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"Pippi Calzelunghe" di Astrid Lindgren****

Allora. 
Io credo che potrei stare qui a parlarvi di questo libro e di ciò che ci ha girato attorno per ore. 
Ma non lo farò. 
Però non mi metterò nemmeno fretta. 
Perché è vero, non leggo quasi più, ma non è che ho mai smesso, e questo libro l'ho letto in mesi.
E' una copia che avevo regalato a Giulia, ma poi invece è rimasta da me, e io credo che non me posso proprio più separare. Vuoi perché questo libro sta bene in questa edizione in cartoncino rigido. La metterò vicino ai libri di Dahl, cioccolatosi, o all'uomo degli alberi e a Winnie the pooh
Perché si merita di stare lì, Pippilotta Viktualia Rullgardina Succiamenta Efraisilla Calzelunghe. Sì, perché questo era il suo nome completo. E magari non lo sapevate.
E credo che vi dirò un sacco di volte la cosa del magari non lo sapevate.
Allora, come prima cosa fatemi controllare se Pippi è dentro ai libri PEM o PSF
No. Non lo è. Che imperdonabile errore!
Pippi Calzelunghe è assulatamente un libro Per Sembrare Fighi.
E ora che l'ho letto infatti io mi sento più figo. 
Lo sapevate per dire, che è un libro del 1945? 
O magari voi non sapevate nemmeno che è un libro, e vi ricordate, come poi mi ricordo anche io, solo il telefilm con quella bambina terribile dai capelli rossi?
Sì, dai, tutti ce lo ricordiamo quello. Era bellissimo. Ma anche un po' irritante, a volte.
Pippi era l'emblema dell'irriverenza. E la sua irriverenza è totale, sia nel giusto, sia nello sbagliato.
E poi è tenera. 
Pippi è tenerissima. Una eroina all'antica, se vogliamo, una sorta di Batman, che ha perso la mamma, che ha per papà un Pirata, che vive da sola in una villa e che fa, letteralmente, quel cazzo che gli pare. E se dovessi stilare un pantheon delle mie divinità letterarie, vicino a Winnie the pooh, vicino a Hap e Leonard, vicino a Ratman... insomma, ecco, vicino a questi, assisa sul suo cavallo bianco a pois neri, con in spalla il signor Nilsson, ecco, non può mancare Pippi.

Ma insomma... vediamo di essere più organici.
O magari cambiamo discorso. 
Tipo, per dire, ma l'avete sentita la colonna sonora di Suspiria, di Thom? Quel Waltz... quel waltz è delizioso, è meraviglioso, che pezzone. Ascoltatelo, dai. Una, due volte, tre
No, lo so, non c'entra un cats con il libro, ma questo blog era nato per condividere cose belle e come fai a non struggerti per una canzone simile?
Tornando a Pippi. E al lo sapevate che, vi dico: ma lo sapevate che è un libro razzista?
Cioè, inutile menarla. E non lo dico per il poco politically correct "negri" che viene dato a cip cipoidi, ovvero la tribù dell'isola cip cip, su cui il papà di Pippi regna. C'è una specie di razzismo serpeggiante, ma buono, quasi ingenuo, nel presentare la bianca pippi, coi suoi due amici Tommy e Annika, bianchi, che non sono capaci di sputare lontano o che sono malaticci, e appunto, chiari di pelle. Si sorride volentieri, con sta storia dei bambini negri, presentati come una sorta di buoni selvaggi, con due personaggi che arrivano alla fine che sono Momo e Moana, e che fanno comunque da comprimari in una piramide che vede Pippi protagonista.
Perché okay, chiariamolo subito, Pippi è la Peter Pan al femminile, e se leggendo Peter siete rimasti sconvolti dalle modifiche fatte al suo personaggio per cuocere gli spettatori di cartone e film, beh, qui non succederà. Pippi, alla fine, laddove Peter era cattivo, o per lo meno sbadato, ovvero nelle emozioni, lei è candida, buona. Eppure, mai emotivamente coinvolta. 
Che bello è quando fa credere che cresca la cioccolata in fondo alla quercia cava?
O quando compra le caramelle a tutti?
O quando organizza l'esame dei bocciati?
O il natale festeggiato giorni dopo sbattendosene di tutto?
Una paladina dei borderline, in pratica.

E poi boh. Ci sono cose che vi restano appiccicate addosso racchiuse in una parola.
Tipo:
Villa Villacolle.
Saltamatta.
Le mortificazioni.
La madicina.
i Cip cipoidi
E come dorme Pippi.
Lo spunk!
Come sarebbe che cos'è uno spunk?
E niente, ve lo copio questo pezzo meraviglioso.
"E pensare" disse Pippi con aria sognante, "pensare che sono stata proprio io ad inventarla, io e nessun altro!"
"Cosa hai inventato?" si informarono Tommy e Annika. Non si stupivano affatto che Pippi avesse inventato qualcosa, dato che lo faceva di continuo, ma di che cosa si trattava questa volta?
"Che cosa sei andata a scovare?"
"Una parola nuova" rispose Pippi, e guardò Tommy e Annika come se li vedesse soltanto allora. "Una parola nuova di zecca".
"Che parola?" chiese Tommy.
"Una parola sensazionale" Disse Pippi, una delle migliori che abbia mai udito".
"Diccela" propose Annika.
"Spunk!" disse Pippi trionfante.
"Spunk?" ripetè Tommy. "Che cosa significa?"
"Se soltanto lo sapessi!" esclamò Pippi. "So soltanto questo: che non significa 'aspirapolvere'".

Non è meravigliosa?
Sì. Lo è. E poi via a cercare di comprare uno spunk dal droghiere o a chiedere al medico se per caso fosse malata di spunk... fantastico.
Che altro?
Ah sì, alla fine anche il pezzo degli Interpol è un gran pezzo. Mi è entrato pian piano, ma poi è rimasto. The Rover, dico. Lo so, oramai è vecchio. Ma forse a voi non è entrato, magari vi va di. Eccolo.
Dicevo del non-sense di Pippi, e in generale non solo suo. 
Pippi non è solo non-sense, ma fa di questo una battaglia: è una rivoluzionaria. 
Una che va a scuola in cavallo, e decide di non andarci, una che decide di comprare caramelle a tutto il paese, che decide di fare la Regina dei negri, o il Pirata, o fa a gara col forzuto del circo (e vince, perché è la bambina più forte di tutto il mondo, ricordatevelo)
C'è una cosa che fa meritare a questo libro, dopo tutti questi anni, di essere letto. 
Le cose non devono avere un senso sempre, per essere felici.

