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UN PAR DE COPIONI - I RACCONTI - GIRONE 2

I PLAGI DEL GIRONE 2
VOTATE IL VOSTRO PREFERITO

CLASSIFICA DEFINITIVA DEL GIRONE:

  1. L'ultimo - Punti 31 - (5+7+7+1+3+1+7+1+1)
  2. DNA - Punti 27 - (7+5+1+3+3+1+7)
  3. Una morte invidiabile - Punti 22 - (5+7+5+5)
  4. Ombre - Punti 20 - (7+1+7+5)
  5. Competizione - Punti 17 - (1+3+3+7+3) 
  6. Il buon mestiere - Punti 12 - (1+5+5+1)
  7. Neanche per sogno! - Punti 11 - (3+5+3)
  8. Vendetta - Punti 9 - (1+5+3)
  9. Se potessi prenderei a pugni il mio psicologo - Punti 8 - (1+7)
  10. Una passeggiata tranquilla - Punti 4 - (3+1)
  11. L'incredibile storia del signor Culo - Punti 1 - (1)
I RACCONTI SONO QUI SOTTO - qui il regolamento


1) UNA PASSEGGIATA TRANQUILLA
Di notte, amo camminare fra le tombe per godere della pace del piccolo cimitero del paese. Passeggio tranquillo portando un saluto agli amici: mi piace richiamare alla mente attimi di vita passata, quando si lavorava sodo per un pezzo di pane e d’inverno le stalattiti di ghiaccio sulle travi del soffitto parevano il gelo stellato. Allora no, non era proprio possibile rilassarsi e tirare il fiato… ma adesso recupero.
Alla luce d’un lumino tremolante, accarezzo l’immagine di Sofia. La mia unica paura? Che arrivi mia moglie e mi faccia scoppiare il cuore dallo spavento. Ipotesi remota, visto che era stanca morta e aveva bisogno di dormire.
- Ciao, Sofia, anche stasera ci si vede.
Compagni di scuola, una vita fa. Ero innamorato di Sofia. Mi piaceva da morire come arricciava il naso col sorriso.
Però s’è fatto tardi: meglio tornare a casa. Percorro corridoi che odorano di muffa senza incontrare anima viva. Canto ventitré, seconda fila dal basso. Entro e mi stendo senza fare rumore. Sono sempre l’ultimo che va a dormire.
- Ecchecazzo, Andrea… E’ inutile che fai pianissimo e poi mi pianti un gomito tra le coste.
- Scusa.
- Scusa un corno! Altro che eterno riposo… lo sai che poi fatico a riaddormentarmi. E smettila di strusciarti, sei tutto spigoli.
- Ti prego, requiem aeternam, facciamo l’amore… muoio dalla voglia.
- Piantala. Vai a fare il cascamorto con Sofia, o la mano morta con la Giusi.
- E’ che mi annoio a morte. Dai, fammi uno spoglie-rello mortali.
- …
- Ti parlo in latino: ti lecco tutta con la lingua morta!
- …
- Insomma! Sembra che tu ce l’abbia a morte con me!
- La nostra vita sentimentale è a un punto morto. Eppoi per fare l’amore bisogna muoversi e i morti non si muovono.
- Non è vero! Lo dicono spesso anche nei film: “se ti muovi sei un uomo morto”



