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"Il giorno in cui Gabriel scoprì di chiamarsi Miguel Angel" di Massimo Carlotto***

L'altra sera non ho dormito niente. Non è colpa di questo libro, eh. Non potrebbe mai esserlo perché essendo uno dei Corti che sto via via leggendo al posto del libro pesante dura sì e no 60 pagine.
E non potrebbe mai esserlo perché, in effetti, anche se gli riconosco alcuni meriti, mi ha, alla fin fine, lasciato un retrogusto di insoddisfazione.
Fatto sta che poi, dopo averlo letto, senza nemmeno addormentarmi, mi sono messo lì beato, mi è uscita una poesia, e poi boh, ho cominciato a non dormire, ma era presto per alzarsi, e allora ho continuato a non dormire, e tra le altre cose pensavo anche che non riuscivo a capire quanta irritazione del libro mi fosse stata data dai contenuti - e quindi dalla realtà delle cose - e quanta dal come sono raccontati.
Eppure, mi dicevo mentre il cd di Dylan stava finendo, e quindi era passata un'ora, eppure non è un brutto libro, ma perché mi suona di falso?
Boh...
Vediamo, magari la situazione mi si chiarisce.
Cominciamo col dire una cosa. Questo libro parla dei desaparecidos argentini, delle Abuelas, di plaza de Mayo e a quanto ho letto da qualche parte, è una storia vera, a ispirarlo.
Okay, posso crederci, anche perché ahime, non è una storia delle tante.
Triste a dirsi ma non è che sia una valorizzante, essere tratto da storia vera. 
Quando pensi alle ditta(tor)ture, ai militari, ai soprusi, ai martiri della libertà, credi davvero che ogni cattiveria sia possibile. E qui siamo in quest'ambito, sì.
E il titolo, una volta detto di cosa si parla, diventa molto meno misterioso e accattivante. Sai già dove si vuole andare a parare.

Vi dico subito una cosa. Una qualità del libro è il suo essere formativo, di essere adatto al suo target. 
Insegna la storia e dice cosa sono desaparecidos e abuelas ecc. e lo dice, per fortuna, senza troppi spiegoni, seguendo il filo della vicenda.
Ah, già, la vicenda. Vi copio la trama da libbbbreria uni:
Argentina. Gabriel ha 18 anni. Un giorno, navigando su Internet, scopre che il padre, ufficiale della marina, è accusato di essere un trafficante di bambini. Il ragazzo, sconvolto, si reca nella sede delle nonne di Plaza de Mayo per cercare informazioni. Si trova di fronte delle vecchiette miti ed affettuose che gli fanno capire che potrebbe essere figlio di desaparecidos e quindi adottato illegalmente. Macerato dal dubbio, si sottopone all'esame del DNA e scopre di essere nato in un campo di concentramento da una donna scomparsa durante la dittatura. Da questo momento Gabriel inizia un percorso di riappropriazione della propria identità che parte dal suo vero nome: Miguel Angel.
Ecco. Capite come me che fa bene, imparare e delle cose, ai ragazzini. Certo, andrebbe capito quali ragazzini. qui si dà età di lettura dai 14 anni, su feltrinelli mette 6-10. No, io direi senza dubbio dai 10-12 in su, non prima. Alla fine, anche se trabocca di visione manichea e di nebbia sulle cattiverie, dice pure sempre che buttavano la gente viva dagli aerei dopo allegre torture con la picana, pur senza minimamente far intuire quanto era dolorosa.
E allora perché non mi ha soddisfatto del tutto?
Forse perché, a pelle, sembra una storia costruita con wikipedia, che non riesce a dare quel pathos e quel realismo di altre. Non so... ho quasi sentito una sorta di "okay, ti devo dire questa cosa, così la impare, questa parola, così la impari"... insomma, non tanto da portare alla non naturalezza, ma ecco, non si è resa per nulla giustizia alla crudeltà dei fatti. Se i simpatici militari di Videla ficcavano un cucchiaio fra le gambe e un elettrodo fra le chiappe e ti facevano venire le convulsioni a forza di scosse, beh, ecco, non è che basta dire "li torturavano".
Sembra quasi che fossero torture in punta di piedi. In cui si moriva, sì, ma senza grida e ossa rotte.
Dite che è una critica stupida? Boh... sarà, ma a me ha fatto questo effetto.
Gli stessi comportamenti di Miguel, che nonostante la crisi di identità estrema e profondissima sembra avere sempre reazioni quasi misurate, senza mai metterci la forza fisica per prendere a pugni qualcuno seriamente (anche sua nonna, per dire), dicevo, i suoi comportamenti, o quelli dei fratelli (che porcocan, 'sto stronzo gli ha pur sempre rovinato la vita, andando a muovere cose che era meglio lasciar tacere con un DNA non richiesto) sono fin troppo educati. Manca la rabbia, ecco cosa manca.

Ci sono cose però che mi sono piaciute. La zia adottiva di miguel, che per fortuna sfugge un po' allo stereotipo del bianco e nero ed è un personaggio bianco dalla parte dei neri, il che lo fa un po' grigio. Poi che dire? Ah, che il tema da affrontare era estremamente difficile, e quindi, alla fine, Carlotto se ne esce bene, viste soprattutto i destinatari della storia. E mi è piaciuto che la scrittura sia senza tante menate e semplice.

Riflettevo tra me e me: immaginatevi a doverci scrivere un romanzo? Cioè... 18anni e scoprire in un giorno solo che: a) sei adottato b) tuo padre è torturatore e assassino c) tra le vittime c'è pure la tua madre vera d) i tuoi adottivi devono fuggire e ti lasciano solo e) conosci la tua nonna vera e forse ci devi andare a vivere f) della tua vita precedente non ti caga più nessuno.
Ecco... bisogna essere bravi, ad affrontare seriamente una tematica simile. Quindi diciamo che anche se c'è quella questione là, della freddezza percepita, non mi sento certo di non dargli tre stelline. E quindi okay, alla fine, con debito, ma promosso.

1 commento:

  1. E se il pathos manca in un libro con un tema del genere, non oso sapere in uno molto più banale...

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