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"Archetipi" di AAVV - la recensione più figa del web - di Marica Petrolati

Questa è una recensione per ubriac... ehm, amanti del vino, vi avverto, e non l'ho scritta io. E' ma è una gentile concessione di una ospite.
Questo significa che finalmente potrete leggere qualcosa di serio e professionale, che non sia infarcito di parolacce o cazzi miei, e questo è già un buon motivo per farlo, direi.


Io, finora, non vi ho parlato, di Archetipi, lo so.
Ho fatto quelle sfiziose domande (la uno, la due e la tre) agli autori e quel figherrimo domandone finale che non si è filato nessuno anche se a me leggere le risposte è piaciuto parecchio, però, del libro, non vi ho mai parlato.
Ma siccome questo blogghe è pieno di trovate, ora mi inventato pure la recinzione di una figherrima donzella ospite, e insomma... che volete di più.
Quelle che seguono sono le parole di Marica Petrolati, lei sì, la donna della cicerchia, la donna che non riuscirò a convincere a partecipare al fun cool, quella di cui potete leggere un'intervista cliccando qui, un racconto cliccando qui, la rece di un libro cliccando qui e poi basta che mi sono rotto di mettere link alla cazzo. :)

Insomma, facciamola corta e lasciamole spazio, qui sotto trovate i suoi commenti su Archetipi, e dopo averla letta concorderete con me ho ben speso la gubana e il verduzzo che ho dovuto prometterle per pubblicare le sue parole.
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Prendi una bottiglia di rosso conero Sassi Neri, versala e falla decantare.

Prendi una copia di “Archetipi”, leggila e falla decantare.

Un buon libro, come un buon vino, ha bisogno di tempo per sprigionare tutte le proprie potenzialità: olfattive, degustative, visive, emozionali.

Ho letto la raccolta circa un mese fa, ed è tempo di vedere se regge il confronto con un bicchiere di nettare rosso rubino.

Proviamo, innanzitutto, a odorare.

La prima cosa che avverto è l’odore di chiuso, di aria asfittica di cunicoli che si snodano nel cuore di una montagna messicana, custodi di un mistero atavico, ma tangibile.
È “Il Diluvio”, di Bonfanti, che mi prende per mano in un viaggio affascinante, frutto di un lavoro documentaristico degno di uno storico, che regala appigli per un volo di fantasia, ma con un paracadute robusto attaccato alla schiena.
Grazie all’uso coraggioso della prima persona, personaggi e vicende prendono vita sulla carta in maniera potente, regalando una teoria suggestiva, in un crescendo adrenalinico e ricco di suspense.
Maestria e sicurezza nell’articolare la narrazione e nelll’incedere della vicenda, fanno del racconto di Bonfanti uno dei migliori dell’antologia. Se non il migliore. Plauso alla tavola di Diramazioni , che coglie una delle immagini più forti del racconto.


Il secondo odore è quello di salsedine.
Un bouquet pungente portato dalla brezza marina.
C’è l’odore del mare, di alghe, di pesci, di conchiglie, del sangue dei tonni, e c’è, anche, l’odore di marcio, di fetido, di corrotto delle “Sirene” mostruose di Samuel Marolla.
In uno scenario dipinto a regola d’arte, dove pare d’udire il rombo spaventoso e carico di presagi del mare e di scorgere in lontananza lo scoglio della Malarazza, Marolla crea, partendo da una trama semplice semplice - e per questo tanto più potente – un microcosmo pauroso e asfissiante, nel quale si muovono personaggi talmente veri da trasfomare la lettura in visione.
Non c’è nulla di lasciato al caso qui. Nemmeno il finale aperto, che altro non è che la traduzione dell’ineffabile davanti a uno degli archetipi più potenti e radicati: quello del mare e delle sue misteriose creature.

Il terzo odore è quello della cenere.
Cenere figlia di un fuoco purificatore dal quale rinasce “La Fenice” di David Riva .
Lo stile elegante e armonioso dell’autore ci regala la figura emblematica di Ol’ga Kuzmina, che incarna, racchiude e infine fonde, gli elementi di spicco del racconto: il ghiaccio e il fuoco.
Il ghiaccio che circonda e intrappola l’isola di Zajackij e il suo Gulag, il ghiaccio che ricopre il cuore di vittime e carnefici, cristallizzandone l’umanità, e il fuoco che arriva a purificare, ad annientare, a distruggere e infine a donare nuova, alchemica, vita.
Ol’ga Kuzmina, come lo Zù Menu di Marolla, fragile e forte alla stesso tempo, va incontro al proprio destino, ignara del dono della vecchia alchimista.
La penna di Riva scava tra miserie umane ed esoterismo, forgiando uno dei tasselli più poetici e malinconici della raccolta.


