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Animali a Natale (racconto di Natale noir)


La Luna è una grossa moneta incastrata tra le colline. Vi camminano dentro due sagome lontane. Otto zampe che solleticano la prima neve.

***

«Lì, sulla fronte, sembri un unicorno», gli fa la vecchiarda, indicandolo con un moto del grosso naso camuso e pieno di rughe.
Il vecchio si specchia e aggrotta le sopracciglia. Anche se non ci vede granché, il foruncolo è grosso quanto un mirtillo e più o meno dello stesso colore. Si abbassa il berretto fino agli occhi, nascondendolo dietro a una striscia di pelo bianco; un pon pon dello stesso colore comincia a danzargli davanti alla lunga barba, sempre bianca, ma stavolta striata di grigio.
«Okay, ci sono! E comunque guarda te, sembri una vecchia gonfiata con l'elio!»
«Oh, oh, ooohhh!» replica l'altra, agitando la vecchia scopa di saggina, che tiene poggiata a una spalla, come il piccone di un nano della Disney. Il vestito, liso e stracciato, sporco di fuliggine, fatica a contenerla. Sembra una cicciona che ha appena ingoiato qualcuno di ancor più ciccione. Quando cammina verso la porta cigola di carne che struscia.
«Ma vaffanculo, va, staremo a vedere te quando devi fare le scale da don Plinio, che sta al terzo piano!»
L'uomo, stretto nel suo ridicolo vestitone rosso, più largo di almeno un paio di taglie, soffoca un'imprecazione e fa per uscire, la vecchia lo segue, facendo sbattere la scopa contro il lampadario. «Scusi…», borbotta, poi escono senza nemmeno chiudersi la porta alle spalle.
Nell'atrio slegano un agnello, assicurato alla ringhiera delle scale con una cintura.
«E-e-era ora! Quanto ci avete me-e-esso!» bela questo, scaricando in aria un paio di zoccolate.
«È inutile che t'incazzi, tanto non ti riesce bene», ghigna la vecchia, con una vocione così grosso da ridare l'udito a un sordo.
«E poi non parlare, sei un agnello!» gli intima l'omone, scatarrando sul marciapiede.
«Ah, be-e-eh, perché voi, invece, vi siete travestiti be-e-e»
Un calcio nel sedere interrompe la frase. «In marcia! Basta chiacchiere».


