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"Cosa fare da grande" di Baio I. - Meloni A. O. (epub)***

Ma io ho il cuore tenero, e con la gente gentile cedo, spesso.
E succede che mi scrivano per propormi di leggere un epub, e qualcuno, davvero, a volte è più convincente di altri.
Angelo, per esempio, che credo sia lui ad avermi scritto per propormi una lettura di questo libro...
E poi, ai miei dubbi sui tempi per leggere, che non ho, mi ha risposto qualcosa del tipo: Oh senti, non mi frega un cazzo, io te lo mando lo stesso l'ebook perché mi fa piacere, se poi lo leggi okay, sennò pace.
(probabilmente non ha detto "cazzo", ma era come se)

E io, poi, per caso, devo essere incappato in un articolo, credo questo di Panorama, in cui si parlava proprio di questo libro.
Un libro di scuola, ma non di scuole, e certo, direte voi, col lavoro che fai, tipo che fai le lezioni per i maturandi, ti dovresti ben chiedere come mai proprio a te lo volevano dare, questo libro che parla, alla fine, di scelte scolstiche per il futuro.
E insomma... mettete poi che, non so come, ho cominciato a prendere questo vizio di leggere in macchina. Certo, rischio la morte con sbandate contro camion e corriere almeno due volte al giorno, ma di qualcosa bisogna pur morire no? o era vivere? :D
Vabbè. non importa. Va bene così.
Resta che, leggendo che questo libro ha 120 pagine e che, alla fine, doveva essere ironico e far ridere e io forse avevo bisogno di qualcosa di leggere di questo tipo mi sono deciso e l'ho ficcato nel lettore (anche se ho cose vecchie di anni che dovrebbero essere lette e non mi sono mai preso la briga di).
Ho fatto bene?
Alla fine sì. Ha pregi e difetti, certo, e non mi sento di magnificarlo ma nemmeno di criticarlo. Si può dire che è un libro carino.
La storia è semplice: uno studente turco inventa il Futurometro, un aggeggio che prevede il futuro delle persone e in particolare degli studenti, permettendo, e quale migliore beltà, di indirizzarli sulla strada giusta, sulla loro via che permetterà di esprimere al meglio le potenzialità. Basta geometri che fanno i domatori e ingegneri che fanno i clown. Ogni ha la sua strada, e se uno la trova, contento lui contento tutti. E allora ecco che dopo i mlti Paesi del mondo arriva anche l'Europa, e anzi, proprio l'Italia, che sceglie - dopo immani calcoli - la scuola Attilio Regolo dove sono iscritti, tra gli altri, Guido Serra e Gianni Pennisi (o posso aver confuso i nomi eh, ché lho fatto per tutto il romanzo)
Bene... un bullo e una piattola uniti da simbiosi che li porta a essere il terrore della scuola, assime però ad altri bulli che ricordano i gemelli Derrick di Holly e Bengji, a un manipolo di genitori tra i quali si celano le mamme, specie terribile che annovera tra di sè puttane ed egoiste, invidiose e maligne (o meglio, son tutte così, con tutto).

E niente, la trama è tutta qui. Si racconta con molti flashback del futurometro. Dei festoni, della preside, del ministro dell'istruzione, del bidello e della bidella e dei bambini, ovvio, soprattutto i nostri Gianni e Guido. Ricorda tantissimo, per farvi un'idea, il Benni dei primi libri, degli eccessi e delle situazioni surreali. 
E' rivolto, ma non del tutto, ai ragazzini, certo, anche se qualche parolaccia o sporcaccioneria tenta di fare ridere con non troppo stile e magari lo rende adatto non proprio per quelli dell'età di cui parla ma per quelli poco più grandi 8tipo 13-14 in su).
E' surreale, tutto e ovunque, con situazioni sempre un po' oltre l'assurdo che stigmatizzano le magagne della nostra struttura sociale e, soprattutto, di quella scolastica. Si va dalla maestra arrivista, alla preside malata di ordine sociale, al bidello risolvi problemi, alla bidella zitella mano pesante, alle mamme arriviste, allo stagista eterno, al ministro dell'istruzione inutile, all'inventore pazzo che diventa ricco e paladino del kitch... e ai bambini, unici monelli sinceri, anche se inverosimilmente terribili.

Difetti, anche, vi dicevo.
La strategia dei nomi simpatici e assurdi non sempre paga, perché dopo un po' si tende a confondere e perdere di vista i personaggi che sono un po' troppi, o meglio, la gestione fatta soprattutto di analessi e parentesi (direi che è 50-50 tra vicenda raccontata e altre cose) rischia di portare a non affezionarsi a nessuno. Guido e Gianni escono di scena e rientrano dopo talmente tante pagine che non ti ricordi più nemmeno chi è il bullo e chi è la piattola. Insomma... la struttura, fatta quasi a episodi, che nascondono una trama brevissima, non è proprio una carta vincente e forse una riduzione dei personaggi avrebbe permesso di affezionarsi di più a chi di dovere. Alla fine, per dire, Bayraktar, l'inventore del futurometro, è tra quelli che ti rimangono in testa di più, mentre altri, introdotti (e no si fa) nelle ultimissime pagine, sono spettri di cui non rimembro nemmeno il nome.
Veniale, comunque.

