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FUN COOL! - 6^ edizioneL'ULTIMO PREMIO

Se c'è una cosa che garantisce il successo del Fun Cool! è la serietà nella consegna dei premi, soprattutto quelli più inverosimili. Ne sa qualcosa Luigi Musolino, riguardo all'inesorabilità con cui, dopo mesi, si è visto coinvolto in un'intervista fallica con persona folle, e ne sapranno qualcosa, adesso, anche gli ultimi tre vincitori del Fun Cool! numero 6.
Non è un premio facile, da elargire, questo, perché insomma, scrivere un racconto idiota è più difficile di quanto sembri. Soprattutto se si vuole usare riferimenti a persone particolari, ma mantenerne una leggibilità generale, da parte di chiunque. Vi ricordo, se volete, gli ultimi premi di questo tipo, qui e qui, così capite cosa vi può aspettare se, per caso, diventate Milionari.
Ecco allora la famosa tridiozia, che i tre funcoolers si sono meritati con lo scorso fun cool!
E' un noir, con quale scena violenta, ma che dovrebbe far ridere.  Ditemelo voi.
In ogni caso, anche se è un po' lungo, è un racconto consigliato a tutti quelli che non vedono l'ora di andare a votare! Fidatevi...

PROTAGONISTI:

Mimma Curmà
nella parte di 
Madama Mimma
Massimo Muntoni
nella parte di 
Munzic
Paolo Azzarello
nella parte di 
Echo

206

La 206 decappottabile comincia a frenare pochi metri prima del vecchio, s’intraversa, ruota e sale sul marciapiede con gli pneumatici posteriori, con un botto sincrono che spalanca il bagagliaio e lascia schizzare un cerchione.
Il cane, terrorizzato, non fa in tempo a scansarsi e viene messo sotto, lasciando al cieco che guidava un guinzaglio teso e un’espressione smarrita.
Il guidatore, fingendo indifferenza, scende dall’auto e si avvicina, mentre dal piccolo bar all’angolo un paio di nasi si affacciano, pronti a godersi una rissa post-tamponamento.
«Che cazzo avete da guardare, eh? Ho parcheggiato così, e allora?» li apostrofa Echo, abbassandosi gli occhiali da sole, con cui si ostina a guidare anche di notte.
Gli altri, delusi, non se lo fanno ripetere e rientrano, a litigarsi il videopoker, mentre il non vedente rimane immobile e sembra non essersi accorto di nulla.
«E lei, buon uomo? Le serve una mano ad attraversare?»
«Come dice? Se il nano è trasversale? Ma mi prende per il culo? Su Corradino, vieni!»
Il vecchio tira il guinzaglio e la carcassa del suo pastore tedesco lascia sul cemento una virgola rossastra. «Dài, Corradino! Su, non fare i capricci! Sei tu che devi far strada!»
In quello, la porta del teatro si spalanca e ne esce un tipo pelato, magro, vestito con un dolcevita di lana sotto una giacca di velluto. Ricerca una posa plastica – gambe divaricate, mani sui fianchi – e un lampione proietta sugli altri due il profilo di una teiera gigante.
«E… ti pare l’ora di arrivare? Sei in ritardo».
Echo si dimentica del vecchio e guarda l’amico in tralice. «Munzic… non rompere i coglioni, sono arrivati gli ordini».
«Non chiamarmi così, beota! Non ricordi?»
«Scusa U, me n’ero scordato, ma non ti preoccupare quello e sordo».
«No che non mordo! Ma cosa dite?» li interrompe il vecchio, agitando il bastone in aria, «Piuttosto, date un calcio al mio botolo, che non ne vuol sapere di portarmi a casa!»
Echo e Munzic osservano un intestino che si sta attorcigliando alla coda, mentre il vecchio continua a tirare.
«In effetti sembra un po’ pigro», sentenzia Echo, cercando di fare l’occhiolino al collega. Gli esce la faccia di uno che ha appena mangiato mezzo limone e Munzic lo guarda incuriosito, poi, da attore consumato, gli risponde con una faccia identica.
Da quando Madama Mimma gli ha consigliato di mantenere un basso profilo, i due killer hanno deciso di cambiare soprannome, cominciando a chiamarsi E e U e imparando alcuni moti per non esprimersi a parole.
Echo muove un passo verso l’altro, allunga la mano tesa, schiaffeggia l’aria, poi porge il palmo aperto in un alt che lo fa assomigliare a un mimo. Munzic dovrebbe, secondo i loro esercizi privati, porgere la stessa mano tenendola alta, scuotere la testa girando il collo e poi ruotare su se stesso, battendo il cinque. La manovra, che significherebbe Okay, andiamo, gli riesce solo in parte: si avvicina troppo e molla uno sganassone a Echo, scaraventandolo a terra, proprio sopra la carcassa del pastore tedesco.
Imprecano entrambi e quando il malcapitato si rialza, imbrattato di sangue, si spintonano un paio di volte, prima di decidersi a risalire in auto.
«U, Bo e Luke?»
«Eh?»
«Per salire in auto».
«Ah!»
«U, ma sei scemo?».
«E, vaffanculo!»
Poi partono in sincronia, uno per lato, saltando dentro l’auto senza aprire le portiere. Echo scivola con un piede, Munzic con la mano d’appoggio. Finiscono sui sedili sbattendo la testa, come due burattini dentro un frullatore, e fanno in tempo a sentire il cieco che comincia a bastonare la sua ex-guida, prima di riuscire a partire sgommando.

