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La lacrima del diavolo di Jeffery Deaver ***

pagine 409 - € 5.95
editore: Sonzogno
collana: best seller

Per la serie "ripensandoci meglio" queste che seguono sono le parole che ho scritto a caldo dopo aver letto questo libro.

Questa non è una vera e propria recensione. Quella dovrebbe spettare a qualcuno che ha letto la maggior parte dei lavori di Deaver, ovvero “il più grande scrittore di thriller dei giorni nostri”, come citano le sue seconde di copertina.
Dico questo perché non potrò avere la visione complessiva dell’autore e la sensibilità del mio giudizio sarà diversa, altri suoi thriller che, a detta di molti, paiono più riusciti della “Lacrima del diavolo”.
Di questo autore ho letto soltanto, quando ero ancora in un’età ancora facilmente suggestionabile, il pluri-reclamizzato “collezionista di ossa”, che ricordo ancora come una bel libro, anche se ho solo un vago sentore di quale fosse la trama. Ciò accadrà probabilmente anche con questo libro, che fra qualche anno, ricorderò come un bel thriller, pur non rammentando molto gli accadimenti.
Ma proseguiamo con ordine.
La vicenda si svolge interamente tra il pomeriggio e la notte del 31 dicembre 1999. A Washington. Un criminale (la mente) utilizza un altro pseudo-criminale (il becchino) per una estorsione di denaro. Il becchino spara su folle innocenti finché il riscatto non viene pagato. Tutto bene, se non che, dopo poche pagine, il mandante muore investito accidentalmente da un furgone, ed è per questo che la lettera di richiesta del riscatto diventa prova unica e imprescindibile per (cercare di) evitare le stragi. Ecco perché entra in gioco l’outsider Parker Kincaid (ex-agente fbi che si dedica ai figli e alla verificazione di documenti), il quale assieme all’agente (bella, sportiva, glaciale e dal passato triste e oscuro) Margaret Lucas indaga, tra lettere, calligrafia, enigmi e intuizioni, per catturare il colpevole.
Il romanzo, scandito dall’incessante scorrere del tempo, si avvia frenetico per la strada (già molto battuta) del thriller di ambientazione americana, utilizzando le classiche figure dei buoni e dei cattivi, ormai (ahinoi) abbastanza stereotipate.
In tutto questo alcune cose sono da salvare, altre no.
Da salvare, sicuramente, l’intro iniziale che lascia al lettore l’idea di un colpevole scoperto subito e deceduto, per pura casualità(?). Questo modo di procedere spiazza e rende subito interessante la vicenda (anche se a me, però, ha ricordato una citazione/presa in prestito dal romanzo di Dürrematt “La promessa”, e mi ha rammentato quanto era geniale quel breve componimento).
Da salvare il modo di scrivere di Deaver e il modo con cui è strutturato l’impianto degli avvenimenti. Non c’è una virgola fuori posto, non un evento che sia inutile. Purtroppo, dopo un po’, questo “far quadrare il cerchio” diventa un arma a doppio taglio, perché il lettore si aspetta già che qualunque fatto abbia un suo ruolo e si passa dal colpo di scena, all’ “atteso” colpo di scena.
Da salvare, infine, la velocità con cui si coinvolge il lettore. È uno di quei libri che, dopo aver superato una certa soglia di pagine, si legge a intervalli sempre minori, fino a cadere nella spirale senza ritorno del “devo finire… devo finire… devo finire…”
Da condannare, invece, i personaggi e l’ambientazione. Perché?
Credete per caso che il protagonista maschile sia un ubriacone, ciccione, che si mette le dita nel naso e picchia i figli?
Credete che la protagonista sia una poliziotta senza tette, con le gambe storte che rutta e bestemmia?
E che il cattivo sia uno sciattone poco sveglio, ma molto fortunato, a cui interessano solo i soldi?
Macchè! Come nessuno si sarebbe mai aspettato i due protagonisti sono tutti casa, palestra, hobby e abilità. Belli, intelligenti, con un passato sfortunato e, difficile da credersi, sembra quasi che tra i due possa nascere qualcosa. Chissà…
Il cattivo, poi, non è come tutti i cattivi dei film. Certo che no! È intelligentissimo e scrupoloso, studia il da farsi per mesi, organizza tutto nei minimi particolari, mira al reato perfetto, piuttosto che ai soldi. Ma si sa… naturalmente il crimine non paga.
Insomma… diciamo solo che è difficile riconoscersi in qualche personaggio, ed è anche più difficile rendere credibile una serie di sparatorie sulla folla di Washington, con la gente comune (stiamo parlando di americani) continua a festeggiare l’ultimo dell’anno senza guardarsi alle spalle.
Altre due armi a doppio taglio, infine, sono i continui colpi di scena e il fatto che il libro sia scritto come la sceneggiatura di un film.
Riguardo al primo aspetto, se da un lato il lettore non può evitare di rimanere sorpreso, dall’altro, sorprendilo una pagina, sorprendilo quella dopo, sorprendilo quella dopo ancora… che cosa vuoi che si aspetti, poi, se non una ennesima sorpresa?
Riguardo alla strutturazione a ‘mo di film, se è innegabile il suo merito di “far vedere” il libro come se fosse fatto di sequenze, è altrettanto vero che, in questo modo, si mette in gabbia la scrittura. Non ci sono passaggi “da rileggere” o in cui chiudere il libro e pensare (ma d’altra parte, se vado al cinema per vedere un poliziesco, chiedo azione e non riflessione). In conclusione un thriller scritto davvero bene e gestito ancora meglio, ma che lascia l’impressione di un lavoro che si basa su un “modus narrandi” funzionante e ben collaudato, ma che alla fine non rischia mai, più del dovuto.