Alla fine è una sorta di divertissment, e l'estremo non sense delle situazioni ne attenua di molto le mire accusatorie contro un certo "provincialismo" italico, ma permette anche di leggerselo senza troppe paranoie. Quindi? Quindi okay, è un libretto (forse un po' troppo caro in ebook) che si può leggere e goderne con leggerezza. E io, per lasciarvi un'idea di quello che è, chiudo con un estratto, preso assolutamente in modo casuale, ché tanto siamo lì un po' dappertutto. :)

Trovata! Una tra le parti che mi è piaciuta di più. La retrospettiva sull'inventore del futurometro, con tanto di aula universitaria dove, presagendo la fine di tutto, finiranno per trombare come ricci. A proposito, voi, ingegneri all'ascolto... siete mai riusciti a risolvere il cubo di Rubik :D
Volkan Kursat Bayraktar sudava a fiumi e si diceva: “Vado o non vado, vado o non vado”. Fino a quando dovette dirsi: “E che cazzo. Vado!”. Preso un bel respiro, contò fino a dieci per la decima volta e allo scoccare dell’ultima cifra mollò lo spaghetto di liquirizia sul futurometro e spalancò i battenti con le suole.
Era cianotico, con gli occhi spiritati, e aveva sul petto una voluminosa scatola bianca circondata da un groviglio di cavi, cavetti e circuiti. Il ragazzo aveva provato il futurometro su se stesso e si preparava a vivere una scena di cui aveva appena conosciuto il finale. Il suo marchingegno non solo era in grado di prevedere in quale disciplina l’esaminando si sarebbe potuto cimentare con maggior successo, ma era capace di riassumere la scena della scelta, dell’illuminazione, il momento in cui ogni cosa sarebbe stata chiara, il futuro spianato e per questo inevitabile. Questa scena, quindi, lui la conosceva già. Non nei dettagli, ma di sicuro nell’impianto generale. Per il resto sarebbe andato a braccio.
“Lo sapevo”, pensarono in un coro silenzioso gli studenti e il prof.
“Stronzi…”, pensava Volkan, “adesso ve la faccio vedere io”.
Il giovane avanzava circospetto, un passo dopo l’altro, ripromettendosi che per prima cosa avrebbe perfezionato l’imbracatura. Il futurometro pesava una quarantina di chili e se lo era allacciato al tronco con legacci ed elastici tesi dietro le spalle e fin sulle cosce, che lo costringevano a un’andatura dondolante.
L’aula non respirava.
Gli studenti in apnea, sbalorditi.
Volkan ciondolò verso la cattedra, la raggiunse in dieci, interminabili secondi e sir Anthony Halifax Person, già membro del King’s College e vincitore di una medaglia Fields, ebbe il tempo di sollevare la sua ventiquattrore, riporla sulla cattedra, aprirla, trarne un pacchetto di salviette usa e getta, consumarle tutte nel tentativo d’arginare il sudore sulla sua fronte, non riuscire a smettere di pensare le seguenti quattro parole: È. Un. Fottuto. Kamikaze.
Pure Volkan era senza fiato e si teneva il petto sfiorando i pulsanti luminosi che gli si stendevano sul torace. Sembrava che fosse lì lì per dire qualcosa di estremamente importante e definitivo.
– Calma, ragazzo, non precipitiamo le cose.
Tra i bottoni e le levette di cui disponeva Volkan, sir Anthony temeva in particolare quello rosso, il più grande. Lo temeva a tal punto che evitava in tutti i modi di guardarlo, terrorizzato dall’idea che Volkan non aspettasse altro che un pretesto. Ma per quanto si fosse sempre vantato al circolo d’essere il rabdomante dei bluff a teresina, il pulsante rosso lo costringeva a vedere un piatto che prometteva una vittoria amarissima. Gli studenti, pur sapendo che quello sarebbe potuto essere uno degli ultimi istanti della loro vita, contemplavano con soddisfazione le grasse perle di sudore che scivolavano fino al mento del prof e piovevano sulla cattedra. Che fine avevano fatto le sue battute sprezzanti? Perché non ci provava, a mettergli un’altra F, al turco? In fondo se l’era cercata. Qualcuno arrivò addirittura a pensare che, se proprio non se ne poteva fare a meno, morire a vent’anni era tollerabile, pur d’assistere all’annichilimento di quel pezzo di merda. Fuori dal coro, Antonino Capomolla, originario di Mesoraca in provincia di Crotone, cervello in fuga dalle Calabrie, disse: – Io non ci volevo venire qui, – e si fece il segno della croce.

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