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"1933. Un anno terribile" di John Fante****(*)

Avete presente quelle giornate in cui vi ritrovate improvvisamente con una mattina lunga libera e volete fare millantamila cose che da secoli dovete e ora finalmente sì?
No?
Io sì.
E stamattina mi son già fermato in area griglia a lavare i piatti e mettere a posto cartacce e prendere i colori e bagnare il girasole rubato e tirare due tiri di pallone alla piovra mentre ascoltavo staring at the sun che è pur sempre un gioiellino e adesso sto contemporaneamente, tipo multitasking, facendo ciò:
- video alle mie oche
- finendo il disegno dell'uccello (no battute che per avere un uccello devo disegnarmelo, please)
- scrivendo un pezzettino sul raccoon dog, o l'orsetto con le palle
- facendo il cambio armadio (ho contato 46 mutande, diocristo, 46! e 51 calzini! cazzo) e sistemando i cassetti...
- aggiornando il mostro sul comodino
- facendomi la barba
- facendo il 730 di io zio
- facendo una recensione di Fante... ah già, questo lo sapete.

E che dire? Che lo so, lo so che c'è qualcuno che attende impaziente per sapere che ne penso, di questo libro, e io sapete che vi dico?
Vi dico che intanto mi ascolto i nuovi darkness... e che vado a mettere a posto il cassetto della roba per correre e poi torno a dirvi.

Eccomi... dunque. Erano due mercoledì fa. E mi ero liberato. Non ho detto nulla a nessuno, semplicemente non avevo lezioni di mattina, le avevo solo la sera, e insomma... c'era il sole. Vado al mare col libro! E lo sapete, che io mare e libro siamo una cosa sola, e insomma, mi sono portato questo, con l'idea di iniziarlo e finirlo, e così è stato.
C'era pure poca gente, e non serviva l'ipod, c'era il mare burrascoso e non potevo perdere tempo a nuotare. E quindi penso che già la mattina avevo finito.
E... E?
E niente, io mi segno le pagine, ogni tanto, per rileggerle, per condividervele qui con voi, per non dovermele ricercare... e non avevo la penna, e ho fatto l'orecchietta.
Una a pagine 7, una a 14, una a 15, una grossa a 31, ma pure sui retri, mi ero segnato, che c'erano cose bellissime da condividere... e credo sia stato proprio a pagina 32, cioè a un quarto di libro, che ho smesso, perché ho capito che "1933, un anno terribile" non è un'opera minore di Fante, ma è un gioiello, un piccolo racconto lungo che è perfetto, sia nella misura, che nel nucleo narrativo e sia e soprattutto nel finale, che è incompleto, nelle intenzioni dell'autore, e invece, e non lo dico solo io, ma pure Emanuele Trevi nella prefazione (e Cerami, anche), è un finale adatto, immodificabile.
Poi vi spiego, ma prima vi faccio leggere.

Intanto questo pezzo, giusto per capire com'è Dominic Molise, Dom, l'eroe attorno a cui ruota tutto il racconto nonché la prima persona che ci porta a spasso per gli USA del '33, anno di miseria, post '29, in cui gli italiano erano quello che erano, malvisti, mal sopportati, ma pieni di sogni e difetti, roba da film, insomma. Eccolo qua:

Dio aveva risposto alle mie domande, chiarito i miei dubbi, rinforzato la mia fede, e il mondo era tornato a essere giusto. Il vento era scomparso e la neve cadeva piano, come confetti silenziosi. La nonna Bettina diceva sempre che i fiocchi di neve erano le anime del paradiso che ritornavano sulla terra per fare delle brevi visite. Sapevo che non era vero, ma in fondo era possibile, e ci credevo quando ne avevo voglia.

Stesi la mano, e vi caddero sopra molti fiocchi, vivi per pochi secondi, a forma di stella, e chissà? Forse erano l'anima di nonno Giovanni, morto da ormai sette anni, e quella di Joe Hardt, il nostro terza base, morto in un incidente di motocicletta l'estate scorsa, e tutte quelle dei parenti di mio padre nelle lontane montagne dell'Abruzzo, prozie e zii che non avevo mai conosciuto, tutti scomparsi da questa terra. E quelle degli altri, dei miliardi che hanno vissuto per un periodo e poi sono andati via, dei poveri soldati uccisi in battaglia, dei marinai dispersi nel mare, delle vittime della peste e dei terremoti, dei ricchi e dei poveri, di quelli morti all'inizio del tempo, nessuno che era riuscito a scamparla tranne Gesù Cristo, l'unico nella storia dell'uomo che fosse mai tornato, nessun altro, ma io ci credevo?
Dovevo crederci. Da dove veniva la mia abilità, e il mio lancio extra, e da dove prendevo tutto quel controllo? Se avessi smesso di credere, sarei potuto cadere a pezzi, perdere il ritmo, rendere la vita facile per i battitori. Diavolo, sì, c'erano delle incertezze, ma io le respingevo. La vita del lanciatore era già abbastanza dura anche senza aver perso la fede nel proprio Dio. Un attimo di dubbio avrebbe potuto rendere II Braccio più fragile, quindi perché intorbidare le acque ? Lascia invece le cose come stanno. Il Braccio è arrivato dal paradiso. Credici. Non preoccuparti della predestinazione, ma allora se Dio è solo bene, perché tanto male, e se lui sa tutto, perché ha creato le persone per poi mandarle all'inferno? C'è tempo per questo. Entra nei minors, vai avanti fino alla grande occasione, lancia nei Campionati mondiali, arriva fino alla Hall o/Fame. Allora ti potrai rilassare e fare domande, chiedere che faccia ha Dio, e perché nascono bambini handicappati, e chi ha fatto la fame e la morte.
Siamo a pagina 6, e questa tenerezza è già incantevole. Ma poi c'è di meglio, a pagina 14, dove si descrive nonna Bettina, ed è al tempo stesso esilarante e tristissima, questa immagine dell'emigrazione italiana negli States. Sentite qua, c'è Dom che si incazza e le dice muori vecchia, e allora...

- Gli insulti arrivavano come pallottole: ero uno sciacallo, un ratto, un serpente, un mostro uscito dalla pancia di mia madre. Ero deforme, con un gomito che mi usciva dalla nuca, il naso nell'ombelico, gli occhi nel culo. Mia madre era un'asina, una vacca, una maiala, una gallina, una capra. La sua era una famiglia di codardi, ladri, puttane, dementi che avrebbero terminato i loro giorni in un manicomio. Io sarei finito con una corda al collo in un'impiccagione pubblica, insieme ai miei due fratelli. L'America sarebbe bruciata tutta, a causa dell'esplosione delle società dell'energia elettrica.