***

«Avete aperto il pacco?»
«No, Madama».
«Apritelo».
Munzic poggia il cellulare e scarta il pacco che ha tirato fuori dal cruscotto».
«Aperto».
«Bene. Ditemi cosa ci trovate».
«Una foto, Madama».
È un tizio basso e pelatino, con un sorriso a mille denti e un’aria ammiccante.
«Siete indignati, vero?»
Munzic porge la fotografia a Echo, che sta guidando. «Ti indigna?»
«Oh, sì Madama, mi indigna moltissimo!» dice alzando la voce, mentre la foto gli sfugge di mano e volteggia, perdendosi per le strade di Milano.
«Bene,» riprende Madama Mimma, «anche voi avete un cervello allora. La foto, comunque, non vi serve. Troverete quell’uomo già legato e imbavagliato. Continuate a svuotare il pacco».
«C’è un pacco di fogli».
«Bene. Sono uguali a due a due, firmatele con il vostro vero nome e cognome. Dovete metterci anche gli estremi di un documento di identità».
«Cosa sono, Madama?»
Echo sente quelle parole e restituisce lo sganassone a Munzic, mentre in linea resta un silenzio preoccupante.
«Idiota! Hai fatto una domanda!»
Munzic trasale, sconvolto dalla leggerezza che ha appena compiuto.
«Scusi Madama Mimma, non volevo…»
Ancora silenzio.
«Madama?»
«Sei fortunato», dice la voce, glaciale, «quel che dovete fare stasera è troppo importante, per uccidervi. Fingerò di non aver sentito».
Munzic ingoia il nodo che gli si era formato in gola: «Grazie, Madama».
«Sono petizioni, comunque. Consegnerete quei fogli al prossimo contatto. Firmate senza discutere, soprattutto quelle sul nucleare. Ora continuate con il contenuto del pacco».
«C’è un notes».
«Bene, girate il primo foglio».
«C’è un indirizzo».
«Lì troverete l’uomo della foto. Portatelo in un luogo sicuro e massacratelo».
«Certo, Madama, lo consideri fatto. Ci mettiamo un attimo».
«No! Deve soffrire! Dovete farlo a pezzi seguendo le istruzioni!»
Madama Mimma aveva gridato, e Munzic si era ben guardato dal chiedere dove fossero le istruzioni.
«Che sono sul notes», continuò il loro capo, come se gli avesse letto nel pensiero.
Echo prese l’oggetto dalle mani del compagno e lo sfogliò, tenendolo appoggiato a una coscia. Ci saranno stati almeno un centinaio di fogli e su ognuno, a un’occhiata veloce, sembrava vi fosse scritta una solo parola.
«Che cazzo…» si lasciò sfuggire.
«Avete detto qualcosa?» intimò nel suo tono gelido Madama Mimma.
«No, Madama, era Echo, molto indignato, che esprimeva la sua indigneria».
Silenzio.
«Eseguite le istruzioni, cretidioti! E mi raccomando, un foglietto alla volta!»

