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"I primi sette anni e altri racconti" di Bernard Malamud****

Oh, ma sono indietrissimo con questi libri del Sole 24 ore! Dunque... questo è il numero 16, e siamo già al 19, 20 domenica prossima, che poi potrebbe essere l'ultimo.
E allora, come direbbe Pipino, vediamo di essere brevi. Bernard Malamud, tanto per cominciare. Chi era costui? E già, nemmeno questo autore, conoscevo, e una volta in più devo dare atto a questi racconti di avermi fatto assaggiare del cibo nuovo. Non credo sia una grande colpa, comunque, il non conoscere questo americano di origine russebrea. Se leggete la sua wiki, in effetti, vi fate un'idea di un autore un po' sfigato, che ha sfiorato la notorietà senza arrivarci e nella cui biografia, ogni tre o cinque righe, muore o si ammala qualcuno. I suoi romanzi, per dire, che a occhio stanno venendo ripubblicati da Minimum fax dopo essere stati comprati a Einaudi, non hanno nemmeno un link a qualche trasposizione cinematografica.
Si intuisce, tra l'altro, che la forma racconto dev'essere stata uno dei suoi amori letterari, visto che è proprio grazie alla pubblicazione di racconti che si è fatto le ossa e si è tirato fuori dal non essere scrittore.
Ma abbandoniamo Bernard  e passiamo ai racconti.

Sono racconti strani! Non saprei definirli diversamente. Fondono diversi elementi, con una mano che sembra molto delicata, molto tenera, come se appoggiasse gli ingredienti invece di buttarli in padella come capita capita. Forse, pur avendo uno stile unitario e un sapore molto simile, è più sensato parlare dei 4 racconti separandoli.
Il primo, I primi sette anni, che dà il titolo alla raccolta, è una storia d'amore. D'amori, anzi. C'è un padre, un ciabattino, la figlia, bella ragazza, in età da marito, e un aiutante del ciabattino, un borderline, bruttino, per altro, e non giovane, ma mite, taciturno, silenzioso. C'è un tono fiabesco, ecco il primo ingrediente, e poi un tono ironico, nel raccontare, dal punto di vista del padre, di come cerchi di scegliere, di forzare, di invitare un pretendente a farsi avanti con sua figlia. Un pretendente che altro non era che un cliente. 
Ed è qui, il primo amore. Quello del padre per la figlia, che nonostante abbia idee molto oldstyle, non sarebbe in grado di forzarla a un matrimonio combinato. E l'aiutante del ciabattino, ovviamente, che non poteva non essere innamorato della donzella, soffre. E nel contrasto/abbandono tra ciabattino e aiutante, ci sono queste forze d'animo, questa ebreitudine che emerge in modo molto forte, temperata però da vere e proprie perle. Vi lascio una frase, di quando verso la fine del racconto, il ciabattino dice al suo aiutanto di non potergli dare la figlia perché è brutto. 
"Non volevo dire brutto", disse a mezza voce.Allora si rese conto che ciò che aveva definito brutto non era Sobel, ma la vita di Miriam se l'avesse sposato. Provò per sua figlia un dolore strano e lancinante, come se fosse già la sposa di Sobel, la moglie, dopo tutto, d'un ciabattino, destinata a non avere dalla vita più di quello che ha avuto sua madre.
Ecco, vi ho riportato il pezzo per darvi un'idea di come in una frase, in una chiusura, si possa tuffare il racconto dall'ironia fiabesca e quasi dalla rabbia verso il ciabattino, a una tenerezza immensa, e profondità, anche, espressa però in modo semplice. Io l'ho trovato molto bello, questo passaggio. Ah, ovviamente non vi dico cosa succede subito dopo, nelle ultime 10-15 righe. :)
Il secondo racconto potrebbe essere stato scritto oggi. Trovo sempre difficile scrivere racconti che hanno per protagonista uno scrittore. Bisogna riuscire ad abbinarci qualcosa che non è, per vestire qualche cosa che si crede di essere. Malamud ce la fa. Il suo protagonista, che ha bruciato il suo manoscritto, vive alla deriva, chiuso al mondo in una stanza ammobiliata. Poi legge un racconto di una scrittrice, lo sente suo, sente di vibrare con le stesse corde, le scrive, la tizia risponde, lui la idealizza. Si scrivono, poi, alla fine, come se fosse una storia di facebook, decidono di conoscersi, e lei, è vecchia, e pure un po' derelitta. Cosa farà il nostro amico scrittore? Oggi giorno avrebbe finto di tirare pacco e se ne sarebbe andato, invece, nel racconto, va a conoscere la tipa. Non nascerà niente, non preoccupatevi. Ma quella delusione diventerà come una pennellata di colore sull'ispirazione putrefatta del protagonista. Il titolo "La ragazza dei miei sogni" è moderno quanto il contenuto.

