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"La montagna storta" di Renzo Brollo****

Ci sono due tipi di libri nella colonna altissima che rimane ferma nella cucina della mia magione estiva, a coprire la vista dei vecchi CD e a fare da sostegno al blocco dove scrivo e dimentico settimanalmente la lista della spesa.
Ci sono i libri belli che devo leggere, che boh, ci vuole un me che non è più quello che sono. Tipo, per dire, Cristo si è fermato a Eboli. Classici, insomma, o comunque roba di gente che non conosco ma che so essere brava.
E poi ci sono i libri di amici, conoscenti, gente di cui ho assistito alla presentazione. C'è Alessandra, Silva, Gigi, Lucia, Checo, Gianluca, Gianfranco... parecchi insomma.
E c'era Renzo.

Renzo Brollo, con la sua Montagna storta, che ero curioso di leggere anche perché era targato Bottega Errante, che mi pare la casa editrice più interessante per il panorama regionale.
Sì... avendoci avuto a che fare, quasi mai mi riesce di leggere o guardare un libro senza giudicare anche la parte tecnica: copertina, impaginazione, scelte di formato, rilegatura, comunicazione...
Ecco. Ero curioso anche di questo, insomma.
E sono contento.
Contento di aver letto Renzo, di aver letto una bella storia, di aver avuto per le mani un bel libro.
Un libro dove si abbandona i calembour e le frasi a effetto per le quali l'autore ha una sproposita simpatia e abilità, e che restano sui suoi stati di fb, a divertirci.
Un libro dove si abbandona anche l'idea che una storia non è bella e locale solo perché parla di luoghi e peresona locali, né tanto meno perché è tratta da una storia realmente accaduta.
Queste cose non sono abbastanza, anche se ogni tanto, in qualche produzione, uno pensa che bastino.
Bisogna che la storia sia buona di per sé, che sia locale ma universale, che voglia dirti qualcosa che va oltre il nome delle montagne sopra Gemona e degli effetti del terremoto. E questo succede.

E la scrittura di Renzo è asciutta e adatta, anche se resta colorata, per i luoghi, e decisa, per i caratteri. Poche le sfumature dei tre ragazzi, protagonisti della vicenda. Tre emotività e personalità diversa, una delle quali, quella di Roberto, è scelta - forse quella più vicina al sentire dell'autore, chissà -  per raccontare in prima persona. Le altre due molto diverse, a loro modo particolari ma universali. La vocazione di fede di Franco era un qualcosa di 60 anni fa, ma non è molto lontana da una omosessualità attuale, o comunque da scelte di vita che mettono di fronte a battaglie, o comunque mettono in posizioni diverse da quelle della massa. Così come il modo di vivere di Giovanni, molto meno superficiale di quanto realmente sia, e spericolato molto più di quanto voglia.
Un romanzo di formazione, insomma, con tre ragazzi che sfidano la sorte (leggi: fanno la cazzata) tentando di scalare in pieno inverno una montagna infida e maledetta come il Cjampon.
Le cazzate che se vanno bene, te le racconti fino a vecchia inoltrata...
Se vanno male.... e niente, può essere che ci esce un libro come questo.

Ma adesso mi fermo. Vado a farmi un po' di barba. Metto un costume. Prendo la bicicletta. Vado sul fiume, perché io sono creatura di pianura. Del libro vi parlo meglio dopo. :)

Sono tornato. Ed è passata una settimana. 
E niente, va così.
Sono questi i tempi, e non mi piacciono. Vero... ho fatto altre cose, non tutte belle, non tutte brutte, ma forse bisognerebbe trovare il tempo anche per queste. Per scrivere. E scrivere sul blog è sempre uno scrivere. Mi aiuta. E allora, anche se oggi avevo ferie, anche se potevo andare a lignano, anche se dovrei vedere di millanta cose, di quelle serie, ma a malapena riesco a preparare il copione per lo spettacolo di giovedì sera e a chiamare l'assicuratore per la 500.
Ma voglio finire di parlarvi della Montagna storta.
Un libro, un racconto lungo, se vogliamo, ma denso, senza pagine riempite, che racconta una storia dove l'epifania sta in mezzo, e non alla fine, ed è una scelta che mi è piaciuta. 
L'epifania è quando Roberto, l'io narrante, pianta la picozza, al primo passso di ritorno dopo aver scalato il Cjampon d'inverno, e tutto succede. La montagna ghiacciata si scrolla di dosso i tre ragazzi, e due di loro rimangono in bilico, sul precipizio, feriti. Roberto riesca a correre via, a cercare aiuto. 
Ce la faranno? Li salveranno? Non ve lo dico, ovviamente. 

Ma vi posso dire quel che è successo prima.
Prima è successo che i tre hanno avuto a che fare con le cose che segneranno i loro destini.
Roberto con la scelta di non intraprendere la carriera di boxeur
Franco i suoi primi contatti e pensieri sensati con l'idea di diventare un sacerdote.
Giovanni con la spericolatezza, vuoi dell'auto, vuoi della sfida.
E vi posso dire quel che è successo dopo, ché forse già sapete.
Perché è difficile raccontare una storia friulana di metà anni '70 che non abbia a che fare con il terremoto. Ed è difficile raccontarla senza scadere nella retorica, o nel già detto, o nel far diventare il terremoto protagonista. Quando capisci che una storia va a parare lì, ormai, sei già pronto a dire: Uh no, dai, ebbastacostoterremoto. E invece qua no, ve lo dico già. Il terremoto c'è, arriva, influenza la storia, come non potrebbe non essere, ma non è protagonista, bensì vissuto dei protagonisti. Forse solo in una pagina o due si cade in quella sensazione del Sìdaisìlosappiamo, ma va detto che non si può dare per scontate le cose, e per tutti quelli che non sono friulani, dei terremoti altri, si sa ben poco.

E poi? E poi niente. Il mondo intorno diventa sempre più brutto, e storie come questa è bello che ci siano, che vengano raccontate. Non so bene chi ha raccontato la storia a Renzo e quanto sia stato adattato per rendere la storia narrativa. Sono stato alla presentazione ma forse lo ha detto e mi sono distratto, ma io mi distraggo sempre, alle presentazioni dei libri. Però poi sto attento quando leggo. 
Se il libro merita attenzione. Se vi capita, leggetelo. Per chi mi chiede, ancora a volte ogni tanto, un libro per adolescenti che non sia scontato e che abbia un legame col territorio, che non sia lungo e che non sia difficile, pur non essendo banale, ecco, questo è un buon esempio. Ovvio, non aspettatevi meraviglie, e nemmeno che tutto vada sempre bene. Anzi... direi che c'è una buona dose di malinconica friulanità, nelle righe, di quella che "dal ridi al ven il vaî".

E la smetto. E ora sto leggendo gigi, sì, che è un altro che ogni volta lo odio, perché lui scrive e io no. e vabbè. Andiamo... E vi lascio con qualcosa, che ne so. Una foto, qualcosa di bello, o magari boh, una canzone che mi piace



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"L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio" di Haruki Murakami***

Sono già le 23
Ho due ore di sonno addosso, pensavo di cambiar casa e andare a bere birra e tentare di scrivere ma prima ho voglia di stare qui, in accappatoio, ad aggiornare il blog.
Non è che proprio possa dire che ho voglia - quella l'ho sempre - ma diciamo che è già una notizia che io abbia finito un libro, di recente, senza trascinarlo per mesi, ed è una notizia che poi ne abbia letto un altro e poi un altro. Piccoli. Di amici. Però li ho letti.
Quindi voglio tentare di aggiornare di nuovo, di parlare di nuovo delle cose. 
Ero bravo, una volta, a parlare delle cose.
Poi le cose succedono, e invece di parlarne ci devi stare dentro, a farne un po' casa, un po' prigione.
E allora dai, mi farà bene parlare delle cose.

