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"Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" di Philip K. Dick****

Sì, lo so, me ne posso vergnognare.
Son indegno sotto molti punti di vista, e molte cose deprecabili ho fatto nella vita. Ma molto altre sono quelle che è deprecabile non aver fatto. Una di queste è non aver mai letto il libri di Dick, quello che tutti conoscono come "il libro di Blade runner", ma che però ha come titolo questo qua. 
Vi dirò di più, perché possiate liberare gli insulti per una volta con giusteria e dovere morale: non ho visto nemmeno il film. 
Cioè... si, diciamo che sono stato davanti alla TV quando c'era quel film, ma a parte qualche pezzo, qualche scena, non ho mai visto nulla. 

Poi, anni fa, quando questo blog era vivo, era arrivata la cosa dei libri PSF, i libri per sembrare fighi. Era una cosa bellissima, ed è una tra le migliori cose che io abbia fatto per me stesso, anche se fingevo di farla per gli altri del blog. Questo è un libro PSF per eccellenza, e credo sia anche un libro PEM. 
Insomma... lo avevo comprato quasi subito, all'epoca, prima che arrivasse la vita senza tanti libri. Lo avevo iniziato almeno un tre quattro volte, e il libro si era trasferito nello scaffale del libri cominciati. E poi niente... è rimasto lì. Un mesetto fa, invece, mi è capitato di ricominciarlo e niente: era bellissimo. 
Sì, il libro di Dick non può essere, ne sono sicuro, uno tra i lavori minori di Dick, e anche se il film so essere tutto un'altra cosa, direi che la sua completezza, il clima, i personaggi e la vivacità di questa one-day story sono tutt'altro che relegabili sotto l'etichetta di un romanzo di fantascienza.
A cominciare dal titolo, quello vero, aderente all'originale (il libro ha avuto tre titoli, in italiano) che non te ne accorgi proprio subito, di quanto è importante e azzeccato. 
Poi c'è questa cosa che, per l'epoca, era avanti mille anni. Certo... c'era sicuramente, nel 1968, paure dei robot, del loro sostituirsi all'umano e all'umanità, ma se la sostituzione all'umano è avvenuta e ci siamo venuti a patti (si fa per dire) quella con l'umanità sembra essere ancora un po' distante, ma in avvicinamento, ed ecco perché può gettare piacevoli luci leggerlo oggi (o rileggerlo) questo romanzo distopico.
Che poi, il cambiamento climatico nel 1992 c'è stato, era di radioattività, e il mondo, manco a dirlo, si è diviso per l'ennesima volta fra ricchi ricchissimi e tutti gli altri. Il potere economico lo hanno quelli che producono androidi, quello della violenza ovviamente la polizia, che sono nient'altro che cacciatori di taglie. Gli androidi sono glaciali, ma non sono d'accordo sulla mancata empatia del libro. Il protagonista, Rick Deckard, è tutt'altro che un eroe di quelli fighi, integerrimi, che riescono in tutto. Farà qualcosa di straordinario, ma dentro ha una umanità che sta marcendo e lui . questa secondo me la cosa più importante, lui se ne accorge. 
Credo che lo scenario dickiano sia molto simbolico.
La figura del predicatore, che compare scalando una montagna a chiunque voglia aderire alla sua religione di sofferenza autoimposta, è un qualcosa che è e che rappresenta. L'hype dei media per la rivelazione sul suo conto è qualcosa di estremamente moderno, così come la reazione degli invasati che lo seguono. 

E poi, il cacciatore di taglie che accompagna Rick nella caccia, che ancora non capiamo se è umano o meno, è figura di estreme sfumature. E' lui, più che altri, l'emblema di una polizia che giudica ma che nel giudicare è costretta agli azzardi, e quindi agli errori. Si resta col dubbio, davvero, su che cosa sia androide e cosa no. Il finale è anch'esso altamente simbolico. Gli animali attraversano i libro in carne o circuiti ma sono un filo rosso che lo caratterizza estremamente. Si parte da una pecora, poi una cavalla, poi una civetta, poi una capra, un ragno e infine un rospo. 

E poi c'è quel personaggio adorabile e spaventosi di Isidore. Uno speciale, rimasto un po' idiota per le radiazioni, che si comporta con una purezza disarmante. Lui, per gli androidi, è terra di conquista. La sua umanità è annegata in una burrasca di cattiverie fredde e calcolate. 

E gli androidi?
Non so se sognano, ma di certo hanno qualcosa che non è solo circuiti. Ho letto qua e là che sono freddi, nel libro, e si vede che l'intento di Dick è propiro quello. Adeguarli alla bruttura dell'ambientazione post atomica. Morti loro come è morto il mondo. Ma qualcosa non quadra. Ci sono comportamenti dei robot a cui Rick dà la caccia che agiscono in modo che ha ben poco di meccanico e calcolato. Anche se negative, le loro azioni sono comunque frutto di un qualcosa che non è solo impostato da una macchina senza emozioni. 
Quindi no, magari non sogneranno pecore elettriche, ma di certo sentono il bisogno di salvarsi o di vendicarsi. Forse questo è anche un piccolo, perdonabilissimo, difettuccio.

Poi mi è piaciuta una cosa. Inizio e fine. Questo far iniziare l'avventura in una casa, in una vita familiare che è quasi noiosa, e farla finire allo stesso modo, più o meno. In mezzo il viaggio dell'eroe, fatto e finito, ma con guardiani che sembrano nemici e viceversa e con alla fine, nessun antagonista o quasi. Non si gioisce per il ritiro degli androidi. Le uniche storie veramente drammatiche, che strappano il cuore, non sono né di umani né di androidi. Sono di un ragno e di una capra.

