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Il miglior Lansdale non esiste (3 di 4)

MANEGGIARE CON CURA, 2004, Fanucci (tif)
Raccolta di racconti (1982-1994) edita solo in Italia

Ce l’abbiamo solo noi, questa raccolta. L’ovvio frutto del successo, si potrebbe dire, ma quel che ne è uscito è, a tutt’oggi, il miglior modo per conoscere il Lansdale compositore di short stories, in quasi tutte le sue sfaccettature, comprese le caratteristiche di cui abbiamo parlato finora.
Bastano pochi, pochissimi racconti, per capire se Lansdale fa per voi, e soprattutto cosa, di questo autore, potreste veramente apprezzare.
Ma non era sufficiente quanto detto fino a poco fa? No.
In queste pagine c’è un tasso di violenza e di violenza e di “politicamente scorretto” che raggiunge picchi inimmaginabili, e inoltre ci sono almeno un paio aspetti che non abbiamo ancora citato: il Lansdale grottesco e surreale e quello appassionato di drive-in e B-movie.
Come effetto collaterale, inoltre, c’è l’idea di racconto come germe, nucleo narrativo con idee e suggestioni che, in un romanzo potrebbero renderlo “buono”, ma condensate in un racconto… esplodono.
Bastano un paio di esempi.
Anzi, per dare un’idea del senso lansdaliano del grottesco sarebbe sufficiente il racconto di apertura: “L’arena” (“The Pit”, 1987), in cui troviamo di nuovo un bianco e un nero che si scontrano in un ring clandestino. Chi perde vedrà la propria testa su un bastone. Il vincitore si allenerà per sei mesi con il prossimo sfidante. Il protagonista, però, diventa ben presto la folla che assiste all’incontro, sublimata dall’arbitro: un biblico predicatore con un serpente a sonagli al collo. Dire che il predicatore finirà per fare la respirazione bocca a bocca al suo serpente, e che sarà una scena assolutamente credibile, dovrebbe bastarvi.
Come questo racconto, però, ce n’è anche altri. Potrebbe bastarvi, per esempio, l’idea che origina “Un signor giardiniere” (“Mister Weed-Eater”, 1993) dove la figura del borghese predicatore ammogliato e conservatore si vede arrivare a casa, al posto di uno storpio, un nuovo giardiniere. Nulla di strano, se non il fatto che è nero ed è, addirittura, cieco!
Cecità che di per sé sarebbe già problematica, ma che diventa un cocktail perfetto di “humorror” se vi aggiungete un esercito di talpe che tirano fuori la testa sempre nel momento meno opportuno…
Per quel che riguarda l’amore spassionato per i cinema per auto e i B-movie che vi si proiettano, emblematico è il racconto surreale “Godzilla in riabilitazione” (“Godzilla's Twelve Step Program”, 1994) dove il povero mostro, zeppo di problemi esistenziali, viene ingaggiato dal Governo, assieme a un King Kong bisessuale, per devastare e bruciare i quartieri delle minoranze di ogni genere e natura. In una parola: “straniante”.
In tutte le raccolte di racconti successive, non si raggiunge mai il risultato ottenuto con “Maneggiare con cura”, anche se si incontrano alcuni brani che potrebbero aspirare a entrarci.
L’ingrediente “cattiveria”, però, da solo o mescolato a spruzzate di fantastico/fantascienza, è il principale di diversi altri romanzi, più o meno riusciti.
L’impatto di questo libro, sul lettore che, in potenziale, è un Lansdale-dipendente, è in ogni caso devastante. Provate a citarlo a un fan… la luce negli occhi parlerà per lui.