Una cosa è da dove viene questo libro.
Me l'hanno regalato.
Me l'hanno regalato i genitori di un amico.
Di un amico morto.
Ed è un libro che parla di amicizia, di punti della vita dove devi andare a disseppellire il passato, per continuare col futuro. E non so se c'entra, non so se c'era un motivo.
So che c'era una dedica, e tanti pensieri nel gesto. 
E alla fine è un bel libro, con un finale che magari più di qualcuno avrà maledetto, perché noi siamo essere che vogliono sapere le cose, e ci sentiamo traditi, a volte, quando non ce le fanno sapere, e Murakami fa così, alla fine. 
Non ti dice quel che vuoi sapere.
O meglio.
Io credo che ti faccia una domanda.
Una domanda a cui mi sono risposto quasi subito.
La domanda è: Ma è veramente così importante sapere quella cosa che vuoi sapere?
Non è che magari ne hai scoperte altre, leggendo, e quelle sono quelle che ti basteranno?
Ecco. Io la risposta me la sono data subito. 
Da quando ho chiuso l'ultima pagina, e mi son detto: Ma! Ma! Ma no dai!
A quando, mezzora dopo, ho capito che andava bene così, e il libro era perfetto con quel finale mezzo tronco ma che tronco non è.

Del resto, come ha scritto Gigi nell'altro libro che ho letto, poi da un certo punto ti succedono cose che ti riempiono la vita di Cose che avresti potuto fare. Più o meno. E ne ho molte, ne ho sempre avute molte, vivo così, ci sono abituato. Perdo continuamente a vari livelli di smarrimento, e così non è questa la novità. La novità, semmai, è capire che adesso le perdite hanno messo su corpo, si sono alzate e disposte sulla strada che hai davanti, a farsi schivare, salutare, bestemmiare, piangere.
Ecco... Ci devi venire a patti, con queste cose.

Non lo sto facendo. Ma sto facendo cose. 
Ieri sono stato a vedere i Pearl Jam. Sabato i Ritmo Tribale, domenica gli Interpol, giovedì gli Alice in chains. Domenica son stato a vedere Arte non mente, e sabato a prendere il libro di Lucia. Ho scambiato due chiacchiere con Alteria, e ieri notte ho cercato le ombre dei pipistrelli fino alle 4 con birre e patatine. Insomma... mi mancano solo le cose che mi piacciono, e in cui ero bravo. 
Scrivere.... dipingere... disegnare... Quindi, in qualche modo, sono sempre incolore, ma un po' meno incolore. Come Tazaki Tsukuru.

Perché è del libro che vi debbo parlare. Un libro bello, agile, leggero.
Un Murakami che non leggevo da tempo immemore, e che ho avuto il piacere di.
Una storia che entra subito, già dalle prime pagine, con la terza persona a focus interno su Tazaki che racconta di lui e del suo desiderio di morire o lasciarsi morire dopo essere stato abbandonato dagli amici.
Quattro. Quattro amici che nei loro cognomi avevano i colori.
Andrei a riprendervi il pezzo che lo spiega,
"...fatta eccezione per Tazaki Tsukuru, quei ragazzi  avevano per puro caso un'altra cosa in comune, un dettaglio apparentemento banale: i loro cognomi contenevano tutti un colore. I due maschi si chiamavano Akamatsu e Oumi, le due femmine Shirane e Kurono. Solo il cognome Tazaki non aveva alcun rapporto con i colori: era per questo che fin dall'inizio, Tsukuru era stato posseduto da un sottile senso di estraneità."
*Rispettivamente Pinorosso, Mareblu, Radicebianca e CAmponero. I soprannomi Aka, Ao, Shiro e Kuro sono la forma tronca degli aggettivi akai, aoi, shiroi e kuroi, che rispettivamente significano rosso, blu, bianco e nero.
Ecco. ora direi che vado un attimo a vestirmi.
Più o meno.
Ma vediamo del libro dai. Leggerlo? Soprattutto ora che Haruki il nobel per la letteratura non lo vede nemmeno col binocolo. Be'... sì, si può leggere. Anzi... è una lettura semplice, che certo non è roba che dà la sua cifra, ma è un buon modo per avvicinarsi. Ti resta dentro questo personaggio incolore, che ama i treni e soprattutto le stazioni. Che è l'unico dei 5 amici ad andarsene, seguire la sua inclinazione, il suo semplice sogno di costruire stazione e riuscirci, ma dover andare a Tokio. Da Nagoia, che è grande ma è provincia, che ha una classe media, una borghesia giapponese ricca che diventa ricca ma che è povera di emozioni. La stessa famiglia di Tsukuru, un padre che c'è solo un paio di volte e mostra, appunto, quello che sarebbe potuto essere ma non è stato. E madre e sorella uguale, anzi meno, figure anonime. 
Mentre lei, la protagonista, che arriva e vive la Tokio dei manager e della vita sociale, dei viaggi e del turismo, ecco, questa donna, Sara, che sarà chiave ma non sarà porta. 
E poi c'è un personaggio di passaggio, una stella cometa, un Haida con cui ci sarà un'esperienza gaia, vera? falsa? O vera quanto i sogni legittimi di scoparsi le due amiche che può avere il Tsukuru adolescente? Un momento quasi sognante, tutto raccontato con ricordi, tutto fermo.

Il mondo per Tazaki comincia con Sara e la sua richiesta di andare a vedere che fine avevano fatto i 4 amici, le 4 anime affini che in gioventù avevano contribuito all'armonia, a una perfetta alchimia. Ve lo dico io cosa trova. Uno fa il venditore d'auto. Lexus. E lo fa bene. Ha successo, se successo si può dire fare soldi, essere contento di farli, sentire suonare il telefono ogni minuto e vendere macchine, convintoni della loro bontà. 
Un'altra è andata in Scandinavia, in mezzo a boschi e neve. e silenzi. Con marito e figlia. Non ha dimenticato. No. Gli amici non si dimenticano mai, anche quando cambiano tanto, o tantissimo.

E quindi ècco che in questo libro corso (poco più di 200pagine) non ci sono tempi morti, anche se tutto ruota attorno alla lunghissima analessi della prima metà e alla ricerca della seconda metà.
Cosa troverà Tsukuro, nelle vite dei suoi ex amici?
Chi sono? Chi è lui? Chi è che veramente non ha colore? E cos'è, il colore di una persona?
Non lo so. Non c'è la risposta, nel libro. Ci sono le domande, che sono già una buona cosa.
Del resto è sempre da una domanda che comincia una risposta, giusto?
E' tutto.
Finisco di vestirmi, ascolto un po' del nuovo Ep dei Nin, mi inacidisco il sangue ancora un po' trollando la gente cattiva e senza cuore che mi vive intorno, e poi tenterò di andare a godermi il lunedì, scrivendo un po', bevendo la nuova Ipa della Moretti.