E niente. Mi fermo qui. Dopo aver letto questo ho tirato fuori Una svastica sul sole, purtroppo sempre più futuribile e meno futuristico. Alla prossima!

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"Il dio del mare" di Pierluigi Cappello****

La verità è che non scriverò questo post.
Perché è tardi e il tempo che mi avevano regalato è volato via, o forse non c'è mai stato.
Forse è sempre così, mi sa. Sembra che te lo regalino, ti chiamano, ti dicono, Oh, guarda che oggi cominci alle 11, quello là ha tirato pacco. E tu hai l'idea che ti abbiano regalato mille cose. Le mie, per esempio, erano: mi alzo alle 6, vado a correre, faccio la docciona galattica col balsamo, poi scrivo, faccio colazione, poi aggiorno il blog, mi ascolto quelli del concertissimo di ieri, poi... poi... poi niente. La verità è che ho compilato un modulo, ho bypassato otto sveglie, perché se vai a dormire alle tre è difficile alzarsi alle sei, ho letto 4-5 mail, e niente, finito. E' ora di buttarsi sotto la doccia. La borsa, che sapientemente mi ero preparato ieri notte, mentre tiravo giù Orazio dall'albero da cui non sapeva scendere, la metterò in auto, forse stasera, forse, se finisce presto l'aperitivo, magari mi butto nel primo campo e corro. E del libro, questo libro, non so quando ve ne parlerò.
Me n'ero completamente dimenticato. Eppure è un libro bellissimo, che raccoglie interventi e prose di Pierluigi Cappello, come dice il sottotitolo. Un paio di cose le avevo anche lette, ma il resto no, e sono cose belle. Squarci di profondità nella superficialità del sapere d'oggi.
Insegnare e imparare, insegnare è imparare. Sono stati i miei motti e lo sono ancora. E pensieri come quelli raccolti in questo libro, il senso che c'è nell'aver capito qualcosa e la grazia che c'è nell'insegnarla a qualcuno, nel farlo partecipare, ecco sì, amo queste cose.
E voi riderete, ma è un po' la stessa sensazione che mi piglia davanti a un esercizio di economia aziendale in cui tutto quadra, tutto è perfetto, e riesco a spiegarlo in modo così chiaro che mi metto lì, sognante, a dire allo studente: "Non è meraviglioso? Non è fantastica, questa partita doppia?"
Insomma... fa ridere, ma non fa ridere più se vi dico che è una cosa che vedo andare perdendosi.
Ma ora basta. Doccia e via al lavoro... E tornerò qui per il Dio del mare, e tutto ciò che si merita.

Era la verità, sì.
Non avrei finito il post. Ma ora sono qui e lo finirò. Vuoi perché voglio aggiornare il post. Vuoi perché devo prestare il libro a Marge, e prima di prestarlo voglio parlarne. E io senza libro non riesco a parlare del libro. Devo sfogliare, rileggere, ricordare. Servono a quello, le pagine. Se ci pensate bene è l'unico vero vantaggio che hanno nei confronti del digitale: essere sfogliati senza scroll. Lo scroll è una cosa cattiva. 
Ma ora basta. Parliamo del libro. 
Pierluigi Cappello: trovate tante cose, qui sul blog. Vuoi perché già mi piaceva prima, vuoi perché nell'ultimo anno, non riuscendo più a leggere narrativa, mi sono messo a leggere poesia. E lui era un poeta. Poi... dobbiamo venire a patti con la cosa di quando uno muore. 
E' una cosa curiosa, questa del morire. 
E non dipende necessariamente dal valore e dalla quantità di ciò che lasciano.
Comincia che parte una sorta di entusiasmodoloroso. Questo è immediato. Poi entrano in gioco altre variabili, comprese quelle del momento e delle altre cose che accadono intorno, di altri morti, nonché il come va poi quell'entusiasmo: se diventa quotato, diciamo così. 
Per Cappello, credo, ci sia una variabile ulteriore, che mi fa perdonare certe cose, ma resta che oramai settimanalmente mi arriva voce di iniziative di recupero, in molteplici modi, della sua opera, delle sue parole, e anche, non so quanto sia sempre un bene, dei suoi passati rapporti umani e azioni. 
Libri, spettacoli, appuntamenti, letture... Di tutto. Bello. Sì. Ma cuietaisi.
Anyway, pensiamo a questo libro, oramai entrato nella collana dei Bur, e lasciamo perdere altro.
Il dio del mare, lo leggete già dal titolo, raccoglie suoi interventi in prosa - in lezioni, eventi, scritti -  dal 1998 al 2006. E senza menarla tanto, vi dico che è una operazione che va al di là del mero lucro raschiabarile post-mortem, perché gli interventi sono belli, profondi, e ti regalano quasi sempre un pensiero, un "Ohhh" di meraviglia, o semplicemente, ed è questo che si richiede, credo, a chiunque si occupi di poesia e narrativa (ma più narrativa, direi) una riflessione, una luce sulle cose.
Dare luce, quindi. 