2) NEANCHE PER SOGNO!
Neanche per un sogno, di quelli forti, belli...in cui sei un eroe senza paura, o un master dominatore avrebbe spento la luce. Ma gli occhi gli si facevano pesanti, erano le tre del mattino e proprio non riusciva a staccarsi dalla lettura di Infinite Jest.
Le campane di una chiesa sconosciuta battevano l'ora.
Devo dormire sennò domani!
Spense la luce. Tic, Tac, Tic: il maledetto orologio lo teneva sveglio , o forse era il caldo? Accese l'abat-jour e vide la porta dell'armadio aperta. Dentro, inanimato, giaceva il corpo di David Wallace Ford.
Ma questo è un incubo, eppure non credevo di dormire!
Si fregò gli occhi e guardò nell'armadio: il corpo era sparito.
Naturalmente devo essere pazzo a vedere queste cose!
Quel caldo soffocante! Si affacciò alla finestra. Ne luci , ne stelle, il buio assoluto. Nemmeno il rumore in lontananza dell'autostrada, solo il maledetto rintocco di quella campana. Don, don, don, don... già le quattro!
Ripiombò sul letto tutto sudato e spense la luce. Tra due ore doveva alzarsi per andare a lavorare.
In quel momento sentì l'odiato ronzio di una zanzara: - ecco, ci manca questo adesso – voglio dormire, maledizione, voglio dormire...
Cominciò a contare le pecore, si rigirò ancora nel letto, poi senti il classico prurito: - ecco! Colpito!
Accese l'abat-jour e vide la grassa zanzara soddisfatta sul muro, immobile. Fu un gioco da ragazzi ammazzarla...o almeno credette.
Il colpo che ricevette lo stordì, vide chiaramente un altro se stesso che gli agitava un giornale davanti nell'intento di colpirlo. Lui cercò di schivare il colpo, sulle prime ci riuscì, ma era troppo gravido di sangue per poter schivare i colpi dell'altro.
Fu quando vide l'altro se stesso impugnare il grosso tomo di Infinite Jest che comprese e cominciò ad urlare:
“voglio svegliarmi!”
Si attaccò terrorizzato al muro, ma cosa poteva fare contro la forza di quel libro scagliato con rabbia?
Poi, fu solo sangue sul muro.



3) L'ULTIMO
Ti chiami Learco Guerra e la bicicletta è la tua vita. Sei cresciuto sputando sangue per ricalcare le orme di tuo nonno, campione indiscusso degli anni Cinquanta: Learco Guerra, la locomotiva umana. Porti lo stesso nome, una zavorra che ti trascini anche lì dove sei adesso, lungo l’impegnativa salita del Mont Ventoux.
Purtroppo i tempi sono cambiati, e la gamba del nipote non è degna di un fuoriclasse.
Ti ritrovi ultimo, a inseguire un gruppo che ama fare colazione con pane e steroidi. Burattini che hanno venduto decenza e integrità fisica per inseguire sogni contraffatti. Tu invece no, ti affidi alla sola forza dei muscoli: per questo ormai sei un puntino lontano, e riesci a malapena a superare un tifoso che ti corre accanto.
La vista ti si annebbia e riconosci a stento l’ammiraglia che si affianca. Vieni bombardato dagli insulti del tecnico che si vergogna di te, bastardo dissidente.
Settimo tornante, manca poco. Giusto il tempo per togliere una mano dal manubrio e sollevare in mondovisione il dito medio verso il responsabile della tua squadra.
La macchina accelera e ti lascia solo a strizzare le ultime gocce di fatica.
Eccolo. Lo hai scelto ieri durante il giro di ricognizione: l’ottavo tornante. Ti alzi sui pedali per uno sprint che ti farà strappare i muscoli. La folla ai lati della strada sembra sorpresa della tua reazione e si scatena per incitarti: ti senti diverso, forte, potente. Chiudi gli occhi e la bicicletta vibra impazzita sotto i colpi delle pedalate, i tifosi si fanno da parte mentre ti avvicini veloce a un parapetto troppo basso per un baratro di novanta metri.
Lo oltrepassi e cadi nel vuoto stretto alla tua bici. Immagini uomini e donne con vestiti d’altri tempi che gridano il tuo nome in francese. Learcò Guerra, la locomotiva umana. Vedi il traguardo e sei primo, la coppa è una lastra fredda di roccia e fango.


