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"Diario d'algeria" di Vittorio Sereni****

Non parlo quasi mai di poesie, qui.
Per lo più perché non ne leggo. ovviamente, o meglio, può capitare qua e là che prenda un libro e ne legga una, ma, da lì a leggere un libro completo, sì, mi è difficile.
Questo invece sì.
Per tanti motivi.
Primo, vi dissi già, ma se non ve lo dissi poco male, che ho costruito, rubando libri un po' qua e un po' là, una biblioteca di libri vecchi, di roba strana, folle, tipo che so, i 4 tomi galattici delle bio di Casanova, piuttosto che la storia della Cina o le poesie dei poeti russi della rivoluzione e altre millemila cose tra cui, però, anche roba di valore, che so che è bello avere per averla, avendola o non avendola letta.
Ecco che ci sono dei Calvino, dei Borges, Bukovski e insomma, pure le poesie di Sereni.

Due, poi, perché Sereni, questo ermetico atipico, è stata la Elena fiorentina, a farmelo conoscere, e insomma, me ne ha fatte conoscere tante, di cose belle, e questa è una di quelle a cui sono più affezionato, ché io di poeti ne conosco pochi e questo è uno di quei pochi.
Ecco che quando avevo qualche minuto, magari di sera, di notte va, meglio, lo pigliavo in mano, per leggere, con calma, lentezza, riflessione, gusto di assaporare le parole, questa raccolta di Sereni, figlia della sua esperienza bellica in Africa. Poi una notte m'è capitato d'avere un'ora, sotto la luce di un lampione in un parco X e dover aspettare leggendo questo. E poi l'altra notte, l'ho finito.
Insomma... mi son detto, è pur sempre un libro, perché non dire a qualcuno che questo poeta ha tanto valore, e che le sue poesie, non facili, questo no, ma che quando ti si schiudono riescono a farti capire perché quelle che leggi in giro non sono poesie e queste invece sì. Ti sembra di vederlo, a volte, il tempo che Vittorio ci ha messo a cercare una parola, quella giusta, ché non può essergli arrivata subito, tanto è perfetta.

E allora, senza chiacchierare troppo, io apro un po' il libro a caso e vi metto cose che mi sono piaciute. Versi, non poesie intere. Lo so che non dovrei, che una poesia è un intero e bla bla bla, ma il blog è mio e faccio quel che mi pare.
Tipo questo pezzo, preso da Dimitrios

Alla tenda s'accosta
il piccolo nemico
Dimitrios e mi sorprende,
d'uccello tenue strido
sul vetro del meriggio.
Non torce la bocca pura
la grazia che chiede pane,
non si vela di pianto
lo sguardo che fame e paura
stempera nel cielo d'infanzia.

Oppure questo flash preso proprio da quella che dà il titolo alla raccolta
Sfumano i volti diletti, io resto solo con un gorgo di voci faticose.
E la voce più chiara non è piùche un trepestio di pioggia sulle tende,un'ultima fronda sonorasu queste paludi del sonnocorse a volte da un sogno.
E ancora,

chi va nella tetra mezzanotte
dei fiocchi veloci, chi l'ultimo
brindisi manca su nere
soglie di vento sinistre
d'attesa, chi va..
.

E infine, e chiudo, con una tra le più celebri, che credo ficchino nelle antologie. Facilotta, forse, ma immediata, musicale, molto d'impatto.
Non sanno d'esser morti
i morti come noi,
non hanno pace.
Ostinati ripetono la vita
si dicono parole di bontà
rileggono nel cielo i vecchi segni.
Corre un girone grigio in Algeria
nello scherno dei mesi
ma immoto è il perno a un caldo nome: ORAN.
E avete capito, insomma, che sono tutte un po' malinconiche, ma anche molto dolci e con sempre, dentro, la speranza, anche se nel 43 non è che c'era poi tanto da divertirsi.
Direi basta, magari vi è venuta voglia di saperne di più, sul buon Sereni, e se vi capita qualcosa di suo, per le meni, gli darete un'occhiata. Magari invece vi fa schifo. In entrambi i casi, per me, è indifferente. :D

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"Il mare color del vino" di Leonardo Sciascia****

Era venuta una signora e mi aveva restituito tre libri di Sciascia... e non ce l'ho fatta a non fare un po' di blablabla.
Piaciuti, non piaciuti, sì, quale a me, quale a te, e questo, ah si, mai sentito, bello bello anche questo anche se sono racconti.
Racconti?!
Yeppa!
E me li sono presi.

Uno poi lo avevo già letto, ed era uno dei migliori di questa antologia, di autori italiani del 900, e quindi bene. Se gli altri son così, mi son detto.
E bene o male lo sono.
Sono tredici racconti che vanno dagli anni 50 al 1972 e mostrano, come dice Leonardo stesso nella piacevole intro, gli andamenti delle sue scritture, di ciò che scriveva nei vari periodi.
E infatti sono diversi, e vanno da quelli dei suoi soliti temi, mafia e dintorni, a quelli molto più leggeri, ad alcuni che proprio non ti aspetti.
Non era un narratore breve, Leonardo, si dice, o meglio, si dice che la sua produzione di racconti è limitata, ma è una cagata, perché non veniamo a raccontarla, i suoi lavori come Una storia semplice e A ciascuno il suo, sono racconti lunghi.
Detto questo, me li riguardo assieme a voi,
Anzi, come prima cosa mi sono fatto due orecchiette, di due pezzi che volevo condividere... li fotografo va, che non ho coioni di copiare. Speriamo che si legga...
Il primo pezzo è di un racconto molto figo.
Due parlano della mafia in termini linguistici, ovvero da dove viene il termini ecc.
Uno è un esperto, l'altro una "bestia" come potete evincere. Il racconto è solo un dialogo, e finisce così, ma dice molto.
Ed è molto indicativo il contributo dato, alla Commissione antimafia che comincia a operare, che si collega direttamente all'altro bel lavoro sciasciano (secoli che sognavo di aggettivare Sciascia) "I pugnalatori" che tanto mi piacque, e insomma, si discute delle radici e dell'etimologia della parola, ovviamente senza mai citarla, ed è molto esemplificativo il pezzo che mostra come parlare in malafede sia peggio che tacere. Il racconto si intitola Filologia.

