giovedì 31 dicembre 2009

Un post come un altro


E siamo all'ultimo post dell'anno.
I contorni si sprecano in classifiche e riassunti e bilanci e inventari e buoni propositi e invece io no.
Io vi saluto con un post come un altro.
Certo, finire un anno è sempre piacevole.
Non potremmo mai vivere in un continuum di qualcosa, e abbiamo bisogno di spezzettare il tempo per saperlo gestire, per poter dire che esiste, e che esistiamo anche noi.

E infatti ne approfitto anch'io, di questo nodo di festività che ci spezza e fa invecchiare, per ritirarmi in riva al mare, proprio quello lì dell'immagine che vedete. E mi rilasserò leggendo e correndo e dormendo anche per tutti voi, se era questo che stavate per chiedermi. :)

Tanto per farvi vedere che anche io metto le virgole e i punti e virgola, in questi due giorni ho scritto l'ultimo pensiero di gelo con tanto di breve e-book anche lì. Non lasciatevi ingannare... non è un ebook con mire di diffusione blog. I pensieri di gelo sono e restano il mio diario privato ma anche pubblico, e stanno benissimo come stanno. Però mi sono reso conto che c'è davvero un sacco di roba lì dentro, e non tutta inutile, e l'ebook era un tentativo di vedere cosa succedeva a fare una specie di selezione. (Anche se non l'avrei mai fatto se io-so-bene-chi non se ne fosse uscito con sa-bene-lui-quale-cosa).
Ho addirittura aggiornato il povero e bistrattato 100', e non avendo il tempo per scrivere una cazzata da cento secondi l'ho scritta in inglese, che così se vi va me la correggete e io imparo.
E poi ho aggiornato pure il blog in friulano, e non contento ho addirittura aperto un blog di parole in via di estinzione da salvare, che ora lascerò morire.
Insomma... ho messo delle virgole e dei punti e virgola.
Inoltre ho pure vuotato il desktop a un livello accettabile... anche se voi non potete vedere, ma lui adesso, finalmente vede me, senza doversi districare tra la variopinta boscaglia di icone inutilizzate.

Ma vediamo di scrivere questo post.
Oggi ho letto un paio di e-book.
Ormai sapete che ogni anno vi regalo l'ibucche e a quanto pare ho lanciato una moda. :)
Mi sono letto quello di Alessandro McNab Girola, che spesso non riesco a seguire a dovere perché iperattivo e iperproduttivo, ma che giustamente si meritava un regalo, e l'unica cosa che io so regalare veramente è il tempo. Così ho speso del tempo a leggergli ANTIQUA GENS, il racconto ambientato nel '17 dalle mie parti, ispirato, checchè ne dica lui, dal Zeferina che non ha finito (dallo a me... dallo a me...) e dalla corsa selvaggia appena letto, entrambi di Coltri. I miti del folklore locale intrigano anche a me, e avendone a disposizione decine e decine prima o poi li studierò.
L'ebook di Alessandro è una piacevole lettura, ben gestito, nel complesso, un po' telefonato e moralista il finale, ma si sa, è tutta questione di gusti. Leggetelo, il ritmo è più che discreto e non farete fatica a finirlo (un'oretta o anche meno, se non perdete tempo a scrivere cazzate all'autore durante la lettura).
(però ciccio, se ti becco di nuovo che scrivi tu sai cosa, ti taglio le ditine...)

Mi sono letto anche l'ebook del triestino iperattivo e logorroico, japan inspired. Lo dice lui stesso che gli piace scrivere ridondante e iperaggettivato e iperdescrittivo. La storia la trovate sul viaggio sciamanico e si chiama IL PADRE DELLE OMBRE. Parla di samurai, di vecchi saggi, di demoni e spiriti Antiqua Nippons, però vi dico subito che la trama non è certo il suo punto vincente. E' un racconto che gioca con le simbologie, il ritmo e i colori dei sensi. Vista, tatto e udito, in particolare. Se volete rilassarvi con una fiaba dalla scrittura armoniosa e leggiadra, beh, fatelo. Io a parte l'umlaut su maelstrom che ce lo avrei messo anzichenò non ho avuto da ridire (anche se poi ho capito perché...). Quindi sì, consigliato anche questo. Bravo Matteo.

Poi mi sono letto pure il fumetto che il buon Valentino Killingjoke Sergi (per altro scopro ora che il Z&M chiude i battenti) mi aveva regalato a padova e anche se io non ci capisco namazza di fumetti, o comunque molto poco, gli dico lo stesso che il primo proprio non mi è piaciuto, ed è per colpa sua. :)  Troppa morale, ma troppa troppa; tratto... beh, a tratti non azzeccato e quasi mai azzeccata la scelta del primo quadro in pagina pari e anche la scelta onomatopeica del "cram". Non basta a salvarlo il riuscito passaggio dal flashback alla narrazione diretta, che mi ha sorpreso. Molto meglio la seconda storia, con alcune idee riuscite e il personaggio principale che dice la sua (i disegni però erano sputati quelli di nonmiricordochi che disegnava per intrepido eoni fa, mi hanno fatto tornare piccolo). Comunque anche a te Valentino ti ho regalato tempo, non ti arrabbiare :).Il progetto Zeto, in ogni caro, mi è piaciuto. 

E poi che altro... Ho letto criticamente una bestia gracile e ne saluto anche il papà; non sono riuscito a leggere la creatura di Alfredo, ma se mi girano gli zoccoli poi me la stampo e me la leggo al mare. Poi che altro ancora.... Ho una mantellina rossa per la testa, dei cortauguri zuccherosi adorabili e tre fratelli idioti. Quante cose eh?
Poi non lo so... è pure morto Carlo Sgorlon, di cui non ero lettore, ma anche se i tg non ne hanno parlato manco per un cazz (basta vivere in Friuli per essere invisibili) è pur sempre uno scrittore che ha vinto di tutto e a tratti è stato accostato ai nomi per il Nobel. R.I.P. e grazie di tutto.

Poi l'ultima cosa. Anzi, la penultima.
Come sapete è da un po' di mesi che ho smesso di far concorsi e anche di partecipare attivamente a forum e community varie. Sto benissimo così, anche se ancora l'auspicata focalizzazione dell'attenzione verso progetti più organici non c'è stata, ma ci sta stando. Comunque ho deciso che farò un'eccezione che non sia per fini di amicizia. L'eccezione riguarda il 1° FANTASY HORROR AWARD!

Cioè, voglio dire, non è un nome fighissimo? A me quella cosa di award mi stuzzica gli orpelli da far sgomento! E io ci voglio essere al 1° FANTASY HORROR AWARD, tra golem di zucchero, streghe di carta velina, draghi di polvere e shocking vamp (nel senso dello spirito rosa shocking dei Transvision Vamp, per chi se li ricorda...) pare che sarà una roba figosa, figante e figherrima. Vi copincollo il pezzettino più utile:
"La kermesse si terrà a Orvieto, nella prestigiosa cornice del Teatro Mancinelli e in altre sedi della meravigliosa cittadina umbra.
Il Fantasy Horror Award sarà un festival che spazierà a 360 gradi nel mondo del fantasy e dell’horror. Sarà una vera festa di cinema, serie TV, fumetti, musica, giochi, letteratura. Sedici premi – rappresentati da altrettante raffinate statuette – verranno assegnati a importanti registi, attori, artisti effetti speciali, produttori, fumettisti, scrittori, editori e sceneggiatori internazionali"
Insomma.
Vedete se ci volete essere pure voi dai... Scadenza 20 febbraio, alla peggio.
(è che questa cosa di award mi fa proprio dare di matto... non ci posso fare gnulla... :D)

Siamo arrivati alla fine. Lo sapevo che sarebbe stato un post lungo, ma avevo proprio voglia così.
L'ultima cosa è l'ebook.
State tranquilli, non lo dovete leggere.
Praticamente da tutte le parti vi sparano in faccia e-book e racconti da leggere. Non mi sognerei mai di volere o aspettarmi simile cosa. Già se siete arrivati a questo punto del post avete problemi di sociopatia rilevanti perché nel frattempo avreste potuto sposarvi, divorziare e concepire due gemelli (in quest'ordine).
O comunque, nel caso non vi passi un cazz, non lo dovete leggere nemmeno tutto.
Nell'introduzione c'è spiegato che la maggior parte dei raccontini è già passata sulle pagine di questo blogghe, altri invece no, sono roba mai letta, di cui ho pensato bene di non farmene niente e regalarvela.
Nell'introduzione c'è una breve descrizione di ognuno, così potete scegliere di leggere solo quello che vi va.
Il titolo vale da solo l'ebook, comunque. E' uno dei versi meglio che ho mai scritto.
QUADRI PER PRIGIONI lo scaricate da ebookgratis cliccando QUI, oppure sull'immagine.

Ho finito!
Un gaudente saluto a tutti!
E buon 2010.

martedì 29 dicembre 2009

"L'eterno secondo" dono a Lor Signori

Questo post doveva essere un altro post ma siccome non sarà quel post, allora il post di domani conterrà anche le cose che dovevo dirvi oggi, e oggi vi lascerò un racconto che non avrei messo mai. Quindi, riassumendo, metto il "mai" al posto dell' "adesso" e l"adesso" al post(o) del domani! Chiaro?
Spero di no... così, tutti confusi, potrebbe essere che vi leggete la seguente minchiata.

