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UN PAR DE COPIONI - I RACCONTI - GIRONE 1

I PLAGI DEL GIRONE UNO 
VOTATE IL VOSTRO PREFERITO

LA CLASSIFICA DEFINITIVA DEL GIRONE


    1. Il super-soldato - Punti 32 - (5+3+5+7+7+5)
    2. Con le migliori intenzioni - Punti 30 - (7+7+7+1+1+1+1+5)
    3. Rettificando invenies - Punti 24 - (7+5+5+7)
    4. Il brigadiere - Punti 22 - (1+3+3+7+5+3)
    5. Allegria - Punti 18 - (3+5+3+7) 
    6. Uno più uno - Punti 18 - (5+1+1+3+5+3)
    7. Il sognatore - Punti 13 - (5+1+7)
    8. La numero 31 - Punti 8 - (7+1)
    9. ...e il suo regno non avrà fine - Punti 7 - (1+3+3)
    10. Nostra signora dei vicoli scuri - Punti 4 - (1+3)
      I RACCONTI SONO QUI SOTTO - qui il regolamento

        1) IL BRIGADIERE 
        Aprì gli occhi e quello che vide fu il bianco delle pareti e la troppa luce delle lampade a diffusione. Il lento ansimare di un respiratore e il blipcadenzato di un monitor per le funzioni vitali gli unici rumori in sottofondo.
        La sua identità gli sfuggiva, così come il motivo della sua presenza in un ospedale.
        Amnesia?
        Un’ipotesi, anche se non spiegava nulla.
        Ma c’era dell’altro…
        Sapeva con esattezza che si trattava del 25 novembre, ore 5.54 antimeridiane.
        Come?
        Attese. Qualcuno sarebbe arrivato, prima o poi.
        E così fu, alle 8.06.
        Un uomo, camice bianco (cotone intrecciato). In mano un bicchiere (polistirene espanso) con all’interno un liquido scuro (infuso di caffè, 57 gradi, 7% di zucchero semolato).
        «Buongiorno brigadiere…» disse, mescolando il caffè.
        Poi se ne andò, portandosi dietro il bicchiere.
        Pochi istanti dopo fece ritorno, accompagnato da un uomo in divisa (Maresciallo Zhou, 38 anni, celibe, residente in via carboni, n° 26, codice identificativo 5487d58965).
        «Salve DiGiorgio,» disse tradendo un lieve sorriso, «come si sente?»
        «Cosa è successo?» chiese l’uomo, cominciando a intuire la risposta.
        «Forse è meglio se riposa ancora un po’…»
        «Non voglio riposare! Voglio risposte!»
        Fece per alzarsi e vide quello che rimaneva dei suoi arti inferiori.
        Lesioni multiple ai legamenti e alla massa muscolare…
        Tutto gli tornò alla mente.
        L’agguato; i colpi di arma da fuoco e lui che cadeva a terra; due agenti che cercavano di trascinarlo via; poi l’auto, veloce, che passando schiacciava il suo torace con i battistrada delle ruote; poi il buio, l’oblio.
        «Sono morto…»
        «Mi dispiace…»
        Il suo cervello, un ammasso di componenti e di silicio, scaricò in un attimo l’intero decreto; protocollo 47, trasformazione di un cadavere in un androide perfetto e letale.
        Era obbligatorio firmare il consenso, ora lo sapeva.
        Posò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi, rassegnato.
        Forse nel futuro che lo attendeva esistevano ancora i sogni.


