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"Maria e le pistole limate" di Franco Foschi***

Guardate, credevo di farmi il sangue un po' aspro, con le ultime letture per ragazzi di questa collana che senza alcun motivo mi sono preso la briga di ricercare e leggere, e invece... questo mi è piaciuto!
Non trascendentale, certo, è una storia alla Bonnie e Clyde, e ho detto tutto, ma non è, e l'ho apprezzato molto, edulcurato o strabordante di buoni sentimenti.
Nemmeno di cattivi sentimenti, se è per quello.
Oggi pensavo di non riuscire a leggerlo, nella mia solita pausa praunzo, perché sembrava avere più pagine, e invece era col trucco, visto che le ultime dieci erano dedicate alla reclame dei numeri precedenti, che voi, a cui non interezzanamazza, potete trovare qui nel solito post che raccoglie tutti i raccontini e che ho quasi terminato (questa è la terzultima rece).

Dicevamo... di che parla. Maria, nome forse non scelto a caso, visto che richiama tanto di buono e puro, ma anche meridionale, forse, perché sembra che lei viva in chissà quale terra, in mezzo a pescatori che vivono come un tempo, figlia di un padre padrone che la obbliga a comportarsi come un maschio, perché maschio doveva nascere, e pure senza violenze fisiche la poveretta pare rinchiusa in un mondo che la tratta a tal punto da maschio che persino i marinai - per scherzo - cominciano a chiamarla Ciro. E insomma... alla fine, quando è in fuga, arriva lontano, lontano lontano... e passa per Foggia.
E' una storia triste, vi avverto, perché nella vita della 17enne maria compare un Jhonny lo Zingaro, che a ogni riga pensi che possa abusare di lei, e invece no, è solo un ladruncolo, un giovanotto buzzurro e spavaldo che vive di espedienti, senza casa, che ruba e truffa roba piccola, anche se tre pistole nel cruscotto le tiene.

Non serve dirvi come evolverà la storia, ma è bello dire che non ci sono giudizi manichei alla base. Non è Maria la buona il padre cattivo, non è Jhonny lo sfruttatore, Maria la vittima. C'è bene e male in tutti, e forse il ruolo peggiore se lo assume la vera colpevole di tutto: l'ignoranza.
L'ignoranza che porta un pescatore a costringere la figlia a vestirsi da maschio e trattarla da tale e che vede nel silenzio un unico mezzo di comunicazione. Ah, sì, il silenzio, e quello che impara Maria, che si piega e a suo modo, alla fine, riempie d'amore. Insomma... piuttosto nichilista, per certi versi, come racconto, ma scritto con un lessico agile e crudo che a me non è dispiaciuto per nulla. Meglio così, ora vediamo il penultimo, e siccome lo sapete che questi post non servono a un cazzo di niente e sono inutili, vi devo dire delle cose utili alla fine, così, tanto per rendervi più colti, come se giocaste a quizduello.

Allora. Sul blog del Venditore di pensieri usati potete mandare un racconto di una vostra serata di merda e vincere un libro di Benni. O se non altro divertirvi a scrivere raccontando le vostre sfighe. In omaggio a Tiziano Ferro il nome del contest è Sere Marroni e qui eccovi tutte le indicazioni.

Cazzata numero due. Potete leggere un mio raccontino d'orrore che ha fatto schifo nel solito horror T-shirt. Io l'ho riletto e l'ho trovato molto ben riuscito. Okay, non ci sono i vampiri, ma fatevene una ragione. Se non lo volete leggere in versione ufficiale, che poi magari vi viene paura quando grandina, aspettate che magari lo posto qui, modificatunpo', prima o poi.

Poi, cose da guardare. Stavo guardando il fb di mio cugino, con il quale forse abbiamo raggiunto un equilibrio di gestione. Di buono ha che lui guarda un sacco di cose d'arte e io ne approfitto. Quelle di street art ogni tanto mi incantano, per l'idea che sta sotto. E io amo le idee. E allora vi saluto con le idee!









