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"La vedova e il pappagallo e altri racconti" di Virginia Woolf****

Allora, tanto per ricordarvi una cosa che oramai, se ve la siete persa, forse non la combinate più, vi dico che l'uscita di oggi dei racconti d'autore, già messa nell'elencone galattico arrivato oramai al numero 73, è quella di Giuseppe Pontiggia, autore che non conosco ma che ha scritto una vagonata di roba, tra cui questo collage di brani, Le sabbia immobili, che come dice la quarta è un ritratto feroce e graffiante della società italiana.
Ma io, finalmente, sono riuscito a finirmi l'uscita di due settimane fa. Ho avuto settimane di scarsa lettura, in effetti, e la Woolf, a parte il primo racconto, che fa pena, è autrice che non te la puoi leggere così, mentre con un occhio sbirci il tuo intorno o mentre t'addormenti, dopo serata di vagabondaggi vari.

E che ce ne sono sette, di racconti, e come vi dicevo, devo ancora capire quale diavolo di ragione e sensatezza ha portato a dare come titolo il primo racconto, immagino un lavoro giovanile, che è palesemente di altro spessore e nessuna rappresentatività rispetto all'opera woolfiana.

Se fossi uno politicamente scorretto, vi direi che fa proprio cagare, il raccontino della vedova e del pappagallo, che è a metà strada tra l'operetta morale, una favola e la noia, anche se hai il pregio (pregio?) di essere l'unico che si legge velocemente e senza dover impegnare la mente.
E dico questo perché degli altri sei, badate, vi devo dire solo belle cose.
Il migliore forse è il secondo, L'abito nuovo, che assieme a Un riepilogo riprende l'ambientazione della signora Dalloway con una sorta di spin-off, che ne mantiene intatte sia lo spirito, sia il mood, sia la capacità di scavare e dissotterrare l'intimità e l'emotività dei pensieri umani.
Vi dico subito, per i detrattori della Woolf in quanto noiosa-pallosa eccetera, che io non vi condivido, perché pur riconoscendo che la sua scrittura non fa per me, e che a una visione superficiale i difetti di noiosità possono ravvisarsi, è impossibile disconoscere lo stile limpidissimo, o ignorare la ricchezza e le scelte lessicali, o l'abilità nel rendere la complessità del pensiero umano (paranoie, le chiamerebbero i bimbiminkia).

E Adeline Virginia, qui, le sue qualità le mostra tutte. Anzi, i racconti sono deliziosi, quando nella brevità riescono comunque a coinvolgere, a far interiorizzare il pensiero altrui. 
Prendete Mabel, che indossa il suo abito nuovo a uno dei ricevimenti della Dalloway e partendo dal sospetto che l'abbiano guardata male si scava una fossa di problemi mentali fino a fuggire dalla festa, in preda a sentimenti contrastanti.
Anzi, guardate come pensa la poveretta, mentre si paragona a una mosca che annega in un piattino, ora ve lo cerco...
«Mabel ha un abito nuovo!», disse, e la povera mosca fu spinta inesorabilmente al centro del piattino. Davvero gli sarebbe piaciuto che affogasse, ne era convinta. Non aveva cuore, nessuna bontà di fondo, solo una impiallacciatura di cordialità. Miss Milan era molto più autentica, , molto più gentile. Se solo avesse potuto provare questo sentimento e restarvi attaccata, sempre. "Perché", si chiese rispondendo a Charles con impudenza persine eccessiva, lasciandogli capire che era di malumore, o «nervosa» come disse lui («piuttosto nervosa?», disse, e proseguì per andare a ridere di lei con qualche donna laggiù)... "Perché", si domandò, "non riesco ad avere sempre lo stesso sentimento, sentire con assoluta certezza che Miss Milan ha ragione e Charles torto, e attaccarmi a questo, confidare nel canarino, nella pietà e nell'affetto, senza sentirmi sferzata da ogni parte quando -entro in una stanza piena di gente?". Era di nuovo quel suo carattere odioso, debole, vacillante, sempre pronto a cedere al momento critico, mai seriamente interessato alla malacologia, all'etimologia, alla botanica, all'archeologia, allo spezzettamento delle patate per vederle germogliare, come facevano Mary Dennis e Violet Searle.
Insomma... questo per dirvi, tanto perché vi facciate i cazzi miei, che pensavo di usare questo brano da dare ai ragazzetti delle superiori, così, per farli riflettere sull'idea di apparire, di visione del mondo e del mondo di noi.
Anche se forse, più illuminante, sarebbe il racconto Felicità, dove in 4-5 pagine si descrive un attimo, un istante, e un brevissimo dialogo tra una signora insoddisfatta e uno scapolo felice, in cui lui, con un uso splendido della metafora (lui la volpe, quelli come la signora i cani - oppure lui un pesce che brilla nell'atto del guizzare, ecc) di descrive la fuggevolezza della felicità.
Mi è piaciuto molto... vi scannerei una frase, ma sono pigro... vabbè, dai, vi voglio bene, ve la scanno e voi vedete di piacere la pagina del blog di gelo, che sennò non posso diventare famoso.