E poi quest'altro pezzo, di un racconto (Processo per violenza) che mi è piaciuto e che tira dentro niente popodimeno che Cesare Lombroso, chiamato a dare il suo giudizio su un tale che avrebbe violentato e ucciso splatteramente un paio di ragazzine, e che, alla fine, almeno dal Lombroso, viene scagionato... ovviamente la giustizia non deciderà così.
Resta decisamente gradevolo però questo passaggio che vi lascio, sul termine "cretinoso".
Poi c'è Giufà, un racconto galattico che è a metà strada tra la favola, il grottesco, echi pirandelliani, e insomma... è molto bello. Cercatelo. Parliamo di un tale che non ha tutti i venerdì e che ne combina di tutti i colori, soprattutto quando lo prendono per il culo, con la cattiveria tipica che i poveri di intelletto hanno contro i mancanti dello stesso. Insomma... vi dico solo che gli hanno fatto uccidere un cardinale. Ma proprio uccidere eh. E dopo di ciò, il simpaticone, ne esce incredibilmente bene, e la fa franca, soprattutto perché è un po' tocco, ma non un idiota.
Vi fate due risate, e vi viene da pensare che no, non può averlo scritto Sciascia, e invece sì.
Poi vediamo... dai i racconti li trovate ben descritti qui, dagli amici di Sciascia.
Ma a me va di dirvi lo stesso che:
Reversibilità, il primo, è uno dei pochi che, pur gradevole, e che tratta in modo leggero e storico il campanilismo tra due borghi siciliani, non mi ha fatto impazzire.
Il lungo viaggio, benché si capisca presto dove vada a parare, è in tema perfetto con l'immigrazione di questi periodi. Andrebbe fatto leggere a quelli che se la prendono coi poveretti, va... ma probabilmente non hanno un cervello per capirlo. In ogni caso mescola risate amare e struggimento e anche una sghignazzata, suvvia.
Del racconto che dà il titolo alla raccolta vi riporto questa frase di Sciascia:
(In Conversazione in una stanza chiusa, alla domanda di Davide Lajolo: “… come hai sentito e creato o ricordato le donne nei tuoi libri? […] Qual è quella più autobiografica, quale riporta più puntualmente il tuo sentimento, la tua nostalgia? Come conta per te la donna?”, Sciascia risponde: “Quella del racconto Il mare colore del vino: la donna che si incontra per qualche ora e con la quale si vive, in quelle poche ore, tutta una vita. Poi c’è l’altra, con cui realmente si vive almeno due terzi della vita: in giusta compagnia”.)
E aggiungo che è proprio un bel racconto, con l'unico difetto che continuavo a confondere i due figli della famiglia incontrata sul treno dal protagonista.
E poi c'è L'esame, discreto, ma dal grosso valore storico etnografico.
Poi, dopo Giufà, ecco un'altra ironia della sorte, in cui c'entra un fatto storico vero: la rimozione della salma di Stalin, e in cui il marito, dopo aver ingannato la (stupida) moglie che se la prende per uno (stupido) santo, ecco che riceve la punizione. La rimozione, è il racconto.
Di filologia e del racconto già letto già vi dissi, e poi c'è un Caso di coscienza, che è una figata di pezzo. Perché un'indagine può scaldarsi per omicidio, ma anche di più per motivi legati alle corna... e insomma... se leggete tra le lettere al prete di un giornale scandalistico che una tizia del vostro piccolo paese fa le corna con un parente.,.. e che, non siete curiosi? Da leggere, con un finale spiazzante!
E c'è spazio anche per Apocrifi su Crowley, per un noir di morti ammazzati e vendette, e per uno racconto storico pure, sempre di corna, su Eufrosina.
Concludo dicendovi che non serve dire che Sciascia è scrittore di classe, e questi racconti, almeno per come la vedo io, aggiungono una piacevole luce sui suoi altri lavori. Poi insomma, se in una raccolta in cui tutti i racconti sono belli e diversi, non è proprio il caso di lamentarsi!

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Tatsu (breve racconto horror)



Mi sgridano perché ho paura delle cose dove non vedo dentro.
Ma una volta ho ingoiato un ragno, dal cartone del latte e ora voglio bere solo dalle bottiglie di vetro. 
Persino le pozzanghere mi spaventano, soprattutto dopo che ha piovuto, o dove sono passati i trattori e sono color del caffellatte: penso che si potrebbe sprofondare, fino in mezzo al mondo. 
Nella sterrata piangevo. Papà, in piedi fra due strisce marroni, mi prendeva in giro e mi chiamava frignone. È saltato fuori un serpente gigante, coi baffi fini fini. Lo ha morso e lo ha schiacciato come il dentifricio. Entrava e usciva dalle pozzanghere e dappertutto cadevano pezzi di papà. Lui tornava e mangiava. Però sembrava tanto il mio drago di peluche, e così alla mamma, quando mi ha chiesto, non ho detto niente.

_________________ 
C'era l'horror t-shirt e io dovevo fare un disegno per la carte da gioco di Luca, ma siccome il disegno non mi veniva, e in effetti, proprio questo Tatsu, il drago del folklore giappo, non mi riesce, mi sono detto: ma tiè, ci scrivo un raccontino da cento parole e così poi lo mando a scheletri e mi ci faccio il disegno dall'ispirazione. Ecco, pioveva, e l'ispirazione sono state le pozzanghere marroni, che non sai mai quanto sono profonde... come tutte le cose dove non si vede dentro. E insomma, poi è andato anche bene, nonostante fosse stato per sport. Poi... delle pozzanghere marroni, ho ancora paura e scalzo, dentro, non ci camminerei. Ah, si può leggere anche in friulano.