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"Cutter" di Cinzia Bettineschi (epub)***

Bello!
Mi è piaciuto! E ve lo dico subito: così li dovete scrivere gli ebook, almeno per chi legge come me. (no, non intendo per chi legge guidando, intendo più che altro per chi abbina la lettura digitale e quella cartacea e la prima la fa in occasioni sgaie e volanti - tipo guidando :)
Comunque vorrei rassicurare l'autrice, che non gradiva che mi schiantassi leggendo il suo ebook (o forse non gradiva mi schiantassi in generale, non ricordo) e quindi, quando mi ha chiesto di leggere Cutter recensirlo mi aveva più o meno vietata di fare il driving-reader. Io ovviamente me ne sono guardato bene dal fare una cosa sensata e a parte pulire le ragnatele da un paio di specchietti d'auto altrui, mi è andata bene anche stavolta.

E soprattutto perché questo racconto, questa novella, è proprio quel tipo di novella che tanto avrei bramato quando - chissà se ancora c'è qualcuno all'ascolto - con un manipolo di mariuoli scriventi tentai di gestire l'avvio di una collana di novelle.
Dico questo perché siamo di fronte a una storia nera, agile, lunga il giusto, divisa in capitoli di lunga misura, con un'idea nella trama, assenza di fronzoli letterari, e un'idea nella gestione narrativa. Nessuna di queste cose è nuova e nessuna è straordinaria, ma perseguite con criterio e una certa umiltà direi che hanno dato buoni risultati.

Andiamo per ordine. L'idea narrativa, per cominciare, è semplice. Alternare i punti di vista, quello dell'ispettore, che sta indagando su un morto castrato male, in un certo ambiente strano, e quello del chirurgo, che poi è il soprannome di un quasi laureato che però col bisturi ci sa fare, quando c'è da fare interventi in quel sottobosco che parte da tatuaggi e piercing, arriva alla vasectomia, con tutto ciò che ci sta in mezzo. Ecco... un'idea semplice, anche rischiosa, se vogliamo, - e in effetti commissario e chirurgo parlano un po' troppo uguale, a volte - ma efficace, e quindi l'alternanza dei punti di vista te la godi e ti porta a voler subito leggere cosa succede, nel capitoletto successivo.
Capitoletti 6 o 7, non ricordo, che hanno tutti un piglio citativo e/o ironico, (che ne so, il primo nullo non si scorda mai, per dire uno) e che sono esattamente della lunghezza giusta per essere letti da casa mia al lavoro. Insomma... due giorni e mezzo ho letto tutto. :)
E l'idea nella trama? Ah sì, ve l'ho praticamente già detta: non immaginavate che ci fossero club privati e segreti in cui uno potesse spettacolarizzare un'operazione chirurgica di tipo, diciamo, sessuale? Ebbene, immaginatelo, anche se le cose non sono proprio come dico e lo potete scoprire leggendo, ovvio, così come scoprirete chi è, che ha fatto fuori il borderline di turno in quel modo bruttobruttobrutto. E poi, ma non ditelo in giro, che lui non lo sa, la figlia del commissario se l'intende proprio col Chirurgo, ovvero il primo sospettato dell'omicidio. 

Concludiamo, quindi: una novella che, non in modo pretenzioso e senza voler fare il passo più lungo della gamba, mescola in modo gradevole ed equilibrato una storia un po' gialla, un po' noir e un po' splatter. E tra l'altro, Cutter confesso essere uno dei primi ebook Delos che leggo (ed è una colpa, visti tutti i racconti di amici scrittori che pullulano in quella zona) ed è una buona produzione. Approvato! Cinzia promossa e lettura consigliata. Ah, e non fatevi trarre in inganno dal titolo, che per me, da sempre, vuol dire taglierino... è più al bisturi, che dovete pensare. :)

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"Nelle mani di Dio" di Gianni Biondillo***

