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"La pista di Campagna" di Massimo Carlotto**

Mezzora. Mezzora poi mi ficco sotto la doccia e vado a lavorare. 
Oggi meno cose, di lavoro normale, ma che poi, mi rendo conto, i giorni in cui ho meno cose di lavoro normale sono quelli dove alla fine sono molto più stanco.
Perché?
Ho capito che per quelli come me, per quelli pieni di cose fuori dalla porta, da fare, la vita è così.
Quando dal lavoro ti dicono: oh, hai visto, hai un pomeriggio libero questa settimana...
Ecco, loro pensano: di cosa ti lamenti, cosa ci vieni a dire che sei stanco, noi abbiamo lavorato di più... tu avevi UN POMERIGGIO LIBERO, bioparco.
Ma per quelli come me, il pomeriggio libero significa: 
scrivere, perché ricominciato, sì, in friulano, e lo voglio finire questo quinto libro.
leggere, perché sì, non ho tempo, se leggo è per scrivere, ma ho Calvino, qui sul tavolo, vicino ai giornali vecchi con articoli che devo leggere, ho Bellina, là nell'altra casa, vicino alle memorie di Casanova, e li leggerò. (Calvino e Bellina, non Casanova).
E poi ho da illustrare i racconti del Checo
Ho da finire di dipingere le porte di casa
Ho da pulire tutte le stanze di casa,
ho da comprare una lavatrice
Cambiare auto
Comprare una lavatrice
Andare dal dentologo
Fare spesa
Andare a raccogliere i fiori di sambuco per fare altro sciroppo
Fare lo sciroppo
Seminare menta e basilico che siam fuori tempo massimo
Prendere del sole
Fare giri in bici
Andare a prendere e legger libri per bambini
Andare a Roma da Gloria se è viva
Andare a Treviso da Elisa se è viva
Portare la mia vecchia a passeggiare e vedere delle visite che deve fare
Andare a trovare altre settordici persona prima che non esistano più
Vendere tipo ottordici cose su subito punto it
Leggere il libro di Gianfranco ed editarlo
Convincere Pablo a finire la tesi
O andarlo a trovare in Repubblica Ceca
Prendere i biglietti per due tre concerti che dovevo e che oramai non ci saranno più
Andare al fiume a prendere i sassi per le tartarughe
E poi fare la loro casa, delle tartarughe, dico, non dei sassi...
Serve che continui?
Io ho una lista di queste cose o cose come queste che conta altre decine e decine di voci.
E quando mi dicono hai un pomeriggio libero ecco, è come aprire la porta e queste cose, tutte insieme, cercano di entrare.
E alla fine finisce che non ne faccio nessuna. Oppure, e sono i casi migliori, che ne faccio una, magari una che mi va, ma la faccio col senso di colpa di tutte le altre che presto, appena il pomeriggio libero è finito, dovrò mettere alla porta.
E spesso quella che faccio è una nuova, non una di quelle in lista.
Non c'è uguaglianza nelle cose da fare alla mia porta.
Ecco... se penso a tutto questo, penso alle parole della mail di Paola e al fatto che non si dovrebbe lavorare, si lavora troppo, non si può pensare, almeno per quelli fatti come me, di usare 8-10-12 ore della propria giornata, ovvero tutte, nelle giornate di altri, per il lavoro. 
E le cose fuori dalla porta?

Ecco... tutto questo per dire che la cosa fuori dalla porta che sto facendo entrare oggi, che comincio a lavorare alle dieci e tra 15 minuti devo andare a lavarmi, è questa recensione, queste righe di un libercolo che ho letto oramai un mese fa, prima di ricominciare a scrivere.
La faccia perché Pecorella mi ha rotto il cazzo, dice che mi legge ancora, e io sono felice. 
Anche altri ogni tanto mi dicono "Oh, ma il blog... "
In realtà non faccio fatica a non aggiornarlo, ma nemmeno ad aggiornarlo.
Mi rendo conto infatti che potrei scrivervi per ore, prima di cominciare a parlarvi di questo "La pista di Campagna" di Massimo Carlotto. 
A parte che il calembour del titolo mi sta sulle palle... ma vabbè, lo dovevo dire.
No... non mi è piaciuto.
E' uno dei libri del Sole 24 ore. La seconda serie. Anche questa interrottasi come la prima, di botto.
Ma io li ho comprati, anche se mi mancano i primi, alcuni. 
E ho intenzione di leggerli.
Sapete perché?
Perché io molti autori non li conosco, e leggendone un racconto, un po' li conosco.
La librogonia del mondo è infinita, ma noi conosciamo solo alcune stelle. 
E allora ti capita di trovare altri, che conoscono altre stelle, e si sconvolgono quando dici "No, non ho mai letto niente di Carlotto"
Eh!?!?! Uh?!?!! OH!?
Eh...
Ma non puoi.
Sì che posso. Soprattutto ora che una cosa l'ho letta, e non mi è piaciuta tanto.
E' un racconto breve fatto lungo.
Ho visto che è uscito per einaudi in 62 pagine... 62 cazzo di pagine. Scherziamo?
Qui ce ne sono 75 e tipo è un Times new roman 16... 
Quindi è un racconto breve. (qui le prime pagine, se vi va)
Il commissario è Campagna, quello del titolo e del calembour scontato.
Una vicenda di droga, di droga a padova, di droga che la prendono i metalmeccanici, gli operai, chi lavora in fabbrica. Non gli sbandati. Tutti, a sentire Carlotto.
Dopo il loro lavoro, la giornata in fabbrica, ecco... cosa ti resta nella vita?
Come fai ad andare avanti... E niente. Ti droghi.
Sarà anche vero, ma mi ha irritato fortemente. La generalizzazione mi è sembrata poco credibile, ma tenete presente che io sono uno che ha le cose fuori dalla porta, che capita che mi addormenti alle 3 alle 4 e dorma due tre ore, per fare le cose che sono non lavoro. Mi drogherei, sì, se avessi soldi, ma non certo per deprimermi. Solo per fare cose, non dormire mai.
E quindi no, la trama non mi ha fatto impazzire, anche se riconosco il pregio di aver creato una situazione incasinatissima da cui Campagna esce.
Però è tutto un luogo comune, un già visto... L'ispettore che non segue le regole, con l'animo integerrimo che sa bene che i pesci piccoli non c'entrano ma sono i grossi...
la corruzione...
il ricco delinquente...
il delinquente russo violento uccido tutti crudelmente
cose viste e straviste...
E niente... non mi veniva voglia di leggerne un altro. Mi sono immaginato che questo sia un racconto minore. Una roba che Carlotto aveva nei cassetti, che gli hanno rotto i coioni per pubblicare qualcosa, che abbia detto Oh, non ho coioni, prendetevi questo. Non so... non penso che sia così, perché allora non credo che leggerei altro. 
Ma va detto che non vado pazzo per le storie noir all'italiana di questo stampo, con gli ispettori non ortodossi che risolvono casi in modo poco ortodosso. 
E quindi sono le 9 e 10 sono in ritardo di dieci minuti. 
Alzo il volume e vado.
E vi dico cose... vediamo cosa...

