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"Oscure Regioni Vol. 2" di Luigi Musolino**(*)

E mi sono letto anche il Volume 2, sì, con la mia bella dedica dei giorni oscuri che dice che il friulano è un dialetto per la quale a gigi andrebbero spezzate le falangette con martello pneumatico. Ma io lo perdono lo stesso.
E devo dire che mi è piaciuto di meno del Volume 1, che è pieno di pezzoni.
Però me lo devo rivedere, e rivedendomelo vediamo come mi ricordo i racconti, ché magari chissà, magari cambio idea.
Vediamo.
E come sempre faccio delle cose, mentre aggiorno, visto che ho ancora un'oretta per.

Allora. La lezione delle raccolte è quella di aprire sempre con un pezzone, se non il pezzone, e qua non si scappa, Les abominations des altitudes è un pezzone. Racconto ambientato sulle alpi, in Valle d'Aosta, in mezzo alle montagne gelato e che ti gela le ossa a leggere. Un horror classico, con tanto di quadernetto di appunti lasciato che svela via via le cose. Sono i dahu, i protagonisti, e andatevi voi a cercare chi sono, anche se forse è meglio non saperlo, soprattutto se avete in programma escursioni in alta montagna.

Il secondo è anche abbastanza classico, come storia, si chiama febbre, parte da un protagonista che ne ha tantissima, e tira dentro la Pantasema, una figura che nel Lazio conoscono meglio di me, che non la conoscevo proprio. Non è un pezzo indimenticabile. Di riuscito c'è la rivelazione di un personaggio, ma è una storia abbastanza stantdard, di quelle che più o meno, nella struttura, ti sembra di aver già sentito. Però è breve e scritta bene, e questa la salva.

Vagiti, il terzo racconto, ci porta in Toscana, dove per spaventare i bambini gli si racconta della Marroca. Voi lo sapete cos'è? Non ve lo dico. Ma mi ha fatto venire in mente due cose, questo racconto. Una, che da piccolo, quando non c'erano tutte le paure di adesso e da bambini ci lasciavano i pomeriggi liberi per andare ovunque fosse a tiro di bicicletta, una cosa che si faceva era andare nel collettore delle fogne, dove una fossa di liquami era separata da un'altra fossa di liquami da un muretto di una ventina di cm che, noi simpaticoni, attraversavamo in equilibrio. Adesso, che spesso vado a correre qui dietro casa e guardo quella cosa, penso che chiunque avesse perso l'equilibrio sarebbe morto di certo, perché in un laghetto di fogna non è che nuoti, soffochi. Ma allora non lo sapevamo. Ecco... forse, se fossimo stati in val di Chiana, ci avrebbero spaventato con la Marroca, che in quei liquami ci vive, e non ci saremmo andati, a fare quel gioco. La seconda cosa è una figurina degli sgorpions, i meravigliosi sgorbions. Okay... non trovo la figurina che ho in testa, ma ha a che fare con un WC e magari qualcuno se la ricorda. Tutto questo per dire che il racconto èsfrutta un orrore classico, e una paura che non è proprio così rara. Il difetto è quello di metterci forse un po' troppo a entrare nel vivo e pur spendendo molte parole per descrivere  i due personaggi, alla fine non si riesce a entrare in empatia con questa coppietta incinta. Il pregio è la parte finale, perché non è che in un racconto horror deve sempre morire qualcuno, a volte l'horror è ciò che resta e si salva.

Il Carnevale dell'uomo cervo invece mi è piaciuto assai. Un po' per il ritmo arrembante, un po' per l'epicità della divinità che non può non ricordare il finale della Mononoke di Miyazaki e a me anche un raccontone di Coltri, sempre ficcato dentro l'antologia Carnevale. Ecco, insomma... tutto figo. Non mi è piaciuto il finale però. Non ci voleva... quella concessione. Io le divinità le vorrei crudeli, senza alcuna riconoscenza. :) Ah, siamo in Molise, comunque.

Nato con la camicia, è il racconto in Friuli, e questo mi è piaciuto poco. I Benandanti, i nati con la camicia, figura folkloristica che invero non ho mai amato, forse perché erano stregoni buoni, sono i protagonisti. Ma è il racconto che non mi ha convinto. Più un giallo, che un horror, e con un commissario che non è riuscito a starmi simpatico e pochi personaggi incisivi. Un racconto lungo, tra l'altro, per la storia che contiene.
E poi mi ha scatenato un'altra riflessione. Vuoi vedere che non mi è piaciuto perché è il racconto sulla mia regione che io conosco e Gigi no? Ma allora anche tutti i racconti che ho scritto io faranno lo stesso effetto a chi li legge. Intendo quelli ambientati nelle altre regioni. Okay... ci si perde tempo, google maps, google street view, amici che ti traducono, i viaggi fatti... ma non si racconta di cose che si conoscono, è inutile. Invece però credo che no, o almeno spero. E' un racconto un po' meno buono degli altri. Manca un orrore vivo, tangibile, anche se la figura di un benandante cattivo è intrigante.

Siamo a metà, io ora sistemo le carte per la visita oculistica del pomeriggio, che poi finalmente ci vedrò di nuovo. E poi vediamo se mi avanza, o se ve la finisco domani, questa recensione.

E invece prima di andare a fare una minicorsa due parole sul brevissimo sesto racconto ve le dico. Corto, sì, ma non imprevedibile. Una costruzione non originalissima di un personaggio che si suicida, e un piccolo popolo, gli gnefri, gnomi d'Umbria, che appare e non è quel che sembra. Fine. Godibile, ma non tra i più incisivi.

E finalmente si torna al top, con Smeraldo, un racconto perfetto, con un incipit ottimo, un finale perfetto, e una costruzione fatta di analessi e pensieri, di vissuto e di mondo che cambia. Personaggi che ti entrano, che incarnano un'epoca, e la gente che vi vive. E poi c'è lui, Smeraldo, un essere che è l'incarnazione della parola "creatura", in vari sensi. Rabbia, paura, sensi di colpa, pudore, decadenza, pena... si provano tutte queste sensazioni. Questo mi è piaciuto, e come già detto nel post precedente, ci si allontana dall'orrore cruento, dagli sbudellamenti... ci sono più emozioni. Non sarà folklore classico, poi, questo che ispira la storia del Veneto, ma è quasi una creepypasta italiana, ed è cosa buona. Buonissima.

