mercoledì 29 febbraio 2012

"Valneve" di Marco Caudullo***

Succede che c'è la gelotteria - vi ricordate? - (a proposito, avete spedito e ricevuto tutto? so di qualcosa che è ancora in viaggio, ma spero tutto arrivi) e succede che Marco Caudullo, conosciuto come pecorella75 a causa della pandemia dei nick del terzo millennio mi dice, Uè, toh gelo, ti mando anche il mio libro di racconti nuovo, visto che ho l'occasione.
Okay, figo! Mi dico.
L'altro suo mini libro di racconti, Mondi Paralleli, che scambiai in un baratto spaziale con del Veleno, anni fa, non mi dispiacque. Ricordo soprattutto un racconto che aveva suggestioni calvinborgesiane, e mi rimase in mente.
C'era, nel buon Caudullo, una sorta di visione fantastica surreale che, se ben coltivata, poteva secernere buone cose. Così pensai.
Ed è curioso, tra l'altro, che vi parli di questo libro di narrativa underground proprio pochi giorni dopo che vi ho parlato di Borges, e delle sue creature fantastiche e mentre sto leggendo un libro di Tanith Lee, che proprio Marco, con un commento al blog di eoni fa, mi fece scoprire.
Com'è ragnatelosa la pianura del pensiero, eh?
Vabbè. Ma perdonatemi, divago grandemente.
Parliamovi del libro.
No, anzi, una premessa che mi sono fatto nel momento in cui mettevo le tre stelline lassù, vicino a dove ho scritto Valneve. Già mi precedevano gli echi di qualche pigninculo che diceva, emmaccome! metti tre stelline a questo sfigatello qua solo perché è tuo amico e ne hai messe tre pure a Borges che è dioimperatorepapaeprincipedilucetenebra della narrativa fantastica? Ti ammazzerò! 
No! aspetta, non uccidermi! 
Anche io penso che Jorge Francisco Isidoro Luis sia quella roba lì, ma non potrete mica pretendere che io legga uno scrittore dell'underground letterario italico che si fa le ossa con una raccolta di racconti allo stesso modo, no?
E allora ecco che per quanto possa valere il mio parere, questa agevole (breve e veloce) lettura di 8 racconti in 130 pagine è abbastanza gradevole. Certo, ci sono ancora delle acerbità e uno stile che deve ancora fissarsi, trovare un corpo proprio. C'è qualche racconto meno riuscito, forse perché nel tentativo di rendere la trama originale, trasversale, poco "ortodossa", e questo è un merito, si rischia di lasciare piccole zone d'ombra, che per altro a me non sono dispiaciute, ma capisco se un altro tipo di lettore storga il naso (che poi non si legge bene, col naso storto, e devi tenere la testa inclinata di lato).
Poi, tanto per dire due parole sull'edizione, la copertina a me piace e la trovo adatta al contenuto, e l'edizione è ben fatta, pur non meritandosi, confesso, i 13euri del prezzo di copertina, ché insomma, 2-3 di meno ci stavano.

Comunque.
Valneve. Valneve è un luogo, un paese, un paese di provincia, creato da Marco. E a Valneve ci sono storie, piccole e strane, ma degne d'esser raccontate.
Storie come la prima, che dà il titolo alla raccolta, di Michela e Dario, due ragazzini, che vogliono uccidere Marica, perché... i sogni gliel'hanno raccontato, o perché ha una relazione col padre di Michela, ma... sarà poi vero?
Oppure storie di alieni, siano esse delle belle quaglie dal culo tondo, che ogni tanto anche loro ha bisogno di un po' di sesso e beccano un umano, oppure sia una mano, ad essere aliena, lontana, distante dai pensieri del nostro corpo, che non la governa più. Forse, per altro, La sindrome della mano aliena è quello che m'è piaciuto di più, per quell'idea di dramma che portava avanti lungo tutto il racconto.
Usa spesso la prima persona, Marco, e forse non sempre la gestisce perfettamente, ma i racconti, seppur nella loro piccola anima fantastico surreale, restano abbastanza credibili e verosimili.
Come in "La notte in cui tornarono i gatti" che si basta su un'idea originale, magari che meriterebbe anche maggiori sviluppi (tra l'altro l'avevo già letto, questo, possibile?) e Il castello di vetro, un incubo onirico di un aspirante suicida che ci mostra la nostra solita, imbarazzante, vita non vissuta o vissuta male.
Brutto, invece, Una poesia per lei, l'unico con un'idea non originale e un finale scontato, che però ha il pregio, già lo so, di piacere agli amanti del noir, perché comunque per leggere si legge.
Altro racconto che avevo letto, da qualche parte, è quello che chiude la raccolta: Con il verbo lontano dal soggetto. Non siamo più in una zona "fantastica". Siamo in due borderline che fuggono, salgono in treno, lui è un bambinone senza tanto cervello, lei una sbandata poco casta, e la loro visione del mondo, e la loro fuga di non-amore, sono tragiche e tristi, malinconiche. Direi, forse indispettendo la pecorella, che quasi gli riesce meglio dipingere con questo tipo di colori, piuttosto che quelli neri neri. Ma è solo un mio parere
 
Tutti racconti leggibili, comunque. E per quanto Valneve non sia un concetto che li lega in modo indissolubile (alcuni potrebbero essere accaduti a Canicattì e non cambia molto :) l'idea di una citta di provincia un po' magica, che sporca le storia normali di quel mondo che non sappiamo vedere più, distratti da troppi bit, watt e decibel, è intrigante.
Ecco perché, pur con tutti i suoi piccoli difetti, nel mare magno delle "raccolte di autori dell'underground narrativo", Valneve è un'opera leggibile e gradevole. Grazie del regalo, Marco, alla prossima!

venerdì 24 febbraio 2012

"Manuale di zoologia fantastica" di J.L. Borges e M. Guerrero***

Proprio ieri Nick, chiacchierando nel post che precede questo, ha sollevato l'idea di una mia evoluzione nelle letture. Sì, la risposta, probabilmente. No se invece penso a cosa forse si potrebbe pensare osservando da fuori. 
Che io abbia una predilezione per il fantastico, per i mostri, per i misteri, l'inspiegabile spiegato, è una qualità assodata, okay. Ma credo anche che questo c'entri poco con le letture, così come è abbastanza poco credibile pensare a un "leggo di tutto", ancora più falso.

In testa, da qualche parte, so di avere un algoritmo ben esplicitato, ma che ignoro, e che mi guida nelle letture, pur sommerso da mille altri interventi esterni, come libri regalati, libri da leggere per "lavoro", libri capitati, consigli, curiosità, amicizie...
Quindi sì, è difficile seguire, anche per me, lo svilupparsi del mio algoritmo. Però alcuni punti fermi di luce li ho ben presenti, e ve li posso anche dire.
Borges, per esempio, è uno di questi.
Nel mio algoritmo c'è un settore, una zona, diciamo, di autori che potrei denominare "da leggere per manifesta superiorità" e Borges, assieme che ne so, a Calvino, appartiene a questa zona.
Non c'è nessuna febbre di lettura, in questo (né in altre zone, per altro) ma c'è solo una direzione di inesorabilità, probabilmente incompleta, che a intervalli irregolari e non gestiti mi fa leggere qualcosa di questi autori. Senza fine o discernimento.

Poi magari è strano, forse, che dopo aver letto L'Aleph e Finzioni, magnifici, sia passato a questo lavoro un po' trasfersale, uscito nel '57 ma poi ripubblicato più volte. Il Manuale di zoologia fantastica, o anche, come lo ha chiamato dopo, El libro de los seres imajinarios, è proprio quel che dice di essere, anche se in un modo suo, lontano dalla narrativa ma anche dalla saggistica.
Sono piccoli episodi da una, due, massimo 4-5 pagine che descrivono, appunto, una serie di esseri immaginari attraverso le loro origini - spesso letterarie, spesso mitologiche, o a volte quasi che paiono inventate con criterio da supposizioni borgesiane, anche se così non è.
Non è un libro da leggere come leggereste un romanzo, ma nemmeno da consultare come un manuale.
Come sapete e come ci insegna l'amicawiki, le creature leggendarie non umane sono tantissime, un esercito di mostri e similmostri, più o meno famosi, che convive con l'umanità fin dalla sua nascita. Di tutte queste Borges e la sua assistente Guerrero ne pigliano un'ottantina, alcune famosissime, tipo il drago, o la sfinge, altre davvero sconosciute (troverete nomi come lo squonk, Humbaba, il Simurg e altre simili creature che non avete mai sentito nominare) Le sintetiche righe di descrizione hanno quasi sempre la capacità di affascinare, mostrando una delle qualità - forse la più dirompente - dell'autore argentino: Borges trasuda cultura. 
Qui, dove si è nei dintorni della saggistica, più che dei racconti, la cosa è ancora più visibile.
Anzi, sentite, mi sono stufato di parlare parlare senza riuscire a darvi un'idea precisa di come intendere il Manuale. Ve ne trovo un pezzo. Vediamo...
Trovato! Vi copincollo l'intro di un animale che voi tutti conoscete, e lo faccio col preciso intento di farvi capire che, per molti, questo libro non sarebbe accattivante, o comunque, diciamo che potrebbe essere interpretato male, se non avete presente di cosa stiamo parlando.