Leggera come un vecchio gatto si avvicinò alla lampadina nuda sul tavolo e la spense, poi filò in camera sua e sbattè la porta. Riaccesi la luce, e la sentii che gridava, rivolgendosi a Dio:
- Liberatemi da questa schiavitù. Mettetemi in una cassa e rispeditemi a Torricella Peligna !
Conoscevo bene il peso che aveva sull'anima, e mi faceva pena. Era sola, le sue radici erano sospese in una terra straniera. Non sarebbe voluta venire in America, ma mio nonno non le aveva dato possibilità di scelta. C'era miseria anche in Abruzzo, ma era più dolce, condivisa da tutti come pane che si passa di mano in mano. Anche alla morte partecipavano tutti, e così al dolore, e alla prosperità, il villaggio di Torricella Peligna era come un solo essere umano. Mia nonna era come un dito strappato dal corpo, e non c'era niente nella nuova esistenza che avrebbe potuto mitigare la sua desolazione. Era come tutti gli altri che erano venuti da quella parte d'Italia. Alcuni se la passavano meglio, altri erano benestanti, ma non c'era più gioia nella loro vita, e il nuovo paese era un posto solitario dove O sole mio e Torna a Sorrento erano canzoni che spezzavano il cuore.
Le grida di Bettina fecero uscire mia madre dalla stanza da letto, con i capelli, spessi e castani, che le arrivavano alla vita, e con le mani strette sulla camicia da notte. Gli occhi erano verdi, enormi, e perennemente stupefatti. Era nata a Chicago, ma era di origine italiana e in realtà era contadina come la nonna, segnata anche lei dalla solitudine, straniera in un modo che non era possibile descrivere, non era italiana e ancora meno americana, una fragile disadattata. La sua famiglia era di Potenza, una città sopra Napoli, piena, a quanto si diceva, di rossi.
Secondo nonna Bettina, i potentini, subito dopo gli americani, erano i più ridicoli del mondo.
E siccome sono stronzo, e vi voglio ingolosire, giro anche pagina e vi lascio un pezzo bellerrimo e dolcissimo in cui Dom descrive sua madre.
Mentre ascoltava fino all'ultimo lamento fuori dalla porta di Bettina, mia madre faceva schioccare la lingua con pazienza, perché gli abitanti di Potenza a loro volta disprezzavano gli abruzzesi.

- Non è cattiva, povera vecchierella. La sua vita è stata così difficile... tutte così quelle persone.
- Quali persone ?
-  Gli abruzzesi. Non c'è da meravigliarsi che siano rozzi e che abbiano un caratteraccio. Non hanno altro che rocce, qualche capra e niente luce elettrica. Come la Calabria, la Sicilia e tutti quei posti poveri.
Non c'era mai stata, non era mai stata in nessun posto oltre che in un condominio a Chicago.
- Come lo sai ?
- Lo sanno tutti. Si capisce da come si comportano, gridano, bestemmiano, sono violenti. Ce l'hanno nel sangue. Guarda tuo padre.
Si avvicinò, sapeva di sonno, muffa, borotalco, sapone e di primo cassetto del cassettone, quello con i sacchetti profumati. Quando non riuscivo a dormire, certe volte andavo nella sua stanza da letto e scambiavo con lei il cuscino, e quell'odore mi faceva l'effetto di un sonnifero. Era molto più vecchia dei suoi quarantanni. Era difficile pensare che fosse mai stata giovane. C'era una fotografia di lei a dieci anni, seduta su un'altalena in un parco giochi di Chicago, e anche lì dimostrava quarant'anni, una bambina di quarantanni, con i codini e le scarpine bianche.
Arrivò al lavello e si riempì una tazza d'acqua, la bevve piano perché era gelata, riuscivo a sentirla mentre scendeva dentro di lei.
Okay. Basta così. Io ho finito con le camicie, e adesso mancano i cassettimaglietti, ma boh, voglio pure fare una corsa e vedere di fare la spesa che sono senza birra e niente birra e correre rendono gelo pazzo... ma il post lo voglio finire, mentre aspetto di fare il caffè e digerire i ceci con la bistecca con il formaggio e cerco la ricetta del nocino da dare a mio zio assieme al suo 730 che poi per pagamento gli potrei proprio chiedere di comprarmi la cipolla rossa a Flambro che è buona e mi faccio fare da Giorgia la marmellata con l'aceto balsamico che si mangia col formaggio che ti lecchi le dita fino alle falangine.... ah, ma forse sto divagando e voi volete sapere della storia.
E' un romanzo di formazione, questo, e storico. 
Di formazione perché c'è Dom, adolescente, protagonista, sospeso tra la  miseria e un padre che lo vorrebbe muratore, ma che al momento si guadagna da vivere giocando a biliardo o scommettendo perché non ha lavoro, e il sogno suo di diventare un grande, grandissimo lanciatore. E il braccio, con cui parla, si confida, lo unge di grasso puzzolentissimo ogni due ore, ecco, il braccio ce là. 
E' il migliore, a scuola, lì nella culonia vicino a L.A. dove vive. anche se non gli basta per essere tale per farsi rispettare. E' italiano, è povero, e quindi disprezzabile
Ed è storico perché si ha la visione fantiana, disincantata, dall'interno, di quel meraviglioso animale che è l'italo-americano degli anni '30. Lo capite solo leggendo, quel miscuglio di tragicità, superbia, bontà, miseria, eroismo e comicità che è l'italo-americano di seconda generazione. 
C'è del meraviglioso, davvero, e dovrebbe assolutamente consigliarlo come libro per le scuole, questo, ché è pure cortissimo, e accattivante. 
E ci ridi eh, in mezzo a quello che succederà, a come Dom cercherà di pagarsi il viaggio fino a LA per fare un provino, e sfondare, e in mezzo all'amicizia col suo ricchissimo migliore amico e a come si comporterà con la sorella di lui, di cui è cotto marcio. Comicamente tragico.

Dai... è tutto. Leggetelo, se potete, questo Fante. E non leggetevi prima l'intro e la prefa. Leggetelo dopo. Anche perché si dice delle peripezie di questo lavoro, e di come poi, forse, continuava la storia di Dom. E grazie Micaela, hai beccato proprio un bel libro. :)

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"Rosemary's Baby" di Ira Levin***(*)

Io non ho visto il film di Polansky.
BOOOM!
Ecco, lo sapevo che mi avreste fatto saltare in aria, caghetti cinefile che non siete altro, ma insomma... non è che si può vedere tutto quello che vedono tutti. E io non ho visto un sacco di cose, di quel tipo.
Di buono c'è, che quando capita che "c'è il libro", io posso permettermi di leggere prima la radice e poi, magari, guardare com'è venuto l'albero. Voi che avete visto prima il film no, non potrete mai.
E insomma, fatto sta che qualche tempo fa, quando mi sono deciso a non leggere un po' di libri, tipo Magris o Lettori si cresce, ecco, ho deciso di scegliere una cosa che dovevo leggere.
Di quelle sullo scaffale.
Oddio... tutto quello che ho sullo scaffale prima o poi devo, ma ce ne sono alcuni che devo di più. Per vari motivi.
Questo, per esempio, è uno di quei libri horror che quando cominci a fare le liste, con gli amici scrittori dell'horror, salta sempre fuori, e vine sempre piazzato là, nelle top ten, con grandi salamelecchi a Ira Levin (che tra l'altro ho sullo scaffale anche con I ragazzi venuti dal Brasile, che aspetterà un po').
Ebbene... alla fine ci sono arrivato pure io.
E?
Mi è piaciuto?
Sì. Anche se non ho ravvisato una eccezionalità così grande.