Ci sono interventi brevissimi, come quello iniziale, (Non un milligrammo in meno) che parla di volgarità, seducente fenomeno che sta dominando il mondo di oggi. Interventi più lunghi, che spiegano dove nasce la poesia, dove si scelgono e vedono le parole, nel suo mondo rimaneggiato, eppure ricco, ricchissimo (La mela di Newton). C'è una lezione che mette dentro storia e poesia, storia e letteratura, Levi e Dante e la seconda guerra, in modo davvero magistrale. Se la spiegasserò così, la storia e la letteratura? Sarebbe difficile, certo, ma anche meraviglioso.
E poi c'è "Alla mamma il capo dei banditi" che ci esplode la scena di Ettore e Achille, facendo dell'epica greca pura emozione. 
Poi, se volete chiedervi come potrebbe nascere una poesia di Ungaretti, magari la più famosa, ecco che dovete leggere assolutamente "Bosco di Courton, 1918". 

Mentre per me, che scrivo e parlo in due lingue, c'è una riflessione molto bella, che descrive il rap
porto tra tempo, dialetti e lingua che vince. Ecco... insomma... alla fine sono una sorta di lezioni di cultura, che fanno bene. 
Io vi lascio con l'ultimo scritto, che chiude il libro. Brevissimo. Lo copio qui, ché ci metto un attimo.
Una libreria dentro una stanza vuota, nel silenzio. Costola dopo costola file di libri allineati, metri quadrati di forza trattenuta. Dentro la stanza, piegato sulle pagine, un uomo immobile. Il silenzio come luogo dove tutte le parole sono possibili. L'immobilità come regione doe ogni gesto è concepibile.
Ogni libro è una voce in attesa di un corpo.


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"Poema a fumetti" di Dino Buzzati****(*)

Ve lo dico subito: con questo post correte il rischio di sentirvi ignoranti. Soprattutto se magari avete letto più di qualche libro di Buzzati. Se considerate Buzzati Dino soprattutto uno scrittore.
Me lo ha regalato Serena e io, avulso dal mondo, non ho nemmeno idea di quando e del perché. Ero persino convinto di averne già parlato su questo blog, ma non era così. Non scrivevo più sul blog, in effetti e devo averlo sognato. 
Comunque.
Forse non lo so, forse è una mia percezione, ma ho l'impressione che sia uno dei lavori buzzatiani più dimenticati e meno conosciuti. Certo... lo sanno tutti che Buzzati faceva i disegni, che faceva i quadri, che le copertine erano le sue. Alcune immagini sono talmente icastiche che a vederle è impossibile non pensare alla storia. Alle sue storie, anzi. 
Gli orsi in Sicilia, il Colombre, la copertina della boutique del mistero, il bosco vecchio... insomma, Buzzati disegnatore è conosciuto. 
Ma non è conosciuto abbastanza, credo. O diciamo così, dopo aver letto questo suo Poema a fumetti, ho la netta percezione che dovrebbe essere stata une delle prime cose da recuperare, da quando ho fatto sedere Buzzati nel pantheon delle mie divinità. Invece no. Non ne conoscevo l'esistenza. Non per lo meno come la conosco adesso.

Andiamo per ordine. 
Troverete scritto un po' dappertutto che è una delle prime graphic novel mai pubblicate. Okay... vero, ma siamo nel 1969, e Dino non la voleva pubblicare, 'sta cosa, ed è tutta colpa di Almerina. Doveva pubblicarla dopo... dopo che era morto, dopo che avessero smesso - ho questa percezione - di non capire che narrativa, arte figurative, erotismo sono elementi perfettamente fusi in questa storia. Mi sa che è meglio così... perché i tempi mi paiono peggiorare, invece che migliorare, da quel punto di vista. Il simpatico Montanelli (sì, lui, proprio lui) l'aveva smerdata con molta eleganza minimizzandola e bollandola come eccessivamente e immotivatamente spinta, quest'opera. E per quanto uno avesse spalle larghe in un certo campo, se ti muovi in terreni nuovi, le spalle larghe non ce le hai. E qua Buzzati navigava a vista. 
Aveva scritto, anni prima, del suo progetto a Vittorio Sereni (sì, cazzo... le divinità, una volta, si conoscevano e si scrivevano lettere) e non era piaciuto granché questo suo esperimento. I fumetti... puah, fumetti pieni di tette e culi, poi, doppio puah. Ma sei sicuro Dino? A che pro? Laggente vuole che tu scriva le cose. Già hai scritto Un amore che ti ha causato non pochi problemi
Mi immagino sia andata più o meno così, per questo si dev'essere smonato.


Mi ha sempre fatto ridere, di Dino, quell'aneddoto della sua ultima fase da vivo, in cui trovando al Giornale il suo stesso coccodrillo, ci mise mano e lo corresse, definendosi pittore con l'hobby per la scrittura, anziché il contrario. E qui, in queste tavole, in questo gioco di richiami, di citazioni, di omaggi... ecco, l'amore per la pittura, per l'immagine, per l'arte figurativa, foss'anche fumetto, anzi, soprattutto fumetto, ecco... lo vedete tutto.


C'è tutta una bellissima postfazione di Lorenzo Viganò, dentro questa edizione, che ce la racconta, la storia di Poema a fumetti, e vi dicevo, a me piace, questo titolo, più del catchy Graphic Novel. 
Il titolo originale era un altro: La dolce morte, ma quando la moglie ha voluto, a insaputa di Buzzati, pubblicarlo, il titolo è stato cambiato. Questioni editoriali, posso capire, ma poema a fumetti mi piace. Non so a voi. 

