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"Il nemico" di Emanuele Tonon****

A fine anno, chiacchierando con nonèimportantechi su nonmiricordocosa, uscì questo libro di Tonon in un tono del tipo: "Oh ma lo sai che c'è un libro che sta facendo sfracelli di un friulano di gorizia. Un romanzo eretico, che contesta dio dall'interno ecc ecc"
Chi? Come? Di che casa editrice? chiedo.
Una casa strana, il redattore è coppola.
Chi?
Ti ricordi quello con la barba trasandato che faceva Mtv?
Ah sì. Me lo ricordo Coppola (qui un'intervista che vi potete leggere, sempre restando in argomento di distribuzione libri del post precedente). Era l'epoca in cui di notte guardavo la TV e accendevo  cominciando con brand new. Un pochetto spocchioso, all'apparenza, ma poi era tutta facciata. Ricordo che addirittura rispondeva alle mail, all'epoca. 
La casa editrice è la ISBN e io la conoscevo.
E' facile. E' quella con le copertina con il codice a barre. 
Ho letto Tentacoli di Bessis, lo ricordo con molto piacere quel libro, perché un esordio letterario breve e ben gestito. 
Insomma, diciamo che me lo sono segnato mentalmente, questo libro di Tonon di fine 2009.
Poi succede che lo vedo in libreria, ma non lo compro.
Poi scopro che ce lo ha Cristina, e me lo faccio prestare. 
102 pagine... Fatta! Lo leggo.
Beh, insomma. 
"Il nemico" è davvero un libro particolare.
A mo' di disclaimer, che è un romanzo eretico c'è scritto già in copertina. 
E in un certo senso lo è, anche se non è tanto una critica al divino, quello che vi ho letto, ma una critica globale alla meschinità dell'umanità, di cui il divino è uno dei tanti aspetti.
Non posso dire che non mi sia piaciuto, perché ci sono delle parti, dei passaggi, che ho trovato di una potenza narrativa esplosiva. Devastante. A tratti davvero, è un libro che maciulla e sfregia.
Tra questi tutta la parte iniziale, e poi mi sono segnato mentalmente un passaggio a pagina 92, quasi alla fine,quindi, che subito vi riporto, perché è davvero difficile riuscire a descrivervi.
Tanto per cominciare, però, vi copincollo l'incipit, così potete farvi un'idea immediata:

Arrivava zampettando, senza accorgersi nemmeno di essere vivo, arrivava tutto sbregato, tagliato dappertutto - le cicatrici partivano dallo stinco destro e salivano, aprendosi maestosamente come una piazza, sul petto, poi si ricongiungevano e, attraverso lo svuotamento sottomandibolare, andavano a raggiungere l’orecchio sinistro mozzato per via di un basalioma-, arrivava a raccontarmi il suo mondo con parole piccole, parole quasi inudibili, incespicando cadeva in terra, si sbregava ulteriormente, potava i fiori, concimava il suo piccolissimo giardino, faceva crescere una vita mentre stava morendo, piantava gelsomini, lui che era proprio una piccola anima di gelsomino, faceva crescere rose, faceva i conti del mese con una calcolatrice pagata tre euro al Mercatone, percepiva seicentoventitre euro il mese di pensione, spingeva i tasti della calcolatrice uno ad uno, con l’indice destro, era vivo e stava morendo pianissimo. Si era fatto trentaquattro anni in fabbrica di sedie, trentaquattro anni e cinque mesi di puro orrore.

E' la prima parte, una prima persona che racconta del padre, del padre operaio, da fabbrica del triangolo (della sedia) qui nel Manzanese. A chiunque lavori in fabbrica, o abbia avuto, o abbia i genitori che ci lavorano, beh, questa prima parte farà male. Ma male parecchio. 
Narrativamente parlando è un discorso a parte, che vi faccio dopo, ma come contenuti è veramente una mano che ti rovista nelle viscere stringendo un ferro rovente. Ci sono passaggi come questo, ma il registro ha la caratteristica di mutare bruscamente, passando a termini volgari, a immagini turpi, e poi risalendo con citazione ardite, colte o anche d'attualità qualsiasi. Insomma, difficile restare indifferenti a questo melting pot tra lirismo e volgarità poetica.
E' un libro che si può odiare, attenzione. Ne sono conscio.
Odiare e non terminare, lasciarlo dopo una 40ina di pagine o giù di lì.
Ma odiarlo a priori temo sia una atteggiamento infantile, così come il trattarlo con supponenza.
Se invece piace, è un libro che può davvero lasciarti diverso. O comunque farsi ricordare a lungo, farsi rileggere. Me ne sono accorto ora, parlandovene, che quasi mi dispiaceva separarmene e restituirlo.