Che poi, riflettendo, non so perché continuo a mettere questi divertissment su questo povero blogghe? Credo sia perché non so scrivere altro :)
Comunque facciamola breve.
Avete presente minuti contati? Beh, siccome di solito "partecipo senza partecipare", anche l'ultima volta ci ho provato, ma il tema mi faceva un po' cagher, e così ho buttato giù cinque righe e poi ho smesso. L'altro ieri mi è girata bene e l'ho finito, tanto per vuotare il desktop, come faccio ogni fine anno.
So che è una vaccata, eh. (Mi fa ridere una frase sola, indovinate quale). Però la colpa è tutta di quello che mi ha costretto a questo cambio di post(o). Lui sa chi è.
Ecco a voi:

L'ETERNO SECONDO

«E se mi uccidessi?»
Me lo dissi ad alta voce, da quanto fu improvvisa l'idea.
Iii e Iv ormai mi conoscevano ed erano abituati ai miei borbotti, ma Xii, per esempio, con cui non parlavo quasi mai, mi aveva lanciato un'occhiata che avrebbe fermato un treno, e così mi azzittii.
Per di più era il mio turno, e distraendomi non mi sarei fatto di sicuro degli amici, lì nel giro.
Rimasi immobile come ogni volta, da decenni a questa parte.
L'asta mi sfiorò la fronte, carezzandomi senza calore. Di fianco I aveva appena subito lo stesso trattamento, ma io non lo degnai di uno sguardo.
Potevo immaginare benissimo la sua faccia compunta, gli occhi socchiusi, con l’espressione di un maggiordomo impeccabile che ha appena servito una cena perfetta, e attende di essere congedato.
Erano decenni che non ci scambiavamo una parola.
I come Imbecille, pensavo.
I come idiota. Ignavo. Immondo. Imputridito.
Più lo guardavo e più ero ispirato: Incivile… Indegno… Indolente… Infingardo…
E insolente, certo! O insulso, perché no.
E Insipido, anche se di certo non se lo mangerebbe nessuno.
Oppure Inverecondo, con un po’ di fantasia.
Insomma…
No, no. Insomma non era un insulto. Era per dire che insomma, la mia era proprio invidia!
Pura e semplice invidia, lo ammetto.
Non solo lui era ed è tuttora uno degli unici quattro a potersi permettere un nome così corto e prestigioso, ma era soprattutto uno che mi arrivava sempre davanti, e a me, confesso, stava enormemente sul cazzo!
Sono un eterno secondo, okay, lo ammetto, e sono invidioso, non ci posso fare niente.
Ma perché abita proprio vicino a me, ‘sto stronzo! Mi chiedevo. Non passava giorno.
E ormai questo fastidio che mi rodeva l'anima si era inselvatichito ed era diventato cattiveria. Non so se lui se ne fosse accorto, perché di certo non gli avevo dato modo capirlo, ma quella che stavo covando da un po', era rabbia.
Rabbia e depressione.
Me lo aveva detto anche Xi, lui che s'intende di cultura zen e di tutte quelle cose come le farfalle cattive che sbattono le ali per far morire quei poverini dell’India o gli alberi che cascano da soli nella foresta senza nemmeno l’aiuto di una motosega. Xi diceva che le due cose andavano di pari passo e che mi sarei dovuto trovare qualche diversivo, qualche hobby per incanalare il flusso delle energie negative. Beh… diciamo pure che l’ho mandato affanculo. Cosa ne voleva sapere lui, dei miei problemi? Lui, che abitava in quel bel quartiere, non ce l’aveva mica un vicino di casa pieno di spocchia e vanagloria come il mio! Lì abitava solo gente tranquilla, tipi come quello che chiamavano mister X, un tizio che sembrava non sapere mai nulla di quel che gli succedeva intorno, oppure l’altra simpaticona, Vii, sua cugina, che non ho mai capito fosse così insulsa o fingesse.
Comunque torniamo al problema principale: «E se mi uccidessi?» mi chiesi.
Beh, se son qui che vi parlo è ovvio che non l’ho fatto, ma pensarlo mi ha dato modo di trovare la soluzione.
Io lo so che non sono indispensabile, non lo è nessuno di noi. Nemmeno quell’idiota di I con la sua boria. Anzi, il mondo girerebbe anche se scomparissimo tutti. Basterebbe smettere di accarezzarci la testa con quell’asta minacciosa, per tenerci buoni.
Ce ne andremmo, uno a uno, e tutto continuerebbe a funzionare.
È questo che ho pensato prima di prendere il coraggio a due mani e scaraventarmi con tutta la forza che avevo in corpo contro di lui.
Lo avrei colto di sorpresa e lo avrei spinto oltre i confini del tempo e dello spazio!
In fondo eravamo sempre due contro uno, giusto?
No.
Si rivelò sbagliatissimo!
I esercitava evidentemente le arti marziali. Non chiedetemi quando abbia imparato, vi ho già detto che non lo cagavo molto. Beh, per farvela breve, fece una di quelle cose tipo sfruttare l’energia del nemico contro se stesso per fargli fare una figura di merda.
Ovvero mi fece fare una rotazione perfetta e mi ricacciò da dove ero venuto a doppia velocità.
Fu un delirio.
Sbattei contro Iii con la forza di un toro che incorna tre birilli. Lui, per il contraccolpo, finì contro Iv, che poveretta se ne stava lì a fianco, ignara di tutto. La “v” di Iv si staccò e scivolò, irrimediabilmente, nell’oblio, oltre il bordi del tempo. I due, Iii e quel che restava di Iv, si appiccicati in un groviglio, e da quel giorno si fece chiamare Iiii.
Io, con qualche ammaccatura, mi ritrovai al posto di Iii, il doppio più lontano da I.
Lo so, lo so, è un po’ difficile da spiegare.
Fatto sta che i problemi da allora si sono risolti.
I mi sta lontano e io sto lontano da lui.
Mi dispiace un po’ per Iv, che non esiste più, ma devo dire che Iiii è molto più simpatica, o simpatico, non è che abbia un sesso ben definito, dalla volta dell’incidente.
Comunque tutto è bene quel che finisce bene.
E se vedete un orologio con un IIII al posto del IV e con un II al posto del III, beh, salutatemi.
Quello sono io!

lunedì 28 dicembre 2009

"Malarazza" di S. Marolla****

Non è per niente facile parlarvi di quest'antologia.
L'hanno fatto tutti.
O almeno, provate solo a ficcare, a scelta, due parole prese tra "malarazza, marolla, epix, mondadori" su gooooogle e scoprirete un sacco di cose. Linquandovi dei post accazzo ne hanno parlato (bene) qui su horrormagazine, qui da mcnab, qui da midian, qui dal cumbrugliume (che mi sta simpatico solo perché dice blogghe anche lui e mette la rece del film della passera dentuta il xmas day), qui dal triestino logorroico, e insomma, mi avete capito, un po' in un sacco di altri blogghe e siti.

E cosa dovrei dirvi io di nuovo?
Decisamente niente.
Se vi ricordate vi ho rotto già i coglioni perché di questo libro ne compraste due copie.
Spero voi l'abbiate fatto, perché essendo un epix che adesso o te lo paghi triplo e di devi scazzare a comprartelo su ebay (oppure hai culo e lo trovi in qualche edicola dove si è perso in mezzo alle copie degli urania invenduti) ora potrebbe essere davvero una ottima merce di scambio, quella copia in più che non avete ancora regalato alla tipa/ al tipo che vi volevate trombare.
(o che, più verosimilmente, ve l'ha restituita, con tanto di ben servito, dopo essersi cagato/a addosso durante la lettura).

Insomma, tutto questo tergiversare per dire che mi sento un po' sciocco a parlarne anche io come hanno fatto tutti: "Ah che bello!" "Ah che figo" ecc ecc.
E allora concedetemi di parlare in scioltezza, magari tirando dentro il libro, oppure no. Non so.
Quel che viene.

Si parlava, con la regina dei corti, dello scrivere per gli stupidi, della superficialità, del fatto che sempre meno si legga con profondità, spinti inevitabilmente da una forma mentis sempre più legata all'immagine, alla semplicità cattiva, alla leggerezza anticalviniana, spesso sfociante nel vuoto.
Sì parlava col gatto del fatto che un domani, incubo degli incubi, chi adesso coglie cosa sia il buon senso nella scrittura, l'onestà, il valore, possa trovarsi in minoranza, immerso in una folla che inneggia alla mediocrità considerandola punto di elevato valore (letterario, ma anche artistico in generale)
Pensavo a come a volte riesca a percepire, e non sbaglio, quando due miei prodotti, A e B, siano di diverso spessore, diciamo A>B, eppure io consciamente proponga, nella giungla, il prodotto B, perché darwinianamente parlando, prodotto più adatto ai divoratori di pagine. Prodotto che sarebbe subito assaporato, e quindi anche digerito, e quindi anche dimenticato (okay, volevo dire cagato) in brevissimo tempo.

Ebbene. Questo libro, che tanto per liquidarlo in due battute è un'antologia di racconti horror molto efficaci, possiede due qualità che non sempre si congiungono nelle stesse pagine: l'onestà e l'immediatezza.
L'onestà, potete anche declinarla con "stile" o "bravura dell'autore" se vi va, ma io per onestà intendo proprio un qualcosa che traspare da ogni riga. Un modo di scrivere che è nato da mattoni piccoli, messi insieme uno alla volta, fino a formare un edificio pieno, e non cavo. I racconti possono anche non piacere, ma sarebbe capzioso e ridicolo non riconoscervi questa qualità. Chiamatela sincerità, che forse è meglio.
Poi l'immediatezza. L'arrivare dritti dove devono arrivare. Potete declinarla in semplicità, se vi va, o assenza di fronzoli, o scorrevolezza, o fruibilità. Insomma... questi racconti mettono d'accordo tutti. Cercano le paure umane e le declinano in racconto. Troverete ciò che vi colpisce, ciò che vi fa paura.
Dipende chi siete, cosa temete, quali sono i vostri incubi.
Ma lo troverete.

E dopo aver trovato la vostra paura ammirerete come è stata usata contro di voi, come la finzione si è rivelata, lasciandovi al sicuro eppure coinvolgendovi (è il bello dei film, dicono). E ve lo ricorderete quel racconto, state certi. Ve lo ricorderete a lungo.

Vi faccio un esempio, declinandolo sulla mia persona.
Tra i miei preferiti, anzi, forse il mio preferito in assoluto, c'è Tè nero. Un racconto che lavora sull'archetipo della casa stregata inserendoci quello del labirinto e come villain, il classico contrasto del non è ciò che sembra, ovvero una vecchina... Ecco, ora aggiungeteci che uno dei miei incubi ricorrenti è quello di non poter scappare, di non poter combattere, di correre e rimanere fermo senza avere la possibilità di lottare, che è esattamente ciò che succede alle vittime di questo racconto.
Aggiungeteci una struttura perfetta, un'assenza totale di elementi inutili o descrizioni eccessive, un punto di partenza originale che rende originale la stessa struttura del racconto...
E' evidente che per me, questo racconto vale da solo l'intera raccolta!