Il libro è bello. Potrei prestarlo a Marge, sì, ché questo è meglio di quello che le avevano regalato. E magari potrei tentare di ritornare a leggere altre cose di gente famosa. 
Voi invece potete guardare delle cose.
E ascoltarle.
Ascoltatevi il nuovo Interpol, 
E soprattutto il pezzo dei Ritmo, ché c'è da farci un post sopra, solo su di loro. 
E niente. Volevo ascoltarmi le cose io, e ve lo dico anche a voi.

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AAVV - Roald Dahl - Il libro delle storie di fantasmi***

Sono le 7.58 e ho già capito che non riuscirò ad aggiornare il blog entro le 8 e mezza, ora per andare al lavoro.
Una volta lo facevo e boh, forse ce la farò.
Ora vado a prendermi il caffè e bevo mentre.
Ecco.
Sono giorni di dovrei.
Di dovrei tante cose.
E sono giorni di avvilimento, inutile negare.
Mi sveglio la mattina e mi sembra di vivere in un incubo.
Per il governo.
Sì, per il governo, minuscolo.
Perché mi sembra impossibile che stia succedendo quello che sta succedendo. E non vi dico che sono stupito che ci siano quei due al governo.... era logico fosse così, ma vi dico solo che il terribile è che continuino a comportarsi come se non lo fossero.
Ma appunto, non parliamo di questo, che tutto è già triste così,
E se non lo capite, io non so che farvi, ma è impossibile da non vedere.
Ho sempre preferito la cattiveria all'ignoranza e all'incapacità e adesso che sono mescolate in proporzione di 20-40-40 ho il terrore di tutto quello che non fa parte di questo mix e non si sta accorgendo di niente...
E non è politica, eh. Io non sono politico e non riesco a esserlo, semplicemente odio gli stupidi e la cattiveria. Voglio entrambe le cose fuori dalla mia vita e adesso la circondano.

Ma vabbè.
Resta che in questo blog si parlava di libri.
Leggevo i libri, una volta. Ne leggevo abbastanza.
Ora li possiedo, anche se non tanti. Una colonnina alta alta che nei miei sogni io pian piano faccio calare. In realtà questo è l'unico libro che ho terminato negli ultimi 6 mesi, credo.
L'ho comprato un venerdì sera in feltrinelli con Mariacristina.
L'ho comprato perché volevo leggere qualcosa ad alta voce, qualcosa di bello.
L'ho comprato credendo fosse un libro di Roald Dahl.
Io li ho letti i racconti di Dahl, Le sue storie impreviste, le sue storie che mescolano orrore e ironia, e sorpresa. E dolcezza quando parla ai bambini. Ma poi, Dahl parla sempre ai bambini.
L'ho comprato perché nei miei sogni io colleziono queste edizione cartonate della Salani, credo qualcosa sia già su questo blog, tipo l'uomo che piantava gli alberi o La fabbrica o il ggg L'ascensore... libri meravigliosi.
Ecco. La notizia che devo darvi è questa: questo non è un libro di Dahl.
Anche se non è scritto in compertina.
Anche se è in realtà molto di Dahl più di quanto può una selezione di racconti qualunque.
Perché sì, questa è una selezione di racconti. Di racconti sui fantasmi.
Una selezione fatta da Dahl per farci una serie di film, storie scelte da lui dopo averne lette centinaia. Storie che a lui facevano paura, che lui giudicava buone. Ed è meravigliosa la sua introduzione. Io vi dico sempre di non leggerle, le intro, ma qua guai se non la leggete. Qua è fondamentale.
Spiega come ci è arrivato, cosa ne pensa, come sia difficile scrivere delle buone storie di fantasmi.
E io penso che adesso la fermo quei, questa rece. La farò stasera, domani, non so... il tempo lo trovo, per raccontarle una alla volta queste storie. Perché le ho letto in ordine sparso, una o due ad alta voce, e nel corso di 4-5 mesi. Non me le ricordo, o meglio, per ricordarmele mi serve qualche riga.

Intanto vi posso dire che è uscito Rancore. E lo sapete che io sono una da chitarre, uno da roba che è diversa da questa, però ascolto tutto, anche questa scena, e Rancore ho scoperto che è bravo, molto bravo. Molto più bravo di tutti gli altri, con la lingua, e ha un nome che si abbina alla sua voce. La sua voce è arrabbiata, inutile. Ecco... C'è una canzone in cui, come fanno loro, spara merda sulla merda. Di solito chi spara merda sulla merda è lui stesso una merda. (parlo dei dissing tra trapper... avete presene no?) Ecco... la canzone si chiama Depressissimo. E niente... lo sono anche io. Lo sono a sentire quei due, e quasi tutti gli altri che hanno scelto. Non si puà non esserlo. Il problema è che sono anche Spaventatissimo. E vabbè... altro che fantasmi, insomma.

Eccomi... i fantasmi continuano a tormentarci.
Le loro guerre alla pacchia e i loro silenzi sui dolori.
Ma io voglio finire questo post, e lo farò stasera.
Anche perché ieri poi, dopo un giro notturno in auto, con due mojiti durante, ho quasi finito un altro libro. Un libro che per ora è bello. E la cosa ha quasi dell'incredibile. Ho fatto le tre e mi sono svegliato alle 6 e mezza, come ai tempi belli, in cui mai dormivo.
E forse chissà, è notizia buona. E allora vi dico di questi racconti di fantasmi, mentre mi bevo il caffè, rileggendo qualche pezzo e facendo altre cose. E se volete vi dirò anche di quelle cose. Che mi frega... questo blog una volta era bello perché vi raccontavo i cazzi miei. Ricomincerò

Il primo racconto si chiama W. S. le iniziali con cui si firma una sorta di stalker che manda cartoline a un famoso scrittore. Uno scrittore che riesce a creare personaggi cattivi, e cattivo sembra essere chi gli scrive. Il terrore dell'avvicinamento. Un racconto ottocentesco, di L. P. Hartley, che gioca sulla suspense esterna, di noi che sappiamo già come andrà a finire eppure... Un racconto discreto, che forse paga lo scotto del tempo e del nostro non stupirci più. Ma il meccanismo comunque funziona sempre.

Ora mando una mail di lavoro. Per i lavori che faccio mentre non faccio lezione. Ne sto facendo uno bellissimo. Un file di excel che io chiamo "File galattico" dove basta inserire i dati di un bilancio e poi lui vi fa l'analisi. Pieno di faccine colorate, verdi arancioni e rosse.... Lo so, sono scemo, ma sono un innovatore e mi accontento di poco.