Magari la storia la sapete, e se uno non ci pensa, direbbe che è vecchia come il cucco. La donna ingravidata da un mostro, demone, alieno, ecc... è uno degli archetipi umani più antichi. Il vedersi crescere dentro qualcosa di mostruoso è una nostra paura ancestrale, a cominciare dalla malattia, dalla carne viva che marcisce. E okay, quindi. L'archetipo usato è un classico. Qui si sceglie il diavolo, con una copertina, che vi ho scannato - male - che è pessima, a livello di spoiler, visto che mi fa capire tutto troppo presto. E' un male? No. Non del tutto, per lo meno.
Nel senso che la natura intima del libro di Levin - tra l'altro morto non troppo tempo fa, nel 2007 - non è certo quella di libro d'orror, così come non lo era quella dell'Esorcista, che è senza alcun dubbio una spanna sopra, pur trattando temi molto simili.
Qui è una coppia, la protagonista, In cui lei, la Rosemary del titolo, è un'eroina piuttosto integerrima, che ha dalla sua una forza d'animo notevole, ma niente più ciò, e circondata, diciamo pure che non ha molte speranze di cavarsela, dall'inganno. Anzi, a voler essere pignoli, sono talmente tanti i segnali della congiura di cui è vittima, che pare impossibile che la buona Rose, per lunga parte del libro, non sospetti niente. Si usa spesso il meccanismo della suspense fastidiosa, tipo quello che lascia il lettore a porcocanare cose tipo: "ma noooooooooo, ma sei deficiente! ma non vedi che ti racconta palle! ma non vedi che ti prende per il culo! maccome!!!"
E insomma, avete capito.

Comunque, dicevo, trovo che questo sia un horror che punta il dito soprattutto su una certa New York e alcuni suoi aspetti. La Grande Mela degli attori, delle belle case, dei soldi che cominciano a girare, del modo con cui chi è fuori dal giro vuole ed è disposto a fare carte false per entrarci. Un libro sull'ambizione, insomma, e non solo sugli adoratori di Satana. Poi certo, l'idea di un figlio di Satana è suggestiva, e il finale, costruito e trainato dall'intero libro, soddisfa ed è quello che deve essere.
Perché al di là del giudizio su New York e la sua falsità, l'altro aspetto che si tratta è quello della maternità. Rosemary vuole essere madre, e si trova a dover scegliere quando poi, alla fine, potrebbe essere madre di un figlio che non vorrebbe, e che la scelta più saggia è un dolore di madre. Insomma... c'è molto di più di quanto sembri.
Tra i difetti, a parte un filo non chiuso, come il suicidio della ragazza che poi si può intuire ma resta con qualche incoerenza, c'è forse una prima metà che è sì funzionale alla costruzione dell'epilogo, ma in qualche passaggio la tira per le lunghe, anche se non diventa mai pesante. Insomma... la possiamo chiudere, dai, ché questo è comunque un horror classico e non sarà l'"esorcista" ma è senza dubbio un libro da leggere, se siete cultori del genere, e comunque da leggere se siete appassionati di storie sataniche ecc. Si affronta, tra l'altro, anche l'argomento religioso, ma non in modo approfondito: Rosemary non è sposata ed è stata quasi rinnegata dalla sua numerosa famiglia che figlia come coniglia, ma non per questo si rassegna. Sembra tornare verso la salvezza religiosa solo verso la fine, ma non c'è un vero e proprio scontro/incontro tra religione e satanismo.
Dai, è tutto, oggi sono muffo e non ho voglia di post lunghi. 
Vado a prendermi un paio di libri per bambini che li ho finiti, e poi mi sono preso dei racconti di Sciascia, che secondo me saranno belli, anche se chissà mai quando avrò tempo di leggerli.

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"Il racconto dell'isola sconosciuta" di Josè Saramago****

Ieri mattina sono stato al mare. 
Dopo le 4 di sabato sono passate finalmente 6 ore senza parlare, e non mi pareva vero. Devo ancora riabituarmi all'isolamento, ma ho tutta l'intenzione di. 
Mi ero portato due libri.
Uno che si è rivelato bellissimo, e di cui vi parlerò con calma, e che è stato come una farfalla sull'asciugamano, l'altro era questo.
"Il racconto dell'isola sconosciuta" di Saramago, che ho trovato per pure caso al banco lib(e)ro e che non potevo lasciare lì. Saramago, si sa, è uno di quelli di cui si dovrebbe legger tutto, facicando o meno.
Anyway, sono una trentina di pagine e si legge in 45 minuti, o almeno così è se ve lo fate leggere da Youtube.
E' un racconto vecchio, edito da einaudi nel 97 (pre nobel, quindi) e ri edito da feltrinelli nel 2003 e mi pare fuori catalogo.
E' una fiaba, una fiaba morale e sul significato delle vita. Una fiaba che parte molto fiabesca e arriva a essere estremamente realistica. Sul sito feltrinellico le danno addirittura sette ottimi su sette commenti, ma io non sarei così positivamente categorico. E' un bel pezzo di narrativa breve, ma esplora, in modo piacevole e riuscito, territori filosofici che conosciamo bene: cosa cerchiamo? dove potrebbe essere? Come trovarlo?
Nel titolo, certo, il simbolismo chiave della storiella è già lì, con un'isola che è sconosciuta ma essendolo non sappiamo che esiste. Descriviamo e cerchiamo ciò che esiste, e quindi ecco che se una cosa non la conosciamo il nostro sapere di lei arriva fino a dubitarne l'esistenza stessa.
L'esistenza di quel che cerchiamo nella vita.
Eh, no. Non è poi una domanda così facile, se uno ci si mette a pensare che se quello che vuole lui non lo conosce è difficile cercarlo, se non sa cos'è.
Come il protagonista della storia.