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"Azrael" di Pierluigi Porazzi****

Capita raramente che io legga un libro nuovo, ma di cominciarlo dopo due giorni dall'uscita e terminarlo in un paio di pomeriggi, è ancora più raro. Eppure stavolta l'ho fatto, evviva! Ed è tutta colpa di Pierluigi, e del suo Azrael.
Eh già, perché credo fosse un paio di sabati fa, circapiùmenoquasi, che sono riuscito a fare un giro alla prima presentazione; il libro era uscito il giorno prima, credo, e siamo al numero tre.
Uh... la solita trilogia... starete già dicendo... e in effetti, ambientazione e personaggi sono gli stessi, ma i legami tra le tre vicende, benché forti, soprattutto tra questo lavoro e il primo, sono strutturati in modo da permetterne una lettura separata senza grosse perdite. 
Certo, più bello se uno si è letto l'ombra del falco, prima, e Nemmeno il tempo di sognare, poi, però, anche io che l'ho fatto, vi dico che non è che mi ricordavo le cose a tal punto da.
A parte il protagonista, Alex Nero, che oramai s'è imparato a conoscere, e un villain coi fiocchi, il senatore Ristagno, che non te lo dimentichi, ecco che gli altri, i colleghi poliziotti di Nero, piuttosto che la sua donna nuova, o i vecchi casi, ecco che emergono dalla memoria pian piano, richiamati dalle righe, e dalle piccole analessi messe ad hoc, che non appesantiscono mai.
Ecco perché, per dire, ieri in biblio, a uno che aveva in mano questo e voleva sapere se, ho detto che poteva tranquillamente partire da questo senza troppi problemi.

Alla fine, tenete conto, siamo di fronte a un thriller, che fa della rapidità - della scrittura e degli eventi - uno dei suoi punti di forza e mescola un bel po' di giallo ad avvincere. Credi di averlo capito, chi è il nuovo killer, ma sai che non sarà chi credi tu, e quindi cominci a pensare a chi può essere, e alla fine - almeno io - resti fregato. Perché sì, si riparte da un omicidio brutale, in quel di Udine, con lo stesso modus operandi di chi è in galera. E allora? Mentre polizia e media si chiedono se sia veramente Cristiano Barone il colpevole, o se siamo di fronte a un emulatore, Porazzi fa una scelta chiara: mette molte carte scoperte, in faccia al lettore. Lo sappiamo subito che Barone è colpevole e c'è un suo seguace, così come sappiamo che il seguace segue le sue indicazioni, e vuole, in un certo modo, scagionarlo. E sappiamo anche che l'odio verso Nero è ancora vivo e in fiamme, e che, come giù in passato, saranno i suo affetti a venire presi di mira.
Sullo sfondo Udine, e più in generale il nord-est. E ritornano alcuni giudizi dell'autore infilati tra le righe: giudizi che si percepisce essere tristi, quasi rassegnati, alla decadenza del nostro costume e della nostra umanità. Dico nostra intesi come società, come essere umano che convive. 
Già nel passato lavoro erano diverse le escursioni a voler dare un taglio sociale a molti momenti, e qui, questo aspetto, non lo si dimentica. Si migliora però. Te lo devi andare a leggere tra le righe, la critica a noi uomini di oggi, senza cuore e senza scrupoli, che poi, in realtà, la si trova anche nella citazione di Calvino, a inizio libro. Una frase molto celebre, quella sull'inferno dei viventi, e ho chiesto all'autore se c'era attinenza a con il resto, per esempio con Azrael, l'angelo della morte - così si fa chiamare il killer) ma no, è proprio la stessa idea che ho io, di questi tempi, dove tutti noi dobbiamo cercare di far durare ciò che non è inferno.