Ecco. Siamo domani, cioè oggi, e ieri era ieri, chiaro no?
Vediamo di rivedere, e rileggere.
L'ottavo racconto è A caccia, e non vi posso dire la figura folkloristica della Basilicata a cui si ispira perché il racconto è breve, e il nome, per assonanza, fa troppo da spoiler. Di bello c'è la costruzione in analessi dei due protagonisti, opposti come persone, ma identici come amici che vanno a caccia. Poi la solita storia di tradimenti... lui che si scopa la moglie dell'amico... e poi l'inaspettato. Forse. Anche qua, racconto leggibile, ma diciamo pure che lo si gode con la lettura e poi stop, ma non è colpa dell'autore, è che questa figura ha veramente già detto molto, e storie su di essa che siano originali sono davvero difficili da trovare. E questa non lo era,. pur essendo una buona storia.

Il penultimo ci porta in Trentino Alto Adige, e ci parla dell'om pelôs, anzi no, non ci parla di questo. Ci parla di quando lavori in ufficio, dell'alienazione della quotidianità. Un racconto bello, davvero. Nella terna dei miei preferiti, l'orrore psicologico, e psichiatrico, se vogliamo. Un racconto orwelliano. Di quando un collega al lavoro s'ammazza ma tutti ti dicono che non è successo che quel collega non esiste. Cose così... Sembra, ma forse solo a me, che ho letto anche gli ebook di gigi, che ora non ricordo, ma che ricordo, ecco, mi sembra che questa ambientazione, questo tema, abbiano ancora molto potenziale. Ecco, se devi scrivere un libro lungo, ricordatelo. Ufficio e montagne, di queste cose scrivi bene, ciccio.

Ultimo, un titolo che è già un programma, nella sua semplicità: Soltanto una povera vecchia. Che poi è la protagonista, pazza, anzi pazzissima, nuova inquilina di un ospizio dove c'è un equilibrio di salute e malattia, dove pure chi ci lavora non è immune all'effetto di un ambiente che è decadenza fisica e mentale. Ma questa vecchia forse non è proprio una vecchia qualsiasi. A livello di fantastico, questo, è il meno credibile, visto il finale quasi pirotecnico, a livello horror, intendo, ma mi sa che proprio questa è la sua bellezza. E niente... con le streghe Gigi si trova a suo agio. Un buon racconto comunque, e mi sono piaciuti i presonaggi.

Ecco. Ho finito.
Sono contento di aver letto un po' di cose tranquille, veloci, facili, con questa gran scorrevolezza. E' bello iniziare un racconto e sapere di finirlo. Ed è una caratteristica di tutti i venti pezzi di queste Oscure Regioni. Ce ne fossero, di pubblicazioni così. Ed è bello il filo rosso trovato per unire, anche se a tratti potrebbe aver fatto da freno, piuttosto che da stimolo, ma solo per due o tre cose
E poi boh... direi basta, ho scritto pure troppo. 
Ora metto due neretti a caso, pubblico, scarico un disco nuovo da ascoltare e ci vado a correre, che poi pomeriggio si lavora.

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"Oscure regioni Vol. 1" di Luigi Musolino***

Vi rompo sempre il cats che non leggo mai un cats ma invece no, non è vero, perché un mesetto, un mese e mezzo fa, questo libro di Gigi lo avevo letto.
Lo avevo letto perché erano racconti, perché è di Gigi e perché sapevo di potercela fare, a finirlo, nonostante le mie peripezie di letture che continuano (Per dirvi, sto cercando di leggere un Meneghello meraviglioso e ho ricominciato 4 volte, leggendo per 4 volte le prime 25-30pagg).

Comunque, oggi che lavoro ma non lavoro, mi sono detto, eccheccazzo, non posso continuare a tenere questi due volumi (eh, sì, ho letto pure il secondo) qui vicino. Bisogna che ne elimini almeno uno. E lo stavo facendo, ed ecco che come per miracolo mi scrive pure il Gigi per chiedermi se la nebbia degli Alice in Chains mi è piaciuta, che sì, tipo ci scriviamo due messaggi l'anno, e adesso mi ha lasciato la paura che mi abbia installato una microcamera qui del pc e mi spii...
Ma a parte queste casualità galattiche, ecco, torniamo al libro.

Libro che nasce dal Trofeo Rill, che Gigi è abbastanza abituato a partecipare e vincere, e libro che sviluppa una cosa per cui lo odio, perché l'ho fatta anche io, anche se leggermente diversa.
Lui ha scritto venti racconti, uno per ogni regione d'Italia, con le sfumature dell'horror o al limite del fantastico, ognuno dei quali ispirato a una figura del folklore regionale.
E niente... il fatto che l'abbia fatta pure io con gli yokai, prima di sapere che l'avesse fatta lui, vi dice già che è un'idea che trovo una figata. C'è dentro quel mix di fantastico.didattico che io ho sempre sostenuto, quella del lasciare chi legge con qualcosa in più, in questo caso, il conoscere una figura mitologica che non si conosceva, e magari qualche luogo, qualche cibo, qualche particolare insospettabile legato alla regione.

Siamo amanti della provincia, io e Gigi, del piccolo, del paese, delle voci dei boschi e dei prati che ti corrono vicino quando vai a correre vicino a loro. E non mi stupisce che ci sia convergenza verso la località folkloristica, verso le storie che ti spaventano da bambino e verso i misteri che vorresti esistessero eppure non vorresti mai svelati. Non poteva essere altrimenti.
E questo essere, questa tendenza, è uno dei motivi che mi ha spinto a leggerli con piacere e curiosità, questi volumi. Ah, il titolo è "Oscure regioni" anche se quel re-re mi fa un po' così e mi sarebbe piaciuto di più Regioni Oscure, da pronunciare soprattutto, ma sono un cagacazzi e lo sapete.

Ma veniamo al libro, a questo volume 1, a queste prime dieci regioni raccontate.
Devo andare a rivedermele per parlarvene, anche se vi posso già dire che alcune le ricordavo per averle lette già, e vi posso dire che questo Vol 1 l'ho preferito al Vol.2
E allora andiamo, suvvia, sfogliamo questo libro.