        2) CON LE MIGLIORI INTENZIONI


        Peppo sta sempre dietro al  fratellone Nino, cinque anni e nove, forse perché non ha nessun altro con cui stare. In paese li vedono sempre accoppiati, anche se poi non sono così simili.
        Nino ruba gli ombrelli fuori dalla bottega e li butta per strada, e Peppo lo imita ma non sa perché. Nino lega petardi alla coda dei gatti e ride, Peppo fa lo stesso ma non si diverte. Nino piscia nel serbatoio della macchina di don Alfonso, e Peppo ci prova ma non ci arriva.
        Quando il parroco lo scopre col pisello di fuori accanto alla sua Uno, Peppo si prende tutta la lavata di capo.
        – Tuo nonno si rivolta nella tomba se sa che combini! –  minaccia don Alfonso, come se lui potesse andarglielo a dire, nella tomba, quello che fa il nipote.
        Peppo corre via dalla sagrestia coi lucciconi, e Nino lo aspetta dietro un'acquasantiera, ride, e prima di uscire sputa al Cristo sulla croce e gli dice di farlo anche lui. Peppo lo accontenta, ma poi gli racconta quello che gli ha detto don Alfonso.
        – Ti faccio vedere io che tiene nella tomba! – lo schernisce Nino. Si intrufolano nella stanza della nonna, frugano nell'armadio dove tiene i cimeli del marito morto. Poi escono a giocare alla guerra in giardino, con tutti quegli aggeggi vecchi e pesanti.
        – Fai come me, tirala in casa così alla mamma gli prende un colpo – esorta Nino. – Ma non levare questo cerchio qui, così poi le andiamo a riprendere e giochiamo ancora.
        Peppo vede il fratello lanciare la palla verso la finestra della cucina dove la mamma prepara la cena. Lui però non vuole giocare ancora, e allora per la prima volta pensa di testa sua, e fa il contrario di quello che dice Nino.
        Con le migliore intenzioni, Peppo tira la spoletta della granata del nonno prima di lanciarla in casa.



        3) RETTIFICANDO INVENIES 


        «Racconta».
        Nuda, pelle d'ambra, gocciolava essenze sull'uomo e lo carezzava con i lunghi capelli neri e con il morbido resto di sé. Lui cominciò.
        «Andarono a prelevarlo dalla cella mentre stava completando il suo ultimo disegno, il suo ultimo segno: seduto al centro del Labirinto, tracciò la coda dell'Ouroboro dentro la bocca, nel tintinnare dei ceppi di piombo. Intorno, i Sette Pianeti e i Quattro Cavalieri accanto all'Albero, e l'Ermafrodito a coglierne i frutti sotto il Sole e l'Astro con gli anelli e la Costellazione d'Atalanta: scie come sentieri nel giardino segreto di muschio e terra e polvere e sudiciume, sulle pareti ammuffite e in alto fino al soffitto di pietre fredde e stellate. Là dentro aveva ricreato il suo laboratorio senza nient'altro che una scheggia di mercurio».
        Lei gli salì a cavalcioni e iniziò a muoversi, premendogli calore madido sulle terga.
        «Lo condussero alla spiaggia e l'obbligarono sulla pira. Quando l'Inquisitore gli chiese l'abiura, perché l'accusavano di aver visitato le interiora della terra, egli rispose: Non capite, vero? Nell'inizio c'è la fine, nella fine l'Inizio. Il Tutto ritorna, come le onde sulla riva, e l'eternità è qui e ora: il cosmo che ha termine rinasce. Le fiamme lo divorarono, ma lui sorrideva quasi fossero amorevoli tocchi, con lui si sciolsero il piombo e il mercurio e lo zolfo e anche l'oro che aveva al collo, intanto l'eclisse di luna vegliò le sue ceneri per tutta la notte».
        La donna – la dea – si distese e si aprì a lui, e lui prese l'offerta abbracciato dai suoi gemiti.
        Aggiunse solo: «All'alba, dalle ceneri, un vagito».




