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"L'entrata di Cristo a Bruxelles/Senza nome" di Amélie Nothomb***

L'ultima cosa che dovrei fare io, mentre con gaudio, poco fa, ho visto la mia casella mail scendere al di sotto della terza cifra, è aggiornare il blog.
Eppure, per quanto le cose che devi fare, certi giorni, ti circondino e ti puntino una lama alla gola, sputando in faccia alle cose che vorresti fare, sono dell'idea che i ribelli e i deboli vanno aiutati, e allora...
eccomi qui, con il mio tè allo zenzero e un ricordo, fresco di un anno e mezzo fa, di Pecorella, proprio tu, sì, caro Marco.

Eravamo in quel ristorante fico, là, nelle Marche, dalla Mari, e Pecorella, come un gaudente avvinazzato, andava blaterando di libri e chiedeva se nessuno avesse letto i libri di Amelie Nothomb.
Peccato che Marco, ahimè, tanto è lombardoresidente, quanto è meridioneparlante, e così, Amelie Nothomb, a lui usciva come:
Amelinotomb, tutto attaccato, ed era veramente impossibile capire di chi cazzo stesse parlando e chi era questo Amelino
Ce l'ho fatta solo perché, anni fa, regalai un suo libro (della Nothomb, non di Marco), incuriosito dal fatto che - pare - questa scrittrice giappobelga ne sforna uno all'anno ed è riuscita ad abbinare a se stessa il fenomeno collezionismo, dimodocché ci sono molti che la conosceranno e magari avranno tutta la sua bibliografia, a partire dall'igiene dell'assassino fino al libro del 2011. Inoltre, a completare il quadro, è una di quelle tipe che dà importanza all'immagine, fa le foto strane, e se ne va in giro indossando una tuba (nel senso di cappello, non di strumento e nemmeno di parte anatomica).

Insomma, tutto questo per dirvi che non mi è dispiaciuto affatto che il Sole 24 ore, nella sua serie di Racconti d'Autore, ha tirato fuori un paio di pezzi della Nothomb. Un paio di racconti che sono stati una discreta lettura, non esaltante, ma nemmeno noiosa, che di certo danno un assaggio di stile e contenuti della scrittrice.
Ed erano belli? Vi starete chiedendo....
Mah. Diciamo che sono stati due pezzi che letti in spiaggia, tra una tetta e un bagno, sono volati velocemente, forse anche troppo, soprattutto per un taglio simil fiabesco - il primo -  e simil leggenda - il secondo - che da un lato ne agevolavano parecchio la leggibilità, dall'altro ne minavano un pochettino la credibilità.
Brevemente, in "L'entrata di Cristo a Bruxelles" il protagonista, Salvator, che poi è il nome che viene dato agli ombrelli che con grande successo venderà a Hong Kong (ammirate come sono riuscito a piazzarvi una frase da tre "che"), dicevo, Salvator è egoista e sfigato, e per questo commette un crimine orrendo. Poi diventa sgaio e fortunato, ma ci penserà ben il destino a metterlo di nuovo di fronte al passato... e diciamo pure che la storia non è granché originale, nella struttura, ma ha una piega che non infastidisce, e tenendo conto dello stile piuttosto semplice e diretto, e di una ricercatezza lessicale e strutturale delle frasi minima, è già qualcosa. Certo... leggere questo dopo aver letto Gogol, a livello di caratura narrativa, è un po' come vedere i Rem che aprono un concerto degli Editors... :)
Il secondo racconto, Senza nome, poi, ha uno schema che sa di già sentito. Un uomo parte per il nord, freddo e gelo intorno, si perde, e finisce in una casa dove quattro individui non lo cagano per nulla e stanno inebetiti davanti alla TV. Come mai? Lo scoprite leggendo, ma anche qui c'è un non so che di leggenda che, appena l'autrice mette mani per giustificare la verosimiglianza della storia, perde subito intensità. 

Diciamo che entrambi i racconti, ma è un parere mio, hanno buoni spunti, ma restano un po' a metà del guado, non riuscendo a dare quella soddisfazione, quell'idea di racconto perfettamente riuscito, che altri hanno saputo fare meglio. Non vorrei esagerare, ma mi è parso quasi che la modernità di questi due racconti sia un po' vicina a una scarsa profondità. Un raccontare gradevole, ma non graffiante. Il secondo, a distanza di una settimana, se non riaprivo il libro non ricordavo nemmeno di cosa parlava, tanto per dire.
Bene,
Ora torno a fare le mie cose corte.
Vi lascio con una bella canzone degli Zen Circus, da 1'45", molto adatta ai discorsi di inizio post, che dovrebbe farvi venire voglia di venire tutti a Villa Manin, sabato 23, a Villa Tempesta. Ascoltatela, mezzepapere!

7 commenti:

  1. Ma i due racconti sono uno un sequel e l'altro un prequel o parlano di uno scrittore che si chiama Salvator (morto suicida), di cui poi dovrò leggere il libro? ;)
    Che figo "che mi sembro" a leggere il che tuo blog... (nota la frase con tre "che", di cui il terzo non c'entra un cazzo...)

    Ok, finito di sparare boiate, devo dire che questo non lo recupero, però gogol mi ispira. Vedo se riesco a beccarlo da dante l'edicolante...

    P.S.: mi è piaciuto "la metamorfosi".

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  2. E sto cazz eddi
    se non ti piaceva la metamorfosi eri un ali-eno
    ovvero un alieno avvinazzato :)
    no
    sono due racconti separati, comunque,
    il primo Salvator è un bohemienne qualunque, il secondo non mi pare sia uno scrittore, ma potrei non ricordare e non vado certo a tirarlo fuori dallo scaffale :)
    Gogol fai bene
    vale.
    Ciao!

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  3. Guarda che le prime 5 righe erano solo una battutaccia sul commento nel blog di ferruccio riguardo "Montebuio"... ;)

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  4. Quanto è sopravvalutata questa qui.

    Ian

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  5. @Eddie
    ahahaha
    vabbè
    che pretendi che mi ricordo?
    vai a leggere montebuio e malapunta va :P

    @Ian
    dev'essere perché porta la tuba in testa...
    comunque non credo che leggerò altre sue cose, se proprio non mi capitano per le mani

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  6. Letto solo Acido Solforico, due anni fa solo per la curiosità di capire il fenomeno editoriale.
    Non l'ho capito
    gloria

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  7. Io mi ricordo di Amelino. Pensavo fosse colpa del Verdicchio.
    Comunque, quel ristorante, è sempre là! E anche il bananino:)

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