Poi?
Poi niente. Leggetevela! ma no dai. vi dico ancora qualcosa. 
Il bello del nulla. L'invenzione dei giochi che spetta ai bambini, e raramente, da grandi, spesso solo da ubriachi, la si ritrova. Come per esempio giocare a cerca cose. Fare di un qualunque frammento di oggetto qualcosa di meraviglioso. 
"Cos'è che hai detto che sei?" chiese Annika.
"Una cerca-cose"
"Ma cos'è?" domandò Tommy.
"Evidentemente qualcuno che si preoccupa di cercare le cose; non vedo che cos'altro potrebbe essere!" disse Pippi, ammucchiando con la scopa la farina sparsa per il pavimento. " Il mondo è pieno zeppo di cose, e ci vuole pure qualcuno che si occupi di sapere che razza di cose siano. Questo è appunto il compito dei cerca cose."
"Ma che tipo di cose?" insistette Annika.
"Che ne so, ualsiasi tipo di cose" rispose Pippi: "pepite d'oro, piume di struzzo, topi morti, caramelle con lo scoppio, minuscole viti e cosi via."
Capite? No. Ovvio, se non ci avete mai provato. E non avete trovato un signore addormentato di fronte alla sua villa (!?!) e se lo trovate... è vostro, prendetevelo e portatevelo via. :D

Va bene. Io la chiudo qui. Devo preparare un compito, anche se dopo aver letto questo libro credo meno nell'educazione... perché non è poi una cosa così buona. Nel senso... Pippi è un libro quel filino diseducativo. Prendete Tommy e Annika. Tipo che fanno alla governante: possiamo passare la notte da soli su un isola deserta con Pippi? Risposta: okay, purché vi mettiate dei maglioni pesanti. 
O ancora, i genitori che mandano deliberatamente i figli in un'isola di "negri" dei mari del sud assieme a una nave di pirati? Ma sì che vi fa bene! 

Va bene dai. La chiudo dicendovi di ascoltare il disco di Neneh Cherry, che è top, vi posso dire anche che un tale che non conosco mi ha chiesto di scrivere un racconto ispirato ai suoi racconti che non conoscevo e io l'ho fatto e questo ci ha pure fatto un libro, e io l'ho ambientato in un paese che è famoso per essere l'anagramma di una bestemmia. Sono cose meravigliose, qui il link
E adesso basta dai. Basta davvero. 

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"I piccoli maestri" di Luigi Meneghello*****

Sono le 9.36. alle 10.30 devo andarmene a lavorare. E allora cosa cazzo comincio questa recinzione?
In realtà non la comincio veramente.
Metto l'immagine, i tag, cerco un po' di link da leggere tipo quello del libro, della wiki, e scopro che c'è anche il film. Così ho tutto pronto quando riprenderò in mano il post.
Perché ci vuole del tempo, per parlare di questo libro.
Il primo vero classico, profondo, multilivello, che ho preso in mano da un po' di tempo a questa parte.
Per colpa di Astrid, quella schifosa, che ha tolto tutte le etichettine per darmelo e farmelo leggere. E voi tutti sapete, che quando hai una serie di scaffali dove giacciono quasi 400 libri che non riesci a leggere (di cui una cinquantina iniziati) anche se vorresti tanto, e te ne prestano uno in più il tuo senso di colpa per il non leggerlo è grande. Per fortuna il mio no, ma se lo avessi sarebbe grande.

Resta però che ho cominciato questo libro 4 o 5 volte. e 4 volte ho letto le prime 26 pagine, circa, perché poi ricominciavo ecc.
Vabbè... insomma. Poi, dai e dai, vuoi a portarlo in Spagna, a Lignano, sul Gilberti, a Villuzza beach e in giro in macchina in ogni dove, ce l'ho fatta.
Sono andato avanti, e l'ho letto.
Vabbè, che vi devo dire, che sono un ignorante, perché non sapevo della sua esistenza, pur avendo letto millenni fa Libera nos a Malo, di Meneghello, e averlo trovato meraviglioso, e inseribile tra i libro PEM.
E senza tante storie, mi vien da dire che è un libro pressoché perfetto.
E quindi ve ne parlerò con calma, non so quando, perché adesso nell'ordine vado a
cagare
vestirmi
prepararmi il pranzo
fare merenda
raccogliere peperoncini da seccare
al lavoro.

Bene.
Sono passati tre gg da queste righe.
E mica le ho fatte quelle cose, non tutte per lo meno.
Ma vediamo di usare questa ora che ho, questa ora del lunedì mattina, per finirla, magari, questa recinzione. Perché se ho messo un sacco di asterischi, lassù, è perché si può fare una cosa. 
Si può aprire il libro a caso ed essere sicuri di trovare un pezzo bello, o bellissimo. 
Proviamo dai...
Ve li scrivo.

Pag. 150-151
Andavo verso nord, senza più correre; sentivo sparare anche davanti a me, ma lontano. A un certo punto, oltre un piccolo rialto, i gattini non c'erano più, e neanche i rametti che volavano in aria. Ero defilato, forse per trenta metri, e camminavo sul tavolato rigato dalle scafe. Quando vidi quanto ero insanguinato mi allarmai. Pensavo: toh, e se non potrò più correre? Però mi sentivo benissimo, solo un po' emozionato. Vidi una stretta fessura per terra e senza pensarci mi calai dentro. Ci passavo appena, ma sotto c'era una buona nicchia, più alta di me, bislunga.In un attimo ero via dal sole, in un bozzolo di roccia sottoterra, buio e umido. Sentivo arrivare gente di corsa, plotoni di gente: la roccia sopra di me rimbombava; sentivo anche i rimbombi del mio cuore. Ora udivo anche voci, vicinissime, in italiano. Parlavano di uno, che ero poi io; mi cercavano affettuosamente. Mi rendevo ben conto che avevano le scarpe, e la vicinanza tra questi piedi scarpati e il mio viso era disgustosa. Tenevo in mano una bomba a cui avevo sfilato la sicura; tenevo giù l'asticciola con il pollice. Stavo fermo con gli occhi alla fessura sopra la mia testa. Era come quando si gioca a nascondersi da bambini e stanno per trovarti. C'è un momento in cui tutto ti pare già accaduto, resta solo la formalità di eseguirlo meccanicamente. Aspettavo nel mio nascondiglio guardando questa fessura e pensando: Cristo, come mi sento solo.