Il secondo racconto si chiama Harry e parla di bambini. E se c'è una cosa che fa paura, dei fantasmi, è quando i fantasmi sono bambini. E se un bambino si fissa con un altro... ecco, non può finire bene. Il pezzo è di Rosemary Timperlay, ed è davvero un buon pezzo.
Il terzo racconto è di Cynthia Asquith, e sono tante le donne di questa raccolta. Sviluppa un tema classico, me li ricordo inserito nell'elenco lovecraftiano dei racconti d'orrore. Una casa o negozio che c'è ma non c'è, inserito in una dimensione diversa. Il negozio d'angolo, si intitola, ed è un antiquario dove il nostro protagonista ci parla di una strana vicenda che gli è capitata. Non fa paura, questo no, ma chi lo ha detto che le storie di fantasmi devono farla? Il titolo è The corner shop

Ora torno a fare qualcosa. Mando un'altra mail di lavoro va. per gli orari d'estate. Riuscirò a farmi

Il quarto racconto è di E.F. Benson, che non so chi sia, ma è un racconto ben fatto per un motivo: presta attenzione al paradosso temporale, e non sbaglia nell'impostare una storia in cui diversi momenti temporali si mescolano. Nel metrò, si intitola, e vede più che un fantasma, una stessa persona che si trova in tempi diversi. La disgrazia è dietro l'angolo, ovvio. Anche questo valeva la pena di essere letto. Ed è di nuovo Rosemary Timperley a raccontarci quello dopo, brevissimo. 3-4 pagine. Un racconto natalizio... di uno spettro natalizio, eh no, non ha a che fare con Scrooge.

Ora faccio qualcos'altro che devo, anche perché è quasi mezzanotte... e devo andare a farmi i mojiti di oggi. Ecco, mandiamo una mail all'assicurazione per l'auto del papi, che quello manco ha chiesto. E una alla concessionaria che il fiscomerda mi dice che non ho pagato il bollo ma invece si...

Il racconto dopo è un pezzone. Una storia di mare, una leggenda, una di quelle che ti restano addosso, come il colombre del Dino. Si chiama Elias e il Draug, ed è un titolo bellissimo. Roba di miti norvegesi, per capirci. Il racconto è di Jonas Lie.
Il successivo, di Burrage, è un racconto strano, che solo nella seconda parte sembra andare nei binari del racconto di fantasmi, mentre nella prima è lievemente disturbante per le premesso. Una orfana, un vecchio riccone che la adotta, senza motivo, e sembra morbosamente attratto dalla sua educazione. Alla fine non c'è morbosità, eppure la strana adozione continua a non essere spiegata e non c'entra con le "compagne di giochi" che la bambina incontra per casa. Diciamo che è il solito schema dell'amico immaginario, lo stesso di Harry, e boh... forse sono troppo simili questi due racconti, anche se qua c'è una conclusione diversa. Sufficiente anche questo, comunque, e per ora tutti li ricordo con piacere.

E niente, dai... pensavo di finirlo oggi ma no.
Sono a metà libro. Degli altri racconti vi parlo domani.

L'ultimo rintocco, di Robert Aickman. Si chiama così, il... boh, non so che numero di racconto. Siamo a più di metà libro ed è uno tra quelli che mi sono piaciuti di più. Due novelli sposi finiscono in vacanza in un paesino sperduto. Mare di inverno, quello il clima, e le campane suonano, suonano, suonano... non smettono di suonare. Suonano per svegliare i morti. Ecco... adore quei racconti del paesino sperduto. Credo il migliore che conosca lo abbia scritto Barker, ma qua comunque c'è un suono - quello delle campane - che esce dalle pagine.
Il racconto successivo si chiama Il telefono, ed è scritto da una donna. Non lo dico perché l'autrice si chiama Mary Treadgold, ma perché nelle storie a tre, con tradimento e rottura, la figura della ex-moglie che si rassegna ma lascia qualcosa di irrisolto, ecco, la sensibilità femminile si riconosce. Lo si vede dalle prime righe... che poi il fantasma si manifesti attraverso il telefono, okay, banale, ma forse qualche decennio fa era meno banale.

Ora vediamo... devo andare a lavorare, vediamo se riesco a fare una piccola cosa anche in questa ultima mezzora di.

E poi c'è un classico: Le Fanu. Il fantasma di una mano, è il pezzo, e vi verrà in mente la famiglia Addams e boh, chissà che telefilm e racconto non siano collegati. In effetti la famiglia Addams era estremamente Dahliana... non ci avevo mai pensato.
Bel pezzo, comunque, anche se l'idea forse si perde in troppe poche pagine, ma del resto non è un fantasma intero, ma una mano sola.

Dai, lo finisco e pubblico.
Anche se l'umore, dopo aver ascoltato il burattino Conte in campagna elettorale è stato anche peggiore. Proprio si stanno aprendo tutte le porte dei baratri... e la gente applaude. Vabbé, c'è da applaudire anche nel quart'ultimo racconto, Lo spazzino, di A.M. Burrace (Ex Private X) in cui c'è uno che ti spazza il viale, e no, non è normale, non lo è per niente, perché non dovrebbe essere lì, e a sincerarsi che ci sia non c'è. Cosa spazza? Le foglie. E cosa succederà quando avrà finito? Un racconto classico, con il classico meccanismo del conto alla rovescia.
E per terzultimo c'è di nuovo una donna - perché ne ha scelte molte, di donne da fantasmi, Roald - ed è Edith Wharton. Il pezzo comincia con un incipit azzeccatisimo: "Oh, sicuro, uno ce n'è, ma non lo riconoscerete mai." E si parla, ovviamente, di un fantasma. C'è ironia e a tratti mi è venuto in mente il Canterville, ma poi l'ironia lascia il posto al mistero. E quindi, in Più tardi, è più quello a dominare. Anche questo racconto non mi è dispiaciuto. Il mistero si muta in angoscia, e l'ineluttabile prende il posto d'onore, nello svolgersi della vicenda. Alla fine, benché lungo, si resta comunque sorpresi, ma non di quelle sorprese che si fa Oh, ma di quelle che si fa Ah... Urgh. Il che è bene.

Sulla strada di Brighton, forse uno dei pochi che mi è parso troppo sociale dentro, col barbone che poverino poverino. E' però un racconto brevissimo, quello di Richard Middleton, e si legge d'un fiato, quindi niente critiche.
E si chiude col mare, e una leggenda, che non è leggenda, ché quando una cuccetta non si chiude, al suo oblò, forse è meglio non dormirci, o almeno, fare gli sboroni non è il caso. E niente, le leggende di fantasmi legati al mare sono sempre inquietanti e affascinanti, e in questo caso più la seconda, anche se in un paio di momenti ti sembra di essere lì, nella cuccetta, e non vorresti essere lì.
Il racconto è La cuccetta superiore, di F. Marion Crawford.

E io ho finito. Questa recensione fa schifo, ma vi posso dire che è uscito un EP di Kanye West che non è granché, e nemmeno il nuovo singolo dei Gorillaz non lo è, e a dirla tutta anche il disco nuovo di Janelle, dopo tanta attesa, mi lascia un po' freddo. Quindi non rompete il cazzo sul mio ritorno nel blog. Stamattina tra l'altro ho terminato un Murakami, e quindi tornerò.
Come dite? Salutaci con una bella notizia? Mmm non è facile. Ho scoperto che ad aprire il concerto dei National, a settembre, saranno i Franz Ferdinand, e dite niente. E poi niente.
Tornerò. Perché è tempo di tornare. Non si può gettare la spugna e andare via.

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"Viaggio nel fantasmagorico..." di Claudio Romo****

Okay, non mi ricordo nemmeno più come si aggiorna il blog, ma sto per aggiornare il blog.
Una volta era facile, automatico... cerchi il libro, salva immagine copertina, leggiti le curiosità qua e là, scrivi i cazzi tuoi finché poi alla fine parti del libro.
Ma adesso mi faceva strano e mi sembra di dimenticare le cose... non so, scrivevo prima il titolo o l'autore? lo mettevo tra virgolette? e i tag? quali tag mettevo?
be'... la risolverò come faccio sempre: fregandomene.

