venerdì 30 dicembre 2011

Gli ePub-stellati: tre racconti di gelo per voi

Mi dispiaceva, sì, non salutarvi prima del mio eremitaggio natalizio senza regalarvi il solito ebook di racconti.
Però quest'anno non ci sarà un particolare eremitaggio e forse, mi son detto, nemmeno l'ebook.
Ma poi, così come nascono tutte le cose belle o brutte della vita, ecco che ho cambiato idea e in questi giorni ho trovato tempo e voglia.
Il tempo per sbattermi un po' e fare tutto da solo e regalarvi tre racconti, a tutti voi, amici di blog.
Ho seguito un po' quella cosa là, del fai agli altri quel che vorresti gli altri facessero a te... no, no, tranquilli, non vi sto offrendo del nesso orale gratuito, sempre di ebook sto parlando!
E appunto, ho notato che a me sono piaciuti gli ebook monoracconto, corti, che si iniziano e si finiscono, e magari ti lasciano anche qualcosa.
Così l'ho voluta fare anche io, questa cosa, e proprio perché non volevo rompere i ciglioni a nessuno, ho fatto una cosa molto easy e homemade, perché alla fine, è tutto per voi che passate qui sul blog di gelo, e non mi interessa la pubblicità. Me la farete voi, vero? :)
No, dài, non dite già che saranno schifosi...  ho cercato di mantere i limiti della sufficienza, sotto tutti gli aspetti, o quasi.
Gli ebook sono in formato epub, tanto per cominciare.
No, niente lavoracci con l'editor e i codici html. La patch per openoffice mi ha reso la vita facile, e il fatto di avere un solo breve racconto me l'ha semplificata ancora di più. Non sono validati perché della Toc mi sbatte il cazz, ma sul mio cybook opus funzionano egregiamente.
Per le copertine, lo so, fanno schifo, ma tanto non sono quelle che dovete leggere. :)
Per un racconto ho usato un mio quadro bruttissimo, questo che vedete, che però almeno è stato dipinto ad hoc. Per gli altri due, delle mie foto, senza nemmeno modificarle. Oltre al racconto non c'è altro, se non una paginetta finale di mie considerazioni sullo stesso. Fine.
Per il download niente siti fighetti di ebook, niente vetrine per il mio negozio (sembra quasi una roba filosofica :). Si scarica tutto da divshare, e piazzateci pure un "mi piace" o un "+1" se soffrite di social syndrome.
Se vi piacciono, mi fa piacere.
Se non vi piacciono, so di non avervi rubato troppo tempo.
Se non vi interessano, non dovreste essere arrivati nemmeno a questo punto del post :)
In ogni caso, dite pure quel che ne pensate, i commenti sono qui per questo.
Magari perché no, se l'esperimento funziona lo rifaccio e non vi lascio nemmeno aspettare un anno.
Ma presentiamoli, su, questi tre racconti.

"KAHLOUBRHA" è un racconto che è già stato pubblicato su "Chimera" l'interessante web magazine che sta cercando di sopravvivere anche adesso. Penso pochi di voi l'abbiano letto, in ogni caso.
Non siate così idioti, vi prego, da googlare il titolo prima di leggere il racconto. Se lo fate poi potete anche fare a meno di leggerlo. :)
E' un omaggio, più che una storia del tutto mia, una specie di cover... diciamo.
Come al solito, pretendo dal lettore attenzione, non ci posso fare niente: è un mio difetto. Perdonatemelo :)
Dev'essere lungo una decina di pagine, niente di impegnativo. Parla di un enorme pesce anfibio cornuto che Lorenza avvista sul lungarno. Ci andai a correre con la Elena sul lungarno e il fiume, come tutti i fiumi grandi, mi ispirò...
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"VESTITI D'ALBERI" qualcuno di voi lo ha già letto, possibile, ma sarete sì e no una dozzina di persone. Per il resto, non è mai stato pubblicato e anche questo è una decina di pagine o poco più.
Nacque una notte di neve in autostrada, tornando da Vicenza dopo una serata con Silente. Avevo 'sta immagine, in testa, di un albero che si abbassa per raccogliere una foglia che gli è caduta. Anzi, di un bambino che gliela porge, e da lì tirai fuori la storia. Mi piacque, mi piace tuttora.
Dovrebbe essere un bel racconto, dicono. 
A me, rileggendolo, non ha fatto grande impressione, ma dev'essere dovuto al fatto che mi sta antipatico. 
Volevo farci la copertina da hoc. Avevo in testa un albero vestito, anzi due rami che intersecano, fuoriuscendo da due maniche. Ma no, non ne avevo il tempo, e vi dovete accontentare di una bella foto, o meglio, della foto normale di un albero molto bello e fascinoso.
La storia? Onorio è un bambino, orfano, che si convince che ogni albero di un piccolo bosco dietro casa sua rappresenti una persona. E comincia a vestirli....

"PALETTA GIALLA" nessuno di voi lo ha letto, ed è, temo, il peggiore dei tre. Non è colpa sua... e nemmeno colpa mia, dài.
Non è colpa di nessuno.
E' un vecchio racconto, di quattro anni fa, forse cinque, e sconta le ingenuità e le colpe di una mano che sta imparando a scrivere.
L'ho riscritto, certo, perché era veramente scritto di merda. Ma non ne ho modificato la struttura, né la trama, anche se andava fatto. Potrei dirvi che è piuttosto genuino, figlio delle suggestioni dell'epoca, di quando vedi una paletta gialla sul pelo dell'acqua e pensi a tante immagini suggestive, senza poi chiederti se tutto questo possa entrare in un nucleo narrativo coerente e bla bla bla...
E poi vado spesso a correre o passeggiare con Elisabetta, nel lignanese, d'estate, e un mostro marino ci starebbe proprio bene. Ma un bestione così, in una laguna come quella di Marano, non potrebbero vivere, perché non ci sarebbe abbastanza profondità d'acqua e abbondanza di cibo. A meno che... non fosse fatto di sabbia. 
E allora eccovelo, un bel serpentone marino fatto di sabbia. Ma non vi preoccupate... non è cattivo come sembra...

Bene... è tutto.
Grazie di tutto, cari amici di blog. 
Con stima e rispetto, buon 2012.

mercoledì 28 dicembre 2011

"Navi fantasma" di Alessandro Girola***

Ecco, dopo aver letto il treno di Moebius, invece di leggere qualcosa di narrativo, ho optato per quest'altra cosa del buon Alessandro Girola
Un piccolo saggio, un saggino, che parla di... Navi fantasma! 
Eh, eh... non l'avreste mai detto, eh? :)
Comunque, bello. Interessante. Molto leggibile.
Arricchito, ed è proprio il caso di dirlo, dal breve articolo finale di Davide Mana che inserisce le navi fantasma nella letteratura moderna, prendendo le mosse da Conan Doyle e girovagando brevemente altrove.

Dico del bene, di questo piccolo epub, perché riesce a evitare due pericoli.
L'argomento è monotematico, e il rischio, visto che poi, alla fine, cambiati i nomi e i mari, la minestra è sempre quella, era di essere ripetitivi, portando il lettore e dirsi "si, okay, come quell'altra e quell'altra prima, su su, andiamo avanti". 
Ecco, rischio evitato con una prosa piuttosto secca e soprattutto, con una brevità imposta a ognuna delle navi fantasma descritte.
Secondo rischio, quello forse in cui era più facile cadere, era di lasciarsi prendere la mano.
Ora, io non ho fatto mai ricerche sull'argomento. Non è tra le mie curiosità primarie, ma posso immaginare che fiondarsi in rete a cercare notizie di una nave che salpa e viene ritrovata, misteriosamente, completamente priva dell'equipaggio, con tutto il resto al proprio posto, be'... insomma... c'è da ricamarci sopra parecchio, e la voglia di lasciarsi andare a riportare e descrivere questi ricami dev'essere forte.
Non è stato fatto, e trovo vada bene così.

Il saggio si limita a ricordarti qualche caso, qualche nome, a riassumere i fatti - brevemente - e tutt'al più si concede qualche battuta e qualche domanda, senza gettarsi nel ring delle ipotesi e delle fantasie.
Saggio piacevole, quindi, da leggersi come se fosse narrativa e che vi darà una cultura rapida e veloce sull'argomento, ma non banale e superficiale. 
Alcuni casi, poi, come quello del sottomarino tedesco U-184 o della Ivan Vassili, sanno così di mistery che - siate o non siate appassionati di mare e navi - ve ne consiglio la lettura a prescindere.
Anzi, facciamo così. Immaginiamo che siate di quelli che non avete nessuna cazzo di voglia di leggere un saggio perché a voi piaccion le storie, epperò vi sto un po' tentando e quasi quasi... questo Navi fantasma lo assaggereste. Fate così.
Vi scaricate l'epub e vi leggete prima il caso della Ivan Vassili, poi passate alla Mary Celeste (il più famoso) e poi, subito dopo aver letto quello, saltate in fondo, a leggervi l'articolo di Mana. 
Poi basta. Se avete voglia leggete il resto, se non vi va, fate a meno e siete comunque più colti, e probabilmente vi è venuta voglia di leggere il libro di Doyle. :)

Si scarica da ebookgratis o direttamente da lulu.com e se non riuscite ad aprirlo istallatevi adobe digital editions, che alla fine, sul pc, io lo leggo sempre con questo e mi va parecchio bene.