Ma vediamo di parlare del libro.
Si inizia con un paio di brevi flashforward, messi lì apposta per dare delle direzioni che ovviamente non saranno poi quelle volute. Il primo, con Nero che è pronto per ammazzare o farsi ammazzare dal Teschio, è efficace, quando nel finale ce se ne ricorda. Il secondo è utile ma forse non indispensabile.
Vi lascio, come è mio costume, qualche riga da leggere, giusto per capire.
Mettiamo l'incipit, che vi dice subito cosa accade... come si comincia:
Una sfilata di moda al Castello. Lei era lì da sola; l'amica che avrebbe dovuto accompagnarla le aveva dato buca. Al termine della sfilata si aggirava annoiata tra la gente. Poi lo aveva visto. L'uomo che aveva conosciuto in palestra. Alto e robusto, il fisico imponente, come piace a lei. Avevano parlato, mentre il buffet veniva preso d'assalto. Il tempo era passato senza che se ne accorgesse. Aveva guardato l'orologio quasi incredula. «Adesso devo andare.»
«Ti accompagno» aveva detto lui.
Stavano camminando sotto i portici della Loggia del Lionello quando l'uomo aveva emesso un verso strano, piegandosi sulle ginocchia. Si era avvicinato al muro, dandole la schiena, continuando a lamentarsi.
«Ti senti male?» gli aveva chiesto Flora, sfiorandogli la schiena con le dita.
Lui aveva agitato la mano, come a chiederle aiuto. Flora si era avvicinata ancora, cercando di controllare la nausea. Non aveva mai sopportato la vista di qualcuno che vomita, si sentiva male anche lei. Per fortuna sembrava che non avesse ancora rimesso. È accaduto tutto talmente in fretta che lei non si è resa conto di nulla. Il braccio dell'uomo che le ha circondato le spalle, qualcosa - un ago, forse - che le ha punto il collo; una sensazione strana, di stanchezza, che l'ha assalita improvvisa. La testa che girava, le palpebre che non riusciva più a tenere aperte. Subito dopo il buio. Non si ricorda nulla. Non si ricorda che l'ha sorretta, mentre perdeva conoscenza, conducendola fino alla sua auto come se fosse ubriaca.
E adesso non sa nemmeno dove sia, e perché sia nuda.
Il respiro affannato, scosta le lenzuola. Sta per scendere dal letto quando perde l'equilibrio e cade a faccia in giù. Fa appena in tempo ad appoggiare le mani sul pavimento, evitando di battere la testa. Qualcosa le ha trattenuto la gamba destra, all'altezza della caviglia. Forse è impigliata nelle lenzuola. La tira verso di sé con un movimento nervoso, ma non riesce a muoverla. Si gira, per cercare di liberarla. E vede la corda che le stringe la caviglia. Una fitta di paura le attraversa le viscere. Frenetica, cerca di sciogliere il nodo.
Il tocco di una mano sulla spalla la fa sobbalzare.
«Non penserai di andartene così presto?» L'uomo è in piedi dietro di lei.
Flora scuote appena il capo, «No, però adesso slegami» gli dice.
«Certo.»
La lama di un coltello le passa davanti al viso, si abbassa verso la sua gamba e inizia a tagliare la corda. È sufficiente la vista della lama a paralizzarla, gli occhi sbarrati da cui stanno scendendo delle lacrime.
«Ecco. Adesso non sei più legata.»
Flora si alza lentamente, dandogli sempre la schiena, e cammina verso i suoi vestiti. Li raccoglie dal pavimento e li stringe tra le braccia. «Posso andare in bagno?» chiede, girandosi verso di lui.
Lo osserva per la prima volta da quando si è alzata dal letto. Non riconosce quasi più l'uomo che si trova di fronte. La luce che scorge ora nei suoi occhi è fredda e nera, diversa da quella calda e blu della sera prima.
Lui le si avvicina senza rispondere. La afferra per un braccio e la getta sul letto. I vestiti le cadono dalle mani, volando nella stanza. L'uomo salta su di lei, premendole il corpo contro il suo, e le punta il coltello alla gola. «Non ho ancora finito, con te» sibila. Poi affonda la lama nella carne.
Insomma... luoghi friulani sempre ben presenti e una scrittura che nella parte dell'azione si è fatta piuttosto secca, trovando un suo stile, molto adatto al genere. Poi ci sono le parti di decompressione, con un paio di vicende laterali che, sempre ai lettori, vengono rese note, ma lasciano la polizia decisamente nel caos. Una soprattutto. Un biondo capellone palestrato nazifascista direttamente dall'est europa e perché? Per fare cagnara! Eh già, perché alla politica serve confondere le acque, agitarle, guidare i media, mettere una bomba qua, picchiare un nero là... e poi orchestrare manovre sulle responsabilità, dirigere e gestire. Una strategia del terrore che si è evoluta e modificata, ma nelle fondamenta pare essere sempre la stessa. Ecco,,, in questo scenario si muove l'indagine: qualche morto subito, Nero e un suo collega che indagano e sembrano davvero essere fuori strada, ingannati, e a malapena portati sulla strada verso il colpevole dalla loro abilità e intuito. Non sono eroi di un colore solo però, e qualche cappella la fanno.
Sulla trama non vi dico altro. 
Anzi sì. Vi sono un paio di colpi di scena tipicamente deaveriani, giocati con un salto temporale in avanti e la scoperta di ciò che è successo. Funzionano, anche se in quello più grosso, non ci si casca del tutto e si capisce che la soluzione del giallo è ancora lontana. Nulla di male.
Posso dirvi che è uno di quei libri che, bene o male, ti porta avanti, e si fa leggere fino alla fine, la struttura a brevi capitoli si è affinata e la scrittura ha perso quei momenti di stanca sociale che erano un piccolo difetto del precedente. Vediamo se trovo un altro pezzo da farvi leggere, dove non c'è azione ma le cose corrono veloci lo stesso...trovato!
Scaffidi è il capo del dipartimento che gestisce l'indagine, e non resterà fuori dalle mire del Teschio e dei suoi crimini... ma eccovi qualche sua riflessione, che come vedete si dilunga poco e presto si ferma. E direi, che secondo me, questa è la giusta misura. Né troppo, né troppo poco.
Scaffidi si alza e lo interrompe con un gesto della mano. «Abbiamo i mezzi e le risorse per occuparcene noi, di qual-siasi cosa si tratti. Nero è ingestibile, se ne frega dell'autorità e degli ordini. Lo chiamavano "il giustiziere", in questura, dopo che era stato sospettato di aver ucciso un pedofilo conosciuto come Lucignolo.» Percorre lentamente la stanza, fino a trovarsi di fronte alla finestra, dando la schiena al suo collega. Fa un respiro profondo e guarda fuori. Una nebbia densa che sembra cotone, dalla quale escono come proiettili le auto che percorrono il viale, tutte ben oltre il limite di cinquanta. Sembrano apparire dal nulla per sparire di nuovo nel nulla. Riesce a malapena a scorgere la rotonda di piazzale xxvi luglio. Che tempo da schifo, pensa. Non fa molto freddo, per essere novembre, ma è da settimane che non vede una giornata di sole. Sembra che sia sparito. Piove per qualche giorno, poi sale questa nebbia da film dell'orrore, e riprende di nuovo la pioggia. Sarebbe stato meglio restare a letto, avrebbe potuto darsi malato.
Si era illuso troppe volte che la sua vita sarebbe cambiata. I colleghi gli avevano decantato Udine e il Friuli, prima che si trasferisse. Ma lui non ha trovato niente di diverso da Torino, dove ha passato l'infanzia. E adesso è stufo di sentire tutti che si lamentano, che parlano di "un'isola felice" (In- non esiste più. Di sentire che una volta "non si chiudeva a chiave neanche la porta di casa". E stanco di questa città, di questo tempo, di pioggia e nebbia, di questa vita.
L'estate scorsa lui e sua moglie sono tornati in Puglia, a Molfetta, dai genitori di lei. Vorrebbe essere ancora lì, sotto il sole, a respirare l'aria del mare. Si accarezza il mento. Non si è rasato bene, stamattina. Alcuni peli sono troppo lunghi, gli pungono le dita. Deve ricordarsi di dare un'altra passata col rasoio, quando torna a casa per pranzo. Il suono della porta che si richiude lo fa sobbalzare. Si gira e la stanza è vuota. Velluto se n'è andato senza nemmeno salutarlo. O forse lui non l'ha sentito. Scrolla le spalle e riporta lo sguardo sulla strada.
Strano fare un mestiere come il suo e sentirsi inutile. Eppure gli succede quasi ogni giorno. Non che sia entrato in polizia per fare la vita che si vede nei film americani; lo sapeva benissimo che sarebbe stato un lavoro senza grosse emozioni. Ma a lui andava bene. così. Non è mai stato un uomo di grandi ambizioni, né di grandi sogni. La sua è stata una scelta casuale, come per molti suoi colleghi. Un concorso fra i tanti, e l'appoggio dello zio di sua moglie, un assessore regionale. Per lui vincere il concorso per entrare in polizia o quello per entrare in posta era la stessa cosa. Il posto sicuro. Quello era l'obiettivo, suo come di migliaia di altri, in un Paese che già vent'anni fa iniziava a scricchiolare. Da qualche anno, però, sente una sensazione di inutilità che lo pervade. Come se volesse lasciare qualcosa, prima di morire. Qualcosa per cui essere ricordato. Chissà, forse sarà solo il tempo che passa. Ormai è vicino ai cinquanta. Gli piacerebbe poterne parlare con qualcuno. Ma Teresa, sua moglie, non capirebbe. I parenti meglio lasciarli perdere. Potrebbe parlarne con un collega, ma con chi?
Bene. Sapete che vi dico? Che vi ho parlato abbastanza. Come al solito, soprattutto se siete amanti dei thriller, dei gialli e delle storie un po' crude ambientate a casa nostra, leggetevelo. Io ci ho impiegato due pomeriggi in cui ero andato a pigliare sole e direi che è proprio una buona lettura estiva, molto scorrevole e avvincente. Per il resto, grazie Pierluigi, e avanti così!