Le Sirene
Nel corso del tempo, le sirene cambiano forma. Il loro primo storico, il rapsodo del dodicesimo libro dell'Odissea, non ci dice com'erano; per Ovidio sono uccelli di piumaggio rossiccio e volto di vergine; per Apollonio Rodio, dalla vita in su sono donne e dalla vita in giù uccelli marini; per il maestro Tirso de Molina (e per l'araldica), «mezzo donne e mezzo pesci». Non meno discutibile è il loro genere; il Dizionario classico di Lemprière intende che sono ninfe, quello di Quicherat che sono mostri, e quello di Grimal che sono demoni. Abitano un'isola del Ponente, non lontano dall'isola di Circe; ma il cadavere d'una di loro, Partenope, fu trovato in Campania, e dette il suo nome alla famosa città che ora porta quello .di Napoli; e il geografo Strabene vide la sua tomba e assistette alle gare ginniche che periodicamente si disputavano per celebrare la sua memoria.
E via di questo passo... poi certo, vi dice anche cose normalissime, Borges, sulle sirene e su altri esseri, ma spesso ha questo taglio che non è - diciamo - ad alta digeribilità. Cultura sì, ma la forma se ne sbatte abbastanza di essere catchy, di attrarre i cacciatori di mistero.
Qui, soprattutto, si attrae i cacciatori di cultura.
Più volte, io, mi sono trovato a rimpiangere la mia mancanza di una formazione classica e in genere la mia ignoranza su alcune fondamenta della mitologia umana. Certo, non è che sono così volpe da pensare che Luis abbia letto tutto ciò che cita, però, dà indubbiamente quell'impressione. Torniamo a quella sua abilità di fornirti cultura mostrando che è solo un piccolo pezzo di quella che possiede.

Quindi, riassumendo, è un libro strano. Los seres imagjinarios saranno anche presentati in ordine alfabetico, ma questo è molto lontano dal dare di essi una visione completa, particolareggiata. Sembrano dei flash, a volte, le descrizioni borgesiane, come se saltasse di palo in frasca e ci fosse di più da dire, di animali leggendari e conosciutissimi come l'Ippogrifo, il Kraken, il Leviatano o la Fenice. Poi che altro... ah sì, mi sono piaciuti alcuni animali immaginari immaginati da gente come C.S. Lewis o Kafka, e bellissima, anche, l'introduzione al volume, con questo ragionamento tanto semplice quanto affascinante, dove si paragona un giardino zoologico reale, con uno immaginario e si precisa che:
La popolazione di questo secondo giardino[delle mitologie] dovrebbe essere più numerosa di quella del primo, dato che i mostri nascono per combinazione d’elementi d’essere reali, e che le possibilità dell’arte combinatoria sono infinite.
Insomma, spero di avervi detto abbastanza. Per quanto mi riguarda ho letto questo libro un po' alla volta, portandomelo in giro e smettendo per giorni. L'ho letto come un manuale, quindi, ma non l'ho consultato. Mi ha lasciato suggestioni forti, ma ora come ora, se voi mi chiedeste cosa ho imparato di nuovo, vi dovrei dire niente... Però, e questo è il bello, se mi date del mirmicoleone o del catopleba, so dove andare a cercarli!

giovedì 23 febbraio 2012

"Il violinista delle danze scozzesi" di Thomas Hardy***

Ed eccoci qua alla solita letturina soleventiquattroriana della settimana. Due racconti, stavolta, di un certo Thomas Hardy (che porca trottola, non riesce a non farmi venire in mente Ollio, ma sarà un problema mio).
Dico di un "certo" perché come al solito vi confesso la mia ignoranza, di non conoscerlo prima di questa lettura. Che ci volete fare, l'ignoranza è un male, ma è curabile, e allora eccoci qui con la prima iniezione che mi sono fatto, riguardo a questo autore.

Vi dico subito una cosa: 1893-1894.
Questi gli anni dei due racconti prensentati qui. Più breve, e secondo me migliore, il primo, che dà il titolo al libricino, leggermente più lungo il secondo, Una donna immaginaria, che tra l'altro pare essere tra gli ultimi suoi racconti e lavori di prosa (1895 l'ultimo suo romanzo, dopo di che, sembra, ritiene di aver detto quello che aveva da dire, in prosa, e non ne scrive più, anche se mi sa che era solo perché gli avevano criticato il romanzo Jude l'Oscuro).
Comunque sia, se vi interessano i due racconti, qui potete leggere Una donna immaginaria, e qui potete leggere The fiddler of the Reels, ché tanto i diritti sono ben che scaduti (si, okay, è una mia piccola critichina, suvvia, non fatemene una colpa)
Ah, la seconda critichina, ma ormai ci siete abituati, è alla copertina.
Ci sono due protagoniste, di questi due racconti, e vi assicuro che nessuna delle due mi fa venire in mente una persona simile a quella raffigurata in cover... L'innamorata Car'line, forse, ci si avvicina di più, ma ha una passione sciocca e una ingenuità travolgente che poco si addice a questa qua. La crepuscolare e sfigata Ella, la protagonistissima del secondo pezzo, è invece decisamente in antitesi...
Vabbè, sarò io pirla che quando mettono una immagine in copertina penso che vogliano legarsi a quello che la copertina contiene... :D

Comunque... parliamo dei racconti.
Vi dico subito che "Zazzera", il violinista che fa ballare le donzelle - in più sensi - è un personaggio davvero riuscito, e l'intero racconto ne giova, perché questa figura quasi lievemente fantastica e molto carismatica serve a illuminare di luci e ombre gli altri due personaggi del racconto. L'innamorata Car'line, appunto, cotta come una pera di Wat te-la-suono-io-la-violina Ollamoor, e il promesso sposo, inizialmente allontanato, Ned Hipcroft, semplice e onesto operaio, tutto lavoro e coscienza.
C'è poi la musica, quella suonata dal capelluto Ollamoor, che "Produceva col suo strumento dei suoni tali da convincere subito i suoi ascoltatori che solo la pigrizia e l'avversione a uno studio sistematico si frapponevano tra Zazzera e la carriera di un secondo Paganini". 
E proprio attraverso il suo violino si dipana una storia ambientata nel Wessex, immaginaria terra corrispondente al Dorset, usata da Hardy per ficcarci dei posti ed eventi esistenti, magari cambiandoli un pochettino. 
Questo racconto l'ho letto già domenica mattina, con tutta calma, e siccome m'ero svegliato tipo alle sei, ero convinto d'addormentarmi dopo tre pagine, invece la trentina di cui è composto è volata, perché la narrazione di Hardy, seppur con il suo lieve aroma da secolo scorso, è fluida e quasi a tratti un po' fiabesca, pur restando sempre estremamente realista. Non vi traggano in inganno, quindi, cose come lo stravedere per Thomas della "prolissa" Woolf. Anzi, dài, vi copincollo il solito pezzettino rappresentativo, che vado a pescare da qualche parte, così magari capite meglio.
Ecco qua, il momento dell'incontro tra i due:
Zazzera stava sulla porta di casa, com'era sua abitudine, sbrogliando il filo insidioso delle semicrome e biscrome dalla quarta corda del suo violino per il piacere dei passanti, e ridendo alla vista delle lacrime fluenti sulle guance dei bambini ceh gli si raccoglievano attorno. Car'line fingeva di essere assorta nella contemplazione della corrente che s'increspava sotto le arcate del ponte, ma in realtà lo stava ascoltando, e lui lo sapeva. Ben presto la ragazza sentì un peso che le schiacciava il cuore, e al tempo stesso un violento desiderio di scivolare con leggerezza nelle spire di una danza senza fine. Per affrancarsi da quell'incantamento decise di riprendere il cammino, sebbene in tal modo fosse costretta a passargli davanti mentre suonava. Lanciandogli uno sguardo furtivo, si accorse con sollievo che il musicista, abbandonandosi all'esecuzione, teneva gli occhi chiusi, e avanzò quindi con decisione. Ma mentre gli si avvicinava il passo le si fece esitante e l'andatura divenne sempre più ribelle al suo controllo; si piegò al tempo della musica, finché prese a camminare quasi danzando. Quando giunse di fronte a lui gli lanciò un altro sguardo, e si accorse che egli teneva aperto uno degli occhi, fissandola divertito e sorridendo della sua emozione. La ragazza non potè liberarsi da quei saltelli forzati se non quando ebbe superato di un bel pezzo la casa del violinista; e per varie ore non le riuscì di scuotersi di dosso quella strana possessione.
Ecco, sì, dovreste aver capito. Frasi lunghe, ma scorrevoli. Descrizioni, ma non eccessivamente particolareggiate, mentre molta attenzione viene data alle persone, ai comportamenti, ai movimenti.