Ah, è uscito Liam. Ah me Liam sta simpatico. Non so... credo sia stronzo e senza talento, ma è simpatico, e mi piace pure la canzone.
Ah, tra i concerti che vorrei, c'è quello di Benjamine, è uscito il video nuovo, mi pare, l'altro ieri.
E niente... parla di Aleppo. Guardatelo. Ascoltatelo. Merita.
Ah, non mi passa che è morto Chris, non mi passa il come, e ho istinti suicidi piacevolmente forti, quindi nel caso, non rompetemi i coioni, che son contento così.


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"Un borghese piccolo piccolo" di Vincenzo Cerami****

E' sabato, ma ci sono le partite ed è come fosse una domenica.
Ascolto or ora il nuovo Kendrick, ho una gatta che continua a rotolarsi sulla tastiera mentre scrivo e pure si infastidisce se muovo le dita. Ho 4 tartarughe nuove, una più grossa dell'altro e gli ho messo la cuccia del cane, ché tanto il cane non la usa.
Ho anche 4 nuove galline, le uova di pasqua per i colleghi di lavoro sono venute belle e io ci ho guadagnato 4 haiku in friulano, quasi tutti belli.
Ho scoperto che ci sono in giro sempre più coioni che credono ai complotti e sono sempre più propenso a pensare che non siano recuperabili e se inventassero un virus che li toglie di mezzo potrebbe non essere un'idea cattiva.
Detto questo, rimettiamo a posto un libro letto oramai un mese fa e passa.
Vi ricordate che avevo sbagliato? Avevo cominciato un libro di Gianni Celati convinto che fosse di Vincenzo Cerami ed era comunque bello. Beh, ecco, poi il libro di Cerami ce lo avevo, e l'ho letto subito dopo. Era uno di quelli della collana del Corriere della sera ed è un libro che non è tra gli ultimi arrivati se scandissimo le posizioni di rincalzo della classifica dei libri per sembrare fighi.
"Un borghese piccolo piccolo" io l'ho sentito usare, come termine, e ora che l'ho letto posso anche dirvi che forse è fuorviante, il suo utilizzo. O per lo meno lo è nella seconda parte di libro, quando più che di difetti della piccola borghesia si parla quasi - per enorme metafora - della sua decadenza.

Andiamo per ordine.
La prima cosa che vi dico è che è un bel libro, questo. Ma proprio bello. Un libro denso, pieno di cose, di fatti, di personaggi, di pensieri. 
Ho sempre avuto l'idea che un libro non debba essere lungo, per contenere cose, e i romanzi meravigliosi, per i miei tempi di lettura, sono proprio tra le 200 e 300 pagine, ma bastano un po' meno per mettere in piedi un gioiellino.
Ecco, questo ne ha 140 e pure scritte in grande, e lo è, un gioiellino. Almeno secondo me.
Cerami lo avevo già letto con i suoi racconti, e mi era piaciuto molto molto, e inoltre è quello che scrive libri per imparare a scrivere, e insomma, non è l'ultimo arrivato.