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"La muta - mano rubata" di Tommaso Landolfi****

Stavo per perderlo e non leggerlo, questo piccolo libro.
Era l'ultimo giorno di scuola, l'11, quindi, e sapevo che oltre alle ore dove si gozzovigliava, la prima era a rischio. E infatti non c'era nessuno.
E io che proprio, si parlava col bidello, sono uno di quelli che non riesce a stare con le mani in mano mai, mi ero portato via questo, così, magari da buttare un occhio a qualche riga, passeggiando ad aspettar studenti.
E infatti l'ho fatto.
Sono due racconti, per una ottantina di pagine, scritti abbastanza densi e quindi non brevissimi.
Ho cominciato col primo, La muta, e mi ha preso bene.
Un prima persona condannato a morte che ci parla di come ci si sente, di com'è sapere la data in cui muori.
Le sue considerazioni, i confronti con altri, che sanno o non sanno di dover morire, ti fanno riflettere. Si entra subito in empatia, e te la aspetti, la lunga analessi, che ti porterà a ripercorrere i perché e i percome, e infatti arriva.
Comunque, quasi quasi, un pezzetto di incipit ve lo metto, così avete presente. Ve lo lascio va.
Ecco, e vi dico che rischiavo di non leggerlo, questo racconto,
E insomma... poi è accaduto, e mi sono letto le prime righe, mentre passeggiavo aspettando una classe che non sarebbe arrivata, e ve le lascio anche a voi
:

Lo so... lo so... ma non ho coioni di scannare, e quindi vi beccate la foto.
Comunque, se non avete coioni di leggere, cosa sacrosanta, vi dico che vi prende subito, il pezzo. Un buonissimo incipit. vuoi perché ti fai le stesse domande e vuoi sapere come il protagonista si è risposto, vuoi perché vuoi sapere chi è la muta e cosa c'entra con la pena di morte che si è beccato.
Chiaramente sono riuscito a leggere a malapena 2-3 pagine, e poi ho dimenticato, causa gozzoviglio, il libro in un aula. (o più che altro la gente non si fa i cazzi suoi e ti sposta le cose e io se mi spostano le cose le perdo) comunque, mi son detto, poco male.
Tanto lo ritrovo in bidelleria domattina. 
E invece...
Niente. Nessuno aveva riportato il libro.
Allora salgo in aula, sarà rimasto lì. E invece niente.
Boh... okay, rubato, mi son detto. Ma dai, guardiamoci nelle palle, che probabilità c'è che qualcuno rubi un libro di due racconti di tommaso landolfi vecchio di quelli in omaggio dell'Unità, datato 1996?
Nessuna, secondo me.
Soprattutto in una scuola.
E infatti non era così. Per scrupolo ho chiesto alle bidelle del mattino - scusate non è che c'er un libro ecc - e indovinate? Ah sì, l'ho appena buttato nella carta... o forse nell'indifferenziato, forse lo trovi...
Cioè... secondo me, questa cosa, è lo specchio della decadenza.
Come si fa, in una scuola, a buttare via i libri.
Landolfi, pure, mica Volo, che l'avrei capito...
Non che poi io Landolfi lo conosca, certo, ora un po' di più. E' uno bravo. L'ho scoperto, e non solo lui, con quella antologia, ottima, di racconti di narratori italiani del novecento. I soliti Calvino e Buzzati, certo, ma anche altri, come questo Landolfi. Ecco perché l'ho preso.
E vi dico che mi dispiaceva non leggerlo. Quindi sono contento che la bidella del mattino, dopo aver ravanato un po' lo abbia cavato dal cestino della carta, e me l'abbia ridato con quell'aria da rimprovero, che insomma... non ci si dimentica i libri,, sennò - chiaramente - lei li butta via!
bioparco e ortomio.
La decadenza è quando a scuola buttano via i libri. Ma lasciamo perdere e finiamo questa cosa.
Vi lascio anche l'incipit del secondo racconto, più riuscito del primo, e con una tensione piacevole che finisce per sciogliersi quando e come non te lo aspetti.
Ecco... nemmeno questo avete letto? Ve la dico io, la storia. 
Un gruppo di intellettuali di notte a giocare a carte, tra di esse marcello e Gisa. Il primo con una morbosa passione per la seconda per vederla nuda, giacché non si spoglia mai e nessuno sa come sia fatta. E allora? Si fa uno strip poker, fin troppo di moda in questi giorni in versione briscola, e con questo Marcello cercherà di ottenere il suo risultato. Certo... ma poi, è proprio sicuro di voler vincere? Ma se perde, lui che ce lo ha piccolo? Insomma... si crea una situazione carica di tensione, soprattutto quando poi c'è da mettere l'alternativa a spogliarsi... tipo uccidersi, diciamo.
Ecco... si crea quindi tutta una bolla, una bomba, con le varie opinioni alcoliche intellettualoidi che vanno a disegnare e tenere un registro e un lessico alti. (lo vedete già da queste righe) e che alla fine ci sveleranno di Gisa. E di Marcello, anche, sì, che anche lui di sè non sa molto.
Certo, se i due racconti e Landolfi non vi interessano potete sempre guardarvi il video di Grease in versione Death Metal, esilarante, oppure guardarvi Reapers dei muse e mettere a palla l'assolo che è galattico.
Se invece volete che vi dica ancora un paio di parole su questo paio di racconti, vi dico che sono belli, e sono due pezzi sull'ossessione e ciò che essa cela, buono o cattivo che sia. Non sono certo scorrevoli come siamo abituati al giorno d'oggi. Si sa, le scritture vanno facendosi snelle e rapide, e qui, invece, si corre altre vie, con lessico curato, pomposo, a volte lento, e un modo di raccontare denso e ebbro di partentesi e considerazioni. Ma noioso, però.
E quindi, anche se sono due raccontini-ini, sono tutt'altro che di serie B. 
Forse il primo, che parla di pena di morte, è più prevedibile, ma diciamo pure che non si è qui per l'effetto sorpresa. Il secondo è un buonissimo pezzo, con un meccanismo semplice ma gestito benissimo, variando ritmi ed emotività del lettore fino alla fine.
E' tutto dai, vedo se con questi 40 gradi riesco a lavar la macchina, che non si sa mai che mi venga un colpo e vi saluti tutto... fa troppo caldo, sì... forse anche per me :)