So per certo che molti si saranno cagati addosso con "Sono tornate", racconto lungo dove due gemelline demoniache modello shining, in una struttura che nella prima metà è simile a quella di "IT", sono quanto di più spaventevole voi possiate immaginare. Ma per dire, lì il discorso è già diverso. Ciò che attrae, di quel racconto è come ogni riga (non è un'esagerazione) abbia della colla per tenere gli occhi sulla pagina.
Ogni riga, dalla prima all'ultima.
(e poco importa, se vogliamo, che la storia della suora sul convento maledetto, sia considerabile un orpello, in un certo senso)

Insomma. direi che può bastare.
Lo so... lo so... non è una recensione, ma non ne ho fatte mai.
Sennò dovrei mettermi lì a descrivere la piacevole seconda lettura che hanno racconti come "Il nemico è...", "Il giorno che era il giorno" o "Coccodrilli"; oppure di quanto è memorabile un personaggio come il Cerutti, oppure di quanta Milano Samuel ci ha infilato in questo libro (la Milano da bere e quella grigia, dello smog, ma anche quella bella, della città che si agita sotto i piedi dell'uomo).
Oppure dovrei perdere tempo a dire che la copertina del libro fa cagare (ma cagare forte, anche perché ti dà l'idea che quelli della mondadori manco l'hanno letto il libro, se non altro perchè se mi molli il file te le faccio bionde io, con il gimp, le gemelline siamesi!) oppure che i personaggi di Samuel si pisciano un po' troppo spesso addosso e hanno troppo la tendenza a mesmerizzarsi. :)

Insomma dai. Accontentatevi e cominciate a chiedervi come fare a leggere questa antologia, ora che vi siete pentiti di non averla comprata quando vi avevo detto di farlo.
Per fortuna che vi dò anche questa risposta.
Malarazza sarà un premio della futura edizione del Fun Cool!
Contenti?
Spero di sì.
Ciao ciccipucci!

domenica 27 dicembre 2009

"I diavoli della Zisa" di Filippi L.***

Ecco qua, freschissime di lettura (l'ho finito dieci minuti fa), due righe su questo Cortoromanzo di Luca Filippi, edito dalla Leone editore e prestatomi dal buon Midian e da lui già recintato.

Allora, che mi piacciono i romanzi corti già lo sapete, giusto? Bene, lo stesso favor provo per i racconti lunghi che si chiamano Cortoromanzi, come questo. Una settantina di pagine (suvvia, diciamo 60effettive) che si leggono con gaudio nel giro di un pomeriggio, come ho fatto io oggi, in compagnia di un the e del dub friulano dei Resistence in dub, che con un noir storico c'entrano come i cavoli a merenda, ma mescolare piaceri non ha mai fatto male a nessuno... o quasi.

Ma torniamo al librettino del buon Luca, (è meglio parlarne bene, dell'autore, perché come accade di solito qui arrivano sempre gli autori a leggersi e vedendolo in foto mi sono già cagato sotto, che sembra quasi più cattivo di me!) che è davvero un qualcosa di apprezzabile, perché ha il merito di contravvenire a tutte quelle piccole critiche che solitamente noi cagacazzi di autori underground che non siamo altro rivolgiamo alle piccole case editrici.

Tanto per cominciare il libro è curato. La copertina è sobria ed elegante, non ci sono errori di battitura/refusi o imperfezioni grafiche e di stampa, ci sono pure i risvolti, fa parte di una collana che ha una integrità e coerenza logica interna... insomma. E' finalmente un libro sul quale ha senso spendere sei euri, e per questo credo una parola di apprezzamento vada spesa per la leoni editore. che per altro non pare essere una casa editrice così alle prime armi. Anzi, proprio la collana dedicata a questi cortoromanzi storici, con copertine simili (cambia il colore) e con nomi come Pirandello, Verga, Svevo affiancati a esordienti, è qualcosa di parecchio interessante. (Sempre per timore dell'autore aggiungo anche che per i tipi della leoni è uscito il  suo secondo romanzo, che è più lungo e di un'altra collana)

Aspettate... sento delle voci in lontananza...
[Oh stronzo! ma ci vuoi parlare del libro o no?]
Boh, non capisco bene cosa mi stanno gridando, comunque meglio che vi parli del libro.

E' un noir storico, giocato su due piani temporali che si alternano e che contrappongono le vicende di due studiosi (un paleopatologo e una genetista) datate 2008, e le vicende di Pietro II di Sicilia, datate 1342, dall'altro. La vicenda poggia le basi su alcuni fatti storici, quali i tre cadaveri trovati nel sepolcro di Federico II di Svevia, nella Cattedrale di Palermo (dove si svolge parte delle vicende) e le circostanze di frettolosa e misteriosa morte di Pietro, probabilmente vittima di congiura.
Il titolo viene dall'altro luogo, La Zisa, ovvero il casino (no, non c'è l'accento sulla o), splendido edificio che conserva il nome arabo che sta per "la splendida".

Visto che non mi va di dirvi altro sul libro, visto che essendo corto ve lo potete andare a leggere, se vi capita sottomano in libbraria, vi dico qualcosa sui diavoli, che così vi risparmio di wiki-tediarvi e vi rendo persone più colte. Tanto per cominciare eccoveli qui i diavoli...
Dai provate a contarli...
Vi lascio... un minuto!
(è concesso ingrandire l'immagine per farlo)
Pronti?
Via!
...
...
...
Contati?
Bene.
Dovete sapere che la credenza popolare dice che contare i Diavoli della Zisa porta un sacco di sfiga, e anzi, siccome sono i custodi di un tesoro fatto di tanto monete che, come i loro guardiani, è impossibile contarle, si dice che il giorno in cui si riuscirà a contarli sarà il giorno in cui finirà la miseria di Palemmo.
Comunque potete trovare un po' di credenze popolari qui oppure qui.
Come dite? Che sono un bastardo e che ora siete pieni di sfiga?
Sì, lo sono. :)
Però vi dico anche questa cosa simpatica: c'è un detto popolare palermitano che fa "E chi su, li diavoli di la Zisa" che si dice di quelle cose che le conti e i conti non tornano.

Comunque torniamo al libro.
La scrittura è sobria, forse a tratti, ma solo a tratti, appesantita da qualche infodump di troppo o da qualche ingenuità, su qualche frase. Ma sono peccati del tutto veniali che non si notano nemmeno, perché il libro scorre bene e si legge d'un fiato. Molto adatto il registro utilizzato per la parte 2008, mentre a voler fare i pignoli qualche modifica sui dialoghi del 1342 si poteva cercare, ma è anche vero che siamo in un'epoca in cui non si parlava l'italico e questo avrebbe davvero snaturato la scioltezza del libro, e quindi va bene così.

Mi sono chiesto, durante la lettura, se la leggenda relativa al contare di diavoli fosse già valida nel 1342 e credo di no (il tempo di sedimentazione di una tal credenza popolare credo fosse più lungo, soprattuto se si va a vederne le cause),  mentre più probabile che fosse già valida la credenza che questi "diavoli" (che poi sono figure mitologiche) custodiscano un tesoro. Comunque sono finzioni letterarie innocue che ho apprezzato, così come la costruzione della storia.

Bene. Basta.
Come al solito anche troppo.
Ben vengano autori underground come questo!
Al prossimo... e ricordate di andare a votare la storia di Samuele nel post successivo!

sabato 26 dicembre 2009

La Seconda Che Hai Detto - episodio 6



Okay! E' l'ora! Lo so che per ora siete ancora in pochi, a esservi affezionati alle avventure di Samuele, ma secondo me non stanno venendo nemmeno così male.
Ecco la sesta meravigliosa piccola puntata, in cui scegliere, come al solito con un commento al post, la vostra ipotesi di continuazione.
Tranquilli, non serve che vi rileggiate le puntate uno, due, tre, quattro e cinque. E secondo me non serve nemmeno vi rileggiate il regolamento che tanto non me lo ricordo più nemmeno io!
E non credo che serva nemmeno un riassunto delle puntate precedenti. Vi basti sapere che Samuele ha visto una vecchia gettarsi dal tetto di una grande chiesa e spiaccicarsi a terra diventando fango. Preso da un impulso irrefrenabile si è portato il fango in ufficio e ora è impegnato a nasconderlo al suo collega gay. Ah già, il fango è vivo. :)
(la foto non riguarda questa puntata me quelle future, che promettono meraviglie... faccio hype)
Buona lettura, e vedete di dare la vostra opinione!


- 6 -

Quando tornò la poltiglia fangosa zampillava allegra tra gli scaffali dello schedario.
Usando chissà quale logica propulsiva saltò sulla scrivania con un tonfo e s’incolonnò come se fosse un piccolo vulcano.
Samuele trasalì.
«Ma puoi stare un po’ ferma cazzo?!» intimò a voce un po’ troppo alta, rendendosi conto di averle appena assegnato, senza alcun motivo, sesso femminile.
Il cumulo di fanghiglia rimase immobile, chiaramente offeso dal rimprovero, o almeno così gli parve.
«Non puoi fare tutto questo baccano o Fulvio…» la porta si spalancò di colpo.
«Mi ha chiamato?» gli disse l’altro col tono falso del traditore «Oh! Ma cos’è quella cosa che hai sul tavolo? Dove l’hai preso? Sembra una groooossa merda!»
Samuel in quell’istante sentì di odiarlo, ma vedendo che il grumo di fanghiglia rimaneva immobile, e colto improvvisamente da un raptus di gelosia e da un istinto protettivo, sparò: «Ma che dici? Non lo vedi che un souvenir del Vesuvio?!»
«Ma sei scemo?!» ribattè Fulvio guardandolo negli occhi «Questo è tutto tran» le parole gli s’incastrarono nei denti. Sulla scrivania c’era esattamente una grossa, marrone, perfetta copia di un vulcano.
«Ma… ma dove l’hai presa?» chiese Fulvio basito.
«A Napoli, ovvio!»
«E quando, di grazia?»
«Nel week-end, ovviamente! Non lo vedi che è nuova?»
«Mah? Questo week-end?»
«No, al tempo dei Romani!»
«Ma quando ci saresti stato, scusa? Sabato eri su facebook! Ti ho visto! E… E anche ieri!»
«Ho aggiornato dal cellulare, ovvio»
«Ma il tuo non c’ha internet! E poi non c’era il telefonino piccolo vicino al messaggio! Lo avrei notato!»
«Eccheccazzo Fulvio! Ma cosa stai tutto il fine settimana a leggere il mio profilo? Okay… okay… la mia amica aveva il portatile»
«Hai una… amica? E ci sei andato a Napoli?»
«Beh, sì, sai i suoi sono di quelle parti…»
«Mah… mah… allora è più di una amica! E dillo bellezza che c’hai una donzella? O è un… donzello e non me lo vuoi dire? Ti ho beccato eh?!»
«Seeee! Ti piacerebbe eh? Donzella donzella! Fidati»
«Macchè, ti ha già presentato ai suoi? Di Napoli? Ma allora sei bello che fregato ciccio!»
«Ma stai tranquillo che non ci sono finito a casa! O meglio… non a casa dei genitori…»
«E quell'obbrobbrio te l'avrebbe regalato lei?»
«Yesss!»
Anni e anni a millantare relazioni con gli amici del calcetto davano a Samuele una verve insperata. Se la immaginava addirittura, questa simpatica moretta con un davanzale tanto, con cui avrebbe trascorso… «E come si chiamerebbe ‘sta tizia?» lo interruppe Fulvio, bruscamente.
«Carmela!» sparò Samuele, senza pensarci due volte «E adesso sciò, vattenne, lasciami lavorare!» aggiunse cominciando a spingere un sempre più basito Fulvio fuori dalla porta.
«Carmelacarmelacarmelacar…» lo sentì borbottare, con accento napoletano, mentre origliava alla porta, assicurandosi che rientrasse nel proprio ufficio. Quando si voltò…
___________________________

