Etichette: ,

Riflessione per intristire i lettori

Ok, sì. Forse alla fine di questo breve post sarete tristi, ma dovete ammettere che l'immagine che vedo dalla finestra dell'ufficio è quantomai gioiosa e suggestiva.
Non chiedetemi per quale cazzer di festival del bianco e nero hanno addobbato piazza delle erbe in questo modo che non è importante. Vi basti godere del curioso effetto "Cheppalle!" che questi addobbi regalano... delizioso! :)
Bene, ora siete pronti a intristirvi, o magari chissà, risolverete le mie tristezze.
Ve la racconto, la mia riflessione, per come è nata.
Allora, mi sono letto, diciamo durante i mesi di luglio-agosto, le "Lezioni americane" di Calvino. "Averle lette" a dire il vero, non è il concetto più corretto. Per leggerle le avevo lette in passato, credo quasi per intero, ma non ne avevo colto il senso, nè la profondità, nè le intenzioni.
Adesso me le sono proprio gustate, soprattutto perché ho lasciato ai paragrafi il tempo che meritano (altro concetto di cui magari vi parlerò quando vi parlo del libro) e perchè, da scrivente, ho colto molto che anni fa non avrei colto. E cos'è che mi ha intristito, dunque?
Beh, leggendo le lezioni americane ti accorgi di un paio di fatti, che riguardano Calvino, ma non solo lui. Tanto per cominciare della sua immensa cultura in fatto di letture e del gusto e profondità con cui le ha perseguite, le sue letture. Ti rendi conto in maniera limpida di come dietro a un grande scrittore ci sia un grandissimo lettore. E ok, fin qui tutto bene, perché è una cosa che ho sempre pensato. Ti rendi conto, in secondo luogo, di cosa ci sia dietro a quello che lui ha scritto, di quanti livelli di lettura si possano sollevare, come bucce di cipolla, uno via l'altro. Leggendo ci si accorge degli obiettivi che lui voleva raggiungere, dello studio che stava facendo, mentre scriveva quella certa sua opera, che magari io, povero lettore sfigato, ho colto solo in un piccolo, minuscolo significato, ignorandone molti altri.
Anche questo secondo aspetto, comunque, non è una novità, e non lo è nemmeno il fatto che, sempre leggendo queste 156 pagine miracolose, ci si renda conto di molti altri autori e libri che celano gli stessi segreti e che magari non abbiamo colto. (citando gli italiani citati e che mi vengono in mente dico solo Gadda, Buzzati, Dante, Boccaccio, Montale, Leopardi, ecc ecc)
Poi, ovviamente, mi sembra superfluo ricordare il "come" Calvino scrive, che basta e avanza per farti amare la lingua italiana.
Fin qui ancora tutto bene. Sono tutte cose che rendono felici.
E allora, la tristezza?
La tristezza nasce da qualche altra lettura che ho fatto "nel mentre" leggevo Calvino. Non è importante cosa ho letto. Gli autori che mi hanno fatto venire in mente la riflessione sono stati, più o meno questi: Ishiguro, McEwan, Saramago e un po' anche Bradbury, Borges e la Woolf.
Mi sono chiesto, più o meno:
Ma se negli altri Paesi ci sono autori, contemporanei, che per lo meno "in nuce" paiono poter arrivare a essere, un domani, dei Calvino, dei Borges, dei Pessoa, ecc, in Italia chi abbiamo?
E da qui è nata la tristezza.
Non fraintendetemi. La mia non è una lamentela contro lo scarso livello di letteratura e bla bla bla... Non me ne frega una mazza se pubblicano i Moccia piuttosto che i Paolini piuttosto che i fenomeni stagionali. Ci mancherebbe altro, tutto ciò è giusto che esista e deve esserci. La mia tristezza nasce da due fatti:
1) non mi è venuto in mente nessun nome, ma dico nessuno, di autore italiano contemporaneo che possa, un domani, diciamo così, nobilitare la nostra lingua e la letteratura in genere. Nessuno. Ho provato anche a googlare per vedere se c'erano nomi sconosciuti (a me) che però sono "in nuce" dei calvino, e niente. Mi dicono Eco, che non conosco abbastanza, e ok, ci può stare, ma Eco, per me, resta legato (per età e periodo di formazione) all'epoca dei Calvino, forse l'ultimo vivente della categoria.
2) Non solo non mi pare ci siano del "Calvino" in nuce, ma mi pare, e anzi, ne sono quasi sicuro, che le condizioni perché questo possa succedere, nel nostro Paese, manchino del tutto. Non vedo nessun modo perché in Italia possa emergere qualcuno di questo genere di scrittori. E anche qui non è che mi va di discutere il perché, questo accade. Penso solo che è così e basta. Punto. Altri paesi, Paesi di tradizioni letteraria antica o meno, hanno della gente che scrive e può diventare un "autore classico"; noi no.
Ecco perché sono triste. Non ho trovato nessun nome, nessuna risposta a questo. Magari sono io pessimista e adesso voi mi snocciolerete una selva di scrittori italiani che (secondo voi) hanno cultura, strumenti e classe da poter diventare (o essere già) dei "Calvino".
Boh... magari. Io questi nomi non li ho trovati, e per ora mi tengo questa tristezza da lettore.