        4) ALLEGRIA


        ― Eppure te l'avevo detto che sarebbe finita così! ― proruppe Lele, esasperato.
        ― Stai calmo, porca puttana! ― sbottò Emilio. ― Cerchiamo di mantenere i nervi saldi.
        ― La fai facile, tu. Non hai i miei stessi debiti. E se penso a quella stronza che ci ha piantati in asso dopo essersi sistemata in Regione... mi girano davvero le palle!
        ― Lascia stare, Nicole è sempre troppo presa a troieggiare per feste, stavolta comunque non ci avrebbe aiutato.
        Dall'elegante bara vicino a una delle pareti provenne un colpo. L'ennesimo.
        ― Quindi dici che non è la coca? ― chiese Emilio.
        ― No, non può essere. Lo sai che non dà effetti come questo, capirei i funghi allucinogeni, l'lsd, la coll...
        ― Sì, va bene, è chiarissimo. ― tagliò corto Emilio. ― Quindi ricapitoliamo: Daniela e i figli hanno le braccine corte, non pagano, e ora il rincoglionito si ostina a non starsene buono. Che merda di situazione!
        ― Però è assurdo, ormai è morto.
        ― Balle! Proprio tu dovresti sapere che il mondo è pieno di persone che sembrano morte ma non lo sono.
        Lele bofonchiò qualcosa.
        ― Cosa stai dicendo?
        ― Niente ― cercò di scantonare Lele.
        ― Guarda che ti ho sentito. Non ti permetto di insinuare che anche il nostro Silvio è così! Hai capito? Non te lo perm...
        In quel mentre, Lele alzò una mano, come per zittirlo.
        ― Ma come osi, vecchio ricchione? ― reagi Emilio, stizzito.
        ― E sta' zitto un attimo, porca troia!
        I colpi dalla bara erano cessati, ma un suono diverso cercava di farsi strada attraverso il legno e i sigilli. Lele ed Emilio si avvicinarono. Il primo si chinò per ascoltare meglio, il secondo si mise una mano davanti alla bocca in un gesto di incredulità.
        ― Allegria! ― si udì. ― Compra una vocale? Eh? Allegria! Gira la ruota? Eh? Allegriaaa!

         
        5) IL SOGNATORE


        Lo smaterializzatore del dottor Isoba è pronto, l'ultimo test effettuato con successo. Presto si realizzerà il suo sogno. L'apparecchiatura occupa per intero il box della sua auto, che tanto ha venduto l'anno scorso. Il sarcofago di vetro è fra le taniche blu e le latte dei reagenti solidi, se ne vede la griglia di sensori su due pareti. Fasci di cavi attraversano le assi e le sbarre avanzate. Sopra il tavolo una console con cinque monitor e un groviglio di tastiere e leve saldate. Sotto, ululano le ventole di tre server allineati accanto alla gabbia della gatta randagia Mia, ancora sporca di peli rossi.
        Mia è l'unica che non gli abbia mai voltato le spalle. Si è sentito un verme quando ha messo la gatta nel sarcofago per guardarla scomparire in una luce accecante; l'ha riempita di coccole dopo, azionata la leva dell'invertitore, quando il flusso coeso di dati a spasso per il cosmo è tornato un corpo solido che faceva le fusa.
        Le spalle gliele hanno voltate tutti gli altri. All'università, il dottor Lahalle gli ha negato i fondi, pur sapendo le potenzialità del teletrasporto, per darli a un motore inefficiente e pericoloso per mezzi su ruote. Una volta licenziato, fra le loro foto sorridenti in salotto, la moglie Lavra ha preso un trolley fucsia già pronto e se n'è andata per sempre, lasciando solo una scia di violetta.
        Il dottor Isoba ha capito allora, dopo aver perso tutto, chi è e cosa vuole. È uno scienziato, il suo sogno è la conoscenza. Il sapere assoluto, l'esplorazione delle profondità del cosmo come non capiterà a nessun altro.
        Tutto è pronto per azionare lo smaterializzatore. I server fremono, programmati con una sequenza precisa, e al termine si renderanno inservibili: nessuno azionerà la leva dell'invertitore. Il sogno del dottor Isoba è viaggiare per sempre sotto forma di un flusso di dati immortale.