martedì 27 dicembre 2011

"Zeus e altre semplici storie" di Ingo Schulze***

Ma lo sapete che è ben strano, questo libro?
O meglio, questi racconti di questo Ingo Schulze che non conoscevo, ex-DDR, molto addentro alle cose di arte, alle cose di sceneggiatura e alle cose di lingua tedesca, vista la sua bio, dicevo, questi racconti sono strani.
Mi hanno ricordato un certo modo di non raccontare di Carver e una certa sua aria di decadenza, benché dal punto di vista dello stile i punti di contatto siano pochi.
Non so nemmeno io, a dire il vero, perché li trovi strani.
Sono scritti in modo normale, senza stili particolare o che, e raccontano storie normalissime, quasi fotografie, senza inizio né fine, che tra l'altro sono precedute da tre righe di abstract. Ecco, forse già questo è strano.
Aspettate, ve ne copio un paio.
Nel racconto "Uccelli migratori":
Lydia racconta della dottoressa Barbara Holitzschek, che afferma di aver investito un tasso. Lunga conversazione sugli animali. Il luogo dell'incidente. Finale enigmatico senza tasso.
Oppure, nel racconto "Sorrisi
Martin Meurer racconta coma ha rivisto il padre carnale dopo ventiquattro anni. Una confessione inaspettata. I credenti si ammalano di meno e vivono di più. Atti degli Apostoli e presine.
E poi, leggendo il racconto, più o meno sì, è di quello che si parla, e quel che può sembrare inconcludente un po' lo resta. Parlano dell'immediato periodo post-caduta muro berlinese, questi racconti, e forse, così azzarderei, si portano dietro un po' di quell'inquietudine e di quel non sapere trovare il proprio posto nel mondo che possono aver avuto i cittadini ex-DDR. Un po' come quando apri la gabbietta al canarino ma lui non esce, conscio che potrebbe succedergli di tutto, là fuori, però, dentro, comincia ad agitarsi e fare cose strane.
Ecco, non si agitano poi molto, i personaggi dei brevi racconti di Schulze (ce n'è sei, in queste sessanta pagine), ma si agitano molto i loro pensieri, tanto da renderli tutti un po' spannati, un po' assenti, da farli sembrare quasi incoscienti, in quel che fanno e dicono, pur non dando mai l'appoggio del narratore esterno, a sostegno di ciò. Vediamo... forse meglio spiegarsi con qualche sua riga.
Ecco qua, il racconto "Panico" il mio preferito, dove il protagonista perde il lavoro, okay, lui e la moglie si arrangiano come possono, poi, come capita, decido di farsi una vacanza, perché ogni tanto ci vuole, e spendono tutto quel che anno. Peccato che gli arriva una multa per eccesso di velocità, confisca del veicolo e non so quanti marchi da pagare... per di più, lui, è in prova per un lavoro di sei mesi come chimico. Si organizza, prende il treno, deve stare fuori dei giorni, arriva e telefona alla moglie, e badate, non ha ancora fatto niente di lavorativo, in quella città:

Quando Sabine disse "Pronto?" nell'indicatore il 45 dopo la virgola si trasformò in un 26, e Sabine ripetè "Pronto?".
Raccontai che il dottor Sidelius, il geologo della Tutela monumenti, aveva ascoltato tutto e alla fine mi aveva stretto la mano e augurato buona fortuna.
I taxi partivano in continuazione, e quando non ne rimase nemmeno uno dissi che adesso tutti i taxi se n'erano andati.
"Presto ne arriverà di sicuro un altro," rispose lei e disse che proprio davanti al nostro ingresso - abitavamo in Brockhausstrafie al Lerchenberg - era successo un incidente, ma la cosa non era riuscita a distoglierla dalla decisione di andare con la bicicletta fin su al supermercato dello Steinweg. Continuava a parlare del supermercato. Sabine sosteneva che con la bicicletta ormai se la cavava e che adesso avrebbe sempre fatto così. Si chiedeva anzi perché non l'avesse fatto già prima. Tra l'altro, era il miglior modo di esercitarsi per la settimana dopo, dato che voleva fare una breve gita con Tino e Danny, la quale, apposta per lui, si era procurata una bicicletta col seggiolino per bambini. L'avevano deciso oggi pomeriggio.
Il 2,88 si trasformò in 2,69 e poi in 2,50. Arrivò un taxi e si fermò, spegnendo i fari. Il supermercato, disse Sabine, aveva persine una lunga rastrelliera per biciclette con sopra una pubblicità. Dovevo indovinare quale. Ma subito sbottò: "Prince Denmark, la mia marca".
"Una settimana fa non ti saresti azzardata," dissi. "Già! Speriamo che adesso costruiscano altre piste ciclabili," rispose Sabine e fece seguire alcune parole in francese che io non capii. Risi. Doveva farmi gli auguri per domani, dissi, perché riuscissi a liberarmi di quella robaccia.
"Non parlare sempre di robaccia, Martin. È così importante!" esclamò. "L'intera storia dell'arte non serve a niente, se tutti i begli edifici si sbriciolano. E con lo schifo che c'è nell'aria, Martin, si sbriciola proprio tutto ! " Arrivò un altro taxi, e stavolta glielo dissi.
"Riattacca subito!"
"Aspetta," risposi, sussultai e mi girai di lato. Le borse c'erano ancora. "Ti amo," dissi e aggiunsi che non lo dicevo perché ero lì solo e senza macchina. "Che carino." rispose Sabine. Prima pensai che avremmo interrotto a 1,17, ma questo poi divenne uno 0,98 e poi uno 0,79, e dopo il suo "ciao" precipitò a 60 pfennig e io gridai "amore", ma lei aveva già riattaccato. Lo feci anch'io e presi la scheda. Adesso i taxi erano tre.
Ecco, direi che ho fatto anche troppo, si capisce, direi, questa attenzione per il dettaglio e questo modo di scrivere. Non so se riuscirei a leggere racconti su lunga distanza, con questo tipo di rarefazione, ma in effetti, non so nemmeno se l'autore li scriverebbe. In questo formato, tuttavia, sono particolari, e meritano una lettura attenta, perché se li leggete così, accazz, rischiate di trovarli molto superficiali, e non lo sono.

Chiudo tirando le somme di questa collana, Racconti d'autore, del Sole 24 ore, che per fortuna si prende un po' di pausa, e ricomincia con l'8 gennaio. Bene, è stato un'ottima, ma un'ottima idea. Ho imparato un sacco di cose, assaggiato molti autori ed è stata data dignità alla forma racconto, facendola apparire per quella sua difficile, complessa e sublime zona narrativa che è. Sono contento di avere tutti i numeri usciti finora, e anzi, se ve ne siete perso qualcuno, sapete dove trovarli :)

lunedì 26 dicembre 2011

"Solo bontà" di Jhumpa Lahiri***

Ma lo sapete che non riesco a capire se questo racconto lungo mi è piaciuto o meno?
Cioè... Io di questa scrittrice, Jhumpa Lahiri, non avevo mai nemmeno sentito il nome, e quindi non mi dispiaceva scoprire chi è, come al solito, né leggere quel poco di bio e di cose che ha fatto. 
Leggo che ha vinto il pulitzer, per esempio, e che, come i protagonisti di questa storia, è bengalese, nata a London, ma vive a NY.
Perché sì, inutile fingere che non ci sia lei, dentro a questa sorella, Sudha, di cui si racconta, dal suo punto di vista, il rapporto con Rahul, suo fratello con problemi di alcol.
Due vite che devono emanciparsi, uscire dal bozzo dell'emigrazione di seconda generazione, che vede i genitori essere ancora in difficoltà, con le loro origini, anche se vengono dall'inghilterra, e non da Bengasi.
Genitori quasi ciechi, su certe cose, estremi, forse su altro.
C'è almeno un triplo binario, in questo "Solo bontà"
Anzi, potremmo dire tre gradi.
Primo, la storia della dipendenza dall'alcol di Rahul, che viene raccontata dall'esterno, e ha luci e ombre. E' corretto, per esempio, il modo con cui Sudha, alla fine, ignori i problemi del fratello, rincorrendo e costruendo la sua vita, pur cosciente che dietro, nascosto, si è lasciata qualcosa di irrisolto. L'ombra, invece, è data dal modo, soprattutto verso la fine, di trattare il problema alcol, che è un po' troppo da pubblicità progresso, ovvero "non bere perché sennò vedi cosa ti succede e quanto sei fallito"- Solitamente, è il modo per ottenere l'effetto opposto, e in effetti, alla fine, la vita da fallito di Rahul è quella che ti dà meno malinconia, rispetto al castello di carte in cui vive Sudha.
Secondo livello, ovvio, le difficoltà di integrazione di una famiglia bengalese nell'america del "sì, okay, ti teniamo ma non sei dei nostri". Diciamo che non mi è piaciuto il fatto scontato che l'autrice ne parli, ma non mi è dispiaciuto il taglio psicologico che ha dato alla questione, non descrivendo con accadimenti, ma con ragionamenti e comportamenti, soprattutto dei genitori, che a volte quasi ostentano la loro americanità.
Terzo livello, ed è quello che io trovo più interessante, anche se è sviluppato solo in parte, è il rapporto che Sudha, con la sua vita bella, un lavoro bello, gli studi che vanno bene, tutta mostra d'arte - ufficio e maritino, e infine un figlio, costruisce con suo marito. Ma basta una leggerezza, il fratello che ritorno col suo problema irrisolto, per gettare un velo su tutto questo. Chi è più vero? ti chiedi alla fine... Sudha o Rahul? 
E no. Non riesci a darti una risposta di un colore solo.
Per il resto, la scrittura di Jhumpa (bioparco, che nome anche questa... mi fa venire in mente la canzone gloriosa degli house of pain :) è fluida e lineare, oserei dire quasi scarna, in certi passaggi, senza troppe sfumature. Si legge volentieri, comunque, anche se non è certo una di quelle che ti viene da sottolineare qualche paragrafo. 
Concludiamo, dai... che dire? Sì, una lettura che non fa male, ma forse, per dare un giudizio su questa autrice, c'è bisogno di qualche riga in più. :)
A proposito, adesso sto leggendo Ingo Shulz. Poi fanno pausa, e l'otto gennaio c'è Scerbanenco! Finalmente, un narratore italico! Me ne compiaccio. :)