Il libro forse è famoso per il film di Sordi, regia di Monicelli, ma io i film di Sordi non li conosco, e quindi so dirvi solo del libro. 
Di che parla? 
Di Giuseppe. Giuseppe funzionario delle pensioni, che sul tavolo ha la sua pensione, pure, che presto sarà. Ma Giovanni ha un figlio, unico, che deve sistemare, e farlo uscire dalla sua piccola borghesia, per entrare dove conta, ma c'è un concorso, da fare, e per vincerlo bisognare essere raccomandati, e per la raccomandazione... c'è la massoneria!
E' la parte più ironica e spassosa del libro: Giovanni entra in questa cosa che è a metà tra la farsa e il circolo di uomini che giocano a raccontarsela. Un piccolo teatrino ridicolo, surreale, a tratti, che vi farà ridere e ridere amaro, anche. Sono persone piccole, ti arriva come una freccia l'aggettivo del titolo. Persone piccole che danno importanza enorme a cose piccole: alla carriera, al posto, al prestigio, a essere un po' più in alto di qualcun altro, ai piccoli privilegi. 
Il dottor Spaziani che ti dà del tu è un onore che Giovanni percepirà come tale per tutta la vita.

Giovanni, Amalia e il figlio Mario sono una famigliola medio borghese dei '70 e rappresentano quell'italietta media, infima, sfigata, se vogliamo, eppure tanto, tanto vera. Una critica feroce all'italianità, a una certa italianità, del cittadino borghese che ha perso di vista valori spirituali e morali ma non la bontà d'animo, quella gli è rimasta, solo che la dedica agli obiettivi, appunto, piccoli piccoli. 
La sfiga, tra l'altro, la fa da protagonista, ma è vera sfiga? Non lo so. 
Alla fine, non ne esce bene questo Giovanni Vitali, impiegato del Ministero, giustizialista


E allora ecco tutta la famigliola a dedicarsi a questo concorso pubblico, per passare lo scritto e godere della raccomandazione.
Poi... 
Poi il libro cambia. Succede qualcosa, succede che tutto finisce.
Non vi sto a dire molto, ma è il colore nero ad avvolgere le pagine. E' il nero che domina. Un nero amaro, di una sfortuna che sembra accanirsi contro Giovanni, contro la sua famiglia, e lui risponde in un modo che non sospetteresti mai, dopo la prima metà di libro. E non puoi nemmeno dire che sia una pecora che diventa lupo... no... è una pecora con le unghie, ma sempre pecora rimane, questo Giovanni. E alla fine, infatti, tutto ritorna all'origine, alla vita di sempre, nonostante siano passati gli uragani in mezzo.

Ci rimani di sasso, da quel che succede. Ci rimani di sasso e non capisci subito come possa virare, il libro, in una direzione così diversa dall'ironia dell'inizio. Eppure è riuscitissimo. Io per lo meno l'ho trovato tale. La prosa di Cerami è semplice, scorrevole, diciamo pure lessicalmente borghese. Che sembra volersi dare delle arie, quasi quanto i personaggi coinvolti. Insomma...
Io la chiudo qua, perché direi che vi ho detto abbastanza. 

La copertina non ve la trovo, e quindi non la scanno e vi tenete quella con il loghetto di subito.
E non so, cosa volete che vi lasci?
Il video nuovo dei Gorillaz l'avete visto no?
Il disco nuovo di Jamiroquaglia? Ascoltatevi questa e ballate per tutto il giorno!




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"Costumi degli italiani" di Gianni Celati****

Breve. Brevissimo.
Perché ho poco più di venti minuti prima di andare. Perché ho un cinese all'uscio, e devo preparare le cose della pesca, e cercare di capire come mettere le sveglie perché non suonino un'ora dopo e alla fine tanto so che starò sveglio per vedere.
E poi perché è un libro piccolo, di racconti piccoli, ma deliziosi.

Comunque una cosa simpatica è questa.
Siccome non leggo mai tento con questi libretti piccoli. E li scelgo a caso, siccome ne ho una vagonata ancora da leggere.
Celati l'avevo incontrato qui, mi pare, ma proprio non mi è sovvenuto il suo nome e l'ho bella mente confuso con Cerami. Vincenzo Cerami, che tanto mi era piaciuto.
E la cosa figa è che pure, iniziando a leggere, benché un dubbio di stile mi fosse venuto, ero perfettamente convinto che Cerami avesse padronanza galattica di diversi stili.
Probabilmente è così, ma dopo due tre pagine mi sono accorto che era Celati, che ha scritto abbastanza cose, tra l'altro, e se proprio non è un autore classico del Novecento, è uno che ha lasciato la sua impronta degna.

E insomma... andiamo al libro dai.
Il libro parla di Pucci. Pucci... un nome una storia. Un ragazzotto un po' ritardato, che vive nel suo mondo, che dà un senso totalizzante alla parola bighellonare, e che però non fa male a nessuno. Certo, di essere promosso non se ne parla, ma l'attenzione con cui è capace di guardare, che ne so, lo scorrere di una goccia sul vetro, ecco... lì è un grande.
Accanto a Pucci si costruisce un microcosmo di italianità della provincia povera di una città italiana di qualche decennio fa. Bordignoni, il compagno grezzo e caciarone che sarebbe mal sopportato da qualunque mamma, Scaglarini, quello più grande, che sa giocare a biliardo al bar come nessun altro. E poi la madre di Pucci... ah, la madre di Pucci con il suo notevole seno, che non ha nessuna intenzione di nascondere e che alla fine, cercando una raccomandazione per il suo Pucci, attirerà l'attenzione molto poco sacra di un molto religioso monsignore. E il padre, che insomma... povero padre di Pucci, rigido ma rassegnato... 
Ma poi c'è la Rossana, il cugino Osvaldo,.. ve l'ho detto, un microcosmo che gira, s'avvicina e s'allontana dalla famiglia Pedrali, quella di Pucci (che poi si chiama Aurelio) e che ci dà questo spaccato ironico ed ebbro di semplicità e ingenuità di una famiglia un po' così, dell'Italia che non conta.