4) SE POTESSI PRENDEREI A PUGNI IL MIO PSICOLOGO
Ma dove diavolo sono finite!?
Erano in tasca fino ad un attimo fa... .
Ormai sono cinque minuti che le cerco, il treno ormai è andato.
Concentrati Gianni!
Ripercorri mentalmente quanto hai fatto finora.
Dunque: sono uscito di casa ed ho chiuso la porta.
E lì ce le avevo.
Ho preso la bici e sono venuto in stazione.
E lì ce le avevo.
Ho chiuso la bici con il lucchetto e sono andato ai binari.
E lì ce le avevo.
Ho obliterato il biglietto.
E lì ce le avevo.
Poi? Ah già, ho espresso il mio desiderio quotidiano.
"Per alleviare lo stress" dice lo psicologo.
Anche oggi lo stesso desiderio:
"Vorrei un giorno di ferie."
Sono stato accontentato: non posso certo andare a lavorare così!
Ma dove diavolo sono finite le mie mani?!


5) DNA
L’Aloe da cui stava prelevando una talea lo punse. Il sangue gocciolò sul terriccio nella vasca delle succulente. Bestemmiò tamponandosi.

Qualche giorno dopo notò dei germogli spuntare accanto alla pianta madre. All’inizio timidi e grassocci, presero in seguito la forma di dita fino ad evolversi, in una sola notte, in una mano. Identica alla sua.
La sfiorò con cautela: era morbida e prensile. Rispose al suo tocco accarezzandogli il dito.
Figo, pensò, che mi sia clonato?
Indagò alla base dell’arto, ma sotto trovò solo un groviglio di radici tubolari e bluastre. La trapiantò in un vaso tutto suo.
Ogni mattina, entrando nella serra, le diceva:”Dammi il cinque!” La mano schioccava pronta contro la sua.

Prese l’abitudine di portarla con sé quando andava a fare le consegne del vivaio. Ancorata al cruscotto dell’Ape fungeva da navigatore, suggerendo le svolte inclinandosi, ammonendo con l’indice in caso di pericolo, dando l’alt o i rallentamenti con una gestualità degna di un vigile urbano.
All’occasione, mentre lui cantava, batteva pure il ritmo sul parabrezza.
Il giorno in cui un SUV prepotente lo mandò quasi nel fosso, la mano si unì alle sue imprecazioni con l’indice e il mignolo alzati.
Ma,  poco dopo,  lo raggiunsero. Fermo contro un albero si sbracciava in cerca di soccorso.
L’Ape proseguì incurante, mentre la mano si esibiva in un dito medio trionfale.
Era proprio sangue del suo sangue.


6) IL BUON MESTIERE

La verità, signor procuratore, è che i vivi non mi sono mai piaciuti. Troppo presi dalle loro bassezze, dalle loro meschinità. E poi neanche io piaccio a loro. I miei compaesani mi hanno sempre considerato un vecchio misantropo un po' sciroccato.
Naturale, in fondo: i becchini non sono molto popolari. Eppure è un buon mestiere. Un mestiere dignitoso, avrebbe detto mio padre. Anche lui era un becchino. E anche suo padre, e il padre di suo padre.
Non creda però che io abbia rinunciato ai miei sogni per portare avanti la tradizione di famiglia. Tutt'altro: io provavo autentica gioia nell'occuparmi dei morti. Passavo ore e ore ad ammirarli nella camera ardente. In fondo, so di essere un privilegiato. A me, solo a me, era concesso l'immenso onore di accompagnare i defunti nel loro ultimo viaggio.
Anche lei mi ritiene pazzo, vero? No, non serve che neghi, glielo leggo in faccia.
Ma non importa. Mi basta sapere di aver fatto la cosa giusta.
Sa, era un gelido pomeriggio di novembre, quando ho avuto l'illuminazione.
Stavo scavando una fossa, il fiato che mi usciva a sbuffi dalla bocca, e ricordo di aver pensato che i vivi in fondo non sono altro che morti imperfetti. Subito dopo, ho capito che toccava a me aiutarli a raggiungere la perfezione.
Così mi sono messo all'opera. Il primo è stato Franco, l'ubriacone del paese. La morte l'ha preso alle spalle, dolce come una carezza. Per lui ho organizzato un funerale da re.
Poi è stata la volta delle gemelle Petrantonio. In vita erano due bambine di otto anni come tante altre, ma da morte - perdoni la mia vanità di artista, signor procuratore - erano bellissime. Bellissime!
Il resto lo sapete, signor procuratore. Ho continuato ad aiutare i miei compaesani finché non mi avete arrestato. Rimpianti? Nessuno.
Spero soltanto che il prossimo guardiano del cimitero abbia la mia stessa dedizione al lavoro.