Perché dato che non leggo e non scrivo è già un miracolo che aggiorno di nuovo il blog e non lo uccido, e quindi non è che ci può far troppe domande, nei ricominciamenti.
E questo lo è. 
Il libro è un libro illustrato, che non mi sento di dire sia per bambini. 
E' uno di quelli che piacciono a me, coi disegni un po' inquietanti un po' horror, coi disegni presi da mondi che non esistono, e che non sono bellissimi ma fanno fare oh. In zona Codex, per chi sa di cosa parlo.

Ho visto i disegni originali, ho sfogliato il libro e ho deciso che lo avrei comprato, anche se dovrei evitare di comprare le cose non troppo necessarie, o che possono aspettare, altrimenti col cazzo che pago i denti, le rate dell'auto e tutte le spese dei concerti dei biglietti che ho comprato.
E dunque vediamo... ecco, aggiorniamo questo blog. 
Lo aggiorno in questa domenica così lunga che mi sembrano due giorni insieme, e deve ancora finire, mentre ascolto il nuovo Motta, e mentre penso che forse dovrei togliermi infradito e canottiera ché poi non fa così caldo. 
Ma veniamo al libro dai... perché lo so cosa volete voi, là fuori; voi volete vedere i disegni.
Quelli come quello là della copertina che però è un po' ingannevole, visto che non inquieta.
Guardate questi, piuttosto:


Ecco, il primo è L'automa gigante, che ora vive in pace nel fantasmagorico giardino di apparitio albinus. Il secondo disegno vi mostra i forni dalle radici profonde, e ho già capito che siete curiosi... Ecco... "le loro sagome all'orizzonte sono le croste di una ferita aperta che non si rimargina. Da lontano ne distinguo le porte sbarrate, simili a bocche voraci. Qualcuno o qualcosa vi fu incinerato, molto tempo fa, un'entità di dimensioni così ragguardevoli che il fumo continua a oscurare il cielo."

Ecco, così sapete più o meno come è fatto, questo libro di mondi creato da Claudio Andres Salvador Francisco Romo Torres (sì, non è italano come poteva sembrare, ma credo che un po' lo si intuiva perché non so, ha quel qualcosa di cruento, nel disegnare, che è sanguigno in un modo che è lontano dai nostri autori. Poi boh... paranoie mie. Ah, poi, oltre al Codex ci sono un paio di tavole che mi ricordano moltissimo il buon Barker, in quei bellissimi libri della serie di Abarat.

E' tutto. direi. Vi saluto solo con un'ultimo disegno e faccio qualche altra cosa prima di guardare la tv. Sì, perché anche se è da secoli che non l'accendo stanotte c'è Brunorisa e voglio sapere ciò che sa il buon Brunori. 

E poi vi dico anche altre cose.
Tipo che tra poco tornerò a fare spettacoli, tipo questo, e non so se sono ancora capace ma lo scoprirò.
Poi vi dico che la gente che conosco fa delle cose.
Tipo Lucia ha scritto un manuale per scrittura creativa e poesia, che se vi interessa potrete trovare qui.
Tipo Gigi ha pubblicato un libro di racconti e novello horror che è una figata già dal titolo: Uironda.
Tipo Simone è uscito con il suo cortometraggio che si intitola Verme e non parla di anellidi. Guardatelo.
E poi basta dai. Per ricominciare basta così. 


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Altris contis di famee. La vostra copia.

 Altris contis di famee 
 Cjolti la copie 
 Prenditi la tua copia 


Ma sì, lu savevi za. 
Lu savevi che non varès plui let nuie, e che no varès plui inzornât chest blog.
Di libris gnûfs o ai plene cjase, une colone sul comodin cun plui di vincj robis tacadis a lei e che nissune soi rivât a plui di vincj pagjinis. O ai di lei Alessandra, Gigi, Alberto, Silva, Renzo, Gianluca, Angelo, Pino, Checo, Gianfranco... int che si cognòs. Int che o cognòs. Ma o ai di lei ancje Roald, Haruki, Joe, Italo, Dino, Federico, Pierluigi... altre int che in cualchi maniere si cognòs ancje chê. Ma nie, no rivi plui. 
Ancje lis poesiis, i pensîrs, lis peraulis bielis, ducj scjampâts. 
Parfin lis fotografiis. No lis fâs plui, lis viôt simpri mancul.
Pôc mâl. Si va a periodis e si fâs alc altri. 
Si lavore, come simpri, e come simpri masse, e si fâs robis inutilis, ancje chês simpri masse.
Si ingrasse, si devente vecjos, si impare a mandâ a fun cool la int in manieris diferentis e si cognòs simpri plui muarts e simpri mancul vîfs. Il mont al va in piês ator di nô e simpri di plui, ogni dì, si tache a domandâsi se al vâl la pene, secont la veretât universâl calviniane che mi à simpri sburtât, salvâ e slargjâ ce che nol è infier. Poben... altris discors. Che forsit al valarès la pene di fâ ma no cumò.
Vuê al è il vinars di Pasche, e no lavori, e o ai une scuse buine par tornâ a meti mans achì, su chest blog che di tancj libris al fevele. E sì, lu sai, che stoi scrivint par furlan e chest nol è il blog di furlan, ma il libri al è par furlan e no ai intenzion di meti doi post par une stesse robe, o cjatais la traduzion taliane sot. Leieit chê che us va miôr.
E us mandarai il link un par un, a tancj di voaltris.
Cualchidun invezit lu leiarà par câs. Ce che al è.
Al è un post di marketing, us al dîs daurman. Parcè che ogni tant mi visi che e je une des robis che o ai studiât. Soi un economist, mi interessin ducj i aspiets economics des robis, e o viôt la economie come un mieç che al podarès jessi doprât par jessi plui contents. 
E il marketing e je une aruede di chel mieç.
E alore chest al è un zîr di cheste aruede.
O ai publicât un libri, un libri par furlan, e al è la seconde part di Contis di famee, che o vevi publicât tre agns fa. Il libri si clame ALTRIS CONTIS DI FAMEE e al è vecju di doi agns. Lu ai consegnât ae cjase editore come cumò dal 2016, ancje se lis logjichis editoriâls lu àn publicât dome cuant che a vanzavin bêçs di scugnî spindi e cun tant di cognom falât sul dors :). 
Lis contis lis ai scritis pes seradis di presentazion dal prin libri, cualchidune, cualchi altre di pueste, su robis che mi àn contât dopo vê let il prin libri. Cualchidune la cjatais in rêt, cualchidune la varês za sintude. O ai tornade a fâ la acuile gjenealogjiche, o ai sgarfât fûr lis datis di parincj che no savevi neancje di vê, o ai scuviert che mi clamavi Serafino, che une des trê mês nonis mancjadis e jere nassude te stesse mê zornade. Mi àn judât, come simpri. Soi un che nol merete ma le int mi jude.
Serena, une vore, e Pablo, par che al sedi un furlan cence masse falopis, ancje se jo o ai decidût di falis di pueste, cualchidune. Ma sbaliâ savint di sbaliâ e je une des bielis robis de vite.
E Giorgia a lei par prime, Checo pe post fazion, Gian e Emanuela pe Acuile, Giulia par un report di ospedâl, Solidea a contâmi storiis de mê famee che no savevi. E ducj chei che mi àn judât a leilui, sparniçâlu, a fâlu sù. Bizio e Franco, Lussie e Margherite, Michêl, Alice, Luca, Alessandra, Pauli e Carli, e insome... un sacco d'altra gent E mê mari e gno pari, par dut ce che al vanze. Insome, une famee slargjade, par meti adun un libri. 