Poi il tempo passa, si invecchia, pucci si fa grande e arriva la tristezza, nella storia. C'è come un senso di declino, di decadenza, nelle pagine, nella madre che oramai si è arresa a quel figlio scemo che a tratti diventa pure cattivo e irritabile. Da sorriso si passa alla melanconia, ma è giusto che ci si arrivi così, alla fine della storia di Pucci.

Che altro dire. Chiudiamola dai. Mi sono piaciuti questi racconti di Pucci, tra l'altro tratti da diverse pubblicazioni della Quodlibet (2008), e quello stile colloquiale, semplicissimo, a tratti volutamente ai limiti della corretta grammatica e sintassi, è bello e ti porta a correre, sulle righe.
Non ti lascia un gusto di dolcezza, questo no, ma quale bel libro te lo lascia, senza lasciarti la gnagnosità? E qui, di gnagnosità, non v'è traccia. Bravo il celati, che tra l'altro è bello vivo e vegeto e produttivo, mi sembra.

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"Opera sull'acqua e altre poesie" di Erri De Luca***

Lo sapete. Troppo lavoro, troppe birre, troppo mondo uguale leggere poco. E una strategia per leggere qualcosa, che è meglio di niente, potrebbe essere leggere poesie. 
In realtà non è vero. 
Per leggere poesie bisogna trovare più tempo. Perché se quando leggi narrativa ti basta il tempo di quel che leggi, per la poesia ti serve anche il tempo intorno e quello in mezzo.
Fatevene una ragione.
Io me la sono fatta.
E ho concluso, che per leggerle il modo migliore è il divano, il silenzio, zero cose da fare intorno, le gambe incrociate, il bicchiere di whiskey o gin tonic o caipi o black russian a seconda della stagione, in bilico sulla sedia. E leggerle a voce alta. E interrompersi tra una e l'altra. Per vedere cosa resta.

Provate anche solo con questa qua, che è scritta sulla copertina, che non è tra le migliori, ma è comunque bella.
Ecco...
ve la copio qua che va meglio

Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi 
gli occhi assorti nel buio del respiro, 
chi si è immerso nel fondo di pupilla 
di una cernia intanata 
dimenticando l'aria, chi ha legato 
all'albero una tela e ha combinato 
la rotta e la deriva, chi ha remato 
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano 
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo.

Ecco. De Luca è uno pieno d'acqua, intorno e dentro, e le sue poesie, dopo tanta narrativa, non potevano essere che piene d'acqua,
Ah sì, perché è di questo libretto di Erri De Luca, della Einaudi, del 2002, credo, quindi vecchietto.
Vi dico subito che all'inizio non mi piacevano. Cè tutta una parte, la prima, che è bella, forse, ma non mi piace. Si ripercorre la bibbia, le gesta bibliche più celebri, con parole bellissime, ma a me, non so, non coinvolgevano. Stavo quasi per renderlo senza finirlo. (Già, perché non è mio, perché le poesie a volte si capiscono meglio assieme ad altri, anche senza parlarne) Poi la bibbia è finita, ci sono le altre poesie, arriva l'acqua. Arriva un De Luca bello. Quello che mi è piaciuto di più, quello dei pesci non chiudono gli occhi
E già che ne ho fotografata una, vi lascio anche quella, stavolta senza copincollarla.
Leggetevi anche questa, molto vicina invero a certi frangenti della sua narrativa.

Usa spesso, la prima persona, e spesso sembra quasi voler vincere facile, con frasi che paiono essere poco ricercate ma molto musicali, poco dente, ma molto efficaci.
In realtà, non credo sia così.
Sembra quasi che certi passaggi siano lì dopo averne vagliato altri, più complessi, lessicalmente più ricercati, ma meno immediati. Meno belli. 
E' il difetto che ritrovavo nella prima parte. Una bellezza fredda. Mentre poi, nelle poesie singole, non so, le ho preferite, e alcune erano proprio belle, anche se i riferimenti all'ebraismo e alla Bibbia non terminano.
Sto leggendo anche, a pezzi, Cappello, quello di questo libro. Uno che il poeta lo fa di professione e non potrebbe forse fare altro. Ecco. C'è proprio differenza di densità, con questo lavoro di De Luca, ma è proprio lui a dirlo, nell'intro.
Mette in guardia, allunga le mani per dire "Oh, io so fare altro, con le parole, questa non è casa mia, trattatemi come un ospite". 
E insomma... va benissimo così. Alla fine sono belle poesie, e io vado a cercarvi alcuni passaggi, solo per riscriverli e rileggerli, che a me sono piaciuti e che magari piacciono anche a voi.

da Tu
Una parola basta e mi strappi dei gridi,
mi toccherai, uscirà pronto il sangue, 
mi guarderai, sarò subito cieco.
Sei affanno, agguato, zuffa
appena che respiri.

da Affondi
Massimo, Eliana, ragazzi sul Tirreno, corpi affondati
      offerti
a dare luce alle meduse, nei loro bacini si rintanò
       sogliola,
alle ossa dei piedi s'allegò la madreperla che fiorisce in
       coralli,
dalla loro bocca l'ostrica succhiava sonno e avorio,
nel petto lo scorfano rosso baciava la piovra di sabbia,
nel cranio il cavalluccio marino ebbe la chiesa,
la navata nelle ossa parietali, nelle orbite i rosoni,
e le orate rubarono i capelli e dove c'era il sesso
il gas d'una sorgente d'aria calda soffiava bolle al cielo.