        6) NOSTRA SIGNORA DEI VICOLI SCURI



        Aveva appena visto i neon della banca cambiare in “MACELLERIA AMBROSIANA”.
        Era l'ennesima allucinazione, l'ennesima volta che la giornata avrebbe preso una svolta macabra. Una volta rincasato, infatti, trovò una raccomandata sul tavolo: era stato convocato per il mese successivo al Tribunale di Milano come giurato, un uomo aveva fatto a pezzi la moglie e ne aveva nascosto i resti nel freezer.

        Non sarebbe mai giunto, però, a destinazione: una settimana prima della partenza aveva letto due diversi miraggi: il titolo “OSSI DI SEPPIA” era cambiato in “OSSA DI UOMO”, e un inquietante negozio di orologi si chiamava “L'ORA È GIUNTA” .
        Suo figlio, inoltre, prima di addormentarsi si soffermò un momento sulla storia appena letta, “Peter Pan”, e ragionò su come fosse pericoloso girare di notte, in quanto si sarebbe potuto smarrire la propria ombra.

        Ma dimenticò quella riflessione fino alla sera successiva, quando dovette rimanere al lavoro fino a tardi. Fino a molto tardi.

        Rintoccava la mezzanotte, sulla periferia deserta. Il vento, nel gelo stellato, spazzava le strade illuminate da rari lampioni a luce gialla.
        L'uomo, avvolto in un tabarro, camminava in fretta evitando le pozzanghere di luce, quasi ne avesse timore.
        Avanzava spedito sul marciapiede, vicino alle case, quando una finestra si accese di colpo proiettando la sua ombra sull’asfalto.
        Il vento cessò all’improvviso, e una strana nebbia scaturì istantaneamente come dal nulla.
        Sentì una voce echeggiargli nella testa: “ORA È IL TUO TURNO. GIOCHERÒ CON LA TUA ANIMA FINO A QUANDO RIUSCIRAI A PROCURARMENE UN'ALTRA.”

        … Il mattino seguente, il giorno dopo Halloween, uno spazzino raccolse da terra le sue ossa e le scaraventò nel cassone del camion, assieme al resto della spazzatura.
        Rimase interdetto quando notò il teschio e le tibie disporsi incredibilmente come in un Jolly Roger.
        Lo raccontò agli amici come aneddoto, finché una sera, mentre preparava la cena, il soffritto di cipolla gli suggerì di fare attenzione ai pittogrammi.


        7) IL SUPER-SOLDATO


        — Soldato, aiutami.
        Allungo il braccio per afferrare il sergente che sta scivolando sul sentiero bagnato e tiro.
        Troppo.
        Lui si ritrova proiettato in un volo che termina in una pozzanghera.
        — Idiota, per poco non mi spezzi l’osso del collo.
        — Scusi signore, non mi sono ancora abituato a — Alla super-forza, sto per dire. Mi interrompo appena in tempo.
        Non parlare dell’esperimento con nessuno.Finiresti sotto corte marziale.
        Certo, sarebbe più facile senza quel fastidio alla radice del naso. Come se uno starnuto prigioniero tentasse inutilmente l’evasione.
        — A cosa non sei abituato, soldato? A usare il cervello? — conclude il sergente, rialzandosi in piedi
        Poi ordina: — Andiamo cialtroni. La strada è lunga.
        Il siero del super soldato sembra aver funzionato solo in parte. Ti manderemo in missione: l’adrenalina aiuterà la fase finale della trasformazione.
        Invece questa missione mi sta solo provocando nausea per la nazione che rappresento.
        — Fermi. C’è un villaggio da quella parte.
        Ci mimetizziamo fra la vegetazione.
        Sergente, basta morti innocenti, vorrei dirgli. È il momento di ribellarmi. Userò i miei poteri per difendere gli oppressi. Come i supereroi dei fumetti, che però, non hanno mai il raffreddore. Tantomeno nel mezzo di una missione. Che sia un effetto collaterale del siero?
        Ma poi, perché diavolo hanno scelto me?
        Non sono un eroe, generale. Mi sono arruolato solo perché avevo bisogno di uno stipendio per aiutare la mia famiglia.
        Lo so soldato: sei uno studente brillante, mingherlino e pacifista. Per questo ti abbiamo scelto. Solo così saremo sicuri che il siero funziona.
        Il sergente ordina di attaccare. Mi alzo, pronto a fermare i compagni, ma lo starnuto erompe con la forza di un uragano.
        Mi soffio il naso. Ne esce una massa grigia e molliccia.
        Alla fine, mi sento la testa leggera. Via tutti quegli inutili pensieri.
        Inizio a correre insieme agli altri.
        Sono libero.
        Imbraccio il fucile. Lo punto contro uno degli abitanti del villaggio.
        Libero di uccidere.


