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"Parola di cadavere" di Andrea Vitali****

Bello!
Scorrevolissimissimo e malinconicamente allegro, leggero, gradevole e azzeccato. E l'ho letto l'altro ieri mattina, in un'ora e mezza, in macchina, al parcheggio prima di andare al lavoro. 
E mi ha fatto congelare i piedi, sì, questo va detto. 
Non avevo intenzione di terminarlo, infatti, ma una volta attaccato, era così leggiadro, il ritmo di questa novella, che è stato difficile mollarlo. Ma non capitemi male... non sto parlando di qualità avvincenti o thrilling... era proprio una questione di quiete. Mi ha ben disposto nei confronti della giornata, e quando ho capito che alla fine, la storia, sarebbe stata una non-storia, ho proprio voluto finirlo.

Non conoscevo Andrea Vitali, nè posso dire di conoscerlo ora, dopo questo "Parola di cadavere", ma devo dire che è sicuramente un autore con spunti piacevoli e con un modo di raccontare falsamente semplice e quotidiano, che però nasconde un lavoro sistematico, nella costruzione della storia e dei personaggi.

Prendete questa novella. Abbiamo la scelta di un protagonista che viene visto dall'esterno da un narratore - scelta narrativa azzeccata - e che ci fa raccontare l'intera prima parte della storia (incipit a parte) da un altro esterno. La logica che ne deriva è un "vi racconto che tizio mi ha raccontato che caio..." che è aderentissima all'idea di personaggio borderline reso tale, spesso, dalle malelingue, dalla sfortuna e dal destino che il suo contorno gli cuce addosso.
E così ecco questo microcosmo che ruota attorno a Cadavere, figlio di un poveretto - Anemio Agrati - che come sogno di una vita aveva quello di costruire bare, e che è finito a) quasi cadavere b) maritato a una borderline con buona dote, pur di realizzarlo. E così ecco la sua fama ricadere sul figlio, timido, malaticcio, che sembra un cadavere, appunto. E il narratore, compagno di classe di Cadavere, alla scuola del paesello, eccolo a raccontarci la sua biografia, a partire appunto dai suoi genitori, dai personaggi più strani che gli ruotano intorno, in anni in cui non c'erano ancora i telefonini e si faceva la fame, a volte, soprattutto se si era in tanti in casa (70's). E allora ecco che si intreccia l'ironia alla malinconia, quando leggiamo della famiglia Lavanda, o del Cargamucchi, del Passatelli, e di gente che fa di nome Portunio o Evasio. Storie che ci fanno ridere, come ci fa ridere la vita del Cadavere, così come si ride da bambini, dei compagni sfigati, appioppandogli addosso soprannomi crudelissimi, che non si sa dove e quando nascono ma si sa benissimo che saranno duri a morire. (anche io, alle elementari, avevo una bambina che chiamavamo "puzza di cadavere". Diventò una gnagna pazzesca, dopo i vent'anni, ma solo dopo che uscì dall'orbita paesana. Il soprannome credo impedì a tutti - per una vendetta inconscia - di trombarcela in seguito)

Se posso avere dei dubbi, non sono in questa novella. Qui la lunghezzacortezza gioca a favore della qualità. In un'opera più lunga, infatti, c'era il rischio che a) il giochetto del ritratto ironico, più volte ripetuto, possa stancare b) la non-storia pesi sull'attrattività delle pagine.Ma come vi dicevo, in questo lavoro inedito, scritto proprio per questa collana, mi pare di capire, queste due eventualità sono lontanissime, e ne esce un lavoro frizzante, che vi consiglio. 
Anzi, facciamo così, per farvi capire, ecco un piccolo estratto di narrazione su "Polifema", quella che diventerà la madre del cadavere.

La Cargamucchi aveva un paio di anni più dell'Agrati. Oltre che strabica, era anche un po' pelata. Da giovane aveva manifestato la volontà di farsi suora ma aveva rinunciato presto alla vocazione. Meno giovane, aveva palesato un'altra volontà, farsi maestra, ma anche a quella aveva abdicato poiché studiare, a suo dire, le scatenava insopportabili emicranie. Aveva quindi tentato la carriera di operaia presso il cotonificio, abortita quasi subito perché il suo aspetto era fonte di continui frizzi da parte di compagni e compagne di lavoro e lei ne aveva patito al punto che i capelli avevano cominciato a cadérle. Si era licenziata, ma nonostante questo i capelli avevano continuato a diradarsi. Cosi ora, se le toccava uscire di casa lo faceva con un fazzoletto strettamente annodato sul capo, estate o inverno che fosse.

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