Un uomo che va dal re e chiede la barca. Il re è uno che deroga, troppo impegnato con gli ossequi, e tutti derogano. Solo la signora delle pulizie non può, non avendo sottomessi.
Ebbene, sarà lei la seconda protagonista. 
Un uomo che cerca, una donna che prende una decisione. Ci vuole tenacia, tanto per cominciare, per tener testa al re in persona e ottenere. Poi bisognerebbe trovare dei compagni, dei marinai, ma questi non sono dei sognatori, sono concreti, sanno ciò che vogliono e rifiutano l'incerto per il certo. Il mondo è così, odia deride o rifiuta quel che non conosce. Ma c'è sempre qualcuno che cerca. E il nostro protagonista cerca, mentre la donna si unisce a lui. Farà altro. Non è interessata all'isola sconosciuta. E' interessata all'uomo.
Ma l'uomo non lo immagina, e ha occhi solo per l'isola. Poi invece no, si accorge della donna, che è bella, e molto altro, ma non lo dice. Gli uomini non dicono.
E insomma... fino a 4/5 di libro tutto è bello ma la storia sembra non sorprenderti. Ti aspetti il solito finale con morale e buoni sentimenti. O ti aspetti una nave che parte con un equipaggio fatto solo di due persone. Ti aspetti che si trovi qualcosa.
E invece no. Prima c'è il sogno, e il sogno è molto bello, e si scopre dell'isola sconosciuta. E poi?
E poi niente, era un sogno. La realtà è nelle cabine, anzi, in una cabina della barca.
L'isola sconosciuta è in un abbraccio...
E mi è piaciuto molto, questo finale, e mi ha fatto piacere tutta la fiaba, semplice ma non banale, e un po', che si fermasse alla partenza, come ogni viaggio, è stata una scelta azzeccata. L'ha trovata l'isola, il nostro protagonista... e anche la donna delle pulizie di corte ha trovato cià che non sembrava cercare.

Per chiudere, questo breve libretto, ha dentro i disegni. Anzi no, le cartine geografiche. Sono quelle di Battista Agnese, prese dal Correr di Venezia, dove sono conservate.
Vi scannerei la prima, ma ho sonno e vado a fare il caffè ai miei. 
Quindi vi beccate questa, sempre sua, sempre nel libro, prese da gooogle
Ed è tutto! Alla prossima!


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"I fantasmi" di Andrea Camilleri**(*)

Poche righe e poi scendo e lo appoggio qua, sul bancone degli omaggi, non sia mai che serve a qualcuno, questo "I fantasmi" scritto in siciliano da Andrea Camilleri con le illustrazioni di Shout. 
Raccoglie in realtà quattro puntate, e parla sì, di fantasmi.
Fantasmi a Vigata.
Il primo, un moschettiere, apparso a un ubriacone, noto, notissimo per le sue sparate, ma che stavolta no, pare proprio non essersi sbagliato, il buon Turi Persica. Non perché qualcuno gli creda, ma perché un secondo fantasma ricompare, stavolta col classico lenzuolo, e da lì lo avvistano in parecchi.
E allora?
Come cacciarli?
Ma andiamo dal prete, tanto per cominciare, che però prima acconsente a una messa, con processione, e poi... E poi niente, nulla, non ne vuole sapere. E' evidentemente venuto a sapere qualcosa, su questi fantasmi.

Ma dove non arriva lui arriva il sindaco, che contatta niente popodimeno che un esorcista, un vecchiardo, che insomma... non ha capito subito che si tratta di fantasmi e non demonio. E arrivano a Vigata, chiaramente, i giornalisti. Uno del nord, uno di Roma e uno del sud. E qui è la parte migliore di Camilleri, che un po' fiabescamente e un po' ironicamente prende per il cool un po' tutti, tranne il commissario che ovviamente fa il suo lavoro.
E il fantasma sarà soluzione scontata, quello per lo meno con il lenzuolo, così come un po' meno scontata ma alla fine emersa sarà la verità sul primo, il moschettiere.
E' tutto.
E si legge, nonostante il siciliano che all'inizio un po' spiazza, in meno di cinquanta minuti, questo librettino, e davvero, non è chissacchè, potremmo prenderlo come un divertissment, basato su una trama che sa di già visto e sentito, ma che alla fine non infastidisce e quindi boh, dai, non è stato un danno leggerlo e ho imparato qualche parola di siciliano. 
Poi ci sono anche i disegni, che hanno il loro stile e non è malvagio. 
E' tutto dai. muoviamoci che anche oggi è giornata lunga. E a presto!

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"I Pugnalatori - La scomparsa di Majorana" di Leonardo Sciascia****

Ma quanto è che non aggiorno il blog come si comanda, parlandovi di un bel libro? Un sacco. Ed è da un po' che ho letto questo lavoro, proprio questa edizione, con le pagine ingiallite e muffose. 
Mi è piaciuto parecchio. Parecchione, sì.
Com'è che l'ho letto?
Colpa di un ragazzetto, uno che veniva in biblio, nell'altra, dove non son più. Un lettore atipico, vorace e onnivoro. L'unico maschio in età da femmine che vedessi leggere. Gli prestai Sclavi, visto che leggeva tutti i dylan dog che pure io, e leggeva anche roba di filosofia e classiconi, alternati ad altro che boh. Insomma... mi ricordo che curiosavo sempre le sue letture, visto che pareva seguire una traccia, ma non ho mai inteso quale. Probabilmente sceglieva accazz.
Ecco. 
Una volta ricordo benissimo di questo Sciascia, che io, conoscendo poco del contenuto, avevo assegnato alla categoria "saggi pallosi" che non essendo narrativa - pensavo fallando - non avrei mai potuto leggere se non più avanti, con della pace nella vita.
Però, quando mi è capitato in mano, l'ho rubato e ficcato nella mia libreria assurda e bellissima che ogni tanto, perduto tra griglia e solitudine, saccheggio spizzicando righe a caso da libri a caso. Capita che mi legga una poesia, di solito, sereni o poeti russio e salcazzcosa, ma non so perché è capitato che leggessi qualche riga di questo, ed è stato impossibile staccarsene.
Sciascia è stramaledettamente bravo, è inutile.
Questi due saggi narrativi sono degli anni '70, ma fondono nozioni storica e prosa narrativa con un piglio estremamente moderno, e a me davano in più punti l'idea di essere antesignani di quella tecnica che tanto sa far bene Lucarelli quando fa le indagini televisive. 
C'è solo una parte pallosa, in questi due saggini, durante il primo, dove le notizie storiche sono in effetti copiose ed è inevitabile smarrirsi nelle lungaggini dell'epoca, raccontate con l'italiano dell'epoca. Il secondo saggino, invece, è perfetto: un piccolo gioiellino di romantic prose-storic, anche se si fa forte di un interesse mai sopito su uno dei misteri italiani più affascinanti e celebri, tuttoggi caldo.