Malanina, è la protagonista della prima storia, e come per ogni raccolta che si rispetti, il primo racconto deve fare il botto. L'ho riletta con piacere, la storia, ed è quel tipo di storia che piace a me. Parte da un orrore classico, un oggetto che appartiene alla strega, un'indagine di uno studioso che si tramuta in maledizione, un narratore esterno alla vicenda che diventa pian piano parte della stessa. L'inizio in media res, descrizioni crude di realtà che annichiliscono, perché c'è semplicemente la descrizione umana del dolore. Del dolore nostro, della perdita, e di quello fisico, declinato in sofferenza. Questo, insomma, è un pezzone. Se mi chiedessero a bruciapelo di una storia sulle streghe, le masche delle Langhe, in questo caso, dicevo, di una storia che ti faccia cagare in mano, ecco, questa è sicuramente tra quelle che mi verrebbero in mente subito.

Lu regulu, è il protagonista del secondo racconto, o meglio, il coprotagonista, perché il protagonista è alle prese con ben altri orrori, prima di incontrare questo animale mitologico dei contadini abbruzzesi. Tipo confessare la sua omosessualità ai genitori, per dirne una. Anche questo un buonissimo racconto. E a differenza delle masche, che son famose, nulla sapevo del piccolo Re.

E poi c'è il gatto mammone. Una storia napoletana, di camorra, di superstizione, di carte da gioco. Ancora un racconto che ricordavo bene. Non all'altezza dei primi due, secondo me, ma bello pure questo. Ma poi, cosa ho da obiettare io a un racconto sul Gatto Mammone, a Giggggi che è di Napoli e c'ha il cognome di un brigante. Quello viene a casa mia con degli scagnozzi e mi mena. :D

Poi c'è un racconto pugliese, di Nanni Orcu, che però parla di passato, perché si sa, ce lo si può lasciare dietro le spalle, andare lontano, fingere di dimenticare, ma i mostri del passato sono là, in attesa, pronti a chiedere il conto, se ancora non è stato saldato, o a chiederlo anche quando non c'è nulla da saldare. Anche questo racconto mi è piaciuto, comunque, e hanno, questo e i due precedenti, la lunga distanza dalla loro. Più lunghi o più corti avrebbero reso meno.

E la Sibilla? Da dove la frase "sibillina"? Perché ci sono prima i monti, che le frasi, di sibillino. E può essere che vi scompaia una bambina, e poi boh, dov'è finita. A volte i bambini scompaiono nel nulla, soprattutto quelli che hanno qualche disturbo. Ti volti e... puff. Ne abbiamo tanti di questi casi. A volte si ritrovano vivi, a volte morti, a volte non si ritrovano. Non subito per lo meno. Come qui, dove Eda diventa qualcosa che la scienza non sa spiegare, con i suoi occhi d'avorio, come se fosse una statua d'Atene. Bello, anche questo, anche se forse s'allunga un po', ma regge sempre, non ci si annoia, e insomma.... si legge.

Molto bello, invece, o almeno tra i miei preferiti, il calabrese Cani d'acqua, ma io qua sono di parte, perché i mostri marini sono da sempre i miei preferiti e non poteva non piacermi questa storia fatta di mostruosità da marinai. Il mare, si sa, non perdona.

Ma non è, il precedente, il mio racconto preferito. No, perché il più bel racconto che c'è qui dentro, anche perché è il più personale, i nastri di Larry, forse, ma anche perché è quello dove manca l'horror, o meglio, c'è, ma è declinato al 95% in fantastico-romantico, e manca di quella componente splatter che alla lunga può stufare, se attesa. E qui si resta sorpresi, sia dalla direzione, sia dalla scelta dell'elemento folkloristico, moderno e non classico. Siamo sul lago di Como, mi pare di ricordare, ma non è importante. Siamo su un lago, in Lombardia. E niente... i laghi sono misteriosi quanto i mari, zeppi di creature misteriose.

Di Sa Reina, invece, già sapevo. Me lo ricordavo bellissimo, e invece è solo bello. E credo sia perché sono cambiato un po' io e certi meccanismi oramai li ho già letti. Resta un gran bel racconto horror, ambientato in Sardegna, e con un finale aperto che è la cosa migliore del racconto. E' comunque molto lovecraftiano, e piacerà agli amanti del Solitario.

Si chiude con Crustumium, di cui non sapevo, che rispolvera il mito delle città sprofondate e ce lo mette in Romagna. Era forse il più difficile, questo elemento folkloristico, da tramutare in horror, e qui ci si avvicina davvero a pantheon di Lovecraft, però è l'unico che mi ha coinvolto poco, pur essendo un racconto più che dignitoso.

bene. Ora mi lavo e vado a lavorare. Non ho molto altro tempo per. E quindi di un difetto e di un pregio che vi dovevo dire, vi dirò nella rece al prossimo volume.
Accontentatevi. E leggete Musolino, se vi piacciono i racconti belli.



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"Il mio romanzo viola profumato" di Ian McEwan****

Ho pochi minuti perché ho voglia di avere pochi minuti.
Perché subito vado sul fiume, a cercare di leggere qualche pagina di Meneghello.
Perché domani vado a Milano per vedere i National venerdì. E anche i Franz. E anche Umberto Maria Moltheni Stella Maris Martini. E non mi va di lasciar morire il blog, perché ancora qualcosa leggo. Poco. Pochissimo. Ma qualcosa. 
Di leggere non si smette mai.
Questo libro l'ho comprato in libreria mentre ero in cassa, costava 5euro.
Ho letto McEwan e mi sono ricordato che di McEwan non ho letto un cats, ma ho letto abbastanza per sapere che è bravobravissimo, con le parole.Magari chissà, un giorno leggerò i suoi libri famosi.
Ma per ora ho letto questo.
L'ho comprato per leggero a e con Giulia, e infatti gliel'ho regalato. E glielo devo pure restituire.
Dicevo, che è un racconto. Il mio romanzo viola profumato.
Ma ci sono due titoli, nell'indice, e io ho cominciato a leggere il secondo, pensando che fosse un racconto, e invece non è un racconto. E' un saggio. Un saggio che se lo leggi con attenzione narrativa, anziché saggistica, non capisci un cats. E quindi niente, fate finta che sia solo il racconto, di cui vi parlo, anche se poi, del saggio, ho riletto, ed è interessante, ma non proprio così tanto. Il saggio si intitola "L'io" e parla di cervello, di natura umana, di se stessi e dell'idea della prima persona, che non fu cosa scontata nemmeno in narrativa. Le parti più interessanti, in effetti, sono state proprio quelle che raccontavano storicamente quando la narrativa ha cominciato a raccontare l'interiorità dell'autore. La filosofia, insomma, è scienza più antica della letteratura. E l'io, a causa dei social, è cambiato in maniera drastica e velocissima, si parte da questa considerazione. E basta, non vi parlo più del saggio.