sabato 24 dicembre 2011

"Una notte al Ghibli" di Samuel Marolla***

Samuel Marolla ha un pregio.
Ieri accompagnavo mia  mamma a togliere i punti e speravo d'avere almeno mezzora di sala d'aspetto e mi sono portato via - perché è più comodo - l'ereader.
In mezzora, mi son detto, mi leggo un racconto.
Anzi, prima ho tentato di cominciare The raven, il poe-ma (questo calembour è figo, ammettetelo), ma poi ho desistito perché c'era una lunga introduzione e non avrei fatto in tempo, così sono passato a questo epub: Una notte al Ghibli.
Ebbene, il tempo poi si è ridotto a dieci minuti, e io ho letto a malapena tre o quattro, delle venti pagine del file.
Che poi, Una notte al Ghibli, è un racconto che risale ai tempi dell'Altalena, e io lo lessi già in quella raccolta. E quindi era una rilettura.
Eppure sono tornato a casa con la voglia di finire il racconto.
Ho fatto le cose di blog, le cose di mail, le cose di doccia, le cose di cena, le cose di casa e alla fine, alle otto, mi son fatto un tè e mi sono ficcato nel letto, ho piazzato gli Who e mi son detto: me ne frega un cazzo, adesso mi finisco il racconto. E l'ho finito.
Ecco, è credo sia il pregio migliore, per un certo tipo di narrativa.
"Una notte al Ghibli" è un racconto horror-noir privato della componente thrilling: due uomini, un cliente e il proprietario del bar, il Ghibli, nella Milano da bere, nascosta ai più, si raccontano le storie. Le brutte storie che può avere da raccontare un carabiniere dei ris, che no, non è come in TV, e la storia che può avere da raccontare un libico, della sua terra, dove il Ghibli, con la sabbia, ti taglia la faccia.
E allora non servono grandi paroloni, o effetti speciali, per un racconto di questo tipo.
Non mi devi far paura, forse, un po', devi farmi venire quel brivido, quel pensiero che viviamo tutti separati da membrane invisibili e che a volte, dall'altra parte, ci sono zone scure che non vogliamo incontrare, e anzi, preferiamo fingere non esistano.
E poi il racconto finisce, forse indugiando troppo sulle riflessioni esterne, ma lasciandoti soddisfatto.
Sì, ti dici, mi ha fatto bene, questo racconto. E magari non capisci come qualcuno che ti racconta storie così brutte possa farti bene, ma nelle tre storie nere, nerissime, che si muovono nei ricordi di questi due uomini, ci sono due fili, intrecciati, che spiegano perché. Il mistero, l'inafferrabile che può essere crudele, orrifico, ma che c'è, e noi ne siamo attratti. Ci chiama, ci ha sempre chiamato. Così come il secondo filo, che poi, in fin dei conti, potremmo banalizzare come amore, ma forse è più un desiderio. Questo mistero, questo inafferrabile, è chiamato in causa dall'amore, dal desiderio, che gli apre la porta.
Insomma... dai, se vi va scaricate e leggete.
E' gratis, lo potete scaricare in che formato di aggrada dal sito dell'autore, e se siete di quelle persone che dicono/pensano "Ah no, l'horror io no" be'... senza offesa, sarebbe ora di crescere, e cominciare a dare alle cose meno etichette. E non dite che non vi ho dato delle buone chiavi di lettura, eh. :)
E dopo averlo letto, vi dico anche che è contenuto nella raccolta di racconti di Samuel, La mezzanotte del Secolo, che insomma, potreste addirittura comprare approfittando della promozione natalizia Extralarga e magari decidere di cominciare a diventare milionari! :)


venerdì 23 dicembre 2011

"Ghost" di Richard Matheson***

Ho due domande, su questo libro.
Prima vi dico di cosa parla.
Una coppia, con un matrimonio in crisi, causa tradimento di lui, parte per una sorta di luna di miele riparatoria al mare d'inverno, in una grande casa a Logan Beach dove fa un sacco di freddo e non c'è un cazzo da vedere, se non valutare la possibilità o meno di stare ancora insieme... Peccato che appena lei si distrae un momento, lui, viene sorpreso da una ragazza bellissima, con due tette enormi, che stava con un pittore - gli dice - che aveva affittato la villa l'anno prima. Sperava fosse lui, e invece...
Bene.
Adesso le due domande.
Uno) Mi volete spiegare che cazzo c'entra la copertina della Fanucci con la trama? Non c'è nessun bambino, nella prosecuzione della storia. Entra in gioco solo una vecchia babbiona che cerca di mettere in guardia David dal fatto che è meglio che se ne vada, perché Marianna, la strafiga tettona, è un...
Un? Dai, su, indovinate...
Come dite? Fantasma?
Occazzo! Come avete fatto a indovinare?!?!
Ed ecco la domanda numero
due) Se su 236 pagine, solo a pagina 122 l'autore decide di instillare il dubbio nel lettore che Marianna sia, diononvoglia, un fantasma, perché cavolaccio mi dovete intitolare il libro "Ghost"!?!?! Cioè... i personaggi principali sono tre, e se mi dici che la tipa si trova  all'improvviso in casa di David... behy... insomma, peggio di così potevi solo intitolarlo: "Marianna is a ghost"!
Voglio dire, se il titolo originale è Hearthbound, ci sarà un motivo, vero?
Se a un certo punto David è costretto a fare una seria valutazione delle prove che ha per credere che Marianna, la carnosa Marianna, sia ectoplasmica, ci sarà un motivo?
Insomma:
Copertina e titolo... da dimenticare.
Tant'è che se anche se il lettore - magari un po' scafato, che conosce Matheson - si fa venire il dubbio che Marianna sia un fantasma... beh, Richard ci pensa ben, a tranquillizzarlo, spiegando che lei entra in casa perché ha un copia delle chiavi, ecc.
Detto questo, vi dico subito che il romanzo è più che discreto. Per fortuna, la storia non è una storia solo di fantasmi. E' una storia di sesso e amore, mescolata a quello che può essere una crisi matrimoniale e al trovare il legame non nel corpo, ma - metaforicamente - nel cuore.
Ecco che il titolo originale è perfetto, mentre Ghost è solo un aspetto della trama funzionale al tema principale che Matheson tratta: l'amore da ritrovare in un matrimonio che sembra usurato.
Non mi è piaciuto il finale, anche se alla fine ci può stare, comunque vi dico che il libro è piacevole e davvero, davvero scorrevole (pure troppo). Non parlo solo di edizione, coi soliti margini ciccioni, ma è proprio la scrittura mathesoniana che è come il suo marchio di fabbrica: lineare e semplice, pur avendo uno stile ben definito. Certo... non aspettatatevi molto, oltre a qualcosa da leggere senza troppo impegno.
Quindi basta, inutile sprecare altre parole: questo è un discreto romanzo thriller/fantastico, con una storia di fantasmi declinata in via erotica. Marianna, vi garantisco, fa venire voglia, e quindi penso proprio che questo aspetto del libro sia il più riuscito. Se ci avessero messo lei, in copertina...

giovedì 22 dicembre 2011

"Terra di nessuno" di Eraldo Baldini***

Eccomi a confessare un'altra vergogna!
Prima di questo libro non avevo letto nessun romanzo di Baldini... no, nemmeno Gotico rurale, no.
E me ne vergogno, lo so, perché è un autore italiano, bravo (i suoi racconti che ho letto qua e là erano sempre buoni) che è capace di declinare il genere horror in via italica, pescando dal passato e dalle fondamenta del nostro Paese, che no... non sono le città.
E allora, quando ho trovato a 1 eurio o poco più questo Terra di nessuno brevissimo (181 pagine a carattere 14 e interlinea larga) mi ci sono fiondato e vi dico subito che è stata una lettura appagante, piacevole, e molto rotonda. 
Non ho critiche da muovergli, se non, forse, un plot di fondo che rischia, se sei un po' smaliziato, di farti sacramentare, a fine romanzo, ma a me, che non credo di essere un cattivo lettore, non è successo.
Quindi tranquilli, se lo trovate in sconto su qualche bancarella (prezzo di copertina 9.50, ma adesso su libreriauniversitaria è al 50%) e volete una lettura agile, ambientata nell'Italia post-Grande Guerra, in cui l'importanza è data soprattutto alla psicologia dei personaggi, beh, leggetela.