        8) LA NUMERO 31

        Il dottor Jacobs chiamò in ufficio la sua nuova assistente, la signorina Ellison.
        - Entri pure signorina - la invitò il dottore, le mostrò la cartella dei gemelli Rick e Thomas – quindi iniziò a descrivere il caso:
         – I ragazzini ora hanno undici anni, ma furono trasferiti in questa clinica tre anni fa. I genitori Theresa Scott e Jason Patterson, erano proprietari di un ranch in Texas a El Paso, una famiglia tranquilla. Sfortunatamente una crisi economica colpì lo stato, e Jason fu costretto a trasferirsi a Pasadena per lavorare nella piattaforma petrolifera.
        Theresa si ritrovò da sola con due figli e il bestiame da accudire. Una sera in preda alla solitudine si scolò una bottiglia di tequila, i gemellini che allora avevano quattro anni, cercarono in vano di svegliarla, la donna si riprese il giorno dopo stordita e nel panico.
        Disperata si scusò, promettendo che la cosa non si sarebbe più ripetuta.
        Purtroppo gli episodi di sbronza divennero sempre più frequenti, e i gemellini crebbero da soli vedendo il padre di tanto in tanto.
        La madre gli proibì di raccontare a chiunque il suo segreto, dicendo che gliel’avrebbe fatta pagare, e lei sapeva bene come punirli. Così ogni giorno i gemelli s’inventavano giochi macabri per far passare il tempo, una volta fecero esplodere una rana svuotando un pallettone del fucile da caccia del padre, la volta dopo toccò al povero Buck il cane di casa, lo attirarono in una trappola che avevano preparato con cura e lo lasciarono lì a morire.
        Poi all’età di otto anni si chiesero fin dove potessero spingersi, così convinsero la madre ad accompagnarli al Rio Grande, il fiume vicino a casa. Con una scusa qualunque la attirarono in acqua e la affogarono. Mi chiedo ancora come facciano a dormire così sereni sapendo quello che hanno fatto. Da allora sono in cura nel reparto di psichiatria infantile, stanza numero trentuno.