Ecco. già su questo pezzo ci sono mille cose da dire. Ve ne dico alcune. Il tono. Siamo nel bel mezzo di un rastrellamento, anzi, è un'epifania del libro, questa, perché in questo nascondiglio comincia il libro, a guerra finita, quando lui va a riprendersi il parabello, che lascerà qui dentro. Non sappiamo che si salverà, ma il come è terribile. Scalzo, dopo le trappole, il filo spinato, la morte di quasi tutti quelli che stavano scappando con lui. E la racconta in modo quasi scanzonato. Ci mette quel "affettuosamente" dentro, che è delizioso. Perfetto. E poi il lessico, il mix di termini dialettali (scafe), di termini costruiti (scarpati), di termini alti, di espressioni che a volerci mettere la penna rossa sarebbero da cassare (a un certo punto) e in generale una prima persona che perfettamente ci regala un protagonista laureando, che però è giovanissimo, inesperto, ingenuo.
E poi il modo di rendere la suspense con leggerezza. Non c'è mai tensione, in questo libro, è sempre regalata in forma di carezza, quasi non ci si voglia turbare con la brutalità della guerra. 
Facciamo un'altra apertura a caso dai.

pag 180-181
Non si capiva niente. Ci avviammo in tre, giù per la china, sotto un'acqua da cinema, con intermezzi di grandine da montagna, sparacchiando. A un certo punto tirai la canadese, affidandola ai vortici della pioggia. Scendemmo tutto il mezzo chilometro senza danno; non mi sentivo bagnato, mi sentivo un ruscello, l'acqua scorreva dappertutto.; quando fummo in fondo, non c'era più nessuno. Si vede che li aveva dispersi il temporale; tempo permettendo, avrebbero facilmente potuto acquistare altri nove punti in Rastrellamento (parte pratica), per gli esami di sergente.Non tuonava più, pioveva liscio e fitto. Le canne dei parabelli traboccavano di acqua. Li sgocciolammo, poi avendo ancora un mezzo caricatore ciascuno, lo scaricammo addosso al bosco. L'altro ragazzo si chiamava Tecche-Tecche.Credo che al Suster piacesse questa curiosa escursione, e che la credesse, da parte mia, una prova di coraggio."Vuoi restare con noi?" mi disse mentre ci asciugavamo; e io mi sentii tentato, ma resistetti.Il Suster mi disse che potevo fare il vice-comandante, se stavo con loro.Eh no," diss. "Voglio trovare notizie dei miei compagni, qualcuno ce ne sarà ancora. E' meglio che stia con loro, perché lì non devo né comandare né ubbidire. Naturalmente tra i miei compagni sdottorerò un pochino, perché è la mia natura, ma in complesso sdottorano anche gli altri e così saremo sempre pari.""Che lungo discorso, " disse il Suster, "per dire che qui con noi non ti piace.""Mi piace troppo," dissi, "Non si può sempre divertirsi."
Ci dicemmo arrivederci, col Suster, ma non ci si è più rivisti; perché lui in settembre morì impiccato a Bassano, e se restavo con loro, chissà se questa fine la facevo anche io. Ogni volta che passo sul viale degli impiccati, a Bassano, ho la sensazione di
sapere qual era il mio albero.
Ecco. L'ineluttabilità. La morte che ti arriva sempre così, senza preavviso. Sono tanti i morti, qua, ma arrivano sempre così, a bocce ferme. Senza il momento dell'atto. Persino l'impiccagione dei partigiani stessi a opera loro è non-raccontata. E poi ci sono le bande. Una realtà di cui non ti rendi conto a leggerla sui libri di storia, e nemmeno te ne rendi conto a sentirla raccontata. Le bande, tante, troppe, insensate, sensate. Derive diverse a seconda della natura degli uomini che vi si uniscono. Non solo comunisti e non, ma un fottio di sfaccettature. La nostra, quella del nostro protagonista, è definibile per caratteristiche. Studenti, vanno in giro coi libri, si leggono le cose in latino, vogliono agire, ma nel giusto, non hanno nomi di battaglia, sono tutti dello stesso paesotto o zone vicine, si conoscono da prma, non sono politici, o lo sono pochissimo, e sdottorano, si dice, perché parlano, spiegano, cercano il senso delle cose. E poi i dialoghi, spesso così, sempre con poche parole, mai lunghi. Mai oltre le tre righe, perché non c'era mai da parlare. Ecco... poi non so.
E' ora di andare.

Posso lasciarvi qualche riga per le descrizioni. Sì, che guerra o non guerra sono sempre ricche:
Eccone una, pag 195.
Era l'estate colma; eravamo frammischiati alle colture, alle fronde fitte; si aveva sempre il senso di sbucare da frasche, coltivi. C'erano carri, bestie, fieno, attrezzi agricoli, suppellettili rustiche. Bevevamo coi contadini, ridevamo con le contadine, cantavamo sulle aie. L'estate nutriva frutti e fiori, e nei festoni c'erano le nostre facce soffuse di salute. Le siepi, le macchie, i boschetti ospitavano i nostri nidi come bozzoli impigliati tra i rami; io avevo perfino una piccola tenda mimetizzata tra le acacie.
Bello vero? Siamo a fine delle cose, certo, nel respiro profondo del dopo. Ma anche prima non sono diverse, le descrizioni. I luoghi, il Veneto, le colline e le campagne, sono personaggio tra i più rilevanti.
E poi?
E poi niente.
Non potete non pensare a Levi, e alla sua Tregua. In un modo strano questi piccoli maestri sono una tessera che vanno a riempire un unico mosaico. Imprescindibile, direi.
Non potete non pensare a Fenoglio. Qui siamo invece a guardare la stessa cosa con una voce diversa. Oserei dire più sincera, ma sbaglio. Semplicemente, qui, la tecnica letteraria è così sopraffina da non apparire, da sparire, da sembrare non esserci. Esticazzi, direi.

Posso capire perché Astrid legge e rilegge questo libro. E' di quei libri che son come fiumi, che ogni volta li guardi e la luce e le forme della superficie dell'acqua non sono mai uguali.

Basta. niente altri pezzi. Non so chi si ricorda dei libri Pem. Ma questo è un libro Pem. Un libro per essere meglio. Senza dubbio. Si è più colti, diversi. Di quelli che dopo averlo letto non sei più lo stesso. E sono tempi in cui bisognerebbe conoscere queste cose accadute, che stanno rapidamente tornando.

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"Oscure Regioni Vol. 2" di Luigi Musolino**(*)

E mi sono letto anche il Volume 2, sì, con la mia bella dedica dei giorni oscuri che dice che il friulano è un dialetto per la quale a gigi andrebbero spezzate le falangette con martello pneumatico. Ma io lo perdono lo stesso.
E devo dire che mi è piaciuto di meno del Volume 1, che è pieno di pezzoni.
Però me lo devo rivedere, e rivedendomelo vediamo come mi ricordo i racconti, ché magari chissà, magari cambio idea.
Vediamo.
E come sempre faccio delle cose, mentre aggiorno, visto che ho ancora un'oretta per.

Allora. La lezione delle raccolte è quella di aprire sempre con un pezzone, se non il pezzone, e qua non si scappa, Les abominations des altitudes è un pezzone. Racconto ambientato sulle alpi, in Valle d'Aosta, in mezzo alle montagne gelato e che ti gela le ossa a leggere. Un horror classico, con tanto di quadernetto di appunti lasciato che svela via via le cose. Sono i dahu, i protagonisti, e andatevi voi a cercare chi sono, anche se forse è meglio non saperlo, soprattutto se avete in programma escursioni in alta montagna.

