Etichette: , , ,

"Il violinista delle danze scozzesi" di Thomas Hardy***

Ed eccoci qua alla solita letturina soleventiquattroriana della settimana. Due racconti, stavolta, di un certo Thomas Hardy (che porca trottola, non riesce a non farmi venire in mente Ollio, ma sarà un problema mio).
Dico di un "certo" perché come al solito vi confesso la mia ignoranza, di non conoscerlo prima di questa lettura. Che ci volete fare, l'ignoranza è un male, ma è curabile, e allora eccoci qui con la prima iniezione che mi sono fatto, riguardo a questo autore.

Vi dico subito una cosa: 1893-1894.
Questi gli anni dei due racconti prensentati qui. Più breve, e secondo me migliore, il primo, che dà il titolo al libricino, leggermente più lungo il secondo, Una donna immaginaria, che tra l'altro pare essere tra gli ultimi suoi racconti e lavori di prosa (1895 l'ultimo suo romanzo, dopo di che, sembra, ritiene di aver detto quello che aveva da dire, in prosa, e non ne scrive più, anche se mi sa che era solo perché gli avevano criticato il romanzo Jude l'Oscuro).
Comunque sia, se vi interessano i due racconti, qui potete leggere Una donna immaginaria, e qui potete leggere The fiddler of the Reels, ché tanto i diritti sono ben che scaduti (si, okay, è una mia piccola critichina, suvvia, non fatemene una colpa)
Ah, la seconda critichina, ma ormai ci siete abituati, è alla copertina.
Ci sono due protagoniste, di questi due racconti, e vi assicuro che nessuna delle due mi fa venire in mente una persona simile a quella raffigurata in cover... L'innamorata Car'line, forse, ci si avvicina di più, ma ha una passione sciocca e una ingenuità travolgente che poco si addice a questa qua. La crepuscolare e sfigata Ella, la protagonistissima del secondo pezzo, è invece decisamente in antitesi...
Vabbè, sarò io pirla che quando mettono una immagine in copertina penso che vogliano legarsi a quello che la copertina contiene... :D

Comunque... parliamo dei racconti.
Vi dico subito che "Zazzera", il violinista che fa ballare le donzelle - in più sensi - è un personaggio davvero riuscito, e l'intero racconto ne giova, perché questa figura quasi lievemente fantastica e molto carismatica serve a illuminare di luci e ombre gli altri due personaggi del racconto. L'innamorata Car'line, appunto, cotta come una pera di Wat te-la-suono-io-la-violina Ollamoor, e il promesso sposo, inizialmente allontanato, Ned Hipcroft, semplice e onesto operaio, tutto lavoro e coscienza.
C'è poi la musica, quella suonata dal capelluto Ollamoor, che "Produceva col suo strumento dei suoni tali da convincere subito i suoi ascoltatori che solo la pigrizia e l'avversione a uno studio sistematico si frapponevano tra Zazzera e la carriera di un secondo Paganini". 
E proprio attraverso il suo violino si dipana una storia ambientata nel Wessex, immaginaria terra corrispondente al Dorset, usata da Hardy per ficcarci dei posti ed eventi esistenti, magari cambiandoli un pochettino. 
Questo racconto l'ho letto già domenica mattina, con tutta calma, e siccome m'ero svegliato tipo alle sei, ero convinto d'addormentarmi dopo tre pagine, invece la trentina di cui è composto è volata, perché la narrazione di Hardy, seppur con il suo lieve aroma da secolo scorso, è fluida e quasi a tratti un po' fiabesca, pur restando sempre estremamente realista. Non vi traggano in inganno, quindi, cose come lo stravedere per Thomas della "prolissa" Woolf. Anzi, dài, vi copincollo il solito pezzettino rappresentativo, che vado a pescare da qualche parte, così magari capite meglio.
Ecco qua, il momento dell'incontro tra i due:
Zazzera stava sulla porta di casa, com'era sua abitudine, sbrogliando il filo insidioso delle semicrome e biscrome dalla quarta corda del suo violino per il piacere dei passanti, e ridendo alla vista delle lacrime fluenti sulle guance dei bambini ceh gli si raccoglievano attorno. Car'line fingeva di essere assorta nella contemplazione della corrente che s'increspava sotto le arcate del ponte, ma in realtà lo stava ascoltando, e lui lo sapeva. Ben presto la ragazza sentì un peso che le schiacciava il cuore, e al tempo stesso un violento desiderio di scivolare con leggerezza nelle spire di una danza senza fine. Per affrancarsi da quell'incantamento decise di riprendere il cammino, sebbene in tal modo fosse costretta a passargli davanti mentre suonava. Lanciandogli uno sguardo furtivo, si accorse con sollievo che il musicista, abbandonandosi all'esecuzione, teneva gli occhi chiusi, e avanzò quindi con decisione. Ma mentre gli si avvicinava il passo le si fece esitante e l'andatura divenne sempre più ribelle al suo controllo; si piegò al tempo della musica, finché prese a camminare quasi danzando. Quando giunse di fronte a lui gli lanciò un altro sguardo, e si accorse che egli teneva aperto uno degli occhi, fissandola divertito e sorridendo della sua emozione. La ragazza non potè liberarsi da quei saltelli forzati se non quando ebbe superato di un bel pezzo la casa del violinista; e per varie ore non le riuscì di scuotersi di dosso quella strana possessione.
Ecco, sì, dovreste aver capito. Frasi lunghe, ma scorrevoli. Descrizioni, ma non eccessivamente particolareggiate, mentre molta attenzione viene data alle persone, ai comportamenti, ai movimenti.