        9) UNO PIÙ UNO

        Camilla sta uscendo da casa.
        Sua madre dorme ancora, forse sbronza, forse immersa in un sogno dove non ci sono figlie sedicenni che devono andare a scuola.
        Camilla si avvolge nel cappottone grigio, inforca gli occhiali, ed esce.
        Sedici passi sul marciapiede per arrivare al passaggio pedonale, dieci passi per attraversare la strada, venti passi per raggiungere la fermata del tram.
        Come tutte le mattine.
        Non c’è nessuno alla fermata, bene! Non vuole vedere nessuno alle sette e trenta. Vuole solo salire sul tram, sedersi nell’ultimo sedile in fondo, accendere l’ipod, la musica dei Van Halen sparata a tutto volume, ascoltata ad occhi chiusi.
        Il tram arriva, apre le porte,Camilla entra.
        Marco è uscito presto.
        Suo padre non può accompagnarlo a scuola come sempre con la vecchia auto sgangherata, così ha preso il tram.
        Si è seduto nell’ultimo sedile in fondo, osserva chi entra e chi esce ascoltando musica.
        Marco sa che i compagni di scuola lo chiamano “maschera di ferro” per il suo apparecchio ortodontico, a volte anche “ rosso relativo” per la tendenza del suo viso ad imporporarsi, ma non gli importa: non può evitare di amare la vita, come non può evitare di sorridere e di arrossire.
        Il tram ha chiuso le porte.
        Camilla raggiunge il sedile in fondo, c’è un tipo seduto, riconosce Marco, lo sfigato della scuola.
        Marco guarda Camilla, le sorride arrossendo.
        “Oddio, la maschera di ferro in versione rosso relativo!” pensa Camilla, mentre si volta di scatto e
        si siede nel penultimo sedile.
        Camilla accende l’ipod, ma… niente: le pile scariche, o il contagio di Marco lo sfigato, hanno divorato il rituale.
        Resta il vuoto.
        Camilla si sente chiamare, si gira: Marco le tende un auricolare da cui si diffondono le note di “Jump”.
        “Non è possibile!La mia canzone!” Camilla si alza, accetta l’auricolare sedendosi nel sedile accanto a Marco.
        Senza parlarsi, arrivano a scuola insieme.
        Tenendosi per mano.


        10) ...E IL SUO REGNO NON AVRà FINE
        L'Armageddon era alle porte.
        Il pianeta, squassato dalle esplosioni, dilaniato dai terremoti, si contorceva rapidamente verso la fine.
        Adam correva veloce su per la collina, trascinando Rosy per mano.
        “Non ce la faccio più!”. Era esausta.
        “Dài, accelera il passo!”
        La ragazza arrancava, inciampando sui ciottoli sparsi sul sentiero.
        Finalmente arrivarono alla radura. La zona proibita.
        Il raggio di un sole obliquo la tagliava, illuminando la zona centrale.
        “Eccola!”
        In mezzo al semicerchio di alberi c'era la polla d'acqua.
        Si fermarono a pochi metri dal bordo argilloso.
        Il silenzio del bosco aveva cancellato ogni rumore dell'imminente catastrofe.
        “Adam, non possiamo...” disse lei, ma non ebbe il tempo di terminare la frase.
        “Dobbiamo tuffarci!” La sua eccitazione rasentava la follìa lucida.
        Rosy tremava, incerta.
        Adam guardò all'orizzonte le meteore di fuoco che piovevano sul loro mondo.
        “Guardati intorno! Cosa abbiamo da perdere?” Indicò lo stagno “Questa è la porta, il passaggio temporale, la nostra salvezza...potremo tornare indietro, ricominciare tutto daccapo...”
        Senza attendere una replica, Adam si tuffò.
        L'acqua non si era neppure increspata, e Rosy notò che non riusciva a scorgere il proprio viso riflesso sulla superficie.
        Lui la invitò a buttarsi, chiamandola e sorridendole per tranquillizzarla, ma i suoi movimenti sembravano meccanici, come quelli di una scadente registrazione su nastro.
        “!eroma ineiV”
        In un istante, il sole sparì e un'ombra scura attraversò la polla incollandosi ad essa come se qualcuno ci avesse versato dell'inchiostro.
        Il sorriso di Adam si spense in preda a un terrore assurdo, in confronto al quale l'Armageddon non era che un trascurabile contrattempo. Infine capì.
        “...otuiA”
        Rosy sudò freddo: l'immagine dentro allo specchio non può essere reale...non è reale...
        Un attimo dopo, si stava chiedendo cosa ci facesse lì, nel bosco, da sola, mentre un Adam di cui non ricordava nulla si divincolava tra le chele di una creatura mai esistita.


         

         

        2 commenti:

        1. Un commento anche qui, "tanto per". (cit.)
          Sennò ce ne sono solo di là.

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          1. Giusto! questo sì che è un commento intelligente.
            lo dico così, tnato per. :)

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