dire... Il libro è bello e la lettura vale la pena, ma ti lascia un non so che di fastidio, niente di grave, eh, se non altro, almeno so qualcosa di più sugli spettacoli che si tenevano al Colosseo, e sono più colto. :)
E siccome sapete che queste letture (e tra l'altro ho capito che questa è la seconda collana, e non la prima) sono inutili ma io cerco di condividere con voi qualcosa di bello lo stesso, ecco un Turner del 1820, che ritrae il Colosseo. Figo eh? :)

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