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"L'ottava vibrazione" di C. Lucarelli***

Sappiate che io sono uno di quelli che trova Carlo Lucarelli bravo, anche se discontinuo. E' un autore a cui mi piace ritornare, ogni tanto, anche se sono ben conscio del modo in cui alterna lavori molto buoni a delle cazzatine galattiche.
Poi certo, tutto sarà opinabile, ma, tanto per darvi un'idea della mia opinabile opinione, a me sono piaciuti tantissimo libri come "L'isola dell'angelo caduto" o "Un giorno dopo l'altro", mentre ho trovato piuttosto cazzatina l'ispettore Coliandro e il suo "giorno del lupo" e altri piccoli lavori come quello ambientato in una coda in autostrada.
Anche sui racconti è la stessa cosa. Buona la raccolta "Il lato sinistro del cuore" e lavori buoni per far cassa sono invece i racconti lunghi come "Guernica", "Lupo mannaro" et similia.
Discorso a parte l'ultra famoso "Almost Blue" che all'epoca mi piacque come i ciclamini piacciono ai cinghiali (e come poteva essere altrimenti di un libro che porta avanti di pari passo l'ascolto di "the downward spiral dei nin) ma son passati 15anni e dovrei rileggerlo e ripensarci.
Comunque torniamo a questa "Ottava vibrazione".
Però prima una penultima premessa.
Lucarelli mi piace quando si occupa di storia. Siano romanzi storici, siano saggi, siano le sue trasmissioni TV.
Non so se è un mio gusto, o se proprio è lui che riesce a esprimersi meglio quando mi parla di storia (del Novecento), fatto sta che, quando ho saputo che questo romanzo era ambientato durante la battaglia di Massaua e con connotazioni fortemente storiche, fortemente lo volevo. :)
Per questo era nella listi dei libri che mi potete regalare.
E per questo i colleghi di lavoro me l'hanno regalato per il gompleanno. :)
Ultima premessa e poi parlo del libro: Lucarelli è bravo perché ha capito il mezzo.
Trovo che lui, infatti, abbia una scrittura che si è adeguata al mezzo televisivo, e soprattutto al cervello, televisivo (e informatico, of course). Con lui ragioni per scene, pause, inquadrature...
La narrazione diventa avvolgente e la cronaca diventa narrazione. Insomma, sa fare il suo mestiere.
E' un bene? E' un male?
Beh, direi che semplicemente è, e io ne prendo atto.
Ciò comporta che ho sempre l'impressione, anche nei suoi libri più belli, che lui possa osare di più, sia come lessico, che come registro e contenuti, ma che si limiti, che si sia accontentato di raggiungere il pubblico che s'incanta davanti a blunotte e si indigna di fronte alle sue elucubrazioni che portano alla risposta senza dare mai risposta (credo di non essermi spiegato, ma non importa, tanto avete capito).
Ma lui di più non osa, però se lavora come qui, beh... può permetterselo.
Dico questo perché il libro è bello. Inutile perdersi in menate.
Il libro è ambientato in modo magistrale e regala personaggi decisamente densi, pluridimensionali, regionali e vivi. A livello di creazione dei personaggi, anzi, credo qui ci sia il miglior Lucarelli, in quanto è elevato il numero delle pedine che si muovono sullo scacchiere eritreo nel 1986 e altrettanto elevata è la caratterizzazione di ogni pedina. (Come dimenticare il soldato Serra? O Branciamore e la sua Mamà? O Vittorio, o Aicha, o Sciortino, o Flaminio, o Leo, o Dante, o Asmareth... ).
A livello di trama invece il buon Lucarelli ha effettuato una scelta particolare: si è allontanato dal cliché del thriller, con crescendo di suspance e rivelazione/azione finale, per mettere tutte le carte in tavola quasi dall'inizio e lasciare al lettore il puro piacere del vederle muovere, invischiate nella calura africana.
Ed è proprio l'avventura coloniale africana che diventa la vera protagonista del romanzo.
E la conferma soprattutto, questa attitudine più storica che narrativa; la trama e il suo svolgersi, che si risolve in un crescendo dato dalla guerra e dalla sconfitta italiana, ma non dalle vicende private dei protagonisti., che anzi, in qualche modo vi lasceranno con l'amaro in bocca, per non essere esplose come dovrebbero.
Esse sono viste come un fascio intrecciato alla guerra coloniale, che ha senso solo se considerato assieme ad essa.
Insomma dai. Un bel libro, che magari soffre un po' della mancanza di una trama classica, ma che l'autore ha ben gestito e organizzato.
[mi accorgo or ora di essermi addormentato senza finire il post, lo finisco adesso]
Aggiungo, per chiudere, che è un libro dove si soffre ed è senza eroi. Non cercateli, non ci sono.
E non affezionatevi ai personaggi, è pericoloso.

5 commenti:

  1. A me pure è piaciuto molto (e mi sono piaciuti anche l'isola dell'angelo caduto, un giorno dopo l'altro e almost blue).

    Mentre leggevo la parte finale con la battaglia, per poco non mi mettevo a piangere (ma ero in bus e non ci avrei fatto bella figura).

    Poi se lui sia furbo nello sfruttare il mezzo non saprei. Di sicuro è bravo e sa scrivere bene ;)

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  2. No no, non intendevo furbo in quel senso
    Intendevo nel senso che la comuncazione è cambiata e anche la narrativa lo è di conseguenza, se vuole raggiungere un certo tipo di pubblico. Lui semplicemente è un narratore che questa cosa l'ha ben presente (anche in modo inconscio eh) e quindi è un narratore nato nei tempi della tv e del web
    e non uno che ci si è adattato.
    infatti questo sua narrativa media-oriented la trovo positivissima, senza connotazione negativa

    poi comunque rileggo il post che ieri mi stavo addormentando, mentre lo scrivevo :)

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  3. Devi studiare il nemico, Gelo... ricomprati la TV!!!

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  4. o forse basta che la riaccenda... :)

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  5. Parafrasando Gelo, e le sue ficcanti recensioni che portano risposte senza ambiguità (credo di essermi spiegato, altrimenti non importa, tanto lui mi capisce, rivelo ciò che mi impedisce e che si slega in un saluto: "mandi", amico!

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