Perché, anche se non in toto, a me è piaciuto.
O forse...
Davvero non lo so.
Mio padre lavorava in una fabbrica di porte e ora sta uscendo da un tumore che ormai è cosa di tutti. 
Mia madre anche, fabbrica di televisori. Li alzava da mattina a sera, anche se non era lavoro femminile, e ora non alza più le braccia oltre le spalle. 
Cose normali, insomma. Cose da nord est.
E' che quando leggi della polvere del legno che si fa strada nei polmoni giorno dopo giorno e dei padroni delle fabbriche che stanno lì a controllarti quando vai a pisciare e pregareiddio, quello che non c'è, di non avere la diarrea... beh, vi assicuro che il prossimo industriale che vedete alla tv lamentarsi che c'è crisi  e che vuole gli aiuti e bla bla bla... non lo guardate con lo stesso occhio.
E questo dopo la prima storia, che oltre ai padroni e a dio critica, nel suo modo lirico-volgare di raccontare, anche la superficialità umana della fidanzata in fuga dell'io narrante o quella delle forze pubbliche, o quella degli uomini in generale, dell'umana povertà, perché alla fine è sempre lì che si va a cadere.

Nella seconda storia c'è sempre una coppia, Operai nella stessa fabbrica di mobili che non riesce ad avere figli. Ed è la scintilla che li uccide. Sono morti spirituali che proseguono a ricercare la morte fisica, con il vino, con l'anoressia, con il mutismo, con gli anti depressivi.
Anche qui, vi lascio l'estratto che vi dicevo. Leggetelo:

Lui così luminoso nella voragine del buio, Lui che noi avremmo dovuto adorare, se non fossimo stati sbattuti nella materia ferrosa del Dio sbregato, del Dio lama, del Dio fiamma ossidrica, punta di saldatrice, del Dio che è arrivato, così immenso, striato di vene in esplosione, del Dio immenso, così disgustosamente immenso che non siamo mai riusciti a farlo entrare nei nostri bicchieri di vino. Dio che abbiamo adorato nelle notti quando la mia sposa sperava ancora di poter cagare un figlio, quando ancora sperava che i miei coglioni diventati sterili, i miei coglioni votati all'altro mondo, all'altro regno, potessero sborrare una vita per questa terra tutta prosciugata. Il figlio non mi è uscito dai coglioni, il figlio mi gioca a pallone nello stomaco, lo sento da vent'anni che s'incazza, che mi tira colpi nei polmoni, mi arrivano pallonate all'improvviso nello sterno, nei pressi della milza, sento una figura che dribbla il fegato, scavalca il pancreas, sale furioso l'esofago come stesse salendo il Cippo del Monte Carpegna, tira una staccata al limite al cavatappi di Laguna Seca, prende in giro il cuore, scende in picchiata dove vuole, fa quello che vuole, appoggia la palla con la dolcezza dei campioni direttamente nel mio buco del culo, dall'interno.

Insomma. Piaciuto?
Spocchioso? Lirico? Facilone? Esagerato? Volgare?
Boh, vedete voi. A me pezzi come questo sono piaciuti parecchio, per modi e contenuti.
Capisco che possa non piacere, e quindi comprendo come le mie 4 stelle potrebbero essere una, per alcuni lettori.
Che altro dirvi.
Ah sì, dei difetti.
Ma per i difetti devo parlarvi delle scelte narrative adottate.
Valanghe di paratassi, di immagini, di ripetizioni volute. Monoblocchi che danno poco respiro. Pochi concetti e ripetuti molte volte. Fusione dei due registri di cui vi ho detto. Uso di "dialettismi" e parlato. Utilizzo di citazioni, di ogni genere. Molta filosofia, che avvelena le righe.
Il tutto fuso con metodo, criterio, abilità.
E' un libro difficile da leggere, sì, ma anche da scrivere. Sicuramente.
C'è molta religione, anche questo va detto. Al contrario, certo, ma impostare il tutto su un non-dio e un non-satana vuol dire partire da essi, per negarli.
Bon, basta. Dovreste aver capito.
I difetti, vi dicevo.
Annoia, a tratti. La ripetizione è faticosa. E' un libro che stanca. E se 102 pagine mi sembravano poche, inizialmente, ora penso che 10-15 in meno, tolte soprattutto alla seconda storia, avrebbero permesso di esplodere maggiormente a quelle rimanenti. E' un libro denso, e questa densità è faticosa, quando viene ripetuta.
Oddio, certo, è una prima persona e questo ripetere, questi passaggi, sono pienamente compatibili con l'idea di un "Vangelo". Se si dice almeno 100 e passa volte "la mia sposa muta" si ottiene un mood del libro da cui è difficile staccarsi. Però dopo un po' ti rompi anche i coglioni, a leggerlo. E magari salti mezza riga, l'occhio non ce la fa. E questo è peccato, perché l'artiglio della narrazione perde la presa.
Va bene dai. Se ne volete sapere di più ho trovato questa intervista audio dell'ex frate, Tonon, che io non ho ascoltato, per pigrizia.
Poi insomma, in rete ne parlano un sacco e io vi ho ammorbato abbastanza.
Buona domenica, amici di blogghe!