I tre arrivano da Don Plinio in poco più di mezzora.
Notte fonda, città semivuota, silenzio e luci colorate a spadroneggiare per le vie. Le bocche sono impegnate a devastare i cenoni della vigilia o a russare. I pochi che incontrano, in metrò, li notano più per l'aria dimessa, che per i costumi e l'agnello al guinzaglio. Non si vedono spesso un Babbo Natale e una Befana così male in arnese.
Il parroco apre la porta e sbianca, non aveva nemmeno sbirciato dallo spioncino.
«Pensavo fosse il quarto… ehm, fedele, forse avete sbagliato appartamento?»
«No, no, stia tranquillo, don Plinio, l'appartamento e quello giusto, anzi, ci manda proprio Il Picche». La voce di Babbo Natale è una mescolanza tra un rantolo e una risata.
«Ah, be', se conoscete Il Picche, siete i benvenuti», si rilassa con un sospiro l'uomo, scostandosi dall'uscio e invitandoli a entrare. Solo allora nota l'agnello. «Ma… lui perché non può venire? Lo stavamo cercando al cellulare, ma non risponde. E… quella bestia, scusate?»
La Befana dà uno strattone all'animale, per farlo entrare. «Oh, lo abbiamo trovato per strada, dev'essere scampato a qualche cenone! Oh, oh, ooohhh».
Il prete resta di nuovo impietrito, stavolta per via del vocione, ma gli fa strada verso una stanza interna all'appartamento.
La tovaglia verde è apparecchiata con portacenere, bicchieri, e un mazzo di carte; su un carrellino, di fianco, bottiglie e patatine. Una cappa di fumo aleggia intorno al vecchio lampadario. La vecchia si avvicina e prende in mano un Lagavoulin, stappa e annusa con ammirazione. Lo ripone e guarda le altre: tutte di whisky piuttosto costosi.
«Stasera è la Vigilia ed è un giorno speciale», la precede don Plinio, già brillo e ciarliero, «Ci sembra giusto festeggiare il Natale, in qualche modo. Lavoro tutto l'anno e almeno oggi una piccola offerta dalle offerte, credo di potermela prendere. A proposito, il vostro travestimento? Molto pittoresco, comunque. Venite da qualche festa? Ecco, vi presento gli altri di stasera, Beppino e Giacomo, che potete chiamare Jack, come tutti». Conclude ridendo, gli altri si alzano e si presentano. Strette di mano, sguardi più o meno stupiti tintinnano i primi bicchieri e presto sono tutti e cinque al tavolo, con il parroco a smazzare il primo giro.
«Il Picche vi avrà informato sulle puntate, cinque e dieci euro, non di più, mi raccomando… non vogliamo che diventi troppo impegnativo, il nostro pokerino».
«Oh, non si preoccupi, sappiamo tutto!», replica la Befana, mentre Babbo Natale sta già scrutando le sue carte, con l'aria da professionista e un sigaro tra i denti, cavato da chissà dove. A fare compagnia alle sue chips un bicchiere di Oban liscio. Beppino sembra essere il più agitato, anche se ha un'aria paciosa. Non ama il fumo e sembra sopportare a fatica quello degli altri. Allunga il whisky con l'acqua e lo sorseggia appena, anche se nessuno pare farci caso. Parte con buone carte e azzarda qualche rilancio rischioso, ma ora la Befana, ora Babbo Natale, riescono sempre a portarsi a casa la posta. Un paio di giri li ha vinti don Plinio, mentre Jack ha tenuto un profilo basso e per lo più ha foldato la puntata minima. «Che merda di carte!» sbotta, e la risatina di Babbo Natale lo infastidisce a tal punto da puntargli gli occhi in faccia e sibilargli contro un paio di insulti, che l'altro finge di non udire. «Ma abbiamo da mangiare solo queste porcherie?» aggiunge ributtando nella ciotola una mangiata di patatine.
«Dovevo comprare qualcosa di pronto in rosticceria,» si scusa Beppe, «ma ho finito tardi, al lavoro, e non sono riuscito a passare… Lo avevo detto a mia moglie, ma figuriamoci… »
«Non ci si può mai fidare di quelle troie», protesta Jack, con il livore tipico degli scapoli senza speranza, accentuato dall'alcol.
«Be', potremmo mangiarci il nostro agnello!»
Ridono tutti. È stata la Befana a fare quella battuta, ma subito dopo la ripete, assicurando che non ci vuole poi molto, Babbo Natale è un ottimo macellaio e gli sarà sufficiente un coltello da cucina e la vasca da bagno, o alla peggio il lavandino, e in un'oretta avrebbero avuto un po' di bistecche da grigliare. «In fin dei conti è pur sempre Natale,» li annichilisce la Befana, «che cosa ci può essere più adatto di un bell'agnello! Avanti don Plinio, mi dia il coltello più grosso che ha!»
«Sta scherzando, vero?»
È proprio Beppino, a parlare, rivolgendosi direttamente all'omone dalla barba bianca, che si è tolto il berretto mostrando il grosso foruncolo e diversi ciuffi di capelli grigi.
«No! Macché! Son bravo davvero… magari adesso non mi va di sporcare, ma se volete, ci metto un secondo».
«Rilancio», sibila Beppino buttando sul tavolo una manciata di chips. «Ma se provi a toccare quell'agnellino, ti do fuoco, a te e alla tua barba pidocchiosa».
«Su, su, Beppe, non farti il sangue amaro, che lo sappiamo come sei fatto, quando ti toccan le bestie. A me invece, un po' di agnello non darebbe fastidio… 'ste pringels cominciano a irritarmi tutto il palato».
«E cazzo, Jack! Ma ti ci metti anche tu, ora?»
«Suvvia Beppe!» interviene don Plinio, «Ti ricordo che è pur sempre l'agnello di Dio… e sarebbe ben contento che lo sacrificassimo! Non puoi contrastare la natura umana e duemila e passa anni di storia».
«Ma siete tutti matti?» sbotta Beppe, «La bestiola non si tocca!»
Ma il sacerdote ha già cavato da un cassetto un grosso coltello e lo va porgendo a Babbo Natale. «È tutto vostro!», esclama con brio, «E te finiscila con 'ste fissazioni da animalista, per una volta!»
Il whisky è andato in circolo più in fretta delle carte, e tutti, eccetto Beppe, sghignazzano sguaiati. Ad aggiungere caos al caos, ci pensa proprio la bestiola: salita in piedi sulla credenza, quasi a voler mostrare il suo status, protesta belando a squarciagola, a ritmo di qualche canzone natalizia che nessuno riconosce.
Babbo Natale, veloce come una serpe, cogli tutti alla sprovvista. Con un gesto fulmineo, lama in pugno, scatta e vibra un fendente violento, conficcando l'arma nello stomaco candido e riccioluto dell'agnello.
Apriti cielo! Beppino schizza in piedi e molla un cazzotto al prete, per farsi largo, scaraventandolo sul pavimento come un lenzuolo bagnato, dopodiché, mentre l'unico suono rimasto è lo sghignazzare della befana, scaraventa il proprio bicchiere di Laphroig in faccia al panzone vestito di rosso, che nonostante tutto continua a ridere e a tagliare il ventre della bestiola, sorprendentemente viva e immobile. Beppino non si ferma, cava di tasca un accendino e appicca il fuoco alla lunga barba bianca, che arde come un piccolo falò.
«Oh merda!», è tutto ciò che riesce a pronunciare Giacomo, prima allibito, ma poi esplodendo in una zotica risata. Eppure, invece di agitarsi, o tentare di spegnere le fiamme che gli divampano in viso, ecco il vecchio continuare a ridere e rantolare. Non basta il fuoco, a fermarlo. Anzi, sembra non farci caso mentre rovista con il braccio nello squarcio ed estrae le viscere fumanti, gettandole sul pavimento. Beppino, a quel punto, è incontrollabile.