Nel secondo racconto, invece, c'è Ella (si chiama così, io l'avrei cambiato, come nome) che è in vacanza con marito insulso e benestante e triplice figliame che non considera più di tanto; e solitamente si diletta a scribacchiare poesie, apprezzando particolarmente quelle di Robert Trewe, poeta depresso e sensibile, educato e cogitabondo, che il caso vuole alloggiare esattamente dov'Ella va a vacanzare. E così la poverina parte in trip, sognando e innamorandosi perdutamente dell'idea che si fa di Trewe, attraverso le sue poesie, e allontanandosi via via dalla sua vita reale - marito e figli - per ritrovarsi ad anelare a un'incontro con quest'uomo illuminato dall'ars poetica, che lei non ha.
Ed è tutto dal punto di vista di Ella, il racconto, che ben presto assume connotati tragici (com'era accaduto nel precedente, per altro) che però non fanno soffrire il lettore, anzi, vi riuscirà persino, in alcune parti, di sorridere.

Ed è appunto questa leggerezza mischiata alla crepuscolarità, che mi pare essere l'aspetto più da salvare dei due racconti. Non saranno un apoeteosi di verve e fuochi d'artificio, questo no. Anzi, verso metà della donna immaginaria può capitarvi un velo di sbuffo, ma considerate che siamo agli sgoccioli del XIX secolo e rivalutate il tutto, perché questi racconti non dimostrano un centinaio e passa d'anni. Quindi promosso, il buon Hardy. Lettura gradita.


Ah chiudo con dirvi che qua ho trovato una anticipazione sulle prossime due uscite della collana Racconti d'autore (che mi ha evitato, tra l'altro, di scannare la copertina as usual): Chandler e Svevo... Niente male, direi.

martedì 21 febbraio 2012

"Scene selezionate della pandemia gialla" di Alessandro Girola****

Ieri sera, alla partita, 1) ho dimenticato le mutande, 2) ho dimenticato la lucetta in macchina rischiando la batteria 3) causa la precedente ho dimenticato la borsa intera in mezzo al parcheggio.
Okay, mi sono detto, ho fatto il pieno di cazzate, per oggi... macché, non mi ero accorto che la mattina, di buon ora, ne avevo già combinata un'altra, di idiozia, anche se molto meno grave.
Avevo donato ad Alessandro Girola 2.99 euri anziché 1.99 perché ero convintissimo che Scene selezionate delle pandemia gialla costasse così.

Ehi, ma perché doni dei soldi all'autore - direte voi - non l'avevi già comprato? Ehm... no, non l'avevo comprato. Come ben sapete al giorno d'oggi si può avere asintoticamente tutto in modo direttamente proporzionale al tempo che impiegate per cercarlo e alla vostra rubrica dei contatti. E io, che non ho coscienza né onore, non mi faccio scrupoli su nulla, nemmeno sugli "amici" come McNab. Però ho un codice morale che salvaguarda le cose belle. Il tuo disco che ho scaricato vale? E allora ti compro la maglietta e vengo al tuo concerto portando gente. Il tuo libro che ho rubato in digitale vale? E allora ti compro il cartaceo e lo regalo, magari anche più volte. Il tuo ebook che ho letto a scrocco vale? E allora vengo a pagartelo e lo dico anche in giro, che è così, esattamente come sto facendo ora.
Tra l'altro, per darvi misura del mio entusiasmo, già ampiamente mostrato con le quattro stelline là sopra, vi dico anche che, benché pensassi a 2.99euri, già a pagina 100 delle 168 totali dell'ebook di Alessandro, io volevo pagarlo. 

Certo, certo... già sento qualcuno borbottare come una falena storpia... Emmagelo! Hai dato 2stelline con bonus a Ucronie impure, maccome ti permetti di darne quattro a questo qua, che poi ci ha dentro anche gli errori di battitura, e poi è fatto mutuando le sembianze di World War Z di Max Brooks, e poi con tutte interviste non ha proprio questa gran differenza di registri linguistici, e poi se vogliamo mettere il pelo nell'uovo essendo interviste in lingua diversa dall'italiano non si dissimula la strutturazione diversa delle frasi di un parlano non di italian mothertongue e bla bla bla.
Ciccipucci, non è che tutto deve essere perfetto, per sviluppare in modo coerente e degno una buona idea e un progetto interessante. Molto, interessante.
Posso trovare vere le critiche di cui sopra, okay, ma sono lievità, sciocchezze che solo un occhio da pignainculo può notare, mentre un lettore, normale, medio, appassionato e curioso, guarderà con bonomia, ben più attratto dal solido impianto ucronico narrativo che attraverso una serie di interviste ci racconta il periodo 2011-2015, nel quale, partendo da una guerra si scatena una pandemìa di tipo zombesco ma basato su basi biologico-chimiche (un prione), nato da un contagio inteso inizialmente come arma di un contesto bellico. 

Ci sono molti, moltissimi, che leggono questo blog o semplicemente che scrivono in rete, che già sanno del progetto Survival blog e di tutte le sue conseguenze, tuttora in corso. Molti sono quelli che vi hanno partecipato.
Io no.
Non per pigrizia, o per chissà quale cattiveria. Semplicemente perché non puoi seguire tutto. Come ben sapete, la vita è là fuori, sì, proprio lì in quella finestra che non avete accennato a guardare adesso, e quindi non è che puoi leggere tutti i blog, partecipare a tutti i concorsi, uscire con tutte le tipe, ecc. E quindi, essendo inizialmente rimasto fuori, non sono più entrato. Questo però, per leggere questo ebook, è stato un grande, grandissimo vantaggio.
Io non sapevo namazza di prione Lee Chang, di Gialli, della guerra tra le Coree e del grande contagio che ha, di fatto, portato il mondo che conosciamo a una condizione che è difficile immaginare. Ed è proprio qui, la sua potenza. Io che non ne sapevo niente, che non ho letto nemmeno uno di tutti gli ebook spin-off di questo progetto (e che ora leggerò), ho immaginato. 
E ho immaginato questa pandemia con piacere, godendo - come Girola immagino abbia goduto a scriverne - della fine fatta da certi Paesi, così come ho immaginato la piccolezza umana, incapace di grandi reazioni, schiava di se stessa e dei propri difetti, ma anche forte, come un animale che, in senso darwiniano, ha i controcazzi ed è davvero difficile da far estinguere, checchè se ne dica.

Il progetto è un tributo, o quasi, agli ottimi spunti di Max Brooks (sì, è il figlio di Mel) che io già conoscevo per il suo Manuale. No problema, l'idea di una ragnatela di interviste che dipingono uno scenario mondiale è ottima e ben applicata. Sei dentro, questa storia, dentro in modo forte e irrevocabile. La narrazione tramite interviste (tutte condotte da una giornalista italiana sopravvissuta, Cristina Riccione) regala aria e spazio alla lettura, le informazioni storico-politiche sono diluite, quelle scientifiche anche e ridotte al minimo. Quelle necessarie a un affinamento informativo dell'intero lavoro sono raccolte in due appendici che, vi dirò, potevo fare anche a meno di leggere, a livello narrativo, perché il mio film mentale era già ben chiaro, ma che a livello di informazioni e curiosità sono state utilissime.
Non vi nascondo che mi è venuta voglia di partecipare al progetto, inutile negare, e magari sintonizzero la mente per vedere se ne esce qualcosa...

Quindi basta chiacchiere. 
Scene selezionate della pandemia gialla è un ebook imprescindibile per gli amanti del genere zombi e fortemente consigliato per gli appassionati di ucronia e scene da fine del mondo e ai lettori curiosi e trasversali. Un ebook, poi, consigliato anche a tutti quelli che del progetto e di come è nato non sanno nulla, e anzi, proprio per questo io dico che se lo godranno di più.
I piccoli difettucci di cui sopra sono obbligatoriamente da prescindere (però tu Alex fai un controllo ortografico sul file che ci sono 7-8 errori di battitura che trovi subito, scusami se non me li sono segnati) e il modo di interpretare un contagio mondiale e la reazione è molto, molto credibile. 
Ecco, forse è proprio questo il pregio maggiore che riconosco a questo lavoro: la credibilità.
In certi momenti, davvero, se proprio l'umanità doveva essere messa a dura prova e avvicinarsi alla fine, ho davvero desiderato che accadesse in questo modo. :)

lunedì 20 febbraio 2012

"Unico indizio la luna piena" di Stephen King***

Scrivo questo post un po' combattuto, nel senso che non sono sicuro di come inseririrlo, se tra i libri o tra gli epub.
Io non possiedo, cartaceamente parlando, questo libro. E' arrivato tramite vie traverse (grazie ;) in formato epub, e siccome è molto breve e siccome non ricordavo se l'avevo letto in gioventù e siccome, in ogni caso, volevo rileggere questo storico, ingenuo, King, l'ho appunto riletto.
Si stava poco, del resto.

Non mi voglio certo dilungare in chiacchiere. I kinghiani sanno già del valore storico di questo scritto, un calendario illustrato che non è nato in favore di un romanzo breve che ha per protagonista un lupo mannaro.
I non kinghiani, probabilmente, di queste cose se ne fregano, soprattutto pensando che il libro, nella sua forma cartacea, non essendo ristampato da un po', è difficilmente reperibile, nella sua forma antica.
O almeno credo sia così, e anzi, se qualcuno nei commenti vuole dirci qualcosa al riguardo, è benvenuto.