Al è un pôc plui biel dal prin, plui organic. Al è lunc cuasi compagn, ven a stâi curt, 115 pagjinis, 15 contis. Nol è biel come chel dal Sant Simon, ma al è ancje diferent. 
In cuviertine la foto de famee di mê none, e dutis lis sôs sûrs. Sul daûr la foto di Agnul intant che al blesteme, chê la viodarês sul libri. No son dentri lis fotografiis dai cuadris di un gno cusin che al è ma nol è, ma jo us a lis met achì. E chi sot us met ancje la acuile gjenealogjiche. 
Il libri al coste 12 euro. Jo lu compri a 8. Us al vent a 10. Vaial ben?
Se o leies chest post, se volês la VUESTRE copie, ma la domandais vie mail. La solite: gelostellato[caiut]gmail.com 
Se o sês a stâ in Friûl, us al à ven a puartâ in biciclete (o in machine, se o sês oltre i 30km di Sclaunic), di persone. Se us va miôr, us al à spedis. Se no vignit a cjoile achì a Sclaunic, tal tabachin. Us al à pues lassâ ali cul vuestri non. O si cjatin intune des seradis che o fasari in chescj mês che a vegnin (Martars 3/4 di sere soi a Lauçac, Miercus 4 a Cjarlins). Insome... cumbinin. 
Su la vuestre copie, in plui de "deleghe", inte ultime pagjine blancje libare, us scrivarai une mini conte di famee, a man, che cjatareis dome li. O ai inmò di scrivile. Lu fasarai vuê. Se o rivi 'nt scrîf plui di une, no sedi mai che un al vueli dôs copiis. 
Al è dut, disarès.
Cheste je une robe che o ai pensât vuê matine e le ai fate. 
O spieti lis vuestris mail e voi a puartâ a comedâ la biciclete.
E o scomenci a scrivius.

*** *** ***

Ma sì, già lo sapevo.
Lo sapevo che non avrei più letto niente, e di conseguenza non avrei più aggiornato il blog. 
Di libri nuovi ho piena la casa, una colonna sopra il comodino che ha più di venti libri iniziati e mai in nessuno sono andato oltre pagina venti. Ho da leggere Alessandra, Gigi, Alberto, Silva, Renzo, Gianluca, Angelo, Pino, Checo, Gianfranco... persone che conosco. Ma anche Roald, Haruki, Joe, Italo, Dino, Federico, Pierluigi... altre che in qualche modo anch'esse conosco. Ma niente da fare, proprio non combino.
Anche le quasi poesie, i pensieridigelo, le parole belle, tutto fuggito.
Persino le fotografie. Non ne faccio, ne vedo sempre meno.
Poco male. Si va a periodi, si fanno altre cose.
Si lavora, come sempre, e come sempre troppo. Si fanno cose inutili, troppe anche di queste.
Si ingrassa, si invecchia, si impara a mandare a fun cool laggente in modi diversi e si conosce sempre più gente morta di quella viva. Il mondo peggiora intorno a noi, ogni giorno, e sempre più vado chiedendomi se vale la pena, secondo la verità universale calviniana che mi ha sempre spinto, a salvare e dare spazio a ciò che non è inferno. Vabbè, altri discorsi. Che forse varrebbe la pena fare, ma non adesso. 
Oggi è venerdì di Pasqua e non lavoro, e ho una buona scusa per rimettere mani a questo blog. E sì, lo so, sto scrivendo in friulano ma se state leggendo qui avete trovato anche la versione italiana. Potete leggerle entrambi, che chissà, magari non sono uguali.
E comunque vi manderò il link personalmente, scrivendovi, ché è da tanto che non lo faccio.
O magari lo troverete per caso. Quel che è.
Vi avverto subito che questo è un post di marketing.
Ogni tanto mi ricordo di aver studiato Economia, e sono un economista e di tutti i fenomeni spesso mi interessa quell'aspetto. Intendo l'economia quale mezzo per essere più felici.
E il marketing è una ruota di questo mezzo.
E questo post è un giro di quella ruote.
Ho pubblicato un libro, un libro in lingua friulana, ed è la seconda parte di Contis di famee, che pubblicai tre anni fa.
Si intitola ALTRIS CONTIS DI FAMEE ed è oramai vecchio di due anni. Lo consegnai alla casa editrice come ora, nel 2016, anche se le logiche editoriali lo hanno potuto pubblicare con l'arrivo di fondi avanzati da dover spendere, con tanto di cognome scritto errato sul dorso. :). 
I racconto sono stati scritti a volte per serate in cui presentavo il primo libro, altri di proposito, su storie che mi hanno raccontato dopo averlo letto. alcune  le trovate in rete, altre potreste averle già sentite. 
Ho rifatto l'aquila genealogica, ho recuperato le date di parenti che nemmeno sapevo di avere, ho scoperto che il mio cognome dell'Ottocento era Serafino, e che una delle mie tre mancate nonne era nata nel mio stesso giorno.
Come sempre mi hanno aiutato. Sono uno che non se lo merita, ma trovo sempre chi mi aiuta.
Serena, parecchio, e Pablo, che hanno portato questo friulano a essere corretto, senza troppi errori, anche se io ne ho fatti alcuni volontariamente. Ma sbagliare con la coscienza di farlo è una delle cose belle della vita. E Giorgia, a leggere per prima. Checo, fedele famiglia autore della postfazione. Gian ed Emanuela per l'aquila. Giulia per il report da ospedale. Solidea a raccontarmi storie della mia famiglia che non conoscevo. E tutti quelli che mi hanno aiutato a promuoverlo e leggerlo, a costruirlo. Bizio e Franco, Lussie e Margherite, Michêl, Alice, Alessandra, Pauli e Carli, e insome... un sacco d'altra gente. E mia madre e mio padre, per tutto il resto. Insomma: una famiglia allargata per mettere in piedi un libro.

E' un po' più bello del precedente, più organico. Lungo piùà o meno le stesse pagine, 115, per 15 racconti. 
Non è bello come quello del Sant Simon.
In copertina c'è una foto della famiglia di mia nonna, con tutte le sue sorelle. Sul retro c'è Agnul, mentre sta bestemmiando. Ma quella la vedrete sul libro. E' una gran foto.
Non ci sono le foto dei quadri di un mio cugino che c'è ma non c'è più. Ma io ve le metto qui, così come qua sotto vi metto l'aquila genealogica, quella rossa, arrabbiata. 
Il libro costa 12 euro. A me lo vendono a 8. Io ve lo vendo a 10. Va bene?
Se leggete questo post e se volete la VOSTRA copia, chiedetemela via mail. La solite: gelostellato[chiocciolina]gmail.com 
Se abitate in Friuli, ve la vengo a portare in bicicletta, (o in auto, oltre i 30km), di persona. Se preferite, ve la spedisco via posta. Oppure venitevela a prendere a Sclaunicco, in tabacchino. Ve la posso lasciare lì a vostro nome. O ci si becca in qualcuna delle serate che ho da fare in questi prossimi 2-3 mesi. (Matedì  3 a Lauzacco, Mercoledì 4 a Carlino) Insomma, la si combina. 
Sulla vostra copia, oltre alla "deleghe",nell'ultima pagina bianca libera, vi scriverò un racconto di famee, a mano, che troverete solo lì. Devo ancora scriverlo. Lo farò oggi.
Se ce la faccio ne scrivo un paio. 
Direi che è tutto.
Questo post l'ho pensato stamane, e l'ho fatto. Aspetto le vostre mail.
E rimetto a posto la bicicletta.
E comincio a scrivervi.


