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"Anime attardate. La tragedia della Musa" di Edith Wharton****

Sono sempre un po' combattuto quando c'è una pubblicazione di un qualcosa di datato, in questa collana.
Da un lato mi viene da pensare che essendo racconti fuori copyright, spesso sia in lingua sia nelle versioni successive dei traduttori, li si può agevolemente leggere in rete, e magari pure in modo legale.
Leggetelo, un po', perché potrebbe anche rapirvi, quella scrittura molto, ma davvero molto, elegante.
Dall'altro lato, però, è un fatto che se questa collana non mi avesse proposto questi due racconti della Wharton, io difficilmente avrei letto qualcosa di quest'autrice (forse, sì, in futuro, è possibile, il suo libro più famoso, L'età dell'innocenza, oppure, per mie tendenze, le sue Storie di fantasmi).

E allora, senza badare troppo a questi pensieri oziosi, finisce che me la godo e mi acculturo un po', che male non può fare.
E male non mi ha fatto di certo, questo piccolo duo di racconti di un nome che sì, conoscevo, ma non abbastanza da spingermi a leggerla.
In generale, vi dico subito che l'eleganza e il tocco è la qualità principale, in questi due scritti. E credo sia un sentire e una scrittura estremamente femminile, quello che vi trovate.
Si bada soprattutto alla rotondità delle frasi, al ritmo regolare, pacato quasi, all'incedere armonico della scrittura e delle vicende.
Vediamo... Facciamo così: leggetevi le prime due pagine del primo racconto. Così faccio prima a spiegarvi perché ho trovato questa scrittura molto elegante e melodica. Ve le scanno...

Lo scompartimento era pieno quando il treno aveva lasciato Bologna, ma alla prima stazione dopo Milano anche l'ultimo dei loro compagni di viaggio - un tipo cerimonioso che mangiava aglio estraendolo da una borsa di stoffa - aveva abbandonato con un inchino il suo sedile cosparso di briciole.
Lydia seguì con uno sguardo di rammarico quel lucido panno sulla schiena che si allontanava fino a perdersi nella folla di vetturini e piazzisti che oziavano intorno alla stazione; poi gettò uno sguardo a Gannett e nei suoi occhi colse lo stesso rammarico. Ad entrambi spiaceva restar soli l'uno con l'altra.
«Par-ten-za!», gridò il capotreno. Il treno vibrò per un improvviso sbattere di sportelli; un cameriere corse lungo il marciapiede con un vassoio di panini fossilizzati; un facchino in ritardo scagliò un fagotto di scialli e cappelliere in una carrozza di terza classe; il capotreno emise un "Partenza!", secco e breve, che indicava la natura puramente ornamentale del grido precedente; e il treno uscì dalla stazione ondeggiando.
La direzione era mutata, e un raggio di sole colpiva i polverosi sedili coperti di velluto rosso arrivando fino all'angolo di Lydia. Gannett non lo notò. Era tornato alla sua «Revue de Paris» e lei dovette alzarsi per abbassare la tendina del finestrino più lontano. Atti del genere spiccavano distintamente nell'ampia distesa del loro tempo privo di occupazioni.
Abbassata la tendina, Lydia sedette in modo da frapporre tra sé e Gannett l'intero scompartimento. Alla fine egli si accorse del suo spostamento e alzò gli occhi.
«Ho cambiato posto per via del sole», si affrettò a spiegare lei.
Lui la guardò perplesso: attraverso la tendina il sole continuava a batterle addosso.
«Hai fatto bene», disse gentilmente e, tirando fuori dalla tasca una scatola di sigarette: «Ti da noia?», aggiunse.
Questo fu un tocco rasserenante, un sollievo alla tensione del suo spirito: dopo tutto, se lui riusciva a fumare... ! Ma il sollievo fu solo momentaneo. La sua esperienza di fumatori era limitata (suo marito aveva disapprovato l'uso del tabacco), ma sapeva per sentito dire che gli uomini a volte fumano per sfuggire alle cose, che una sigaretta può essere l'equivalente maschile di una tendina abbassata e di un mal di testa. Dopo un paio di boccate, Gannett tornò alla sua rivista.
Dunque? Piaciuto? Non mi ero reso conto subito della qualità di questo scritto. Però dopo altre 5-6 pagine di questo tenore, senza cambi di ritmo e con la stessa, costante, melodica pacatezza nelle parole, mi sono accorto che la particolarità è soprattutto una: non trovi spigoli
Queste frasi, l'ordine scelto nelle parole, lo puoi cambiare, certo, magari puoi rendere diverso il tutto, ovvio, e magari nessuno dice in peggio, anzi; però così come sono messi, questi periodi, sono correttissimi e ordinatissimi. Magari è un'impressione mia, ma è un po' come fare un "controllo sintatticortografico mentale" e ottenere come risultato "0 errori".
Può non piacere, ovvio. Potreste trovarla una scrittura noiosa, magari, se siete cattivi, vuota, ma non penso sia così. I caratteri dei personaggi, attraverso i loro piccoli gesti, emergono piano, sì, ma in modo molto intenso e reale.
Ce li hai ben chiari, in testa, gli struggimenti e le paranoie di Lydia e Gannett, che nel primo racconto, dopo che lei ha ottenuto il divorzio, non si sposano, ma fingono di, e si ritrovano a cercare l'approvazione dei moralisti che un tempo avevano schifato. E tutto questo con sullo sfondo l'Italia.