***

Manubrio.
«Eh?!» aveva esclamato Munzic, leggendo la scritta sul primo foglio.
«Eccomi, Che c’è?»
Echo aveva appena finito di imbavagliare il pelatino, prelevato dall’indirizzo segnalatogli. Dovendo portarlo in un posto sicuro, e non conoscendone alcuno, lo aveva portato a casa sua, e adesso, nudo e flaccido, si agitava legato a una sedia.
«Niente, che vuoi?» aveva risposto l’altro.
«Sei tu che mi hai chiamato».
«Non ti ho chiamato!»
«Non sono mica sordo!»
«E io non sono mica scemo!»
«Vedi, lo hai fatto di nuovo!»
«Cosa?»
«Mi hai chiamato per nome. Hai detto E»
«Sì, ma era un E di Eh, mica un E di Echo!»
«Be’, smetti di dire Eh, allora, io mica dico Uh
«Ma non ha senso che tu dica Uh
«Va bene, senti, facciamo questo lavoro, su. Che tra poco c’è la partita. Cosa dobbiamo fargli a ‘sto pervertito?»
«Ma non sarà mica ancora…»
«Sì invece! Piccolo ma testardo… ho provato a buttargli l’acqua fredda, ma è rimasto uguale».
«Comunque sul primo foglietto c’è scritto manubrio, secondo te cosa vuol dire?»
«Boh?»
I due si guardano per qualche secondo, inebetiti, poi si spostano nell’altra stanza, per cercare ispirazione nel nanerottolo.
«Hai una bicicletta in casa?» chiede Munzic.
«Mai avuta una», risponde Echo pensieroso, ma poi sembra avere un’illuminazione, «Aspetta! Ci sono!»
Corre in camera e ritorna con un bilanciere, dal quale ha staccato i pesi.
«È un manubrio, no?»
«Sei un grande E
«Cominci tu?»
Munzic non se lo fa ripetere, afferra la spranga di ferro e la schianta contro un braccio dell’ostaggio. Il rumore d’ossa fracassate si mescola al suo mugolare.
«E vai!» grida Echo, esaltato.
«Dovevi dire U vai!» esclama Munzic, e ridono entrambi.
«Okay, vai col secondo foglietto!»
«C’è scritto Omero».
«Ah be’, questa è più facile. L’ho studiato a scuola». È Echo che ha fatto cinque anni di classico – tutti nella classe prima – a parlare. Sparisce e torna subito dopo con un tomo da un migliaio di pagine. «Ecco qua!» dice mostrando l’indice a Munzic, «Qui c’è anche Omero!» e senza dargli nemmeno il tempo di guardare scaraventa il volume contro la faccia del malcapitato, che pochi secondo dopo ha già un occhio gonfio e sanguinante.
«Cazzo, E, proprio con lo spigolo! Figata!»
I due eseguono una delle loro piroette combinate, finendo per ficcarsi le dita degli occhi a vicenda, ma non fanno in tempo a litigare: il suono del cellulare li interrompe.
«Allora?»
«Sì, Madama, tutto secondo i piani. Siamo alla terza istruzione».
«Sta soffrendo?»
Munzic guarda l’occhio pesto e poi, subito sotto, l’erezione che non accenna a placarsi.
«O certo, Madama! Soffre tantissimo!»
«Bene… Ha detto qualcosa?»
«Be’… no. Lo abbiamo imbavagliato quasi subito».
«Ah capisco, vi irritavano le sue promesse, vi avrà sicuramente offerto del denaro, delle donne o un ministero… bravi, bravi. Vi sto rivalutando».
«Sappiamo il fatto nostro, Madama Mimma».
«Procedete allora. Mi raccomando, ci sono 206 istruzioni, e mi aspetto che rimanga vivo almeno fino alla centesima!»

