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Carogne (racconto horror)



«E tu dove credi di andare? È Ognissanti!»
«E allora?»
«E allora non si va in osteria, bisogna portare rispetto!»
Il tono di sua madre è fermo, ma da quando è rimasta vedova, Marcello sa che è dura solo in superficie. È lui l'uomo di casa. È tornato dalla guerra - una granata ancora gli rimbomba in testa, durante i suoi incubi di carne dilaniata - e adesso si spacca la schiena nei campi.
Riscuote un compenso in vino, sigarette e bestemmie.
Sua madre finge di non sentire, o forse, sulle questioni religiose, non è più la stessa. Se dio manda a prendere tuo marito dal calcio di un cavallo, qualcosa nel vostro rapporto si spezza.
Con l'altro figlio, poi, il maggiore, non gli andata meglio: un cecchino lo ha portato via prima di poter sparare un solo colpo. Ma mezzo figlio su due, rientrati dal fronte, non è un resto da disprezzare.
«Rientro presto dài, faccio un raggio e torno».
«Non giochi a briscola, stasera. Se ne stanno tutti a casa».
«Qualcuno ci sarà», chiude la discussione il giovane, prendendo la giacca.
«Allora mettimi sul davanzale questa, e non spegnere la luce, quando torni».
Marcello afferra la ciotola d'acqua, perplesso, ma non fa domande.
«Mettilo vicino alla zucca», precisa la donna, «Non mi va che entri. Non me la sento ancora».


Aveva ragione.
All'osteria non c'è quasi nessuno, ma lui non è andato lì per giocare a briscola.
Ingolla quanto resta del bicchiere, sentendo il vino aspro bruciargli lungo la gola. Ne compra una bottiglia assieme a due uova sode. Gilberto lo serve in fretta e caccia tutti fuori. Nessuno protesta. È una fortuna avere un'osteria, in paese, ed è meglio tenerselo buono.
Solo Marcello mugugna un po', ma è una finta ed è presto in strada.
Prima di andarsene osserva il davanzale dell'oste, simile al suo, e con un gesto rapido rovescia l'acqua di un piccolo secchio di latta dentro la zucca intagliata, spegnendo il lumino di sego che sarebbe dovuto durare l'intera notte. Gli viene già da ridere pensando alla faccia di Gilberto, l'indomani. Penserà davvero che i suoi morti siano passati a trovarlo. Decide di ripetere lo scherzo per tutti i davanzali che incontrerà da lì al cimitero. Quando fa per andarsene inciampa su qualcosa e rischia l'equilibrio. È il Tui, il grosso gatto rosso di Gilberto. La bestia gli si struscia contro, lo riconosce. Non c'è n'è molti, in paese. Spariscono… ma nessuno si lamenta. Sono pochi i campi messi a coltura, ancora meno le braccia per farlo. L'ultima vacca del paese se la sono portata via i tedeschi, facendola saltare in aria. La fame è un'amica fedele di ognuno.
Marcello si accovaccia, carezza la bestiola dietro le orecchie, percepisce le fusa risalirgli il braccio. La via è deserta, i davanzali lo osservano con le zucche, dove se ne possono permettere una. Nell'aria si aggira ancora un profumo di castagne abbrustolite. Con uno scatto improvviso afferra il capo dell'animale e lo sbatte sul selciato. Una, due volte… poi si alza e cava dalla tasca una borsa di tela, sporca di sangue secco.


Sono poche le candele accese, adesso.
Ha gironzolato aspettando che la notte s'addentri nel silenzio. Ha sbirciato dalle finestre, vuotato altri secchi, buttato a terra le zucche, calpestandole. L'indomani si dirà che i morti sono tornati, com'è tradizione, ma sono spettri di rabbia e rancore. L'umidità avvolge l'ultimo giorno di ottobre come un sudario.
Il portone del cimitero è socchiuso, come sempre; la porta della cappella che ha forzato cigola appena, ormai abituata al suo andirivieni.
«Stanotte tornerete per me. Ho bisogno di voi, me lo merito… tornerete».
Continua a borbottare, mentre si aggira tra croci e cumuli.
Prima di entrare si attacca alla bottiglia, deve trovare il coraggio, sopportare il lezzo di carne putrefatta, essere lucido. Ne beve metà e la scaraventa in mezzo alle tombe. Appena dentro estrae dal buio una lampada a olio, l'accende. Si fatica a respirare, in quella cripta. «È finito,» borbotta tra sé e sé, «stanotte ci vendichiamo, stanotte li uccidiamo tutti».
Pian piano, tenendo sollevata la luce, illumina la sua creatura.
C'è legno, pietra, metallo… ci sono occhi vitrei che sbirciano da covi di carne putrefatta. Cani, gatti, ricci, pantegane, i resti di un cinghiale. Le piume di tortore e galline sono a terra, scivolate dalla propria carcassa. Dovrebbe essere un veicolo, un animale impossibile, un'arma… Invece è solo terrificante. Si distingue uno schioppo, affondato nel pelo incartapecorito dal sangue. Dai lati sbucano lame di roncole e ronchetti; i denti di una forca formano una cresta minacciosa. Il mantello brulica di vermi e mosche. È alto quanto lui, questo marchingegno di morte. Tra brandelli di pelle marcia sbuca la sagoma di una ruota. Ma sono gli animali l'atrocità più sconvolgente. Carcasse su carcasse, che Marcello ha inchiodato notte dopo notte, in un delirio privo di ragione e misura.
Cerca un punto, appoggia la lampada, raccoglie da terra una baionetta arrugginita e comincia a spellare il Tui. Sarà l'ultimo che inchioderà, prima di chiamarli.