Altre cose belle, da sapere, sono di come la presentazione del libro, attesissima, proprio con Indro, andò non fatta perché era fissata per il giorno della strage di piazza Fontana. E poi niente... forse da lì è un po' cominciato l'oblio del libro, chissà. Anyway... di che si parla, in questa storia?

Il mito classico di Orfeo ed Euridice, messo in chiave moderna. 
Alla fine, una rivisitazione di un mito, quindi. A livello di trama diciamo che non ci sono grandi sorprese. Ma è una scusa, la trama. 
In queste tavole, il gioco, è quello della citazione. Buzzati ne svela un po', ringraziando, all'ìnizio nomi come Dalì, Friedrich, Murnau, Fellini solo per citare quelli più famosi, con tanto di indicazione della pagina. Nella postfazioni si scoprono molti altri che avrebbero dovuto essere ringraziati, ed è tutto uno scoprire cose che non sapete, autori che non conoscete, pittori, fumettisti, scrittori. Ecco perché vi dicevo che vi sentirete ignoranti.

E poi c'è tutto quello che non sappiamo. Citazioni che magari sono lì, magari Dino ha copiato una tavola di un fumetto di Topolino o Diabolik degli anni '60 e noi no lo sappiamo, lui non l'ha detto, e la citazione è lì, in attesa che uno la riconosca e la scopra. E no, non è per niente facile che questo accada. Qualcosa è sfuggito sicuramente perché questo gioco di richiami è fatto di decine e decine di collegamenti. Non lo puoi leggere una sola volta, questo libro. Sarebbe uno spreco. 
Bisogna riguardarlo. Soffermarsi sulle tavole belle, e sulle molte che sono angoscianti, o su quelle che sono sensuali, in certi momenti, mentre in altri le trovi piene di dolore. Ecco... cambia, questo libro. Cambia come cambia la narrativa e l'arte figurativa, a secondo di chi legge o guarda. 

Io dico basta. Vi ho messo qualche tavola. 
Credo che me lo risfoglierò, questo libro. Una notte di queste, con un buon gin tonic abbondante, un foglio per i pensieri e le pagine che vagano lente. Forse ascolterò Aphex Twin, magari, che non so perché è una cosa che mi pare adatta.
Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma io dico basta. Is abbastanza. Devo farmi la barba, la doccia, cagare, cenare e andare a sentire Thom Yorke, che forse anche lui potrebbe andare bene, come colonna sonora. E in effetti è proprio ascoltandolo, oggi, che mi è venuto in mente il libro e di scriverne. 

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"Traditori di tutti" di Giorgio Scerbanenco****

Oh, vi racconto questa. 
No, non c'entra un cazzo col libro. Ma fa ridere. O piangere anche.
Allora, tipo un paio di settimane fa, forse un po' meno, ho piaciuto la pagina di Salvini. Volevo vedere, rendermi conto. Non ho fatto un grande affare, nel senso che è molto, ma molto peggio di come pensavo. In pratica, internet, per il leghista medio, è la pagina fb di salvini. Cioè si vede a km che non hanno altre pagine, che non leggono altre cose. Cioè, leggono solo lui, quello che lui posta, e la sua narrazione è completamente staccata dalla realtà. Ha creato un macrocosmo dove vigono leggi tutte sue, dove la realtà è quella che ha creato ecc... Vabbè, mi è venuto in mente il racconto Il Tunnel, del mio amato Durrenmatt, e ho capito che oramai non c'è più niente da fare. Dobbiamo solo aspettare lo schianto, ma il tunnel sarà molto lungo. 
Spero di morire prima. Detto questo, ho fatto un po' il troll. Ma non è che scrivevo tanto. Ho cominciato a copincollare dei commenti a caso presi all'interno dei suoi post e a metterli in risposta ai suoi stessi utenti. Che ne so, prendevo un commento rivolto alla Rackete e lo incollavo sotto il post di Concetta Esposito, per capirci. Ecco... mi hanno segnalato per violenza e razzismo e mi hanno chiuso il fb. Credo di essere un genio, a modo mio. Appena si sblocca continuerò. Magari proverò a fare il all'interno dello stesso post... vediamo quanto duro. Anyway... mentre facevo questi esperimenti sociali, ho anche letto. E mi ero talmente preso bene a leggere Venere privata, che ho deciso di provarci subito con l'altro famoso del Duca. Traditori di tutti. In cui per altro la Venere viene spesso richiamata, anche perché è temporalmente sequenziale, nei fatti.

Mi è piaciuto di più, ve lo dico subito. Un paio di scelte soprattutto. 
Il modo in cui è stato messo lo splatter, senza che sia splatter, per esempio. Sai, quando un energumeno va a uccidere un mezzo energumeno che fa il macellaio nella sua macelleria non ne possono uscire fiori e regalini. E mi è piaciuto anche il Duca, qua, il suo essere eroe poco convenzionale ma efficacissimo. E mi è piaciuto molto il finale, che è amarissimo. Giusto, ma amarissimo.
Diciamo che è un romanzo che ti fa dire qualcosa del tipo: Eccazzo! Ma allora è tutto una merda!!!
E ora capite che il discorso è collegato all'inizio del post. Più o meno è ciò che ho pensato sia durante la lettura del libro sia durante la lettura del fb salviniano. Con la differenza che nel libro c'è Duca Lamberti, che un paio di pezze, almeno, ce le mette. Pur rendendosi conto che, quando tutti tradiscono tutti, non è che le cose si sistemano. Ma almeno stai un po' meglio per conto tuo. Qualcosa di buono lo hai fatto. Piccolo, magari. Ma è sempre qualcosa. 