Il secondo è anche abbastanza classico, come storia, si chiama febbre, parte da un protagonista che ne ha tantissima, e tira dentro la Pantasema, una figura che nel Lazio conoscono meglio di me, che non la conoscevo proprio. Non è un pezzo indimenticabile. Di riuscito c'è la rivelazione di un personaggio, ma è una storia abbastanza stantdard, di quelle che più o meno, nella struttura, ti sembra di aver già sentito. Però è breve e scritta bene, e questa la salva.

Vagiti, il terzo racconto, ci porta in Toscana, dove per spaventare i bambini gli si racconta della Marroca. Voi lo sapete cos'è? Non ve lo dico. Ma mi ha fatto venire in mente due cose, questo racconto. Una, che da piccolo, quando non c'erano tutte le paure di adesso e da bambini ci lasciavano i pomeriggi liberi per andare ovunque fosse a tiro di bicicletta, una cosa che si faceva era andare nel collettore delle fogne, dove una fossa di liquami era separata da un'altra fossa di liquami da un muretto di una ventina di cm che, noi simpaticoni, attraversavamo in equilibrio. Adesso, che spesso vado a correre qui dietro casa e guardo quella cosa, penso che chiunque avesse perso l'equilibrio sarebbe morto di certo, perché in un laghetto di fogna non è che nuoti, soffochi. Ma allora non lo sapevamo. Ecco... forse, se fossimo stati in val di Chiana, ci avrebbero spaventato con la Marroca, che in quei liquami ci vive, e non ci saremmo andati, a fare quel gioco. La seconda cosa è una figurina degli sgorpions, i meravigliosi sgorbions. Okay... non trovo la figurina che ho in testa, ma ha a che fare con un WC e magari qualcuno se la ricorda. Tutto questo per dire che il racconto èsfrutta un orrore classico, e una paura che non è proprio così rara. Il difetto è quello di metterci forse un po' troppo a entrare nel vivo e pur spendendo molte parole per descrivere  i due personaggi, alla fine non si riesce a entrare in empatia con questa coppietta incinta. Il pregio è la parte finale, perché non è che in un racconto horror deve sempre morire qualcuno, a volte l'horror è ciò che resta e si salva.

Il Carnevale dell'uomo cervo invece mi è piaciuto assai. Un po' per il ritmo arrembante, un po' per l'epicità della divinità che non può non ricordare il finale della Mononoke di Miyazaki e a me anche un raccontone di Coltri, sempre ficcato dentro l'antologia Carnevale. Ecco, insomma... tutto figo. Non mi è piaciuto il finale però. Non ci voleva... quella concessione. Io le divinità le vorrei crudeli, senza alcuna riconoscenza. :) Ah, siamo in Molise, comunque.

Nato con la camicia, è il racconto in Friuli, e questo mi è piaciuto poco. I Benandanti, i nati con la camicia, figura folkloristica che invero non ho mai amato, forse perché erano stregoni buoni, sono i protagonisti. Ma è il racconto che non mi ha convinto. Più un giallo, che un horror, e con un commissario che non è riuscito a starmi simpatico e pochi personaggi incisivi. Un racconto lungo, tra l'altro, per la storia che contiene.
E poi mi ha scatenato un'altra riflessione. Vuoi vedere che non mi è piaciuto perché è il racconto sulla mia regione che io conosco e Gigi no? Ma allora anche tutti i racconti che ho scritto io faranno lo stesso effetto a chi li legge. Intendo quelli ambientati nelle altre regioni. Okay... ci si perde tempo, google maps, google street view, amici che ti traducono, i viaggi fatti... ma non si racconta di cose che si conoscono, è inutile. Invece però credo che no, o almeno spero. E' un racconto un po' meno buono degli altri. Manca un orrore vivo, tangibile, anche se la figura di un benandante cattivo è intrigante.

Siamo a metà, io ora sistemo le carte per la visita oculistica del pomeriggio, che poi finalmente ci vedrò di nuovo. E poi vediamo se mi avanza, o se ve la finisco domani, questa recensione.

E invece prima di andare a fare una minicorsa due parole sul brevissimo sesto racconto ve le dico. Corto, sì, ma non imprevedibile. Una costruzione non originalissima di un personaggio che si suicida, e un piccolo popolo, gli gnefri, gnomi d'Umbria, che appare e non è quel che sembra. Fine. Godibile, ma non tra i più incisivi.

E finalmente si torna al top, con Smeraldo, un racconto perfetto, con un incipit ottimo, un finale perfetto, e una costruzione fatta di analessi e pensieri, di vissuto e di mondo che cambia. Personaggi che ti entrano, che incarnano un'epoca, e la gente che vi vive. E poi c'è lui, Smeraldo, un essere che è l'incarnazione della parola "creatura", in vari sensi. Rabbia, paura, sensi di colpa, pudore, decadenza, pena... si provano tutte queste sensazioni. Questo mi è piaciuto, e come già detto nel post precedente, ci si allontana dall'orrore cruento, dagli sbudellamenti... ci sono più emozioni. Non sarà folklore classico, poi, questo che ispira la storia del Veneto, ma è quasi una creepypasta italiana, ed è cosa buona. Buonissima.

Ecco. Siamo domani, cioè oggi, e ieri era ieri, chiaro no?
Vediamo di rivedere, e rileggere.
L'ottavo racconto è A caccia, e non vi posso dire la figura folkloristica della Basilicata a cui si ispira perché il racconto è breve, e il nome, per assonanza, fa troppo da spoiler. Di bello c'è la costruzione in analessi dei due protagonisti, opposti come persone, ma identici come amici che vanno a caccia. Poi la solita storia di tradimenti... lui che si scopa la moglie dell'amico... e poi l'inaspettato. Forse. Anche qua, racconto leggibile, ma diciamo pure che lo si gode con la lettura e poi stop, ma non è colpa dell'autore, è che questa figura ha veramente già detto molto, e storie su di essa che siano originali sono davvero difficili da trovare. E questa non lo era,. pur essendo una buona storia.

Il penultimo ci porta in Trentino Alto Adige, e ci parla dell'om pelôs, anzi no, non ci parla di questo. Ci parla di quando lavori in ufficio, dell'alienazione della quotidianità. Un racconto bello, davvero. Nella terna dei miei preferiti, l'orrore psicologico, e psichiatrico, se vogliamo. Un racconto orwelliano. Di quando un collega al lavoro s'ammazza ma tutti ti dicono che non è successo che quel collega non esiste. Cose così... Sembra, ma forse solo a me, che ho letto anche gli ebook di gigi, che ora non ricordo, ma che ricordo, ecco, mi sembra che questa ambientazione, questo tema, abbiano ancora molto potenziale. Ecco, se devi scrivere un libro lungo, ricordatelo. Ufficio e montagne, di queste cose scrivi bene, ciccio.