Ma facciamo così.
Vi faccio leggere un pezzo del primo, preso all'inizio. E poi vi dico qualcosa.
Il Giornale Officiale, di solito attento agli arrivi e alle partenze di generali, magistrati e politici, non dice però dell'arrivo, subito dopo la nomina, del Procuratore Giacosa. Noi sappiamo per certo che nel mese di luglio era a Palermo: e sufficientemente ambientato, cioè già impaziente e insofferente di fronte alla «superficie verniciata, sostanza pessima» che la Sicilia gli offre. La lunga lettera alla moglie - non datata, ma databile dal discorso di Garibaldi al circo Guillaume che dice di aver sentito la sera avanti — è tutta nel cogliere il divario tra apparenze e realtà, tra realtà e apparenze. Le apparenze splendide e sussiegose che nascondono la realtà di « questo povero paese» in cui «i reati che vi si commettono sono orribili» e «da lungo tempo non si sa che cosa sia giustizia». Lo squallore fisico di Garibaldi, tale da deludere anche uno - come appunto il Procuratore Giacosa - che non lo ammira per nulla: non alto di statura, rosso più che biondo, l'andatura da gaglioffo, la voce stridula, una pronuncia che marca la r al punto che «a Roma» diventa «arroma». Tra tanta delusione e desolazione (non ultima quella della scuola cui aveva iscritto il figlio Piero: «scuola, del resto, che ha molta più apparenza che non realtà intrinseca», e si vedeva dai «progressi da gambero» che il bambino vi faceva in calligrafia e ortografia), due soli motivi di conforto: il Presidente delle Assise, siciliano innamorato del Piemonte, uomo attivo e zelante, del partito di La Farina e dunque lontano da Garibaldi;
e il sapere che tra due mesi sarebbero tornati, lui e Piero, in Piemonte: per le vacanze che gli spettavano. «Vi abbracceremo! Intendi tutta la santa voluttà di questa parola! Addio, mia soave amica...» La intendiamo anche noi: Guido Giacosa aveva trentasette anni.
Ma non fu lunga, la sua vacanza in Piemonte. Stando al Giornale Officiale di Sicilia (che è poi, tranne che nella perdita della ufficialità, il Giornale di Sicilia di oggi), il 16 settembre, col vapore Elba comandato dal signor Michele Schiavo, il Procuratore Giacosa tornava a Palermo. E appena quindici giorni dopo - il i° ottobre del 1862 - si trovava di fronte a un fatto criminale di orrida novità su cui per più di un anno si sarebbe arrovellato e che avrebbe deciso della sua carriera, della sua vita.
«Fatti orribili funestarono ieri sera la città di Palermo», dice il Giornale Officiale del 2 ottobre. Alla stessa ora, in diversi punti della città tra loro quasi equidistanti, una stella a tredici punte sulla pianta di Palermo, tredici persone venivano gravemente ferite di coltello, quasi tutte al basso ventre. «I feriti danno tutti gli stessi contrassegni dei feritori, i quali vestivano a un sol modo, erano di pari statura, sicché vi fu un momento che si potè credere fosse un solo. Fortunatamente...» Fortunatamente nei pressi del palazzo Resuttana, dove vicino al portone cadde, gridando di spavento e di dolore, il ventre squarciato, l'impiegato di dogana Antonino Allitto, si trovavano a passare il luogotenente Bario Rondici e i sottotenenti Paolo Pescio e Raffaele Albanese, del 51° fanteria. Accorsero, videro il feritore fuggire, lo inseguirono. A loro si unirono il capitano delle guardie di Pubblica Sicurezza Nicolo Giordano e la guardia Rosario Graziano: e non persero di vista l'uomo che inseguivano fino al cantone del palazzo Lanza, nei cui bassi era una bottega di calzolaio, ancora aperta nonostante fosse vicina la mezzanotte; e vi si lavorava, forse per una consegna che urgeva, da fare al mattino: un matrimonio, un battesimo. E nella bottega, fidando nella solidarietà che non poteva mancare ad uno inseguito dalla polizia, credette poter trovare scampo il feritore: vi entrò, spinse giù da uno sgabello, davanti al deschetto, un dei lavoranti; e si mise a quel posto come stesse lavorando. Ma la guardia Graziano, entrato qualche secondo dopo, si trovò di fronte a una scena non ancora assestata; a colpo d'occhio capì che l'uomo da acciuffare era quello che meno mostrava stupore; gli balzò addosso, lo immobilizzò, lo consegnò al capitano Giordano e agli ufficiali che sopraggiungevano. Perquisito, gli trovarono un coltello a molla di acuminatissima lama; e insanguinato. Più tardi, al posto di polizia, fu identificato-Angelo D'Angelo, palermitano, trentotto anni, lustrascarpe (mestiere cui era passato da quello più faticoso di facchino alla dogana).
Ecco... I pugnalatori sono gente pagata per accoltellare gente a caso. Poveri diavoli che per denaro. condito solo a volte da confusi ideali politici e di restaurazione pregaribaldina, vengono a far parte di una tela complessa, di un signorotto ricco e vizioso e viziato, che ha le mani in pasta ovunque, che che, benché faccia viso d'amico, vorrebbe in qualche modo sabotare il nuovo ordine dello Stato Italiano. E come se non con una strategia del terrore creata a tavolino?
Vedete, con questo stato, questi carabinieri, questo Re, pugnalano la gente per le strade, altroché miglioramento. Il concetto è questo.
In questo saggio, Sciascia, è forse un po' prolisso, o meglio, diciamo che è costretto a dare spazio a molte citazioni e molti fatti, e la parte di indagine è quasi superflua. E' talmente ovvio chi ha pagato chi e chi sono i conniventi del mandante che a un certo punto dall'irritazione si passa alla rassegnazione.
Eppure è fondamentale, un fatto storico simile, per capire certi meccanismi italici del malaffare e della corruzione. L'impressione che si ha è proprio quella di uno dei primi fatti storici all'origine del costume dei potenti di spararla grossa e non nascondere la mano. Tanto... è talmente assurdo che possa essere successo che non sarà successo. E invece...