La vicenda. 
Il Lambro. Il fiume-cragna di Milano.Anche lui è protagonista.  I Navigli. Ci sprofondano almeno tre auto. Una per scommessa, due per sapiente omicidio, che apre il libro, tre per una bella vagonata di proiettili. Tutto succede all'inizio, non vi preoccupate. Non è spoiler. Così come vi posso dire che il buon Lamberti viene tirato dentro niente di meno che da... una imenoplastica. Eh sì, il libro è degli anni '60 e c'erano già le tipe che la davano a tutti ma poi se scappava uno da sposare, via di verginità promessa e trovare qualcuno ad aggiustare le cose se l'altro ci crede. Certo... magari andando a mostrare la patata accompagnati da una valigia misteriosa. 
Ecco. la valigia. Protagonista quasi come il Lambro. Qualcuno verrà...
E da lì, da quella valigia che attende, ecco dipanarsi una storia in cui non si salva nessuno. Non c'è uno che possiamo dire... Eh, ma poverino, è una vittima. No no. Ti viene solo da dire, man mano che escono le colpe, le cattiverie, i crimini (droga, armi, prostituzione, evasione...): Eh, ma allora è tutto una merda! 
Ebbene, sì.
E pure i cadaveri, ci sono. Anche qua. Non è un giallo. Non è un hard-boid antesignano, ma non è nemmeno del tutto un noir. Emerge, a fianco di Carrua (mi raccomando l'accento sulla prima a) il collega Mascaranti. Un bellissimo personaggio, mix di debolezze (simpatiche) e zelo (encomiabile). E anche i tre personaggi femminili, la assatanata da ricucire, la donna succube di uno dei cattivi per amore, l'americana vendicatrice, ecco... sono tre figure molto, molto belle. Donne con caratteristiche che hanno molti chiariscuri. Direi molto migliori degli uomini, in questo libro, a livello di tratteggio e costruzione del personaggio. Sui maschi si lavora forse un po' di più di cliché.

Poi?
Poi c'è quello che scoprirete alla fine. Che se magari pensavate di aver trovato il più cattivo, purtroppo, no, non era così... quello davvero cattivo è già morto e non avrete il piacere di vederlo morire quando sapevate di questa cattiveria. Pregevole scelta quella di scatenare una rabbia ex-post nel lettore. Ah! E alla fine c'è un moderno modo di vedere Milano, che qui è quella città ancora pulita, ogni tanto, deserta e limpida, ma col cuore nero di cattiveria e crimine, come oramai siamo abituati a vederla oggi. La provincia, invece, al crimine fornisce uomini e carne da massacro, ma è ancora molto staccata. Anche fisicamente, Duca, separa sempre i momenti in cui è a Milano e quelli dove è "in provincia". Sia questa Buccinasco, sia questa Pavia, vicino alla Certosa.

Sono a tre, comunque, con la tetralogia Lambertesca. Mi manca i ragazzi del massacro. Non ce l'ho. Ma lo recupererò a settembre, dai. Devo finire il ciclo. E per ora i milanesi ammazzano al sabato rimane il mio preferito, più maturo, direi.

E' tutto. 
Leggere questo post, se alcuni di voi lo leggeranno, quando lo pubblicherò su fb.... tra qualche giorno. :D

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"Ferengi" di Carlo Lucarelli***

Ferengi, se lo pronunciate Ferenghi, è un'altra cosa e no, non c'entra un cats con il ferengi di questa novella di Lucarelli. 
I Ferengi sono un popolo alieno umanoide di star trek. Non me li ricordo. All'epoca non mi piaceva, star trek, e forse in generale la fantascienza forte non l'ho mai amata. 
Comunque... un mesetto fa, in una delle mie rare, ormai, scorribande al banco libro, ho recuperato il numero due di questa collezione. I Corti di carta. Belli.
Lo sapete che io amo le novelle, vero?
Le storie di 50-100k, robe da 70-100 pagine che puoi leggere in una botta o due. Non troppe pagine per stufarti, ma abbastanza per costruire personaggi e mettere in piedi una storia con un minimo di complessità.

Tra l'altro, mentre scartabellavo su google, mi sono ricordato che i Corti di carta erano una cosa del Corriere della sera, che erano inediti scritti di proposito e che sono, esteticamente, gradevoli. Non dico che siano tutti buone storie, ma Lucarelli, narrativamente, è inutile menarla, è una garanzia. Ha qualità che gli sono innate, una scrittura accattivante, semplice, la capacità di non lasciarti con dubbi o perplessità, sulla trama, e una abilità non da poco di raccontare la storia senza dire la storia. Storia intendo la materia, non la trama. E poi sa di quello che parla, lo si capisce.