Ultimo, un titolo che è già un programma, nella sua semplicità: Soltanto una povera vecchia. Che poi è la protagonista, pazza, anzi pazzissima, nuova inquilina di un ospizio dove c'è un equilibrio di salute e malattia, dove pure chi ci lavora non è immune all'effetto di un ambiente che è decadenza fisica e mentale. Ma questa vecchia forse non è proprio una vecchia qualsiasi. A livello di fantastico, questo, è il meno credibile, visto il finale quasi pirotecnico, a livello horror, intendo, ma mi sa che proprio questa è la sua bellezza. E niente... con le streghe Gigi si trova a suo agio. Un buon racconto comunque, e mi sono piaciuti i presonaggi.

Ecco. Ho finito.
Sono contento di aver letto un po' di cose tranquille, veloci, facili, con questa gran scorrevolezza. E' bello iniziare un racconto e sapere di finirlo. Ed è una caratteristica di tutti i venti pezzi di queste Oscure Regioni. Ce ne fossero, di pubblicazioni così. Ed è bello il filo rosso trovato per unire, anche se a tratti potrebbe aver fatto da freno, piuttosto che da stimolo, ma solo per due o tre cose
E poi boh... direi basta, ho scritto pure troppo. 
Ora metto due neretti a caso, pubblico, scarico un disco nuovo da ascoltare e ci vado a correre, che poi pomeriggio si lavora.

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"Oscure regioni Vol. 1" di Luigi Musolino***

Vi rompo sempre il cats che non leggo mai un cats ma invece no, non è vero, perché un mesetto, un mese e mezzo fa, questo libro di Gigi lo avevo letto.
Lo avevo letto perché erano racconti, perché è di Gigi e perché sapevo di potercela fare, a finirlo, nonostante le mie peripezie di letture che continuano (Per dirvi, sto cercando di leggere un Meneghello meraviglioso e ho ricominciato 4 volte, leggendo per 4 volte le prime 25-30pagg).

Comunque, oggi che lavoro ma non lavoro, mi sono detto, eccheccazzo, non posso continuare a tenere questi due volumi (eh, sì, ho letto pure il secondo) qui vicino. Bisogna che ne elimini almeno uno. E lo stavo facendo, ed ecco che come per miracolo mi scrive pure il Gigi per chiedermi se la nebbia degli Alice in Chains mi è piaciuta, che sì, tipo ci scriviamo due messaggi l'anno, e adesso mi ha lasciato la paura che mi abbia installato una microcamera qui del pc e mi spii...
Ma a parte queste casualità galattiche, ecco, torniamo al libro.

Libro che nasce dal Trofeo Rill, che Gigi è abbastanza abituato a partecipare e vincere, e libro che sviluppa una cosa per cui lo odio, perché l'ho fatta anche io, anche se leggermente diversa.
Lui ha scritto venti racconti, uno per ogni regione d'Italia, con le sfumature dell'horror o al limite del fantastico, ognuno dei quali ispirato a una figura del folklore regionale.
E niente... il fatto che l'abbia fatta pure io con gli yokai, prima di sapere che l'avesse fatta lui, vi dice già che è un'idea che trovo una figata. C'è dentro quel mix di fantastico.didattico che io ho sempre sostenuto, quella del lasciare chi legge con qualcosa in più, in questo caso, il conoscere una figura mitologica che non si conosceva, e magari qualche luogo, qualche cibo, qualche particolare insospettabile legato alla regione.

Siamo amanti della provincia, io e Gigi, del piccolo, del paese, delle voci dei boschi e dei prati che ti corrono vicino quando vai a correre vicino a loro. E non mi stupisce che ci sia convergenza verso la località folkloristica, verso le storie che ti spaventano da bambino e verso i misteri che vorresti esistessero eppure non vorresti mai svelati. Non poteva essere altrimenti.
E questo essere, questa tendenza, è uno dei motivi che mi ha spinto a leggerli con piacere e curiosità, questi volumi. Ah, il titolo è "Oscure regioni" anche se quel re-re mi fa un po' così e mi sarebbe piaciuto di più Regioni Oscure, da pronunciare soprattutto, ma sono un cagacazzi e lo sapete.

Ma veniamo al libro, a questo volume 1, a queste prime dieci regioni raccontate.
Devo andare a rivedermele per parlarvene, anche se vi posso già dire che alcune le ricordavo per averle lette già, e vi posso dire che questo Vol 1 l'ho preferito al Vol.2
E allora andiamo, suvvia, sfogliamo questo libro.

Malanina, è la protagonista della prima storia, e come per ogni raccolta che si rispetti, il primo racconto deve fare il botto. L'ho riletta con piacere, la storia, ed è quel tipo di storia che piace a me. Parte da un orrore classico, un oggetto che appartiene alla strega, un'indagine di uno studioso che si tramuta in maledizione, un narratore esterno alla vicenda che diventa pian piano parte della stessa. L'inizio in media res, descrizioni crude di realtà che annichiliscono, perché c'è semplicemente la descrizione umana del dolore. Del dolore nostro, della perdita, e di quello fisico, declinato in sofferenza. Questo, insomma, è un pezzone. Se mi chiedessero a bruciapelo di una storia sulle streghe, le masche delle Langhe, in questo caso, dicevo, di una storia che ti faccia cagare in mano, ecco, questa è sicuramente tra quelle che mi verrebbero in mente subito.

Lu regulu, è il protagonista del secondo racconto, o meglio, il coprotagonista, perché il protagonista è alle prese con ben altri orrori, prima di incontrare questo animale mitologico dei contadini abbruzzesi. Tipo confessare la sua omosessualità ai genitori, per dirne una. Anche questo un buonissimo racconto. E a differenza delle masche, che son famose, nulla sapevo del piccolo Re.

E poi c'è il gatto mammone. Una storia napoletana, di camorra, di superstizione, di carte da gioco. Ancora un racconto che ricordavo bene. Non all'altezza dei primi due, secondo me, ma bello pure questo. Ma poi, cosa ho da obiettare io a un racconto sul Gatto Mammone, a Giggggi che è di Napoli e c'ha il cognome di un brigante. Quello viene a casa mia con degli scagnozzi e mi mena. :D

Poi c'è un racconto pugliese, di Nanni Orcu, che però parla di passato, perché si sa, ce lo si può lasciare dietro le spalle, andare lontano, fingere di dimenticare, ma i mostri del passato sono là, in attesa, pronti a chiedere il conto, se ancora non è stato saldato, o a chiederlo anche quando non c'è nulla da saldare. Anche questo racconto mi è piaciuto, comunque, e hanno, questo e i due precedenti, la lunga distanza dalla loro. Più lunghi o più corti avrebbero reso meno.

E la Sibilla? Da dove la frase "sibillina"? Perché ci sono prima i monti, che le frasi, di sibillino. E può essere che vi scompaia una bambina, e poi boh, dov'è finita. A volte i bambini scompaiono nel nulla, soprattutto quelli che hanno qualche disturbo. Ti volti e... puff. Ne abbiamo tanti di questi casi. A volte si ritrovano vivi, a volte morti, a volte non si ritrovano. Non subito per lo meno. Come qui, dove Eda diventa qualcosa che la scienza non sa spiegare, con i suoi occhi d'avorio, come se fosse una statua d'Atene. Bello, anche questo, anche se forse s'allunga un po', ma regge sempre, non ci si annoia, e insomma.... si legge.