Libri corti... sì, solo quelli riesco a leggere.
Questo venerdì scorso, consigliato da una signora. Tanto, mi son detto, è scritto "largo" 72 pagine ma con qualche vuoto dentro, capitoletti, e io che di Biondillo non ho mai letto niente.
Di Ferraro, il commissario che gestisce questa piccola indagine nella Milano "bene", più o meno, so ancora meno.
E allora me lo sono preso e nel pomeriggio, questo "Nelle mani di Dio"  me lo sono letto.
Agile, questa è la prima parola che mi viene in mente. Lo legge veloce, e non solo perché è corto, ma perché si usa una terza persona inframmezzata dalle considerazioni in prima del Ferraro, che pensa ma non può ovviamente dire, se non a noi lettori.
E' uno stile azzeccato, devo dire, perché con me, con questo breve pezzo, (è un raccontino da 25-30k eh, mica grancose), ha avuto l'effetto di farmi piacere Ferraro, visto che infine siamo con lui e con i suoi pensieri molto umani, pieni di imprecazioni e lamentele contro la sfiga o quel che è.
E poi ti porta dritto alla fine, uno stile così, con un'indagine rapidissima, seppur da un caso che, in apparenza, appare complesso.

Una maestra, professoressa, massacrata di botte, soffocata forse, insomma... trovata morta a scuola, e non è stato certo un incidente sul lavoro. Che poi, certo, il giorno delle riunione genitori-insegnanti c'è un sacco di gente, eppure in quell'aula nessuno pare aver visto niente.
Poi esce che... potrebbe essere stato "il negro" come nei migliori film sulle ingiustizie. 
Okay, qui, per "negro" si intende un musulmano, e si sa, gli indizi...
Anyway, avete già capito chi non è il colpevole.
In effetti, questo è il difetto maggiore. A fianco dei pregi di scorrevolezza, di ottima gestione dei tempi della trama e della simpatica caratterizzazione del commissario Ferraro (uno che si vede subito che può vivere dei romanzi) c'è un plot che, ultimamente, è molto sfruttato. Gli omicidi fatti da chi è l'imprevedibile (?) cattivo sono ormai all'ordine del giorno. Sarei rimasto di M, anzi, se il cattivo fosse stato proprio il musulmano in fuga. E anche la solita descrizione della città che cambia, del personaggio chiave come il maestro Tayeb, che ovviamente ne sa ma ne nasconde e getta luci amiche sul mondo musulmanico tutto da scoprire, e del come subito il razzismo strisciante faccia pensare al colpevole sbagliato, sono, diciamo, cose che si trovano un po' dappertutto, in quella fregola di accettazione del diverso e corsa al contropregiudizio che c'è ogni tanto. Qui, a dire il vero, non si guasta il racconto, che resta piacevole e un bel, noir/poliziesco breve, ma sconta, com'è ovvio, una miriade di altre storie simili, da qualche anno molto in voga.

E' tutto. Libro breve e che, a differenza di Hornby, sempre Guanda, di cui vi ho parlato l'altro giorno, costa un prezzo ragionevole - 5.50 - e avendo il doppio o quasi delle pagine, lo rende molto meno fuffoso. Certo, anche questo, che si legge in meno di un'oretta, volendo, lo potete leggiucchiare in biblio, ma direi che più che altro ha la funzione di farvi venire voglia di scoprire qualcosa di più su Ferraro, dedito a qualche indagine più corposa. In ogni caso, Biondillo promosso ampiamente.

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"Tutti mi danno del Bastardo" di Nick Hornby**