  1. … si accorse che quello non era il Vesuvio, ma l’Etna! 
  2. ...sulle pendici di quel finto Vesuvio erano spuntate due tette grosse come pompelmi!
  3. ...il souvenir stava eruttando furiosamente pezzi di fango per tutto l'ufficio.
  4. ...il cumulo di fango stava di nuovo saltellando dalla scrivania allo schedario.

venerdì 25 dicembre 2009

Il racconto di Natale per voi amici di blogghe

Scusatemi, doveva essere breve, ma poi mi è venuto un po' più lungo e pazienza. Spero possiate apprezzarlo lo stesso, il mio regalo di natale per gli amici di blogghe.


TRA TRENTA METRI, SVOLTARE A SINISTRA

Ludovico strabuzzò gli occhi, sfiorando con le sopracciglia il pelo bianco del berretto.
In tanti anni non gli era mai accaduto. Balbettò qualcosa, stropicciandosi la barba biancastra e stoppacciosa, ma l’agente sembrava irremovibile.
«Ma…com’è possibile… sono anni che lo faccio. Non faccio del male a nessuno.»
«Mi spiace molto» disse l’uomo della polizia municipale con un tono che dichiarava il contrario «ma il regolamento comunale parla chiaro: lei ha bisogno di un’autorizzazione.»
«Ma la prego… Guardi…» supplicò Ludovico agitando in aria un Gormito grosso quanto un nano da giardino «È tutta roba di marca… sono doni sicuri, mica li ho comprati dai cinesi… e poi andiamo, ce l’avrà anche lei un figlio o un nipotino, noh?»
I bambini, sparsi tutt’intorno, assistevano alla scena fissando il sacco di juta che quello scassato Babbo Natale teneva aperto. Mentre con gli occhi tentavano di sbirciare quali altri regali celasse, col pensiero proiettavano uragani d’odio contro quel vigile impiccione che li aveva privati dei giocattoli.

Kevin sospirò, osservando le luci dei lampioni che si allontanavano nel buio, seguendo le curve della strada, come la coda di un serpente gigantesco. Anzi, se lo immaginò proprio, una sorta di immenso Razzle, il suo gormita preferito, che aveva appena ingoiato tutte le case, mentre gli abitanti dormivano ignari.
Razzle era un gormita buono e lui si sentiva sicuro, lì, in mezzo a quel ventre immaginario, in procinto di dirigersi verso la coda.
Si guardò in giro ancora una volta, ma non c’era anima viva. I suoi dormivano, sfiniti dal pranzo natalizio e dall’interminabile viavai di parenti, e mentre camminava rasente i muri, le uniche luci accese erano quelle natalizie. Aveva ragione il suo amico Maurizio, aveva fatto bene a puntare la sveglia del cellulare alle tre, invece che a cercare di rimanere sveglio, aspettando il sonno altrui.
Adesso aveva freddo e gli scappava la pipì, ma non avrebbe certo rinunciato per così poco.
La casa della befana era là, poche decine di metri oltre il buio.
Ne intuiva la sagoma e il fumo bianco che copriva le stelle, attorno al camino.
Le luci, come sospettava, erano accese.

La vecchia era in pensiero.
Era tardi, molto tardi.
Afferrò il telecomando e spense la tv, che ormai dava solo vecchi film noiosissimi, che tanto lei, quasi sorda, non avrebbe potuto comunque seguire.
Si alzò dalla sedia, e zoppicando sul suo bastone raggiunse la stufa. Afferrò con le mani rugose l’ultimo ciocco e lo gettò sulle braci. Poi, con un mestolo, si riempì una scodella con l’acqua che già da un po’ bolliva in una pentola e andò verso la credenza, per prepararsi un’altra tisana.
Un frate pacioccone la osservava dalla confezione verdastra, penetrando a fatica la sua cataratta.
Avrebbe dovuto essere diuretico, quel miscuglio di erbacce e rametti sbriciolati, ma a lei sembrava solo che le smuovesse l’appetito, mentre le gambe continuavano a restarle gonfie e pallide come le zampe di una scrofa albina.
Invece di tornare a sedersi si avvicinò alla finestra, per sbirciare le luci del paese.
Dormivano tutti.
Nel buio sbiadito attorno ai lampioni scorse qualche timido fiocco di neve.

Ludovico buttò il sacco dei giocattoli nel bagagliaio del SUV e cominciò a bestemmiare tutte le divinità che conosceva.
«Vigili di merda! Bastardi! Vi potesse venire il cancro ai denti! Merda! Merda! Merda! E tu che hai da guardare? Bacucco di merda!» sbraitò contro un vecchiardo che lo osservava minaccioso quanto l’uomo della birra Moretti.
Era la terza piazza da cui veniva scacciato.
Sembrava che quelli della Municipale si fossero messi d’accordo. Aveva fatto quattrocento chilometri per niente. Buttò il cappello rosso sul sedile del passeggero, si tolse l’imbottitura dallo stomaco e s’infilò sotto il volante, accendendo il navigatore e impostando home.
«Tra trenta metri, svoltare a sinistra» disse la voce di bimba che aveva impostato.
«Mavaffanculova! Brutta baldracca bastarda e comunista!» ringhiò sputacchiando sulla barba, mentre metteva la freccia per seguirne l’indicazione.
«Comunista di merda!» aggiunse tirando un pugno sul volante.

Kevin la vide quasi subito, prima ancora di entrare nel giardino.
Era lei, non c’erano dubbi. Per una volta sua mamma aveva torto.
Se in quella casa viveva la befana, come dicevano tutti, a scuola, era evidente che in quei giorni sarebbe stata indaffaratissima a preparare i regali, e il viso ansioso, con il naso schiacciato contro la finestra, a quell’ora improbabile della notte, ne era la riprova.
E ora che fare?
Aspettò qualche secondo, nascosto dal buio. Un fiocco di neve gli si posò sul naso, poi altri cominciarono a cadergli sugli occhiali, aggrappandosi come ragni di ghiaccio.
Se li immaginò con le zampette che sprofondavano nel vetro.
L’eccitazione aveva scacciato il freddo e il bisogno di orinare, facendo posto alla fantasia.
Quando la vecchia si allontanò dalla finestra se la immaginò rintanarsi in una stanza piena di giocattoli, che affondava le mani in scatole stracolme di componenti di plastica e metallo, per poi fabbricare, rapidissima, robot e PSP, pistole e automobiline.
E Gormiti, naturalmente.
Sì, c’era una sola cosa da fare.
Bussare.
E vedere.

Suo figlio non aveva mai fatto così tardi.
Non l’aveva nemmeno chiamata, per dirle qualcosa, e adesso che la notte era più vicino al caffè, che ai cuscini, temeva di dover trascorrere il primo Santo Stefano senza pranzo insieme.
I tanti anni non era mai successo.
Si sedette di nuovo, davanti alla tisana fumante.
La testa cominciò a ciondolarle, mentre le palpebre si appesantirono. Appoggiò gli avambracci al tavolo e la fronte agli avambracci. Stare in pensiero non serviva: la porta era aperta, e se suo figlio fosse arrivato l’avrebbe svegliata.

Ludovico fece un ultimo tentativo in un parco pubblico, appena fuori città.
Ma un Babbo Natale sciatto, nervoso, con la barba stropicciata e gli occhi spiritati, che gridava come se dovesse venderli, i giocattoli, più che regalarli, pareva più un maniaco male in arnese, che un benefattore.
L’unico che gli chiese un dono fu un marocchino, accompagnato da un bambino sporco e magrissimo. Puzzavano da far spavento.
Ludovico gli lasciò l’intero sacco, dopo esserci saltato sopra a piedi uniti, fino a sentire solo scricchiolii.
Il gormito di plastica lo recupereranno, pensò mentre se ne andava sgommando.

Kevin non aveva bussato, perchè la porta era aperta.
La befana si era addormentata sul tavolo. Una tazza le fumava accanto.
Pozione magica, pensò, senza dubbio.
La stanza non era come se l’aspettava, ma quella, evidentemente, era solo la cucina.
Il tavolo era apparecchiato per due, una pentola bolliva sul fuoco, un enorme orologio a cucù era appeso sopra la credenza. Più sotto c’era un forno a microonde.
Chissà perché se l’era immaginata diversa, la casa della befana. Che si fosse sbagliato?
No. Non poteva essere.
Fece qualche passo in punta di piedi, verso la stanza adiacente, spinse la porta e vide ciò che si aspettava di vedere: giocattoli.
Ovunque giocattoli.
Il viso si aprì in un sorriso radioso, poi un pensiero lo oscurò.

La vecchia si svegliò di soprassalto.
La dentiera le scivolò di bocca, mentre due piccole mani la scuotevano.
«Svegliati! Svegliati! Devi fare i regali! Devi fare i regali!»

Ludovico attraversò il paese a oltre cento all’ora, rabbioso.
Le luci dei lampioni gli erano sembrate la coda di una grossa serpe addormentata.

Kevin scattò all’indietro.
Tutto si sarebbe aspettato meno che la befana cavasse un coltellaccio dal cassetto e cercasse di ficcarglielo nello stomaco.

Ormai era lenta, e zoppa. Era franata a terra dopo il primo passo, nel tentativo di rincorrere quel bambinetto, tutto ciccia e occhiali, che le era capitato in casa.