Molto bello, invece, o almeno tra i miei preferiti, il calabrese Cani d'acqua, ma io qua sono di parte, perché i mostri marini sono da sempre i miei preferiti e non poteva non piacermi questa storia fatta di mostruosità da marinai. Il mare, si sa, non perdona.

Ma non è, il precedente, il mio racconto preferito. No, perché il più bel racconto che c'è qui dentro, anche perché è il più personale, i nastri di Larry, forse, ma anche perché è quello dove manca l'horror, o meglio, c'è, ma è declinato al 95% in fantastico-romantico, e manca di quella componente splatter che alla lunga può stufare, se attesa. E qui si resta sorpresi, sia dalla direzione, sia dalla scelta dell'elemento folkloristico, moderno e non classico. Siamo sul lago di Como, mi pare di ricordare, ma non è importante. Siamo su un lago, in Lombardia. E niente... i laghi sono misteriosi quanto i mari, zeppi di creature misteriose.

Di Sa Reina, invece, già sapevo. Me lo ricordavo bellissimo, e invece è solo bello. E credo sia perché sono cambiato un po' io e certi meccanismi oramai li ho già letti. Resta un gran bel racconto horror, ambientato in Sardegna, e con un finale aperto che è la cosa migliore del racconto. E' comunque molto lovecraftiano, e piacerà agli amanti del Solitario.

Si chiude con Crustumium, di cui non sapevo, che rispolvera il mito delle città sprofondate e ce lo mette in Romagna. Era forse il più difficile, questo elemento folkloristico, da tramutare in horror, e qui ci si avvicina davvero a pantheon di Lovecraft, però è l'unico che mi ha coinvolto poco, pur essendo un racconto più che dignitoso.

bene. Ora mi lavo e vado a lavorare. Non ho molto altro tempo per. E quindi di un difetto e di un pregio che vi dovevo dire, vi dirò nella rece al prossimo volume.
Accontentatevi. E leggete Musolino, se vi piacciono i racconti belli.



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"Il mio romanzo viola profumato" di Ian McEwan****

Ho pochi minuti perché ho voglia di avere pochi minuti.
Perché subito vado sul fiume, a cercare di leggere qualche pagina di Meneghello.
Perché domani vado a Milano per vedere i National venerdì. E anche i Franz. E anche Umberto Maria Moltheni Stella Maris Martini. E non mi va di lasciar morire il blog, perché ancora qualcosa leggo. Poco. Pochissimo. Ma qualcosa. 
Di leggere non si smette mai.
Questo libro l'ho comprato in libreria mentre ero in cassa, costava 5euro.
Ho letto McEwan e mi sono ricordato che di McEwan non ho letto un cats, ma ho letto abbastanza per sapere che è bravobravissimo, con le parole.Magari chissà, un giorno leggerò i suoi libri famosi.
Ma per ora ho letto questo.
L'ho comprato per leggero a e con Giulia, e infatti gliel'ho regalato. E glielo devo pure restituire.
Dicevo, che è un racconto. Il mio romanzo viola profumato.
Ma ci sono due titoli, nell'indice, e io ho cominciato a leggere il secondo, pensando che fosse un racconto, e invece non è un racconto. E' un saggio. Un saggio che se lo leggi con attenzione narrativa, anziché saggistica, non capisci un cats. E quindi niente, fate finta che sia solo il racconto, di cui vi parlo, anche se poi, del saggio, ho riletto, ed è interessante, ma non proprio così tanto. Il saggio si intitola "L'io" e parla di cervello, di natura umana, di se stessi e dell'idea della prima persona, che non fu cosa scontata nemmeno in narrativa. Le parti più interessanti, in effetti, sono state proprio quelle che raccontavano storicamente quando la narrativa ha cominciato a raccontare l'interiorità dell'autore. La filosofia, insomma, è scienza più antica della letteratura. E l'io, a causa dei social, è cambiato in maniera drastica e velocissima, si parte da questa considerazione. E basta, non vi parlo più del saggio.

Il racconto. Il racconto è bello. Molto.
Per alcuni motivi.
Il primo è che siamo di fronte a un racconto i cui protagonisti sono gli scrittori, due, e il narratore è uno scrittore. Lo sapete vero, cosa penso io dei racconti in cui il protagonista è "uno scrittore"? Che fanno cagare. Che sono anacronistici, ridicoli, e figli di dell'ego e dell'ingenuità. Come dite? L'ho toccata piano? Può essere. Ma McEwan la risolve ambientando il pezzo in un tempo in cui fare lo scrittore poteva essere ancora professione, e da quella partenza evita gli altri due problemi. Quindi ci lascia in mano una storia credibile, e dove l'ego c'è, ma è quello dei protagonisti, ed è proprio il tema centrale della storia.

Seconda cosa. Il racconto è di quella lunghezza che io adoro. Chiamiamola novella, se volete, qualcosa che sta tra le 50 e i 100k, e questo è più verso la distanza breve. Mi chiedeva, un tizio via mail che non ricordo chi fosse, delle storie corte da far leggere ai ragazzi per avvicinarli alla lettura. Ecco, questa è una di quelle storie. Scritto bene, semplice, e che, alla fine, ti fa fare "Ohh" e non come i piccioni cerebrolesi di Povia, ma un Ooh che ti aspettavi, che era già sotto i tuoi occhi e che ti viene fuori col sorriso. C'è un bastardo, in questa storia, e se ti può stare simpatico un bastardo, che fa una bastardata, ecco, qui c'è.

E poi? E poi niente. Non vi dico nemmeno di comprarlo. Nel senso che è il tipico libro che potete leggere in Feltrinelli stando seduti a prendere l'aria condizionata, quando avete un'ora da buttare.

Basta così, dài. Vado a farmi i panini, pollo-mayo-pomodorini-mozzarella. E poi prendo le birre, che le devo finire, visto che col ritorno mi metterò a dieta seria. E metto giù questo libro sopra pippi calzelunghe.  

Altre cose?
E' uscito Eminem. E lo sto ascoltando. E mi fa capire che porcozio, è bravo. Inutile menarla. 
Sono usciti i Justice, i Mogway, ma devo ancora ascoltarli.
Ho fatto la sangria, e ho perfezionato le regole poetiche per il suo confezionamento. 
E poi niente. 
Sono senza soldi di nuovo e mi chiedo come ho fatto. 
Ma ho un bel blocco di Mirò su cui disegnare con dei pastelli bicolore.
E ho scoperto che Gaudì è oltre ogni cosa comunicabile in fatto di genialità.
Anzi. Vi dico che Gianfranco mi ha mandato una poesia di Tavan, da scrivere sull'osteria. La trovate qua, sul sito in friulano. ma io ve la scrivo qua sotto. Diffondere poesia può salvarci un po', da questo mondo sempre più brutto, sporco e cattivo. 