Ripensandoci meglio, e senza cambiare il giudizio espresso, il terreno sul quale si muove Deaver non mi è piaciuto poi tanto. Gli agenti dell'FBI, le stragi, i colpi di scena e molti degli avvenimenti narrati posseggono uno scarso grado di verosimilità. Ora, intendiamoci, il bello dello scrivere è indubbiamente il poter immaginare e raccontare di cose non accadute, certo, ma la domanda che mi ponevo, più che altro, era di questo genere: possibile che uno (indubbiamente) bravo nel costruire meccanismi narrativi di questo genere non riesca a privarsi di tutta questa inverosimilità? Insomma...servono proprio gli effetti speciali? Non sarebbe bello fare senza? Vedremo al prossimo Deaver...

4 commenti:

  1. Mi trovo parecchio d'accordo con la tua disamina.
    Tralasciando il fatto che Deaver è uno dei miei scrittori preferiti, c'è da dire che hai analizzato una delle realtà più paradossali del mondo dell'editoria moderna: scrivere per chi legge è pù importante di scrivere per se stessi... la moltitudine, in un libro come in un film, cerca azione, frenesia, colpi di scena (ebbene sì, ci siamo un pò tutti amercanizzati), quindi lo scrittore sembra quasi doversi adattare per forza di cose a questa situazione, per poter piacere (= per vendere).
    Il fatto di ricorrere a personaggi stereotipati, poi, è una prerogativa di moltissimi scrittori (infatti ormai non ci faccio più neanche caso), anche se in questo libro forse Deaver esagera un pò troppo... ;)

    Comunque, se posso consigliarti il migliore di Deaver, buttati sul "Lo scheletro che balla", poi mi dirai.
    A presto
    MisterEcho

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  2. per ora ho sullo scaffale 'la sedia vuota' e mi leggerò quello

    non sei l'unico che mi ha parlato bene dello scheletro che balla, lo metterò nella lista dei libri acquistare e al primo sconto...

    Grazie :)

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  3. "la sedia vuota" è l'ultimo di Deaver che ho letto e mi ha fatto impazzire. Credo che vi troverai maggior soddisfazione nella caratterizzazione dei personaggi.
    "lo scheletro che balla" l'ho letto sei o sette anni fa. Non ricordo la trama ma ricordo di averlo prestato a diverse persone, quindi evidentemente mi era piaciuto parecchio.
    A breve mi ciberò di "La luna fredda", da molti definito un capolavoro... vedremo!

    ciao a presto

    Val

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  4. bene o male quei tre titoli sono quelli di cui sento parlare meglio.
    la sedia vuota è sullo scaffale...
    tra un pò lo faccio fuori.
    Ciao :)

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