Il secondo saggio, invece, a parte l'avvenimento che è deliziosamente perfetto e che non può non solleticare la curiosità, è gestito proprio alla perfezione.
Si parla di Ettore Majorana, e io vi lascio queste righe, così scoprite chi era:
Sono nato a Catania il 5 agosto 1906. Ho seguito gli studi classici conseguendo la licenza liceale nel 1923; ho poi atteso regolarmente agli studi di ingegneria in Roma fino alla soglia dell'ultimo anno.
Nel 1928, desiderando occuparmi di scienza pura, ho chiesto e ottenuto il passaggio alla Facoltà di Fisica e nel 1929 mi sono laureato in Fisica Teorica sotto la direzione di S. E. Enrico Fermi svolgendo la tesi: «La teoria quan'tistica dei nuclei radioattivi» e ottenendo i pieni voti e la lode.
Negli anni successivi ho frequentato liberamente l'Istituto di Fìsica di Roma seguendo il movimento scientifico e attendendo a ricerche teoriche di varia indole. Ininterrottamente mi sono giovato della guida sapiente e animatrice di S. E. il prof. Enrico Fermi.
Queste notizie sulla carriera didattica Ettore Majo-rana le scrisse nel maggio del 1932 : evidentemente ad uso burocratico e molto probabilmente in accompagnamento alla domanda di una sovvenzione, al Consiglio Nazionale delle Ricerche, per quel viaggio in Germania e in Danimarca che Fermi lo aveva convinto a fare. E vi si nota, affatto negativa secondo burocrazia, la nonchalance con cui accenna alle proprie ricerche (di varia indole: e altri le avrebbe invece minuziosamente elencate) e il liberamente che un po' contraddice l'affermazione di essersi ininterrottamente giovato della guida sapiente e animatrice di Fermi. Si sente in queste poche righe come una costrizione, una forzatura: il dover rispondere alle premure e sollecitazioni degli amici, il dover fare quel che gli altri facevano o quel che gli altri da lui si aspettavano, e insomma il dover adattarsi di un uomo inadatto.
In verità, l'Istituto di Fisica Majorana l'aveva davvero frequentato liberamente; né Fermi era stato sua guida. Arnaldi racconta: Nell'autunno 1927 e all'inizio dell'inverno 1927-28 Emilia Segrè, nel nuovo ambiente che si era formato da pochi mesi attorno a Fermi, parlava frequentemente delle eccezionali qualità di Ettore Majorana e, contemporaneamente, cercava di convincere Ettore Majorana a seguire il suo esempio, facendogli notare come gli studi di fisica fossero assai più consoni di quelli di ingegneria atte sue aspirazioni scientifiche e alle sue capacità speculative. Il passaggio a Fisica ebbe luogo al principio del 1928 dopo un colloquio con Fermi, i cui dettagli possono servire assai bene a tratteggiare alcuni aspetti del carai-tere di Ettore Majorana. Egli venne all'Istituto di Fisica di via Panisperna e fu accompagnato nello studio di Fermi ove si trovava anche Rasetti. Fu in quell'occasione che io lo vidi per la prima volta. Da lontano appariva smilzo, con un'andatura timida, quasi incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi vivacissimi e scintillanti: nell'insieme, l'aspetto di un saraceno (somigliava, a giudicare dalle fotografie, a Giuseppe Antonio Borgese: e anche di Borgese si disse che aveva l'aspetto di un saraceno). Fermi lavorava aliti
lora al modello statistico che prese in seguito il nome di modello Thomas-Fermi. Il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso all'Istituto e Fermi espose rapidamente le linee generali del modello e mostrò a Majoran'i gli estratti dei suoi recenti lavori sull'argomento e, in particolare, la tabella in cui erano raccolti i valori numerici del cosidetto potenziale universale di Fermi. Majorana ascoltò con interesse e, dopo aver chiesto qualche chiarimento, se ne andò senza manifestare i suoi pensieri e le sue intenzioni. Il giorno dopo, nella tarda mattinata, si presentò di nuovo all'Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta una analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattr'ore, trasformando, secondo quanto ricorda Segrè, l'equazione del secondo ordine non lineare di Thomas-Fermi in una-equazione di Riccati che poi aveva integrato numericamente. Confrontò le due tabelle e, avendo constatato che erano in pieno accordo fra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene.'.. Non era andato dunque per verificare se andava bene la tabella da lui calcolata nelle ultime ventiquattr'ore (in cui avrà anche dormito), ma se andava bene quella che Fermi aveva calcolato in chi sa quanti giorni.
Ecco. Majorana, a parte questi aneddoti, aveva dato davvero prova di essere un genio della matematica, e delle fisica teorica di conseguenza. E dai numerosissimi fatti che Sciascia ci racconta, tutto pare, ma non che il buon Ettore abbia mai pensato di togliersi la vita.
Eppure sparisce. E sparisce per sempre.
Perché?
Qui c'è molta più indagine e molta più narrazione. 
Ci racconta Ettore, di cui vi piazzo pure una foto, come una personalità indipendente, equilibrata, introversa, strana, e molto, molto particolare. Terrorizzato, o quasi, dal successo possibile, eppure per certi versi egocentrico e solipsista. Insomma... tutto da scoprire e davvero, vi piacerà.
E Sciascia, sulla sparizione, finisce per farsi la sua idea, molto romanzata, forse, ma non campata per aria, e partendo dal presupposto che questo qua non si è certo ammazzato, ma si è nascosto, diciamo pure che non è una brutta idea da credere.
Diciamo così: a volte, se sai di poter scoprire qualcosa che è meglio non scoprire, forse tanto vale sparire, e non scoprirla.
E insomma, io la chiuderei anche qua.
Alla fine non c'è altro da dire, oltre il fatto che questi due pezzi sono due ottime letture, accattivanti, non pesanti, ed estremamente formative.
Eh, sì, perché mentre sei lì che leggi di Majorana, per dire, impari cose su come funzionavano le cose, su come agivano i carabinieri, su come si viveva all'uni, su come truccavano i concorsi, o su come operava il Duce... insomma... particolari laterali, ma estremamente interessanti.
Come tutti i particolari.

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"Un altro mare" di Claudio Magris

Le prostitute arrivano in quei giorni anche loro da tutto il paese, visto che per quarantott'ore le monete scorrono e traboccano fra le mani dei bovari come le more che nel bosco del San Valentin ci si metteva in bocca a manciate, schiacciandole e masticandole senza badare se qualcuna rotolava giù per il mento. Anche indie e meticce e negre con grandi fazzoletti rossi, che si accalcano intorno al cavallo come le vacche nella prateria, gridano agitano le braccia e fanno luccicare occhi e denti