Mentre esce di casa sbattendo la porta, trema ancora per la rabbia e i pugni che ha dato. Non ha risparmiato nessuno, nemmeno don Plinio, che ha avuto la malaugurata idea di rinvenire. Può sopportare tutto, ma non i maltrattamenti agli animali. Figuriamoci a un povero agnello indifeso, aperto in due come una patta di carne.
Tutta quella rabbia gli ha dato senza dubbio alla testa. Prima di venir via ha sbirciato dalla finestra e ha visto i due travestiti seduti e tranquilli al tavolo, a finire la partita. Con loro un bambino, pelle scura e occhi grandi, che rideva di gusto. Sta quasi per tornare indietro, per sincerarsi che sia un'allucinazione, ma gli fanno male le mani e dev'essersi rotto qualcosa, nella foga del pestaggio. No, sa bene quanto ha colpito. Le nocche sono persino sporche di sangue.
Eppure è soddisfatto… oh, se è soddisfatto. Certo, dispiaciuto per l'agnello, ovvio, ma non certo per aver picchiato quei quattro assassini, e pazienza se non giocheranno più a poker insieme. Gli secca solo tornare a casa così presto, rischiando di trovare la moglie ancora sveglia, a piagnucolare come al solito. Quel che non si aspetta, è di trovare la porta aperta, a cucina vuota e il lampadario fracassato, con i cocci a brillare sul pavimento. Si rinchiude l'uscio alle spalle e si guarda in giro. Lo stronzetto è ancora in camera, a singhiozzare. Lo sa perché lo ha chiuso dentro e ha la chiave in tasca. Sua madre sarà in camera, o forse si è nascosta da qualche parte… una pessima idea. Si avvia in quella direzione, ma è distratto da un foglio di carta, sul tavolo, fermato dal portafrutta. È una lettera.
Caro Beppe,
Hai presente prima che tu uscissi per andare a giocare a poker? Si, intendo quando mi hai picchiato fino a farmi uscire il sangue da un orecchio e a rompermi tre o quattro le costole. Prima quando hai picchiato il bambino e probabilmente gli ha rotto un braccio e spero solo quello. Ecco… sarà probabilmente l'ultima volta che mi vedrai.
L'uomo strabuzza gli occhi, sente un'auto, nel suo giardino, avviarsi e partire, ma non ci fa caso. Continua a leggere tenendo la bocca aperta, con un'espressione da scemo.
Ti ho aspettato qui fuori. Volevo essere sicura di tutto. Sicura che mi credessero, che vedessero chi sei. Certo, gli occhi neri e i lividi sono bastati, per una volta, anche se hanno faticato a credere che sia stato tu, a ridurmi così. La cosa buffa è che forse, non fosse stato per due pazzoidi che mi sono capitati in casa, non ti avrei denunciato nemmeno questa volta. Mi hanno convinto loro, anche se all'inizio non volevo nemmeno farli entrare. Erano travestiti da Babbo Natale e da Befana, ma si vedeva che non erano a loro agio, con il costume. Forse sono stati solo una allucinazione, non lo so, non è importante. Quel che è importante è che forse non riuscirai nemmeno a terminare queste righe, forse non avrai nemmeno badato a questa lettera. Mi hanno assicurato che c'erano tutti gli estremi per un arresto e per quel che ne so, a quest'ora potrebbero averti già ammanettato. Quei due vecchi là mi hanno garantito che non ne saresti uscito così facilmente, dalla galera. Non so perché, ma mi è stato facile fidarmi. Avevano un non so che di
La porta alle sue spalle si è già aperta, ma Beppino non se ne è accorto. È il tintinnio delle manette a interrompere la lettura. Un carabiniere comincia a leggergli dei diritti che fino a quel momento pensava esistessero solo nei film.

