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"Il purificatore" di Maurizio Blini**

Il purificatore... no, tranquilli, non vi voglio vendere un aggeggio per deumificare l'aria, non mi scappate. E' un libro, e il titolo, pare, è anche inflazionato, nel 2011 (c'è anche questo, infatti).
Il mio purificatore, invece, è il killer che anima questo libro edito dalla A&B, e che purtroppo, sono costretto ad ammettere, ho faticato un po' a terminare.
Perché?
Non voglio buttare via il bambino con l'acqua sporca, e quindi non nego che siano alcune scelte positive, in questo giallo-noir all'italiana, mescolate alle altre che mi hanno messo in difficoltà. Facciamo un po' per una, va.
Tra le cose positive, per esempio, l'idea - non nuova, ma nemmeno convenzionale - di porre alla base dell'indagine una confessione, con tanto di morte del presunto serial killer. E' una scelta interessante, sì, perché si va a eliminare tutto lo spazio dedicato a una possibile deriva thriller dell'opera, lasciando un clima più pacato, non frenetico, che può essere riempito da altre cose.
Queste altre cose, chiaramente dichiarate fin dalle prime pagine, sono di due tipi: le riflessioni dell'investigatore privato protagonista e la sua amicizia con il poliziotto incaricato delle indagini.
Ci sta, direi, come idea, se non altro per non incanalarsi nel clichè del serial killer che va fermato e sta continuando a uccidere. Qui, si scopre via via, una confessione fatta in punto di morte a un prete che diventa ossessione per lui e per un suo amico, Mauri, ovvero Maurizio Vivaldi, semi alter-ego dell'autore Maurizio Blini, si direbbe, e soprattutto ex-poliziotto che ha intrapreso la carriera di investigatore privato (single, che vive alla giornata, dedito al fumo e all'alcol) che di solito si occupa di tradimenti o - come in questo caso - ragazze scappate di casa.
Quindi bene?
Non del tutto. Purtroppo, le riflessioni della prima persona di Mauri spesso sembrano messe lì senza un reale legame con la vicenda, perché il narrante di vuole dire quel che pensa e noi dobbiamo ascoltarlo, anche se a magari preferiremmo andare avanti con la vicenda. (io, in particolare, ho sofferto l'iper dettaglio, ai limiti della pubblicità occulta: passo davanti al Blockbuster, prendo il gelato alla Grom, mi guardo un film su Sky, accendo su radio DeeJay, ecc) Ecco che quindi l'indagine si stempera, per far posto, per esempio, alle paranoie del protagonista sull'invecchiare e sul mettere la testa a posto, o alle sue riflessioni sull'amicizia, o sul vivere quotidiano, soprattutto, da facebook al mondo del lavoro, dalle relazioni sociali alla religione.
Altre cose con cui ho faticato, poi, sono state alcune scelte formali gestite un po' così. Non dico piccoli svarioni simpatici come una "fronte crucciata", ma altri come l'uso massivo dei puntini di sospensione nei dialoghi (decine, in alcune pagine) che rendono le chiacchierate piuttosto irreali. Idem la scelta di abbreviare tutti i nomi e far sì che i personaggi continuino a chiamarsi con il nome abbreviato spessissimo, non è sempre digeribile e gestibile (quando Mauri, dopo i Don, gli Ale, i Ciccio, ha cominciato a chiamare Lor sia la sua segretaria Lor-etta che l'amico Lor-enzo sono entrato un pochino in confusione :).
Poi, scelta onesta, che ho condiviso, è stata la svolta finale, che per metà era obbligata ('sti cadaveri si doveano trovare) e per l'altra metà, per lo meno, non è caduta in un finale "telefonato" e prevedibile.
Strutturalmente, invece, c'era stata una scelta iniziale che avevo apprezzato - ovvero l'utilizzo di prima e terza persona alternata a capitoli - che però è svanita presto lasciando spazio a una prima persona (quella di Mauri, appunto) che non sempre è azzeccata. Si arriva, per dire, all'irreale descrizione di Mauri che ci racconta di un dialogo in questura in cui lui non è presente e poi ci dice come "Poi, preso il telefono, mi chiamò", in cui il lettore si chiede come mai l'investigatore non usi le sue doti di veggente per scovare i cadaveri. :)
A parte gli scherzi, pur nella loro buona fede, sono piccoli passaggi che potrebbero mettere in difficoltà chi legge, o almeno con me l'hanno fatto, così come la scelta di inserire alcuni fili senza poi annodarli alla trama.
Non dico solo la vicenda sui cui il Vivaldi sta indagando (ragazza madre scomparsa fatta cercare dalla famiglia che il Mauri, si dice, pensa starebbe meglio a non essere trovata) bensi altre piccole cose, personaggi che misteriosamente non rispondono al telefono o compaiono e scompaiono facendo intuire qualcosa e invece poi no, niente, sembrano cose messe lì, così come personaggi comprimari che compaiono tardi, durante la vicenda, e hanno un ruolo troppo marginale per giustificarne l'esistenza. Ma queste sono comunque aspetti miei, che forse sono una pigna e quando una cosa non serve, non ce la metterei. :)
Di apprezzabile, invece, per concludere con un bagliore, il tentativo di italianizzare l'indagine cercando di allontanarsi molto dagli americanismi. Certo, risulta poco credibile che una squadra di quasi una decina di persone si dedichi con tanto zelo a un caso in cui, per buona metà libro, non ci sono prove se non la confessione di un vecchietto sul letto di morte, ma cose come la politica dei trasferimenti e promozioni interni alla police e la cessione del caso ai caramba, per ripicca, mi sono piaciute. 
Bene. Dài, è tutto. Anche troppe parole, direi. Luci e ombre, quindi, anche se per come son fatto io, l'oscurità ha preso un po' di più. E adesso via, a leggere il Grande Notturno, che sono a pagina 35 e Milano è piena di topi, e il pifferaio magino vuole le tope, per liberarla.
Ah, domani c'è Checov col Sole 24 ore, se vi interessa.

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