9 euro. Mi stavo chiedendo, ora, quanto costava 'sto racconto. Nove euro. Nove euro è tanto.
Penso lo si possa scrivere, avendo un po' di mestiere e mettendoci un po' di cura, boh, diciamo in una due settimane (ma anche in un paio di giorni, volendo stakanovare). Saranno... boh, che ne so, 15-20k... Le settanta pagine sono arricchite da una 15ina di pagine bianche (che poi mi devono spiegare le ultime 4, tutte bianche, inutili. Cosa ci devo scrivere, le mie riflessioni o le uso per disegnare cats e cool per dispettosare gli utenti futuri della biblioteca?) Il font dev'essere qualcosa tipo un times nr 16 o poco meno. 
A me non è dispiaciuto leggerlo, ma:
- l'ho letto in pausa pranzo mentre bevevo caffè e mangiavo un nonsoche e nelle pause giocavo a quizduello
- avevo circa tre quarti d'ora e credo di averci messo di meno
- non avevo un cazzo di voglia di cose impegnate ma solo di qualcosa che iniziasse e finisse
insomma... sono gli stessi motivi per cui un paio di settimane fa ho letto un altro suo lavoro quasi identico, E' nata una star, quello sul pornoattore.
Ecco... detto questo, io vi dico che se comprassi questo racconto (non chiamiamolo libro, vi prego) beh, avrei di che porconare per un bel po'. E infatti non mi verrebbe mai in mente di comprarlo. Ho pensato, per chi farei questa spesa? Nessuno, nemmeno Lansdale. Non per questo tipo di letteratura, almeno.
Se invece parliamo del libro della Kristof, che è lungo più o meno uguale, ecco no, forse quello è un libro che si rileggerebbe, e forse lì li spenderei.
Quindi, lasciatemelo dire, non è un libro da comprare, nè da regalare. No.
Tutti mi danno del Bastardo! è un libro da leggere in biblio o sui comodi divani della Feltrinelli. Perché questa operazione dei libri fuffa è fastidiosa, davvero. Il racconto non è male, anche se è una visione davvero sempliciotta della complessità che si vorrebbe indagare. A un certo punto ho persino sperato prendesse una piega ironica e comica. Ma no, non è accaduto.
Di che si parla?
Di una coppia di cui lei è una giornalista. Divorziano, dopo essersi separati da un po'. Amen.
Ma succede che lei, con una rubrica sul giornale in cui scrive, sfonda nei media usando tutte le negligenze di lui. Elaine e Charlie. Lui rifiuta di fare la stessa cosa, pur corteggiatissimo dai media, subisce, vive una vita nell'occhio del ciclone, lo conoscono tutti, tutti leggono di lui. Le sue negligenze? Qualche dimenticanza coniugale, qualche stronzata coi figli, qualche incazzatura di troppo e un po' di adulterio... roba così, niente di trascendentale...
Si vorrebbe, o comunque si scrive così e così dice Nick in un'intervista pallosa che leggevo su repubblica, stigmatizzare i media, il gossip, la morbosità della gente quando si tratta di pettegolezzi veri. Secondo me è una trattazione superficiale.
E' una storia simpatica, questo sì. Scorrevolissima, con stile, questo anche. Ma non è niente di più che un buon racconto, che alla fine ti dice che vale la pena di averlo letto ma non sai se e per quanto te ne ricorderai. Se io dovessi darvi un giudizio solo sull'opera, sul racconto, forse la terza stellina di sufficienza gliel'avrei anche data, ma siccome non posso ignorare il fastidioso tasso di fuffismo, beh, no, non gliela do. Posso tutt'al più dirvi di leggere come divertissement, che per quello è ottimo, e anzi, vi dico che per la pausa pranzo, se ve ne fossero altri, li leggerei senza fastidi. Ma porcapassera, se vuoi vendermi un libro, di racconti come questo me ne fai 5 o 6, me ne fai uscire 200pagine sane, me li fai pagare 12-14 euro e okay, io posso anche non lamentarmi. Così no. Poi certo, attenzione, io non giudico il marketing, anche se potrei farlo. è questione di gestione della matrice delle strategie. 
Volete che ci diamo un'occhiata?
Il prodotto Hornby sfrutta un marchio ottimo, dovuto a best seller passato (Altà fedeltà) però quando è uscito questo libro (2013) erano passati anni dal lavoro precedente (2009) c'era quindi l'effetto attesa, che porta introiti. In gergo questo prodotto era una Cash Cow (mucca da mungere) che poi va semplicemente munta ancora fino a dismetterla. Ovvero, sai benissimo che con un'operazione fuffa ti giochi parte degli introiti dei futuri libri, sai bene che puoi contare fino a un certo punto sulla fedeltà all'autore, quando esso non è un big degli altissimi livelli e un passaggio a vuoto ne farà flettere il gradimento. E allora il gioco vale la cammella, chiaramente. Quali sono le probabilità che Hornby tiri fuori un altro best seller di quel tipo? Poche, a giudicare dalla pochezza dell'analisi di questo piccolo lavoro, che pare, a me, non avere ben chiare le dinamiche del gossip, del web, della rete, dei flussi. E' un libro vecchio, a suo modo, che parla di web ma lo fa come se fosse agli arbori. Insomma... dal punto di vista del marketing, è un'operazione che ci può stare. La mucca è stata munta, probabilmente. Ti sei giocato l'autore? mmm può essere, ma chissà, è sempre possibile una innovazione, che ne so, magari gli si fa scrivere un libro di pettegolezzi sul suo conto fingendo che sia una sua amante repressa che svela un sacco di retroscena falsi tipo droghe sesso e cock 'n roll! :D

