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"Azzurro elementare" di Pierluigi Cappello****

Da quanti mesi non aggiorno il blog? Bon... mesi. Non serve precisare.
Da quanto non leggo? Non mesi, no. Leggo ogni giorno ma non riesco più a finire nessun libro.
Solo le poesie. E ci metto tanto.
In questo caso, tantissimo.
Credo il mio regalo di compleanno, di Serena, per di più giustomasbagliato, ché mi sono dovuto modificare la dedica per non doverlo restituire. E io faccio gli anni in estate, per dire.
Ed ora è quasi di nuovo estate. Sei mesi per leggere 200pagine di versi.
Ma erano tante, le poesie di Cappello. Tante anche se non tutte, ma quasi.
Dal 1992 al 2010. Tutte le raccolte, o meglio, le due principali, offerte in senso cronologico. Assetto di volo e Mandate a dire all'imperatore.
Si tirano le somme, quando si muore, si sa. Chi resta, intendo.
E io non so voi che rapporto avete con la poesia. Io solo adesso, con un senso diverso del cogliere e del raccogliere, sono tornato a esse. Ci sono tornato con la voce alta e con la duplicazione della lettura. Con i contorni, che devono avere respiro calmo, silenzio, una relativa pace interiore. A metterci vicino Stato di quiete e Questa libertà, aggiungendoci che sto leggendo l'ultima pubblicazione di interventi in prosa, sono a buon punto con il leggere quasi tutto il suo pubblicato. Capita.
Non si può, inutile affermare il contrario, slegare il fatto che lo legga dal fatto che sia Pierluigi Cappello, che sia di qui, che ancora oggi, ogni settimana, mi capita di essere di fronte all'ultima casa che ha abitato, con quella tristezza da vuoto che giace intorno, con la vespa rossa di quello che ho sempre immaginato potesse essere suo fratello, ma non lo so, che passa fianco portone, con tutta la scia di erba calpestata dallo pneumatico lasciata sul piccolo giardino fronte strada. E ogni volta ci penso a quanta sfortuna ha avuto, e che è davvero un peccato, aver perduto questo germoglio di letteratura. E penso anche che è comunque bello che - nel male, nella sfortuna - sia andata così, con della fortuna, in fin dei conti. Un poeta che è un poeta e che per mestiere finisce per fare il poeta. Quante volte capita? Forse mai, in quest'epoca. I poeti, se ci sono, fanno altro. Mentre quelli che scrivono poesie non lo sono. Nulla di male, per carità, ma è bello sapere che questo libro che ho in mano è stato scritto da una persona che sapeva tanto, che lo aveva studiato a lungo, che era entrata dentro le parole degli altri, che ne aveva scelte di proprie, le aveva domate e rese migliori, e aveva accompagnato tutto questo a un vivere pieno. Detto questo, e detto che sono anche un po' in difficoltà con le celebrazioni post-mortem, che non sempre riesco ad apprezzare del tutto, meglio parlare del libro.
Il fatto di averlo letto in questi lunghi mesi me ne ha fatto dimenticare molte delle sensazioni, nel particolare. Ma non che è un bel libro, un libro completo, fatto bene, con una bibliografia esaustiva alla fine e le note dell'autore ad alcune poesie, alla fine, che sono preziosa luce. Avrei qualcosa da ridire, forse, sulle traduzioni alle poesie in friulano, che forse non sempre è precisa e a chi non parla la lingua potrebbe lasciare il senso che quelle poesie siano meno valide, meno dense, quasi più dedite al calembour e meno cercate. Non è così.
E' vero, questo sì, che l'ordine cronologico mostra una crescita. Si è migliorato, Cappello, e parecchio. C'è una ricerca della semplicità dentro una complessità poetica e lessicale che passa quasi inosservata, nei componimenti più recenti. E sono poesie in italiano, queste ultime. La cosa migliore, però, è non distinguere. Io ho la fortuna di parlarle entrambe, le lingue, a abbastanza bene, e adesso, se mi dite un verso, non so sicuro se vi saprei dire se è di una lingua o dell'altra ma ben tradotto.
Il nocciolo di un frutto, acerbo o maturo, è sempre quello.