Il racconto. Il racconto è bello. Molto.
Per alcuni motivi.
Il primo è che siamo di fronte a un racconto i cui protagonisti sono gli scrittori, due, e il narratore è uno scrittore. Lo sapete vero, cosa penso io dei racconti in cui il protagonista è "uno scrittore"? Che fanno cagare. Che sono anacronistici, ridicoli, e figli di dell'ego e dell'ingenuità. Come dite? L'ho toccata piano? Può essere. Ma McEwan la risolve ambientando il pezzo in un tempo in cui fare lo scrittore poteva essere ancora professione, e da quella partenza evita gli altri due problemi. Quindi ci lascia in mano una storia credibile, e dove l'ego c'è, ma è quello dei protagonisti, ed è proprio il tema centrale della storia.

Seconda cosa. Il racconto è di quella lunghezza che io adoro. Chiamiamola novella, se volete, qualcosa che sta tra le 50 e i 100k, e questo è più verso la distanza breve. Mi chiedeva, un tizio via mail che non ricordo chi fosse, delle storie corte da far leggere ai ragazzi per avvicinarli alla lettura. Ecco, questa è una di quelle storie. Scritto bene, semplice, e che, alla fine, ti fa fare "Ohh" e non come i piccioni cerebrolesi di Povia, ma un Ooh che ti aspettavi, che era già sotto i tuoi occhi e che ti viene fuori col sorriso. C'è un bastardo, in questa storia, e se ti può stare simpatico un bastardo, che fa una bastardata, ecco, qui c'è.

E poi? E poi niente. Non vi dico nemmeno di comprarlo. Nel senso che è il tipico libro che potete leggere in Feltrinelli stando seduti a prendere l'aria condizionata, quando avete un'ora da buttare.

Basta così, dài. Vado a farmi i panini, pollo-mayo-pomodorini-mozzarella. E poi prendo le birre, che le devo finire, visto che col ritorno mi metterò a dieta seria. E metto giù questo libro sopra pippi calzelunghe.  

Altre cose?
E' uscito Eminem. E lo sto ascoltando. E mi fa capire che porcozio, è bravo. Inutile menarla. 
Sono usciti i Justice, i Mogway, ma devo ancora ascoltarli.
Ho fatto la sangria, e ho perfezionato le regole poetiche per il suo confezionamento. 
E poi niente. 
Sono senza soldi di nuovo e mi chiedo come ho fatto. 
Ma ho un bel blocco di Mirò su cui disegnare con dei pastelli bicolore.
E ho scoperto che Gaudì è oltre ogni cosa comunicabile in fatto di genialità.
Anzi. Vi dico che Gianfranco mi ha mandato una poesia di Tavan, da scrivere sull'osteria. La trovate qua, sul sito in friulano. ma io ve la scrivo qua sotto. Diffondere poesia può salvarci un po', da questo mondo sempre più brutto, sporco e cattivo. 

La poesia e forse i gatti. I miei gatti neri. Che magari che ne so, ne volete uno, e io ve li faccio vedere. Sono neri, satanici, antifascisti. Un affarone, tranne che per le vostre tende.



Bum
di Federico Tavan


Nô inclaudatz
uchì
a scrive poesies.
E soi sigûr
che chista
e n’eis poesia.
Eis la storia de un treno.
E soi sigûr
che su chiel treno
al era
un barbon
un emigrant
un operaiu
una studentessa
un pare de famea…
E soi sigûr
che al barbon
al à la mê etât
cença dincj cença ciavei
e al rît e al vai
e a nol va da nissuna banda
e nol à nissuna valîs.
E soi sigûr
che l’emigrant
al à cincuantatrè ans
e al ven da la Gjermania.
E soi sigûr
ch’al va in Sicilia
e inta la valîs
na stecja de cjicolata.
E soi sigûr
che l’operaiu
al lavora a l’Alfaromeo.
E soi sigûr
ch’al à coratadoi ans,
inta la valîs
l’ultima paa.


E soi sigûr
che la studentessa
eis mitant biela
e à disissiet ans.
E soi sigûr
ch’a va a jode Roma;
inta la valîs
na machina fotografica.
E soi sigûr che al pare de famea
al à i ocjai sessantadoi ans
un nevout a Bari
e inta la valîs
“la cena per i suoi rondinini”.
E soi sigûr
che i stan spietant alc
e i rît
e al treno al rît
e li valîs i rît
e la democrazia
platada sot i binarius
come sempre
a rît.
BUM


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"Macerie prime - sei mesi dopo" di Zerocalcare****

Ho solo mezzora. Poi devo andare al lavoro e via senza pause fino alle sette. E ammazzerei subito quelli che dicono e sono convinti che gli insegnanti "facciano tre mesi di ferie l'anno".
La gatta numero tre, Zapata, quella schiva e magrissima, sta partorendo qui di fianco. Già visto che sono per l'ennesima volta tutti nerissimi. E niente, Armero, il mio gattone di fiducia, rules.
Io ascolto i Ghosts.
Belli.
Adatti anche.
Fuori è tornato il sole, ma è un sole meno forte, stanco, forse anche stufo.
Mi fa strano scrivere di Macerie prime, vuoi perché oramai le graphic novel sono le uniche cose che riesco a leggere, ma vuoi e soprattutto perché le macerie sono quello di cui si parla là fuori.
Ne sto vedendo di tutti i colori, dagli ingegneri improvvisati, agli sciacalli che non hanno limite se non l'infinito.
Mi chiedo se ci sarà un inferno su questa terra per queste persone e se ne sapete di un crowdfunding per sterminarle avvertitemi.