IN FONDO ALLA PALUDE, 2005, Fanucci (tif)
Titolo originale “The bottoms”, 2000

Questo è il Lansdale dei romanzi di formazione, quello che ha raccolto l’eredità di Twain – autore che cita sempre tra le sue influenze – e l’ha filtrata con il suo modo di scrivere.
Dovete leggere questo libro con l’idea di sedervi lì, su un tappeto morbido, latte, una scatola di biscotti, e vostro nonno che racconta di quando era un adolescente, negli anni ’30 della Grande Depressione.
E vostro nonno Harry, tra l’altro, era lo sceriffo, e vi racconta dell’estate che ricorderà per sempre, dove assieme a sua sorella, più piccolina, si era perso per i boschi. Avrebbero dovuto uccidere e seppellire il moribondo cane Toby, perché come è giusto che sia, era il loro cane e a loro spettava quel compito. Invece si ritrovano a caccia di scoiattoli, ché di quei tempi erano carne buona da mettere in pentola, e soprattutto, si trovano davanti il cadavere di una donna.
Violentata, massacrata, appesa a un albero come un salame marcio e, più di ogni altra cosa, di colore.
Certo, non è proprio il modo classico di cominciare un romanzo di formazione.
Ma è meglio che una scena simile, un adolescente, la legga qui, inserita in una narrazione pedagogica, che offre sani e buoni principi, pur raccontando il marcio e la violenza umana.
La narrazione, interamente in prima persona, scorre veloce, tessendo i fili di un’indagine che, come in altri casi, non è certo il cardine del libro. Si può facilmente indovinare chi potrebbe essere l’assassino seriale di donne di colore, ma quando si scoprirà, la parte migliore del libro deve ancora cominciare.
Altre sono le strade che vi faranno volare verso l’epilogo.
Chi sarà il misterioso e leggendario Uomo capra, che vive nei boschi? E il vecchio Mose, il nero incartapecorito che sembra saperla molto lunga, che fine farà? E poi, nella rocambolesca parte finale, quando dal giallo si passa al thriller, riuscirà il papà di Harry a salvare l’ultima vittima? L’effetto Lansdale è magnetico.
Dovete. Finire. Il libro.
E quando l’avrete finito, quando avrete girato l’ultima pagina, quando il nonno avrà chiuso gli occhi dopo avervi raccontato una storia bellissima, quando tutti i tasselli saranno al loro posto, in quel momento sarete a un passo dal magone.
E non serve che abbiate sedici anni, perché tutto questo accada.


LA NOTTE DEL DRIVE-IN, 2004, Einaudi (Stile Libero noir)
Titolo originale: “Drive-in", 1988; “Drive-in 2 (Not just one of Them Sequels)”, 1989

Joe Lansdale è quello del drive-in.
È questa, probabilmente, la porta più usata per entrare nella sua produzione.
Il drive-in è il suo libro più famoso, venduto, conosciuto, amato, imitato.
Il drive-in è un po’ come Nevermind dei Nirvana, con la differenza che prima non c’è niente e dopo c’è ben poco.
È paragonabile a un fuoco d’artificio che accontenta tutti. Un fuoco d’artificio con i colori, i botti, le girandole, le fontanelle, le scintille… tutto.
Certo, devi aver lo stomaco forte, ma se ce l’hai, non ti serve altro.
Ci si siede all’Orbit, un vecchio drive-in dove proiettano B-movie horror per l’intera notte. Poi succede qualcosa. Arriva una cometa e si ferma sopra le teste del pubblico, poi se ne va e arriva il buio-carnivoro, che isola l’Orbit dal resto del mondo.
E da lì succede di tutto!
Zombi, cannibalismo, assassinii, mostri, violenze di ogni tipo, ovvero… l’umanità. O meglio: il suo lato peggiore.
In questa edizione Einaudi, sono raccolti i primi due episodi del drive-in, scritti a distanza di un anno, con il secondo, come ogni seguito che si rispetti, un po’ meno riuscito del primo, ma non per questo meno straniante, visto il mondo riempito di una valanga di cose folli, tra cui, non ultimi, i dinosauri.
Il drive-in è un frullato di idee e di generi. Alcune immagini, alcune scene, si attaccano al cervello con le unghie, e a nessuno verrebbe in mente di provare a staccarsele.
Una dimostrazione?
Prendete uno che ha letto questi primi due episodi e chiedetegli: «Che mi dici di Popalong Cassidy?»
Come già detto in precedenza, la luce negli occhi parlerà per lui.
E se invece, adesso, siete davanti a un monitor, vi sarà già venuta voglia di riprendere in mano il libro.
Se però il libro non l’avete (letto o fisicamente) nulla di meglio che chiudere questa cinquina lasciandovi (ri)leggere la genesi di Popalong Cassidy, ovvero il Re del Popcorn:

“Il boss voltò di nuovo la testa verso il chiosco, ed ecco lì R. e W. Erano usciti, e R. era ancora sulle spalle di W. e aveva ancora in testa la scatola di popcorn. Però i lampi avevano fuso una parte della scatola, gliel’avevano fatta colare sulla faccia. E il disastro non si fermava lì: uno dei suoi occhi era scomparso, e l’altro si era spostato al centro della fronte. Le gambe si erano fuse con le spalle di W.; le ginocchia sporgevano in fuori come patetici nodi di un ramo d’albero arrostito alla graticola.
I tatuaggi strisciavano su e giù per l’intero corpo di W. Entravano e uscivano dalle orbite vuote, annerite. Le narici erano diventate due grandi fori rotondi nel viso, e le labbra si erano vaporizzate; restava solo la massiccia apertura della bocca, dalla quale sporgevano denti fumanti. W. impugnava ancora la pistola, ma alla luce blu dei lampi si vedeva benissimo che si era fusa con la mano, era diventata tutt’uno con carne e ossa. La tigre, che R. aveva tatuato con tanto amore sullo stomaco di W. proiettava in fuori una testa tridimensionale, e ruggiva. Baffi che avevano il colore della carne si contorcevano attorno al muso scuro.”

Certo, ora che l’avrete letta, probabilmente, c’è il rischio che il problema si sia acuito, piuttosto che risolversi: volete ancora, fortemente, avere tra le mani il libro.

e ora concludi leggendo "Il miglior Lansdale non esiste (4 di 4)"

8 commenti:

  1. Azz, ho cannato clamorosamente i pronostici su quelli che sarebbero stati i libri di oggi... beh del resto l'hai detto tu stesso, nessun Lansdale è il miglior Lansdale, era troppo difficile :)
    A questo punto sono in trepidante attesa del quarto articolo! :)

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  2. Ellamadosca!!
    Ma aspetta un attimo, nacchio!
    Cioè, e come faccio a raccontarti della moglie di Joe, se posti un post al giorno???!
    Comunque. Ho capito, se mai ce ne fosse stato bisogno, che devo proprio iniziare a leggere Hap & Leonard, non posso più rimandare.
    Però questa storia di poter pure saltare il primo, ché tanto è brutto non mi va giù, anche perché non sei il primo a dirmelo, epperò, voi l'avete letto e allora ecco, non mi sembra giusto, per non parlare di tutta quella storia di lasciare porte aperte...

    Comunque. La moglie di Joe è forse uno dei motivi per cui lui scrive quello che scrive, e il modo in cui lo scrive. Cioè è veramente qualcosa che non ti aspetti. Sembra venuta fuori da una mostra di quell'artista dell'iperrealismo, che crea persone con la cera e ritrae gli americani come obesi, turisti, mal vestiti e pettinati in modo assurdo.
    Ecco, lei è così. Pettinata come un barboncino e vestita con una camicia patchwork dai colori discutibili. Insomma non sai se è una tedesca della vecchia DDR o cosa. Meravigliosa!

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  3. Adesso avrò gli incubi tutta la notte a sognare della moglie di Lansdale.
    Ecco.Non potrò dormire questa notte.

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  4. @Michi
    il quarto sono solo le conclusioni :)
    praticamente ho finito dai.

    @cyb
    Allora, sì
    hai ragione, iperposting, ma siccome io andavo via due gg e tornavo adesso ho pensato di allietarvi così
    la cosa della moglie l'avevo sentita, forse la deve anche aver raccontata lui
    però cavolo
    che voglia di vederla dal vivo... :)

    riguardo a "una stagione selvaggia" il fatto è questo
    se tu SAI che quelli dopo sono meglio, anzi, MOOOOlto meglio e ti fidi di questo allora sì
    fai bene
    leggili dal primo
    puoi
    l'importante è che non leggi quello e poi dici "beh, tutto qua? mi aspettavo chissachè"

    @Nick
    incubi?
    Ti sta bene! e poi ti si nasconderà un Selvatico sotto al letto, e tu sai di cosa sto parlando... ;)

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  5. In fondo alla palude è il primo che ho letto e l'ho trovato stupendo, e questo mi ha portato a comprarne altri di Lansdale a scatola chiusa.

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  6. Beh, se hai trovato stupendo "in fondo alla palude" troverai stupendo anche la sottile linea scura. leggi quello ;)

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  7. Oohh la recensione de "La notte del drive-in"!!!!!!! Vaii! :D
    Tra l'altro grazie a questa panoramica su Lansdale ho scoperto "Fuoco nella polvere" e "Londra tra le fiamme", mi ispirano un sacco. Mieeeeeei.

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  8. in realtà la rece alla notte del drive in uno qui non c'è perché ho aperto il blog dopo averlo letto

    fuoco nella polvere lo trovi facilmente, comunque

    mentre londra in fiamme secondo me deve ancora arrivare
    su bol lo dà non disponibile
    vedremo...

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