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San Simon 2017


Ho vinto il premio San Simon 2017.

E non mi faccio mai troppa reclame, non amo bullarmi, non è, alla fin fine, nella mia indole. Solitamente vorrei avere un doppelgänger che va alle premiazioni, da tirare fuori quando serve. Non ce l'ho. E alle premiazioni vado, anche se in ritardo, anche se dopo mille ripensamenti, anche se riuscendo alla fine a far sembrare tutto estremamente normale e riuscito. Il superpotere dei giullari, insomma, uno dei pochi che possiedo assieme a quello di addormentarmi all'istante e di resuscitare le cimici. 
E poi, tra l'altro, Pierrot, il pagliaccio triste, non l'ho mai sopportato. 
I giullari sono meglio. Hanno una funzione sociale insostituibile.
Ma sto divagando...
Di questo premio, per una volta, mi va di parlare. 
Di farlo qui, su questo blog che chissà quando mai vedrà un nuovo aggiornamento, visto che non leggo più; su questo blog dove si scrive in italiano, anche se il Premi San Simon è il maggior premio di letteratura in lingua friulana. 
Lo vinco per la seconda volta, l'altra era due anni fa, con il libro che mescolava gli yokai e la cultura friulana. L'anno prima sono stato finalista con un libro che raccontava le storie della mia famiglia.
 E questo libro?
Di che parla? Com'è fatto? Perché ha vinto?
Parliamone.

Questo libro è una cosa che prima non c'era, e ora c'è.
Dico questo perché è ciò che ho pensato quando ho cominciato a scriverlo, credo a meno di tre o quattro mesi dalla scadenza, fissata per giugno di quest'anno.
Ho pensato che non c'era un libro di narrativa per ragazzi delle scuole superiori in lingua friulana. Non c'è n'è molti nemmeno in italiano, a dire il vero.
Ebbene, ora c'è.
E non so come si costruisce un libro di questo tipo, non mi sono informato.
Ma faccio l'insegnante a questi ragazzi da quando ho cominciato a lavorare, e ho pensato che ci sono tante cose che non sanno, e sono le stesse cose che io non so.
Non so, per esempio, chi sono certi personaggi a cui sono dedicate vie, piazze, scuole, associazioni... Personaggi a cui so dare a malapena una etichetta: imprenditore, scrittrice, filosofo, inventore... ad alcuni nemmeno quella.
Così ho pensato di scoprire cosa hanno fatto, e siccome le cose che si imparano meglio sono quelle che stanno dentro le storie, io ho raccontato dieci storie. 
Dieci, perché dieci sono i mesi di scuola, da settembre a giugno.
E la prima e l'ultima sono più corte, perché più corti sono quei due mesi.
E in queste dieci storie, in qualche modo, ci sono anche questi personaggi.
E c'è una caccia al tesoro, c'è la loro personalità, o per lo meno, la personalità che io ho immaginato per loro dopo averli conosciuti attraverso la loro biografia.
Ho cercato di toccare dieci generi letterari: c'è un horror ironico, c'è un giallo, un thriller-noir, un racconto di formazione, uno di fantascienza sociale, un racconto storico.. c'è persino un fantasy, coi tatzelwurm al posto dei draghi. 
E ogni storia è raccontata in modo diverso - prima, seconda e terza persona, presenti e passati prossimi e remoti - anche se lo stile è sempre il mio, quello che non rinuncia mai a elementi di fantastico, e che nasconde sempre qualcosa, per poter far fare "ooohhh" a chi legge, prima o poi.
Alcune storie sono venute bene. Molto bene. Ve lo dico già io.
Un paio sono tra i migliori racconti io abbia mai scritto. 
Uno fa piangere, sempre, alla fine, perché così è, 
e per questo devo ringraziare Carli per la copiosa ricerca storica.
Uno solo non è venuto benissimo, ma è dignitoso, e un passaggio fa molto ridere lo stesso.
Non c'era tempo di riscriverlo e di pensare a nuove idee.
Ho terminato la correzione delle correzioni la notte prima di rilegare, stampare e consegnare, e non avrei mai finito così bene se non ci fosse stata Serena, a lavorare giorno e notte con me, e Gian a farmi la copertina che volevo nel giro di tre giorni.
Qualche piccolo errore è rimasto, non può essere altrimenti, ma anche della parte finale, quella con le biografie e le curiosità, quella che ne fa libro didattico, anche di quella sono abbastanza soddisfatto. 
I giurati lo hanno interpretato come un racconto diverso, e a risentirlo è vero, sembrano altri dieci racconti le dieci bio. E lo sono, perché mai avrei creduto che dietro a qui nomi ci fossero vite così interessanti e dense. 

E poi non ho rinunciato alla poesia
Perché i poeti, da queste parti, sono bravi o unici, a volte entrambe le cose.
E sono sfortunati, e tendono a morire.
E uno di questi, che non conoscevo abbastanza, uno di questi è Federico Tavan.
Non è facile conoscerlo dal web. Non ci sono molti libri da comprare. 
Bisogna girare le biblioteche, mettere vicino cose, fare collazioni, perché l'andreano storto, 
la lingua di Tavan, che è quasi più suono che parola.
Con lui si inizia ogni storia, con uno o due versi, mai di più, ma sempre ho trovato i versi che mi servivano per la storia che sarebbe venuta.
Non ho mai faticato.
E lui è anche nella prima storia, anche se non lo si dice.
Non sono tempi per i poeti, soffrono troppo e faticano a vivere anche quando non sono fortunati. Intorno c'è troppa cattiveria.
Per questo sono ancora più contento di avercelo messo.

E poi?
E poi niente. 
Ho detto abbastanza.
Dovrei dire di tre persone che ho dimenticato di ringraziare.
Andrea, che ha scattato la foto che vedete qui, a dalla quale, a fine libro, è stato tolto un pezzo per la foto bio. 
Alan, per le dritte sulle truffe bancarie, che hanno generato il noir finanziario.
E Giulia, e non perché abbia apprezzato in maniera assurda la goliardica copertina con la mia faccia al posto dell'aquila, subito cestinata, ma che vi metto qui sotto, per il vostro divertimento.
Dovrei dire che le ultime righe di questo libro sono praticamente le ultime che ho scritto e non vedo, per ora, altre righe all'orizzonte, né in italiano, né in friulano.
Passo il tempo tra lavoro, correre, disegnare, pensare alla vita e alla morte, bere birra e mangiare cose buone.
E questa, perciò, potrebbe essere tranquillamente l'ultima cosa che scrivo. 
(Altri tre libri sono in giro, ma sono precedenti)
E insomma sono contento di averla scritta.
E sono contento esista.