Quel che io ricordo è di averlo letto ai tempi delle medie, dalla biblioteca, e probabilmente è stato da qui che poi sono partito con il trip kinghiano, che mi ha fatto inanellare tutte quelle letture che oramai sono patrimonio comune di noi scrittori del fantasticorror, dall'anima nera. Se siamo quel che siamo, per quanto possiamo smerdarlo adesso, dobbiamo riconoscerne l'influenza al tempo dell'adolescenza. Le letture dei 12-14anni hanno un alto tasso di incisività sulla persona che poi diletterà di scrittura e lettura. O almeno, è così che la penso io.
Insomma, tutta 'sta papparbella per dirvi che l'ho riletto con il piacere del vintage, come quando ascolti una canzone degli anni '80 che sai che è brutta, però ha quel sapore di bello che comunque la ascolti con piacere. Io lessi l'edizione illustrata, all'epoca. Non ricordo quale, ma ricordo che in copertina c'era il protagonista, il bambino in carrozzina. E mentre rileggevo, già alle prime righe, sono tornato indietro negli anni, fino al capitolo del 4 luglio, ai fuochi artificiali, e alla paura, che probabilmente all'epoca avevo provato. 
Insomma... vanno tanto di moda i libri per ragazzi della collana "Piccoli brividi" e penso che "Unico indizio la luna piena" sia, a tutti gli effetti, un loro precursore.

Poi certo, è un libro per certi versi di una ingenuità imbarazzante. (Voglio ben vedere se in un paesino con 4 anime in croce se a ogni plenilunio sbranano qualcuno a partire da gennaio non vi salta la mosca al naso e già da marzo, con la luna piena, non vi quietate in casa armati come talebani!)
ma io lo reputo comunque un libro per ragazzi e la qualità primaria non è certo la verosimiglianza.
Nella sua piccolezza, il racconto di King (che poi nell'83 aveva già scritto un sacco di roba buona) prende come protagonista un disagiato e pur ostentando i lati negativi della famiglia e di tutto ciò che lo circonda (dai paesani, alla sorella, agli amici che non ha) riesce in un intento formativo che - pur messo in secondo piano - funziona. I fuochi artificiali del 4 luglio, per Marty Coslaw, sono qualcosa di determinante, per la sua felicità. Ti rendi conto, anche da ragazzo, di quanto cose per noi sciocche, per altri potrebbero non esserlo. La rabbia di Marty è anche quella del lettore, e non c'è lupo mannaro che tenga, quando insperatamente trova la complicità dello zio e può, finalmente, godere della sua piccola gioia.
Poi magari trovi ancora qualche imbecillo che sostiene che l'horror non è adatto per i romanzi di formazione... vabbè. Comunque non era nemmeno di questo che volevo parlare.
Volevo solo dirvi che se qualitativamente questo lavoruccio di King meriterebbe due stelle, ha un valore storico-affettivo che lo porta a essere quasi una piccole pietra nel fiume, di quelle che non ne cambiano il corso, ma almeno un paio di cascate, più a valle, le formano.
Non so voi, ma io ho letto questo, prima di passare ai vari Carrie-Salems-It-L'incendiaria-ecc ecc. (Anche perché se mi davano da leggere gli altri a 11anni mi si bloccava la crescita!)

sabato 18 febbraio 2012

Succede che a forza di dire cose...

Tra poco, credo, andrò a mangiare qualcosa. Ma siccome avrei mille cose "da fare", e non mi va di farle, ho deciso che aggiorno il blog con quei post che saltano di palo in frasca... (come tutti gli altri, direte voi), e magari poi, succede che, a forza di dire cose, almeno una finisce per interessare a qualcuno.
Cominciamo con una cosa sciocca, ma bella, se la guardi con l'occhio giusto.
Guardate che bella foto colorata, qui a fianco. Sapete cosa sono?
Ve lo dico subito.
L'ho fatta stamattina, qui vicino, al piccolo centro commerciale il cui piano superiore è stato colonizzato dai cinesi. No, calma, lo so cosa vi è venuto in mente. Un bordello di oggetti di ogni sorta di prezzo e valore bassi in cui puoi tuffarti e uscirne come un luna park ficcato in un tritacarne gigante assieme a un paio di tonnellate di colla. 
No. Non è così, questo nuovo negozio di cinesi. Sono una sorta di cinesi di seconda generazione, ovvero, ti accorgi che è un negozio loro, solo perché li vedi. Altrimenti non te ne saresti mai accorto.
Ci sono un sacco di cose normali, tipo supermercato, per capirsi. Che ne so, il gel garnier, extraforte 4, all'interspar era a 3.90, mentre qui lho pagato 2.98. Ma non è di questa cosa, che volevo parlarvi, né del fatto che sono gentili, non ti rompono mai i coioni, e non si offendono, assolutamente, quando non compri una cosa. Volevo parlarvi della foto, lì, tutta colorata. 
Sono manici di scopa! 
E ce n'erano parecchi, parecchi di più... Uno scaffale intero.
E lo scaffale di fronte? 
Ma che domande: il resto delle scope!
Eccovi la foto, tanto per farvi un'idea.
Ecco, già vi sento brontolare: "Ma gelo... è da dieci minuti che ti leggo e ci stai parlando solo di cinesi che vendono scope e relativi manici... ma cos'è, un trucco per attirare pervertiti con google?"
No, tranquilli.
Era solo per dirvi che ho pensato fosse una cosa bella, poter scegliere un accessorio così inutile e standardizzato come la scopa, in tutto questo assortimento. 
E' così che dovrebbe essere la vita, capite? Noi stiamo lì, a semplificare e semplificare e semplificare... e dov'è la bellezza, la gratitudine alla giornata, se non quando riesce a portarti via una cosa che fa per te? Ma se nessuno le facesse, le cose che fanno per noi, dovremmo sempre adattarci, e saremmo meno felici. E siamo un sacco, meno felici, in questi anni. E soprattutto, pensavo, ma io quante cose che fanno per gli altri faccio? Poche, temo, comunque non è di scope e basta, che volevo parlarvi (anche perché ci sarebbe ben molto di più da dire della matita-fionda, che vi lascio qui di fianco. E' o non è una fantastica cazzata?
Però non me la sono comprata... 3.90, mi pareva troppo. :)

Parliamo d'altro, dunque.
Un intermezzo musicale, per esempio.
I Litfiba nuovi, nella loro intervista, su una sola, unica cosa avevano ragione: il disco dei Black Keys è molto bello. Non innovativo, non stravolgente, ma molto bello. 
Ecco perché come intermezzo musicale vi propongo questa canzone: perché è bella!
Ascoltatela, non fate i pukkiofanti.

Torniamo a un'altra notizia. Parliamo di ePub e digitale.
Ho tre cose da dirvi, al riguardo.
La prima, diciamo così, aziendale. Edizioni XII pubblicherà tutto il catalogo delle collane Eclissi e Mezzanotte in epub e mobipocket. Chemmefrega, direte voi. Ma, non so. Mi capita ancora di leggere di editori che sputano merda sul digitale. Lasciatemi dire che mi fanno tristezza. 
Tristezza immensa. Chiunque legga in digitale e cartaceo penso che mi capisca perfettamente. Vedere questi poveri idioti tentare di arginare il mare, senza essere nemmeno scogli, mi fa pena.
Ecco perché io sono contento di lavorare per una casa editrice che cerca di stare sull'altra sponda, cercando di nuotare, in quel mare, benché sia più difficile di quanto possa pensare.
E così, per chi vuole cominciare a provare, e per chi non l'ha ancora letto, da adesso è disponibile in ebook il romanzo di Strumm, Diario pulp. 
Non serve che vi dica che così come ho trovato geniale Pulp fiction ho trovato geniale Diario Pulp.
Ricordo ancora la grande, mitica battuta del Sellero, a Zecchinetta, tipo a pagina 15-20, che mi fece pisciare dal ridere e innamorare del libro. 
E questa era la prima cosa.

La seconda cosa è la logica del pagare gli ebook tipo 2-3-4 euro. Trovo che sia un prezzo giusto. Certo, dipende dalle pagine. Non pretendo di avre un tomo da mille pagine a 4euro, ci mancherebbe, ma un libro normale, sulle 200-250 pagine, a 3-4 euro mi sembra equo.
Adesso, per esempio, sto leggendo un ebook. 168 pagine, più parecchio lavoro dietro. Ebbene, non lho pagato, lho avuto così, con il vento. Però appena lo finisco, la prima cosa che farò è andare a pagarlo. Perché è giusto così, perché mi sento di fare così.
Forse se avessi dovuto comprarlo non l'avrei letto, no. Per pigrizia o semplicemente perchè, come molte cose belle della vita, le rimandiamo fino a dimenticarle. Brutto difetto della modernità.
Insomma, la seconda cosa era questa, anzi no, non proprio questa.
La voglio fare anche io, la cosa del mettere i racconti in epub da scaricare liberamente che si pagano dopo averli letti. Però avrei bisogno di un cane che mi dia una mano (si okay, la frase è tratta dalla foto). Devo trovare qualcuno, là fuori, che mi organizzi la sezione del blog, quella là che si chiama Gelografia. Tipo farmi quelle cose per pagare sulla mia postepay, che poi userà per acquistarmi dei libri, di cui poi parlerò sul blog. 
Anzi, se c'è qualcuno, là fuori, in grado e con voglia di, che si faccia pure avanti, che ne parliamo.