La poesia e forse i gatti. I miei gatti neri. Che magari che ne so, ne volete uno, e io ve li faccio vedere. Sono neri, satanici, antifascisti. Un affarone, tranne che per le vostre tende.



Bum
di Federico Tavan


Nô inclaudatz
uchì
a scrive poesies.
E soi sigûr
che chista
e n’eis poesia.
Eis la storia de un treno.
E soi sigûr
che su chiel treno
al era
un barbon
un emigrant
un operaiu
una studentessa
un pare de famea…
E soi sigûr
che al barbon
al à la mê etât
cença dincj cença ciavei
e al rît e al vai
e a nol va da nissuna banda
e nol à nissuna valîs.
E soi sigûr
che l’emigrant
al à cincuantatrè ans
e al ven da la Gjermania.
E soi sigûr
ch’al va in Sicilia
e inta la valîs
na stecja de cjicolata.
E soi sigûr
che l’operaiu
al lavora a l’Alfaromeo.
E soi sigûr
ch’al à coratadoi ans,
inta la valîs
l’ultima paa.


E soi sigûr
che la studentessa
eis mitant biela
e à disissiet ans.
E soi sigûr
ch’a va a jode Roma;
inta la valîs
na machina fotografica.
E soi sigûr che al pare de famea
al à i ocjai sessantadoi ans
un nevout a Bari
e inta la valîs
“la cena per i suoi rondinini”.
E soi sigûr
che i stan spietant alc
e i rît
e al treno al rît
e li valîs i rît
e la democrazia
platada sot i binarius
come sempre
a rît.
BUM


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"Macerie prime - sei mesi dopo" di Zerocalcare****

Ho solo mezzora. Poi devo andare al lavoro e via senza pause fino alle sette. E ammazzerei subito quelli che dicono e sono convinti che gli insegnanti "facciano tre mesi di ferie l'anno".
La gatta numero tre, Zapata, quella schiva e magrissima, sta partorendo qui di fianco. Già visto che sono per l'ennesima volta tutti nerissimi. E niente, Armero, il mio gattone di fiducia, rules.
Io ascolto i Ghosts.
Belli.
Adatti anche.
Fuori è tornato il sole, ma è un sole meno forte, stanco, forse anche stufo.
Mi fa strano scrivere di Macerie prime, vuoi perché oramai le graphic novel sono le uniche cose che riesco a leggere, ma vuoi e soprattutto perché le macerie sono quello di cui si parla là fuori.
Ne sto vedendo di tutti i colori, dagli ingegneri improvvisati, agli sciacalli che non hanno limite se non l'infinito.
Mi chiedo se ci sarà un inferno su questa terra per queste persone e se ne sapete di un crowdfunding per sterminarle avvertitemi.

Anyway, non è di questo che si deve parlare, qui, ma di Zerocalcare.
E devo dire grazie a Luca che ogni volta si compra e mi presta gli Zerocalcare, perché altrimenti non leggerei niente. Anzi, sto leggendo, un anno dopo, anche il suo regalo di compleanno ed è bellissimo. Ma di questo vi dirò.

Passiamo al libro.
Intanto l'incipit è una figata. Leggi con la paura di non ricordarti macerie prime di novembre e il buon Zero ci dice, Vuei, senti, guarda che anche per i personaggi sono passati esattamente sei mesi dalla volta scorsa e non si sono sentiti, quello che non ti ricordi tu può essere che manco loro, e così io sono andato tranquillo.

Sapete quanto è passato dalle righe precedenti? Quasi una settimana.
E non sono riuscito a trovare il tempo per.
Ho lavorato. Troppo davvero.
Il primo che mi chiede se sono ancora in ferie, pensando che chi insegna non lavora, muore.
Anche perché sono esaurito mentalmente e fisicamente. Nel senso di malattia, non nel senso di modo di dire. Quindi ho le crisi d'ansia, gli istinti suicidi e quelle cose lì, che ti vengono quando sei talmente stanco che non puoi fare più niente di bello o di cose da salvare.
Cose tipo andare al cinema a correre o leggere o a vedere un concerto.
Ora però dovrebbe essere finita.
Piove, e sono contento che piova.
O sono comunque troppo stanco e sfinito per pensare che fino a che lavoravo c'era un sole da 40 gradi e col primo giorno di ferie piove e la temperatura è scesa di venti.
E quindi va bene la pioggia.
E tutto questo, tutta questa normale sconfitta, è molto zerocalcariana.
Come posso non apprezzare questo fumetto, che poi a chiamarlo fumetto è davvero riduttivo, o almeno, lo è per il senso che ha la persona media della parola fumetto.
Questo è un libro, dove la sceneggiatura e il contenuto sono almeno un terzo e un terzo del valore dell'opera. L'altro terzo ovviamente sono i disegni.
Ma i disegni oramai sono quelli che conosciamo meglio, giusto?
E allora mi sembra davvero che l'unica cosa che devo dirvi, riguardo a Macerie prime, sei mesi dopo, è che dovete arrendervi all'idea che se avete amici che leggono e a cui regalate libri, di solito, potete davvero cominciare a pensare di regalare uno Zerocalcare, ché forse magari siete finalmente originali e apprezzati. Perché in questi due Zericalcari, credo davvero che l'arma vincente sia una ottima costruzione del viaggio dell'eroe, Zero, e di tutti quelli che sono gli alleati (gli amici di Zero) e i nemici, che sono quasi sempre irreali. Anzi, sono fusi ai guardiani della soglia.
Come lo scontro armadillo-panda, ovvero coscienza ed egoismo, più o meno.
E dico più o meno, perché davvero glielo dovete dare voi un ruolo ai personaggi di Zero, perché vi ci ritrovate sempre, ma mai pienamente. Avete avuto armadilli, nel vostro dentro, avete avuto Panda juventini, hanno vinto e perso, e forse molti di noi non sanno nemmeno quando.
E allora è un bel viaggio nel nostro dentro, queste macerie prime, ed è un fatto, si ride di meno. 
Lo spasso si è fatto superare a destra da almeno due cose: la storia avvincente e il desiderio di dirci qualcosa. Qualcosa sui brutti luoghi e sulle brutte direzioni in cui stiamo andando.
E va bene così.
Almeno a me, va bene così.
Io che sono sempre molto simile a Secco, io che a me va sempre bene, dicono sempre.
E in effetti lo penso, perché è vero. Ma ogni tanto forse, come Secco, il prode Secco delle cause, delle risse, delle molotov, del disinteresse globale per tutto, ecco, lui, qui, parla, dice. E forse le cose più belle di tutte le Macerie sono messe in bocca a secco.