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"Avete visto Negima?" di Massimo Moretti***

Che poi, ieri sera, alla fine, mi sono preso apposta il tempo per leggere questo. O meglio, per finirlo, visto che metà forse l'avevo cominciato domenica, o sabato, non ricordo, e boh, insomma... non che ci fosse il pericolo di dimenticarlo, ma mi andava di restituirlo e chiudere con questo quart'ultimo, credo, corto de I corti.
Allora, vi dirò che non gli avrei dato una lira, dalla premesse.
Nel senso... non vogliami male, ma io ne ho pieni i coglioni di quei libri che vogliono farci sembrare bello il diverso... Vi spiego... non so voi, ma io non lo riesco proprio a vedere, certe volte, il diverso. 
Credo sia più che altro menefreghismo eh. L'unica cosa importante nella mia vita sono io e quindi, a me, che voi mangiate formiche, caghiate sassi, preghiate Mazinga o insomma... facciate qualunque cose che non è di nocumento ad altri (e soprattutto a me), a me va bene. Menefre.
Ecco perché quando sospetto che qualche libro ponga le cose come "oh ma guarda com'è bello il ramadam, guarda com'è bella anche questa religione, guarda come sono rispettosi e ospitali gli arabi, guarda quanta dignità..." insomma, ci siamo capiti. 

Ecco perché all'inizio mi era presa male, a leggere il retro di questo:"Da 15 gg quel mercante arabo mi insegue. Da quando mi sono intromesso fra il suo bastone e Negima. Lei è riuscita a fuggire su un camion e mi ha lanciato un'occhiata triste, incredula, piena di tutto. Per questo ho fretta, per questo la sto cercando."
Ecco, capite? Mi aspettavo la solita menata sugli arabi per far vedere come è diversa eppure bella la loro cultura. In realtà c'è, questa menata, ed è la parte, proprio, con le danze post ramadam e tutti che diventano pazzi e danno in numeri rovesciano gli occhi ed entrano in crisi mistica, ecco, era la parte più pallosa.
Migliore la parte delle storie, anche se è un già visto e già sentito, quella dello scrittore che è a caccia di storie e che, mentre legge, ti racconta appunto le storie che ha cacciato. Non erano raccontate male. E ha dalla sua, alla fine, una scrittura scorrevole e un modo carino di riservare la sorpresona finale, che - per fortuna - non mi ha irritato.
Si gioca un po' sporco, okay, ma era inevitabile. Ovviamente non ve la dico, la sorpresona, ma siccome mi ha fregato, diciamo che posso solo dirvi che non tutto è quello che sembra nei personaggi in questione, che sono quattro.
Il narratore in prima persona che è chiaramente uno scrittore - e che altro -  gira l'Africa per cercare storie e incontra negima, che si prende una rata di randellate da un arabaccio cattivo, che poi, una volta che lo fai incazzare, resta incazzato per tutto il libro. E allora? E niente, c'è da cercare Negima e come fare a trovare una guida? Pigli il primo ragazzetto sveglio senza casa e senza famiglia e lo assoldi per farti guidare in un paese dove hai già combinato abbastanza danni. Bene... e io mi fermo qui. Non è malaccio, alla fine, il libro, e le premesse sono state disattese, per fortuna. In fin dei conti è sempre un'avventura raccontata bene.
Come dite? Che razza di post inutile?
Sì, avete ragione. Il libro lo si può trovare solo in biblio, non è una cosa per cui smaniare e oramai nessuno li legge più. E per quindi?
Vi renderò interessante questo post con delle cose. Per esempio vi dico che:
Sto ospitando, assieme a Kappa e Garappa, una tartaruga, per le vacanzo di D'Orlando e ve la voglio far vedere. Speedy, è il suo nome e... le mie sembrano ancora più piccole!
e a proposito di tartarughe, magari vi è sfuggita questa interessante notizia sulla tartaruga di Darwin morta l'altro giorno. Oppure questa strana notizia del suonare il disco come gli alberi, no, contrario.
E poi magari vi siete persi la salamandra gigante in Giappone... viva eh.
O magari non avete mai visto la meravigliosa mappa delle nascite e morti al mondo secondo google, in tempo reale.
E poi? Niente... ah sì, sentite, come si mangia il maracuja, cioè il frutto della passione.
Io sto mangiandoli crudi, in questi giorni, e pure troppi, ma... ci si può fare qualcosa? Di queste palle arancioni?