Poi? Ah, sì. Parlavo delle poesie.
Non ce la farò a finire adesso questo post. Devo ancora cagare, vestirmi e farmi un caffè, prima di andare a lavorare. Ma penso che stasera lo finirò. E ora vedo se - in mezzo a queste cose umili - riesco a mettervi una poesia... che ovviamente scrivo per me, per salvare già questa giornata. E non buttarla.
Ecco. Per esempio ho voglia di rileggere e scrivervi la brevissima Elementare.

E c'è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
le tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.
E prima di volare al lavoro mi scrivo anche questa, in friulano, che ricordo bene perché era di quelle della raccolta iIl me donzel, che forse è tra le raccolte che meno facevano per me, quando l'ho letta, ma che in alcuni componimenti, pur con le rime, con qualche melodia forse dolciastra, mi rimaneva addosso. Questa è una di quelle. la XIX.

Lassaitmi cussì come
ch'o stoi cence rasons
cence vuadagn nì dam
doi vôi davierts ai fonts

rasonaments dal cîl
ch'al sta parcè che o stedi
fer cussì come ch'o stoi,
Lassaitmi achì ch'o sedi

la sissule plui scarte
ta l'aiarfuart di Avrîl
il svoledon di cjarte

poiât tal vert dal prât,
la maravee dal frut
ch'al dîs che al à svolât.

Ah si, vi devo scrivere anche la traduzione.
Lasciatemi così come rimango, senza ragioni, senza guadagno né danno, due occhi aperti ai fondi ragionamenti del cielo che sta perché io stia fermo così come rimango. Lasciatemi qui, che io sia la scheggia più a buon prezzo dentro l'ariaforte di aprile, l'aeroplano di carta posato nel verde del prato, la meraviglia del bambino che dice che ha volato.

Bene. A dopo.

Ed è passato un mese. Sì. Un mese senza riprendere in mano questo post.
E vabbè. Non ricordo nemmeno cosa stavo scrivendo.
E questa giornata non è delle migliori.
La mia unica mattina libera. E mi sono svegliato alle 9, pur avendo sveglie dalle 6.40 ogni quarto d'ora fino alle 8. Perché? Boh... non lo so. Ma pazienza.
Dovevo pagare l'assicurazione. Il tempo di un bonifico on line.
E invece? Non funzionava niente. Non trovavo la mail col preventivo, poi non funzionava il lettore del bancoposta, son dovuto andare a comprare le batterie, poi non riuscivo a cambiarle, poi ce l'ho fatta. un'ora e mezza sputtanata. Poi non funzionava il codice spid. Poi dovevo re inserirmi nelle graduatorie, ma per un errore tecnico risulta che sono stato depennato. E niente. richiesta al Ministero da 15 gg, e nessuna risposta. E scade domani. E vabbè. E il lettore mp3 che ho comprato per regalo della sister non funziona, o meglio, non si formatta più come le chiavette smerdate e blablabla.
Che poi, il vero problema è sempre quello: essere poveri. Non aver soldi per.
Tutte queste stronzate si risolverebbero immediatamente.
Ma non ci voglio pensare.
E allora mi è tornato in mente questo post, per usare questi ultimi minuti prima di andare al lavoro.
Perché da un mese ho questo Azzurro Elementare sul tavolino.
Perché mi sono accorto che in giornate così, con questa incompetenza che ti circonda, con questa cattiveria, con questo essere sfruttati dalle cose, con questo essere massacrati di password, di orari, di scadenze, di obblighi, di vita brutta e vuota, ecco, forse solo una poesia ti può salvare. 
Potrebbe anche una pagina bella, una canzone, un prato di papaveri, come quello di ieri, ma no, in realtà non lo fanno allo stesso modo.
Una poesia di chi è andato in posti dove tu non vai mai e te li ha tradotti in parole per ricordarti che ci potresti andare, per mostrarteli.
E questo libro è pieno di poesie così.
Credo che non lo riporrò tra i libri soliti, quelli già letti, nella parete dei libri già letti.
Credo lo terrò vicino, a dove scrivo e disegno, perché magari, ricordarmi che ogni tanto una poesia ti può salvare la giornata, è cosa buona.

E basta. Non rileggo nemmeno quello che ho scritto un mese fa.
Vi lascio i papaveri di ieri. Che erano bellissimi.
E c'era un tizio con 5 cani piccoli. Ereditati. Vedovo da poco.
E niente, lì c'era un sacco di poesia.



