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bianchi. Scende la sera, in ciclo si rompe una fiasca di vino e si spande dappertutto, anche sulle facce arrossate ed eccitate. I bovari gettano sacchetti di monete fra le mani che si alzano e si protendono. Anche Enrico lancia il suo, non solo per prender su una ragazza scalza con una lunga treccia bruna, ma pure felice di gettar via qualcosa, come tirare sassi nell'Isonzo e farli rimbalzare in acqua. Intorno è tutto un gridare, ridere, muggire, schioccare di frusta, più in là sparano fuochi d'artificio, in ciclo scoppiano melograni e schizzano chicchi rossi nella notte. Grazie a quella ragazza sulla sella si lascia un po' stordire dalla festa, ma la confusione, grida luminarie e ressa, gli è presto insopportabile e appena può ritorna, con alcune giornate di cammino, alla sua capanna, sposta il sasso e si mette a dormire. Non conta i giorni né le settimane, calcola il tempo secondo unità più elastiche e labili, la prima folata di nevischio, lo scolorire dell'erba, il periodo dell'accoppiamento del guanaco. Il vento soffia di continuo ma dopo un po' s'impara a distinguere le sue tonalità diverse nelle ore e nelle stagioni, un sibilo che si sfilaccia o un colpo secco, come di tosse. Alle volte pare che il vento abbia dei colori, c'è il vento giallodorato fra le siepi, il vento nero sul nudo pianoro.
Grandi nuvole passano e spariscono, una vacca strappa un ciuffo d'erba, la terra gira ma sta anche ferma, una margherita vive un mese, un'effimera un giorno, la stella della sera si chiama anche stella del mattino. Talora il ciclo si dilata come una palla di vetro soffiato, si allontana e svanisce.
Enrico spara, l'anatra selvatica piomba al suolo, in un attimo il volo araldico è una spazzatura buttata dalla finestra. La legge di gravita è decisamente un fattore di goffaggine nella natura; solo le parole ne sono preservate, anche quelle stampate nei classici greci e latini della teubneriana di Lipsia.
Ecco. Ho cominciato con lo scannare un pezzo del libro di Magris, da Un altro mare, già edito per Garzanti.. 
Ed è un pezzo che non ho letto. O meglio, l'ho tolto dalle due pagine in cui sono arrivato 30 e 31, che sono anche le pagine in cui ho deciso di riporre il libro.
Era brutto?
No. Questo decisamente no. Sono abbastanza sicuro che le righe sopra - poi magari me le leggo - siano scritte con grande maestria e in un ottimo italiano, ricco, complesso, denso...
Eppure sì, ho deciso che non finirò questo libro, che poi è l'ultimo della serie di qualche anno fa dei Racconti d'autore, che credo di essere tra i pochi a possedere interamente ed aver ordinato e recensito sul web con cotanta regolarità.
Purtroppo avevo tergiversato alla grande.
Questo libro  continuava a girarmi e rigirarmi sugli scaffali. (è il numero 57, tra l'altro, e quindi nemmeno tra gli ultimi) e alla fine mi sono deciso. A mollarlo.
Sì perché non è periodo, e siccome è da tre anni, che non lo è, è inutile che continui a tenerlo lì, tra quelli da leggere. Quasi metà libro letto mi dicono che non possono giudicare del tutto, ma due righe ve le posso scrivere.
E anche una curiosità.
Da dire la trama, che comincia in media res, per voce di Enrico, che ci racconta un'amicizia tra tre ragazzi, goriziani, letterati, che volano alto, che sono tutti pane e greco e latino, o pane e musica... insomma, cose che non esistono più ai giorni nostri.
Enrico, Carlo e Nino sono tre amici che hanno fatto della cultura una delle colonne, forse la più forte, della propria vita, e si comincia con Enrico che ci racconta di come sta e come ripensa a Carlo, mentre è in viaggio, nel mare assoluto, verso la Patagonia.
Si parla di ideali, e altre cose così, in Un altro mare, di Magris, e insomma... si parlerà di storia, di guerra, di Tito, di fascisti, e di cose che attraversano l'Italia e facendolo attraversano anche queste vicende personali.
Insomma... il libro è molto valido e sono io che proprio venivo annoiato perché non ero nella condizione di leggere di questo tipo di letteratura.
Poi, la curiosità, è quella che la trama e il contenuto sono estremamente simili a un altro libro che, contemporaneamente a questo, avevo cominciato a leggere e che, come questo, ho mollato. Speriments di perfezion, il vincitore del Premi Sant Simon dello scorso anno, dove tre amici, diplomati, si promettono di primeggiare nelle rispettive arti studiate e si ritrovano ogni anno per vedere a che punto sono. Li ricordano tantissimo, quei tre, questi tre, anche se poi le vicende divergono e la qualità di scrittura sono pianeti altrettanto diversi. 
Insomma... la chiudo qui, e lo so, lo so che sto abbandonando questo blog. Ma maggio è un brutto mese, non riesco a leggere e a malapena riesco a gestire le cose da fare. E quindi finisco qui e vado a lavorare. Uno di tre, oggi. Giornata leggera. :)
Ah, vi metto però una cosa. 
Magris non l'ho mai letto, ma è diventato celebre per essere stato oggetto della prova per l'Esame di Stato del 2013. Ecco... lasciamo perdere il giudizio che posso dare sulla scelta e dello scrittore e soprattutto del brano (negativi, comunque, perché non è corretto far odiare uno scrittore vivente da migliaia di ragazzini e non è corretto riassumere la sua opera con uno stralcio banale e poco rappresentativo della sua opera) fatto sta che l'ho tradotto in friulano, così, tanto per. 
E ve lo lascio, per salutarvi.
Nol è viaç che no si traviersin frontieris – politichis, lenghistichis, sociâls, culturâls, psicologjichis, ancje chês invisibilis che a dividin un borc di un altri inte stesse citât, chês jenfri la int, chês intorteadis dentri dai nestris infiers che a sierin la strade al nestri jessi. Scjavaçâ frontieris; ancje amâlis – parcè che a definissin une realtât, une individualitât, i dan forme, salvantlis in chest mût dal indistint – ma cence idolatrâlis, cence fâlis deventâ divinitât che a vuelin sacrificis di sanc.