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"Il ritorno" di Joseph Conrad****

Vi ricordate i racconti del Sole 24 ore? Quella bella collana che leggevo ogni domenica (no, okay, diciamo in settimana) quando uscivano (ogni domenica, quello sì).
Ecco, era la mia vita lontana, e me ne sono lasciati indietro un paio forse tre, tant'è che ancora oggi ci ripenso con un po' di nostalgia.
Mi ero rottilcatz con quello di Garcia Lorca, che era bruttino, e questo, che era "denso" in scrittura e pagine, l'avevo lasciato indietro.
Ora l'ho letto.
Eh sì, guardate, non so se avete letto altro di buon Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski (no, non è una battuta, si chiamava così, e quindi avete pure capito perché era indispensabile cambiare in Joseph Conrad, se non altro per non far sì che dopo l'appello a scuola sia già ora di andarsene) ma resta che il suo marchio di fabbrica non è certo la scrittura agevole e snella. E' ottocentesco, nei tempi di sviluppo e nella densità della costruzione narrativa, è inutile.

L'ho pensato già alle prime righe, che vi scanno e vi faccio leggere, perché trovo che sia anche un bell'incipit e un ottimo spot per capire com'è la scrittura di Conrad.
Eccolo:
Il treno urbano proveniente dalla City irruppe con impeto uscendo da un buco nero e si arrestò bruscamente con uno sferragliare stridente e disarmonico nella sporca penombra di una stazione del West-End. Una fila di porte si spalancò e una folla di uomini scese precipitosamente dalle vetture. Portavano i cilindri, avevano sane facce scialbe, soprabiti scuri e stivaletti lucidi; tenevano nelle mani guantate ombrelli sottili e i giornali della sera ripiegati frettolosamente, che assomigliavano a rigidi stracci sporchi di color verdastro, rosato o biancastro. Alvan Hervey scese dalla vettura con gli altri, tra i denti un sigaro acceso. Una piccola donna malmessa, in uno scolorito abito nero, con le braccia cariche di pacchetti, arrivò correndo stremata, saltò in uno scompartimento di terza classe e il treno ripartì. Il rumore delle porte che si chiudevano risuonò penetrante e malevolo come una fucilata; una corrente d'aria gelida mescolata a vapori acri spazzò tutta la lunghezza della piattaforma e costrinse un vecchio traballante, avvolto nella sua sciarpa di lana fino alle orecchie, a fermarsi un attimo nella calca in movimento per tossire violentemente curvo sul bastone. Nessuno lo degnò di un'occhiata.
Dicevo, appunto, che leggendo queste prime righe mi sono trovato subito a pensare a come i tempi siano cambiati, in lettori e scrittori. Sembra quasi che non ce la possiamo permettere una scrittura così, non abbiamo i tempi, interiori ed esterni, né vogliamo averli, sempre presi da un'urgenza che secondo me allontana stili come questi. E poi? Vogliamo dire della donna che sale sul convoglio? E del vecchio che tossisce? Cosa avranno a che fare con la storia? Un cazzo. E quanto sono indispensabili nell'ambientazione per quello che accadrà nel racconto? Poco più di un cazzo. 
Eppure sono belli. Sono pennellate, forse non indispensabili, ma di classe, eleganti. Ecco... riflettevo e pensavo che per scritture così, che con eleganza pennellano frammenti non indispensabili, i tempi sono marciti, o comunque, non buoni. Nonostante la scrittura conradiana sia sempre molto pulita, in alcune parti introspettive del racconto si soffre di rallentamenti e dubito che molti lettori "moderni" ne attingano godimento. Io no. O meglio, non del tutto, inutile mentire. 
Quello che non posso dire, però, è che ci siano cose di troppo.... no, non ci sono. Tutta la vicenda narrata, anche quando sembra dilungarsi, non ripete mai le cose. Siamo di fronte a una costruzione lenta, che a suo modo, poi, giunge a una conclusione inattesa.
Ci sono rimasto... sì, devo confessarlo. E' stato come un finale a sorpresa.
Fino a quelle ultimo 3-4 pagine, forse qualcuna in più, non ce l'avrei messa mai, quella quarta stellina. Il ritorno è un racconto che sembra non dire molto, con una trama troppo esile, che si svolge interamente in una casa londinese, nella crisi di coppia vissuta.