Ludovico entrò nel viale di casa e non riuscì a frenare in tempo.
Merda! Pensò mentre la faccia di Kevin cozzava contro il muso del SUV e rimbalzava all’indietro, portandosi dietro il resto del corpo. I denti caddero sul selciato del viottolo assieme ai fiocchi di neve.

Lo portò in casa in braccio, preoccupato.
Poi vide che sua madre si stava rialzando, puntellandosi con il coltello.
Vide che gli sorrideva, e anche lui sorrise.
«Buon Natale, mamma» disse mentre un fiotto caldo gli scivolava tra le braccia.
Il marmocchio si era pisciato addosso, ma a parte la faccia, sembra non essersi rotto altro.
Il sangue trasportava verso un rosso più scuro il vestito di Ludovico.
«Mi sa che anche per quest’anno non potrò restituirlo, a quelli del noleggio.» disse lui, mentre lasciava cadere il corpicino sul pavimento.
Dopo qualche secondo, sferrò il primo calcio.

Il giorno successivo l’odore di arrosto permeava l’intera casa, eccetto il bagno, dove Ludovico aveva appena finito di pulire la vasca e un puzzo acre regnava incontrastato.

«E pensa che se ci vedessero direbbero che siamo dei comunisti!» disse Ludovico durante il pranzo, ridacchiando e agitanto la forchetta in aria.

mercoledì 23 dicembre 2009

Delle canzoni con un disco intorno.

Lo so che vi piace di più quando vi parlo di libri, piuttosto che quando vi parlo di musica.
E vi posso anche dare ragione, per certi versi.
Di dischi parlano già in troppi e con la sovraesposizione musicale che c'è da quando i muli e torrenti hanno cominciato a correre tutto è diventato superficiale.
E così succede che quando qualcuno ti parla di un libro, magari anche dicendo qualcosa di sensato, ti fa piacere sentire che dice, sia che tu il libro l'abbia letto o che tu abbia intenzione di farlo, o addirittura anche quando quando prima di leggere quel libro preferiresti leggere la marca della tua cassa da morto.
Da dentro, ovviamente.

Per i dischi è diverso. Parlare di musica è come ballare d'architettura, diceva quel tizio con la barbetta bizzarra che si chiamava come un attrezzo per l'orto, e torto non gli si riesce a dare.
Però sapete che il blogghe è uno strumento d'informazione, e io vi informo che ho ascoltato certe cose, e che magari potrestre ascoltarle anche voi, nel caso vi interessassero.


Cominciamo dal topo modesto.
Che il video e la canzone dei modest mouse siano per me i più meglio dell'anno (si esagera, ovvio) ve l'ho già detto in tutte le salse.
E anche se a voi interesserà di più sapere da quale scrittrice famosa proviene il nome, io vi dirò qualche parole sul disco del 2009, che è appunto l'EP che contiene "The whale song", la canzone di cui sopra.
Non vi dirò nulla dei modest, perché vi potete andare a leggere ondarock, se volete. (Se non volete vi basti sapere che sono dei pochi gruppi che su OR hanno tutti i dischi con un voto alto).
Sappiate giusto che sono un gruppo indie, ma uno di quei gruppi indie così indie che quando uno ti chiede cosa significhi indie tu vuoi fargli capire che indie è roba bella gli presti un cd dei modest mouse (che tu credi dovrebbe piacere già solo per il titolo lungo sei chilometri e che invece puntualmente non piacerà, e mai avrebbe potuto, a uno che fa una domanda simile).
Comunque l'EP è bello, ed è proprio costruito attorno a "The whale song", anche se poi questa è un po' un'eccezione e il resto sono canzoni meno maestose, con un'aria più scanzonata e un uso più forte degli strumenti acustici, compresi banjo e mandolino, per dire.
Insomma, direi che è un disco apprezzabile, per quanto aggiunga molto poco di più al carro dell'ultimo lavoro.

L'altro disco è un disco che tutti aspettavate, lo so. Un disco iperatteso (e iperattivo) e come sempre accade in questi casi, qualcosa non torna, e non potrebbe essere altrimenti.
Non potrebbe essere altrimenti perché quando cominciano a parlarti di supergruppo mesi prima già sai che il disco non rispetterà le tue ambizioni. I tempi dei supergruppi sono forse finiti coi mad seasone quel bellissimo one off project, ma questo non toglie che mescolando buone carte magari non salterà fuori un poker, ma ogni tanto può uscire une bella scala (mi viene in mente, per dire, il primo disco degli Audioslave). Ma torniamo ai nostri amici, i Them Crooked Vultures, che sono, per chi non lo sapesse ancora, l'ormai sempre valido Dave Grohl (che torna alla batteria), l'uomo che ha fatto più featuring di Sangiorgi e Timbaland messi insieme (Josh Homme) e udite udite, metà della storia del rock, cioè John Paul Jones, quello di quelli del dirigibile.
Ebbene... cosa ne è uscito?
Mmm...
Tanto per cominciare una copertina di rara bruttezza.
Poi... Avete presente la perdita di verve e ispirazione dell'ultimo disco dei QOTSA?
Beh, qui non c'è.
E avete presente quei bei pezzoni acidomelodici e quella cattiveria ruvida e quelle invenzioni freerockjazzizzanti di dischi come Rather R, sempre dei QOTSA?
Beh, non ci sono nemmeno quelli.
E allora cosa c'è nel disco?
Diciamo che è un specie di disco dei QOTSA, con metà cose buone, anche se molto somiglianti alle vecchie cose buone dei vecchi QOTSA, e metà cose che boh... non sai mica come prenderle... di certo però non eccelse, né ispirate. Frettolose, mi verrebbe da dire. Un disco fatto di persone coi controcazzi  (musicali) ma che non sono dei geni, e che in nove mesi di gestazione è forse più brava a fare un bambino, che un disco coi fiocchi.
Insomma, il disco è discreto, e se vi piacciono i FF e/o i QOTSA dovete ascoltarlo. Però non caricatititilo di aspettative eh? Che poi mi rimanete delusi.
La mia preferita è Gunman, ma mi rendo conto che è un riff di una banalità smaccata. Eppure...
Voi ascoltatevi qualcosa sul loro space, oppure questa, che è buona.
Oppure il sito ufficiale e festa finita.

Faccio un'aggiunta, visto che siamo sempre in ambito musicale. Leggo su stereogram di questa iniziativa dei Perturbazione, di cui già vi parlai qui. Io ho scaricato e sto cercando di migliorare il mio inglese :)

sabato 19 dicembre 2009

Oltre gli archetipi: Il Domandone Finale

Siamo giunti alla fine.
E' l'ora del Domandone Finale che, tanto per dire, era l'unico che mi interessava davvero anche alla sera della presentazione. :)
(le altre domande erano due domande di riscaldamento e una di riserva)

La risposta, alla domanda che ho fatto, non la so. Anzi, so che è un po' un insieme di tutte le risposte che hanno dato gli autori più l'intruso.
Hanno ragione tutti.

Da un lato la natura umana è per l'appunto, umana; e il concetto di archetipo ha senso solo in rapporto all'essere umano. Quindi no, in questo senso, come ci sono gli umani, ci sono gli archetipi, e cambieranno declinazione oppure forza, ma saranno sempre quelli.

Da un altro punto di vista è vero che l'archetipo promana dall'umano in relazione al suo dentro e al suo fuori. Il fuori sta cambiando sempre più velocemente e prima o poi cambierà anche il dentro. Entrambi cambieranno così tanto da modificare gli archetipi in modo così rilevante poter dire che sono nuovi, rispetto a quelli attuali.

Come chiosa di tutti i ragionamenti, però, se può esser vero che nuovi archetipi stan nascendo, non saremo certo noi viventi (salvo immortalità) a coglierli. Però, come scrittori, (del fantastico soprattutto) possiamo inconsciamente entrarne a far parte. Ed è una bella cosa.

Bene. Queste però erano le mie riflessioni. Il post è lungo, ma molto interessante. E colgo l'occasione per ringraziare tutti i XII+I autori per avermi risposto, e pure con intelligenza. Lo so che sono un maledetto cagacazzi, ma si sa, il mondo ha bisogno di giullari, ne ha sempre avuto.

Ecco la domanda:

Premesso che gli archetipi sono inscindibilmente legati alla natura umana e, quindi, è facile vederne modificate le declinazioni, ma quasi impossibile pensare a una variazione della loro essenza, credi che si possa ipotizzare, dopo gli enormi mutamenti tecnologici degli ultimi 50-60anni (TV, ICT, ecc.), la genesi di NUOVI archetipi legati a questi mutamenti? E se sì, pur sapendo che la natura archetipica di un "fatto" si può cogliere decenni, se non secoli dopo la sua genesi, quali potrebbero essere questi nuovi archetipi?

DANILO ARONA: Negli ultimi anni si stanno "formando" nuclei archetipali horror legati alla modernità. Credo, complice il J-Horror post-Ring. L'immagine di Sadako-Samara che scaturisce da un pozzo e fuoriesce da un tubo catodico - con i pixel e le scariche frequenziali dentro la figura nella versione di Verbinski - ha fortemente influenzato una serie di autori, tanto in letteratura quanto al cinema. Sono i fantasmi della modernità, in grado di essere "imprigionati" da una camera di cellulare, da un programma di PC o dallo svincolo di un'autostrada. Come vedi, non mi sto riferendo a nulla di particolarmente preciso, ma credo che i futuri Archetipi verranno da qui. In modo assolutamente interessato, potrei scommettere sul Fantasma della Strada, al di là o meno che sia donna bionda e di nome Melissa. Ma ad esempio, restando da quelle tragiche parti, il tòpos dell'incidente (stradale e non), della catastrofe (piccola o allargata...), rischia di diventare un Archetipo a futura memoria. Il cinema se ne è già accorto da tempo. Forse manca ancora una significativa consacrazione letteraria... anche se tutta la parte iniziale di "The Dome" conferma quel che sto dicendo. Ma King è il Re...

