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Il racconto di Natale per voi amici di blogghe

Scusatemi, doveva essere breve, ma poi mi è venuto un po' più lungo e pazienza. Spero possiate apprezzarlo lo stesso, il mio regalo di natale per gli amici di blogghe.



TRA TRENTA METRI, SVOLTARE A SINISTRA

Ludovico strabuzzò gli occhi, sfiorando con le sopracciglia il pelo bianco del berretto.
In tanti anni non gli era mai accaduto. Balbettò qualcosa, stropicciandosi la barba biancastra e stoppacciosa, ma l’agente sembrava irremovibile.
«Ma…com’è possibile… sono anni che lo faccio. Non faccio del male a nessuno.»
«Mi spiace molto» disse l’uomo della polizia municipale con un tono che dichiarava il contrario «ma il regolamento comunale parla chiaro: lei ha bisogno di un’autorizzazione.»
«Ma la prego… Guardi…» supplicò Ludovico agitando in aria un Gormito grosso quanto un nano da giardino «È tutta roba di marca… sono doni sicuri, mica li ho comprati dai cinesi… e poi andiamo, ce l’avrà anche lei un figlio o un nipotino, noh?»
I bambini, sparsi tutt’intorno, assistevano alla scena fissando il sacco di juta che quello scassato Babbo Natale teneva aperto. Mentre con gli occhi tentavano di sbirciare quali altri regali celasse, col pensiero proiettavano uragani d’odio contro quel vigile impiccione che li aveva privati dei giocattoli.

Kevin sospirò, osservando le luci dei lampioni che si allontanavano nel buio, seguendo le curve della strada, come la coda di un serpente gigantesco. Anzi, se lo immaginò proprio, una sorta di immenso Razzle, il suo gormita preferito, che aveva appena ingoiato tutte le case, mentre gli abitanti dormivano ignari.
Razzle era un gormita buono e lui si sentiva sicuro, lì, in mezzo a quel ventre immaginario, in procinto di dirigersi verso la coda.
Si guardò in giro ancora una volta, ma non c’era anima viva. I suoi dormivano, sfiniti dal pranzo natalizio e dall’interminabile viavai di parenti, e mentre camminava rasente i muri, le uniche luci accese erano quelle natalizie. Aveva ragione il suo amico Maurizio, aveva fatto bene a puntare la sveglia del cellulare alle tre, invece che a cercare di rimanere sveglio, aspettando il sonno altrui.
Adesso aveva freddo e gli scappava la pipì, ma non avrebbe certo rinunciato per così poco.
La casa della befana era là, poche decine di metri oltre il buio.
Ne intuiva la sagoma e il fumo bianco che copriva le stelle, attorno al camino.
Le luci, come sospettava, erano accese.

La vecchia era in pensiero.
Era tardi, molto tardi.
Afferrò il telecomando e spense la tv, che ormai dava solo vecchi film noiosissimi, che tanto lei, quasi sorda, non avrebbe potuto comunque seguire.
Si alzò dalla sedia, e zoppicando sul suo bastone raggiunse la stufa. Afferrò con le mani rugose l’ultimo ciocco e lo gettò sulle braci. Poi, con un mestolo, si riempì una scodella con l’acqua che già da un po’ bolliva in una pentola e andò verso la credenza, per prepararsi un’altra tisana.
Un frate pacioccone la osservava dalla confezione verdastra, penetrando a fatica la sua cataratta.
Avrebbe dovuto essere diuretico, quel miscuglio di erbacce e rametti sbriciolati, ma a lei sembrava solo che le smuovesse l’appetito, mentre le gambe continuavano a restarle gonfie e pallide come le zampe di una scrofa albina.
Invece di tornare a sedersi si avvicinò alla finestra, per sbirciare le luci del paese.
Dormivano tutti.
Nel buio sbiadito attorno ai lampioni scorse qualche timido fiocco di neve.