«Martinelli!» grida.
«Ruotolo! Fumagalli! Sciacca!»
Continua così, a sgolarsi, con gli occhi spiritati, agitando le braccia.
«Anche tu, capitano Santarossa! Vieni! E Ferro! E Giuliani e Gargiulo!»
Li chiama uno a uno, i suoi compagni, perché sa che quella notte torneranno. E lui ha costruito quest'arma micidiale, che il loro fantasma metterà in moto, che rincorrerà i tedeschi, li dilanierà, li farà a pezzi, e ne divorerà il cadavere.
Così si vendicherà, così salverà il suo reggimento.
E allora Marcello ricomincia, urlando più forte, con la voce a ingoiare le lacrime.
«Martinelli! Ruotolo! Fumagalli...»


Lo trovano al mattino, poco prima che le campane annuncino la festa.
Il paese è  già in subbuglio, il prete a benedire case.
Marcello è seduto in mezzo a un tripudio di sangue e putrefazione, la baionetta ficcata in gola.
«L'hanno ucciso i morti», bisbiglia qualcuno, senza il coraggio di avvicinarsi.


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In questi ultimi 5-6 giorni, complice il solito 300 parole, mi è tornata un po' di voglia di scrivere. No, anzi, voglia ce l'ho sempre, è che non sempre si riesce a posporre tutto per trovare il tempo per scrivere. Un modo per farlo, di solito, è pigliare un concorso e partecipare. C'era quello di Letteratura horror, a tema di Halloween, o Samhein, o vigilia di Ognissanti o quel cazz che volete voi. (So solo che oggi arriva un altro a ripetermi che "Halloween non è una festa importata e bla bla bla, gli spacco i denti).
Fatto sta che scadeva il 24, mi pare, ottobre. Ma voi dovete sapere che io sono un povero beone, su certe cose, e ho letto solo la data, dando per scontato che la scadenza è a Mezzanotte.
E allora ho passato tutta la sera a buttar giù il pezzo, visto che lo avevo in testa, e pure ho cambiato intreccio per poter finire entro mezzanotte e inviare.
Faccio per spedire e.... taaaaac, mi accorgo che la scadenza era a mezzogiorno!
E allora?
E allora l'ho mandato lo stesso, ma ovviamente mi resta qui, un bel racconto a tema zuccoso di cui non so che farmene. Non so se è buono o meno. Però è un racconto della tradizione, delle suggestioni di un tempo, sulla vigilia di Ognissanti. La zucca, l'acqua, la luce accesa, il posto vuoto a tavola, la processione... insomma, un po' di quelle cose che le radici profonde e contadine e religiose davano per scontate, fino a qualche decennio fa. Ovviamente c'è altro, sennò, che horror è? :)

10 commenti:

  1. Più leggo, più prendo coscienza del fatto che non so scrivere. Non come vorrei, quantomeno.

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    1. anche io, l'ho riletto ed è pieno di ripetizione e brutte assonanze, ma ve lo tenete cos! scherzetto... :D

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    2. Non importa, è la storia in sé che mi è piaciuta!

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  2. Un buon racconto in tema con la notte che avanza.
    Se mi spieghi l'uso del secchio d'acqua...
    Grazie

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    1. perché i morti, quando ritornano, hanno sete, moltissima sete. quindi va lasciata dell'acqua. Ci sarebbe anche il posto apparecchiato a tavola, che non ho messo. Da te quello si faceva?

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  3. è successo pure a me di recente questo fatto del mezzogiorno... ma che gli costa dico io a mettere mezzanote, boh? poi lo leggo e ti dico, baci (non a te, alle donne che bazzicano il blog...)

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  4. Bravissimo Gelo! Mi dispiace per il Concorso Halloween, il racconto merita molto. Il mio è stato respinto perchè ho sforato di quattrocento battute. Pazienza! hai visto il Concorso dell'Hotel?

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  5. Bello oltre anche a ben scritto riscopre quel mondo purtroppo dimenticato. Leggendolo, ho provato paura. Ciò indica che tocchi l'anima dei tuoi lettori. E non è una cosa da poco.
    Mandi
    Nelodifeagne

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    1. grazie Nello, dire che fa paura, per un racconto horror, penso sia il più gradito dei complimenti. :)

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