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Il nero che fa tendenza di Formetta Cristiana ***

Come mai ho questo sconosciuto libro di questa (a me) sconosciuta autrice? Per un paio di motivi.
Tanto per cominciare perché la Clinamen Editrice è quella che ha pubblicato Polièsteri, una raccolta in cui figurava mio primo racconto (sia scritto, sia pubblicato) e, per questo motivo, non potrò che provare simpatia per tutti i libri di questa collana.
Secondo motivo, più valido credo, è perché il libro, come spesso accade a quelli di questa collana che hanno un po’ di anni sulle spalle, era fortemente scontato, e l’ho pagato due euro.
Terzo, perché il titolo e la seconda di copertina erano davvero intriganti e così quella zona dei miei neuroni che ho delegato all’acquisto di libri di cui non so nulla ha risolto un’equazione di questo genere:
costo2€ + titolocarino + paginesolo96 + copertinacuriosa + 2dadicopertinaaccattivante = acquistare!
E così ho acquistato, sia questo che un altro libro, di Gerry Turano. E pensare che ne ho ancora uno da leggere, e che mi sono deciso a leggere proprio in questi giorni.
Bene, tutto questo preambolo per dire: Cavoli! Che libro carino!
Da un esordiente con casa editrice piccola il rischio della mediocrità, sia nei contenuti che nell’editing, è sempre in agguato. Ed è una cosa piuttosto fastidiosa, per me, leggere qualcosa che dentro non ha un’idea e che e ti fa perdere tempo.
Ecco, il problema non si è posto con questo piccolo, adorabile, libro.
In una decina di racconti brevissimi, costruiti con frasi brevi e trame che paiono quasi dei fotogrammi che raccontano una storia, Cristiana Formetta riesce a descrivere uno degli umani sentimenti che più spaventano. Non la paura di morire, né quella del dolore. Il nocciolo di questa manciata di racconti è un altro. È l’oblio, la dimenticanza, la solitudine.
E non si può che concordare con le parole che descrivono il racconti come qualcosa “che farà male”, perché è proprio così. I racconti, nessuno escluso, sono come un colpo sordo e improvviso, sferrato senza preavviso, che ti toglie il fiato.
Li leggi d’un fiato e poi sei costretto a chiudere il libro, come se quella disperazione, quella paura di restare soli, o di esserlo da troppo tempo, ti urlasse in faccia dalle pagine. Ci vuole un attimo, prima di riprendere fiato e leggere il racconto successivo.
E il colore che li domina è il nero, ma non un nero fitto, oscuro, senza riflessi, bensì un nero che spesso è grigio scuro, e a volte è attraversato da riflessi bianchi. E sono tutti colori che provengono da personaggi reali.
Massaie uccise dalla vita d’ogni giorno e da un marito noioso, vittime che desiderano essere vittime, coniugi che non comunicano più o amanti che non l’ahnno mai fatto, piccole ambizioni, cellulari spenti, omicidi un po’ colposi e tanta folle, oscura, disperata, quotidianità.

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