Il quarto odore è quello di polvere, accompagnato da un frusciare di carta.
È quello delle mappe de “Il Cartografo” di un Alberto Priora oltre l’eccellenza.
Priora prende storia, fantascienza, fantasy, filosofia e, alla streguea della vecchia Veveya, fonde tutto in un processo di sublimazione che genera l’Altrove.
“Altrove è un mondo che ha una logica tutta sua, all’apparenza folle, ma in realtà con regole ben precise.”
Lo stesso si potrebbe dire de “Il Cartografo”, composto all’apparenza instabile, che solo la bravura dell’autore sa domare e plasmare, confinandolo entro limiti ben precisi che danno vita alla vicenda.
Il racconto onirico di Priora è, per contro, quello dove la fragilità umana, figlia di una sete di potere e conoscenza inappagate, si concretizza più prepotentemente: magistrale, in questo senso, la figura di Alessandro.
Con una interpretazione personale e originalissima del proprio archetipo, Priora contribuisce in maniera importante alla raccolta, svettando per fantasia e coraggio.


Queste sono le fragranze più robuste che continuano a ristagnare nella memoria.
Ce ne sono altre, forse più volatili, riconducibili a racconti che, in parte, stanno ancora decantando.
C’è l’odore del sangue dei racconti “Fame di potere” di Giuseppe Pastore e “Facile preda” di Elvezio Sciallis . Il racconto di Pastore brilla per ritmo, struttura narrativa e un’ironia di fondo che caratterizza, come una seconda pelle, personaggi e registro. Nonostante la potenza dell’archetipo, il cannibalimo, risulti forse un po’ appannata dal contesto fantasy, “Fame di potere” si dimostra una perla di genere.
Cattivissma e mostruosa è la natura che Sciallis ha immaginato per il suo “Facile preda”, concependo una “scultura iperrealista partorita da un bosco stuprato e impazzito”.
Lo stile guizzante e diretto di Sciallis ci regala un racconto dal gusto metaforico e duro come un pugno nello stomaco.

È, poi, il turno di un odore di acqua stagnante, putrida mi viene da dire, sulla cui distesa apre le ali il demone Pazuzu, nato dalla penna inarrestabile di Danilo Arona, che, con il suo “Jay.rtf”, apre con merito la raccolta. Accantonando paralleli e accostamenti, in parte inevitabili per ambientazioni, stile e scelte narrative, il racconto di Arona disegna una parabola perfetta, il cui vertice è il puro e semplice piacere della lettura.
“La nuova era” di Ian Delacroix porta con sé odore di terra bagnata, in sottofondo il ticchettare incessante della pioggia.
Ian Delacroix narra con eleganza e malinconia l’avvento di una nuova era, attraverso l’esaltazione e un omaggio continuo alla vecchia. Sullo sfondo di una Praga grigia, triste - piangente – e claustrofobica, Delacroix inscena lo scontro tra il mitico Golem e una schiera di androidi, vivificando teorie e interpretazioni sull’evoluzione robotica della creatura d’argilla. Ancora una volta la tavola di Diramazioni coglie in maniera superba l’essenza del racconto.
Un altro odore, unico, ma frutto di emanazioni diverse.
È quello della paura, dell’angoscia, della disperazione umana, che trasuda dai racconti “Matmon” di Strumm e “Il buio sotto la pelle” di J. Romano , che s’intrecciano e si sovrappongono nella memoria per l’approccio intimistico agli archetipi, rispettivamente dell’Uomo Nero e della maschera.
Arrendevole Davide, il protagonista di “Matmom”, bambino sull’orlo dell’adolescenza che, vittima di una grave perdita e di un’incomunicabilità familiare che strizza l’occhio all’attualità, dapprima teme, poi invoca e brama l’Uomo Nero, quale obnubilante soluzione al proprio male di vivere; più battagliero Rudy, il clown di Romano, che si ribella al richiamo di un’entità malefica, connubio indistinguibile tra la voce interiore della follia e quella più melliflua di “una forza più antica del demonio”.
I racconti di Strumm e J. Romano lasciano la via dell’archetipo globale, per una discesa paurosa e maledetta, focalizzata sull’intimo percorso dei protagonisti nell’abbraccio del Male.
Gli ultimi odori, infine, sono mettalici.
Luigi Acerbi con il suo “Una cosa sola” e Biancaria Massaro con “Di madre in figlia” ci catapultano in un futuro tecnologico, dando corpo e spessore a tematiche quanto mai attuali.
Un Acerbi visibilmente a proprio agio tra marchingegni tecnologici e nuovi culti scientisti, attraverso uno stile asciutto e incisivo, scevro da inutili sovrastrutture letterarie, alza il sipario su uno scenario pulsante, immaginando la nascita di una nuova, inquietante dottrina religiosa.
Altrettanto inquietante è l’anima del racconto di Biancamaria Massaro, che, con occhio distaccato e cinico, indaga e ben interpreta uno dei sogni più gettonati di un’epoca che fa dell’estetica il viatico per la felicità.
Sono personaggi potenti quelli della Massaro, le cui voci si intrecciano, in un crescendo di perverzione, fino a fondersi, a ricongiungersi, quasi a riportare l’ordine naturale delle cose. Ma non c’è niente di naturale in questo “Di madre in figlia”, dove una scienza tanto progredita quanto corrotta, sforna cloni con l’anima, che si fanno artefici del proprio destino, in una sorta di punizione divina.
Nei racconti di Acerbi e della Massaro, finzione e realtà - proiettata in un futuro che forse è già presente - si mischiano e si sovrappongono, lasciando in bocca il sapore amaro della riflessione.