***

Echo e Munzic procedono.
Alcune istruzioni, come Martello e Incudine, si eseguono in un istante, il tempo di una capatina nel magazzino degli attrezzi e poi di utilizzarli contro la rotula o sugli alluci, ma altre, come Staffa, costringono Munzic ad andare a trovare suo nonno, possessore di un vecchio baio rinsecchito, e sottrargli l’oggetto in questione, per scagliarlo poi contro le parti basse dell’ostaggio (non sia mai che quel fastidioso coso decida di rilassarsi).
Ci sono persino degli errori, nei foglietti, ma i due non si lasciano certo rallentare da qualche lettera sbagliata. Capiscono immediatamente che Tibia, sta per Fibbia, dilettandosi con le loro cinture, mentre li lascia piuttosto basiti il foglietto che recita Perone, che evidentemente sta per Peroni, e che obbliga Echo a separarsi dalla sua birra da 66cc, cedendola a Munzic per frantumarla sul cranio del nanerottolo.
Il fattaccio, però, succede con il foglietto che – molto chiaramente – dice Radio.
Quando Echo sta per scagliare la sua grossa radio contro il poveretto, che non ha smesso un attimo di piagnucolare e dimenarsi, ha come un’illuminazione.
«Cazzo!» grida, «C’è la partita proprio adesso!»
Come un folle accende l’apparecchio e lo sintonizza sulla radiocronaca.
…rigore per i rossoneri… Ibra atterrato in area…
La frequenza non è limpida e Munzic comincia a spazientirsi, ma l’altro non molla, si agita.
«Rigore, cazzo! Rigore!»
…s’incarica del tiro lo stesso Ibra… Due passi di rincorsa…
«Vai vai vai!»
…E gol! Il Milan passa in vantaggio!
Echo si esalta, non si trattiene più e con tutta la forza del tifoso scaraventa la radio in faccia al piccoletto, frantumandogli i denti e probabilmente non solo quelli, visto che l’uomo smette di agitarsi.
Munzic si avvicina, preoccupato.
«Merda E! L’hai fatto fuori! E non siamo nemmeno alla trentesima istruzione!»
Ma l’altro sta saltando per la stanza come un idiota e pare fregarsene dei rimbrotti di quel merdoso attorucolo da strapazzo che sa essere interista.
Il suono del cellulare li zittisce entrambi.
«Sì Madama Mimma… È ancora vivo, certo».
«A che numero siete?»
«Abbiamo appena rotto la radio»
«Si dice il radio, cretidiota!»
«Oh, sì, mi scusi».
«Quindi siete appena all’inizio… Su, spicciatevi. Tra poco i giornali cominceranno a parlare della sua scomparsa. Fra un paio d’ore vi mando il liquidatore a smaltire il cadavere. Lo riconoscerete facilmente. È un cieco con un cane di nome Corradino, ma sa il fatto suo».
Il clic della comunicazione interrotta impedisce a Munzic di ribattere.
«Senti… dobbiamo spicciarci! Leggimi un po’ le istruzioni che vengono dopo, le facciamo sul morto e chissenefrega!»
Echo, rassicurato da quell’idea, legge velocemente le parole successive: «Ulna, Sterno, Scafoide, Trapezio, Carpo…»
«Cazzo, diventano sempre più incomprensibili! Vabbè, andiamo per ordine dài, tu vai a cerca una stalla e prendi lo Sterco, io torno da mio nonno e prendo le ceneri di nonna, che le tiene nell’Urna
«Okay, però… pensavo…»
«Cosa?»
«Madama Mimma sarà anche il capo, ma… in grammatica è proprio negata!»
«Concordo. Ma che ci vuoi fare… sono sempre i peggiori, che ci governano».
E mentre escono dalla stanza, l’eco di saggezza sembra rimanere lì, a far compagnia alle macchie di sangue.

7 commenti:

  1. ebbene: nelle tue mani siamo come personaggi in cerca di autore. :-D

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  2. @Fab
    non fare paragoni strani che sennò il Sellero viene a spezzarmi le gambette :)

    @gloria
    mi piace questo elemento! :)

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  3. Be', insomma, i personaggi non sono proprio simili alla realtà. Io, ad esempio, dando un occhio alla lista avrei capito al volo che si riferiva al Radio, inteso come l'elemento radioattivo.
    E poi non ho capito perché tanto accanimento contro quel povero nanerottolo di Magalli, Bo'. Chissa che torto avra fatto alla signora.

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  4. ma tu cosa tifi, caro?
    Sei per caso interista?
    ci starebbe a pennello!

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  5. Azz... come sei riuscito a indovinare? Questo denota un grande lavoro di approfondimento sui personaggi. Come se esistessero veramente e tu li avessi conosciuti di persona, bravo... Ora però devi scusarmi, perché mi sta chiamando Madama, meglio non farla aspettare... a prest... fors...

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