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"Il vampiro" di W. Polidori ***

Non so perché, penso forse per un'operazione nostalgia, mi sono riletto il buon vecchio Vampiro di Polidori. Lo avevo tirato fuori dagli scaffali dei libri a 1000 lire ancora verso marzo, credo.
Non chiedetemi cosa mi è saltato in mente, fra tutti i cari vecchi librettini a mille lire che ho comprato e spesso non ho manco letto, sono andato a riperscarmi proprio questo, che non solo l'ho letto io, ma l'avete letto voi, vostra nonna, il vostro gatto con stivali, anna dai capelli rossi, la fatta turchina e l'uomo che sussurrava ai cavalli cose sconce.
Insomma, tutto questo per dire che non serve dica niente, di un libro che si cita addirittura nei libri di scuola.
Quello di cui volevo parlarvi però erano due cose.
La uno cosa è che leggere cose di questo genere, adesso, fa ancora bene.
Certo... dovete fare un minimo esercizio di messa a fuoco, per inquadrare il contesto in cui l'opera è stata scritta.
Utilissima perciò è l'introduzione, che non è fatta solo per far arrivare a cento pagine due racconti che insieme ne fanno sì e no settanta. E' una prefazione che dice comunque qualcosa si interessante, qualcosa di utile a collocare l'opera e chi l'ha scritta. Poi poco importa se tutte queste belle storielle su Byron, Polidori, la Shelley e compagnia bella, a fare le orge a villa Diodati, sono un pochetto romanzate. Mi piace comunque sapere chi conosceva chi, e quando l'opera è scritta, e che condizione psicologica/economica/fisica attraversava l'autore. E così tutte le altre cose contenute in quelle dieci pagine introduttive.
Insomma... dovrebbero farlo anche adesso, coi libri nuovi. A me piace sapere chi è l'autore, cosa fa, dove ha scritto, cosa lo ha influenzato... sì, ok, non m'importa sapere chi si trombava e come condiva la pasta, ma dare un minimo di contesto alle opere credo sia una bella abitudine che è andata perduta, limitando tutta l'informazione ai risvolti della copertina.
La due cosa invece riguarda il libro di per sè, indipendentemente dal contenuto.
Il pensiero fa più o meno così: ma quanto belli erano 'sti cazzo di libri a mille lire?!
Confesso che per metà delle volte li compravo per leggere i contenuti, per l'altra metà perché mi piacevano e basta, fisicamente. Secondo me erano mille anni avanti, e anche se la Newton adesso fa cose che fanno un po' cagare, in quanto a traduzioni, layout e imperfezioni varie, con questi ha fatto storia. Meriterebbero un premio solo perché erano una specie di droga letteraria a costo
ridotto che molti di noi hanno assunto... perché dai, su, diciamocelo. In biblioteca non si andava poi molto e comprare libri veri... mmm, non si faceva poi tanto dai, erano i tempi in cui potevamo ancora guardare la tv e beccare cartoni come "bem, il mostro umano" oppure "Devilman".
Basta... tutto qua.
Ora posso riporre il mio buon vampiro polidoriano e la sua amichetta vampira delle campagne romane e tirarne fuori un'altro.
Vediamo...
Ora vi dico quale...

Ecco qua.
Ho tirato fuori: "I racconti dell'oltretomba" di Ambrose Bierce, con prefazione di una decina di pagine del solito Gianni Pilo. Tra qualche mese quindi vi parlerò di questo.

Anzi, siccome so che siete dei nostalgici, guardate come chiudo il post. E poi non venitemi a dire che non vi voglio bene...

5 commenti:

  1. Io ce li ho tutti i millelire, ce li ho. E mi piacciono sempre tanto. A volte dici cose giuste. Ma solo avvolte, nel cellophane.
    Notte.
    C.

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  2. che nostalgia quei libretti a mille lire! :)))

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  3. io invece ne ho pochi di mille lire :(
    e comunque non è vero
    non dico mai cose giuste!

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  4. Anch'io ce li ho i 1000 lire, e anche i 3000!!! Quelli verdi!!! Mitici!
    Bisogna tornare alle lire, per forza.

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