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"1933. Un anno terribile" di John Fante****(*)

Avete presente quelle giornate in cui vi ritrovate improvvisamente con una mattina lunga libera e volete fare millantamila cose che da secoli dovete e ora finalmente sì?
No?
Io sì.
E stamattina mi son già fermato in area griglia a lavare i piatti e mettere a posto cartacce e prendere i colori e bagnare il girasole rubato e tirare due tiri di pallone alla piovra mentre ascoltavo staring at the sun che è pur sempre un gioiellino e adesso sto contemporaneamente, tipo multitasking, facendo ciò:
- video alle mie oche
- finendo il disegno dell'uccello (no battute che per avere un uccello devo disegnarmelo, please)
- scrivendo un pezzettino sul raccoon dog, o l'orsetto con le palle
- facendo il cambio armadio (ho contato 46 mutande, diocristo, 46! e 51 calzini! cazzo) e sistemando i cassetti...
- aggiornando il mostro sul comodino
- facendomi la barba
- facendo il 730 di io zio
- facendo una recensione di Fante... ah già, questo lo sapete.

E che dire? Che lo so, lo so che c'è qualcuno che attende impaziente per sapere che ne penso, di questo libro, e io sapete che vi dico?
Vi dico che intanto mi ascolto i nuovi darkness... e che vado a mettere a posto il cassetto della roba per correre e poi torno a dirvi.

Eccomi... dunque. Erano due mercoledì fa. E mi ero liberato. Non ho detto nulla a nessuno, semplicemente non avevo lezioni di mattina, le avevo solo la sera, e insomma... c'era il sole. Vado al mare col libro! E lo sapete, che io mare e libro siamo una cosa sola, e insomma, mi sono portato questo, con l'idea di iniziarlo e finirlo, e così è stato.
C'era pure poca gente, e non serviva l'ipod, c'era il mare burrascoso e non potevo perdere tempo a nuotare. E quindi penso che già la mattina avevo finito.
E... E?
E niente, io mi segno le pagine, ogni tanto, per rileggerle, per condividervele qui con voi, per non dovermele ricercare... e non avevo la penna, e ho fatto l'orecchietta.
Una a pagine 7, una a 14, una a 15, una grossa a 31, ma pure sui retri, mi ero segnato, che c'erano cose bellissime da condividere... e credo sia stato proprio a pagina 32, cioè a un quarto di libro, che ho smesso, perché ho capito che "1933, un anno terribile" non è un'opera minore di Fante, ma è un gioiello, un piccolo racconto lungo che è perfetto, sia nella misura, che nel nucleo narrativo e sia e soprattutto nel finale, che è incompleto, nelle intenzioni dell'autore, e invece, e non lo dico solo io, ma pure Emanuele Trevi nella prefazione (e Cerami, anche), è un finale adatto, immodificabile.
Poi vi spiego, ma prima vi faccio leggere.

Intanto questo pezzo, giusto per capire com'è Dominic Molise, Dom, l'eroe attorno a cui ruota tutto il racconto nonché la prima persona che ci porta a spasso per gli USA del '33, anno di miseria, post '29, in cui gli italiano erano quello che erano, malvisti, mal sopportati, ma pieni di sogni e difetti, roba da film, insomma. Eccolo qua:

Dio aveva risposto alle mie domande, chiarito i miei dubbi, rinforzato la mia fede, e il mondo era tornato a essere giusto. Il vento era scomparso e la neve cadeva piano, come confetti silenziosi. La nonna Bettina diceva sempre che i fiocchi di neve erano le anime del paradiso che ritornavano sulla terra per fare delle brevi visite. Sapevo che non era vero, ma in fondo era possibile, e ci credevo quando ne avevo voglia.

Stesi la mano, e vi caddero sopra molti fiocchi, vivi per pochi secondi, a forma di stella, e chissà? Forse erano l'anima di nonno Giovanni, morto da ormai sette anni, e quella di Joe Hardt, il nostro terza base, morto in un incidente di motocicletta l'estate scorsa, e tutte quelle dei parenti di mio padre nelle lontane montagne dell'Abruzzo, prozie e zii che non avevo mai conosciuto, tutti scomparsi da questa terra. E quelle degli altri, dei miliardi che hanno vissuto per un periodo e poi sono andati via, dei poveri soldati uccisi in battaglia, dei marinai dispersi nel mare, delle vittime della peste e dei terremoti, dei ricchi e dei poveri, di quelli morti all'inizio del tempo, nessuno che era riuscito a scamparla tranne Gesù Cristo, l'unico nella storia dell'uomo che fosse mai tornato, nessun altro, ma io ci credevo?
Dovevo crederci. Da dove veniva la mia abilità, e il mio lancio extra, e da dove prendevo tutto quel controllo? Se avessi smesso di credere, sarei potuto cadere a pezzi, perdere il ritmo, rendere la vita facile per i battitori. Diavolo, sì, c'erano delle incertezze, ma io le respingevo. La vita del lanciatore era già abbastanza dura anche senza aver perso la fede nel proprio Dio. Un attimo di dubbio avrebbe potuto rendere II Braccio più fragile, quindi perché intorbidare le acque ? Lascia invece le cose come stanno. Il Braccio è arrivato dal paradiso. Credici. Non preoccuparti della predestinazione, ma allora se Dio è solo bene, perché tanto male, e se lui sa tutto, perché ha creato le persone per poi mandarle all'inferno? C'è tempo per questo. Entra nei minors, vai avanti fino alla grande occasione, lancia nei Campionati mondiali, arriva fino alla Hall o/Fame. Allora ti potrai rilassare e fare domande, chiedere che faccia ha Dio, e perché nascono bambini handicappati, e chi ha fatto la fame e la morte.
Siamo a pagina 6, e questa tenerezza è già incantevole. Ma poi c'è di meglio, a pagina 14, dove si descrive nonna Bettina, ed è al tempo stesso esilarante e tristissima, questa immagine dell'emigrazione italiana negli States. Sentite qua, c'è Dom che si incazza e le dice muori vecchia, e allora...