Non cade nella trappola di fare pipponi antimilitaristi, Eraldo, ed è evidentemente troppo scafato per raccontarci una storia con poca storia. Per quasi tutto il romanzo, vuoi siete in piena creazione di suspance horror, quella che serve a creare la tensione a poco a poco. 
Quattro ragazzotti, tornati dal fronte, decidono di mettere su una carbonaia... anzi, aspettate che faccio il copiaincolla da thrillercafè:
Un bosco e quattro reduci della Grande Guerra. Ancora una volta insieme e lontani dal mondo. Il bosco con la sua vita scandisce presto il quotidiano dei quattro amici ma ne diventa anche l’antagonista. Presenze misteriose, forse fantasmi dei giorni del fronte, forse oscure manifestazioni di una bestia mostruosa destabilizzano il rapporto fra i quattro personaggi
Ecco... e sono proprio i misteri di questo bosco che catalizzano l'attenzione. Succedono cose... e c'è qualcuno, in quella selva. Qualcuno di non umano... 
E poi, soprattutto, c'è qualcuno che manca. 
La pace. La pace interiore che i quattro non riescono a trovare, e che come uno specchio rotto riflette in modo distorto i loro rapporti. Il messaggio è banale, certo, perché dopo una guerra non si è più gli stessi, ma Baldini ce lo racconta con una storia horror, che poi, alla fine, vedrete l'horror è solo una scusa. 
Ah, romanzo consigliato soprattutto a chi non disdegna le storie che ruotano attorno ai conflitti mondiali e con una potente ambientazione nostrana. Per un maturando, per esempio, è una buona cosa, e infatti adesso lo metto in borsa e lo porto al mio studente a cui ho fatto prendere persino i Vermi, visto che quel bastardo ha voluto prestarmi I ragazzi di Anansi di Gaiman, così almeno impara che cos'è la terra di nessuno e quali sono le difficoltà psicologiche dei reduci. :)

martedì 20 dicembre 2011

"Ucronie impure" di AAVV**(*)

Dunque, chiariamo subito una cosa.
Anzi due.
Io, probabilmente, sarò una voce fuori dal coro.
La seconda è che io ho la massima stima e rispetto, per questo progetto, e quindi non voglio sentire lagnanze idiote, magari da qualcuno degli autori o amici di che non mi conosce.

Dico questo perché a me, contrariamente - penso - che ad altri, Ucronie impure (in epub, eh) non è piaciuto granché, o comunque non del tutto.
Ecco, ecco, già vi sento,,,
Ma stai zitto, ciglione, che tu fino a questo ebook non sapevi nemmeno cosa fossero i racconti ucronici!
oppure
Ma stai zitto, minchiofante, che tu leggi poca fantascienza e non ci capisci una mazza di ucronia..
o ancora
Tiè, eccolo qua un figlio di bacca invidioso perché non è entrato nella raccolta e quindi ora ne parla male.

Dunque.
La prima è vera, ma questo non è un motivo valido per non giudicare. 
La seconda è vera in parte, e comunque qui non siamo in racconti di fantascienza.
La terza non è vera, anche se avrei voluto tanto partecipare perché il progetto era bellissimo, ma mi sono reso conto che non avrei mai prodotto qualcosa di ottimo come avrei dovuto, perché scrivere racconti ucronici non è una cosa che si improvvisa, e quindi poi, non l'ho fatto.
E poi, soprattutto, non ne voglio parlar male. :)

Ucronie impure è una raccolta che si può leggere, ci sono spunti interessanti e almeno 3-4 racconti discreti. E' che forse, non so perché, mi aspettavo di più. Tanto per cominciare forse un pochino di editing in più, a certi racconti, avrebbe fatto bene. E seconda cosa, di ucronico vero, c'era a malapena metà.
Il racconto ucronico, per come lo intendevo io, è qualcosa di molto complesso, che parte da una profondissima ricerca storica e pesca dal mare magno dei particolare una metastoria, trasformandola in narrativa, e quindi facilitando l'aspetto fiction, pur mantenendosi nella piena verità e possibilità storica.
La verosimiglianza, per come la vedo io, dev'essere molto... molto forte.
E ci sono, tra l'altro, almeno due strade che mi sarebbe piaciuto vedere.
La prima è una deviazione dal percorso storico reale che poi, però, ritorna a proseguire la strada che si è realmente verificata. Un what if che non muta la storia, ma ci racconta una verità potenziale.
Il secondo approccio è più difficile, eppure è quello che quasi tutti hanno seguito: un what if che porta a un mondo ipotetico, un mondo diverso. Ecco... creare mondi, l'ho sempre detto, è difficile, ed è tanto più difficile se il mondo che vuoi creare è simile a quello esistente, perché le cose non sono diverse, sono simili, e a ogni parola c'è il rischio di compiere un errore, una imprecisione, un'approsimazione non tollerabile.
E quanto più questo accade, quanto più il lettore, soprattutto se ha una discreta conoscenza storica, storce il naso. E io, un po' di volte, ho storto il naso, perché alcune cose mi hanno scaraventato fuori dal racconto per mandarmi nel pianeta del dubbio che prende il nome di "Mah..."

E allora, proprio adesso che è appena cominciato il successore di Ucronie Impure, ecco che vi dico cosa mi è piaciuto e cosa no.
Dunque. Senza rancore, eh.
Non mi è piaciuto granchè "Alla corte del Monaco nero", soprattutto per uno stile ancora acerbo e didascalico e un'idea - un Rasputin che ottiene con successo la morte di Hitler - che potrebbe essere carina ma è sviluppata così così, e alla fine non mi ha lasciato molto.
Non sono andato pazzo nemmeno per "Aria" che partiva dalla teorizzazione di una privatizzazione dell'aria e che, come idea, porta un bagaglio di variazioni molto complesso, per non dire immenso, che ha bisogno più di un romanzo, che di un racconto, per essere sviluppato, soprattutto tenendo conto che si teorizza il non passaggio di Roosvelt a Hoover, e insomma... qui forse è colpa mia, perché da buon insegnante di Storia economica diciamo che ho una conoscenza un po' più vasta della media, e quindi sono stato più a rischio, come lettore. Per tutto il racconto ho avuto la sensazione latente che - con l'aria privatizzata - il mondo non poteva essere come quello descritto.
Mi è piaciuto di più, anzi è carino, Il millenario Regno d'Italia, che vi consiglio, soprattutto per com'è strutturato e perché, sapientemente, lascia da parte le macrovariazioni concentrandosi su una ucronia più... "letteraria".
Non ho digerito del tutto, invece, il vincitore, Kalokagathia, che ci racconta la famosa battaglia dei  300 spartani, mettendo sotto accusa il potere dei capi, della nobiltà greca e dando un volto a chi solitamente non ce l'ha. Ecco, diciamo che ho faticato soprattutto ad andare avanti, perché il racconto è a tratti appesantito dai troppi nomi e particolare e la ricerca storica, alla fine, molto approfondita, gli fa da zavorra, e ho faticato un po'. Comunque racconto sufficiente e leggibile.
Purtroppo non m'è piaciuto di nuovo La fine della Diaspora, che non mi ha lasciato niente e anzi, direi che ancor ancora un po' che vedevo continuare a ripetere decine di volte i nomi del protagonisti cominciavo a graffiare l'ereader per grattarli via :)
Molto, molto bello, invece, La regina dei Pirati di Atlantide, a mio avviso il migliore, e anche lontano dagli altri, perché a) ha un ottimo stile b) è davvero ucronico, in quanto riesce a creare un mondo senza incongruenze e tacendo dove potrebbero esserci c) non è mai didascalico, e costruisce un racconto, una storia, una fiction, senza mettere la narrativa sotto il piano della storia. Davvero consigliato. Leggetelo!
Più ombre che luci, poi, in Reliquie, che è ancora acerbo e con qualche imprecisione e che forse fa il passo più lungo della gamba, cercando di descrivere una guerra mondiale in cui i Templari sono uno degli eserciti in lotta... ovvero, un mondo completamente e politicamente diverso.
Non mi mi è dispiaciuto affatto, invece, il racconto Rintocchi, molto breve, ma che giocando sul paradosso della macchina del tempo riesce a rendere il tutto molto simpatico, una sorta di lunga barzelletta narrativa che sembra banale ma non lo è. Non sarà un pezzone, ma anche questo, soprattutto per la lunghezza - di più avrebbe stufato - ve lo potete leggere, prendendolo per divertissement.
Poi c'è Squali contro Alieni, un racconto di fantascienza ironica che di ucronico non ha assolutamente nulla, visto che è praticamente ambientato in una sorta di quasi futuro, dove siamo stati invasi dagli alieni. Gradevole e scorrevole, e con uno stile, ma ripeto, non c'entra nulla con il tema della raccolta, mi sa.
Chiude, e non mi è dispiaciuto, Tlaloc verrà, che è un buon racconto, gestito bene e con uno stile superiore alla media. Si legge volentieri e teorizza una invasione del portogallo da parte dei popoli indios, stuzzicati dai conquistadores, che invece di sterminarli si sono visti rincorrere per tutto l'oceano fino a casa. Da un lato, però, anche qui nascono i perché: come mai gli indios, così abili naviganti, non hanno attraversato l'oceano prima? e come hanno fatto a partire di un botto e ad avere le navi già pronte per l'invasione di un intero continente? Ed è davvero possibile che l'Europa tolleri tutto ciò senza forze per reagire? Le risposte si possono costruire, ovvio, ma qui non ci sono e quindi, io, per tutta la storia ho pensato che "tanto è solo narrativa". Comunque anche questo pezzo è consigliato, perché è un racconto gradevole. Basta che non vi facciate tante domande ;)