Anyway, non è di questo che si deve parlare, qui, ma di Zerocalcare.
E devo dire grazie a Luca che ogni volta si compra e mi presta gli Zerocalcare, perché altrimenti non leggerei niente. Anzi, sto leggendo, un anno dopo, anche il suo regalo di compleanno ed è bellissimo. Ma di questo vi dirò.

Passiamo al libro.
Intanto l'incipit è una figata. Leggi con la paura di non ricordarti macerie prime di novembre e il buon Zero ci dice, Vuei, senti, guarda che anche per i personaggi sono passati esattamente sei mesi dalla volta scorsa e non si sono sentiti, quello che non ti ricordi tu può essere che manco loro, e così io sono andato tranquillo.

Sapete quanto è passato dalle righe precedenti? Quasi una settimana.
E non sono riuscito a trovare il tempo per.
Ho lavorato. Troppo davvero.
Il primo che mi chiede se sono ancora in ferie, pensando che chi insegna non lavora, muore.
Anche perché sono esaurito mentalmente e fisicamente. Nel senso di malattia, non nel senso di modo di dire. Quindi ho le crisi d'ansia, gli istinti suicidi e quelle cose lì, che ti vengono quando sei talmente stanco che non puoi fare più niente di bello o di cose da salvare.
Cose tipo andare al cinema a correre o leggere o a vedere un concerto.
Ora però dovrebbe essere finita.
Piove, e sono contento che piova.
O sono comunque troppo stanco e sfinito per pensare che fino a che lavoravo c'era un sole da 40 gradi e col primo giorno di ferie piove e la temperatura è scesa di venti.
E quindi va bene la pioggia.
E tutto questo, tutta questa normale sconfitta, è molto zerocalcariana.
Come posso non apprezzare questo fumetto, che poi a chiamarlo fumetto è davvero riduttivo, o almeno, lo è per il senso che ha la persona media della parola fumetto.
Questo è un libro, dove la sceneggiatura e il contenuto sono almeno un terzo e un terzo del valore dell'opera. L'altro terzo ovviamente sono i disegni.
Ma i disegni oramai sono quelli che conosciamo meglio, giusto?
E allora mi sembra davvero che l'unica cosa che devo dirvi, riguardo a Macerie prime, sei mesi dopo, è che dovete arrendervi all'idea che se avete amici che leggono e a cui regalate libri, di solito, potete davvero cominciare a pensare di regalare uno Zerocalcare, ché forse magari siete finalmente originali e apprezzati. Perché in questi due Zericalcari, credo davvero che l'arma vincente sia una ottima costruzione del viaggio dell'eroe, Zero, e di tutti quelli che sono gli alleati (gli amici di Zero) e i nemici, che sono quasi sempre irreali. Anzi, sono fusi ai guardiani della soglia.
Come lo scontro armadillo-panda, ovvero coscienza ed egoismo, più o meno.
E dico più o meno, perché davvero glielo dovete dare voi un ruolo ai personaggi di Zero, perché vi ci ritrovate sempre, ma mai pienamente. Avete avuto armadilli, nel vostro dentro, avete avuto Panda juventini, hanno vinto e perso, e forse molti di noi non sanno nemmeno quando.
E allora è un bel viaggio nel nostro dentro, queste macerie prime, ed è un fatto, si ride di meno. 
Lo spasso si è fatto superare a destra da almeno due cose: la storia avvincente e il desiderio di dirci qualcosa. Qualcosa sui brutti luoghi e sulle brutte direzioni in cui stiamo andando.
E va bene così.
Almeno a me, va bene così.
Io che sono sempre molto simile a Secco, io che a me va sempre bene, dicono sempre.
E in effetti lo penso, perché è vero. Ma ogni tanto forse, come Secco, il prode Secco delle cause, delle risse, delle molotov, del disinteresse globale per tutto, ecco, lui, qui, parla, dice. E forse le cose più belle di tutte le Macerie sono messe in bocca a secco.

Come dite? Non si capisce un cazzo di ciò di cui sto parlando? Vero. Avete ragione, più che una recensione pre, sembra una post fazione. Ma come direbbe Secco, cazzi vostri.
E quindi?
E quindi niente, forse ci sentiremo preso, forse no.
Sappiate che c'è il film del prmo grande Zerocalcare. 
Ma se è per quello c'è anche un film su KenShiro, e sì, le due cose sono estremamente collegate.
Avremmo bisogno di alcuni KenShiro, eroi che mettevano la propria violenza al servizio della propria pietà. In fin dei conti, ora i cattivi esistono, e si sprecano.
Poi potrei dirvi che ci sono un sacco di cose.
Cose belle. Da fare.
Io non le farò.
Non andrò a cena con la balena, a Palmanova, per ricordare Basaglia, perché sarò a Milano a vedere i National. E stasera, per dire, c'è Marky Ramone, a Osoppo, aggratis, o Poggi, a terenzano, aggratis, o Doro, a Blessano, aggratis. Ma forse farei bene a spendere quei pochi soldi che ho per prendere una pizza ai miei, che sono sempre più vicini a scomparire, e credo siano le cose che scompaiono, quelle a cui dedicarsi di più.
Potrei dirvi anche che sono usciti gli Interpol, inutili ma ascoltabili, gli Alice, belli, ma pensavo anche meglio. E poi non so di altri. Aspetto Murubutu, altro non aspetto. Altro aspetterà.