BIANCAMARIA MASSARO: Per rispondere a questa complessa domanda, mi trovo felicemente costretta a parlare del mio racconto. Rimanendo solo nell’ambito del Mediterraneo, gli antichi Greci sembrano aver detto tutto sull’Erede e il passaggio di poteri e responsabilità tra una generazione all’altra, eppure si continua a scriverci sopra da più di due lunghi millenni. L’ho fatto pure io, aggiungendo un elemento moderno-futuristico come la clonazione, un – discutibile? - successo della scienza che ci costringerà a porci numerose domande su un archetipo così antico. Insomma, credo che i mutamenti tecnologici provochino il diffondersi di nuovi interrogativi, riconducibili però sempre ad archetipi che già conosciamo. Prendiamo l’esempio del “viaggio”: all’inizio rispondeva alla domanda “cosa c’è al di là del mare?”, ma oggi i nostri orizzonti si sono allargati e un giorno arriveremo oltre il sistema solare e la galassia. Eppure la domanda base sarà sempre la stessa: cosa troveremo oltre il confine spazio-temporale che abbiamo ora? E andremo avanti così. Come sempre.

DANIELE BONFANTI: Come riflettevamo durante l'incontro a Padova, gli Archetipi potrebbero essere considerati codice memetico fondamentale dell'uomo, quindi lo rendono ciò che è, così come fa il codice genetico da un punto di vista biologico.
Insomma: siete uomini (siete, io sono gatto) perché condividete questi Archetipi.
Tuttavia, così come appunto i cromosomi cambiano sul lunghissimo periodo, non si deve escludere che anche gli Archetipi cambino e si evolvano. Per cui la risposta - dopo un'iniziale dubbiosità - è sì, gli Archetipi possono a mio avviso mutare, e probabilmente lo fanno per adattamento al mondo in cui l'uomo vive - e di conseguenza è sensatissima la tua ipotesi: mutano di fronte a un mondo che è cambiato. Sopravviveranno alcune mutazioni capaci di radicarsi, mentre la maggior parte delle mutazioni saranno falciate da una selezione, e potranno definirsi "nuovi" quando la mutazione diventa indipendente e con caratteri distintivi propri.
La genesi di Archetipi da zero, completamente nuovi e non derivati da mutazioni, mi sembra invece improbabile. Non dimentichiamo che tutti gli Archetipi sono interconnessi tra loro. Non avrebbe quindi senso dire che si afferma un Archetipo del tutto esogeno, così come non avrebbe senso affermare che in quanto derivato da una mutazione il "nuovo Archetipo" non può essere considerato nuovo ma solo declinazione.
Di prevedere quali saranno non ne sono capace, dovrei tirare a indovinare senza una ricerca ampia, e non è una cosa che amo fare.

IAN DELACROIX: No. Non ne nasceranno di nuovi. Cambierà il vestito con cui si presenteranno o la maschera che indosseranno ma gli archetipi sono sempre quelli, esattamente come la natura umana.
Pensa alle grande rivoluzioni del passato, non so prendiamo la rivoluzione industriale: ha fatto nascere nuovi archetipi? No, ha portato nuove paure, fobie, incertezze, speranze (che poi sono anche queste sempre le stesse ma prodotte da nuovi scenari) ma non ha fatto nascere nuovi archetipi, ha risvegliato i vecchi donando loro nuovi volti, ma se scrosti la superficie e cambi i nomi sono sempre i buoni vecchi cari archetipi che esistono dalla notte dei tempi.

GIUSEPPE PASTORE: Non so se sia proprio nuovo, ma secondo me tra qualche tempo potrebbe essere la paura della perdita dell'identità: i dati saranno sempre meno sicuri, qualcun altro da una parte qualunque del mondo si potrà spacciare per te, e tu non potrai essere sicuro di essere più l'unico "te" in giro.

ALBERTO PRIORA: Rimango della mia idea. La fine del mondo/l'apocalisse. Ma non solo perché siamo in grado di darcela da soli (che però conta, e qui già entra in gioco la tecnologia), ma perché può capitarci anche per pura sfiga. Una meteora, una supernova, una variazione terrestre (e anche qui c'è la capacità tecnologico scientifica di prevederne la possibilita o di accorgersi dell'evento con un certo anticipo.
E poi ci stiamo avvelenando per conto nostro.
Sì. La fine del mondo.

STRUMM: Gli archetipi, almeno nell'interpretazione comune, sono elementi dell'immaginario collettivo che si sono radicati in culture in apparenza lontane e scollegate tra loro. Per poter assumere questo tipo di rilievo ci vogliono secoli.
E' possibile che in futuro se ne consolideranno di nuovi, basati sui mutamenti tecnologici degli ultimi due secoli o su altri percorsi - magari più sotterranei - della storia moderna, ma non possiamo che tirare a indovinare.
La tecnologia, l'informazione, lo spettacolo, possono essere i semi da cui fioriranno gli archetipi del futuro. Tutto assume una dimensione globale ormai e questo favorisce la condivisione dell'immaginario. Al tempo stesso però, la rapidità forsennata con cui ogni cosa viene elevata e seppellita rende tutto più fragile e fugace.
Solo il tempo, in una dimensione che non possiamo contenere nella nostra vita, può determinare cosa sopravvive.

LUIGI ACERBI: Gli archetipi sono universali e appartengono alla memoria collettiva dell’umanità, spesso sono legati a peculiarità della nostra evoluzione biologica, pertanto non sono sicuro che possano bastare poche decine di anni per creare nuovi archetipi umani (i post-umani fanno capitolo a parte).
Forse, però, i mutamenti tecnologici possono permettere ad archetipi pre-esistenti di riemergere con prepotenza – quando sarebbe meglio lasciarli sepolti. Per esempio, lo sapevi che nel lobo temporale di un macaco sono stati trovati alcuni neuroni che reagiscono solo a volti di alieni?

DAVID RIVA: Non ho molta fiducia nella capacità odierna di creare nuovi archetipi immortali. La Velina, forse, ha le doti per diventare un nuovo evento immaginifico. E vorrei sia solo una battuta.
Una riflessione: gli archetipi sono trasversali alle culture e ai tempi, ma riguardano la natura dell'uomo; è difficile che qualcosa sia sfuggito a materie come mitologia, filosofia, scienza, o religione, e che quindi non sia riportabile a un elemento archetipico già presente. La tecnologia ha
accelerato la trasmissione delle informazioni e lo sviluppo del benessere, ma non ha cambiato quelle che sono le strutture più intime dell'interiorità umana. E lì che si collocano gli archetipi. Ti chiedo io, stavolta: l'esteriorità che contraddistingue questi tempi ci permetterà di superare la
paura dell'ignoto, e di andare a sondarle ancora più in profondità? Può darsi. Ma i tempi, io credo, si dilatano con andamento esponenziale.

SAMUEL MAROLLA: credo che i mutamenti tecnologici ma anche sociali degli ultimi anni possano certamente portare a nuovi archetipi del male, fra 40-50 anni. Mi vengono in mente i Mutanti (radioattivi, genetici o di altra natura), entrati nel nostro immaginario collettivo grazie ai fumetti americani o ai film del dopo bomba. Oppure il Virus, batteriologico, informatico o addirittura memetico, potrebbe essere un nuovo archetipo. Internet stesso, che io reputo estremamente terrificante per la sua labirintica e potenzialmente infinita, oscura estensione, contiene in sè le spore di molti Archetipi del Male. E non vediamo l'ora di scoprirli.

J. ROMANO: Sono sicuro che molto altro toccherà il nostro animo al pari degli avvenimenti da cui sono scaturiti i classici archetipi: paura, oscurità, luce, fuoco, ecc...
Ma credo accadrà in presenza di eventi davvero spiazzanti, totalmente nuovi. Mi vien da pensare al salto nello spazio (intendo vivere per lunghi periodi di tempo in basi spaziali permanenti o su altri pianeti) che, prima o poi, l'umanità dovrà fare. A quel punto, il genere umano si scontrerà con cose, eventi ed emozioni, che oggi sono sconosciute o, al limite, alla portata di pochissimi eletti.
Prova a chiedere a un'astronauta cosa vuol dire davvero vuoto, cosa significa farsi una passeggiata nel buio dell'universo, come ci si sente a non aver peso o, ancora, ad aver paura di scivolare nelle profondità del sistema solare...
Non sono cose legate solo alla fantascienza, eh! Anzi, sono più vicine di quanto si possa pensare. E solo questione di costi, motivazioni e opportunità.
Gli "archetipi immaginari", per esempio, sono sempre più reali. Ragioniamo sul robot o sull'apparato robotico/bionico, ancor più attuali date le recenti notizie.
La mano e l'occhio bionico sono realtà, dunque. E stiamo parlando di concetti teorizzato poco più di mezzo secolo fa, come le emozioni che avrebbero suscitato.
Martedì scorso, quando ho visto un video in cui un ragazzo muoveva una protesi bionica con la mente - grazie a innesti tra microchip e i nervi sani/ricostruiti dell'arto amputato, ho immaginato, stretto in quella mano artificiale, il primo romanzo cyberpunk. Che roba!
Insomma, prima di pensare a nuovi archetipi, sarà interessante vedere come reagiremo scontrandoci realmente con quelli nati dalla fantasia e dall'intuizione...

SIMONE CORÀ: Trovo credibile, giustificato, e anzi, assolutamente certo che i continui cambiamenti tecnologici (ma anche, va da sé, sociali, culturali, ecc) porteranno alla creazioni di nuovi feticci archetipici, se posso chiamarli così. Basta solo pensare banalmente alle rivoluzioni riguardanti i cellulari e internet, e alla pesante influenza riversata di conseguenza sull’essere umano. E per fare l’esempio più semplice, il web stesso, o meglio, l’atteggiamento verso il web, quella sorta di unione mentale uomo-macchina (non solo nella sua già conosciuta versione cyberpunk), di reciproco completamento, di simbiosi, be’, tra cento, mille anni, quando la tecnologia avrà raggiunto traguardi ora inconcepibili, potrebbe rivestire una figura archetipica magari dotata di quel fascino storico, di quell’antichità folkloristica che solo noi ora ritroviamo in quegli archetipi che hanno ispirato l’antologia.


______________________
Bene. Spero i 4 post sugli Archetipi vi siano piaciuti, anche se non ho parlato del libro. :)
Alla prossima
E a gennaio siete tutti invitati al nuovo Fun Cool!

venerdì 18 dicembre 2009

Oltre gli Archetipi: la terza domanda


Oggi già troppe emozioni eh, con l'incoronazione della Regina dei Corti e la pubblicazione della classifica delle terne...
Eppure vi beccate anche la risposta alla terza domanda sugli Archetipi.
Però prima una premessa, o meglio, una quasi riflessione seria.
No, No, tranquilli.
Non pronuncerò né il nome di Jung né quello di Deridda. Però io qualche ragionamento, all'inizio di questo progetto e anche dopo aver letto il libro, me lo sono fatto. E anche durante, sì.