Ferengi, credo pronunciato come si legge, è il nome che la negra (sì, con la g, perché siamo in Eritrea, perché siamo nel colonialismo e perché, di fatto, è una schiava di una famiglia di italiani, che così la chiamano) dà al padrone ricco vecchio e mezzo moribondo che lei accudisce. Lo odia, lo straniero, il ferengi, ma poi capisce che non è quello che sembra. Lo odia lo stesso, ma c'è di peggio. La famiglia e gli interessi che gli stanno intorno, che come avvoltoi aspettano che lui muoia. E ci sono delle fotografie. La terza la vedete in copertina, sono perle, perle di una collana strappata. Da queste fotografie, con abilità di ottimo affabulatore, il Lucarelli ci spiega le cose, andando di analessi. Ci racconta il colonialismo italiano, di ieri, ma poi... c'è tanta differenza dal mondo di adesso? Ci racconta ieri, Carlo, ma ci racconta l'oggi. E niente... alla fine sì, ci arrivate all'umana miseria umana, allo schifo che siamo, che eravamo, che stiamo diventando. 
Potrei dire che una storia così Lucarelli, con gli avanzi dell'Ottava vibrazione, la scrive in un paio di giorni, ma sarebbe ingeneroso metterla sul Ti piace vincere facile. Questa è una bella novella. La leggi, subito, è corta, ti soddisfa, e impari qualcosa. Per esempio la parola ferengi.

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"Venere privata" di Giorgio Scerbanenco***

Voglio vedere se sono ancora capace di aggiornare il blog.
Se ha ancora senso.
Il mondo direbbe di no. Il mondo intorno, per quanto siate ottimisti, va implodendo in una decadenza sempre più veloce. Pensavo di essere abbastanza vecchio per sbattermene, ma non è così.
Le cose brutte hanno accelerato e non vedo modi che ne permettano l'arresto. Le stesse cose belle viaggiano sugli stessi binari di quelli brutte, con gli stessi metodi, in parallelo. Non si incroceranno. Vince il binario di chi ha il potere, e no, non sono quelle buone.
Quindi aggiornare il blog, parlare di un libro, parlare di una cosa letta, da leggere, diventa molto, molto superfluo.
Aggiungiamo che non leggo quasi più da molto, che forse poi non è nemmeno vero. Leggo tanto. Forse non leggo libri.
Ma uno ogni tanto sì.

Tutti i libri cominciati, comunque, li ho lasciati a metà.
Ci sono periodi in cui non vuoi gente che te la mena, in cui non vuoi leggere le cose dell'"anima", o delle emozioni, o dei paesaggi, o anche della fantasia. Forse era uno di quei periodi, e forse lo è ancora. Dev'essere stato per questo che ho preso in mano Scerbanenco. Erano lì da secoli, sia Venere privata, sia Traditori di tutti. Che sono i due che tutti i non traditori mi hanno sempre detto di leggere.
Quelli famosi. Quelli di Duca Lamberti, i primi, dove Duca nasce.
E per puro culo ho cominciato prima con questo.
Me lo sono portato sul fiume, una domenica di fiume, e miracoloamente non mi sono addormentato come un maiale a sudare e cuocermi, ma ho letto.
Abbastanza da quasifinirlo. E' un libro corto. Saranno 200 pagine. Anzi, dai, lo apro, è qui, e guardo. 222. Poi c'è una bio di Scerbanenco, che non ho ancora letto, ma per scelta. Ho cominciato subito l'altro: Traditori di tutti. Stessa edizione, stesso protagonista, e fatti in linea temporale a questo.
Insomma... che dire?
Che è volato.
Non so perché.
Oppure sì. Lo so. Avevo bisogno di una storia di quelle: oh, ciccio, è successo così e così, vuoi fare questa cosa? Okay, la faccio, ma poi da questa cosa esce un casino e pure ci scappano i morti. 

Ecco.
Così è la storia, più o meno.
Duca è medico, radiato, per eutanasia. E si è fatto tre anni di gattabuia. Ma il padre era poliziotto. E qualche mano gli amici del padre gliela danno, ma finiscono per trovargli un lavoro che sembra semplice (e impossibile) ma nasconde casini. Disintossicare Davide, un giovanottone che sembra non volerne sapere di fare un cazzo e si sta ammazzando a forza di bere whisky. Duca dice, okay, ma non funzionerà. Ma poi esce che Davide, un motivo per bere così, ce lo ha. Una frattura interna che crede di aver causato, ma che alla fine non ha. E allora?
E allora niente, Lamberti le ingiustizie non le sopporta. E non è uno che va sempre di parola. E' un bell'omone, e dove non arriva la convinzione, qualche botta ben assestata arriva. 
Si entra in una storia grossa, di prostituzione, di quella per bene, non di quella da strada. Ne esce una milano da bere dove vai dal droghiere e taaaaac ... sei del mestiere. Fa impressione come sia facile trovarsi due da trombare e facilmente omaggiare con del denaro. Funziona così, con buona pace dei benpensanti.
E una cosa del libro la capisci subito: è un libro datato, che racconta di tempi che non ci sono più. Dove guidare ubriachi era possibile, dove fumare era normale, ovunque. Dove i gay non erano gay ma invertiti e il giudizio era negativo a prescindere, con tanto di luoghi comuni sui froci. E niente, erano altri tempi. Se uno scrivesse adesso cose di questo genere vedremmo le frotte di benpensanti finti accorrere a dire quanto scandalo fa dire questo.
La figata è che la maggior parte delle persone brutte la pensano molto peggio.
Ma non deprimiamoci, torniamo a noi.
Di bello Venere privata, ha che scorre rapidissimo. La struttura è più da hard boiled, che da giallo. Si parte in media res, il personaggio principale viene presentato subito ma lo si sfuma con varie analessi, e poi, con una analessi ficcata in mezzo, si mostra la scena epifanica che ha dato il via al valzer di morti. Una prostituta per caso va a farsi fotografare e commette uno sbaglio.
Si suiciderà. Forse.
Ma il suo personaggio resta. Commessa, che non è poi così facile guadagnarsi la vita, a Milano, e si fa le ripetizioni, certo, ma ogni tanto... e capita di finire male.
Duca indaga. Ma non è un poliziotto. Non ne avrebbe motivo. Ma lo fa. Insieme a Davide e a Livia. Un personaggio che non vi dico nulla, ma è decisamente particolare. Livia è una fan di Duca. Una che insegue cause morali. Una che studia la prostituzione e si prostituisce per vedere come si fa, cosa si prova. Insomma. Il resto ve lo leggete. Già detto troppo forse. Ma anche no.