Savê che si plein, provisoris e svoladis, cuntun cuarp uman, e par chel meritevulis di jessi amadis; mortâls, tal sens di sometudis ae muart, come i viazadôrs, e no rimpin e cause di muart, come che invezit tantis voltis son stadis.
Viazâ no vûl dî dome lâ di chê altre bande de frontiere, ma ancje scuvierzi di jessi pûr simpri di chê altre bande. In Verde acqua Marisa Madieri, tornant a cori dilunc la storie dal esodi dai talians di Fiume daspò de Seconde vuere mondiâl, intal moment dal riscat dai Sclâfs che ju oblee a lâ vie, e scuvierç la divignince in part sclave de sô famee in chel moment angariade dai Sclâfs par vie che e jere taliane, ven a stâi che e scuvierç la partignince ancje a chel mont che la sta menaçant, che al è, in part, ancje il so.
Cuant che o jeri un frut e o levi a cjaminâ ator pal Cjars, a Triest, la frontiere che o viodevi, une vore di dongje, e jere invalicabile, – almancul fin ae roture fra Tito e Stalin e ae normalizazion dai rapuarts fra Italie e Jugoslavie – parcè che e jere la Cortine di Fier, che e divideve il mont in doi. Daûr di chê frontiere a stevin insiemi il discognossût e il cognossût. Il discognossût, parcè che là al scomençave l’inacessibil, inesplorât, menaçôs imperi di Stalin, il mont dal Est, dispès ignorât, temût e dispreseât. Il cognossût, parcè che chês tieris, tacadis ae Jugoslavie ae fin de vuere, a jerin stadis dal Stât talian; o jeri capitât li plui voltis, a jerin un element de mê esistence. Chê stesse realtât e jere insiemi foreste e di cjase; cuant che o soi tornât li pe prime volte, al è stât intal stes timp un viaç tal cognossût e tal discognossût. Ogni viaç al ten dentri, plui o mancul, une esperience di cheste fate: cualchi robe o cualchidun che al someave jessi dongje o ben cognossût si mostre forest e indecifrabil, o pûr un individui, un paesaç, une culture che o crodevin diferentis e estranis si pandin come simii e inparintadis. A la int di une rive, chei di chê altre rive i somein dispès salvadis, pericolôs e plens di prejudizis tai rivuarts a cui che al vîf di cheste bande. Ma se si tache a lâ sù e jù par un puint, misturantsi a la int che e passe e lant di une rive a chê altre fintremai di no savê plui ben di cuale bande e in cuâl paîs che si è, si torne a cjatâ il propri benvolê e il plasê dal mont.

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"Lettori si cresce" di Giusi Marchetta**

Allora. 
Oggi sapete cosa farò? Rimetterò via tutti i settordici libri che ho cominciato a prendere in mano senza leggerli e ne prenderò uno nuovo, con l'idea di cominciare, seriamente, i miei progetti di lettura per quando la smetterò di fare quattro lavori.
In realtà non so se la smetterò. 
Ma voi direte, perché lo fai? Possibile che non puoi lavorare 6-8 ore al giorno come tutti? e non 12-14? Eh, si, mi piacerebbe. Ma Boh, tipo che quando ti dicono "ah sai, la società per cui lavori è in liquidazione e il 12-1-2-3 che prima erano in ritardo ora non te li diamo proprio, per ora" e quindi tu pensi delle cose con molti porco e cane, dentro, e sei costretto a pigliarti un altro lavoro che ti fa lavorare pure nelle ultime ore libere che avevi e adesso sono passati i mesi 2-3-4 e diciamo metà del 5 e ancora un euro manco lho visto, e allora, siccome avanzano dei buchi e ti vuoi comprare la birra buona, e non la Karpakye, ecco che nei buchi ci metti le ripetizioni, e insomma, resta che io, quest'estate, voglio leggere. 
E voglio leggere i libri che ho sullo scaffale, che sono a decine, e molto sono belli, o comunque ho voglia di. E allora, tutto sto preambolo, per dirvi che ho deciso di non finire questo libro, Lettori si cresce. Un libro nuovo, di quest'anno, che ho fatto arrivare in biblioteca perché ne avevo letto bene, su non so quale articolo, di non so chi. 
E allora ho detto "Mettilo in ordine" e quando è arrivato hanno pensato che lo avessi chiesto per me, ma invece no, non mi interessava, più di tanto, però, siccome fare leggere i miei pargoli è una delle cose che cerco di fare, quando spiego saggi articoli e analisi del testo, non sono riuscito a metterlo giù e me lo sono preso. Sono arrivato a pagina 106, di 166, ma ho saltato qualche riga, lo ammetto. perché proprio non la combinavo.
Mi annoiava. E per un libro che deve ispirare i non lettori, e il curatori di non lettori (curatori nel senso di taumaturghi, diciamo) a trasformarli in lettori, forse non è un bene. 
Ma chiariamo. 
Questo è un buon libro, scritto molto bene e da una persona che è adoratrice coscienziosa di libri, nel senso del contenuto, (e forse anche dell'oggetto) e usa un mix tra saggio e aneddottica personale per dirci quando, per lei, e per quelli come lei, tipo anche io eh, è bello leggere, e per cercare di spiegarsi come mai per altri, ciò non sia.
Il problema che ho avuto, a parte la scelta del nome del ragazzo a cui, in tutto il libro, si rivolgeva (Polito!!!, diocristo, non ho mai conosciuto uno con un nome così, né mai lo conoscerò, e ogni volta che leggevo Polito venivo sparato fuori dalla pagina, perché non lo trovavo realistico)
è che bene o male, per uno che sa che il problema della non lettura, posto così, è mal inquadrato, sentirsi dire il perché e il percome diventano una lunga serie di cose che sa, e mi dicevo, "si okay" "si okay" va bene... e a questo punto, mi aspettavo solo che mi si dicesse che non esiste più la mezza stagione e sono sempre i migliori che se ne vanno. 
Intendo dire che oramai, con la lettura, siamo arrivati a una banalità di secondo grado. La prima è che leggere fa bene, la seconda è che non bisogna leggere per forza, o non bisogna obbligare a leggere, ecc ecc. Sono cose che vanno prendendo una forma fissa, riconosciuta, a cui tutti danno valore, ma non senso. Oramai bisogna passare a un senso più ampio, che trascende la lettura e la allinea a una misera goccia nel mare della cultura, che è fatta di film, videogiochi e centinaia di altre cose fino ad arrivare ai post su facebook, e temo siano soprattutto queste ultime ad aver bisogno di tutela culturale, visto la deriva che vanno prendendo.

E insomma. taglio corto. Mi annoiavo.
E leggevo cose che so e continuavo a pensare che, se fossi stato Polito, non solo mi sarei annoiato, ma davvero... avrei cercato di fare le peggio cose, piuttosto che leggere. Leggere in fine è un modo di assimilare le cose, un po' come la differenza tra il mangiare e il bere, e tipo a volte dev'essere, per qualcuno, (e in questo libro sembra non si consideri mai, almeno nelle pagine che ho letto io, nè chi ha problemi di dsa e simili, né il come le nuove tecnologie degli e reader agiscono in questo caso, e in generale) come assumere una grigliata con una flebo.

Dai, la chiudo qui, anche perché non avendo letto tutto ma solo due terzi, non posso giudicare oltre. Scritto bene è scritto bene. Interessante anche. Ma se mi ha annoiato qualcosa che non va ci dev'essere.
Poi, metterò via anche un libro in friulano che è il vincitore del Sant Simon, che ci ho provato già un paio di volte a cominciarlo ma proprio non vado avanti. Un libro di racconti di Istvan Orkeny, brevissimi, che però ho deciso lo metterò in bagno al posto delle fiabe dei fratelli grimm, quando le finirò (sono a pagine 400 e ce n'è 600 °_°) e metto via anche Magris, che ho deciso che smetterò di leggere. Ma di quello parleremo, dai.
buon sabato!

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