Ho pensato che bisogna dare un significato preciso, a questo termine. Riuscire a separarli, dissezionarli, risalire a quali sono realmente. Non è facile e forse è addirittura privo senso, perché certe archetipi, in realtà, sono un coacervo di elementi diversi.
Forse qualcosa c'è, di separabile. Partiamo a ritroso.
Per esempio dal "vampiro", che va di moda.
E' un archetipo, in senso narrativo/orrifico, certo. Però risalendo non lo è. L'archetipo vero, in concetto inconscio è, latu sensu, il ritornante; ovvero colui che sconfigge/supera la morte. E addirittura, forse, l'archetipo tout cour è la morte? (Indiscutibile presenza inconscia di ogni umano).
Non so. Mi piace di più fermarmi al ritornante. Sì, la separazione direi che è buona così. Il ritornante che poi si declina in vampiro, zombie, ghoul, ravenant, fantasmi e ogni altra figura ad essi assimilabile. Sono centinaia, basta cercarli nelle mitologie.
Proviamo con un altro. Parto a ritroso. Il licantropo. Classico, certo. Che cos'è? Un mix. uomo-animale, certo, così come il concetto di bestia mannara in genere. Ma un'altra mi pare la caratteristica archetipica. E' quella che potrei chiamare dei super poteri, del superamento dei limiti umani. Umani che volano, respirano sott'acqua, ascoltano l'inascoltabile, hanno forza, per l'appunto, sovraumana. E allora, come prima, ecco che vicino al licantropo e alle bestie mannare ci metto la sirena, l'uomo ragno e tutti i super eroi, così come il concetto di Divinità (Per arrivare, tra l'altro, alle declinazioni moderne, come il cyborg). Uomo che è oltre l'uomo dunque. Forse ne ho trovato un altro insomma.
Ma qui già cominciano i casini.
Prendo il vampiro di prima, il non morto. Ecchè, non ha forse i superpoteri? Non è più forte, più scaltro, vola e si tramuta in animale? Insomma, due archetipi al prezzo di uno? :)

Riprovo con un terzo?
Ok, il mostro. Abnorme e misterioso. Qui forse è più facile. La paura del diverso e dello sconosciuto, che per l'appunto rende archetipo ciò che è diverso e sconosciuto. Ed ecco che parliamo di Kraken e di King Kong, di Godzilla e di Loch Ness e di tutta la criptozoologia in generale. Ma che poi è sempre natura, ovvio, e allora se vogliamo tirar fuori la catastrofe naturale, quarto archetipo, o la natura che sopprime/prevarica/distrugge l'uomo, non è che ci allontaniamo molto.

Insomma, vi siete sorbiti le mie riflessioni (molto superficiali, of course) e quindi direi che vi meritate in pieno le risposte archetipiche alla terza domanda:

QUALE ARCHETIPO NON PRESENTE NELLA RACCOLTA AVRESTI VOLUTO CI FOSSE?

DANILO ARONA: Non lo so. La rassegna mi pare quanto mai esaustiva. Forse mancano vampiri e fantasmi, classicamente intesi. Ma tutto sommato le Edizioni XII sono note in Italia per il coraggio e le scelte non ruffiane (oltre che per le cover straordinarie di Diramazioni).

BIANCAMARIA MASSARO: Uno che in realtà è presente in tutta la raccolta, anche se non si palesa mai del tutto: il “Demiurgo”, cioè il Creatore dell’Universo o il suo “moto primario”, se vogliamo filosofeggiare. Non l’ho chiamato “Dio” perché non deve per forza avere una valenza positivo-cristiana. Forse è un archetipo che si meriterebbe un’antologia tutta sua, XII visioni diverse del perché – o per colpa/merito di chi – siamo qui. Troppo presuntuosa?

DANIELE BONFANTI: L'Albero. Un archetipo potente e dalle tante incarnazioni: dagli alberi biblici dell'Eden (e quindi riflesso di tradizioni mesopotamiche più antiche), passando per quelli capovolti della tradizione dei Veda, e il frassino Yggdrasill dell´Edda, e l'inquietante Albero delle Teste arabo oppure quello nel giardino delle Esperidi nella mitologia ellenica... Dal punto di vista esoterico, simbolico, spirituale, religioso, l'albero riveste un ruolo affascinante. Si potrebbe considerare anche meta-archetipo, in quanto simbolo del concetto stesso di Archetipo: le radici che affondano profondamente nella Terra, il tronco unico e solido, e la ramificazione spinta verso il cielo. Il suo rapporto con la luce che raccoglie dall'alto e i nutrienti vitali che assorbe dal terreno... Si potrebbe andare avanti molto a lungo.

IAN DELACROIX: Archetipi legati alla nostalgia, e penso soprattutto a due filoni: - La ricerca di un luogo ideale, incarnato in particolare di una città: vedi l'Eldorado o la Tanelorn di Clark Asthon Smith - il tempo: il tempo nostalgico e ideale che non ritorna

GIUSEPPE PASTORE: Il sacrificio umano per ingraziarsi il superno; come tema a mio modo di vedere si sarebbe prestato bene a un racconto per la raccolta; ci avevo anche pensato, ma poi ho optato per qualcosa di più soft, tipo il cannibalismo :-P

ALBERTO PRIORA: a bocce ferme direi Il Drago.

STRUMM: Nessuno in particolare.

LUIGI ACERBI: L’inferno. Perché è stereotipato – tra fiamme, gelo, solitudine o dimensione di puro male! –, e sarebbe stato bello avere qualcosa di originale al riguardo. Ma non è argomento facile, troppo si è scritto.

DAVID RIVA: A parte quello nominato sopra? Lo Specchio, senza dubbio. Nei miei progetti per l'antologia era in lizza con la Fenice e il Labirinto per trasformarsi in storia (e accadrà di certo, prima o poi). Sarei stato curioso di vedere come un altro autore, tra gli undici, avrebbe letto questo archetipo.

SAMUEL MAROLLA: la Mummia, uno dei miei mostri preferiti in assoluto (e aimè molto sottovalutato).

J. ROMANO: Lo scheletro. Lo trovo molto interessante da gestire, sia che lo s'intenda come quel che rimane di un corpo, sia come elemento animato e "magico": una via di mezzo, se vogliamo, tra lo spettro e il morto vivente.

SIMONE CORÀ: Mi sarebbe piaciuto leggere un racconto basato sull’alieno, sul visitatore di un altro pianeta che si scontra con la cultura terrestre – il marziano è probabilmente l’unica figura, legata a un certo contesto di genere, che ancora oggi mi terrorizza, e parlo sul serio: c’è chi ha paura dei ragni, chi degli insetti, bene, io ho una fobia extraterrestre che mi paralizza. Viste le atmosfere cupe dell’antologia, poteva uscirne un buon racconto apocalittico o fanta horror di indubbio fascino.

Bene!
A domani per l'ultima delle 4 domande. Il Domandone Finale. La questione più interessante, con le risposte più interessanti.

giovedì 17 dicembre 2009

Oltre gli Archetipi: la seconda domanda

Non state nella pelle di leggere le risposte alla seconda domanda eh?
Beh?
Chi vi trattiene? Uscitene noh?
Non l'avete capita?
Non importa, vi farò un disegno, dài. Passiamo subito alla domanda.
In realtà è una domanda che interessa soprattutto chi la raccolta l'ha letta, o a chi ha intenzione di farlo, o chi semplicemente ama farsi i cazzi degli altri...
Come dite?
Appartenete a quest'ultima categoria e state leggendo queste righe proprio perché siete arrivati qui dal faccialibro mentre vi stavate bellamente impicciando dei profili altrui?
Bene! Sarete subito accontentati!
Come dite?
Volente sapere anche le mie, di risposte?
Naaaaaa.
Vi bastino quelle degli autori e dell'intruso. :)
(stavolta i linqui non li metto, non fate i viziati e andate a vederveli nel post precedente).


La domanda era:
QUAL E' IL RACCONTO DELLA RACCOLTA CHE TI HA/E' MAGGIORMENTE INTRIGATO-COLPITO/PIACIUTO?

DANILO ARONA: "Il diluvio" di Daniele Bonfanti. Daniele ha questa rarissima capacità, a tanti negata, di "buttarti dentro" alla seconda riga. E poi, è notorio, sono attratto in modo morboso dalla catastrofe, finale o parziale. In realtà temo di scrivere sempre di quest'argomento.

BIANCAMARIA MASSARO: Della raccolta mi ha colpito soprattutto la coralità del progetto generale: XII autori che hanno (re)interpretato altrettanti archetipi e gli artisti di Diramazioni che hanno “sintetizzato” in un’immagine il tema di ogni racconto, spiegando alla fine le loro motivazioni. Non è una semplice antologia, ma un’esperienza letteraria e visiva da godersi tutta dall’inizio alla fine. Scegliere un singolo racconto è riduttivo e poco onesto nei confronti degli altri scrittori. Provo una sincera ammirazione e invidia al tocco “colto” di racconti come “La Fenice” e “La Nuova Era”, anche se mi sono fatta coinvolgere di più da “Fame di potere” e “Sirene”.

DANIELE BONFANTI: Come dichiarato anche altrove, sono curatore della raccolta, e non si può chiedere a un padre di scegliere tra i propri figli. (nota di gelo: in realtà, messo con le spalle al muro, hai dichiarato che il racconto che di cui hai apprezzato la perfezione chirurgica è "Una cosa sola"quello di Luigi Acerbi)

IAN DELACROIX: Hanno toccato molto il mio immaginario "Fame di Potere" di Pastore, per l'ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi, "Matmon" di Strumm per l'atmosfera ricreata e per la gestione dell'archetipo e "Il buio sotto la pelle" di J.Romano per le suggestioni evocate dall'ambiente in cui il protagonista è immerso e dalla sua interiorità.

GIUSEPPE PASTORE: "La Fenice".
Ricordo che all'epoca fui nella giuria che scelse tra i finalisti quelli che sarebbero stati inclusi nella raccolta: fu la mia prima scelta.
Credo sia un racconto di pregevole fattura, scritto bene, con una trama interessante e ben gestita e un'ambientazione e una documentazione per niente banale.

ALBERTO PRIORA: In realtà devo rileggere tutto con calma (ma calma non ne ho da mesi),
soprattutto perché alcuni sono versioni differenti da quelle postate ai tempi.. Comunque "Sirene" è stato il più coinvolgente, forse per la sensazione di mancanza di via di scampo che ho provato a un certo punto. Claustrofobico al 100% anche se siamo al mare. Di sicuro se mi dicessero: in quale dei racconti NON vorresti trovarti personalmente direi quello....