Vi dirò, non c'è paragone, per me, tra questo e Al mare con la ragazza. I temi sentimentali sono trattati meglio, e sono prevalenti, mentre qui si doveva soddisfare soprattutto l'azione.
Qualche volta, ma credo sia sempre dovuto a motivi di contestualizzazione, si storce un po' il naso, quasi come ci sia un raccontarla grossa, anche da parte di un medico. Tipo... che ne so, le quantità di whisky bevute dal buon Davide... okay, le accetto, ma non so se vuoi avete mai provato a scolarvi una bottiglia intera di whisky. No? Ve lo dico io perché, perché materialmente non ci riuscite. Figuriamoci un paio. Idem una certa Milano, che si vede che non esiste più. E a leggerlo in ottica di "guarda come erano le cose quella volta" direi che il libro assume una marcia in più.
Poi?
Non so.
Ieri ho fatto l'antitetanica e boh, mi fa male un braccio.
Il gin tonic con il basilico viene buono.
Ho rubato un girasole e rubare i girasoli senza rovinarli per trapiantarli è complicato.
Ah, sì, magari si intendeva altre cose del libro. Nessuna.
Da leggere, senza dubbio. E non solo perché è un bel libro, ma è molto didattico. Se hai voglia di capire come si crea qualche personaggio dentro un contesto noir, di far funzionare i meccanismi senza che il lettore storca il naso o si distragga, ecco, questo è un gran bel romanzo. E poi, a dirla tutta, son belli corti così, i noir.

E' tutto.
E almeno ho aggiornato il blog.
A presto coi traditori di tutti.


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"Azzurro elementare" di Pierluigi Cappello****

Da quanti mesi non aggiorno il blog? Bon... mesi. Non serve precisare.
Da quanto non leggo? Non mesi, no. Leggo ogni giorno ma non riesco più a finire nessun libro.
Solo le poesie. E ci metto tanto.
In questo caso, tantissimo.
Credo il mio regalo di compleanno, di Serena, per di più giustomasbagliato, ché mi sono dovuto modificare la dedica per non doverlo restituire. E io faccio gli anni in estate, per dire.
Ed ora è quasi di nuovo estate. Sei mesi per leggere 200pagine di versi.
Ma erano tante, le poesie di Cappello. Tante anche se non tutte, ma quasi.
Dal 1992 al 2010. Tutte le raccolte, o meglio, le due principali, offerte in senso cronologico. Assetto di volo e Mandate a dire all'imperatore.
Si tirano le somme, quando si muore, si sa. Chi resta, intendo.
E io non so voi che rapporto avete con la poesia. Io solo adesso, con un senso diverso del cogliere e del raccogliere, sono tornato a esse. Ci sono tornato con la voce alta e con la duplicazione della lettura. Con i contorni, che devono avere respiro calmo, silenzio, una relativa pace interiore. A metterci vicino Stato di quiete e Questa libertà, aggiungendoci che sto leggendo l'ultima pubblicazione di interventi in prosa, sono a buon punto con il leggere quasi tutto il suo pubblicato. Capita.
Non si può, inutile affermare il contrario, slegare il fatto che lo legga dal fatto che sia Pierluigi Cappello, che sia di qui, che ancora oggi, ogni settimana, mi capita di essere di fronte all'ultima casa che ha abitato, con quella tristezza da vuoto che giace intorno, con la vespa rossa di quello che ho sempre immaginato potesse essere suo fratello, ma non lo so, che passa fianco portone, con tutta la scia di erba calpestata dallo pneumatico lasciata sul piccolo giardino fronte strada. E ogni volta ci penso a quanta sfortuna ha avuto, e che è davvero un peccato, aver perduto questo germoglio di letteratura. E penso anche che è comunque bello che - nel male, nella sfortuna - sia andata così, con della fortuna, in fin dei conti. Un poeta che è un poeta e che per mestiere finisce per fare il poeta. Quante volte capita? Forse mai, in quest'epoca. I poeti, se ci sono, fanno altro. Mentre quelli che scrivono poesie non lo sono. Nulla di male, per carità, ma è bello sapere che questo libro che ho in mano è stato scritto da una persona che sapeva tanto, che lo aveva studiato a lungo, che era entrata dentro le parole degli altri, che ne aveva scelte di proprie, le aveva domate e rese migliori, e aveva accompagnato tutto questo a un vivere pieno. Detto questo, e detto che sono anche un po' in difficoltà con le celebrazioni post-mortem, che non sempre riesco ad apprezzare del tutto, meglio parlare del libro.
Il fatto di averlo letto in questi lunghi mesi me ne ha fatto dimenticare molte delle sensazioni, nel particolare. Ma non che è un bel libro, un libro completo, fatto bene, con una bibliografia esaustiva alla fine e le note dell'autore ad alcune poesie, alla fine, che sono preziosa luce. Avrei qualcosa da ridire, forse, sulle traduzioni alle poesie in friulano, che forse non sempre è precisa e a chi non parla la lingua potrebbe lasciare il senso che quelle poesie siano meno valide, meno dense, quasi più dedite al calembour e meno cercate. Non è così.
E' vero, questo sì, che l'ordine cronologico mostra una crescita. Si è migliorato, Cappello, e parecchio. C'è una ricerca della semplicità dentro una complessità poetica e lessicale che passa quasi inosservata, nei componimenti più recenti. E sono poesie in italiano, queste ultime. La cosa migliore, però, è non distinguere. Io ho la fortuna di parlarle entrambe, le lingue, a abbastanza bene, e adesso, se mi dite un verso, non so sicuro se vi saprei dire se è di una lingua o dell'altra ma ben tradotto.
Il nocciolo di un frutto, acerbo o maturo, è sempre quello.