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"Schiavi dell'inferno" di Clive Barker***

Ho letto un libro, ma era un racconto lungo.
Credevo non fosse celebre e invece è praticamente un quasi libro PSF. E se parliamo di esperti d'orrore, è uno di quei libri che dovrei avere letto eoni fa, ma io non sono esperto di niente e questo mi salva da tutti i dovrei.
Il libro è questo, "Schiavi dell'inferno" recuperato in edizione Bompiani, quella dei libri di sangue che tanto bramo.
A me piacciono queste edizioni vecchie. La traduzione è per altro di Dobner, ed è cosa buona e giusta.
L'avevo preso in mano perché è - semplicemente - era un libro di Barker. E ci mancherebbe pure che non lo rubi, se lo vedo lì, sugli scaffale del banco libro.
Anzi... ci devo tornare, al banco. Magari perché no. Stasera. Dai, stasera ci torno.

Perché vi posso dire alcune cose.
L'altra sera volevo finirlo. Mi mancavano tipo venti delle 124 pagine totali. Lo avevo cominciato mentre ero in ferie, per quei due gg che ho fatto di mare, e in quei due gg pensavo di leggerlo. E già, per scegliere un libro, era successa la cosa brutta che non sapevo cosa pigliare. Cioè... lo sapete, io ho questi dieci scaffali di "libri da leggere" pure etichettati. Libri che mi hanno regalato, libri di amici, libri classici, libri del cazzo, libri curiosi, saggi... insomma. Non vedo l'ora di vuotarli un po', fare un piccolo buco. Tra l'altro ho appena messo a posto la libreria ufficiale, quella coi libri letti, liberandomi da tipo un 40-50 libri che ho deciso non valeva più la pena tenere, che non avrei mai riletto, o che non hanno particolari legami di dono o ricordo. Ecco... non sapevo cosa scegliere. Ogni lettura mi sembrava insormontabile. Questo l'ho preso semplicemente perché era il più corto.
Infatti, Schiavi dell'inferno è un racconto lungo.
E potrebbe essere un pregio difetto.

Ma vi stavo dicendo della sera in  cui volevo finirlo.
Lo avevo sul sedile dietro dell'auto.
Ho fatto la mia serata solita di donne perdute aperitivi cibo birra malinconia e altre cose tristi o profonde. E poi mi son detto okay, dai, è quasi mattina ma venti pagine ce la posso fare. Latte caldo, james blake, una poesia dentro... ce la posso fare. E invece no.
Non lo trovavo.
E' caduto, mi son detto. E' caduto fuori dall'auto, nel parcheggio del pub.
Oppure l'ho lasciato a casa.
Mi seccava i coioni non per il libro, ché come li rubo anche li perdo, ma per le ultime pagine. 
E poi... per una volta che mi voglio mettere a leggere invece che pensare alla morte (okay, non che questo libro non parli di morte, certo, ma almeno parla di morte e sesso) ecco che ci si mette la sfiga di mezzo. Ho dovuto desistere. E aspettare mattino.

Sapete... le cose sono sempre migliori, al mattino. Sempre. Per quanto buie siano la notte.
E non è solo questione di luce, perché quella rende veri gli incubi. 
Ma è questione di chiarore e profumi, che al mattino servono per affrontare le cose.
E così l'ho trovato.
E ho scoperto che sotto i miei sedili posteriori dell'auto nuova c'è una intercapedine.
Grande esattamente quanto questo libro. 
E lui ci si era nascosto.
Figo no? No!
Odioso!

Adesso fatemi sistemare un po' di vestiti va....
Anzi no. Anzi sì. Uff... Insomma... no, vado a fare una corsa, va, solo per accompagnare mia mamma a fare la spesa. 
Ma siccome la vecchia non è pronta, allora vi dico del libro.
Il libro è quello di Hellraiser, quello di Pinhead, quello del film. Anzi... dei film. Non è uno tra i miei film preferiti, ma devo riconoscere che ha grandi meriti. 
Quello di aver creato un personaggio horror che è diventato icastico, è entrato nell'immaginario. Tenete presente che il film è del 1987 il libro del 1986 e che quell'immagine, quel reticolato inchiodato da lì non si è più schiodata.

Ecco. sì. Scusate. in pausa corsa. 
Devo cambiare telefono anche, ché questo mi muore la batteria dopo sette km e runtustic mi percula, e dice che devo correre di più ma io corre di più e fottetevi tutti.
Dicevo... no, un attimo che cago e poi torno da voi.
...
Rieccomi. 
Il libro. No, non vi posso dire che non abbia dei difetti. Tra l'altro mi pare che questo sia uno dei primissimi lavori di Clive, e sconta un po' di inesperienza nel tratteggio dei personaggi minori, nonché qualche passaggio mentale e di azione non ben giustificato. Per dire, il modo con cui Julia, la protagonista selvatica, e bellissima, comincia a far fuori gente accazz solo per salvare Frank, un bel maschiaccio che però si è comunque trombata una volta sola, beh... è quanto meno frettoloso. Lasciare il certo per l'incerto non è facile, soprattutto per un incerto orrifico, quasi demoniaco, che per essere guarito richiede altrettanto orrore e raccapriccio. Poi, suvvia, se fai fuori uno, di sconosciuto che sia, ti beccano anche se siamo in pieni anni ottanta, o per lo meno ti indagano un po'.
Ecco... ovvio, mi dirà qualcuno, che a Barker non fregava un cazz di queste beghe di realismo. Uno che si inventa i 4 supplizianti, che molla un paio di immagini di orrore che te le raccomando.
Andrei anche a cercarle ma boh... sono pigro. Vediamo dai
Trovato. Questo.
Vide che era, o era stato, qualcosa di umano, ma il corpo era stato spolpato e poi ricucito alla bell'emeglio, per cui sullo scheletro, tra zone rimaste orbate, erano appesi pezzi sgranati e anneriti come se fossero passati in una fornace. C'era un occhio che la fissava scintillante e c'era la scala di una spina dorsale con le vertebre ripulite dei muscoli; pochi irriconoscibili frammenti di anatomia. Niente di più. Che un essere del genere potesse vivere era una sfida alla ragione: quel po' di carne che aveva addosso era irrimediabilmente marcita. Eppure viveva. L'occhio, a dispetto del marciume in cui era radicato, la scrutò centimetro per centimetro, dalla testa ai piedi.
Insomma... alla fine sono contento di averlo letto. Sono molto d'accordo anche molto con questo commento, sulla natura dei supplizianti e la loro innovatività, per l'epoca. Non essere dei villain, dei cattivi, ma solo dei seguaci della propria natura, ecco, è cosa che apprezzo. E qui è così.
Poi, anche la rapidità, è positiva. Più lungo.. più articolati, ci si sarebbe un po' rotti le palle, anche se ci resta fame di saperne di più e vederne di più sui supplizianti.
L'ingegnere soprattutto, che resta in disparte, alla fine. Ma dai, l'ho letto e ne sono soddisfatto. E mi ha fatto voglia di rivedere il film, che non me lo ricordo più. 

Ora vado a farmi la doccia.
E vi dico cose.
E ascoltatevi anche l'ultimo National.
Vi dico che a me, alla fine, il nuovo Qotsa non fa così schifo come dicontutti.
E vi dico che stasera dipingerò un quadro. Per vederlo Salvadeat su instantgram.
Andrei a correre all'alba in spiaggia, domani, ma non posso.
E basta... vi saluto va. 
Che in testa mille cose belle e zero voglia di farle.

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