- Gli insulti arrivavano come pallottole: ero uno sciacallo, un ratto, un serpente, un mostro uscito dalla pancia di mia madre. Ero deforme, con un gomito che mi usciva dalla nuca, il naso nell'ombelico, gli occhi nel culo. Mia madre era un'asina, una vacca, una maiala, una gallina, una capra. La sua era una famiglia di codardi, ladri, puttane, dementi che avrebbero terminato i loro giorni in un manicomio. Io sarei finito con una corda al collo in un'impiccagione pubblica, insieme ai miei due fratelli. L'America sarebbe bruciata tutta, a causa dell'esplosione delle società dell'energia elettrica.

Leggera come un vecchio gatto si avvicinò alla lampadina nuda sul tavolo e la spense, poi filò in camera sua e sbattè la porta. Riaccesi la luce, e la sentii che gridava, rivolgendosi a Dio:
- Liberatemi da questa schiavitù. Mettetemi in una cassa e rispeditemi a Torricella Peligna !
Conoscevo bene il peso che aveva sull'anima, e mi faceva pena. Era sola, le sue radici erano sospese in una terra straniera. Non sarebbe voluta venire in America, ma mio nonno non le aveva dato possibilità di scelta. C'era miseria anche in Abruzzo, ma era più dolce, condivisa da tutti come pane che si passa di mano in mano. Anche alla morte partecipavano tutti, e così al dolore, e alla prosperità, il villaggio di Torricella Peligna era come un solo essere umano. Mia nonna era come un dito strappato dal corpo, e non c'era niente nella nuova esistenza che avrebbe potuto mitigare la sua desolazione. Era come tutti gli altri che erano venuti da quella parte d'Italia. Alcuni se la passavano meglio, altri erano benestanti, ma non c'era più gioia nella loro vita, e il nuovo paese era un posto solitario dove O sole mio e Torna a Sorrento erano canzoni che spezzavano il cuore.
Le grida di Bettina fecero uscire mia madre dalla stanza da letto, con i capelli, spessi e castani, che le arrivavano alla vita, e con le mani strette sulla camicia da notte. Gli occhi erano verdi, enormi, e perennemente stupefatti. Era nata a Chicago, ma era di origine italiana e in realtà era contadina come la nonna, segnata anche lei dalla solitudine, straniera in un modo che non era possibile descrivere, non era italiana e ancora meno americana, una fragile disadattata. La sua famiglia era di Potenza, una città sopra Napoli, piena, a quanto si diceva, di rossi.
Secondo nonna Bettina, i potentini, subito dopo gli americani, erano i più ridicoli del mondo.
E siccome sono stronzo, e vi voglio ingolosire, giro anche pagina e vi lascio un pezzo bellerrimo e dolcissimo in cui Dom descrive sua madre.
Mentre ascoltava fino all'ultimo lamento fuori dalla porta di Bettina, mia madre faceva schioccare la lingua con pazienza, perché gli abitanti di Potenza a loro volta disprezzavano gli abruzzesi.

- Non è cattiva, povera vecchierella. La sua vita è stata così difficile... tutte così quelle persone.
- Quali persone ?
-  Gli abruzzesi. Non c'è da meravigliarsi che siano rozzi e che abbiano un caratteraccio. Non hanno altro che rocce, qualche capra e niente luce elettrica. Come la Calabria, la Sicilia e tutti quei posti poveri.
Non c'era mai stata, non era mai stata in nessun posto oltre che in un condominio a Chicago.
- Come lo sai ?
- Lo sanno tutti. Si capisce da come si comportano, gridano, bestemmiano, sono violenti. Ce l'hanno nel sangue. Guarda tuo padre.
Si avvicinò, sapeva di sonno, muffa, borotalco, sapone e di primo cassetto del cassettone, quello con i sacchetti profumati. Quando non riuscivo a dormire, certe volte andavo nella sua stanza da letto e scambiavo con lei il cuscino, e quell'odore mi faceva l'effetto di un sonnifero. Era molto più vecchia dei suoi quarantanni. Era difficile pensare che fosse mai stata giovane. C'era una fotografia di lei a dieci anni, seduta su un'altalena in un parco giochi di Chicago, e anche lì dimostrava quarant'anni, una bambina di quarantanni, con i codini e le scarpine bianche.
Arrivò al lavello e si riempì una tazza d'acqua, la bevve piano perché era gelata, riuscivo a sentirla mentre scendeva dentro di lei.
Okay. Basta così. Io ho finito con le camicie, e adesso mancano i cassettimaglietti, ma boh, voglio pure fare una corsa e vedere di fare la spesa che sono senza birra e niente birra e correre rendono gelo pazzo... ma il post lo voglio finire, mentre aspetto di fare il caffè e digerire i ceci con la bistecca con il formaggio e cerco la ricetta del nocino da dare a mio zio assieme al suo 730 che poi per pagamento gli potrei proprio chiedere di comprarmi la cipolla rossa a Flambro che è buona e mi faccio fare da Giorgia la marmellata con l'aceto balsamico che si mangia col formaggio che ti lecchi le dita fino alle falangine.... ah, ma forse sto divagando e voi volete sapere della storia.
E' un romanzo di formazione, questo, e storico. 
Di formazione perché c'è Dom, adolescente, protagonista, sospeso tra la  miseria e un padre che lo vorrebbe muratore, ma che al momento si guadagna da vivere giocando a biliardo o scommettendo perché non ha lavoro, e il sogno suo di diventare un grande, grandissimo lanciatore. E il braccio, con cui parla, si confida, lo unge di grasso puzzolentissimo ogni due ore, ecco, il braccio ce là. 
E' il migliore, a scuola, lì nella culonia vicino a L.A. dove vive. anche se non gli basta per essere tale per farsi rispettare. E' italiano, è povero, e quindi disprezzabile
Ed è storico perché si ha la visione fantiana, disincantata, dall'interno, di quel meraviglioso animale che è l'italo-americano degli anni '30. Lo capite solo leggendo, quel miscuglio di tragicità, superbia, bontà, miseria, eroismo e comicità che è l'italo-americano di seconda generazione. 
C'è del meraviglioso, davvero, e dovrebbe assolutamente consigliarlo come libro per le scuole, questo, ché è pure cortissimo, e accattivante. 
E ci ridi eh, in mezzo a quello che succederà, a come Dom cercherà di pagarsi il viaggio fino a LA per fare un provino, e sfondare, e in mezzo all'amicizia col suo ricchissimo migliore amico e a come si comporterà con la sorella di lui, di cui è cotto marcio. Comicamente tragico.

