Etichette: , ,

"La signora Dalloway" di V. Woolf****

Avete presente quei libri che forse non fanno per voi, ma verso i quali serbate una enorme gratitudine per quel che vi hanno regalato, leggendoli?
Ecco, "La signora Dalloway", opera tra le più note della nota Virginia Luupo, mi ha regalato tanto, così come era stato per "Gita al Faro".
Certo, ribadisco, è un libro che non fa per me, ma non un libro che non mi piace o che non mi è piaciuto. Anzi...
Sapevo benissimo, nel momento in cui lo cominciavo, di non trovarmi di fronte a un lavoro che avrei letto in scioltezza, così, tra un bagno e l'altro, nel giro di un paio di giorni di sole. (O di pioggia, vedendo il bel Monet che c'è sulla copertina di questa edizione, che ho pagato un euro a un mercatino per bambini di un paio d'anni fa, per altro).
Ma cos'è Clarissa Dalloway, in quest'opera, per diventare così immortale, come figura letteraria e come, non c'è dubbio, specchio della propria autrice.
E perché soprattutto, sarebbe la seconda domanda, dovrei/potrei leggere Mrs. Dalloway io che di solito leggo altre cose.

Rispondo alla prima domanda, per come la penso io.
Mrs Dalloway è un simbolo, un'icona, uno specchio. Non solo è una signora della Londra bene, ricca cinquantenne che per la sera ha organizzato una delle feste (party, sì, possiamo dire anche party) per le quali è ormai conosciuta. Clarissa è soprattutto altro. E' una persona, descritta come lo siamo tutti, dal tempo e dal contorno. Ed ecco che per descrivere Clarissa si utilizza tutto il suo passato, che emerge a ondate, assieme al flusso dei ricordi, nei suoi monologhi interiori. E subito dopo c'è il futuro, che però è breve, e legato soprattutto alla sera della festa. Così la Woolf dipinge Clarissa, una somma costante del passato lungo quanto la sua età, e di un futuro breve quanto i suoi programmi, le cose da fare.
E per descriverla usa sia i suoi monologhi interiori, sia tutto il non detto, il non visto, il non sentito.
Passa una limousine che si dirige a Palazzo reale, e noi non sappiamo chi c'è, in quell'auto, non lo sa nemmeno Clarissa, ma possiamo immaginare, possiamo pensare a chi può esserci, e perché, e a fare cosa. E tutto questo pensiero, questo immaginare, ci viene descritto, nel dettaglio, prendendo strade che partono per la tangente, anche se poi tornano sempre, inerorabilemente, a poggiarsi e ripartire su Clarissa Dalloway.
Il bello è che facendo così ci vengono raccontate due cose: il carattere di Clarissa e il contorno in cui Clarissa vive, sia esso la città, siano le persone che la circondano.
Ecco perché, rispondendo alla prima domanda, Clarissa è diventata Clarissa Dalloway.

Per rispondere alla seconda domanda devo cercarvi un'immagine... aspettate che non so come trovarla.
Trovata. Mi veniva in mente il monumento kitch di bruxelles, ma in realtà intendevo l'immagine di una molecola, come questa qui a fianco, per intenderci.
Immaginate che Mrs Dalloway è la palla gialla, in centro. Quelle azzurre, per dire, potrebbero essere suo marito Richard o Peter Walsh, il suo ex-corteggiatore e ora buon amico (almeno in superficie, visto che forte è il contrasto fra passione e ragione). O ancora Sally Saton, altra figura che per i contrasti con Clarissa non potrà non rimanervi impressa (è Sally la libertina, la contro le regole, che Clarissa in fin dei conti ammira e invidia, per queste caratteristiche). Insomma, la Woolf propone la sua narrazione come un obiettivo che ruota e si muove attorno e dentro questa molecola, regalandoci primi piani e piani lunghi di varie persone e situazione.
Ecco così che spuntano delle vere e proprie storie dentro la storia, come quella di Septimus (ex combattente ora afflitto dalla pazzia) e della sua povera moglie Lucrezia. Cos'hanno in comune con Clarissa? Il medico, che da una parte è odiosamente incapace di curare Septimus, dall'altra è borioso invitato al party dai Dalloway.

Bene, direi che è tutto quanto avevo da dire sulla Woolf. Forse la prossima estate magari mi piglierò "le onde," che credo sia il terzo meglio (o comunque best-known) della Virginia. A proposito, lo sapete che da un racconto della Woolf hanno preso il nome i Modest Mouse? E lo sapete che io continuo a pensare che la canzone Whale song del topo modesto sia tra le più belle dell'anno?
Dai su, convenite un po' con me!

Nessun commento:

Posta un commento