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"Le notti difficili" di Dino Buzzati***(*)

Ieri c'era la luna.
Quella grande, piena, pure con l'eclissi in nuce, ma che fino alle 9, 9 e qualcosa, quando ancora le nuvole non avevano cominciato a ballare il valzer, era bellissima.
Poche cose, pensavo, come la luna piena, il plenilunio, riescono a sprofondarti. A metterti di fronte all'immagine di ciò che di bello sei o sei stato o vorresti essere e lasciarti guardare, struggente, l'immagine che divampa di chiaro lunare.
Cercavo di mettere in parole una quasi poesia, ma mi usciva banale, le parole non venivano. Tagliavo tutto. Allora mi sono messo a leggere.
Aspettavo Federica per andare a cena e mi mancavano poche pagine per finire questo libro. 
Un libro di racconti.
Tanti.
Me ne mancavano due.
Anzi. Due e mezzo. Ho letto il mezzo che mi mancava, che non era granché, e ho girato la pagina sul penultimo.
Si intitola: Plenilunio.
E già, questa cosa è strana. Plenilunio. Fuori, e nelle mie parole che non riuscivano a descriverlo, e dentro, addosso, pensando che c'erano cose che ho perso, che dovrei ritrovare e non trovo le forze per. Ma la sensazione di saperlo, di vedere l'immagine riflessa dal plenilunio, che è comunque meravigliosa. Ecco. E' stata una cosa strana. 
Ho letto il racconto.
Non era un racconto fantastico, non c'era azione. 
Era un racconto intimo, una riflessione, ed era esattamente un racconto che iniziava con le parole che io non stavo trovando, per la mia poesia. Esattamente quella sensazione, quella luna piena.
Che già guardarla, d'inverno, con questo freddo, richiede fatica. 
Ve le scrivo, alcune di quelle parole. Le prime.
Queste.
Era una delle cose più perfette inventate dalla natura e dall'uomo (e dico dall'uomo perché la luce di luna sulle case, monumenti, ruderi, strade, è molto più conturbante che negli ambienti selvaggi, deserti, montagne, savane, greti di fiume). [...]
Ancora una volta - e lo stesso fenomeno si ripete ogni estate, dal tempo dei tempi - mi sono chiesto: perché? Perché questa bellezza senza rimedio, struggente, trasfigurazione del mondo, poesia allo stato puro? Perché? Da dove viene? Dal silenzio? Dall'immobilità sepolcrale delle cose? Dalla particolare luminescenza che assumono gli oggetti, gli edifici, i paesaggi? Dal fremito impercettibile della luce lunare sul prato, sulle piante, sui muri, sulla campagna intorno? Dalla sterminata pace? Dall'intensità esagerata delle ombre, vive e tenebrose come l'abisso di cui mai vedremo il fondo, dove un giorno precipiteremo?
Ecco. E volevo lasciarvi questa cosa, che continua, con un ricordo della madre morta e delle vita che va, ma anche della meraviglia misteriosa di questa luce che unisce uomo e natura. Insomma... mi piaceva questa casualità. E il racconto l'ho riletto adesso, prima di terminare l'ultimo, assieme a una birra ipa newyorchese dall'etichetta bella e a questa canzone di James Blake, che il disco nuovo devo ancora capire se mi piace del tutto, ma questa canzone no, so che è meravigliosa, perché è proprio fatta di luce di luna, leggera, che si posa e trasfigura. Provate ad ascoltare anche voi, magari ora, con la luna che si sta svuotando come una bottiglia ma che la notte ha appena cominciato a versare. 
Ma io è di libri, che vi devo parlare. 
Un miracolo, che io ne finisca uno. E questo l'ho beccato a novembre, credo, e pur, con tutta la forza che sono uso opporre alle tentazioni, al banco libro, e non ho resistito e l'ho preso.
Lo conoscevate? Io no. Un libro di racconti di Dino Buzzati che non sono quelli famosi, non sono quelli della boutique, e nemmeno quelli dei sessanta, ma sono tanti, e sono brevi, e ci sono dei guizzi non da ridere, anche se mescolati a degli abbozzi, a delle cose minori, che magari dovevano essere sviluppate o inserirsi in qualcosa di più complesso.
Nulla, comunque, è sgradevole. Nulla è fastidioso o inutile da leggere.
Del resto è Buzzati.
Une delle divinità del mio Pantheon. 
A proposito, di oggi la notizia che un'altra di queste, vivente, verrà a Villa manin a cantare la prossima estate. E' una bella cosa.
Ma torniamo al libro.
Il titolo e la copertina sono su una di quelle cose volanti, che si rovinano e togli, e ti resta una copertina cartoncinata blu, senza scritte, se non quelle impresse dorate sul dorso che fanno tanto libro vecchio. Le notti difficili. Chissà perché poi, quel titolo? Nessuno dei 52 (sì, 52) racconti si intitola così, e la notte, a parte plenilunio e altri 4-5 pezzi, non è che gioca un ruolo così preponderante. Credo sia più per l'idea di qualcosa che si rompe, che rompe la realtà, che non quadra. Che è difficile da affrontare, come una notte di una qualche malattia, che il mattino, si spera, porti luce. Non lo so. Non è poi così importante.