La terza cosa riguarda il Pub. Il Pub di pub.
La volete sapere una cosa bella, che non avevo calcolato? Che il pub serve ai pubber!
Cioè, tipo io entro a mettere il giudizio su un ebook che ho letto ed ecco che scopro che qualcuno ci ha inserito qualcosa, ed ecco che magari quel qualcosa mi interessa, e lo scopro, e magari me lo scarico, oppure, semplicemente, so che è lì, e più avanti me lo andrò a riprendere.
Trovo sia una cosa figa. 
O per lo meno, per me lo è.
Diffondere cose, è sempre una bella cosa.
E a proposito di diffondere. Sapete cosa sto anche ascoltando, in questi giorni?
Lana del rey. Okay... io diffido molto dei dischi che entrano nella classifica di TV sorrisi e canzoni. Diffido moltissimo dei dischi di cui si parla troppo. Però l'altra notte, in radio, ascoltavo questo concerto. Cazzo, che bella voce, mi son detto. Bella performance. Non sapevo chi era. Ho sentito quatrro canzoni, poi l'hanno pure fatta parlare. Una spocchia, ma una spocchia che non vi dico. Del tipo: "Cioè sì, perché questo è un disco bellissimo, con canzoni tutte fighe, scritte io, che poi, ce n'è pure un altro, su youtube, registrato prima, non so chi ce l'abbia messo, pure quello tutto pieno di canzoni strabelle..." e via così. 
Comunque il disco, benché molto pettinato e ben prodotto, è figo. Mi piace. Riesce sempre a mantenersi un pelo al di qua del crinale che lo tufferebbe nell'heavy rotation peccaminosa dei bimbiminkia. Vi lascio con questa canzone, che non è la mia preferita, ma è gradevole, vi rilassa, provare per credere, in macchina notturna...

Poi che altro. Ah sì, il romanzo di Bravecharlie.
Ora, io non sono uno scrittore, ma se fossi uno scrittore, ricordatevi che vengo dall'underground.
Ho fatto le gare con gli scrittori, quelle sporche, quelle dure, quelle ingenue e come quando sei piccolo, e giochi a pallone, o a qualunque altro gioco, lo sai bene chi è quello forte. Magari ogni tanto arriva qualcuno che azzecca un racconto, okay, ti batte. Ma non te ne preoccupi. Però quello forte, da battere, lo sai chi è. E nel caso di Brave, penso che la cosa sia reciproca. E allora è con estremo piacere che vi dico che c'è un romanzo di Alfredo Mogavero (quello forte), da leggere. Non vi sto a spiegare il perché e il per come. Io di Alfredo sono un fan.
Non so ancora niente di questo romanzo.
E sarà bello.
Ma gelo, che cazzo dici, non l'hai nemmeno letto!
Non mi frega, scommetto. Mi piace scommettere.
E io scommetto su Alfredo. Alfredo scrive bene, e a volte e ha una qualità che hanno in pochi. Ha la colla per gli occhi, nelle parole.
Io lo leggerò più avanti, quando arriverà il caldo. E vi saprò dire.

E a proposito di gare, di scommesse, di amici scrittori, di concorsi.
Vi voglio dire anche una cosa che ho fatto io. Non lo faccio mai, ma a volte devi fare cose che non faresti perché la gioia di un amico è più grande della tua. Io odio, ma odio profondamente, dire ho vinto questo, mi sono piazzato in quello, ho partecipato a quest'altro. Tant'è che non faccio i concorsi. Non li faccio perché non mi serve. Però faccio le scommesse. E con un amico è piacevole scommettere. Il problema è che magari questo vuole scommettere che non sei in grado di vincere un concorso! Insomma... ho scommesso. E indovinate? Ho partecipato proprio con un racconto di quelle gare là, quelle underground, ormai di quanti, 3-4 anni fa... Te la ricordi Brave? Quella finale patta che ci è stata così cui coglioni a tutti. Ai guerrieri non si può dire "siete pari, non ha vinto nessuno".
E allora ecco che li ho odiati, quei racconti, compreso quello della finale, che era il più brutto, scritto in un giorno, pensando alla mia amica Ilaria, che ce n'era andata da poco. Insomma... ma non vi voglio intristire. Vi voglio fare ridere. E vi assicuro che riderete, perché una delle mie difficoltà è quella scrivere la bio. Odio scrivere la bio. E odio le foto. Non ne faccio quasi mai, mi rubano l'anima, come dicevano gli indiani d'america. Però ho dovuto sceglierne una.
Ecco qui la notizia, e la relativa fotografia, che ho tentato di rendere seria...
Ebbene... E cosa c'è da ridere, direte voi? Beh, andate a cliccare in fondo al post su "Voglio leggere ancora", e lo scoprirete, cosa c'è da ridere. Scoprirete quanto era seria quella foto.

Bene. E' tardi, devo uscire. Vi ho tediato anche troppo.
Vi volevo dire anche che oggi sono andato in caccia dell'alieno che c'è dalle mie parti, o meglio, della sua carcassa (c'è, c'è, fidatevi, so cosa devo cercare). E vi volevo dire del puffo gigante che devo dipingere, o del cartello da fare per la partita di domani, o insomma, di tutte le altre tremila cose che ho fatto oggi. Ma per oggi vi accontentate. 
Vi saluto con un video, di Mark Lanegan, che è tornato con questa splendida canzone:
Mark Lanegan Band – Blues Funeral from Hemerson on Vimeo.




 

giovedì 16 febbraio 2012

"L'ultimo grido del mondo" di Matteo Poropat**

Non si arrabbierà, spero, il buon Matteo, se dico che questo suo breve racconto a tema 2012 it's the end of the world as we imagine it non mi è piaciuto tanto.
Certo, non è che sia facile, mettersi a scrivere qualcosa sul 2012, nel 2012.
Anzi... direi che è come giocare a un partitella di pallone e dare dieci gol di vantaggio al Giàsentito. Puoi tentare di recuperare però poi perdi.
Ecco perché il problema è prima di tutto di storia, di già sentito, di non originale. La profezia che si avvera, proprio per mano di chi l'ha posta, non stupisce, così come non stupisce il modo, bene o male già visto qua o là, già nelle prime paure post-rivoluzione informatica. 

La lettura, per altro, è piuttosto scorrevole e il racconto, alle prime battute, prende bene. Sebastian Shaw, presentatore all'apice della carriera con trasmissione che ha altrettanto successo, finisce per diventare strumento della profezia, e protagonista, suo malgrado, dell'onda che travolgerà tutto. Non si capisce, a dire il vero, perché proprio lui, visto il potere nelle mani di chi ha gestito la cosa, che poteva dargli un benservito e un sostituto senza inventarsi stupri e menate varie, ma è comunque tutto ben retto dalla narrazione iniziale. 
E' la parte centrale, a mio avviso, più debole. Il personaggio di Shaw, parecchio approfondito, risulta poi poco utile alla storia, e gli inserti che descrivono "l'ultimo grido del mondo" sono troppo brevi per essere incisivi. Si leggono e si dimenticano, ricordando a malapena "la cosa della chat" per altro ben resa. Il finale riabilita, mi piace, anche se poi, pensando che l'80% delle persone al mondo non ha nè tv nè cellulare nè accesso a internet, diciamo che più che una fine del mondo è uno spostamento indietro delle lancette, anche se ho apprezzato molto l'occhio esterno del finale.
Quindi la faccio corta: racconto leggibile, non pesante, e con una trama pesata bene e i tempi giusti; ma storia troppo scontata per riuscire a smuovere qualcosa, a graffiare la memoria per più di qualche giorno post lettura. Anche il tentativo - between lines - di stigmatizzare il diffondersi dei media e, soprattutto, di un certo tipo di media e di format (televisivo), c'è, si nota, ma non incide.

Ecco perché, dopo aver finito questo epub, farò due cose.
Andrò a mettere il mio giudizio sul Pub di Pub
e mi scaricherà subito Il terzo giorno, il nuovo lavoro in ePub di Poropat!

mercoledì 15 febbraio 2012

"L'animale d'allevamento" di Kenzaburō Ōe***

Sì, okay, ci ho messo troppo a trovare la 'ō', con quello stramaledetto trattino sopra, per poi accorgermi dopo tre secondi che dovevo andarmi a pigliare anche la 'Ō' maiuscola... Succede, ma non è per questo che circa a metà racconto, il mio giudizio veleggiava pacifico verso le due stelline.
Poi qualcosa è cambiato, e la parte finale, focalizzata sul vero cuore del racconto, ovvero la crescita del protagonista, io narrante, si è preso in mano la storia e assieme a una sorta di fatalismo, di malinconia e di esotica rassegnazione, mi ha permesso d'apprezzarlo molto di più.
Niente di trascendente, sembra all'inizio, questo racconto singolo di Kenzaburō Ōe, premio Nobel - tra l'altro - nell'anno dei dischi bellibellibelli, e che comunque, visto che è stato scritto nel '58 e l'autore è del '35, si può anche considerare parte della sua produzione giovanile.