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"La Casati - la musa egoista" di Vanna Vinci****

Giulia mi ha prestato un libro, una graphic novel, di Vanna Vinci
E l'ho letto a tratti, come si fa con le cose belle che non vuoi finire, ma poi sempre finiscono. 
Perl restano lì, e hai la contentezza di averle scoperte.
La novel ci racconta la storia di Luisa Casati.
Voi sapete chi è?
Ecco, se non lo sapete, scopritelo, e scoprirete cose meravigliose.
Se invece siete meno ignoranti di quanto ero io, e sapete chi era Luisa Casati, bene, buon per voi, ma un po' di meraviglia improvvisa ve la siete persa.
Perché è bello meravigliarsi, scoprire cose che non sembra possibile esistano, e invece sono esistite.
Anche se è brutto pensare che alcuni decenni fa, certe cose, potevano esistere, e adesso sembra di essere tornati indietro, di aver ricevuto una racchettata di medievalità in piena faccia, e di stare continuamente sanguinando, con le ferite che vanno infettandosi.
Sono pessimista, lo so. Ma come si può non esserlo?

Eppure questi libri, queste belle cose, questo tratto schivo e acido di Vanna Vinci, ti fanno bene. 
Mi ha fatto bene leggere di questo personaggio.
La Casati, la musa egoista, è il titolo completo, e alla fine ci sono bozzetti. La prefazione è di Natalia Aspesi. E la storia ce la racconta lei, soprattutto, in prima persona, e mentre parla intervengono quelli che l'hanno vissuta, conosciuta, scopata, dipinta, raccontata, fotografata..
E si parla di gente come D'Annunzio e Man Ray.
Anzi, vi copincollo la minibio riportata a descrizione del libro dal sito della Vinci.
Biografia a fumetti della strabiliante marchesa Luisa Casati Amman, nota come La Casati, ritratta da Boldini, Man Ray, Balla, d'Annunzio e molti altri. Nata a Milano nel 1881 e morta a Londra nel 1957. Ereditiera di un enorme patrimonio quando era adolescente, sperpera tutto in feste, vestiti, ninnoli e animali selvaggi. Provocatoria e stravagante, il suo unico intento era stupire e scioccare.
Ecco.
Tra l'altro, io a vedere la copertina, la prima cosa a cui ho pensato è stato David Bowie. E poi, alla fine, una sottile linea di contatto, col Duca, a livello di immagine, di provocazione, la si può anche trovare.
Comunque, visto che stiamo parlano di una persona vera, morta povera e borderline nel 1957, un paio di foto ve le metto. Foto vere, intendo. Per vedere com'era, come ha ispirato i disegni, che vi metto più sotto.
Del lavoro della Vinci non vi posso dire più di tanto.Io non me ne intendo di fumetti. Disegno, dipingo, ma il fumetto è qualcosa che non appartiene ai miei interessi anche se mi piacciono molto. Posso dirvi cosa mi sembra da persona che non ne capisce un cazzo, quello sì.

Vi posso dire che mi è piaciuto moltissimo il carattere dato alla marchesa Luisa, la fragilità, soprattutto, non riesci a staccarti dalla testa, in tutta la storia, in tutti gli eccessi che compie, l'idea che sia una persona da preservare, da difendere.
Credo siano i disegni, i quadri aperti con molto bianco, le irregolarità delle tavole, a dare una parte di quest'impressione di fragilità. E' un personaggio sghembo, la ricca marchesa, decadente, e in molte tavole i suoi occhi bistrati si fanno così neri che pare essere diabolica. 
Invece è solo sbalordita, folle di vita. 
Una timidezza, ci dicono le cronache, uccisa ogni giorno con le pantere che portava al guinzaglio, con la nudità ostentata, con le feste folli e costosissime e mascherate cui non poteva rinunciare.
La timidezza è un mostro che può annientare, ma farlo facendoti diventare un fuoco d'artificio, di quelli che durano poco, ma dove tutti fanno Oh.

E nu sono piaciuti gli altri. 
Il contorno di questa Marchesa, di questo personaggio che ha usato il proprio denaro per usare il proprio denaro. Mi ha ricordavo Veblen, un economista altrettanto folle, con la sua teoria della classe agiata, e boh, non so, me lo ha ricordato e basta. 
Qui dove siamo? Chi troviamo?
Sicuramente D'Annunzio è quello più in vista, quello che forse sembra aver avuto più parte nella vita di Luisa, quello che ne ha amato il corpo. Sono poesia, gli interventi di d'Annunzio. Ma ci sono anche quelli critici, di stilisti e pittori e fotografi che ne coglievano anche i vizi, l'egoismo, appunto. Ma ciò che ho trovato bello, è stata la totale assenza di crudeltà e di vittimismo. Certo, alla fine, scena iniziale tra l'altro, c'è quella sensazione di compatimento, ma dura un attimo, perché poi si è travolti dalla cavalcata di questa magrissima valchiria-
Poi lo so, dovrei raccontarvi qualcosa, qualche fatto. Ma io non vi voglio rovinare niente. Posso dirvi parole. Oppio, sfarzo, sedute spiritiche, pettegolezzi, sesso, eccessi, classe, miseria, solitudine. Ecco... queste parole, ci sono nella vita de La Casati, e le si ritrova tutte nella graphic novel della Vinci. Insomma... io trovo che sia davvero un gran bel lavoro.


Se dovete fare un regalo a gente che ama l'arte, le cose belle, la curiosità e i fumetti belli. Ecco... valutatelo. Ora basta. Metto via. E vi metto qualche tavola, così vi fate una idea di.



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"Morire di classe" di Basaglia/Ongari/Cerati/Berengo Gardin****