7) L'INCREDIBILE STORIA DEL SIGNOR CULO
“Non credo di aver capito bene…”
“Ha capito benissimo, dottor Scroto!” Il signor Culo sbatté con violenza il pugno sulla scrivania. Un rapido sguardo alla laurea in chirurgia plastica, appesa in bella mostra sulla parete davanti a lui, poi riprese, con calma. “Ho detto che voglio un naso. Non ne posso piú di tutte queste facce che ne vanno in giro a far bella mostra di sè. Voglio un naso importante, che mi renda un bel profilo greco. Voglio un naso che mi permetta di usare un paio di occhiali senza elastici, un naso da soffiare, un naso per sentire i profumi e gli aromi della natura, un bicchiere di vino, l’odore del pane appena sfornato.”
“Sì, ma vede…”
“Non voglio sentire ma, nè forse, nè perché. Mi sono fatto un culo così, eufemisticamente parlando, per mettere da parte i soldi e ora voglio quel naso. Non ci sono palle, ehm, se mi passa il termine.”
Il dottor Scroto fissò il paziente per pochi attimi, poi scelse un foglio da una pila sulla scrivania, ci piazzò un timbro sopra e siglò con un scarabocchio.
“Metta una firma qua. Faremo l’operazione lunedí prossimo. Mi raccomando, stia a digiuno la sera prima dell’intervento.”


Passato l’effetto dell’anestesia, il signor Culo si svegliò nella propria stanza, circondato dall’affetto dei suoi cari. La festosa baraonda di chiappette parentali tradiva la curiosità di conoscere il risultato dell’intervento. Quando il dottor Scroto tolse le bende e svelò al mondo il suo ultimo lavoro di rinoplastica, gli ohhh di sorpresa furono interrotti dalla prima dichiarazione del nuovo signor Culo: “Hei, cos’è questa puzza di merda?”
 

8) OMBRE
La festa del patrono aveva sempre significato la fine della bella stagione e l’inevitabile inizio della scuola, ma più di ogni altra cosa ci teneva incollati all’infanzia per quel tempo che, allora, ci sembrava infinito.
L’immagine lontana dell’ultima fiera a cui partecipai segna il termine di quel lungo e alieno sogno.

Faccia di cane era un orribile quindicenne che seminava terrore tra noi pelleossa delle medie, e l’estate rappresentava l’unico rifugio sicuro dove nasconderci e sentirci semplici adolescenti senza paura.
L’idea di poterci liberare di lui – per qualche tempo – era nata alla fine di luglio durante un’interminabile partita a ce l’hai quando, sotto il solleone, quel pensiero appariva limpido e meno spaventoso di quello che fosse in realtà.
Il retro della chiesa sarebbe stato il posto ideale. La curva esterna dell’abside ci avrebbe coperti e non sarebbe stato difficile attirare Faccia di cane con qualche scusa o provocazione.
«Non saprà mai chi è stato» mi ripetevano, cercando di convincermi. «Quello che importa è che impari la lezione».