In copertina, quella che ora non ho ma che potrei andare in camera a recuperare, visto che il libro sarà da riporre, ecco, in copertina c'è un disegno di buzzati. Il babau. L'unico racconto che conoscevo, o comunque sapevo di aver sentito, a pezzi, in quei libri di Buzzati fatti con i suoi quadri.
Comunque.
Molti racconti sono o sembrano personali. Prime persone. Prime persone in cui Dino si pone come narratore esterno e ci avverte. Oh, io ve la racconto come me l'hanno raccontata, poi vedete voi.
E sono belli quelli che sembrano a metà strada tra un articolo di giornale e la narrativa. 
Una cosa che dovreste leggere, anzi, sono i titoli.

Alcuni non dicono molto, ma alcuni sono emblematici. Eccoli qua
  1. Il Babau
  2. l'autostrada
  3. Solitudini
  4. Equivalenza
  5. Lo scoglio
  6. Nessuno crederà
  7. Lettera noiosa
  8. L'influsso degli astri
  9. Alias in via Sesostri
  10. Contestazione globale
  11. Tre storie del Veneto
  12. Il logorio
  13. Incidenti stradali
  14. Boomerang
  15. Moderni mostri
  16. Delicatezza
  17. Il medico delle feste
  18. Storielle d'auto
  19. La torre
  20. Il buon nome
  21. L'eremita
  22. Cenerentola
  23. Che accadrà il 12 ottobre?
  24. Dal medico
  25. Gli scrivani
  26. Desideri sbagliati
  27. La polpetta
  28. Il sogno della scala
  29. Crescendo
  30. La farfalletta
  31. Mosaico
  32. Tic Tac
  33. Fatterelli di città
  34. Vecchia auto
  35. Cambiamenti
  36. Racconto a due
  37. Delizie moderne
  38. Icaro
  39. Invenzioni
  40. Velocità della luce
  41. Bestiario
  42. L'alienazione
  43. Progressioni
  44. Una serata difficile
  45. Smagliature del tempo
  46. Lettera d'amore
  47. Piccoli misteri
  48. Sulla cresta dell'onda
  49. I vecchi clandestini
  50. L'elefantiasi
  51. Plenilunio
  52. La moglie con le ali.
Ecco. Dicevamo? Ah, sì. I racconti. Ci sono pezzi molto belli. Idee, più che altro. Non so. A leggere i titoli mi viene in mente Elefantiasi, ovvero cosa succederebbe se la plastica cominciasse a gonfiarsi, senza motivo, o meglio, per reazioni chimiche sconosciute. Vedete un po' voi chi si salva.

Oppure Smagliature del tempo, che è la solita semplice storia sui metauniversi, ma così, leggera, raccontata quasi in stile "mio cuggino una volta..." il che la rende piacevole.
O mi ricordo l'esercizio di stile Progressioni, oppure Vecchia auto, che umanizza l'auto e disumanizza il guidatore. La disumanità, ecco. E' un fil rouge di queste notti difficili. Crudeltà e cecità umane. Stupidità, a volte. Ma anche il bello dell'imprecisione umana. Le debolezze. Soprattutto quando è il fantastico a far crescere tutto. Non so... l'ultimo pezzo è delizioso. Alla moglie giovane del contadino geloso cominciano a cresce le ali d'angelo, e vola pure. Che si fa? Lo scandalo no, e allora...
Insomma, ci sono tante suggestioni, tanti temi diversi. 
Ha fatto tesoro della leggerezza calviniana, in questi racconti, Buzzati, che sembra non voler mai abbandonare, non voler mai sprofondare. Plenilunio, quello che vi ho riportato là sopra, credo sia il più intimista e meno ironico. 