***

Babbo natale zoppica, al posto della barba un mento rugoso e bruciacchiato. Mentre cammina comincia a mutare, si fa più basso, più magro, i vestiti iniziano a intralciarne il passo. Al suo fianco, la Befana subisce il processo opposto: pare ingrassare a vista d'occhio, mentre un faccione rubizzo viene rapidamente ricoperto da una lunga barba bianchissima. Non passano che pochi istanti e sono costretti a infilarsi in un vicolo, per scambiarsi gli abiti.
«Visto? Sono o non sono più brava io!» lo sfotte la vecchia.
«Stai scherzando? Ma hai presente come ti guardavano in metropolitana, con quel foruncolo che non riuscivi a fare andar via?»
«E certo, ha parlato la nonnetta con la voce da tenore! Anche se devo ammettere che l'incendio alla barba l'hai sopportato bene».
«E grazie al cazzo, mi bruciano ogni anno, vuoi che non sia abituata? Tu piuttosto, quella trovata che sono un buon macellaio… mica male».
Vanno avanti così ancora per un po', ridendosela come vecchi amici. Poi l'uomo guarda in le stelle.
«Ehi, mi sa che è meglio se ci diamo una mossa! La cometa è già vicina…»
«Vero! Lui sarà già arrivato, mi sa».
«Figurati! Era così gasato dalla trovata dell'agnello che sarà volato a Betlemme come una scheggia! »
«Eh… che ci vuoi fare, lo sai che ha un po' il gusto del macabro. Speriamo non si sia incazzato perchè l'ho preso a calci, piuttosto».
«Ma no, lo sai che è un burlone. E poi è stata una bella idea, dài, io mi sono divertito… e poi, quei whisky…»
«Okay, basta chiacchiere!»
I due si fermano. Nell'ombra le loro sagome mutano ancora, prima una massa indistinta, poi due corna e due lunghe orecchie a sbucare dal nero, in controluce. Quando riprendono la strada per Betlemme, comincia a posarsi la prima neve.


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Lo so, lo so. Ho scritto un racconto natalizio e mi è venuto lungo. E vabbè... odiatemi. Diciamo che l'ho cominciato preso bene, ispirato dal disegno che vedete, con quei satanici bue e asinello, che poi era il regalo per la mia Santa Lucia di casa e dopo è anche diventato il biglietto per i miei segnalibri di auguri. Forse, qualcuno di voi, lo avrà anche ricevuto. Comunque tranquilli, come al solito è una storia un po' scorrect e come al solito non dovete leggerla, anche perché sono conscio che non sia granché. E' solo una piccola storia di gelo per salutarvi, e dirvi Buon Natale.

5 commenti:

  1. Piacevole, direi.
    Si, sono uno di quelli che le istruzioni non le legge, o alla peggio, lo faccio dopo...
    e così l'ho letto tutto d'un fiato.
    Ti dirò che l'ho pure piaciuto, come si dice su faccialibro, o che mi è piaciuto, come si dice nella lingua che ormai va sempre più scomparendo.

    Mi piace perché c'è del buono, in tutto ciò. Un buon diavolo (anzi, due) fa sempre la sua porca figura.

    Buona festa a te, re Gelo! ;)

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  2. beh: un po' di sangue sul panettone rende tutto più digeribile.
    grazie per gli auguri1
    gloria

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  3. E' divertente come racconto, a me è piaciuto! Anche più del disegno, che già era bello di suo... Dovresti rompere i coglioni sulla mail più spesso Gelo, così mi ricorderei di passare da queste parti.
    Brindo alla tua salute e buon natale!

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  4. E come non ringraziarti per questo racconto!!!!

    :)

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  5. grazie a tutti, cari, voi si che siete amici di blog che danno soddisfazione :D

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