Avevamo rubato il sacco dal magazzino del padre di Rudy, odorava di polvere e legno ammuffito ed era talmente grande da far posto a due di noi.
Il muro del duomo divenne un cinema, reso ancora più abbagliante da una luna che, quella sera, traboccava chiarore neanche a farci dispetto. La parete bianca era lo schermo, le nostre ombre attori senza volto. Piedi e mani furono armi improvvisate, calci e pugni piazzati con ferocia che non ci si aspetta da dei ragazzini.
Faccia di cane non ci mise molto a crollare e a supplicarci di smetterla: lui come noi, noi come lui. Le sue urla, proprio durante il fragore dei fuochi d’artificio, mi spinsero a raccogliere da terra quel sasso.
Il resto è il ricordo del silenzio di quel ragazzo che non ci maltrattò più e della mia mano serrata attorno alla pietra.
L’unico colpo fatale del nostro agguato.


9) COMPETIZIONE
Franco a scuola era il migliore, ma non sempre il più bravo. Capitava che, di tanto in tanto, riuscissi a prendere mezzo punto più di lui, anche se a costo di grandi fatiche e sacrifici.
Preso il diploma ci iscrivemmo a Medicina. Al test di ammissione mi superò di quattordici posizioni, e ai primi esami ottenne votazioni più alte.
Ero stanco di stargli in coda, volevo batterlo, vincerlo, per questo la notte studiavo da autodidatta.
Quando quella sera entrai nel capannone, la mia cavia attendeva silenziosa sul tavolo da quattro giorni. Nuda. Supina.
Guardandola ripensai alla fatica di catturarla rispetto alle mie precedenti. Barboni e prostitute erano state prede facili e soggetti di studio tutto sommato piacevoli, ma per questa cavia tutto era stato più pericoloso e, ora, più impegnativo.
Il mio obiettivo, quella sera, era vincere lo schifo della putrefazione. L'anatomia umana mi era ormai nota, ma temevo che all'esame il puzzo di morte potesse bloccarmi, umiliandomi davanti a tutti.
Un odore dolce e malsano mi assalì fin dalla soglia, ma soffocando un conato continuai ad avvicinarmi al tavolo. Afferrai il bisturi e praticai l'incisione a Y, storcendo il naso e trattenendo il respiro. Ce la posso fare, mi dissi, ma quando sollevai la pelle morta il fetore fu più di quanto potessi sopportare. Mi piegai sulle ginocchia e vomitai la cena, il pranzo e la colazione.
Quando gli spasmi cessarono, mi pulii la bocca con il dorso della mano e sorrisi lanciando uno sguardo a Franco disteso sul tavolo. Nonostante tutto avrei preso un voto migliore del suo.


10) VENDETTA

Mattia è in ritardo di una vita. Proprio oggi le aveva promesso che non avrebbe tardato. Che non avrebbe più fatto lo stronzo.
Sfreccia in motorino per le vie della città, non rispetta precedenze né semafori rossi, cerca più volte di avvisare Giada. Lei però non risponde.
Entra nel locale come una furia, pronto a rovesciarle addosso il suo ottimo alibi a cui tanto lei non crederà. Ma Giada è andata via già da un pezzo, dice il cameriere, farfugliando qualcosa su una pompa di benzina.
Il distributore, già. Il loro primo incontro. Lei con l’auto in panne poco distante e lui, da prode cavaliere, la salva guadagnandosi la più bella scopata della sua vita.
Forse Giada ha lasciato apposta un indizio. Forse vuole dargli un’ultima possibilità.
Mattia ride. Cazzo se gli piace vedere le brave ragazze cadere ai suoi piedi.
Il piazzale è deserto, di Giada nessuna traccia. Deluso, Mattia estrae un pezzo da venti. Mentre infila l’erogatore nel serbatoio un’ombra passa alle sue spalle provocandogli un brivido intenso lungo la schiena.
Con un gesto brusco si volta, la pompa gli sfugge di mano e cadendo lancia un getto che gli inzuppa i jeans. Merda!
Mattia indietreggia, si rigira, si sente osservato. L’erogatore ormai vuoto giace esanime al suolo.
Un silenzio agghiacciante avvolge il piazzale. Mattia si guarda intorno, qualcosa gli striscia accanto, lo afferra alle caviglie, lo sbatte a terra. Lui si divincola, urla, cerca di rimontare in sella. Ma il tubo di gomma lo avvolge risalendogli lungo le gambe, i fianchi, il petto, la gola. E stringe.
Mattia è occhi negli occhi con il suo aguzzino. Nel suo acciaio cromato giurerebbe di averci visto Giada.
La bestia gli spegne il respiro e si ritira strisciando.
Poco più in là Giada ride. Cazzo se le piace vedere i bravi ragazzi cadere ai suoi piedi.