4 commenti:

  1. ex frate?
    stai dicendo che lo scrittore è un ex frate?
    ecco, sta cosa di un ex frate che scrive le cose zozze e eretiche
    bè, cavolo
    è intrigante :-)

    su su
    che ti dispiace restituirlo alla Cri
    compralo!
    così poi me lo presti
    :-)

    Val.

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  2. Sì Sì
    Credo abbia fatto un 5-6 anni
    così come ci ha messo cinque anni per scrivere questo libro

    cristina comunque si è tenuta la copia rovinata dopo il mio lancio al gatto
    niente da fare
    io non so se me lo comprerò, non subito, per lo meno. :)

    RispondiElimina
  3. Salve gelostellato, bella scoperta questo blog! Mi sento di scrivere due righe qui, su questo libro, come finora non ho mai detto in altri blog, facebook o affini. Perchè qui? perchè mi piace la proposta di ospitalità che offri e la semplicità con cui hai affrontato la curiosità, prima, la lettura poi e il voler discuterne ora... Beh, posso dire che ho letto questo libro appena uscito, io ho pianto dopo 10 anni che non riuscivo più, leggendolo. L'ho letto in una notte e il giorno dopo riletto. Se c'è una cosa che non condivido è proprio il sottotitolo, (che so non essere stata una volontà primigenia dell'autore, bensì dell'editore)non perchè non sia appropriato, piuttosto perchè è la vita che per taluni è dolore massacrante. Certo, che molti si arrabbiano, non lo leggono tutto, non hanno le "palle"(scusate l'espressione,non vuole essere di giudizio, lungi da me) di andare fino in fondo,si esauriscono per via delle ripetizioni, perchè fa male e non tutti sono pronti a vivere il male in una letteratura che è vita perchè ti accorgi subito che è così, che è tutto vissuto. Perchè ti prende come una manata che senza chiedere permesso,entra, ti si pianta nelle viscere e ti accorgi che è tardi per chiuderlo, che, se non lo vuoi leggere più, qualcosa in te è mutato per sempre. Quindi, è ovvio che uno abbia il diritto a "bestemmiare", imprecare che sia Dio, la vita, o quello che capita, proprio per cercare un senso a tutto questo male. Perchè una risposta la cerchi,prima di arrenderti. E' pieno di riferimenti teologici, filosofici, gnostici, certo, ma è tutto sommato - e qui l'eresia (nel senso di scelta) e la potenza- un inno alla vita, di chi sembra non volerla più, perchè forse, sente di non averla mai meritata sin dagli inizi... e invece si trova ad riaprire gli occhi ogni giorno, a vedere e sentire ciò che non va bene, nel nord- est, in fabbrica ma non solo: anche dentro ognuno. E, gli occhi decidi di aprirli e di splancarli come uccello notturno, vincendo paure, portando avanti la tua vita anche oggi. Per me, costruttivo, non sfracellante. Grazie per l'ospitalità.

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  4. Non c'è di che, per l'ospitalità.
    Ripensandoci, ora che è passato un po' di tempo, l'inno alla vita proprio c'è.
    Ora come ora, per dire, non ricordo nemmeno bene tutti i contenuti, ma ricordo benissimo la forza e di dirompenza, sia espressiva, sia emotiva. Già... libro difficile, ma che si merita parecchio.

    Condivido anche il non favor per il sottotitolo, ma è una quisquiglia markettare che va concessa, visto che ha permesso certamente qualche lettura in più.

    ah, e benvenuto/a nel blog :)

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