Nel secondo racconto, invece, c'è Ella (si chiama così, io l'avrei cambiato, come nome) che è in vacanza con marito insulso e benestante e triplice figliame che non considera più di tanto; e solitamente si diletta a scribacchiare poesie, apprezzando particolarmente quelle di Robert Trewe, poeta depresso e sensibile, educato e cogitabondo, che il caso vuole alloggiare esattamente dov'Ella va a vacanzare. E così la poverina parte in trip, sognando e innamorandosi perdutamente dell'idea che si fa di Trewe, attraverso le sue poesie, e allontanandosi via via dalla sua vita reale - marito e figli - per ritrovarsi ad anelare a un'incontro con quest'uomo illuminato dall'ars poetica, che lei non ha.
Ed è tutto dal punto di vista di Ella, il racconto, che ben presto assume connotati tragici (com'era accaduto nel precedente, per altro) che però non fanno soffrire il lettore, anzi, vi riuscirà persino, in alcune parti, di sorridere.

Ed è appunto questa leggerezza mischiata alla crepuscolarità, che mi pare essere l'aspetto più da salvare dei due racconti. Non saranno un apoeteosi di verve e fuochi d'artificio, questo no. Anzi, verso metà della donna immaginaria può capitarvi un velo di sbuffo, ma considerate che siamo agli sgoccioli del XIX secolo e rivalutate il tutto, perché questi racconti non dimostrano un centinaio e passa d'anni. Quindi promosso, il buon Hardy. Lettura gradita.


Ah chiudo con dirvi che qua ho trovato una anticipazione sulle prossime due uscite della collana Racconti d'autore (che mi ha evitato, tra l'altro, di scannare la copertina as usual): Chandler e Svevo... Niente male, direi.

3 commenti:

  1. Gelo, sbaglio o i tuoi gusti letterari ultimamente stanno cambiando?
    Intendiamoci lo vedo come una cosa positiva, quasi come un evoluzione, però è solo una mia sensazione?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ma sai che non te lo saprei dire
      ho sempre letto di tutto, e in realtà questi libricini del sole non andrebbero considerati.
      Ho una mia regola di lettura che purtroppo viene spesso inficiata da eventi esterni (regali, libri da recensire, occasioni, ecc) ma in ogni caso procede per la sua strada.
      Quindi, forse, dall'esterno non è visibile, ma quella non è cambiata poi molto, visto che nn ho mai avuto dei cosidetti "gusti" :)
      (anche se capisco che da fuori possa sembrare, viste le recensioni sul blog)
      Comunque sì, la reputo anche io una cosa positiva, l'evoluzione delle letture :D

      Elimina
  2. Dalla pipa alla sigaretta, insomma, e Gelo si gusta il piacere tutto suo di un'evoluzione... vederti arrampicare senza affaticare il fiato... gioiosità.

    RispondiElimina