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"A spasso con il mio sigaro e altri racconti" di Gay Talese**

Oggi c'era in edicola, e ve lo potete già vedere nel post appost, un racconto fatto di pezzi di Federico Garcìa Lorca, se vi interessa.
Io però oggi avevo il mal di schiena.
Anzi, ce l'ho ancora.
Colpa indiretta di un vampiro, che mi ha fatto spostare mobili, ieri.
E così mi sono fatto una doccia calda, perché ci avevo pure il freddo, anche se non ho capito se ero io che avevo lui o lui che aveva me, e mi sono ficcato nel letto a leggere l'ultimo racconto di questo Talese, americano, newyorchese dentro, mi verrebbe da dire, che non conoscevo e credo, forse, non conoscerò.

Mi mancava il racconto più lungo, e senza dubbio più significativo, di questi quattro pezzi, e non uso pezzi come termina a caso.
Sì, perché è molto giornalistico, lo scrivere di Talese, una sorta di narrativa intrisa di gossip e cronaca, di statistica e sentire personale.
Il racconto si intitola "la stagione silenziosa di un eroe" ed è bello, sì, perché ti racconta di Joe Dimaggio, ora. Un uomo ricco, ancora innamorato di sua moglie - Marylin - e a quando pare ancora un eroe, fuori dal campo, che tra mille impegni si dedica al golf e al business.
Scritto bene, se vogliamo, con tanto gossip ma costruito sulle vicende laterali, di Dimaggio. Voi volete sapere di lui e Marylin? Di Kennedy? Di chi si tromba? No, non lo scoprirete. Scoprirete dei suoi fratelli, del suo migliore amico, del suo ristorante, della sua barca. "Clipper" è un uomo di mezza età in formissima e molto bello, pare, che si gode la vita, forse, seppur tormentata.
Questa è una prima visione, una prima lettura.
Però c'era qualcosa che mi puzzava, nel raccontare di Talese. Sapete cosa? Che se io fossi stato Dimaggio avrei voluto un articolo così (sì perché questo è un articolo, più che un racconto) che dice i miei difetti, sì, ma rendendoli pregi, sfaccettature, cose belle. Che mi descrive umano, umanissimo, civile, umile. Ma io, tra queste righe, anzi, no, lontano da queste righe, ci leggo che Dimaggio all'epoca era ossessionato dal culto del corpo, che godeva del denaro, che era supponente e borioso, nei confronti di un contorno che non era, sembra, alla sua altezza. E in più andava a troie ed era sfondato di soldi, che usava per godersi la vita. Queste ultime due cose, tra le righe, sono dette, il resto però no.
Ecco perché non mi ha convinto. 
Sembra tanto bello, questo eroe, tanto poco decadente, tanto umile, tanto legato alle sue origini, per poi non riuscire a nascondere lo sfarzo, o la boria con cui, immagino, ha cacciato un uomo che se tanto mi dà tanto è il Talese stesso.
Insomma... non brutto, ma c'era qualcosa di non del tutto onesto, nel racconto.

Gli altri, invece, oscillano tra qualcosa che secondo me non doveva essere scelto (Quando avevo venticinque anni) in quanto un articolo autobiografico che spiega sì, la poetica degli altri tre racconti, ma alla fin fine, non è poi sto granché, a livello narrativo, e lascia piuttosto poco; ad altri pezzi come quello di apertura che sì, sono ancora articolo di giornale, ma hanno il loro perché, un'idea, uno stile narrativo. E valgono la pena.
Il pezzo, New York è una città di cose che passano inosservate, mi ha ricordato tanto la cosa che Palahniuk ha fatto con Portland in Portland Souvenir, solo che mentre là sembra esserci fantasia, qua c'è soprattutto cronaca, magari romanzata
Ecco, se proprio vi devo lasciare qualcosa, è  di questo brano, anche se è più per conoscenza, che per descrivere lo scrivere di Talese.
Vediamo... apro a caso, as usual, sperando nella mia buona stele...
trovato!

New York è una città con 8485 centralinisti, 1364 pony della Western Union e 112 fattorini di giornali. Un pubblico medio allo Yankee Stadium usa circa 40 litri di sapone liquido a partita - il record ufficioso di pulizia si tocca durante le partite della Major League; lo stadio detiene anche il record di uscieri (360), addetti alle pulizie (72) e bagni per uomini (34).
A New York ci sono 500 medium, nelle varie gradazioni dalla semitrance alla trance alla trance profonda. Molti medium vivono nella parte ovest delle strade che vanno dalla Settantesima alla Novantanovesima e di domenica in alcuni di questi isolati si comunica con i morti, si ricevono vibrazioni e si risolvono tutti i problemi.
[...]
In un palazzo di arenaria in Lexington Avenue, all'angolo con la Ottantaduesima Strada, un farmacista di nome Frederick D. Lascoff ha venduto sanguisughe a pugili professionisti malridotti, olio di erba gatta a cacciatori di leoni e centinaia di strane pozioni a persone sparse per il mondo in luoghi esotici.
In una tetra fabbrica del West Side tutti i mesi una lunga fila di scatoloni verdi avanza strisciando come un serpente interminabile, entrando e uscendo da una macchina da stampa, finché viene sminuzzata in piccoli pezzetti fastidiosi. Ogni pezzetto è concepito per entrare esattamente nella tasca di un poliziotto, decorare il parabrezza di un'auto parcheggiata in sosta vietata e alleggerire un automobilista di quindici dollari. Circa 500.000 di questi biglietti da quindici dollari vengono stampati per la polizia di New York ogni anno sulla Diciannovesima Strada ovest dalla May Tag and Label, i cui dipendenti talvolta vedono sul parabrezza il frutto del proprio lavoro ritorcersi contro di loro.
Cosa manca?
Ah, sì, il racconto che dà il titolo alla raccolta, molto breve, messo in chiusura, che dà una visione più romantica del fumo, del tabacco, del sigaro e della tolleranza. E' bello, anche se anche questo autobiografico. Forse un po' meno di quello su New York, che però si fa bello di bellezza altrui, ovvero di quella della città. Qui c'è più stile, ma resta con non mi ha soddisfatto e credo proprio, alla fine, sia perché mi son detto, ma possibile non ci sia stato di meglio, da scegliere, tra i racconti di questo autore? Sì, probabilmente sì, perché si vede che c'è del mestiere e c'è anche un valore storico culturale (l'America di cui ci parla, ora, non esiste più) però non mi andava di accontentarmi, e allora... avanti col prossimo! 
Voi che dite? Garcia Lorca o Conrad?

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