 Bilanciava ogni cosa con un'altra?, domandò. Per un senso di equilibrio, forse? Un sen-so di che cosa?, chiese lui, perfettamente consapevole di che cosa la signora Sutton avesse inteso, ma respingendo quella donna avventata, devastante, con i suoi modi sbrigativi, le sue angosce e la sua energia, sempre pronta alle polemiche e ad attaccar briga, capace di abbattere e distruggere quel suo bene prezioso, quel suo sentirsi - due immagini gli barbagliarono nella mente: quella di una bandiera sventolante nella brezza e quella di una trota nella corrente - sospeso, librato in un flusso di sensazioni pulite fresche chiare luminose terse frizzanti avvolgenti che lo sostenevano come il vento o l'acqua al punto che, se muoveva una mano, se si chinava o diceva una cosa qualunque, spostava la pressione degli innumerevoli atomi di felicità che poi gli si richiudevano attorno, sostenendolo di nuovo.
A me piacevano molto.
Certo, decontestualizzate perdono, però rendono l'idea del modo di esplodere il pensiero, vera abilità Virginiana. 
Dai, chiudiamola, va, che devo fare una doccia e uscire a mangiare una frittella con la nutella e mettere sull'altro blog lo striscione dello stadio e magari se non ho pigrizia fare la notte a scrivere le pagelle dell'Udine, di quelle che fanno ridere. Insomma... ho da fare!

Vi dico degli altri racconti.
Il vero pezzo di bravura credo sia La signora nello specchio: un'immagine riflessa.
E' un racconto pregevole che può non piacere, in quanto si porta dietro la stessa pesantezza che a tratti si trova nella gita al faro.
A me è piaciuto un po' meno, ma è scritto veramente bene.
Poi c'è il brevissimo Scene della vita di un ufficiale della marina britannica, secondo me meno bello degli altri e più pallosetto.
E infine, molto molto bello, è Lappin e Lapinova, in cui non ho potuto fare a meno di pensare a degli echi autobiografici, in un matrimonio che cerca nella fantasia una cura, ma che non si sa se sarà in grado di mantenerla. Racconto davvero ispirato, che illumina su certi meccanismi di coppia in modo obliquo e originale, ma molto efficace.

E' tutto, dai.
Se non fosse per il brano di apertura, non fastidioso ma inutile, e che sarebbe stato da inserire dopo, credo, perché per quanto una torta sia tutta buona, se alla prima forchettata becchi una ciliegina andata a male, il resto ne risente un po'.
E voi, nel frattempo, dateci sotto con Un par de copioni!

2 commenti:

  1. Dunque comperi Il Sole 24 Ore di Domenica solo per... male, l'inserto dedicato alla Cultura, soprattutto quella letteraria che a tuo dire segui con un distintivo all'occhiello che non porti - postando su Google Plus a tuo dire e ancora anche meccanicamente - va letto tutto, da cima a fondo! Parola di Libraio, sai, Gelastro, depennatosi da solo per spennacchiarsi le sue pene.
    ps - e pensare che se io fossi al posto tuo gli avrei chiesto da più giorni "perché", a cuore a perto e coscienza bianca come nessuno potrà mai smentirlo, da quella volta che usasti il suo pc per + + + +... e lui non sapeva neanche cosa significava una simbologia ormai in voga :);)D P p.
    Abbi cura di te e W l'Udinese!

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  2. mi splâs ma no soi in periodos di domandâ i parces e i parcos,
    o inzorni i blog par rilassami, no par cuistionâ, ni par pensâ masse parsore ;)
    E se l'udin al vinç cuntun di mancul o pues ancje jo stâ un pôc fûr dal zûc :D
    mandi!

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