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"Le campane" di C. Dickens**

Non lo so cosa mi piglia ogni tanto, quando vedo i librettini della Newton Compton di millanta anni fa; quelli cioè da 100 pagine 1000 lire a cui tutti noi, lettori dai gusti facili - che si soddisfacevano più con il possesso, che con la reale lettura - siamo affezionati.
Così, quando ne ho visti spuntare alcuni nell'ennesima cassa di "scarti da vendere agli idioti" ovviamente ci ho dato un'occhiata, e ovviamente mi sono auto convinto che qualcosa mi serviva.
In questo caso, essendo completamente digiuno di una qualsivoglia lettura dickensoniana (okay, che piovano gli insulti, tanto ho grandi ombrelli di indifferenza al seguito), mi sono detto che uno di questi librettini poteva fare al caso mio.
Insomma, non dico cose impegnative da milioni di pagine, ma almeno un racconto lungo, o romanzuccio breve...
penso sempre che mi faccia bene leggerlo.
[Nota: se non vi interessano le chiacchiere ma volete solo sapere se questo mini-dickens è pesante o meno continuate a leggere dalle ultime 4righe prima del ps]
E anche se ben conosco i limiti delle edizioni in questione, e le loro traduzioni operate da iguane ammaestrate, piuttosto che le prefazioni copincollate qua e là da qualche scrivano di turno, nutrito a spinte e spiccioli, ebbene, nonostante tutto questo va a finire che me li compro, e anche che me li leggo.
Tanto, mi dico, che vuoi che sia... per cento pagine...
Insomma, alla fine, 'sto Dickens del piffero, mi rimasto incastrato al segnalibro per quasi due settimane, e in mezzo ci ho letto pure un libro o due.
Perché, è brutto? Vi starete chiedendo...
Mah... brutto magari no, non lo potrei dire, ma pesante... sì! Io l'ho trovato pesante.
E noioso.
E pure, aggiungo, anche detraendo una ipotetica tara dovuta all'iguana traduttrice, non mi è piaciuto nemmeno com'è scritto.
Ehi, ehi... calma, seguaci di Dickens.
Parliamoci chiaro.
Ho tenuto conto della lettura sociale da dare al romanzo.
Ho tenuto conto che la metafora del terzo rintocco, quel momento fantastico in cui le campane parlano e conversano con Trotty, il protagonista, è sicuramente da salvare, sia per valore visionario (onirico, seguendo la trama) sia per appeal sul lettore.
Ho tenuto conto anche della lingua ottocentesca e poco moderna e della vita dell'autore, che rischiava da vicino di finire in povertà, e quindi dipingeva i nemici di Trotty come probabilmente vedeva i suoi, di nemici.
Insomma, io ho tenuto conto di queste cose, eppure, alla fine, non ne potevo più, di questo lungo racconto che narra la storia di Trotty Veck, un facchino ultrasessantenne che vive nell'indigenza, avendo come unica consolazione i rintocchi delle campane e l'amore dell'unica figlia.
Due parole sulla storia, già che ci siamo.
Quattro quarti e i rintocchi delle campane a scandirli.
Siamo al 31/12, ultimo dell'anno, data simbolica.
Il protagonista viene descritto e ci dà il suo punto di vista sul mondo intorno, ovvero l'Inghilterra in cui molti vivono nella povertà più assoluta e pochi stanno dal lato opposto, denigrando e vessando i primi.
Trotty, mentre svolge il suo lavoro, diventa il punto di contatto tra il mondo dei primi (insopportabili, perfidi, falsi e assurdi signorotti ricchissimi) e io suo mondo, rappresentato da lui, sua figlia, il fidanzato di sua figlia e altri due poveracci che incontra e, con totale spirito caritatevole, aiuta e assiste.
Nel terzo quarto si addormenta e finisce per essere spettro e salire la torre campanaria. Lì le campane gli mostrano il futuro (si okay, i soliti spettri come quelli di scrooge). Lui che cade e si schianta, la figlia che non si sposa, il poveraccio che diventa un mezzo delinquentindigente e via di questo passo. 
Poi Dickens ci dà una specie di lieto fine, ovvero, "era tutto un sogno" e Trotty che gioisce di essere un povero diavolo com'è. 
Certo, il finale è un falso finale. Si intuisce che le cose è molto più probabile siano andate come hanno raccontato le campane spettro, ovvero, di merda!
Okay.
Tutto questo mi va bene.
Però miseriaccia... quanti buchi ci sono nella narrazione? Quante noiosissime elucubrazioni del protagonista? Quanto fastidio nei comportamenti di tutti (eccetto forse del povero diavolo che viene considerato delinquente solo perché difende i suoi diritti, ). Insomma... sono poche pagine, eppure mancano del valore estrinseco primario: farti venir voglia di leggerle! 
Poi è tutto bello, ma la sostanza va accompagnata a un po' di forma (come ha fatto nei Canti di Natale, per dire) e non buttata lì, ad annoiare di contenuti e di metafore. 
Ommiodio quanto ho scritto...
Scusatemi. 
E pensare che era un libro bruttino che vi volevo solo sconsigliare di leggere semmai foste nella mia situazione (mai letto Dickens) e voleste partire da un'opera minore.
Vabbè dai, metterò un punto per saltare i contenuti superflui.
Buona settimana, bambini di gelostellato!

Ps: dimenticavo di dirvi che la cosa più fastidiosa di questi librettini a 1000lire è che non trovi l'immagine in rete manco tentando l'ipnosi su google. Infatti ho dovuto scannarla, quella lassù.
Inoltre, cosa curiosa, l'idea del libro nasca dal soggiorno italiano, e più in dettaglio, genovese di Carlettoino Dickens.

4 commenti:

  1. Caspita, mi dico. Due asterischi a un Dickens scampanante - perfettamente "trattato" ficcandoti due dita dentro un occhio - e tre a uno pseudonimo che ormai sanno tutti che è un tuo amico! Mah! A volte ti perdono, altre anche - in un futuro sequenziale vedremo.
    Frank Spada

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  2. E che ci devo fare se non mi passava più..
    è colpa sua!

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  3. Sua di chi? Di lui o dell'altro? Che qui il mistero s'infittisce e non appare!
    F.S.

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  4. In questo caso di Charles :)

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