Siamo in Giappone, c'è la guerra, e in un villaggio vicino al quale viene abbattuto un aereo americano, viene catturato un prigioniero. Un negro, certo, ma non immaginate il modello che vedete in copertina (ancora una volta bruttina e fuorviante, se mi permettete) bensì un soldato americano un po' brizzolato, non certo con anelli e mani liscie da impiegato, che viene incatenato e trattato come dice il titolo, come un animale d'allevamento.

Ben presto, la storia, interamente narrata da un bambino, diventa appunto dei bambini e ci racconta altre cose. Ci racconta della differenza tra città e villaggio, tra bambini e adulti, tra un mondo che non spaventa ancora chi non è in grado di coglierne la barbarie, ma vi vede un immenso, fantastico gioco, del quale ecco arrivare - giocattolo inatteso - il "prigioniero negro", elemento che focalizza le attenzioni, destabilizza gli equilibri dei più piccoli mentre gli adulti, com'è loro regalato dal nemico tempo, non sanno fare altro che dimenticarsene.
Molto belle, in questo senso, le descrizioni di alcuni momenti, come la scoperta della sessualità dirompente del prigioniero, della sua mansuetudine, del suo essere al tempo stesso nemico e mistero insondabile, da rispettare, o quelle dei bambini del villaggio. Aspettate, ve ne trovo un passaggio...
Ah, ecco! Un momento di vita tra i due fratelli:
 Mio fratello scosse il capo, lo sguardo grave. io aprii di poco l'anta di legno e salii fin sul davanzale della finestra per urinare. la nebbia mi avvolse completamente come una cosa viva e mi si insinuò veloce nelle narici. la mia urina cadde in distanza, si sparse sulle pietre, poi colpì la finestra sporgente del piano terra, e, rimbalzando, bagnò calda i miei piedi e le mie cosce coperte di pelle d'oca. Mio fratello premette la testa contro il mio fianco, come un cucciolo di animale, e osservò con attenzione.
Rimanemmo per un po' di tempo in quella posizione. piccoli sbadigli riempirono le nostre gole sottili e, ogni volta, immotivate e trasparenti lacrime ci scorrevano lungo le guance.
Ecco, queste parti sono davvero dense, pennellate perfette, secondo me. Ce n'era un'altra, che mi piaceva molto. Quando il prigioniero mangia per la prima volta, filtrata dal nostro protagonista. Avrei sonno, ma ve la cerco su, mi pareva meritasse. Trovata! è lunga, ma meglio, così provo finereader nel PC nuovo...
Ma, in modo del tutto inaspettato, il soldato negro stese il braccio incredibilmente lungo, afferrò con le grosse dita pelose la bottiglia, la avvicinò a sé e la odorò. Quindi la bottiglia dalla larga imboccatura si inclinò, le grosse labbra gommose del soldato negro si aprirono, una fila di denti grandi, bianchi, ben allineati come il congegno interno di una macchina si scoprì e il latte si riversò in quella bocca grande, rosata, scintillante. La gola del soldato negro emise un rumore simile a quando acqua mescolata a bolle entra in uno scarico; poi, dall'estremità delle labbra, gonfie come la polpa di un frutto troppo maturo stretta da un filo, il latte denso traboccò, scivolò lungo la gola scoperta, bagnò la camicia aperta e il petto e si condensò come grasso tremolante sulla pelle dura, bruna, rilucente. Con le labbra secche per l'emozione, scoprii che il latte di capra era un liquido meraviglioso.
Io questi passaggi li trovo molto riusciti, anche se nella prima parte devo riconoscere che erano un po' nascosti da una prosa rapida, ma non sempre incalzante, e non graffiava al primo colpo. 
Vi dicevo che comunque con la seconda metà il racconto acquista ritmo, equilibrando il brano nel suo complesso, e insomma, alla fine pensi che ne sia valsa la pena, di farti raccontare il giappone del dopoguerra da questo bambino, che proprio l'ingresso dell'animale d'allevamento contribuirà a non essere più tale.
Dài, è tutto. Questa è l'uscita numero 37, e domenica prossima c'è Thomas Hardy, altro nome che scoprirà con quella lettura. Ciao cari... alla prossima!


domenica 12 febbraio 2012

"Il berretto di cuoio e altri racconti" di Mario Soldati***

Oh, ma sapete a che ora sono andato a dormire ieri? No, dico... sapete a che ora? 10 e mezza! (Sì, okay, il motivo è un puro immeritato e diabolico fastidio calcistico che dopo aver colmato il nervoso mangiando due pizze mi ha consigliato il sonno precoce) Risultato? Che alle tre ero già sveglio e alle sei già in giro e le edicole, bioparco, non erano ancora aperte e allora non ho ancora comprato il Sole 24 ore, con il libretto di racconti di Kenzaburo Oe, o come diavolo si scrive.
Ecco, così, se vi interessa, ora lo sapete.

Questo, invece, è il libretto della settimana scorsa, con tre racconti di Mario Soldati rubati a "I racconti del Maresciallo", della Sellerio.
Letto con piacere, sì, e se prima di questi non sapevo nemmeno chi fosse, Soldati Mario, ora so inquadrarlo meglio.
Tra l'altro, sul tubo, se volete, c'è la versione sceneggiato del racconto che dà il titolo a questa raccolta, ve li lascio: Il berretto di cuoio 1, 2, 3, 4. E' molto fedele al racconto di Soldati, e anche perché è lui che ha curato sia sceneggiatura che regia.
Comunque, non è dello sceneggiato, che volevo dirvi due parole, ma dei tre racconti.
Nel primo, forse il migliore dei tre, il Maresciallo ci racconto di come ha conosciuto il giovane Aduo, classe '35 of course, classico zimbello di paese, scherzato, borderline, che vive di fame e sigarette, con la madre e che viene travolto dalla meraviglia quando, per la costruzione dell'autostrada, vede arrivare le nuove macchine per la bitumazione. E il maresciallo, pensa di fare del bene, sì, a dirgli che se vuole c'è lavoro, anche per lui, ed ecco che trasforma un idiota, nel senso reale dell'aggettivo, in un infaticabile lavoratore, sfruttato, magari, dagli altri operai, ma come dire che è infelice?
Poi la vita è strana, si sa, e le cose prendono pieghe, e tutto ciò che comincia...
E così, più o meno, anche negli altri due racconti, anche se c'è una diversità di fondo dell'ultimo.
Nel secondo, I baci di dama, si rasenta l'ironia, la sorte grama di un pasticciere, che pensa alla moglie, finita a Roma per fare l'attrice ma negata e dirottata sulla più sicura attività di donna poco per bene, perché bella, certo, lo è. Ed è piacevole come l'autore, candidamente, si confessi cliente della Signora, la Dama, appunto, e voglia, una volta in città per motivi di lavoro (fa il regista, certo) andare a conoscere il Martinasso, questo pasticcere che ogni anno gli fa recapitare a casa una buonissima torta e che finge, certo, di non sapere molto della moglie.

Nell'ultimo racconto, La fine di Flok, invece, si è molto più sulla via del poliziesco, perché il racconto del Maresciallo è una prima persona che ci racconta un'indagine, e non certo una di quelle semplici. Entriamo dentro il modus operandi di un carabiniere di 50 anni fa, nel suo fiuto, nel modo semplice di indagare chiedendo, guardando, osservando, lontanissima dalla stucchevole modernità dei CSI, dove tutto è spettacolo. Boe attorno a cui gira il racconto, comunque, è Flok, un cagnone, "il solo personaggio simpatico", finito suo malgrado con un proprietario avaro e antipatico che si è sposato la vedova di un ex-criminale fascista morto. 

Vi dicevo, prima, che sono tre letture piacevoli. Il lasciare che siano racconti, narrazioni in discorso diretto o in prima persona, ne permette l'utilizzo di una lingua provinciale, semplice, umana, molto colloquiale, a tratti, ma sempre elegante, musicale. Riesce a rinchiudere dentro sè, questo modo di narrare, due cose: il suo tempo e l'aria di provincia.

Mi ha ricordato, per gli echi, due autori di questa stessa collana. Magari dirò un'eresia, non so, ma da un lato, quello poliziesco, quello che guarda all'umanità delle forze dell'ordine, mi ha ricordato Scerbanenco, dall'altro, quello relativo alla provincia, all'italia che non è città, ma paese, e non è modernità, ma tradizione, e non è lingua, ma dialetto, la Ginzburg.
Direi che è tutto, anche troppo. Nonostante la copertina brutta (io ci avrei messo una fotografia in bianco e nero dello sceneggiato Rai, decisamente affascinante, magari con Aduo :) scelta dei racconti azzeccata, gradevole e che fa del bene alla cultura. Per lo meno alla mia.
Buona domenica, carissimi... e oggi fa così freddo che se mi gira vado a correre al mare, se vedete che il blog non si aggiorna più, almeno sapete come sono morto :D



mercoledì 8 febbraio 2012

"Introduzione al mondo" di Idolo Hoxhvogli***

Sapete una delle cose belle di tenere un blog? Che conosci gente. Persone che non avrebbero mai incrociato la tua strada e di cui, probabilmente, non avresti letto il libro. Certo, poi, magari la conoscenza si ferma lì, ma che importa... 
E poi, seconda cosa, conoscere uno che di nome fa Idolo, è una cosa ancora più figa.
Cioè... tu puoi dirgli: Sei il mio Idolo, anche quando non non ha fatto nulla di straordinario, oppure, cosa ancora più figa, puoi dire di avere il libro del tuo Idolo...
Okay, okay... la smetto con le cazzate e vado per ordine.
Succede che prima che finisca il 2011 l'autore di questo libro mi scrive, gentilissimo ed educatissimo (davvero, non sono ironico) per chiedermi di leggere il suo libro e recensirlo e tenendoci a precisare che non è un caso di pubblicazione a pagamento o assimilati.