E' tutto, cari. Progetto davvero figo, questo, a livello di idea, e tanto di cappello ad Alessandro Girola, che ci è stato dietro e ha tenuto le fila di tutto. Scaricatelo e leggetelo, magari a partire dai racconti che vi ho consigliato, e poi vedrete che vi leggete tutto. :)

lunedì 19 dicembre 2011

"Sporcizia" di Luigi Musolino***

E vi parlo anche di questo Sporcizia, dopo avervi parlato di "In bilico".
Lungo più o meno uguale, ispirato dal Sanguinario Valentino - storie d'amore andate a male - il racconto del buon Idra è scorrevole e si legge con rapidità.
Scontata, forse, la storia - che lavora su un plot classico, del ritornante, a metà strada tra il fantasma e lo zombi. Scontata, ma non noiosa, e personaggi che, a parte forse la sboccatezza della protagonista, Serena (io l'avrei chiamata Linda, :D), che mi pareva troppo sopra le righe e non essenziale, dicevo, personaggi che colpiscono. Remo e ben tratteggiato, ma anche le due comparse, il capo di Remo e il borderline che ha dimestichezza con l'aldilà, sono personaggi a tutto tondo, benché descritti in poche righe.
Buona, secondo me, la parte preparatoria, l'ossessiva compulsione per la pulizia, di Serena, e buona fino al punto di svolta della storia. Poi potrei sollevare il sopracciglio per una estremizzazione della maniacalità per la pulizia della poveretta, non del tutto credibile, ma siccome si è presi dalla trama, diciamo che il racconto finisce e non ce n'è il tempo.
Insomma:
Anche questo, per voi amanti degli epub, che però non amate stare tanto tempo con in mano un ereader, questa è una lettura ideale, un soft horror con meno profondità di In bilico e un pelino di più di splatterismo orrifico, che potete scaricarvi da qui su ebookandbook.
Li voglio fare anche io, cose come queste, sì. 
Le farò!

sabato 17 dicembre 2011

"In bilico" di Luigi Musolino***

Me li ero ficcati nell'erader ieri, due ebook di Luigi Musolino.
Mi ero accorto che erano due racconti, In bilico e Sporcizia, entrambi di poco più di una ventina di pagine, ed erano l'ideale.
Sì, perché oggi, immaginavo, avrei avuto del tempo, e dopo essermi portato dietro molti compiti da correggere e aver dato anche 0+ e 1, immaginavo avrei avuto modo di leggere. 
Ma non volevo cose impegnative, e non volevo cose di qualità sconosciuta e non volevo cose lunghe.

E allora ecco, ho cominciato da questo.
Un ebook di Luigi Musolino, l'uomo di Idrasca.
Luigi che so che scrive bene, che so che tendenzialmente mi lascia soddisfatto, e questo "In bilico" che è lungo - appunto - una ventina di pagine circa.
Di che parla? Di crisi, di lavoro, di mondo operaio e di carriere che nascono, muoviono e muoiono.
E sì, parla di uno spettro, un fantasma, traducendo in entità fantastica le paure economiche di quest'epoca di bugie e povertà.
E così si parte con un "capo" che si ammazza, braghe calate e tenendo in mano la lettera che gli annuncia la cassa integrazione, e che, soprattutto, annuncia la cassa integrazione di molti altri. E questa immagine, icastica, dell'uomo con le braghe calate perché sa già cosa succede quando si muore, e non gli va certo di sporcare, che entra nella testa del lettore e di Glauco, protagonista del racconto.
Glauco che all'improvviso, su un traliccio, vede uno strano, enorme, volatile. O almeno così gli sembra, anche se lo stress dell'essere il possibile sostituto del capo defunto non gli agevola certo lo scacciare le visioni.
Insomma... ti tiene incollato, il racconto, weird e pulp al punto giusto, ma forte, fortissimamente - forse troppo - sociale. Difetti? A parte un calcare la mano sulle condizioni atmosferiche, che però ci vuole ed è quasi dovuto, come contorno alla vicenda, potrei dirvi della prevedibilità del finale, che spinge il racconto in una struttura piuttosto classica dell'horror. Però non infastidisce, ciò. 
Anzi, per come era stato impostato il tutto, con meccanismo a orologeria scandito dai giorni, era l'unico finale possibile. 
Quindi leggetelo, questo racconto, che vi servirà, se non altro, per esorcizzare la crisi, a tutto voi che siete in bilico.... :)

venerdì 16 dicembre 2011

"Il treno di Moebius" di Alessandro Girola***

Di questi tempi leggo poco, è la norma, e anche se leggere sull'ereader mi dà più soluzioni, anche lì vado a rilento. Però leggo, e leggo soprattutto racconti.
Sabato, per esempio, decidendo di smaltire la cena facendo un cazzo, ho terminato Ucronie impure, e subito dopo, perché volevo una roba corta, ho letto il mio primo Girola, seriamente.
Girola Alessandro, ovvero McNab, il blogger più blogger del mondo, anzi, dell'orlo del mondo, che adesso si è trasferito a Plutonia experiment, così se non lo sapevate ancora, ve lo dico io.

Comunque, Alessandro è iperproduttivo, in quasi tutto quello che fa, e quindi anche nell'autoprodursi ebook, soprattutto adesso che si stanno aprendo le porte dei Pub e della digitalità.
E se c'è una cosa che Alessandro non snobba e anzi, sostiene, è la forma racconto.
Ecco perché, di tutti i Girola che mi leggerò sull'ereader, in formato ePub, ho deciso di cominciare da questo.
"Il treno di Moebius" è un racconto di una quartantina di pagine che mescola varie cose - come ci dice l'autore nella piacevole introduzione. Un treno che sparisce, entrando in una galleria degli Apennini e non uscendone più, Ferrovie dello stato che nasconde, le autorità che nicchiano e una troupe televisiva che decide di farci un servizio, anche se magari potrebbe venirne fuori una bufala.
E' bravo, Alessandro, e si è fatto le ossa.
Avevo letto alcune sue cose vecchie, quando era ancora un po' frettoloso, e vi dico senza remore che adesso ha una mano sapiente nel mescolare elementi (weird + modernità, suspence + horror/fantastico) e inserirli in una struttura pesata, gestita bene, senza tempi morti e senza accelerazioni sbagliate. Questo raccontino è davvero un prodotto molto fruibile, e forse l'unica critica che gli posso muovere, a parte una certa sbrigatività del finale, è l'idea di fondo, che non fa altro che mescolare i soliti temi. Ma lo fa in maniera sapiente, e quindi, siccome non siamo certo qui a rivoluzionare il mondo della letteratura con un ebook da 40 pagine, questo racconto è, semplicemente, bello.
Una gradevole storia, che merita di essere raccontata.
Non vi dico altro, se non che è molto scorrevole e l'epub è di ottima fattura. Alla fine, pur con la misura che ha, questa lettura lascia soddisfatti.
E' tutto cari, al prossimo pub!

giovedì 15 dicembre 2011

"365 storie cattive" di AAVV

Sto leggendo questo libro da un anno.
No, non è per il titolo e nemmeno per il contenuto.
E' capitato, e alla fine, ora che l'altra sera, leggendomi gli ultimi dieci racconti, l'ho terminato, mi sono accorto che è stato un anno sul mio davanzale del bagno.
E vicino al libro c'è stata una matita.
Perché? Vi chiederete.
E' una storia lunga e mi va di raccontarvela.
Partiamo dalla parte che forse conoscete.

365 storie cattive è un'antologia di racconti, anzi, meglio, una raccolta di racconti che mette insieme 365 storie che stanno in una pagina, il cui denominatore comune è la cattiveria.
Il progetto è totalmente a scopo di beneficenza e i fondi raccolti vanno all'A.I.S.EA Onlus, associazione che si occupa dell'Emiplegia Alternante, malattia neurologica infantile piuttosto rara.
Il curatore, Paolo Franchini, è un grande, perché ha dimostrato che se ti sbatti, a fare le cose, ci arrivi.
Vi spiego.
Con la beneficenza, non penso di essere l'unico, abbiamo problemi.
Siamo bombardati da richieste di beneficienza che ci piovono addosso da tutte le parti. Se dovessimo comprare/donare a ogni contatto che sfiora il nostro intorno di noi non resterebbe un cumulo di gadgets e nessuna energia economica e mentale per beneficentare altra gente.
Questo ci rende freddi, distanti e selettivi, e non è una brutta cosa. E' così e basta.
Se solo uno si chiedesse, ogni volta che dona a qualche associazione, perchè a questi sì e a questi altri no, difficilmente donerebbe. Ecco perché per arrivare a qualche risultato, servono un po' di qualità.
Crederci, tanto per cominciare. 
Impegnarsi, spendere tempo, spazio, energie. 
E poi sbattersi, sbattersi parecchio e non credere che basta essere nel giusto, nel buono, nel sano, e le cose andranno come devono andare. Non è così, bisogna sbattersi, avere idee,
Terza cosa, credo, bisogna offrire qualcosa, mostrare che alla fine non è un dare per non avere niente. Dove non si ha in cambio la qualità, se magari non è possibile, ci dev'essere dell'altro. Nel caso di un'operazione come questa bisogna essere credibili, sinceri.
Paolo Franchini ha tatto tutte queste cose, ne potete trovare traccia nel sito del progetto, e la cosa forse più degna è quell'ultima pagina, quella del rendiconto, così chiara e piacevole, per uno che ha comprato il libro, che abbinata alle ricevute dei bonifici che Paolo metteva anche su facebook, regalava a chi aveva acquistato il libro il bilanciamento del rapporto qualità/prezzo.