Dai... è tutto. Leggetelo, se potete, questo Fante. E non leggetevi prima l'intro e la prefa. Leggetelo dopo. Anche perché si dice delle peripezie di questo lavoro, e di come poi, forse, continuava la storia di Dom. E grazie Micaela, hai beccato proprio un bel libro. :)

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"Rosemary's Baby" di Ira Levin***(*)

Io non ho visto il film di Polansky.
BOOOM!
Ecco, lo sapevo che mi avreste fatto saltare in aria, caghetti cinefile che non siete altro, ma insomma... non è che si può vedere tutto quello che vedono tutti. E io non ho visto un sacco di cose, di quel tipo.
Di buono c'è, che quando capita che "c'è il libro", io posso permettermi di leggere prima la radice e poi, magari, guardare com'è venuto l'albero. Voi che avete visto prima il film no, non potrete mai.
E insomma, fatto sta che qualche tempo fa, quando mi sono deciso a non leggere un po' di libri, tipo Magris o Lettori si cresce, ecco, ho deciso di scegliere una cosa che dovevo leggere.
Di quelle sullo scaffale.
Oddio... tutto quello che ho sullo scaffale prima o poi devo, ma ce ne sono alcuni che devo di più. Per vari motivi.
Questo, per esempio, è uno di quei libri horror che quando cominci a fare le liste, con gli amici scrittori dell'horror, salta sempre fuori, e vine sempre piazzato là, nelle top ten, con grandi salamelecchi a Ira Levin (che tra l'altro ho sullo scaffale anche con I ragazzi venuti dal Brasile, che aspetterà un po').
Ebbene... alla fine ci sono arrivato pure io.
E?
Mi è piaciuto?
Sì. Anche se non ho ravvisato una eccezionalità così grande.

Magari la storia la sapete, e se uno non ci pensa, direbbe che è vecchia come il cucco. La donna ingravidata da un mostro, demone, alieno, ecc... è uno degli archetipi umani più antichi. Il vedersi crescere dentro qualcosa di mostruoso è una nostra paura ancestrale, a cominciare dalla malattia, dalla carne viva che marcisce. E okay, quindi. L'archetipo usato è un classico. Qui si sceglie il diavolo, con una copertina, che vi ho scannato - male - che è pessima, a livello di spoiler, visto che mi fa capire tutto troppo presto. E' un male? No. Non del tutto, per lo meno.
Nel senso che la natura intima del libro di Levin - tra l'altro morto non troppo tempo fa, nel 2007 - non è certo quella di libro d'orror, così come non lo era quella dell'Esorcista, che è senza alcun dubbio una spanna sopra, pur trattando temi molto simili.
Qui è una coppia, la protagonista, In cui lei, la Rosemary del titolo, è un'eroina piuttosto integerrima, che ha dalla sua una forza d'animo notevole, ma niente più ciò, e circondata, diciamo pure che non ha molte speranze di cavarsela, dall'inganno. Anzi, a voler essere pignoli, sono talmente tanti i segnali della congiura di cui è vittima, che pare impossibile che la buona Rose, per lunga parte del libro, non sospetti niente. Si usa spesso il meccanismo della suspense fastidiosa, tipo quello che lascia il lettore a porcocanare cose tipo: "ma noooooooooo, ma sei deficiente! ma non vedi che ti racconta palle! ma non vedi che ti prende per il culo! maccome!!!"
E insomma, avete capito.

Comunque, dicevo, trovo che questo sia un horror che punta il dito soprattutto su una certa New York e alcuni suoi aspetti. La Grande Mela degli attori, delle belle case, dei soldi che cominciano a girare, del modo con cui chi è fuori dal giro vuole ed è disposto a fare carte false per entrarci. Un libro sull'ambizione, insomma, e non solo sugli adoratori di Satana. Poi certo, l'idea di un figlio di Satana è suggestiva, e il finale, costruito e trainato dall'intero libro, soddisfa ed è quello che deve essere.
Perché al di là del giudizio su New York e la sua falsità, l'altro aspetto che si tratta è quello della maternità. Rosemary vuole essere madre, e si trova a dover scegliere quando poi, alla fine, potrebbe essere madre di un figlio che non vorrebbe, e che la scelta più saggia è un dolore di madre. Insomma... c'è molto di più di quanto sembri.
Tra i difetti, a parte un filo non chiuso, come il suicidio della ragazza che poi si può intuire ma resta con qualche incoerenza, c'è forse una prima metà che è sì funzionale alla costruzione dell'epilogo, ma in qualche passaggio la tira per le lunghe, anche se non diventa mai pesante. Insomma... la possiamo chiudere, dai, ché questo è comunque un horror classico e non sarà l'"esorcista" ma è senza dubbio un libro da leggere, se siete cultori del genere, e comunque da leggere se siete appassionati di storie sataniche ecc. Si affronta, tra l'altro, anche l'argomento religioso, ma non in modo approfondito: Rosemary non è sposata ed è stata quasi rinnegata dalla sua numerosa famiglia che figlia come coniglia, ma non per questo si rassegna. Sembra tornare verso la salvezza religiosa solo verso la fine, ma non c'è un vero e proprio scontro/incontro tra religione e satanismo.
Dai, è tutto, oggi sono muffo e non ho voglia di post lunghi. 
Vado a prendermi un paio di libri per bambini che li ho finiti, e poi mi sono preso dei racconti di Sciascia, che secondo me saranno belli, anche se chissà mai quando avrò tempo di leggerli.

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