Un paio di settimane fa c'era arte non mente.
E' una manifestazione che fanno a San Osvaldo, che per chi non fosse di Udine è il centro di salute mentale ed ex-manicomio.
Siamo la regione dove Franco Basaglia ha operato. Sua moglie di cognome fa Ongaro, e diciamo che forse abbiamo, in qualche modo, un legame forte, con il problema della salute mentale.
Mi piace andare ad Arte non mente perché è bello, c'è arte, ci sono cose belle da vedere, ci sono quelli che hanno una storia da raccontare che non è facile da leggere, e che infatti a volte ti fanno ridere, o piangere, o paura, ma non riesci ad entrare nella loro storia.
Una cosa bellissima, e terrificante, ma bellissima, che penso ogni volta che vengo qui, è che non puoi mai dire chi è sano e chi no. Il concetto di sano, che crediamo nostro e intoccabile, quella linea che crediamo ci divida, ecco, qui non c'è. Solo chei viene in occasioni come queste capisce cosa intendo.
Un paio di settimane fa, Salvini ha dichiarato che vuole riaprire i manicomi, togliere i malati dalle famiglie e rinchiuderli, o comunque qualcosa che suonava molto simile a questo. Io non so, non ho molto interesse a sapere come la pensate politicamente, ma vorrei che voi veniste una volta a San Osvaldo, o che semplicemente leggeste e sfogliaste questo libro. Lo trovate qui, in pdf. Lo scaricate e lo leggete. Ci mettete meno di mezzora.
Io non so quale rapporto avete voi, con la malattia.
Io so che Giorgia, mentre eravamo lì a bere birra e mangiare dei panini buonissimi, mi ha fatto presente una cosa.
Facevo le facce. Io faccio sempre le facce. Chi mi conosce lo sa.
Che ne so... prendo la schiuma del caffè macchiato e fingo di essere zombi sbavandovi sulla maglietta e blaterando "ti pvego aiutami..." oppure fingo la doppia personalità sussurrando fra me e me "uccidi quella troia" "stai zitto che ti sente" "uccidila uccidila mentre dorme" ecc.
Ecco... Facevo le solite cose, insomma.
E mi è stato fatto presente che io dovrei essere qui, e che in altri tempi questo sarebbe stato il mio posto.
Per i miei attacchi d'ira, gli istinti suicidi, le piccole follie, il non dormire, il girare di notte, il fatto che fosse per me non parlerei. Tutte cose che sì, sono normali, ma potrebbero anche non essere normali. Dipende da come le guardi, da chi le guarda, dal senso degli altri per l'essere tuo. 
E allora ecco... dicevo, io non so voi, ma questa a me, è la cosa che spaventa più di tutte, nella vita. La perdita della libertà, per motivi mentali.
E uno come Salvini che si permette di dire che situazioni come quelle che vedete in queste foto, che potete vedere in questo libro fotografico, ecco... non so. Uno così non dovrebbe esistere. Dico davvero. Non dovrebbe esistere una persona che si augura un ritorno a queste cose.

Ma vi devo parlare del libro. Il libro era gratis. Il progetto era di ristamparlo. Perché il libro dalle librerie è scomparso. Il libro è del 1969, lo ha voluto Franco Basaglia. 
Le fotografie sono di due fotografi che poi sarebbero diventati qualcuno e che all'epoca erano giovani. Sono Carla Cerati, e qui sul sito trovate altre foto, e Gianni Berengo Gardin
Le foto sono molto belle. E non sono così forti come si potrebbe pensare. Sono l'immagine di un universo che vorreste non fosse mai esistito. Non so come state messi con la pietà umana, non so se siete di quelli che volete la gente morta, però è difficile non provare qualcosa per questi luoghi, per queste persone. Difficile restare indifferenti. Guardandone alcune il pensiero a me è arrivato come una fucilata: ma sono poi tanto diverso, io? No. La so già la risposta. No.

Vi posso dire alcune cose che hanno detto. Vi posso dire che le foto le hanno scelte Franco e Franca, litigando anche coi due fotografi, perché evidentemente l'urgenza di mostrare, di rivelare, di colpire, non era sempre d'accordo con il metro artistico.
Vi posso dire che le foto sono state scattate dai due fotografi in giro per diversi manicomi fingendosi due infermieri. Non era certo gradita, questa inchiesta, nel '69 e non lo fu per molti anni ancora, credo. Vi posso dire che non è stato un lavoro tranquillo. E' capitato che riuscissero, a volte, a sfuggire a controlli, perché da quei mondi poco e nulla doveva trapelare.
Le foto sono corredate da frasi, aforismi, brani...le ha scelte la moglie di Basaglia, mi pare, per buona parte, e si va da Bertold Brecht a frasi rubate a un bando di concorso per la costruzione di un manicomio. Alcune sono aberranti, nella loro terribile semplicità. Altre sono molto belle e ti lasciano cadere dentro riflessioni lunghe un fiume intero.
Vi posso dire che il libro è stato quasi "boicottato" anche se non in modo palese. E mi fa strano per dire scoprire che la wikipedia in italiano non si trova, ma si trova solo in inglese.

Altre cose direi basta, non ne ho.
Ho comprato il vino, quello con l'etichetta di arte non mente. E devo ancora berlo.
Stasera mi faccio la sangria, perché mi va, ma quella si beve domani. Proverò a fare la caipipesca con le pesche che avanzano. Forse mi piacerebbe anche riprendere in mano un pennello, anche se sono le 22.22 e io ancora sto in mutande... ma chisse, è presto e basta dormire poco.
E poi, sono in tema. Mi secondo cugino stava là, a san Osvaldo. andava a prestare servizi ogni pomeriggio. E' lungo quella strada che l'hanno investito. E' ancora vivo ma non è propriamente vito. Ora è un simulacro di essere umano. Dipingeva. Ricordo che aspettava come se fosse la cosa più importante di tutto l'anno la possibilità di esporre i suoi quadri. Una volta mia zia gliene ha comprato uno, per 50mila lire. Che lui si fumava subito. Erano belli. Un altro ce l'ho qui davanti. Uno, bellissimo, lo ha mio zio. Ho scritto una storia su quel quadro. Un racconto. Forse tra i più belli di Altris contis di famee, anche se non a livello narrativo, ma emotivo.
Vi metto qui sotto il quadro. Dovrei averlo sull'hd.
Vi saluto. E voi guardatevi le fotografie.



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"La montagna storta" di Renzo Brollo****

Ci sono due tipi di libri nella colonna altissima che rimane ferma nella cucina della mia magione estiva, a coprire la vista dei vecchi CD e a fare da sostegno al blocco dove scrivo e dimentico settimanalmente la lista della spesa.
Ci sono i libri belli che devo leggere, che boh, ci vuole un me che non è più quello che sono. Tipo, per dire, Cristo si è fermato a Eboli. Classici, insomma, o comunque roba di gente che non conosco ma che so essere brava.
E poi ci sono i libri di amici, conoscenti, gente di cui ho assistito alla presentazione. C'è Alessandra, Silva, Gigi, Lucia, Checo, Gianluca, Gianfranco... parecchi insomma.
E c'era Renzo.