Io intanto sono passato al latte e panettone, che è una cosa buonissima, che anche qui, si vede la cecità umana, ché il panettone andrebbe fatto tutto l'anno. E sono passato a Frank Ocean, che a italianizzarlo è veramente un nome del cazzo. 
Insomma... che dirvi. Sarebbe bello ripercorrere i racconti, dirvi le trame. Ma non lo farò. Se vi piace Buzzati, ora che sapete della sua esistenza, già lo cercherete (edizione del '71 la mia, eh, mica roba ggiovine) e vorrete, sulla fiducia, e non vi frega sapere delle trame; se invece non amate Buzzati e non amate il suo stile e i suoi temi, non serve che ne sappiate di più sulle trame. 
Terza ipotesi, se siete ignoranti, allora vi dico che non è questo il libro di racconti da cui cominciare. 
La verità è che non ho coioni di farlo, e preferisco togliermi le lenti a contatto, fare ancora un paio di cose al pc e poi andarmi a guardare la luna, buzzatianamente parlando.

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"Il coccodrillo" di F. Dostoevskij e M. Marinangeli****(*)

Il primo dell'anno di solito vado al mare a passeggiare leggendo un libro. Quest'anno no. Sono stato al mare, ho passeggiato, ma non ho letto un libro. Ho fatto una foto a un pezzo di legno che sembrava un cobra, al faro, ho mangiato il panino al panino... cose così. E non c'è un libro del primo dell'anno. Né ci sarà. 
Sto leggendo dei racconti di Buzzati. Non quelli famosi. Roba che non si trova in giro. Sono belli. Meno belli, forse, ma meno convenzionali, e questa cosa è bella.
Ma ieri. Ieri che era l'ultimo dell'anno, ho letto un libro. Un libro che viene da Sàrmede, dove c'è la mostra sulla fantasia. Un libro di quelli che se vedi i disegni da vivo, i disegni sono meglio del libro. Un libro edito dalla Orecchio acerbo, che credo sia la mia casa editrice preferita per libri illustrati, anche perché pubblica esattamente le cose che vorrei leggere, con i disegni che vorrei vedere, dove inquietudine, meraviglia e fantasia - tre parole del mio pantheon delle divine parole - si mescolano sovrapponendosi, in una grande ammucchiata in cui ogni volta che giri pagina è orgasmo.
(se io diventassi ricco, ma tanto ricco, ecco, io andrei da quelli della orecchio acerbo e direi, uè ciccipucci [ricco così da poter chiamare impunemente la gente ciccipucci] adesso voi ogni volta che esce un libro dei vostri mi spedite un paio di copie, ma diciamo anche tre, che sicuramente è un bellissimo oggetto da regalare).

Ecco. Allora, con calma, visto che quest'anno non ci saranno né i pensieri di fine anno, né i buoni propositi, vi parlo - e vi mostro -  questo libro illustrato, che illustra, lo avete già letto, un racconto di Dostoevskij. Ma un racconto fuori di testa, di quelli che insomma... uno si chiede, ma vabbè, allora se le hai già scritte tu, nel 1865, checazzocistiamoafarenoi adesso, nel 2019, che 'ste cose non riusciamo nemmeno a pensarle. Anyway, il racconto ovviamente è adattato, nel senso che esiste una novella, di Dosto, ché quella volta fare le cose corte ti bruciavano sul rogo, e la trovate qui, volendo. (c'è anche raccontata sul tubo, ma mi piaceva di più a leggerla, devo dire) Non è lunga, ma non è corta. Ho leggiucchiato qua e là e sì, si son tagliate delle cose, ma diciamo pure che se Fedor avesse scritto il pezzo corto come quello riportato nel libro della orecchio acerbo io sarei stato felicissimo lo stesso, e lui anche. 
Ma ora fatemi fare una cosa. La doccia, tipo. E intanto che faccio la doccia mi riempio le chiavette dell'autoradio, che è il primo dell'anno e bisogna fare pulizia. Chiavetta nera, ci metto tutta la robe dal 90 al 99. Chiavetta rossa, dal 00 al 09, Viola dal 10 al 18 e tutta la musica nuova, per ora zero roba, in quella verde acido. Ma sì, non vi frega un cats di tutto ciò, vi interessano i coccodrilli. E allora guardate, cosa combina il coccodrillo della storia illustrata.