Ecco, è tutto per oggi. Vi posso lasciare magari della musica... ma non so, oggi non è uscito niente di bello. E allora vi lascio Umberto Maria Giardina, che a me piace molto.

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"Sogni di sangue" di Lorenza Ghinelli***

Avevo letto il vecchio, celebre, pluriposseduto (no, Satana non c'entra) Divoratore, della Lorenza Ghinelli, e mi era piaciuto discretamente, suvvia. E con esso, Noemi, sempre lei, mi aveva regalato, forse qualche tempo dopo, non so, anche questo, che "tanto è corto" e che "tanto costa poco".
E questo, che si sa, la Newton è una pronta a battere il ferro finché è saldo, mi sembra proprio una novella cavata fuori dal cassetto in modalità, "su su che hai fatto il botto con quell'altro e dobbiamo tirar fuori un buon accompagnamento". Poi magari non è così, ma anche qui, i sogni, la fanno da padrone, e ad azzardare fantasie pare quasi che Sogni di sangue sia un lavoro preparatorio per quello più complesso e che poi sia stato rivisto per dargli diversità, ma non poi tanto.

Ma insomma, suvvia, ne parliamo domani o dopodomani, che ora ho da uscire, che è ora di cena, e di birra. Era giusto per cominciare il post.. :)
Vi saluto dicendovi che esce di nuovo Dulli con i suoi Afghan ma il singolo non mi esalta granché. Vado di Nick Drake, stasera.

E son passati tre giorni. Il week end, la voglia di tornare a lavorare e un sacco di altre cose. Ma lo voglio finire adesso, questo post, anche se ho solo dieci minuti. Ma basteranno.
Ho pensato, per esempio, che questa novella la metto nella piccola biblioteca che ho in classe, fatta di libri che possono star bene agli studenti. Corti, facili, tranquilli... easy. Certo, ho anche svevo e pirandello, ma i racconti e le novelle, magari, chissà, potrebbero funzionare, soprattutto se dentro ci sono i morti e un po' di nero. E se son storie di ragazzi, adolescenti.

Qui, già vi dicevo, c'è tutto questo.
C'è un bambino, un ragazzo, che indossa dei tutori, viene chiaramente bullizzato da altri tre, due maschi e una femmina, due diciamo così, succubi del terzo, che non ha niente di buono. Troppo cattivo, troppo cresciuto, troppo tutto.
Lo sfigato coi tutori e con una madre iper protettiva e del tutto fuori di gamella si chiama Enoch. Nome che insomma... se glielo dai, qualche stranezza per la testa ce l'hai. E c'è un coccodrillo, che Enoch sogna, e quando lo sogna pare che sia nelle foghe, come nella più vecchia leggenda metropolitana. E insomma... fate due più due, metteteci il tema della vendetta e del riscatto, metteteci che qualcuno ci lascerà le penne, metteteci una refurtiva d'oro piena di malefici poteri... Come dite? Una storia non tanto credibile? Sì, è vero. E' uno dei difetti. Un po', forse, c'è anche troppa carne al fuoco, per queste pagine. Già il personaggio della madre, di Enoch, e del bullo uno e due, forse bastavano. La storiella d'amor tra i bulli 2 e 3 e l'innesto finale di una collaboratrice della polizia che sa una pagina esoterica più del libro avevano bisogno di maggior sviluppo.
Però alla storia si arriva, e la si legge, ed è una tipica storia mainstream per l'età stessa dei protagonisti. Quindi, suvvia, ci sta.
Ecco.
Ci ho messo otto minuti. Nove, anzi.
Ma Ne perdo un po' a pigliare dal telefono un po' di foto di crochi, che vi fanno solo bene.




E per non farvi mancare la colonna sonora, ascoltatevi Lorde dal vivo, al SNL... questa ne ha.
(anche se è vestita accazz)

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"La paga del sabato" di Beppe Fenoglio****

Era estate.
Ero a Bibione.
La donna deve andare il bagno. Accompagnami.
Colcazzo, dico. Sto bene qui.
Dai su gni gni gni gna gna gna.
Poi mi sono ricordato di una cosa. A Bibione, almeno quello dove vado io da quando non vado più a Lignano, che è più o meno Culonia, hanno una cosa bella fuori dall'ufficio spiaggia. Un bookcrossing, o più che altro, hanno un posto dove se non hai niente da leggere puoi prendere dei libri che laggente ha buttato riposto per le letture altrui.
Ti accompagno, allora ho detto.
Pur sapendo che in quegli scaffali A non avrei trovato che vecchie schifezze succhiate dai topi o dall'umido B avessi trovato anche cose leggibili non posso prendere altri libri da leggere perché troppi ne ho già e mai non leggo.