Renzo Brollo, con la sua Montagna storta, che ero curioso di leggere anche perché era targato Bottega Errante, che mi pare la casa editrice più interessante per il panorama regionale.
Sì... avendoci avuto a che fare, quasi mai mi riesce di leggere o guardare un libro senza giudicare anche la parte tecnica: copertina, impaginazione, scelte di formato, rilegatura, comunicazione...
Ecco. Ero curioso anche di questo, insomma.
E sono contento.
Contento di aver letto Renzo, di aver letto una bella storia, di aver avuto per le mani un bel libro.
Un libro dove si abbandona i calembour e le frasi a effetto per le quali l'autore ha una sproposita simpatia e abilità, e che restano sui suoi stati di fb, a divertirci.
Un libro dove si abbandona anche l'idea che una storia non è bella e locale solo perché parla di luoghi e peresona locali, né tanto meno perché è tratta da una storia realmente accaduta.
Queste cose non sono abbastanza, anche se ogni tanto, in qualche produzione, uno pensa che bastino.
Bisogna che la storia sia buona di per sé, che sia locale ma universale, che voglia dirti qualcosa che va oltre il nome delle montagne sopra Gemona e degli effetti del terremoto. E questo succede.

E la scrittura di Renzo è asciutta e adatta, anche se resta colorata, per i luoghi, e decisa, per i caratteri. Poche le sfumature dei tre ragazzi, protagonisti della vicenda. Tre emotività e personalità diversa, una delle quali, quella di Roberto, è scelta - forse quella più vicina al sentire dell'autore, chissà -  per raccontare in prima persona. Le altre due molto diverse, a loro modo particolari ma universali. La vocazione di fede di Franco era un qualcosa di 60 anni fa, ma non è molto lontana da una omosessualità attuale, o comunque da scelte di vita che mettono di fronte a battaglie, o comunque mettono in posizioni diverse da quelle della massa. Così come il modo di vivere di Giovanni, molto meno superficiale di quanto realmente sia, e spericolato molto più di quanto voglia.
Un romanzo di formazione, insomma, con tre ragazzi che sfidano la sorte (leggi: fanno la cazzata) tentando di scalare in pieno inverno una montagna infida e maledetta come il Cjampon.
Le cazzate che se vanno bene, te le racconti fino a vecchia inoltrata...
Se vanno male.... e niente, può essere che ci esce un libro come questo.

Ma adesso mi fermo. Vado a farmi un po' di barba. Metto un costume. Prendo la bicicletta. Vado sul fiume, perché io sono creatura di pianura. Del libro vi parlo meglio dopo. :)

Sono tornato. Ed è passata una settimana. 
E niente, va così.
Sono questi i tempi, e non mi piacciono. Vero... ho fatto altre cose, non tutte belle, non tutte brutte, ma forse bisognerebbe trovare il tempo anche per queste. Per scrivere. E scrivere sul blog è sempre uno scrivere. Mi aiuta. E allora, anche se oggi avevo ferie, anche se potevo andare a lignano, anche se dovrei vedere di millanta cose, di quelle serie, ma a malapena riesco a preparare il copione per lo spettacolo di giovedì sera e a chiamare l'assicuratore per la 500.
Ma voglio finire di parlarvi della Montagna storta.
Un libro, un racconto lungo, se vogliamo, ma denso, senza pagine riempite, che racconta una storia dove l'epifania sta in mezzo, e non alla fine, ed è una scelta che mi è piaciuta. 
L'epifania è quando Roberto, l'io narrante, pianta la picozza, al primo passso di ritorno dopo aver scalato il Cjampon d'inverno, e tutto succede. La montagna ghiacciata si scrolla di dosso i tre ragazzi, e due di loro rimangono in bilico, sul precipizio, feriti. Roberto riesca a correre via, a cercare aiuto. 
Ce la faranno? Li salveranno? Non ve lo dico, ovviamente. 

Ma vi posso dire quel che è successo prima.
Prima è successo che i tre hanno avuto a che fare con le cose che segneranno i loro destini.
Roberto con la scelta di non intraprendere la carriera di boxeur
Franco i suoi primi contatti e pensieri sensati con l'idea di diventare un sacerdote.
Giovanni con la spericolatezza, vuoi dell'auto, vuoi della sfida.
E vi posso dire quel che è successo dopo, ché forse già sapete.
Perché è difficile raccontare una storia friulana di metà anni '70 che non abbia a che fare con il terremoto. Ed è difficile raccontarla senza scadere nella retorica, o nel già detto, o nel far diventare il terremoto protagonista. Quando capisci che una storia va a parare lì, ormai, sei già pronto a dire: Uh no, dai, ebbastacostoterremoto. E invece qua no, ve lo dico già. Il terremoto c'è, arriva, influenza la storia, come non potrebbe non essere, ma non è protagonista, bensì vissuto dei protagonisti. Forse solo in una pagina o due si cade in quella sensazione del Sìdaisìlosappiamo, ma va detto che non si può dare per scontate le cose, e per tutti quelli che non sono friulani, dei terremoti altri, si sa ben poco.

E poi? E poi niente. Il mondo intorno diventa sempre più brutto, e storie come questa è bello che ci siano, che vengano raccontate. Non so bene chi ha raccontato la storia a Renzo e quanto sia stato adattato per rendere la storia narrativa. Sono stato alla presentazione ma forse lo ha detto e mi sono distratto, ma io mi distraggo sempre, alle presentazioni dei libri. Però poi sto attento quando leggo. 
Se il libro merita attenzione. Se vi capita, leggetelo. Per chi mi chiede, ancora a volte ogni tanto, un libro per adolescenti che non sia scontato e che abbia un legame col territorio, che non sia lungo e che non sia difficile, pur non essendo banale, ecco, questo è un buon esempio. Ovvio, non aspettatevi meraviglie, e nemmeno che tutto vada sempre bene. Anzi... direi che c'è una buona dose di malinconica friulanità, nelle righe, di quella che "dal ridi al ven il vaî".

E la smetto. E ora sto leggendo gigi, sì, che è un altro che ogni volta lo odio, perché lui scrive e io no. e vabbè. Andiamo... E vi lascio con qualcosa, che ne so. Una foto, qualcosa di bello, o magari boh, una canzone che mi piace



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