STRUMM: Senza alcun dubbio "La Fenice" di David Riva. Racconto raffinato, efficace e profondo. Tecnicamente perfetto.

LUIGI ACERBI: Dipende dalla combinazione di umori paracelsiani del momento – adesso ti direi “Sirene” di Samuel Marolla, per l’epicità della vicenda. Solo un vecchio, un bambino e una canaglia per affrontare l’orrore dagli abissi...

DAVID RIVA: Scelta ardua, davvero. Rispondo alla coercizione scegliendo "Il Cartografo" di Alberto Priora: mi ha conquistato subito, l'archetipo del Confine è stato risolto con soluzioni originali e affascinanti, personaggi e ambientazione rimangono impressi a lungo, e scavano nell'immaginazione mondi che sarebbe strepitoso visitare. In questa o in un'altra vita.

SAMUEL MAROLLA: "Jay.rtf" di Danilo Arona.

J. ROMANO: Ti rispondo senza tentennare, perché ricordo ancora oggi il commento che feci all'autore de "La Fenice".
Fin dalla fase collaborativa, pre-gara, nella quale gli autori si scambiavano pareri sui racconti, la storia di David Riva mi sembrò subito molto solida. Vi trovai interessanti connessioni tra trama/stile e ambientazione/eventi.
Il lettore si ritrova fra i ghiacci, a seguire una storia che sembra non volersi sciogliere e che appare, appunto, ostile come l'ambientazione. Poi, ma mano che ci si avvicina alla fine, entrano in gioco elementi (leggete e saprete) che rompono la precedente staticità e rendono l'azione calda, magica, fino alla rovente Fenice.
Era un racconto fatto e finito. Poteva piacere o meno, ma era già coerente in tutto. Un punto di riferimento, per me. E non mi sbagliavo, infatti...

SIMONE CORÀ: Al di là della piacevole coincidenza per l’archetipo scelto, sicuramente “Sirene”, di Samuel Marolla, per completezza, padronanza stilistica, atmosfera e senso dell’orrore, un orrore lovecraftiano davvero ben ricreato, “credibile”, coerente e preciso.

Soddisfatti? I vostri autori preferiti hanno preferito ciò che anche voi preferivate? Non vedetel'ora di scoprire la terza domanda? Magari domani dai... Ma intanto ve la anticipo, perché almeno mi pagate in languore:
Quale archetipo non presente nella raccolta avresti voluto ci fosse?

Leccate le vostre rane e stay detuned, amici di blogghe!

mercoledì 16 dicembre 2009

Oltre gli Archetipi: la prima domanda

Okay, okay... l'ho letta anch'io.
L'antologia con più gestazione delle edizioni XII, quella che rincorre le radici dell'immaginario, quella con dentro le tavole senza le sedie, quella curata da un gatto e da un emiurgo, quella di cui vi hanno parlato qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui e chissà quanti altri qui ci potrei mettere ancora.
Proprio quella, insomma.
Cioè questa.

Serve che ve ne parli anch'io?
No, davvero, dico... vi aspettate che ve ne parli, dicendovi qualche difetto che ho trovato in questa raccolta di cui tutti parlano bene? Io che in questo momento ne ho tre copie in casa e non so perché?
Suvvia... per chi mi avete preso... sono gelostellato, non faccio questo genere di cose io.
Vi annoierei.Leggereste forse le stesse cose che potreste leggere cliccando sui qui lassù. Ehi, ho detto di cliccare lassù, sui qui, non qui sul lassù. Sì, va bene, okay, ti ho visto a te, brutto capellone. Hai cliccato esattamente lì, sul lassù di prima... Ho capito, meglio lasciar perdere. Cercatela su google, dài.

Dicevo... cosa dicevo? Ah sì! Dicevo che non ne avrei parlato, e infatti così sarà.
Farò molto di più per deliziarvi, cari amici di blogghe. A voi tutti che tra poco avrete l'occasione di partecipare al primo fun cool! targato 2010. A voi che vi starete chiedendo: "ma che cos'ha in serbo per noi stavolta, il buon gelo?" (e perché proprio in questa lingua, aggiungerà qualcuno di voi?)

Farò domande! Ecco cosa farò.
Domande sugli archetipi agli autori di Archetipi, certo, su cosa credevate? Non vi interessa? Non avete intenzione di appoggiare venti carte per prendere il libro?Poco male! Vi assicuro che in quanto segue troverete molte cose interessanti... fidatevi...

Le domande sono state quattro, e sono state poste da un idiota durante la presentazione del libro al Lupo Rosso, a Padova. Le ho trovate così interessanti da riproporle a tutti gli autori, che con minacce, sotterfugi e complimenti, si sono visti costretti a rispondermi (solo uno mi ha resistito, o meglio, mi ha risposto, ma eravamo talmente ubriachi che le risposte ce le siamo tenuti per noi, e nasceranno grandi cose. Al suo posto comunque ho fatto rispondere il presentatore della serata padovana, un merdo di nome CORA', che ha fatto anche il correttore di bozze per la raccolta).
Ora le risposte sono tutte per voi, spero vi piacciano, e che per lo meno gli autori si divertano. :)

Ovviamente, per non tediarvi troppo, vi divido il tutto in 4 parti, una per ogni domanda. La prima era di quelle da tagliare le gambe e conciliare col suicidio, ovvero:


QUAL E' IL TUO ARCHETIPO PREFERITO?

DANILO ARONA: L'Uomo Nero. Nessuna motivazione particolare se non che forse mi ci hanno spaventato da piccolo. Ma, da un punto di vista più "operativo", trovo che l'Uomo Nero sia archetipo pressoché totalizzante e in grado di "illuminare" (ops...) di sè una bella fetta di horror contemporaneo, da King a Carpenter. Ci scrissi un lungo saggio inedito negli anni '80, che da allora "utilizzo" per certe cose che scrivo. Da lì proviene il titolo del mio libro sul cinema di King, "Vien di notte l'Uomo Nero".

BIANCAMARIA MASSARO: Alla domanda “qual è il tuo libro/canzone/film/archetipo e simili preferito?” rispondo sempre “il prossimo”. Spero di essere ancora a lungo abbastanza giovane dentro da non accontentarmi mai di quello che ho già visto, letto o fatto. Di sicuro posso dire che mi sarebbe piaciuto interpretare a modo mio il “demone”e la “fenice/resurrezione”.

DANIELE  BONFANTI: Be', direi il Diluvio, altrimenti non avrei scelto di raccontare quello...
Si colloca perfettamente all'interno delle storie che scrivo, perché in equilibrio tra Storia e Mito, dove diventa impossibile tracciare una linea di demarcazione tra i due, e su quel confine instabile puoi costruire la fiction. L'indagine a riguardo si spinge in un abisso di millenni e interseca le origini delle civiltà, e la loro fine.

IAN DELACROIX: Be', domanda facile: il golem. Sulle motivazioni/suggestioni della scelta e tutti i significati/simboli annessi (uomo-meccanico, sfida dell'uomo a dio, etc.) per non ripermi ti rimando alla risposta che ho dato su La Tela Nera.

GIUSEPPE PASTORE: In un'epoca di twilight ed emuli vari, forse non è bene dirlo, ma il Vampiro, figura comune a moltissime civiltà sotto diverse sembianze e con diverse genesi, mi ha sempre affascinato, in particolare nelle sue forme più "arcaiche". Vuoi mettere lo charme di un Brahmaparush?

ALBERTO PRIORA: Mi piacerebbe dire il mio, quindi lo dico: I confini del mondo. La cosa è meno narcisista di quanto sembri perché sono rimasto coinvolto nello scrivere il mio racconto (che qualche volta, non sempre, è anche un segno che il racconto mi è venuto almeno doscreto) proprio per l'ispirazione che
stavo vivendo causa archetipo. Forse lo preferisco perché è quello che è più proiettabile anche verso il futuro.

STRUMM: Il diavolo.

LUIGI ACERBI: Tra i dodici della raccolta “I Confini del Mondo”, senza alcuna esitazione. Perché? Wir müssen wissen. Wir werden wissen.

DAVID RIVA: Il Labirinto. Inteso anche e soprattutto come non-luogo, esteso a tutte le simbologie che lo accompagnano, percorso iniziatico nel quale entrare, dal quale uscire (risorgere), spiccare il volo, attraverso la potenziale infinita lunghezza dei suoi corridoi compressa nella finitezza della sua struttura. Mostro e mistero che può esistere all'interno di ognuno di noi.

SAMUEL MAROLLA: i vecchi mostri, come le sirene o il golem.

J. ROMANO: Non ne ho uno preferito. Ma la maschera, che poi è proprio quello che ho scelto per la raccolta, mi ha sempre intrigato. Il motivo è da ricercare nelle letture che mi hanno formato e in quello che mi interessa. Uno dei libri che ho apprezzato di più nella mia vita è "L'uomo che ride" di Victor Ugo. In questo romanzo, il protagonista è sfigurato in una perenne risata: una maschera di felicità che cela tristezza e paure.
Ecco, a me interessa la parte celata. Tutto lo spettro emozionale che è nascosto nel personaggio; dentro un corpo che potrebbe essere coerente con l'animo o, appunto, solo una maschera. Il racconto della raccolta, comunque, ha avuto una genesi solo in parte attinente l'archetipo. Ma questa è un'altra storia...

SIMONE CORÀ: Ho sempre ritenuto molto interessante la figura della sirena, creatura dalla duplice veste, affascinante da una parte e mostruosa dall’altra in ogni sua incarnazione (sia che si tratti di donna-pesce che di donna-uccello). Trovo sia un archetipo che ha molto da dire e da esprimere (il modo in cui mostra la bellezza dell’orrore è a suo modo magnetico), e in generale è una figura che può rivelarsi sempre ottimo suggerimento o base di partenza, senza rischiare di incappare in trame trite e obsolete, per storie marittime, di pirati e fantasmi, di tesori sepolti e amori impossibili.

Bene...
Se l'esperimento vi è piaciuto, domani avrete la seconda serie di risposte.
La domanda? Questa: qual è il racconto della raccolta che ti ha/è maggiormente coinvolto/intrigato/piaciuto?

Stay tuned, ma anche detuned va bene lo stesso.

Related Posts with Thumbnails