12 commenti:

  1. Triste discorso al quale non ho risposte. Io ancora devo leggerlo Calvino.

    Forse in Italia prima di diventare scrittori (ma erano/sono solo scrittori?) di questo tipo dovremmo diventare lettori di quel tipo.

    Io ho la (tristissima) impressione che nel nostro paese con la (presunta) cultura si costruisca anche una certa "boria", dalla quale nascono i presupposti per l'attività preferita (a mio parere), la rissa e non un certo qual tipo di scambio intellettuale.

    Su questo terreno avvelenato da invidie e altre schifezze possono davvero crescere persone del tipo che tu auspichi? Magari anche sì, ma magari rimangono sconosciute per motivi che non sappiamo. O magari, per quanto mi riguarda, non so dove andare a cercarle, e su gugl non si trovano.

    Io della figura che tu descrivi ho un'immagine molto "agricola". Persone pronte a sporcarsi, a infilare le mani nella terra come tra le parole, con lo stesso gusto, gente che sgobba e suda e si smerda ed è proprio quella merda a lasciar loro addosso qualcosa di forte, che si travaserà in ciò che creano. Agricoltori di racconti, pescatori di storie, gente bruciata dal sole ma proprio per questo, nel loro essere davvero vivi, sono "saporite", intrise di qualcosa che gli altri non hanno.

    Ce ne sono ancora così?

    RispondiElimina
  2. Che notti meravigliose che ho passato insieme a Cosimo sopra gli alberi!

    RispondiElimina
  3. Un ragionamento simili l'ho fatto poco tempo fa rileggendo alcuni racconti di Buzzati. E no, nemmanco io sono riuscito a trovare un nome che sia uno.
    Credo anche che Matteo abbia centrato bene il punto: quel tipo di scrittori erano stakanovisti della lettura, della parola, della terra, della vita.

    Certo che dopo questo post e la foto delle fluttuanti palle bianconere un pò di tristezza la provo arriva...

    RispondiElimina
  4. Carla (sloggata perchè non ho voglia di loggarmi)3 settembre 2009 21:12

    Prova a leggere i romanzi di Michele Marziani (La trota ai tempi di Zorro, Umberto Dei biografia non autorizzata di una bicicletta, La signora del caviale - che è in uscita il 23 settembre-). Di tutti gli autori italiani di oggi che ho letto è quello che mi dà più gusto in assoluto. Storie e parole da assaporare, rileggere, farle decantare sulla lingua e nella mente. Poi magari a te non piace, ma tentar non nuoce :-)
    Carla (sloggata perchè non ho voglia di loggarmi)

    RispondiElimina
  5. @matteo Sì, sì, ti dò ragione soprattutto sul fatto che la vedo molto rara, la "testa" che diventa un lettore di quel tipo, non che non ci sia, ma se c'è a volte farà altro, oppure anche niente, oppure non so, dove sparisce, oppure, quel che è peggio, è che le manchi il terreno, le condizioni, in cui germogliare.
    Boh. però forse non è grave dai.
    Arriveranno.

    @Munzic. Immagino che anche tu sei un arrampicatore d'alberi, qualcosa anche ancora, da vecchio sfigato, faccio e ogni volta mi ricordo del Barone :)

    @Carla
    se mi capita proverò coi "Marziani", ma non dubito di trovarmi di fronte magari a un buon scrittore, di questi credo ce ne siano. Per dire, a me un Trevisan non dispiace affatto, e non mi dispiace l'ammaniti meno casinaro, oppure il maurensig, per dire nomi a caso. Ma la potenzialità di raggiungere quelle letture e quelle scritture non riesco a vederla. Comunque quando capiterà, tentar non nuoce.

    Comunque,
    chiacchierando di questi temi
    in questi giorni
    ho discusso due cose che vi possono tirare su il morale, dopo avervi intristito.

    1) c'è già stato, in Italia, un periodo di un centinaio d'anni in cui non c'era nulla, mi hanno detto. Me l'ha dovuto dire un profio di letteratura, perché io sono ignoranto, di 'ste cose, e diciamo, lui mi ha detto, dal boccaccio al Poliziano. Ok, ora tutto è relativo, ma il fatto che vi possa essere stato in passato un centinannio di pausa è comunque incoraggiante.