Poi? Ah, sì. Parlavo delle poesie.
Non ce la farò a finire adesso questo post. Devo ancora cagare, vestirmi e farmi un caffè, prima di andare a lavorare. Ma penso che stasera lo finirò. E ora vedo se - in mezzo a queste cose umili - riesco a mettervi una poesia... che ovviamente scrivo per me, per salvare già questa giornata. E non buttarla.
Ecco. Per esempio ho voglia di rileggere e scrivervi la brevissima Elementare.

E c'è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
le tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.
E prima di volare al lavoro mi scrivo anche questa, in friulano, che ricordo bene perché era di quelle della raccolta iIl me donzel, che forse è tra le raccolte che meno facevano per me, quando l'ho letta, ma che in alcuni componimenti, pur con le rime, con qualche melodia forse dolciastra, mi rimaneva addosso. Questa è una di quelle. la XIX.

Lassaitmi cussì come
ch'o stoi cence rasons
cence vuadagn nì dam
doi vôi davierts ai fonts

rasonaments dal cîl
ch'al sta parcè che o stedi
fer cussì come ch'o stoi,
Lassaitmi achì ch'o sedi

la sissule plui scarte
ta l'aiarfuart di Avrîl
il svoledon di cjarte

poiât tal vert dal prât,
la maravee dal frut
ch'al dîs che al à svolât.

Ah si, vi devo scrivere anche la traduzione.
Lasciatemi così come rimango, senza ragioni, senza guadagno né danno, due occhi aperti ai fondi ragionamenti del cielo che sta perché io stia fermo così come rimango. Lasciatemi qui, che io sia la scheggia più a buon prezzo dentro l'ariaforte di aprile, l'aeroplano di carta posato nel verde del prato, la meraviglia del bambino che dice che ha volato.

Bene. A dopo.

Ed è passato un mese. Sì. Un mese senza riprendere in mano questo post.
E vabbè. Non ricordo nemmeno cosa stavo scrivendo.
E questa giornata non è delle migliori.
La mia unica mattina libera. E mi sono svegliato alle 9, pur avendo sveglie dalle 6.40 ogni quarto d'ora fino alle 8. Perché? Boh... non lo so. Ma pazienza.
Dovevo pagare l'assicurazione. Il tempo di un bonifico on line.
E invece? Non funzionava niente. Non trovavo la mail col preventivo, poi non funzionava il lettore del bancoposta, son dovuto andare a comprare le batterie, poi non riuscivo a cambiarle, poi ce l'ho fatta. un'ora e mezza sputtanata. Poi non funzionava il codice spid. Poi dovevo re inserirmi nelle graduatorie, ma per un errore tecnico risulta che sono stato depennato. E niente. richiesta al Ministero da 15 gg, e nessuna risposta. E scade domani. E vabbè. E il lettore mp3 che ho comprato per regalo della sister non funziona, o meglio, non si formatta più come le chiavette smerdate e blablabla.
Che poi, il vero problema è sempre quello: essere poveri. Non aver soldi per.
Tutte queste stronzate si risolverebbero immediatamente.
Ma non ci voglio pensare.
E allora mi è tornato in mente questo post, per usare questi ultimi minuti prima di andare al lavoro.
Perché da un mese ho questo Azzurro Elementare sul tavolino.
Perché mi sono accorto che in giornate così, con questa incompetenza che ti circonda, con questa cattiveria, con questo essere sfruttati dalle cose, con questo essere massacrati di password, di orari, di scadenze, di obblighi, di vita brutta e vuota, ecco, forse solo una poesia ti può salvare. 
Potrebbe anche una pagina bella, una canzone, un prato di papaveri, come quello di ieri, ma no, in realtà non lo fanno allo stesso modo.
Una poesia di chi è andato in posti dove tu non vai mai e te li ha tradotti in parole per ricordarti che ci potresti andare, per mostrarteli.
E questo libro è pieno di poesie così.
Credo che non lo riporrò tra i libri soliti, quelli già letti, nella parete dei libri già letti.
Credo lo terrò vicino, a dove scrivo e disegno, perché magari, ricordarmi che ogni tanto una poesia ti può salvare la giornata, è cosa buona.

E basta. Non rileggo nemmeno quello che ho scritto un mese fa.
Vi lascio i papaveri di ieri. Che erano bellissimi.
E c'era un tizio con 5 cani piccoli. Ereditati. Vedovo da poco.
E niente, lì c'era un sacco di poesia.



















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