E vi assicuro che i disegni di Marco Marinangeli, dal vivo, sono davvero top.
Comunque... doccia fatta. E vi dico che potete scaricarvi il pdf-anteprima del libro, così curiosate anche gli altri disegni. E magari, come faccio io, curiosate i cazzi del disegnatore, che è un uomo che corre ignudo, probabilmente nelle campagne marchigiane.
E un giretto tra i suoi disegni fatevelo, dai. Che poi, lì da lui, li potete vedere tutti tutti, i disegni del libro
Comunque... cosa vi stavo dicendo? Ah, sì. Prima cosa: la novella di Dosto.
Allora... io non ho letto un cats, di Dostoevskij. Cominciai, eoni fa, il delitto e castigo, ma arrivai al delitto e bum, mi annoiavo, ho smesso. So di aver letto dei racconti, so che mi sono piaciuti. E ho capito una cosa: i russi che scrivono fantastico, da Dostoevskij a Pelevin, passando per Bulgakov, sono dei geni favolosi. Hanno quella cosa del surreale per fare critica politica, usando ironia e non-senso che ti lasciano basito. Qui, a parte l'ìlarità nella scelta di far raccontare la vicenda da un amico di famiglia, che dà un punto di vista esterno che permette di commentare i protagonisti, ma permette a noi di commentare tutti, ecco, dicevo, a parte questo, è un po' tutta la vicenda dialogata che fa da sfondo al fatto (coccodrillo inghiotte uomo) che fa ridere (e anche inquieta).
Vi dico solo una cosa. 
I coccodrilli sono vuoti. Sono un involucro.
Anzi, ve ne dico un'altra. Se il coccodrillo è pieno, allora è pasciuto, e per osmosi si pasce anche l'uomo che è stato ingoiato. Sapevatelo!
Insomma... la novella è di per sé geniale. Non la conoscevo. E forse, magarinonso, non era difficilissima da tagliuzzare per ridurla a testo da illustrare, però è stato fatto bene, e magistrali, per stile adatto e colori, sono le illustrazioni di Filicio (Si firma così, eh, non me lo sono inventato). Perché hanno quei grigi e quei marroni, e quelle proporzioni leggermente sballate di mani e facce, e insomma... non so, sono adatte. Se leggete il libro capite. 
Bene. Spero di beccare qualche altra mostra di/con Marinangeli, che è davvero uno stile che fa per me.
Che altro vi devo dire? Ah, sì, sono vivo. Non felice, questo no, ma di questo me ne frego io come voi. Ho tolto telegram, cancellato tutti gli amici da fb e ho imparato a non leggere più nessun messaggio su wapp. Per insta e twitta ci sto lavorando. Diciamo che di voi tutti in questo periodo non me ne frega niente (okay... lo ammetto, non me ne è mai fregato molto, ma fino a qualche giorno fa facevo finta.) Poi? Che altro? Domani forse vado a go con serena, ma dovrei riaccendere il telefono va, che forse sarebbe meglio dirle l'ora. Ah, ma lo sapete che dentro al faro c'è una stanza in cui ci si può sposare? Io no. Ora lo sapete.
Direi basta. Questo libro, tra l'altro, dovrebbe andare nel blog del mostro sul comodino, ma lo metto qui, perché sta bene anche qui, e almeno aggiorno il blog. 
E buon anno a tutti. Tranne a quelli che imbrogliano facendo del male al prossimo. Loro possono anche morire. Si, dico a voi. Siete meglio morti, è una questione matematica. E io adoro le verità matematiche. Ah, vi metto un altro disegno, così, tanto per.


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"Il posto più freddo del mondo" di Alessandra Zenarola****