E invece, mentre donna stava al bagno, vedo scritto Fenoglio. E io Fenoglio l'ho adorato con Una questione privata, e mi sono messo a leggere queste prime righe di romanzo eh non so, già mi stava piacendo. E allora me lo sono portato via. Ed è finito nel mio scaffale dei libri da leggere, assieme alle altre centinaia. E poi l'ho letto. E niente... mi è piaciuto.

Ma prima bisogna dire delle cose, su questo libro.
Delle cose che sono scritte in una bella postfazione, piena di note curiose.
Gli scrittori, nel Novecento, si scrivevano e si leggevano. E si davano consigli.
Qui si riporta che il romanzo "La paga del sabato" era stato terminato già nel novembre 1950, come si capisce dalle lettere a Calvino, a cui è piaciuto. Ma non è piaciuto troppo a Vittorini, che lo invita a ridurlo, farne un racconto. E c'è tutto un carteggio tra i tre, Fenoglio e Calvino, Fenoglio e Vittorini.
Dura un paio d'anni, fino all'uscita della raccolta di Fenoglio I ventitré giorni di Alba.
Lì ci sono due racconti tratti da questo romanzo.
Uno dai primi tre, Ettore va al lavoro.
Uno dal capitolo sesto o settimo.
Ecco perché il libro non viene pubblicato.
Troverà la sua pubblicazione postumo, mi pare. Nel 1969, nella sua forma complessiva.
Tra le cose curiose, del carteggio riportato, c'è persino che Fenoglio non aveva più nemmeno una copia del libro e deve farsi rimandare la copia da Vittorini, per riscrivere.
Insomma... è un libro che non è nato e cresciuto come un albero dritto e senza rami, ma pieno di deviazioni, di nodi, di curve... anche se poi, secondo me, si è arrivati a un bellissimo albero.
Anche se, a dirla tutta, un po' alla fine, potrebbe essere che la coesione generale del lavoro ne risenta, di tutto questo lavorarci addosso, per anni, a togliere strappare via e ricucire.

Ma io ora vi saluto.
Volevo solo cominciare un post, perché mi piace ancora parlare di libri.
Ma mi piace anche andare a bere birra.
E quindi, la finiamo domani o dopodomani, questa chiacchierata.

Ecco, siamo domani, e ho solo venti minuti prima di andare al lavoro fino a stasera. E li userò per finire di parlare di questo libro. Anzi... di cominciare.
Di che parla. Fenoglio... lo sapete, è prima partigiano e poi scrittore - sia per tempi, sia per essenza - e quindi sì, anche qui si parla di partigiani, ma non nel senso che credete. Ettore, partigiano giovanissimo, si trova a fine guerra a essere in cerca di un lavoro, ma di fatto, a non voler lavorare. Se ne sta a casa a fumare e a odiare i suoi genitori, a andare nei campi con la fidanzata Vanda e a passare il tempo in osteria, a odiare il mondo che non era più quello della guerra, con l'adrenalina che gli aveva lasciato e un senso di libertà, di scelta, di incapacità di rientrare nei ranghi del tempo di pace.
Il disagio, in Ettore, sembra molto mescolato a un personaggio che per metà ha da gestire un trauma, ma per metà ha pienamente le sue colpe. Il non volere entrare in un modo di lavorare quadrato e ordinario è giustificabile fino a un certo punto. L'atto di ribellione del non entrare in fabbrica quando il padre, alla fine, gli ha trovato un posto da quadro (e non da operaio) sa tanto di capriccio.
Ettore è comunque un personaggio agrodolce, perché alla fine la strada che prende è delle peggiori.
Ed è la strada che prendono gli ex-partigiano che sono delinquenti.

Bianco. Bianco fa dei lavori, gestisce un barbordello, fa la bella vita, è strapieno di soldi, me come se li guadagni... beh, non si sa. Anzi, si sa. Estorsione, furti, traffico di roba, minacce... tanto le pistole avanzate dalla guerra mica le anno buttate... E così Ettore, che è sveglio e se c'è da fare una cosa la sa fare, finisce lì dentro, in quei compagni di merende.
E oltre a questi tre, Ettore, Vanda e Bianco, c'è un contorno di personaggi che secondo me è davvero bello. Un piccolo universo deliziosamente descritto, di pianeti con la loro orbita, che vediamo magari solo per un capitolo, ma che sono particolari e descritti, secondo me, con tantissime sfumature. La madre di Ettore, e suo padre, tanto per cominciare, che vengono a segnare una frattura generazionale che la guerra e gli anni '50 hanno ampliato ancora di più. E la famiglia di Vanda, poi, con quella scena memorabile che è il pranzo e quella altrettanto memorabile della scazzottata. E soprattutto il coprotagonista che alla fine deciderà la storia di tutti, Palmo, uno non molto sveglio, ma che a fare il delinquenti non lesina cattiverie.

