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Sotto le lune di Marte - Burroughs Edgar R. ***


pagine 128 -1000delle vecchie lire – Gruppo Newton

Ci sono due tipi di pigri. Quelli che si potrebbero chiamare “indolenti”. Che non fanno, non cominciano, non agiscono. E quelli, più frequenti, che pur essendo pigri si dedicano a mille cose, iniziative, attività. Per capirci, sono quelli che vanno a correre, hanno un sasso nella scarpa, e sono capaci di farsi una vescica grande come uovo al tegame, per non fermarsi a toglierlo. Io di solito appartengo a questa seconda categoria (le mie vesciche lo testimoniano). Ci sono cose, però, su cui rimango ancorato ai comportamenti dei pigri della prima categoria. Una di queste sono i libri di fantascienza.

Io, i libri di fantascienza, di solito non li comincio. Ricordo di aver letto qualcosa di Asimov, tanti tanti anni fa, e ricordo anche che mi era piaciuto. Ricordo addirittura di essermi appassionato, per qualche tempo, ai pianeti a all’astronomia. Però poi tutto è finito lì.

Sono pigro. E con la fantascienza non puoi permetterti di essere pigro. La fantascienza ti crea un mondo. Non è come la narrativa in genere, anche quella fantastica, che si muove su un mondo già visibile e stabile. Insomma, tutto sto preambolo per dire che quando ho cominciato a leggere questo mini libro super economico che alessandro di scheletri.com mi ha venduto a peso, non avevo realizzato in che cosa mi stavo imbarcando.
Ho lo stesso problema, tra l’altro, con il fantasy, ma siccome i fantasy non esistono più il problema non si pone.
Per fortuna è stato facile. Un viaggio breve, sia in pagine totali, sia in quelle impiegato per costruire Marte e i suoi popoli.
Di bello è che leggendo questo lavoro sono diventato più colto. Cosa ho imparato?

Eccovelo, per punti.

Burroughs Edgar R. è quello che ha scritto Tarzan, il signore delle scimmie, e io sono molto stupido e non lo sapevo. Per me l’unico Burroughs famoso era quello della beat generation

Questo libro ha salvato l’autore dal suicidio. Cito da Wikipedia: “Nel 1912, amareggiato e sull'orlo del suicidio a causa dei numerosi insuccessi professionali, realizza un romanzo d'avventura di genere gantascientifico: Sotto le lune di Marte (Under the Moons of Mars). Neanche stavolta però l'autore è sicuro di sé, tanto che non firma il manoscritto col proprio nome, ma sceglie lo pseudonimo di Normal Bean ("Tipo Qualsiasi").Il romanzo, che costituisce il primo libro di una fortunata serie di ben undici volumi, narra le avventure vissute sul pianeta Marte dal capitano John Carter; serializzato in sei puntate sulla rivista All-Story, ottiene un successo immediato e, come detto, imprevisto da parte dell'autore.

Non ci vuole poi molto a scrivere di fantascienza. Per come ha fatto Edgar. Ha preso un cow-boy della Virginia, gli ha fatto fare una trasmigrazione del corpo e l’ha fatto finire su Marte. E da lì è partito a descrivere Marte e tutta l’Odissea di questo benedetto John Carter, e di quelli che su Marte sono i suoi superpoteri (coraggio, forza, lealtà, assenza di gravità, ecc.). Insomma, non ha spiegato un cazzo, ha scritto un inizio verosimile di una decina di pagine e poi è partito per la (sua) marziana tangente. Erano altri tempi, evidentemente. Ora l’avremmo massacrato per una tale dabbenaggine.

Edgar era mezzo analfabeta, e comunque poco scolarizzato. E a tratti si vede. Ma se si tiene conto che ha scritto un sacco di roba (una vagonata di Tarzan e altri due cicli di altra Fantascienza, oltre a questo che è il “Ciclo di Marte”), si capisce qualcosa del sogno americano (di uno scrittore). La fantasia gli è servita più della tecnica. Insomma, quand’è morto ha lasciato un patrimonio di oltre 10milioni di dollari (siamo nel 1950, eh).

È un libro storico, più che di intrattenimento. Sono contento di averlo letto. Veramente contento. Se dovessi dargli un voto gli darei sei, ma ha avuto un peso maggiore, per ciò che rappresenta e le riflessioni che ho fatto.

Una riflessione, tra le tante, è questa: con la fantascienza puoi criticare (come hanno fatto giù in milioni) il presente. La società in cui vivi. Creare mondi ti dà modo di creare mondi migliori (come a dire, ecco, così si dovrebbe fare) o anche mondi peggiori (come a dire, ecco, fate attenzione che non vi accada mai questo. Insomma, sono pigro, ma riconosco la fatica altrui. La fantascienza è ambiziosa. Se dovessi scrivere di fantascienza, sarei ambizioso, molto più di quanto non lo sia scrivendo ciò che scrivo ora.

Questo libro, in fin dei conti, attraverso storie d’amore e d’amicizia, esplora i temi della diversità delle razze, della lealtà, dell’amicizia e del “volemmose bbene”. Concetti stucchevoli ora, ma negli Stati Uniti e dei Kluxers del 1912, una alleanza tra uomini Verdi e uomini Rossi aveva decisamente tutto un altro significato.

Porca passera. Guarda qua quanta roba ho già scritto! E pensare che dovevo parlare solo del libro. Vabbè vi riporto il riassunto che potete trovare ovunque, e prendo la sinossi di Wikipedia: “John Carter giunge nelle sterminate pianure di Marte (che lì è chiamato Barsoom) popolate da numerose razze indigene piuttosto primitive, tutte estremamente pericolose, crudeli e perennemente in guerra tra di loro. In pochi anni John Carter, eccezionalmente bravo con la spada e dotato di un coraggio che sfiora l'incoscienza, diventa uno dei più importanti guerrieri di quel pianeta bellicoso anche nel nome.” Il tutto intrecciato a una epica storia d’amore con una principessa, aggiungo io

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