Nel secondo racconto, che ho preferito e credo contenga un grande pezzo di bravura, c'è un ammiratore di un poeta famoso, che non solo lo ha studiato, ma che si ritrova a conoscere la musa che - secondo lui - e secondo il mondo intero, ha ispirato i suoi versi migliori.
E invece? E invece si scopre a frequentare questa donna per quello che è e non per le informazioni che ha sul poeta famoso, ormai da anni scomparso. Ed ecco che arriva al pezzo di bravura, che è una lettera, una epistola dove lei, la Musa, lo scarica, in un modo che è davvero struggente. Di quegli amori che dovrebbero finire senza nemmeno cominciare, succede, sai che è giusto così, eppure... non lo vuoi, non lo vorresti. Vediamo se vi trovo qualche frase di questa lettera che posso scannarvi...

Ma la verità devi conoscerla. Di te, o per lo meno, del tuo amore, mi preme abbastanza da doverti questo.
Tu credevi di avere poche speranze perché ero stata amata da Vincent Rendle. Avevo già avuto tutto quello che volevo: non è questo che mi hai detto? È proprio quando un uomo comincia a credere di capire una donna che può star sicuro di non riuscirci! E perché Vincent Rendle non mi ha amata che per te non c'è speranza. Non ho mai avuto quel che volevo, e mai, mai, mai mi piegherò a volere qualcos'altro.
Cominci a capire? Allora è stata tutta una finta, mi dirai. No, è stato tutto vero, per quel che valeva. Tu sei giovane - non hai ancora imparato, ma imparerai, a riconoscere quei mille impercettibili segni grazie ai quali ci si fa faticosamente strada nel labirinto della natura umana. Ma non ti ha colpito il fatto che non ti abbia mai raccontato alcun futile particolare della sua vita quotidiana? Per esempio, l'abitudine che aveva di girare e rigirare il tagliacarte tra il pollice e l'indice mentre parlava, o la mania di scrivere sul retro di fogli usati, o quanto fosse goloso di fragole, quelle piccole di montagna, dal sapore intenso, o la sua infantile passione per acrobati e giocolieri, o quel suo modo di chiamarmi sempre "tu" - ogni lettera iniziava con "cara tu". Di tutto ciò non ti''ho mai fatto parola. Pensi che avrei potuto fare a meno di parlarne, se mi avesse amata? Queste piccole cose allora sarebbero state mie, parte della mia vita - della nostra vita - e sarebbero venute fuori mio malgrado (solo una donna infelice riesce a mantener sempre il proprio riserbo e la propria dignità). Ma non ci fu mai una "nostra vita"; ci furono solo, fino all'ultimo, "le nostre vite"...
Bene dai, perdonatemi. Ho esagerato con gli estratti, ma secondo me fa bene leggere delle righe belle, ogni tanto, anche se poi non ti vai a leggere il racconto. Anche questo, in lingua originale, lo trovate facilemente. In italico non so.
Bene. Basta così, ciccipucci, la settimana successiva - e che ho già letto e vi consiglio - ci sono stati tre racconti di Cerami, mentre la prossima, e già ve li consiglio, perché non di solo Dracula è fatto Bram, ci sono dei racconti di Stoker.
That's all!

5 commenti:

  1. Bella recensione: fa venir voglia di leggerla.
    Invece non l'ho mai letta considerandola, non so perché, come una copia minore di James.
    Forse le amientazioni italiane di questi wasp erranti in ammirazione di arte, in eterno grand tour.

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    1. ma guarda, all'inizio all'inizio pensavo fosse pallosa,
      poi mi è passata quasi subito, come impressione.
      certo, non è che sia una lettura travolgente, e magari è indigesta a chi non ama l'assenza di azione, ma è uno scrivere rilassante. Valido, secondo me.
      poi io che sono ignoranto ho il vantaggio di non sapere nulla del rapporto con james e infatti l'ho scoperto solo dopo, scrivendo questo post. :)

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  2. Frequento le pagine di Edith Wharton dall'adolescenza, perciò la grazia del suo stile mi è dolcemente familiare; ho apprezzato la scelta del curatore del Sole di dare spazio ad un'autrice capace di dar vita a complesse ed articolate architetture sentimentali ed intellettuali, e condivido il contenuto della tua recensione, che coglie perfettamente la bellezza e la qualità della scrittura di questa allieva di James.

    L'anonima maiuscola

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  3. In realtà io ho sempre pensato che il meglio della Wharton superi il meglio di James - e non è che mi dispiaccia James, anzi...

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    1. Beh... io che ho letto solo questa cosa della wharton e una sola cosa di James, ah, no, due, ora che ci penso, direi che ora come ora leggerei un'altra cosa della wharton.
      non ho trovato difetti, in questi due racconti, per dire.

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