Ludovico buttò il sacco dei giocattoli nel bagagliaio del SUV e cominciò a bestemmiare tutte le divinità che conosceva.
«Vigili di merda! Bastardi! Vi potesse venire il cancro ai denti! Merda! Merda! Merda! E tu che hai da guardare? Bacucco di merda!» sbraitò contro un vecchiardo che lo osservava minaccioso quanto l’uomo della birra Moretti.
Era la terza piazza da cui veniva scacciato.
Sembrava che quelli della Municipale si fossero messi d’accordo. Aveva fatto quattrocento chilometri per niente. Buttò il cappello rosso sul sedile del passeggero, si tolse l’imbottitura dallo stomaco e s’infilò sotto il volante, accendendo il navigatore e impostando home.
«Tra trenta metri, svoltare a sinistra» disse la voce di bimba che aveva impostato.
«Mavaffanculova! Brutta baldracca bastarda e comunista!» ringhiò sputacchiando sulla barba, mentre metteva la freccia per seguirne l’indicazione.
«Comunista di merda!» aggiunse tirando un pugno sul volante.

Kevin la vide quasi subito, prima ancora di entrare nel giardino.
Era lei, non c’erano dubbi. Per una volta sua mamma aveva torto.
Se in quella casa viveva la befana, come dicevano tutti, a scuola, era evidente che in quei giorni sarebbe stata indaffaratissima a preparare i regali, e il viso ansioso, con il naso schiacciato contro la finestra, a quell’ora improbabile della notte, ne era la riprova.
E ora che fare?
Aspettò qualche secondo, nascosto dal buio. Un fiocco di neve gli si posò sul naso, poi altri cominciarono a cadergli sugli occhiali, aggrappandosi come ragni di ghiaccio.
Se li immaginò con le zampette che sprofondavano nel vetro.
L’eccitazione aveva scacciato il freddo e il bisogno di orinare, facendo posto alla fantasia.
Quando la vecchia si allontanò dalla finestra se la immaginò rintanarsi in una stanza piena di giocattoli, che affondava le mani in scatole stracolme di componenti di plastica e metallo, per poi fabbricare, rapidissima, robot e PSP, pistole e automobiline.
E Gormiti, naturalmente.
Sì, c’era una sola cosa da fare.
Bussare.
E vedere.

Suo figlio non aveva mai fatto così tardi.
Non l’aveva nemmeno chiamata, per dirle qualcosa, e adesso che la notte era più vicino al caffè, che ai cuscini, temeva di dover trascorrere il primo Santo Stefano senza pranzo insieme.
I tanti anni non era mai successo.
Si sedette di nuovo, davanti alla tisana fumante.
La testa cominciò a ciondolarle, mentre le palpebre si appesantirono. Appoggiò gli avambracci al tavolo e la fronte agli avambracci. Stare in pensiero non serviva: la porta era aperta, e se suo figlio fosse arrivato l’avrebbe svegliata.

Ludovico fece un ultimo tentativo in un parco pubblico, appena fuori città.
Ma un Babbo Natale sciatto, nervoso, con la barba stropicciata e gli occhi spiritati, che gridava come se dovesse venderli, i giocattoli, più che regalarli, pareva più un maniaco male in arnese, che un benefattore.
L’unico che gli chiese un dono fu un marocchino, accompagnato da un bambino sporco e magrissimo. Puzzavano da far spavento.
Ludovico gli lasciò l’intero sacco, dopo esserci saltato sopra a piedi uniti, fino a sentire solo scricchiolii.
Il gormito di plastica lo recupereranno, pensò mentre se ne andava sgommando.

Kevin non aveva bussato, perchè la porta era aperta.
La befana si era addormentata sul tavolo. Una tazza le fumava accanto.
Pozione magica, pensò, senza dubbio.
La stanza non era come se l’aspettava, ma quella, evidentemente, era solo la cucina.
Il tavolo era apparecchiato per due, una pentola bolliva sul fuoco, un enorme orologio a cucù era appeso sopra la credenza. Più sotto c’era un forno a microonde.
Chissà perché se l’era immaginata diversa, la casa della befana. Che si fosse sbagliato?
No. Non poteva essere.
Fece qualche passo in punta di piedi, verso la stanza adiacente, spinse la porta e vide ciò che si aspettava di vedere: giocattoli.
Ovunque giocattoli.
Il viso si aprì in un sorriso radioso, poi un pensiero lo oscurò.