Ora, io mi sento un po' a disagio, quando mi vogliono regalare un libro a causa del mio blog... No, non voglio fare il modesto e dire che non sono un lettore attento. Anzi, mi ritengo un buon lettore e abbastanza attento, anche se in via di formazione. Però so anche che qui è casa mia, e che queste non sono vere e proprie recensioni, se non altro perché per mezzo post vi parlo dei cazzi miei :)
E anche in questo caso, per dire, mi riesce difficile non raccontarvi della delicatezza con cui Idolo ha accompagnato il libro, ricordandomi chi era (senza dar per scontato che me lo ricordassi) ricordandomi cosa gli avevo risposto e rinnovandomi l'invito a leggere e recensire il suo lavoro. Che bello... mi son detto, un autore umile... che rarità! 

E così, fugando il mio unico scrupolo nell'accettare recensioni (il tempo da trovare per riuscire a leggere) ecco che a poche settimane dalla ricezione vi parlo già di "Introduzione al mondo - notizie minime sopra gli spacciatore di felicità", poco più di un centinaio di pagine, con dentro qualche "disegno" e composto per lo più da brevi componimenti, non racconti, né riflessioni, né ritratti, né prose poem, ma un cocktail di tutto questo, composto usando come legame la critica, la satira e la filosofia.
Non è un libro facile, secondo me. E non è un libro che si legge in un paio d'ore, benché questo - forse - sarebbe il tempo di lettura se foste di fronte a una prosa con gli stessi numero di caratteri, ma sorretta da una trama narrativa... da una storia.

Qui la storia, quando c'è, non è rilevante e forte al punto da trascinare la lettura, permettendo di sorvolare sulle parole e sui contenuti. E anche se si alternano momenti che ho trovato davvero riusciti con altri un po' più spaesati, nel complesso è una formula che definirei con un termine soltanto: coraggiosa.
Sì, perché ci vuole coraggio a proporsi con un libro simile, soprattutto perché non fa per il lettore medio, né per il lettore che legge tanto per, in relax. Se lo leggete come leggereste un thriller, per intenderci, lo sorvolerete, questo pamphlet, e a tratti ne sarete annoiati o persino irritati.
Ecco perché mi prendo la libertà di riportarvi, Idolo spero non se ne avrà a male, una delle parti che mi sono piaciute di più. Ascoltate, ché vale la pena:

L'opera morta è la parte dello scafo fuori dall'acqua. L'opera viva è la parte che rimane immersa, è chiamata anche carena. Le divide il pelo dell'acqua. Una parte dell'opera viva può diventare opera morta, e viceversa: basta un'onda - rollio o beccheggio - e una frazione dello scafo respira o annega. Lo scafo, viaggiando, vede una sua parte essere alternativamente opera viva e morta: è il bagnasciuga, la linea di galleggiamento. La parte viva si mostra se costretta da una forza. La barca deve essere buttata a riva, o naufragata, affinché possa essere ammirata interamente. Chi vuole mirare lo scafo nella sua verità deve scorgere naufragi. Chi vuole mirare l'uomo nella sua verità deve soccorrere naufraghi.
Molto bello, vero?
Sì, lo è. Lo dico io. Questa è però una dei momenti meglio riusciti, presa dalla prima parte di libro, dove si racconta e descrive della Città dell'Allegria, una gigantesca metafora sulla nostra Italia e sui suoi difetti, sul suo cancro fatto di Allegria gridata da migliaia di altoparlanti, da ogni angolo della città... (e con questa vi ho illuminato un po' anche sulla copertina, geniale una volta arrivati alla descrizione della "mappa degli Altoparlanti". Ci sono altri momenti, più verso la seconda metà di libro, in cui la prosa di Idolo si fa più involuta, quasi un po' pretenziosa, dando l'impressione di rotolarsi nelle parole senza però riuscire a incidere, a graffiare come dovrebbe. E poi, forse, - ma questa è opinione del tutto personale - un paio di momenti in cui la critica si fa esplicita (non può essere altrimenti, per esempio, se ci metti la parola Bunga) e io avrei preferito la strada della metafora, anche se senza dubbio più tortuosa.

In ogni caso, ribadisco, ci vuole coraggio sia a scriverlo sia a pubblicarlo, un librettino così (forse anche un tantino sovraprezzato, per il suo valore percepito pre-lettura) e sono molto contento di averne accettato la lettura. La città dell'Allegria è una città che mi è rimasta dentro, e che non vedo tanto tra le case o tra le vie, bensì su facebook, in rete, nei TG, nella incurabile superficialità e nella indomabile tendenza alla menzogna, al manicheismo, all'imbroglio mediatico massivo.
Ed è inquietante pensare, per esempio, che forse anche io, adesso, sono un piccolo altoparlante e non so bene di quale allegria vado gridando. Per fortuna che ho la coscienza pulita, anche se troppo spesso mi dico che faccio troppo poco per abbattere questi stramaledetti altoparlanti...

Va bene. Ma chiudiamo.
Perché ci sono altre due cose. Un paio d'occhiali da indossare per leggere Hoxhovogli.
Nella lente di destra e di sinistra ci mettete che l'autore "è nato a Tirana nel 1984. Si è formato negli studi filosofici all’Università Cattolica di Milano", nonché ha pubblicazioni in lingua spagnola, mi pare.
Ecco, questo dà una chiave di lettura sulla sua prosa. Si vede, si percepisce, più che altro, che Idolo è estremamente attento alla lingua, alla correttezza, all'utilizzo di un italiano grammaticalmente e sintatticamente ottimale, eppure la sua scrittura è originale, le frasi hanno una struttura non del tutto lineare che - forse sbaglio ma forse no - è influenzata dal suo non avere l'italiano come mothertongue (Magari ho preso una cantonata eh, non so).
Seconda cosa, sempre dovuta alla sua distanza dal nostro paese (minuscolo, sì) è la visione esterna, visione che non è di un italiano che critica l'italia, ma di un occhio che la quarda da fuori pur stando dentro. Non a caso, per dire, ci sono anche certi parti che prendono di mira il nostro naturale essere ostili nei confronti del diverso.
Basta dài.
Scappo a lavorare.
Grazie per la lettura, e... sei il mio Idolo! :)

lunedì 6 febbraio 2012

Ho aperto un Pub!

Se non lo faccio adesso, questo post, non lo faccio più.
Ecco perché sarò breve, ma intenso.
La notizia è facile facile: ho aperto un Pub!

Dove, come, quando, perché?
No, calma, calmissima.
Il Pub è un blog, e non c'entra un cazzo con la birra.
Già... lo so, siete delusi, ma chissà, forse in futuro aprirò anche un Pub vero, che c'entra di più con la birra, ma per ora ho aperto questo:

Dai, provate a leggere di fila, che ci arrivate da soli... Ecco, allungate la seconda "i"...
Ci siete arrivati? Non importa, ve lo dico io. Nel mio Pub ci stanno gli ePub, ovvero gli ebook in formato ePub!
Andiamo per ordine.
Succede che ho comprato l'eReader, vi ricordate? E succede che attualmente unisco ai libri cartacei i libri/racconti in formato digitale. Ecco. E succede che la rete ne è piena, certo. Migliaia e migliaia. Ed è facile, facilissimo cercarli, trovarli, scaricarli. Però alla fine, mi son detto, che comodo sarebbe se avessi un posto dove "andare a fare la spesa di ePub", dove cliccare, cercare qua e là, sapere che esiste una certa cosa, vedere cosa ne pensano gli altri, scegliere e (andare a) scaricare. Già. Ancora meglio se gratis, ovvero dei freePub Mi piacerebbe persino, pensavo, poter scrivere a chi ha già letto l'ebook e chiedergli "Oh, ma com'è quel racconto/libro? Vale la pena? Mi può piacere?"

Poi, mentre già facevo questi pensieri, mi sono ritrovato a chiacchierarne via mail con Michela Z. e poi a chiacchierarne con Fithz Hood, ridendo del calembour "Pub di ePub = Pub di Pub".
E così, ancora qualche mese fa, ho aperto un blog e l'ho chiamato così: Il Pub di Pub
E mi sono definito un Pubber e o provato a buttarne giù la struttura.
Non ho il tempo, né avrebbe senso, gestire da solo un progetto simile.
Dovrei passare il tempo a cercare file in rete e a postarli sul Pub. Così ho coinvolto i due succitati e Michela ha deciso di buttare via un sacco di tempo a giocare con i template del blog facendoci le cose figherrime che io non so fare, fino ad arrivare a quello che vedete, ancora in progress e perfettibile.