Okay, uno si dice, il libro mi è costato un fottio, non l'ho nemmeno letto, e alcuni di quei quattro racconti che ho provato a leggere erano pure bruttini... però, cazzo, per una volta ho speso dei soldi in beneficenza e so che è stato così! Evviva.
Già, evviva perché questo progetto, alla fine, mostra come se ci si impegna si riesce a coinvolgere parecchia gente e come il web possa essere l'unica strada per ottenere risultati simili. Già, perché quei numeri, credetemi, sono buoni, e Franchini ha compiuto - in questo mare magno di piccola editoria e infiniti aspiranti scrittori che scrivono ma non comprano libri dei loro simili - un piccolo miracolo.
Certo, direte voi... avranno comprato il libro perché dentro c'è un loro racconto... Naaaa, non è così. Alla fine, di nome, conosco almeno 1/4 di autori e non è così. Non avevano bisogno nemmeno di mandarlo, il racconto.
Più o meno come me. Già.
Se agli inizi era divertente comparire nelle raccolte, in seguito, uno dei motivi per cui non faccio concorsi, è proprio il pericolo di finire nelle raccolte. Non è snobismo, eh, capiamoci. E' proprio che non mi interessa più. Però all'epoca in cui mandai questo racconto stavo proprio partecipando a un concorso che intendevo vincere, e avevo scritto un po' di raccontini. Cinque o sei, mi pare. Dopo aver fatto il solito sondaggio tra lettori fidati, stavo scegliendo quali mandare e ho letto del progetto. E mi son detto, perché no? Regagliamogliene uno.
Ecco. Così ho mandato un racconto potenzialmente bello
Ed è qui, che volevo arrivare.
Tutte queste parole solo per confessare la mia piccola colpa.
Dei 5-6 racconti che scrissi, non mandai quello più bello, ma quello un po' meno bello
Ecco. Questo è l'errore che facciamo con la beneficenza.
Lo facciamo sempre. Tendiamo a mandare gli scarti, a riciclare, quando si tratta di beneficenza.
Su. Non dite di no.
Pensiamo: "Be', già sono bravo a donare qualcosa, e ci sono molti che non lo fanno mai, e che, cavolo, non dovrò mica donare la cosa più bella che ho?"
Ecco.
E' un approccio del cazzo, lasciatemelo dire.
Se la cosa migliore che hai non la regali, che personaccia sei? Che cosa ti aspetti di ricevere?

E allora, ecco, all'epoca, che feci una via di mezzo. Mandai un racconto bello, inedito, ma non mandai quello che sapevo essere "il più" bello. Ne ero cosciente, e infatti scrissi a Franchini dicendogli: "Oh, se non lo ritieni all'altezza non farti scrupoli eh, dimmi che te ne mando uno più bello!"
Ma a lui andò bene (anche perché - stupido io - era proprio nello spirito del progetto l'idea di "accettare" i contributi così come erano), e quindi, quando poi comprai il libro e me lo ritrovai tra le mani, pensai:
"Bene, cosa posso fare io, ora, oltre che comprarlo, per questo progetto?"
Mi risposi: "Be', dovrei fare in modo di aiutarne la diffusione... e che remore può avere, un lettore, contro questo libro... Ma sì! certo! Il fatto che poi, essendo molti dei racconti ingenui e pieni di piccole imperfezioni, va a finire che non lo legge, e quindi nemmeno lo compra."
"A allora sei che faccio?" mi sono detto... "Lo leggo e mi prendo nota di quei racconti che - per me,  per il mio gusto - sono più digeribili o originali di altri, così magari, se uno pensa di non comprarlo per non perdere tempo a leggersi 365racconti di cui magari ne salva la metà, io gli do la lista pronta."
E quindi, pian piano, un racconto al giorno, a volte due, a volte nessuno, me lo leggevo, e mi segnavo i numeri che mi sembravano più carini, vuoi perché un po' più smaliziati, vuoi perché con l'idea di cattiveria un po' più genuina, che non fosse "A fa del male a B e poi A viene punito, da B, C o dal destino".
Ecco perché tenevo una matita.
Se siete interessati trovate tutto su questo sito, dedicato al progetto, e se volete la lista dei racconti che sono piaciuti a me... Eccovela! Non si sa mai che a qualcuno serva.

9-10-17-23-30-34-39-45-48-52-63-69-71-72-73-78-79-86-97-99-
103-104-110-111-116-118-121-124-128-132-133-134-150-152-
153-158-169-170-179-181-180-190-192-197-200-204-205-207-
210-215-218-222-225-227-233-235-236-237-246-247-248-249-
253-259-265-271-274-277-281-282-283-286-288-289-292-295-
296-299-300-301-210-317-319-320-321-322-325-330-333-334-
338-339-343-344-347-348-354-355-356-358-359-361-363-364

lunedì 12 dicembre 2011

"Addio all'estate" di Ray Bradbury**

Un breve post, per questo breve romanzo.
Che non mi è piaciuto, ve lo dico subito. 
Non è brutto, ma non mi è piaciuto e non è la prima volta che non vado pazzo per un Bradbury... e anche questo è un Bradbury appartenente al filone di letteratura per ragazzi.
Ma andiamo per ordine.

Tanto per cominciare l'ho comprato perché Bradbury è uno dei miei preferiti (e non solo perché festeggiamo insieme il compleanno), ovvio, e quindi se vedo un suo libro che non ho a 1.98euro, lo compro. Poi, sfogliandolo, vedo che questo libro è un furto legalizzato, come da buone abitudini Mondadori.
Voglio dire... Ma credono veramente di prenderci per i fondelli?
Ma ritengono che i lettori siano tutti degli idioti, ciechi e boccaloni?
Evidentemente sì.
Quel che mi chiedo è se l'agente del buon Ray o chi amministra i suoi diritti ne è a conoscenza, perché io non farei mai pubblicare un libro con queste caratteristiche di furberia.
Il libro ha 172 pagine dichiarate, e okay, l'ultima riga è alla 172. La prima è a pagina 11, quindi sono 161 pagine effettive. No, aspetta... dentro c'è una pagina bianca ogni tanto... le conto... sono 17. Ah, vedo ora che le ultime tre pagine sono una postilla di Bradbury, interessante forse ma non fa parte del romanzo, che quindi ha 141 pagine. Ehi, aspettate un momento, vedo che ogni volta che comincia un capitolo c'è un terzo di pagine in meno... e vedo anche che quasi a ogni fine capitolo c'è spesso oltre mezza pagina bianca. Mmm... a occhio e croce, visto che i capitoli sono 36, e quindi 13 pagine bianche, e aggiungendo le altre, s'hanno da togliere altre 20-25 pagine di bianco. Okay, siamo a 115-120. Però almeno si legge molto bene, va detto... eh già, perché questo è un times new roman 14, macché, forse 15! Che ovviamente se non ci metti una bella interlinea larga viene brutto, già. E un bel margine da...(sto misurando) 2.5cm a dx e sx, non ce lo vogliamo mettere? Insomma, abbiamo un bel racconto lungo che si legge in un'ora e mezza al modico prezzo di copertina di... 15euro. Vedete un po' voi...

Ma sono i contenuti che contano, comunque, e io non è che l'ho letto malvolentieri, proprio nell'ultimo scorcio di settembre, questo libro. Anzi, è stato forse a ottobre, il mio ultimo pomeriggio al mare con bagno, e devo dirvi che in questo periodo storico-economico, essere in costume, a ottobre, con trenta gradi quando di solito potrebbero essere dieci, e leggere questo incipit:
Ci sono giorni che somigliano al riprender fiato, al trattenere il respiro e lasciare il mondo in attesa. Ci sono estati che non vogliono morire.
vi rende pensierosi se leggete che questo romanzo è ambientato nell'Illinois del...  1929! 
Ma lasciamo perdere le coincidenze, e vediamo perché, pur essendo un lettura non sgradevole, mi ha lasciato ben poco. C'è un'idea interessante, alla base. Classicissima ma molto bella.
I preadolescenti, in gruppo, che decidono di non voler invecchiare, e quindi di muovre guerra ai vecchi del paese. Capitanati da Douglas Spoulding (il cui nonno però non è un nemico, ma pare più un saggio alleato) i bambini formano questo esercito e finisce che un vecchio crepa (infarto, ovvio, che credevate) ed è il primo e unico morto di questa guerra generazionale che vede come centro del conflitto l'orologio sul campanile.
Perché? Ovvio, l'orologio è il tempo, ed è il tempo che va distrutto per evitare che arrivino le regole e i bambini siano costretti a invecchiare
Banale? sì, potrebbe essere così, ma va detto anche che il libro è la continuazione di un libro del '57 dello stesso Ray che non ho letto e quindi il mio giudizio potrebbe essere parziale. Fatto sta che non sono riuscito a entusiasmarmi. Ho trovato triti e ritriti i simbolismi utilizzati e frammentaria la scrittura, che a volte sembra mancare di alcuni pezzi, come se avessero tagliato frasi a caso, rendendo, per la prima parte, la prosa quasi incompleta.
Spero proprio, insomma, che questo non sia - come dice l'aletta - e si dice in giro - il testamento letterario di Ray. Perché se così fosse a) è stato trattato molto male b) non è granché.
La guerra di Douglas parte bene, ma poi perde mordente, e dopo l'attacco all'orologio, benché breve, la storia riesce persino ad annoiare un po', per poi avere un colpo di coda con la controffensiva dei vecchi (attraverso una torta) che però me li ha resi abbastanza tristi e sfigati, invece che saggi e non-cattivi. (il messagio era quasi un "ehi, muori giovane ragazzi, che se diventi vecchio diventi sfigato!") 
Che poi potrebbe essere anche un messaggio molto figo, ma non è certo quello reale, perché il racconto è intriso di buonismo, e si vede.
Certo, mi rendo conto che è un racconto simbolico, questa estate (giovinezza) che non vuole morire, finire, che si aggrappa con le unghie al tempo ma che inesorabilmente viene trascinata in un'età che trova nuovi sensi e nuovi perché (le bellezze di un'altra stagione, insomma) è un modo piacevole di raccontare la frattura tra preadolescenti e vecchi. Sono pianeti diversi, okay, ma secondo me ci sono modi migliori per raccontarlo :) 
Quindi, per concludere, non sognatevi di comprare questo libro a prezzo pieno! Se invece lo trovate tipo a  2-3euri, vabbè, allora regalatelo a un adolescente che lo legge in un baleno, e magari anche non lo schifa. :)