Terzo racconto, ancora più strano, è forse quello più misterioso. C'è un ingrediente nuovo: il fantastico. Manischevitz, il protagonista, è un buon ebreo, poi, a un certo punto, viene toccato da tutte le sfighe del mondo, fino all'ultima che è l'ammalarsi della moglie. Chi gli viene in soccorso? Ma un angelo, no?! Peccato che quest'angelo, Levine, è un balordo di colore che si fa cercare nelle bettole di porci del Bronx. Si respire un atmosfera quasi surreale, mentre il protagonista va a cercare il vecchio sporcaccione puzzolente nella NY più corrotta. Crederà? Gli salverà la moglie? E soprattutto, è un angelo o un pincospalla qualunque? In fin dei conti, e questo il bello del racconto, non è poi così importante.

Ultimo racconto, Il barile magico, è il più fiabesco, già dal titolo, e il più ironico. Il fulcro è un sensale, ovvero un esperto di marketing del matrimonio, che deve proporre dei prodotti difettosi (le aspiranti mogli) a un giovanotto che è un buon partito, in quando rabbino (ma pur sempre ordinario, abbastanza da non sapersela trovare da solo, la moglie) cercando di millantare, truccare, da perfetto sicofante dell'amore, armato del suo catalogo di mogli possibili. Fa ridere, questo sensale che puzza sempre di pesce, e che alla fine, sarà costretto - per un suo errore - a offrire la ragazza che meno vorrebbe, al giovane rabbino innamorato di una foto.

Insomma, ricapitolando: fiabesco, ironia, ebreitudine, tenerezza, profondità, surreale e mano morbida nel mescolare. Racconti piacevoli, quindi, semplici ma non banali. Ah, ancora una volta si conferma la tendenza degli ebrei a ridersi sopra, riuscendo a prendere in giro le contraddizioni senza mai denigrarle. Una buona lettura, magari non indicata per quelli che "se non muore nessuno non è una bella storia", ma per gli amanti del bel raccontare, sì.

Ps. Non mi stupisce, che sia un autore amato, questo Malamud, da Flannery O'Connor.

6 commenti:

  1. Nessun commento su Malamud? Tanto più accostato a Flannery O'Connor?
    Gelo, forse sconfini nel difficile?
    Oppure stiamo tutti aspettando che questo settembre afoso esali l'ultimo respiro per riprendere possesso delle nostre facoltà obnubilate. :-D
    Non ho letto né Malamud, né la O'Connor, ma farò tesoro delle tue recensioni e li metto in lista d'attesa. grazie
    gigì

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  2. Se vuoi, senza tentare cose che poi magari no, ti spedisco questi librettini, (magari chissà, con un premio del fun cool di ottobre) e poi tu me li rispedisci indietro dopo letti. no problema.

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  3. Grazie! Sarebbe una mano santa: per il mio compleanno ho ricevuto tanti fiori, ma nessuna opera di bene (bonus in libreria) :-(
    gloria

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  4. Okay
    allora per ottobre, quando è finita la serie, facciamo il book crossing e mi dirai quelli che ti interessano.
    good.

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  5. ... un link a qualche trasposizione cinematografica.
    ... ha sfiorato la notorietà senza arrivarci...
    ... si è fatto le ossa e si è tirato fuori dal non essere...
    ... abbinarci qualcosa che non è, per vestire qualche cosa che si crede di essere.
    ... ridersi sopra... (ndr - direi addosso, per adattare meglio l'abbigliamento... oggi veste casual(mente)gli occhi azzurri)
    Mandi canae.

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  6. Mandi a ti che tu sês plui canaie di me! :)

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