Ci sono, in questi tre personaggi, ex partigiani, Ettore, Bianco e Palmo, tre modi di cogliere la guerra e soprattutto il dopo guerra. Molto poco sappiamo di loro durante il conflitto, ma abbastanza veniamo a sapere del loro modo di essere. E nessuno dei tre, alla fine, vi starà simpatico.
Solo Ettore, che ha del buono, dentro, e lo si vede a sprazzi, ecco, solo lui sembra intraprendere un percorso di riabilitazione, cerca e trova una strada per uscirne, assieme a Vanda.
Se ce la farà, non ve lo dico, ma sappiate che c'è una tragicità di fondo in tutta la vicenda, e il finale arriva inatteso, a completarne il senso.
Ma i venti minuti sono passati, bevo il caffè e lo finisco stasera, questo post, e non v'arrabbiate. :)

E invece no, ce la faccio a finirla adesso, questa recinzione.
E infatti, intanto, vi lascio questo link che ho trovato, dove se vi interessa potete leggere le prime righe (pagine) del libro, che mi avevano convinto così tanto. Io non ho voglia di scannare.

Ma vi posso salutare dicendovi altre cose.
Si parla, cita, tira in ballo, il neorealismo, per questo libro (c'è anche una trasposizione filmica del 75 se vi interessa) ed è innegabile che un senso di vita in bianco e nero, di provincia povera, di destrutturazione dei sentimenti, beh, sì, c'è. Ma io non la vedrei come opera da neorealismo. C'è una struttura del romanzo, e della storia, che cresce ed è forte, monta un senso di angoscia, andando avanti nella lettura, che è quella di vedere Ettore infilarsi in un buco sempre più profondo, cercando ciò che più gli sta a cuore, ovvero la libertà, quel brivido di scegliersi la vita, che nella provincia delle Langhe, misera e miserevole, come si vede ottimamente dalla malora, dicevo, in quella provincia passa necessariamente per i soldi.
Okay, dai, leggetelo questo libro, se volete leggere autori italiani del Novecento che non siano i soliti nomi. Poi, tra l'altro, è corto, una novella quasi, e si sta decisamente poco.
E io vi saluto con qualcos'altro... così tanto per.
Vediamo...
Ah, è uscito il nuovo Edda, finalmente. Non so... devo ascoltarlo meglio, ma le solite canzoni non mi dispiacciono, tipo Picchiami.
Ma voglio salutarvi con immagini. Tipo questi quadri surreali di Rob Gonzales... niente di che, ma le illusioni ottiche hanno sempre il loro perché.





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"Io sono il messaggero" di Markus Zusak**

Noemi mi odia.
Un sacco di volte. Mi odia per via dei pokemon, perché io ne ho un sacco, mi escono gli Snorlax in giardino e lei no.
E da questo post mi odierà anche per un altro motivo, forse.
Quando ero malato e la febbre finalmente mi è passata ho deciso che potevo tentare di leggere un libro grosso.
Una volta li leggevo i libri grossi.
Ora, per me, grosso può voler dire anche solo misere 400 pagine, come questo della Frassinelli, fatto anche benino, direi, senza lucrare troppo sugli spazi.
Ecco... il titolo è Io sono il messaggero, che poi sembra un po' come se uno dichiarasse di essere un giornale.
Però il titolo precedente dell'Edizione Mondadori era peggio, fidatevi, perché faceva da spoiler.
Ma torniamo a Noemi. E' lei che mi ha regalato questo libro, perché a lei è piaciuto. Beh, ecco, a me no.
Ci ho pure pensato, riconosco pure che un'idea interessante da sfruttare c'è, ma poi, arrivato alla fine, mi sono detto "Bah"
E poi... ma non prendermi per il cool, Zusak.

Ah, sì, perché questo libro è di Markus Zusak, che tutti conoscono non per questo libro ma per "l'autore di Storia di una ladra di libri" che sinceramente ho meno voglia di leggere, adesso.
Non è un libro disonesto, eh. Non voglio dare da intendere questo. Potrebbe essere, tuttavia, un po' ingenuo. Il libro originale è del 2002 e Zusak non è che aveva scritti tanti, a quella data, e ci sta tutto che insomma... forse si poteva gestire meglio, questa storia.

Ma di che parla, questa storia. La copertina è fuorviante, tanto per cominciare. Il ragazzo bello e figo che pare un supereroe è tutto tranne il protagonista del libro che è sfigato e inutile, con un fisichetto caghetto e insomma, l'essenza dell'anonimato umano dicianovenne in Australia.
Ah, già, perché il libro è ambientato nella terra dell'autore, e chiaramente i riferimenti sono australiani, tipo che là anche per i giovani le fighe devono ancora assomigliare a Cindy Crawford o roba così. Ma non usciamo dal seminato.
L'idea di fondo del libro è proprio il contrario di quella copertina. L'idea è questa:
Una persona normale, quasi inutile, potrebbe fare grandi cose se lo volesse. E le grandi cose sono piccole cose a volte, ma per altri sono grandi. E come si fa a far fare a qualcuno grandi cose?
Mettendole di fronte a cose brutte, e dandogli idee e mezzi per risolvere.

Vi faccio un esempio.
Anzi due.
Uno riuscito, e uno no.