sabato 10 dicembre 2011

Muri di chimere selvagge

Sì, è il primo titolo che mi veniva in mente, ma oramai, che sono un poeta visionario l'avete imparato.
Non avevo voglia di fare questo post, o per lo meno non come andrebbe fatto.
E allora lo faccio a modo mio.
Sono le 18 e 43, è sabato, il psa di mio papà è triplicato e lunedì sarà da cercare di nuovo altri mali in altri tessuti, io sono per un po' senza patente, a pallone abbiamo vinto due a zero, non ho ancora la più pallida idea di cosa scrivere per il cartello per lo stadio, quelli dell'ospedale di Gemona non hanno ancora chiamato per operare per le vene di mia madre, i gattucci maledetti non si fanno prendere né tantomeno fotografare, ho mangiato le noci sgusciate dentro la nutella e ho bevuto 4-5 birre e ora, nel dolce tepore di casa, un vodkalemon gelato, attendendo che una donna passi a prendermi per farmi la pizza. Insomma... è una splendida giornata, viva e pulsante come molte altre, e io sono felice.
Credo che stasera guarderò happy feet, e poi spero di leggere un po', senza addormentarmi. Ah, sto ascoltando un remix dei depeche mode dal tubo, walking in my shoes, ed è una canzone che mi è sempre piaciuta.

Non amo molto queste cose, e fatico a farle, però mi fa molto piacere, ugualmente, che gente come il Nick mi inviti a farle. E' che io ho una gestione del blog piuttosto spontanea, personale. Mi serve per fissare i pensieri, e mi piace condividere le cose belle quando si trova qualcuno che le apprezza come me. Però sono molto poco attento ai clic, ai feed, alle statistiche e a tutte quelle cose che mandano in brodo di giuggiole i blogger. Insomma... tutto per dire che mi riesce difficile guardarmi indietro, in riferimento al blog. 
La vita è altrove, lo è sempre stata. A cominciare dalla macchia di sperma sul mio copriletto di ieri notte, dalle belle tette di maria e dalla splendida voce di Cornell, che a distanza di tanti anni, e per quante cazzate faccia, continua a stregarmi. Esistono i destini, penso, ed è bello trovare il proprio, dovesse essere anche schiacciare pulci ai gatti a nove code. :)

Ma vediamo di scrivere questo post che non servirà a nessuno :)
Allora, la prima domanda è "Il post il cui successo mi ha sopreso maggiormente". La risposta è non lo so. Il post di successo sono quelli del fun cool! ma non mi sorprende, perché mi sono impegnato a coltivare l'idea. E poi, onestamente, non so nemmeno cosa vuol dire avere successo, per un post. Una volta, non so chi, mi commentò dicendo "era proprio il libro che cercavo, se non fosse stato per questo post non l'avrei comprato". Ecco, questo è un post di successo, senza dubbio.
Poi la seconda domanda è "Il post più popolare". Be', qui per fortuna non devo fare niente. Ci pensa google. Il post più popolare è la classifica del Fun Cool! 6, e comunque potete leggerle tutte nella mia nuova pagina, Gelofigate, ancora in via di aggiornamento.

Ah, sì, a propostito. Avete visto che ho cambiato un po' le pagine del blog. Ho ficcato i link ai miei racconti da leggere, che reputo inutili, tutti nella pagina della gelografia. Ho tagliato un po' di cazzate e ho abolito la pagina dei blog, che non riesco a tenere aggiornata. Adesso sto facendo via via l'elenco dei libri di cui si è parlato su questo blog, che cominciano a essere tanti, e la pagina delle gelofigate, appunto, che almeno non faranno scomparire nel melassa dei post passati le figate accadute in questi luoghi del web.
Dunque, dove siamo rimasti... ah sì, la terza domanda (intanto sto ascoltando Florence and the machine, mai ascoltata? provate dai) che è "Il mio post più controverso". Boh... forse quello del Capctha... non so. Ma ora non ve lo cerco, e poi ho visto che continuate a mettere il capchta, e allora andate pure a quel paese. I blog col capchta li leggo ma non li commento. :)
Quarta domanda!
Dunque... Il post più utile. Ah, be' quello sui 100 libri per sembrare fighi. Ho imparato un sacco di cose scrivendo quei post, ho scoperto curiosità e libri e autori che non conoscevo. E sono più figo, altro che sembrarlo!
Quinta: "Il post che non ha ricevuto l'attenzione che ha meritato". Nessuno, ovvio. Questa domanda è un ossimoro, perchè siamo nel web e se uno ha ricevuto certa attenzione è quella che si è meritato. :)
Sesta domanda, mentre sto ascoltando i Cage the elephant (guardatevi quanto è bellino questo video, ve ne prego), dunque... Il post più bello. 
Eh? Cioè, questo me lo dovete dire voi, cazzoni che non siete altro. Io li scrivo, i post, mica passo il tempo a rileggermeli! Passiamo alla settima va, che mi pare sia anche l'ultima e io mi devo preparare e vestire come un umano. Il post di cui vado più fiero. Mmm... non so. Non credo si possa andare fieri di una cosa scritta su un blog a meno che non la leggano almeno qualche decina di migliaia di persone. Io vado fiero di altre cose, per esempio di aver fatto investire due vigili, in queste ultime settimane, ho di aver fatto piangere con le parole, o anche dell'anticipo di oggi, sul numero dieci avversario. Robe così... Si, insomma... come vi ho già detto, la vita è altrove, ed è un piacere cercarla. ;(
Bene... vi lascio con un video. Una canzone che mi piace. Domani farò un po' di chilometri di corsa, usando come scusa la non-patente, e credo che l'ascolterò. 


Ah, dimenticavo, dovrei lanciare ad altre sette persone questa cosa delle domande sul loro blog, ma non lo farò. Scopate, che è meglio! :D

Edit: siccome so che siete curiosi, mi par giusto aggiornare il post con la foto del cartello allo stadio. :D

venerdì 9 dicembre 2011

"Il Signore della notte" di Tanith Lee****

Sono molto orgoglione di parlarvi di "Il Signore della notte" di Tanith Lee.
Per diversi motivi.
Cominciamo con il dire che finalmente posso mettere nella mia nuvola di tag il nome di questa autrice, che mancava. Seconda cosa, alla buon ora, dopo che pecorella mi ha smarronato in lungo e in largo dicendomi "leggitanitlii leggitanitlii" e poi "ma tanto non la si trova, ma tanto non la si trova..." ora possiedo questo libro.
Sì, perché va detto che benché, in carta, sia difficile da reperire, leggere Tanith Lee è piuttosto facile, e sia benedetto il web. 
Se vi interessa provare questa autrice, insomma, eccovi un link per il download diretto de Il Signore della notte in pdf, oppure cliqquate qui per leggervelo online, o down lodare il pdf, if volete.
Però è vero che il libro, essendo che le edizioni cartacee mi pare siano solo gli animali rari della Newton (in qualità Newton, ovviamente), è piuttosto introvabile e dovete fare come me. Come ho fatto io? Così:
- E a te cosa ti regalo per il compleanno?
- Ma no, dài, niente...
- Libri? Ma ne hai sempre così tanti...
- Eh sì, no ecco, infatti, libri no... ne ho da leggere oltre un centinaio, sullo scaffale, e ogni volta mi sento in colpa per quelli che non leggo... no no, dai libri no, che poi magari mi regali qualcosa che non mi va di leggere... 
- Sicuro? Se vuoi faccio come l'anno scorso?
- Ah, be'... Certo... allora è un altro discorso
- Dimmi tu dei nomi, allora
- Tanith Lee! Quella sicuro... e poi non so, i soliti, CAS, MRJ, FL... vedi tu.
- Bene!
Ed ecco qui il risultato: possiedo due libri di Tanith Lee, questo e un altro che devo ancora leggere, entrambi nella collana "Compagnia del Fantastico" della gnuton.

Che vi devo dire... mi è piaciuto! Torno su un discorso che feci ai tempi di Zothique, perché secondo me i punti in contatto con quel tipo di Fantasy, quello di Clark Ashton intendo, ci sono
C'è una capacità reale di creare mondi, di farteli assaporare, quella che - per dire - nella trilogia di Pullman non si trova. Non è nemmeno una critica, questa, è solo una constatazione. Forse l'idea stessa di concepire il fantasy in modo pieno, denso, non mediato o sporcato da modernità e modi di pensare attuali.
Il mondo della Terra Piatta, mentre leggi queste pagine, esiste, non è una finzione letteraria. Ci sei dentro dalle prime righe, perché non credi mai di leggere un libro. C'è questo mondo, c'è questo Demone, tra i più grandi, e ci sono le storie - accadute - che le righe ti stanno raccontando. Non puoi dubitare, devi solo ascoltare.