    2) seconda considerazione è che anche se ci fosse un vuoto può sempre arrivare qualcuno che "ricomincia". Arriva quello che si legge tutto e ha le capacità per produrre tante cose di quel livello e mantenere ovviamente con i canoni linguistici del suo tempo, la ricchezza/bellezza della nostra lingua e del nostro pensiero. Io sono dubbioso per alcuni motivi, su questo, perché tempo le menti delle nuove generazioni, dopo la rivoluzione dell'immagine degli ultimi trent'anni, che potrebbe aver minato completamente le fantasie, riducendo/standardizzando/appiattendo, ma non nego che chissà, potrebbe anche esserci l'effetto opposto. Nel frattempo mi tengo stretto la mia testa, che è dell'ultima generazione nata senza il www. :)

    RispondiElimina
  6. Io consiglio sempre di leggere 'Introduzione alla critica letteraria' di Terry Eagleton, per capire meglio le motivazioni che fanno diventare 'classici' autori/libri.

    Ian

    RispondiElimina
  7. Tempo fa ho dovuto rispondere alla domanda di alcuni amici, sul perchè io non legga mai autori italiani moderni o datati, e in definitiva la risposta si trova all'interno di questo post, malinconico ma ugualmente categorico.

    Gli ultimi italiani che ricordo di aver letto risalgono ai tempi delle superiori, quando obbligatoriamente si affrontavano Moravia, Svevo, Pavese, Pirandello, Calvino e via dicendo. Vite dedicate o, per meglio dire, votate alla letteratura, allo studio, di cui so di aver apprezzato molto più tardi la grandiosità e la superiorità rispetto ad autori moderni italiani e stranieri. Sfortunatamente appare difficile ora, immaginare qualcosa di simile e sulle ragioni ci si potrebbe perdere una vita intera.

    Meglio aspettare, come dici tu, che arrivi quel qualcuno disposto a farsi legare alla sedia dal proprio servo, per imporsi di studiare, imparare, non smettere di creare e magari, appunto, ricominciare.

    RispondiElimina
  8. C'è anche da dire une cosa
    forse a comprensione e meno politicizzata editorialmente delle precedenti
    il fatto che ci sia e ci sia stata la rivoluzione dell'immagine e del web in generale, e della tv, e insomma, delle ict, ecco
    credo sia un qualcosa che va digerito, e forse è uno scotto da pagare, causa digestione di tutto questo, prima che arrivi un grande che ci fa la divina commedia after the www...
    non so se è un alibi, comunque è abbastanza vero anche ciò.

    RispondiElimina
  9. Io, leggendo "Venere lesa" di Maurensig, per la testa mi era passato un pensiero, quello di constatare che la forza di un Goffedo Parise, letto tanti anni prima, con il "Prete bello" qui era del tutto assente. A sostegno della mia tesi sulla grandezza di questo autore riporto una lettera di Calvino a Parise:
    Torino 9 maggio 1973
    Caro Parise,
    tenevo lì il tuo Sillabario, e ogni tanto ne leggevo un pezzo, e ora che l’ho letto tutto tengo a scriverti che questa tua poetica, questa tua precisione nel rendere facce, cibi, giornate, funziona molto bene. Finché leggevo la tue dichiarazioni nei colonnini del Corriere potevo dire: ma sì, le solite cose che ogni tanto si dicono per cercare di scrollarsi di dosso l’intellettualismo di cui non possiamo liberarci, rimpiangendo un modo di raccontare che tanto ormai non riesce più a nessuno, perché è finito con i russi dell’Ottocento. Invece in pratica sei riuscito a fare qualcosa di diverso da come si faceva ieri e da come si fa oggi, proprio nel modo di costruire il racconto, di mettere a fuoco il vissuto attraverso alcuni particolari e non altri, e a dare un taglio alla prosa che è molto tuo e serve molto bene a quello che vuoi dire, insomma uno stile. E anche quel tanto di partito preso che ci metti nell’applicare questa tua poetica, è proprio il segno del fatto che scrivi oggi, che “esegui un’operazione letteraria” (protesta pure) e il senso di quello che fai è proprio lì. Come esempio di racconto che mi piace (non tutti mi piacciono ugualmente) citerò AMICIZIA e in genere quelli del tipo più indiretto e con movimenti nel tempo.
    Tanti cari saluti
    Tuo
    Calvino

    Giovanna

    RispondiElimina
  10. Goffredo Parise...
    non lo conoscevo
    e ovviamente è del '29
    Siam sempre lì, possiamo intristirci. :)

    RispondiElimina
  11. Di Parise postumo, che forse lui non avrebbe pubblicato, c'è "L'odore del sangue" dal quale ne è stato tratto un recente film.

    Giovanna
    No sta intristiti, Raffaele, tu continue a scrivi che no si sa mai ... (DoneBete)

    RispondiElimina