Come dite? Non si capisce un cazzo di ciò di cui sto parlando? Vero. Avete ragione, più che una recensione pre, sembra una post fazione. Ma come direbbe Secco, cazzi vostri.
E quindi?
E quindi niente, forse ci sentiremo preso, forse no.
Sappiate che c'è il film del prmo grande Zerocalcare. 
Ma se è per quello c'è anche un film su KenShiro, e sì, le due cose sono estremamente collegate.
Avremmo bisogno di alcuni KenShiro, eroi che mettevano la propria violenza al servizio della propria pietà. In fin dei conti, ora i cattivi esistono, e si sprecano.
Poi potrei dirvi che ci sono un sacco di cose.
Cose belle. Da fare.
Io non le farò.
Non andrò a cena con la balena, a Palmanova, per ricordare Basaglia, perché sarò a Milano a vedere i National. E stasera, per dire, c'è Marky Ramone, a Osoppo, aggratis, o Poggi, a terenzano, aggratis, o Doro, a Blessano, aggratis. Ma forse farei bene a spendere quei pochi soldi che ho per prendere una pizza ai miei, che sono sempre più vicini a scomparire, e credo siano le cose che scompaiono, quelle a cui dedicarsi di più.
Potrei dirvi anche che sono usciti gli Interpol, inutili ma ascoltabili, gli Alice, belli, ma pensavo anche meglio. E poi non so di altri. Aspetto Murubutu, altro non aspetto. Altro aspetterà.

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"La Casati - la musa egoista" di Vanna Vinci****

Giulia mi ha prestato un libro, una graphic novel, di Vanna Vinci
E l'ho letto a tratti, come si fa con le cose belle che non vuoi finire, ma poi sempre finiscono. 
Perl restano lì, e hai la contentezza di averle scoperte.
La novel ci racconta la storia di Luisa Casati.
Voi sapete chi è?
Ecco, se non lo sapete, scopritelo, e scoprirete cose meravigliose.
Se invece siete meno ignoranti di quanto ero io, e sapete chi era Luisa Casati, bene, buon per voi, ma un po' di meraviglia improvvisa ve la siete persa.
Perché è bello meravigliarsi, scoprire cose che non sembra possibile esistano, e invece sono esistite.
Anche se è brutto pensare che alcuni decenni fa, certe cose, potevano esistere, e adesso sembra di essere tornati indietro, di aver ricevuto una racchettata di medievalità in piena faccia, e di stare continuamente sanguinando, con le ferite che vanno infettandosi.
Sono pessimista, lo so. Ma come si può non esserlo?

Eppure questi libri, queste belle cose, questo tratto schivo e acido di Vanna Vinci, ti fanno bene. 
Mi ha fatto bene leggere di questo personaggio.
La Casati, la musa egoista, è il titolo completo, e alla fine ci sono bozzetti. La prefazione è di Natalia Aspesi. E la storia ce la racconta lei, soprattutto, in prima persona, e mentre parla intervengono quelli che l'hanno vissuta, conosciuta, scopata, dipinta, raccontata, fotografata..
E si parla di gente come D'Annunzio e Man Ray.
Anzi, vi copincollo la minibio riportata a descrizione del libro dal sito della Vinci.
Biografia a fumetti della strabiliante marchesa Luisa Casati Amman, nota come La Casati, ritratta da Boldini, Man Ray, Balla, d'Annunzio e molti altri. Nata a Milano nel 1881 e morta a Londra nel 1957. Ereditiera di un enorme patrimonio quando era adolescente, sperpera tutto in feste, vestiti, ninnoli e animali selvaggi. Provocatoria e stravagante, il suo unico intento era stupire e scioccare.
Ecco.
Tra l'altro, io a vedere la copertina, la prima cosa a cui ho pensato è stato David Bowie. E poi, alla fine, una sottile linea di contatto, col Duca, a livello di immagine, di provocazione, la si può anche trovare.
Comunque, visto che stiamo parlano di una persona vera, morta povera e borderline nel 1957, un paio di foto ve le metto. Foto vere, intendo. Per vedere com'era, come ha ispirato i disegni, che vi metto più sotto.
Del lavoro della Vinci non vi posso dire più di tanto.Io non me ne intendo di fumetti. Disegno, dipingo, ma il fumetto è qualcosa che non appartiene ai miei interessi anche se mi piacciono molto. Posso dirvi cosa mi sembra da persona che non ne capisce un cazzo, quello sì.

Vi posso dire che mi è piaciuto moltissimo il carattere dato alla marchesa Luisa, la fragilità, soprattutto, non riesci a staccarti dalla testa, in tutta la storia, in tutti gli eccessi che compie, l'idea che sia una persona da preservare, da difendere.
Credo siano i disegni, i quadri aperti con molto bianco, le irregolarità delle tavole, a dare una parte di quest'impressione di fragilità. E' un personaggio sghembo, la ricca marchesa, decadente, e in molte tavole i suoi occhi bistrati si fanno così neri che pare essere diabolica. 
Invece è solo sbalordita, folle di vita. 
Una timidezza, ci dicono le cronache, uccisa ogni giorno con le pantere che portava al guinzaglio, con la nudità ostentata, con le feste folli e costosissime e mascherate cui non poteva rinunciare.
La timidezza è un mostro che può annientare, ma farlo facendoti diventare un fuoco d'artificio, di quelli che durano poco, ma dove tutti fanno Oh.

E nu sono piaciuti gli altri. 
Il contorno di questa Marchesa, di questo personaggio che ha usato il proprio denaro per usare il proprio denaro. Mi ha ricordavo Veblen, un economista altrettanto folle, con la sua teoria della classe agiata, e boh, non so, me lo ha ricordato e basta. 
Qui dove siamo? Chi troviamo?
Sicuramente D'Annunzio è quello più in vista, quello che forse sembra aver avuto più parte nella vita di Luisa, quello che ne ha amato il corpo. Sono poesia, gli interventi di d'Annunzio. Ma ci sono anche quelli critici, di stilisti e pittori e fotografi che ne coglievano anche i vizi, l'egoismo, appunto. Ma ciò che ho trovato bello, è stata la totale assenza di crudeltà e di vittimismo. Certo, alla fine, scena iniziale tra l'altro, c'è quella sensazione di compatimento, ma dura un attimo, perché poi si è travolti dalla cavalcata di questa magrissima valchiria-
Poi lo so, dovrei raccontarvi qualcosa, qualche fatto. Ma io non vi voglio rovinare niente. Posso dirvi parole. Oppio, sfarzo, sedute spiritiche, pettegolezzi, sesso, eccessi, classe, miseria, solitudine. Ecco... queste parole, ci sono nella vita de La Casati, e le si ritrova tutte nella graphic novel della Vinci. Insomma... io trovo che sia davvero un gran bel lavoro.


Se dovete fare un regalo a gente che ama l'arte, le cose belle, la curiosità e i fumetti belli. Ecco... valutatelo. Ora basta. Metto via. E vi metto qualche tavola, così vi fate una idea di.



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