Dài, visto che è questione di copincollare, vi lascio le prime righe del libro:
Una notte, Azhrarn, Principe dei Demoni, uno dei Signori delle Tenebre, decise, per suo diletto, di trasformarsi in una grande aquila nera. Volò a est e a ovest, con le sue grandi ali, e poi a nord e a sud, fino ai quattro angoli del mondo, poiché a quel tempo le terra era piatta e galleggiava sull'oceano del Caos.
Osservò le processioni illuminate degli uomini che si trascinavano sotto di lui con le loro lampade minuscole che parevano scintille, e vide le onde del mare infrangersi come un'improvvisa infiorescenza candida sulle rive rocciose. Sorvolò, gettando uno sguardo di disprezzo ironico, le alte torri di pietra e i pilastri delle città, poi si appollaiò per un attimo sulla vela di una galera imperiale, dove un monarca e la sua regina erano seduti a cibarsi di un favo di miele e a gustare quaglie, mentre i rematori faticavano chini sui remi; una volta poi chiuse le ali color dell'inchiostro e, posatosi sul tetto di un tempio, rise forte all'idea che gli uomini avessero delle Divinità.
Mentre ritornava verso il centro del mondo, nell'ora che precede il sorgere del sole, Azhrarn, Principe dei Demoni, udì la voce di una donna che piangeva, un suono solitario e triste quanto il vento invernale. Pieno di curiosità, si lasciò cadere a terra e atterrò su una collina spoglia e nuda quanto un osso, accanto alla porta di una stamberga miserevole. Lì rimase in ascolto, e assunse forma umana - infatti, la sua natura gli permetteva di prendere qualsiasi forma desiderasse - poi entrò.
E va avanti così, per tutte le quasi duecento pagine, con le storie di Azhrarn, il Signore della notte, che è crudele e divino, bellissimo e affascinante, imprevedibile e fuori da ogni ragionamento umano. I suoi tempi non sono i nostri tempi e si vede, nel modo in cui si comporta, come i mondi siano quasi separati, come ciò che succede nel mondo degli umani segua un altro respiro, rispetto alla vita scandita dai secoli e dai millenni di un Signore della Notte come Azhrarn. 

E' avvincente, e una qualità del modo di intendere i fatti riguarda l'abilità dell'autrice nel riuscire a non farci pensare come un essere umano. 
Almeno nel mio caso, infatti, non sono mai riuscito a pensare Azhrarn come demone crudele, né la razza umana come prevaricata, o il suo sprezzo, i suoi vezzi (del demone, intendo) come un qualcosa di ingiusto. Voglio dire... è il Signore della notte, lui, non ha senso giudicare, puoi solo ascoltare.
Ascoltare di come si invaghisca di un umano, lo tratti come un figlio, lo allevi, se lo renda amante (ah, magnifico il prescindere dalla logica sciocca del sesso, inutile distinzione nel caso di un Principe come questo). Ascoltare come il Demone, comunque, abbia le sue debolezze, ma siano prive della logica umana "occhio per occhio". E mentre si segue le vicende e i capricci di Azhrarn, ecco accompagnarlo le meraviglie fantasy create dall'autrice, e dove, secondo me, si vede il tocco femminile, il romanticismo che una scrittura maschile non avrebbe dato. 
E così, se per esempio CAS era declinato all'horror e alla crudeltà insensata (e per questo giusta) ecco che in quest'opera compaiono meraviglie come donne bellissime, nate da fiori, che poi finiranno per essere parte della fine degli uomini. Cavalli meravigliosi, spettri, le perfidie degli uomini, diamanti, intrighi, maledizioni, inganni... è tutto questo che si mescola alla vita del Demone, talvolta senza che lui nemmeno se ne accorga.
Fino ad arrivare a un antierore che diventa eroe e capisce che senza la cattiveria umana la sua vita non ha senso e cerca, in un tentativo estremo, di salvare l'umanità, condannata a estinguersi miserevolmente.

Insomma. Sono contento di aver assaggiato la Lee e sono contento che mi abbiate rotto il gazzello affinché la leggessi. Merita. Certo, non sarà una prosa perfetta, in qualche passaggio si nota l'approssimazione gnutoniana e le incertezze dell'edizione. Ma sono comunque cose facilmente ignorabili. Alla fine, come in un buon fantasy che si faccia rispettare, è la storia e la meraviglia, che conta, e il Signore della Notte, con le sue crudeltà, ne elargisce in abbondanza.
Concludo con un aspetto che continuo a trovare gradevole: la suddivisione dell'opera in una serie di racconti, di storie anche autoconclusive, ma che nel complesso formano una trama generale e un romanzo completo.
Alla prossima, cari.
Anzi, sapete che vi lascio? Un pezzo di una storia cantata da un cantastorie, all'interno del libro. Una storia d'amore tra una Serpentessa a un drin (brutti nanerottoli che vivono negli inferi, molto bravi nell'arte di Efesto) così vi poi volete sapere come va a finire questa l'amore fra questo sfigato di mostriciattolo e la trottola della serpentessa vanesia.

Quando la Serpentessa fu sazia, indirizzò un ghigno verso il Drin, e gli disse di attendere nel vestibolo della sua tana in modo che potesse prepararsi per la notte.
Con il cuore colmo di gioia e i lombi ardenti, Taki passeggiò nervosamente nel vestibolo (sempre ricurvo, poiché il soffitto era molto basso), finché improvvisamente entrò un enorme cobra nero.
"Chi è questo sciocco che occupa l'appartamento della mia Signora?", domandò il cobra e, afferrato Taki tra le fauci, gli inflisse diversi morsi dolorosi, frustandolo con la coda, per poi scaraventarlo fuori dalla tana, sbattendo la porta.
Taki strisciò via, e per molto tempo stette malissimo a causa del veleno del cobra e delle percosse ricevute. Ma, dopo un certo tempo, tornò in cerca della sua amata, certo del fatto che vi fosse stato un equivoco, e trovò la nobile Serpentessa e il cobra intrecciati nella foresta in maniera inequivocabile, e anzi essi, lanciando per caso uno sguardo verso l'alto attraverso gli occhi ridotti a fessure durante una pausa per ristorarsi dalle loro fatiche, videro Taki e risero di lui, e lo presero in giro finché lui non fuggì.
L'amore è un fenomeno spaventoso. Taki pianse e si disperò nella sua casa tra le rocce, le sue lacrime inondarono i pavimenti, e i suoi gemiti erano tanto forti che presero le forme di pipistrelli e svolazzavano per la sua dimora in grandi stormi. Finalmente cadde in preda a uno stimolo creativo tristissimo, e cominciò a forgiare un'immagine della sua amata, a grandezza naturale, che le somigliava in ogni cosa.
L'immagine era fatta d'avorio e di argento massiccio, ricoperta di smeraldi e di ossidiana. Negli occhi incastonò due topazi, e rubini nella bocca.

giovedì 8 dicembre 2011

"Sarrasine" di Honoré de Balzac***

Era questa la novella del Sole 24 ore di domenica, e per la prima volta, credo, mi sono portato avanti, leggendola a poche ore dopo l'acquisto.
Dev'essere perché era più breve, questo lungo racconto di Honoré de Balzac, rispetto agli altri, e perché era scritto anche con un carattere più grandicello.
Insomma, ho pensato, me lo tolgo subito dalle palle, 'sto francese ottocentesco crepato poco più che cinquantenne che però ha avuto l'ardire di scrivere l'opera multiopere più copiosa (la commedia umana) e soprattutto di farsi intitolare un cratere su Mercurio...
Che poi, come al solito, anche di Balzac ero digiuno, non avendolo mai affrontato se no, forse, per qualche riga su qualche antologia scolastica di cui ricordo solo che la trovai noiosa, eoni fa.

E devo dire che mi è piaciuto, sì. Non mi ha entusiasmato da spellarmi le mani, ma è stata comunque una novella che ho letto con piacere e che, in scena, ha liberato un paio di "Ooohh" niente male, nella sua seconda parte.
Perché se è vero che la prima metà è preparatoria, fatta di descrizioni, di un clima tenue, che abbozza un mistero che sa più di pettegolezzo, che di avventura, la seconda parte, narrata dall'io narrante e riguardante la figura di un vecchio decrepito - più morto che vivo - che veleggia tra le pagine iniziali, è avvincente e colpisce in profondità.
C'è Parigi, all'inizio, con i suoi vizi e la sua arte, i suoi eccessi e la sua vita di corte e di nobili, e poi c'è Roma, nel racconto della vita di un giovane irruente scultore - dotato sì di qualità, ma anche di eccessi e slanci ben oltre quel che si conviene - che si invaghisce di una primadonna dell'opera, la Zambinella...
S'invaghisce... più che altro parte proprio in fissa, in un misto d'innamoramento e di idealizzazione che fonde arte e amore, e lo porta a fare cazzate, diremmo oggigiorno.

La storia è tutta lì, certo. C'è poco altro a livello di trama. Scopriremo, alla fine, che cosa lega il misterioso vecchio decrepito con la storia del giovane scultore innamorato della cantante... E scopriremo, non senza un velo di malinconia, come la passione e l'arte, a volte, non sfocino in qualcosa di grande, ma soffochino in un angolo, lasciando, appunto, un vecchio mummio e (forse nemmeno tanto) misterioso.
Personalmente, la prima parte l'ho trovata un po' lenta. Lo so... lo so... è una descrizione funzionale a quel che si vuole ottenere dopo, ma magari, un paio di pagine prima, nel vivo della vicenda, si poteva entrare.
Molto bello, invece, il modo con cui la passione e la fissazione per la bellezza è stata resa. Ci si sente davvero come se potessimo percepire l'estasi dell'artista.
Insomma... non mi dilungo troppo. Una bella novella, sì, leggibile anche se magari, prima, a sentire il nome di Balzac si potrebbe pensare che è verbosa. Non lo è, e sono contento di averla letta dài.

Ah, tra l'altro lo trovate anche in ebook, ma per 40 pagine scarse, 3.99euri mi paiono troppi, meglio, a questo punto, i 5euri e mezzo del cartaceo feltrinellico, ma meglio ancora era fare come ho fatto io: 50centesimi in più domentica scorsa e via. La prossima domenica tocca a Jhumpa Lahiri, che non ho la più pallida idea di chi o cosa sia :)
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