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Come scrivere un breve racconto horror


Visto che il 31 ottobre scade il concorso di narrativa breve horror più figo del web e che tutti si staranno chiedendo:
"Ma come si fa a vincere il concorso più figo del web?"

Ecco, allora vi lascio un breve vademecum, praticamente privo di qualsiasi utilità, ma fatto di consigli che mi ero segnato lo scorso anno e che mi ero ripromesso di leggere quest'anno, prima di scrivere il mio "300parole". Ovviamente, se non mi ubbidite, peggio per voi, ma se non partecipate al concorso più figo del web, beh... Shame of you! :D

UN BUON TRECENTO PAROLEPunto numero 1: l’idea.
Non esiste un buon 300parole senza una buona idea di fondo. Il linea di massima mi sono accorto che più il filone è sfruttato (leggi vampiri-zombi-licantropi) più è difficile trovare una buona idea. Ancora più difficile, se non impossibile, trovare un’idea geniale. Sta di fatto che ho trovato davvero poco digeribili i racconti che non avevano un’idea, ma si limitavano alla descrizione di un fatto, di uno stato d’animo, di una scena. Un’idea è necessaria. Che poi sia originale o meno è tutto piuttosto soggettivo, ma l’idea è il core business del racconto. Quindi, il punto numero uno si può riassumere così: Niente idea = niente racconto (o quasi).


Punto numero 2: la forma narrativa
E come forma intendo un duplice aspetto: la correttezza e la forma narrativa. Non è plausibile pensare che in trecento parole vi siano degli errori sintattico-grammaticali. Un trecento parole dev’essere “pulito”. Un conto sono i termini impropri che “fanno stile” o possono dare “personalità” al racconto, un conto sono gli errori. Non ci devono essere, mai.
Il secondo aspetto riguardante la forma è relativo alla narrazione e al registro da utilizzare. Una buona idea può essere esaltata o penalizzata dal “come” è raccontata. Prima, seconda o terza persona? Dialoghi o no? Registro elevato, Antico? Colloquiale? Con sorpresa finale? Narrazione lineare o con inversioni dei fatti? Insomma, è opportuno non sprecare una buona idea cominciando a scrivere e basta. Personalmente ho fatto questo errore, e non intendo rifarlo. trecento parole sono poche, e non costa molto, una volta pensato il racconto, provare a scriverlo in sia in prima persona, sia in terza; oppure in un registro colloquiale e in uno più serio. Insomma, ci si deve spendere sopra del tempo. La conclusione è più o meno questa: Non sempre la miglior versione è la prima che si scrive.

Punto 3: l’idea che si capisce
Inutile avere una buona idea e scrivere divinamente se poi chi legge non capisce un piffero. Che l’idea si capisca. I racconti che dovevo rileggere perché troppo criptici o confusi mi sono subito stati sulle palle, quindi perché farsi del male, perché stare sulle palle a chi legge. Trecento parole non sono un libro, dove ci si può permettere il lusso di essere confusi o misteriosi. In così poche parole chiarezza = impatto. Poca chiarezza = noia o peggio ancora, fastidio. E se proprio non si riesce ad essere chiari, per quanto l'idea sia apprezzabile, vuol dire che trecento parole son troppo poche e potrebbe essere il caso di cambiare idea.

Punto 4: l’orrore intuito.
L’orrore, il raccapriccio, il terrore, se mai si riesce a generarli, non è certo attraverso descrizioni particolareggiate e pedanti di sangue, carne, ossa, vomito, urina, marciume, fetore, cadaveri, squarci, ecc. L’orrore quello che colpisce, quello che mi è rimasto, è quasi sempre dovuto a poche parole, pochi cenni, mentre il resto è tutto nella testa di chi legge. È un orrore che non viene sbattuto in faccia. Però ci dev'essere e dev'essere condiviso. Si scrive per chi legge e se chi scrive prova orrore per il minestrone, difficilmente sarà così anche per chi legge.

Punto 5: la scia di pensiero
I racconti brevi che lasciano maggiormente il segno sono quelli che lasciano un ricordo di sè che va oltre le righe. Che sorprendono o fanno riflettere. Non parlo di morale o pensieri colti, parlo di pensieri che restano, emozioni che ti lasciano addosso una scia di pensiero. Che dopo averli letti devi fermarti un attimo e non puoi continuare a leggere altro. Di solito la scia di pensiero è già dentro l’idea, ma non necessariamente, a volte è una frase, o un'immagine. A volte solo una parola. Credo sia la cosa più difficile da ottenere, perchè può capitare anche per caso o può proprio non arrivare mai, per quanto si la cerchi. Però cercarla è d'obbligo.

Punto 6: il titolo
Il titolo non può essere scelto a caso. Con trecento parole a disposizione il titolo è il dodicesimo giocatore in campo. E nel sceglierlo ci sono due possibilità: che il titolo sia interessante per conto suo, e ciò invogli il lettore a leggere, oppure che il titolo diventi fondamentale dopo la lettura, restando impresso, assieme al racconto, nella mente di chi legge. Ovviamente le due cose possono convivere, ma basta o una o l'altra. Se il racconto lo chiamiamo "il prato" o "lo zombi" allora è ovvio che siamo nella seconda categoria, e questo titolo si lascerà ricordare solo se veramente abbiamo un racconto che spacca ed è presentato al meglio da un titolo così semplice. Se invece vogliamo stupire, allora intitoliamo il racconto con qualche gioco di parole (che ne so, DraCulo, Licantroppo o Zombi in Zimbawe, possibilmente che facciano meno ridere) o qualche titolo lungo che non vuol dire niente, ma mette curiosità (tipo: il barattolo che oscillava a metà ramo). La cosa migliore, in ogni caso, è trovare un titolo che da solo basti a ricordare tutto il racconto.

Altro non mi viene in mente. I punti tra l'altro, sono anche in ordine di svolgimento.
Un saluto a chiunque e buona settimana!

4 commenti:

  1. Ottimo vademecum! Grazie per aver condiviso questi suggerimenti!
    Dopo più di un mese sono tornato ad aggiornare il mio blog, quando vuoi passa!
    Ciao
    DB

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  2. Ottima guida! Purtruppo però i racconti che mi sono arrivati finora dimostrano che i tuoi suggerimenti vengono allegramente ignorati.
    Quest'anno vanno di moda i licantropi, la morte e i soliti vampiri... :(

    ciao
    Alessandro "Scheletri"..

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  3. Si, probabilmente lo e

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  4. Io aggiungerei un'altra cosa: i racconti horror non devono avere un perché, e non devono esserci troppe spiegazioni. Secondo me più un racconto lascia al lettore il compito di capire... più è bello!

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