“Archetipi” è una raccolta dai moltiplici odori.
Tutti piacevoli.
Al di là del semplice gusto personale sui singoli racconti, “Archetipi” si dimostra lettura di qualità, nella forma e nei contenuti, i cui singoli tasselli, per diversità di approccio, per soggetti, temi e stili, sono così variegati da soddisfare ogni tipo di palato.Rimane l’impressione di un viaggio lungo, a tratti impegnativo, dai paesaggi e colori diversi.
Magistrale il lavoro degli artisti di Diramazioni, Jessica Angiulli e Lucio Mondini, fomidabili interpreti di atmosfere. Difficile, se non impossibile, stilare una lista di preferenza, ma una citazione meritano sicuramente le tavole de “Il Diluvio”, “Jay.rtf”, “La nuova era”, “La Fenice” e “Facile preda”.

“Archetipi” è, in definitiva, un libro da avere. Da rileggere e riguardare.
Con un bicchiere di Sassi Neri in mano.
Allora, il significato di “piccole gioie della vita” apparirà meno oscuro.

13 commenti:

  1. Non fare il furbo: il patto era una dozzina di bottiglie di gubana (che non ho mai bevuto, quindi sono muy curiosa) e una di verduzzo (che sì, me l'hai fatto assaggiare ed è good) passando, naturalmente per un fantomatico vino sardo. E già che c'eri potevi mettere anche il link alla cicerchia!
    Donnola

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  2. sì sì
    certo
    non vedo l'ora di riempire bottiglie di gubana.. :D
    e ora ti ho messo anche il linquo alla cicerchia, donnola che non sei altro, e ora basta, però, che ho tutti i capelli scarruttati a forza di cercare linqui :)

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  3. Ma che è sta schifezza de link che hai messo alla cicerchia?! Via, via subito! Se proprio dovevi metterlo, potevi metterci il sito! (che ce l'abbiamo, sai). Ma siccome non c'entra una mazza, e poi mi dicono che veicolo prodotti allucinogeni, cava tutto, che è meglio!

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  4. ammèmmi piaceva questo
    mi faceva troppo ridere!
    :)

    (ma sapevo che ti saresti incaz.. non ho restistito, confesso:)

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  5. ne ho trovato uno ancora meglio :)

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  6. Madò, la Marica che bazzica per I blogghé. Attenta che poi prendi il vizio! ^_^

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  7. Compagni di merende di Archetipi, volevo dirvi che siamo alla Feltrinelli in Duomo (Milano), in bella vista nel settore horror!! - Samuel M

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  8. Gubana in bottiglia, sei di un perfido che neanche immagini...
    però potresti pure ricavarci un racconto.

    Ian

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  9. Amo questa donna.
    Devo chiederle di fuggire con me in Giamaica.

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  10. Ian, certo, la gubana in bottiglia. Quando torniamo dalle cene, è nostro solito attaccarci alla gubana!
    Marica

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  11. Non posso che confermare!

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  12. oh!
    finalmente una recensione fatta come si deve, su questo blog!
    :-)

    e comunque manco io l'ho mai bevuta la gubana!
    potrebbe essere un'esperienza particolare...

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  13. Si si, ridete delle bottiglie di gubana... ma voi non sapete dei bravacci di Udine che hanno convinto una studentessa di fuori a ordinare a un oste friulano "una caraffa di frico". Purtroppo non esistono reperti visivi.

    So che non si dovrebbe intervenire per commentare i commenti, ma visto che commentando accedo direttamente alla qualifica di strafigo, da buon strafigo faccio quello che mi pare

    Un x.x.

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