11) UNA MORTE INVIDIABILE

Nessuno ti conosce come tua moglie.
Nessuno sa tentarti come un'amante.
Si dice che una candela accesa dai due lati bruci di luce più intensa, ma per un tempo così meravigliosamente breve...
Carlo aveva avuto tutto dalla vita: una donna silenziosa e devota che lo accudiva senza chiedergli nulla in cambio, neppure un figlio; un'immensa fortuna accumulata in anni di competizioni spietate ai piani alti delle aziende di tutta Europa; e infine una morte invidiabile, improvvisa, fra le braccia della propria amante, con le labbra sulle sue.

Al funerale, mentre la moglie sedeva composta e solitaria in prima fila, in fondo alla chiesa non erano mancati commenti sui baci mozzafiato, né altri più scontati sull'Alito della Morte. L'arresto respiratorio che lo aveva colto in un momento tanto inopportuno non era l'unica domanda rimasta senza risposta: il suo rifiuto categorico di partecipare alle cene di affari, o anche solo a un aperitivo di lavoro, aveva contribuito ad alimentare la fama di freddezza che lo accompagnava. In realtà, se qualcuno avesse mai pensato di chiederlo a sua moglie, lei avrebbe potuto spiegare che Carlo non riteneva opportuno far sapere a nessuno delle gravi allergie alimentari che lo affliggevano: era quasi paranoico sotto quel punto di vista. Non si arriva in vetta al mondo rendendo note le proprie debolezze.

Carissima Giada,
Mio marito mi ha parlato spesso di te e della preziosa collaborazione che gli offri durante le trasferte. Quello che invece ha tralasciato di dirmi si intuiva facilmente dai messaggi che ho trovato nel suo telefono cellulare. Non vi serbo rancore, ma questa sera, prima che tu lo veda, mi farebbe piacere incontrarti e chiacchierare serenamente, io e te da sole, magari davanti a un bicchiere di bianco, a una ciotola di pistacchi e anacardi, e ai miei famosi tramezzini al burro di arachidi. Sono una vera delizia: quando ne assaggerai uno vorrai finirli tutti.
Con simpatia,
Luisa

13 commenti:

  1. Assegno un punto al racconto: -L'L'Ultimo-

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    Risposte
    1. ehm... magari, se ti firmi ;)
      comunque grazie!
      :)

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  2. Complimenti al racconto L'ULTIMO ...
    Si merita il mio punto..
    Miky

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  3. Quanti punti si possono assegnare al massimo ?

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  4. Un punto a l'ultimo.... Bellissimo!!!
    Ciao Alfry

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    1. Vero :)
      E gli altri, di che parlano? :D

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    2. Complimenti all'Ultimo
      Che in questo caso e' arrivato primo!
      ;-)

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    3. Eh eh! Almeno non ho smentito il proverbio!:)

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    4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    5. Veramente non è un proverbio, ma il Vangelo di Matteo.
      Il proverbio dice: beati gli ultimi se i primi son discreti. Si cita, maleducatamente, a tavola guardando nel piatto degli altri mentre si servono. :-D

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    6. io ogni volta che arrivo primo e uno mi viene a dire "beati gli ultimi che saranno i primi" gli rispondo, con grande spocchia, "Si si, ma ricordati chi diceva così e finito morto su una croce"
      :D

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