Quello riuscito è una vecchietta andata di testa che aspetta ancora suo marito che non tornerà più. Ma andare, entrare, accettare il suo delirio e farle compagnia, vederla felice, felicissima per questa scintilla di bontà e compagnia che entra nella sua galassia di oscura e folle solitudine, ecco... questa è una grande cosa. E si può far fare, è abbastanza credibile. Certo... qua una vecchietta così sarebbe già stata internata, derubata o finita in ospizio e figuriamo che se un giovanotto che entra ed esce da casa sua non gli rompevano le palle perché "oh che ci vai a fare dalla vecchia pazza tu". Insomma... non è proprio così facile che a uno gli dai un indirizzo e lui va lì e diventa supereroe di bontà. Tipo, se andavo io dalla vecchietta con istruzioni di un misterioso personaggio che mi fa pure picchiare può essere che le rubavo tutto solo per far dispetto al mio mandante e poi filavo dritto dai carabinieri. Ma questo sono io, e non Ed Kennedy, il protagonista, che è tanto buono e tanto bravo e va dalla vecchietta a leggerle Ragione e sentimento, o quel che è.

Ma poi c'è tipo la ragazzina che corre scalza. Bellissima. Più che bellissima. E il ragazzetto 19 la vede una bambina, mentre questa ne ha finiti 15... ma suvvia, non è credibile. Se la sarebbe trombata o quasi, anche perché l'altra era super ben disposta. (Ma lui è innamorato della sua amica del cuore che non lo caga perché ha il cuore duro per storiacce passate, come nei più classici dei cliché, che sapete già come va a finire) Così come non è credibile far correre gli 800 o i 400 scalzi sulla terra rossa. Avete presente cosa diventano i vostri piedi? carne maciullata, ve lo dico io, dopo mezzo giro di pista prendono fuoco. Eh no, non vincete le gare. E nemmeno secondi arrivate. Non è una maratona, o un 5000 dove questo potrebbe anche succedere. Così come è ridicolo che questa va a fare footing scalza per la città. Avrebbe dei calli che nemmeno bigfoot senza contare le ferite e i vetri ecc. Ecco... qua mi dava quasi fastidio. Se io non ti credo, non ti credo. Inutile.

Poi figuriamoci se mi danno una pistola.... no, non mi comporterei come Ed. O la uso o nemmeno la tocco. Punto. Che poi... chi sono io per dire cosa è giusto e cosa no? Il messaggio del messaggero, che arrivava indiziato dalle carte di ramino, conteneva già un giudizio... un buono e un cattivo. E' pieno di stereotipi, di farci pensare che la ragazzina che corre scalza è buona. Quella sua avversaria spocchiosa e montata è, appunto, spocchiosa e montata. La vecchietta è buona, il prete di periferia è buono. Il marito che picchia e violenta la moglie è cattivo, cattivissimo, merita il peggio di tutto. Nessun grigio, o quasi, in questo libro. Anche gli amici... se hanno difetti è perché poverini, hanno un segreto da nascondere.

Poi sì, è scorrevole, si legge velocemente, ma anche se il mistero costruito, ovvero un non si sa chi che consegna carte a Ed con indizi di cose da fare, diciamo, per migliorare il mondo, ecco, nonostante questo, non è che poi si riesca a essere soddisfatti. Anche la rivelazione finale, alla quale uno dovrebbe fare oh, è un po' telefonata, essendo in puro stile "10piccolindiani", e quindi insomma, boh, cosa resta? A me, personalmente, questa idea che tutti noi possiamo fare cose incredibili, se lo vogliamo veramente, non ha convinto per nulla. Anzi... mi ha quasi fatto l'effetto contrario.
Di bello, dentro all'idea, ci sarebbe stata un'altra costruzione, che però è rimasta in nuce, nascosta.
L'idea che mi sarebbe piaciuta era quella di mettere di fronte una persona normale a un'altra dicendole: aiutala! Non è felice... aiutala. E vedere se si riusciva a. 
E invece qui si sa già tutto. Il "come aiutarla" è già guidato. Se tu mi metti di fronte a una donna che viene violentata e picchiata dal marito ogni giorno c'è ben poco da capire se e come devo aiutarla. 
Idem la vecchietta che necessita compagnia
Idem la ragazza madre poverissima che necessita di un soldo
Ecc.
Ecco... mi dava fastidio questa cosa che il mandante aveva già visto e previsto tutto, analizzato e indagato le situazioni familiari di costoro e li abbia usati come cavie, sebbene a fin di bene

Ma ora io la finisco. 
Oggi è sabato. 
C'è il sole. 
Devo andare a fare una corsa perché Runtastic mi sta dicendo che non ce la farò mai a fare 100km al mese, avendo saltato un mese.
Ma io lo voglio contraddire.
Devo passare in biblioteca a regalare dei libri di XII. A proposito, siete una associazione? Volete una donazione di qualche libro? Mailatemi.
Sto ascoltando il disco nuovo di Father John Misty, e mi piace. No, non il disco. Lui, lo trovo affascinantissimo. 
E trovo tristissima e vergognosissima la posizione a favore di questa feccia umana che chiude in gabbia le persone. Ma non mi voglio tediare. Né voglio tediare voi. 
Prenderò dei libri per bambini, e così magari riaggiorno Il mostro sul comodino.
E vediamo... vi lascio con qualche bella canzone. 
Anzi no. Con la canzone più triste dei Radiohead che ha anche il video nuovo.
Ma io sono d'accordo quasi del tutto, con l'algoritmo.

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