Insomma... l'idea è di un blog in cui un lettore di ebook in formato ePub fa queste due cose:
a) nel momento in cui scarica l'ebook crea il post
b) nel momento in cui lo legge va a scriverci il suo giudizio.
Punto.
Nella mia testa malata, questo è un giochetto che funziona se c'è almeno una o due decine di persone che fanno questa cosa, senza che gli costi niente di che. Download-post-read-vote... Download-post-read-vote...
Lo so cosa state pensando.
Ci sono decine e decine di siti che hanno database di ebook in formato ePub...
Certo, lo sappiamo, ne abbiamo pure linkati alcuni.
E lo sappiamo anche che non è certo una idea innovativa, così come sappiamo che il blog non è lo strumento adatto, per svilupparla. Però è un'idea e assieme agli altri complici che ho già reclutato, Gianluca Redrum Santini e Gian_74 (che ha fatto i banner che vedete qui in giro per il post, a parte il primo, fatto da Michela), ho deciso di farla nascere. Se funziona okay, se muore pazienza. A me è servita già, ho scoperto siti che non conoscevo, autori che non conoscevo e per lo meno, quando voglio leggere qualche ePub di qualche amichetto del web, non devo cercarlo in giro deqquà e dellà ma trovo tutto al Pub.
Come dite?
Manca il vostro bellerrimo e preziosissimo ebook in ePub, come diavolo abbiamo potuto non segnalarlo? Lo faremo, lo faremo... e se volete mandarcelo voi, fate pure.

In fin dei conti, se vi fossero un po' di lettori a voler diventare Pubbers, la cosa potrebbe funzionare...
Sapere che un ePub esiste è già una bella cosa, tanto per cominciare.
Per dirvi una cazzata, se non avessi creato 'sto Pub non avrei, nel mio lettore, i Promessi Sposi e la Divina Commedia, che invece ora tengo sempre, così, tanto per il piacere di averli lì.
E conoscere i giudizi di qualche lettore, è una cosa ancor migliore, quando permette di governare meglio la complessità delle uscite digitali.

E allora...
Guardate, girovagate, faqqate, sosteneteci, votate gli ePub che avete letto, commentateli, ditemi che ne pensate, fateci pubblicità, inviateci degli ePub e se li leggete, be' la porta dei Pubber (o Pubeer, se siete anche degli ubriaconi), adesso, è aperta!

sabato 4 febbraio 2012

L'anno pieno di dischi bellibellibelli

Questo è un post musicale, di quelli che volevo fare da un po' e come al solito, vi avverto, lo schiferete, come fate di solito. Perché lo voglio fare, questo post?
Be'... io sono uno di quelli che cataloga i dischi per anno, non so bene perché, ma resta che lo faccio, e spesso, grazie a questo, mi è capitato di pensare: "Oh, ma guarda quanti cazzo di dischi e canzoni belle che c'erano quest'anno qua! Cazzo, incredibile!"
E non lo penso mica di tutti gli anni, eh?! Solo di uno in particolare.
E allora adesso vi beccate questo post, il primo che vi sto scrivendo dal nuovo PC, mentre divido il tempo tra:
a) spostamento dei file musicali
b) downloadaggio di cdburner, openoffice, itunes, ccCleaner e altre utilities che mi verranno in mente via via, prima di passare a quelle sconosciute
c) ascultamento di sprazzi di dischi di quest'anno qua, che vi dicevo.

Intendiamoci, non è certo con questo post che vi potrei parlare di tutti i dischi belli. I dischi belli di un anno sono tantissimi, sempre. Però non sono sempre tantissimi i dischi bellibellibelli (tre volte) e sono ancora di meno i dischi bellibellibelli chefannoperme.
Già... perché solo alcune cose, nella vita, fanno per noi.
E sono poche, pochissime, e non bisognerebbe mai dimenticarle.
Quindi l'avete capito, dài, vi sto truffando... è un post per me, per non dimenticare. :)

Il primo disco è uno che piace a molti, lo so, e usci tipo a inizio anno, d'inverno. Sono gli Alice in Chains, con sette canzone mezze acustiche che son sette piccoli gioiellini. E' un disco che ascolto periodicamente, soprattutto quando sono in un certo stato d'animo, che potrei definire di tristezza felice.
Difficile da spiegare, ma se uno ama questo disco sa benissimo cosa intendo. E' un piccolo capolavoro fatto di niente, semplice, breve, malinconico e delicato. Leggendario, per i figli del grunge come me. E una canzone che è altrettanto leggendaria è quella che vi faccio ascoltare: Nutshell.
C'è un verso che è una filosofia di vita, in questo pezzo. Anche la mia, sì ;)

Secondo disco dell'anno di cui stiamo parlando, uscito a marzo, e pietra miliare di un certo tipo di fare musica. Se ci avevano pensato i Depeche, a far pensare che rock e elettronica convivono benissimo, il biondino - forse poi un po' sopravvalutato - di nome Beck è stato, all'epoca e con quel disco, un genio, senza se e ma. Certo, tutti voi conoscete Looser, inno finto nichilista di una intera generazione, nonché pezzo coi controcazzi multipli. Ma io vi faccio ascoltare un altro piccolo gioiello, contenuto in Mellow Gold. Beercan... una canzone che non può non solleticarvi l'umore.

Un altro disco, italiano, stavolta. E attuale, perché molto si parlerà dei MK, ora che sono a Sanremo. Bene, chiarisco una cosa, il primo che viene qui a tirar fuori discorsi ridicoli del tipo Marlene merda perché vanno a Sanremo, è un coglione. Ho tutti i dischi dei Marlene, ascolto tutte le loro canzoni, non fanno più per me già da dieci anni, e da dieci anni, da quando sono rimasti in tre, più o meno, i Marlene sono un gruppo da Sanremo. Anzi, devono andarci! Perché se vogliamo dare dignità a un certo tipo di musica italiana che fonde melodia, musica, parole e rende onore a una tradizione che è stata di gente che io, forse, schifo, ma di cui non posso non riconoscere il valore, bene, se è così sono proprio i Marlene che devono farlo. A me non dà nessunissimo fastidio che la gente cambi, mentre mi danno fastidio quelli che non accettano i cambiamenti. Il problema vero qual è? Catartica, esatto. Il disco di cui vi sto parlando. Catartica è un disco unico, rabbioso, poetico, miracoloso. Catartica è un modo di essere, in un periodo in cui si ricercava quell'esatto modo di essere. Un disco che ti invita a una festa del cazzo, e tu ci vai, per spaccare tutto, felice di farlo.
E quale canzone lasciarvi, di catartica? Tutti voi, dico tutti, vorrete Lieve, Nuotando nell'aria, Festa Mesta... E invece no, io ve ne lascio una che se non avete il disco non avete mai sentito... Una delle mie preferite, assieme a trasudamerica e giù, giù, giù, e la canzone di domani... ma intanto ascoltatevi questa, La mala mela:

E poi, un altro disco che ogni volta che lo ascolto devo ripensare a quanto bello è. Lo chiamavano trip hop, quella sorta di genere con gente come Tricky e quegli altri, là, di karmacoma. La verità è che queste canzoni mescolano suoni antichi e classici in modo meraviglioso e meravigliosamente elettronico così come meravigliosa è la voce di Beth Gibbons (tant'è che io mi ascolto ancora il suo disco solista). E poi è un disco da farci l'amore sopra, questo, non ho dubbi. 
Voi sicuramente conoscerete Glory box, arci famosa, ma io, di Dummy, vi faccio ascoltare una tra quelle che preferivo io: Wandering star... 

E siccome il post viene lungo lungo, e io non è che posso perdere la serata qui a googlare canzoni bellissime, vi lascio un ultimo disco e un ultimo video, mentre gli altri ve li elencherò soltanto, senza link. Dunque... ce ne sono a decine, alcuni bellissimi, ma io voglio lasciarvi con un disco non bello, non innovativo, non questa gran cosa, però che faceva per me. Era il disco delle Hole, Live through this, che iniziava con un pezzo rabbioso, sempliciotto, se vogliamo, ma aveva anche quel video, questo qua sotto, che con il fascino volgare della vedova cobain e soprattutto la quaglietà infinita di Melissa, che era davvero quaglia che più quaglia non si può, riusciva a mescolare musica, immaginario sensuale e grunge in un qualcosa che con il ritornello "God wants to take everything..." era catartico. Era come una bestemmia urlata, quella canzone, e piaceva, sì, perché a volte anche la mediocrità ha un'anima. A voi Violet

Bene. E adesso, se magari vi siete sciroppati queste canzoni e chissà, magari non le conoscevate, e magari non mi credete, riguardo ai dischi bellibellibelli di quell'anno, vi dico che erano usciti anche: Grace di Jeff Buckley, Sixteen Stone dei Bush, Dookie dei Green Day, Karma dei Karma, Throwing Copper dei Live, Music for the Jilted generation dei Prodigy, Troublegum dei Therapy, Smash degli Offspring, The Downward spiral dei Nine inch nails, Under the pink di Tori Amos, Vitalogy dei Pearl Jam, Superunknown dei Soundgarden, il primo disco dei Korn, Definitibly Maybe degli Oasis, Parklife dei Blur, Purple degli Stone Temple Pilots e insomma... dai, mi sono stufato, ma ce ne sono molti altri. 
Magari questi dischi piacevano anche a voi, chissà...
Ah, dimenticavo, l'anno era il 1994. :)

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