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Libera nos a Malo di Luigi Meneghello****


Ci sono libri che consigliano. Che a forza di sentirli citare da altri (scrittori e non scrittori) e sentirti dire che sono libri “che bisogna leggere”, prima o poi ci si decide a comprare, soprattutto se in super sconto come è capitato a me con questo. Poi può capitare che li leggi oppure no, può capitare che confermino la loro fama oppure no. Che piacciano, oppure no.
Nel caso di Libera nos a Malo mi è successo tutto questo: l’ho comprato, l’ho letto, ha confermato la sua fama e mi è pure piaciuto! Ricordo che la prima volta che lo sentii citare fu tanti anni fa, ai tempi di city di Baricco, quando portava in giro per i teatri uno spettacolo fatto di letture e recitazione (Assieme a Meneghello ricordo che “ce l’aveva” con Celine, Melville e con non ricordo chi altri).
Ebbene, a distanza di tutto quel tempo, eccomi che l’ho letto, e devo dire che lo spocchioso Baricco aveva tutte le ragioni di incensarlo. Libera nos a Malo è un capolavoro, basta saperlo cogliere e apprezzare per la sua natura di opera più vicina al saggio, che all’opera di narrativa.
Già il titolo è un manifesto. Malo è il piccolo paese natale dell’autore, e parafrasando i versi del padre nostro (e non la canzone di Ligabue, eh) si mette subito in chiaro l’ironia che permea tutto il libro.
Meneghello non fa nient’altro che raccontarsi (e raccontarci) la sua Malo. Il suo piccolo paese colto ai tempi della sua infanzia e giovinezza, all’inizio del secolo scorso. Ci parla di come si viveva, di come si passava il tempo, si lavorava, si giocava, si amava e si moriva in quel piccolo borgo appeso alla montagna.
E voi direte, tutto qua? No, assolutamente no. Meneghello non parla soltanto del suo paese, ma ne cristallizza gli stati in un luogo che è sì Malo, ma è anche il paese dei nostri nonni e dei nostri genitori, e per chi, come me, ha passato i –enta, è anche il paese della primissima infanzia. Quando si parla della “compagnia di amici”, dei giochi, del modo di lavorare, della guerra, chiunque legga questo libro si ritrova immerso completamente nell’atmosfera del nipotino in braccio al nonno, che ascolta le sue storie. E sono due gli elementi che utilizza per avvolgere completamente la memoria del lettore.
Il primo è il dialetto. Questo è un libro imperdibile per chiunque ami il dialetto e ne difenda le sorti. In un passaggio stupendo, all’inizio del libro, Meneghello riesce a spiegare come certe parole, imparate in dialetto, hanno un significato puro, assoluto, inesprimibile da qualunque altra traduzione successiva. Il dialetto è la parola vera, e credo che solo uno che lo parla e lo ha imparato da piccolo possa cogliere il significato profondo di quello che l’autore intendeva. E vi confesso che dopo aver letto “Libera nos a malo” mi è venuta voglia di difendere a spada tratta l’utilizzo del friulano. E non per motivi giustificabili di amore per le lingue, ma per un motivo molto più metafisico, che è la perdita della verità. Il dialetto esprime, o esprimeva “il vero”.
Il secondo elemento è l’ironia. Tutto viene narrato con leggerezza, guardato attraverso la lente del tempo e del relativo disincanto. Non c’è quasi mai tristezza. Si ride. Si ride spesso e spesso si sorride. E si sospira, pensando alla purezza dei tempi senza tv e telefonini.
Ci sarebbe da parlare per ore, ma forse è sufficiente dire che questo libro è davvero magnifico.
L’unica avvertenza è quella di non aspettarsi un racconto. Non c’è una storia, ci sono fasi, momenti, periodi, ma non una trama. A volte è un libro faticoso, per i molti riferimenti dialettali (per altro spiegati in appendice) e per il contesto popolarissimo, che non tutti conoscono. Credo, in fin dei conti, sia un libro meno adatto per chi è nato e vissuto in città. Un bambino di paese se lo gode, inevitabilmente, di più.

Libera nos a Malo – Meneghello Luigi – 1963
Edizione Bur
Pagg. 282 - € 7.00
ISBN: 88-17-00965-2

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