Ecco perché, per farvi capire come ci sono rimasto, ho scannato una frase chiave, verso la fine, quella che mi ha portato a sorprendermi, per come era andata a finire la storia. Eccovela:
Nel dolore di quel pensiero, nacque la sua coscienza; non quella paura o quel rimorso che cresce lentamente, e lentamente muore tra i complicati fatti della vita, ma una saggezza divina che viene al mondo già cresciuta, armata e severa, figlia di un cuore provato, per combattere la segreta bassezza delle motivazioni. In un lampo si rese conto che la moralità non è un metodo per la felicità. La rivelazione fu terribile. Capì d'un tratto che nulla di quanto sapeva aveva la benché minima importanza. Le azioni degli uomini e delle donne, il successo, l'umiliazione, la dignità, il fallimento - niente aveva importanza. Non era una questione di maggiore o minor dolore, di questa gioia o di quel dolore. Era una questione di verità o di falsità - era una questione di vita o di morte.
E certo, se non sapete la vicenda, non vi dice niente. A me invece è piaciuto assai, perché è qui, bene o male, che le cose della vicenda si sono ribaltate. 
Ma basta chiacchiere e diciamo quali sono, le cose della vicenda.
Alvan, benestante, in vista, londinese, spostato da cinque anni, torna a casa come ogni sera, forse più presto del solito, e pensa a sè, alla sua posizione, al mondo in cui vive, alle apparenze che, però, per lui non sono tali. Non sospetta nemmeno di vivere in una tale selva di rapporti umani superficiali e fasulli.
E quando trova una lettera della mogliettina, in una stanza piena di specchi, molto particolare, ecco che parte il suo dramma interiore. Noi vediamo la vicenda soprattutto con gli occhi di Alvan. Ben poco ci viene detto della donna che, appunto, ritorna e ammette l'errore. E' una rivoluzione mentale maschile, quella che viviamo.
E comunque, vediamo di finirla dai.
Vi posso dire, e non lo sapevo, che da Il ritorno è tratto un film, Gabrielle, con Isabelle Huppert.
Vi posso dire che chiunque di voi ami la scrittura rapida veloce, piena di avvenimenti, di storia, scevra da ragionamenti e drammi psicologici, stia bene alla larga da questo raccontone.
Vi posso dire, e non c'entra una mazza, di ascoltare i Fake Idols, piacere la loro pagina, e se proprio il metal non lo reggete, hanno fatto anche una cover dei Cardigans, anche se io vi consiglio altro.
Direi basta, che ho sonno e boh, non so. Conrad, forse, ha ragione da vendere... Gli inganni sono sempre più delle verità.

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