La vecchia si svegliò di soprassalto.
La dentiera le scivolò di bocca, mentre due piccole mani la scuotevano.
«Svegliati! Svegliati! Devi fare i regali! Devi fare i regali!»

Ludovico attraversò il paese a oltre cento all’ora, rabbioso.
Le luci dei lampioni gli erano sembrate la coda di una grossa serpe addormentata.

Kevin scattò all’indietro.
Tutto si sarebbe aspettato meno che la befana cavasse un coltellaccio dal cassetto e cercasse di ficcarglielo nello stomaco.

Ormai era lenta, e zoppa. Era franata a terra dopo il primo passo, nel tentativo di rincorrere quel bambinetto, tutto ciccia e occhiali, che le era capitato in casa.

Ludovico entrò nel viale di casa e non riuscì a frenare in tempo.
Merda! Pensò mentre la faccia di Kevin cozzava contro il muso del SUV e rimbalzava all’indietro, portandosi dietro il resto del corpo. I denti caddero sul selciato del viottolo assieme ai fiocchi di neve.

Lo portò in casa in braccio, preoccupato.
Poi vide che sua madre si stava rialzando, puntellandosi con il coltello.
Vide che gli sorrideva, e anche lui sorrise.
«Buon Natale, mamma» disse mentre un fiotto caldo gli scivolava tra le braccia.
Il marmocchio si era pisciato addosso, ma a parte la faccia, sembra non essersi rotto altro.
Il sangue trasportava verso un rosso più scuro il vestito di Ludovico.
«Mi sa che anche per quest’anno non potrò restituirlo, a quelli del noleggio.» disse lui, mentre lasciava cadere il corpicino sul pavimento.
Dopo qualche secondo, sferrò il primo calcio.

Il giorno successivo l’odore di arrosto permeava l’intera casa, eccetto il bagno, dove Ludovico aveva appena finito di pulire la vasca e un puzzo acre regnava incontrastato.

«E pensa che se ci vedessero direbbero che siamo dei comunisti!» disse Ludovico durante il pranzo, ridacchiando e agitanto la forchetta in aria.

6 commenti:

  1. ho dovuto cercare Gormito su wikipedia e allora mi è stato tutto più chiaro! Ma io sono molto ignorante!
    Il racconto è perfettonello stile, nello svolgimento, nelle trovate. come al solito sei molto bravo.
    Una curiosità: l'orco rientra negli archetipi?
    Buon Natale Gloria.

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  2. sì sì
    credo proprio che l'orco rientri negli archetipi
    categoria uomo nero
    uomo da retaggio storico del maschio dominante e nero per il buio e l'eterna paura di ciò che non si vede e conosco
    declinato con deformità si arriva all'orco
    , con aggiunta consonantica vai al porco, e agli zamponi
    e ora via
    a caccia di lenticchie! :)

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  3. Paradossalmenteorrificoverace, il racconto di Gelostellato non dà credito alle malelingue sui giornali, o in facebook: l'Italia? Un paese fuor di testa. A S.Pietro? Una messa e un femore malconcio. E nel nord-est? Il ns autore, che rinnova il menu natalizio delle tradizioni gastronomiche con sanguinaccio e orchi, usando per posate gli archetipi.
    Gelo, Gelo...

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  4. e poi il pazzo sarei io...
    :D

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  5. ... di conseguenza abbiamo declinato oggi, giorno di Santo Stefano, con compassato rammarico tutti gli inviti a pranzi, cene, merende, soprattutto se in odore di... arrosto. Per la Befana si vedrà: nel frattempo potrebbe tentare qualche mossa il Sommo Luminescente ;-))
    Gelo, strepitoso!

    Mandi.
    Gianfranco

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