Sono nemmeno le dieci.
E starò a casa. Sì. E aggiornerò le cose del blog, così, a breve distanza dall'ultima volta. Perché sì, ho letto un libro. Uno dei tanti libri là, sulla colonna dei libri da leggere. Un libro di quelli che conosco. Il libro nuovo di Alessandra, che ora che l'ho letto è già vecchio e magari ne avrà scritto un altro.
Ma ho voglia di fare più cose, mentre vi parlo di questo libro, e più cose che debbono esser fatte.
E ve le beccherete, mi spiace. Qua funziona così.
Ma intanto mi bevo il caffè, che me lo sono doppiato, e dalla moka, e sul fuoco, che a me, è inutile, dalla macchinetta non mi dà la stessa soddisfazione. 
Credo sia una questione di attesa. Nel senso... il tempo che starà per venire su, è un tempo in cui ti sembra di fare cose. Non stai mai lì, ad aspettare che venga su. Io, per esempio, ho pensato di fare la doccia. 
Lo so... è una cazzata. Lui arriverà prima e io finirò per berlo che sa di bruciato. E poco importa che abbia impostatato la cosa in modalità velocista. Acqua calda aperta, ciabatte pronte, accappatoio anche e ignudo l'ho buttato sulla piastra partendo come scheggia per ficcarmi sotto l'acqua. Avevo persino rovesciato il docciaschiuma, per non dover schiacciare in modalità hercules per farlo uscire. Vabbè... ma non era certo del caffè che dovevo parlare. Non era tra le cose da fare, anche se adesso lo sto bevendo.

Allora. Tipo una cosa che devo fare, per esempio, è scrivere alla Marge per mercoledì sera, visto che a Checo e Michele l'ho già scritto. Perché, poi... boh. Non so. Sono in piena asocialità. Non ho voglia di vedere nessuno e possono morire tutti. Ma non è che si può sempre assecondare le proprie inclinazioni e allora... mi sforzerò. Quindi subito lo faccio, dai.
Ma prima cominciamo col libro. O quasi.
L'ho finito mercoledì scorso. Pensavo di finirlo prima. Non è un libro lungo ed è pregevolmente scorrevole. E mercoledì, non so perché, sapevo che lo avrei finito. Me lo sono portato dietro a San Daniele, e pensavo di leggerlo in sala d'aspetto mentre aspettavo che uscissero mia madre dalle cose ospedalesche, ma poi alla fine ho fatto una passeggiata, e me lo sono letto al bar, col cappuccino e brioche, e le poche pagine che mi mancavano, prima di andare a lavorare, pomeriggio, perché proprio volevo finirlo. Ah, già, manco vi ho detto il titolo: Il posto piu freddo del mondo
Che non ve lo vengo certo a dire, qual è quel posto, ma diciamo che è un po' come il mio, adesso, lì dove si rifuggono tutti e tutti possono morire, o magari sono già morti. E nel libro, quel posto, lo circumnaviga Angela Martinez, la protagonista, che tutto fa pensare, come nome, a una fotografa di Udine, ma si sa... i nomi di Alessandra hanno sempre quella leggera probabilità che te li rende riconoscibili, e così è anche in questo caso. E lo posso dire già subito, comunque, che quelle ultime pagine che credevo di leggere scoprendo i miei sospetti, invece, mi hanno sorpreso in positivo, perché non andavano dove pensavo io
Perché sì,  Alessandra è tornata a scrivere una storia delle sue, di quelle con l'autunno dentro, che hanno quel ritmo bello che fa altalena, mentre si legge, senza quelle inutili enfasi, nemmeno quando succedono cose eclatanti. Le epifanie, così, ti arrivano dalle righe quasi come non dette. Non hai tempo di fare Oh, nella storia, ma ti viene fuori tipo un Ah! ma non gridato. 
E' un bel libro, questo. Una storia da leggere che non si riesce a classificare. Non è un giallo ma c'è un pochino di giallo, anzi, di Giallino. Non è noir, ma c'è del noir, se non altro nel Francese della parola. E c'è del rosa, più di altri romanzi dell'Alessandra, anche se è del rosa che non si vede. Perché sì, una storiona d'amore qui non c'è e non potrebbe mai esserci, con una come Angela Martinez, fotografa della decomposizione e della decadenza, che le storie d'amore le piglia già appassite, e non germoglianti. 
E questi colori accennati sono il grande pregio del libro, che è proprio ciò che deve essere: una storia da leggere. 
Ma io ora devo fare della pausa-cose. Torno dopo...

Eccomi! E non ho fatto un cats di quello che dovevo.
Cose tipo tagliarmi le unghie o farmi la barba o togliermi le lenti e mettermi gli occhiali. Oh ma lo sapete che ho gli occhiali nuovi e sono bellissimi? certo, sono anche diventato povero. Poverissimo anche. Soprattutto adesso che mi hanno schiantato il papi con l'auto e che siamo restati senza e anzi, ecco una delle cose che dovevo fare: mettere l'annuncio per ripetizioni, che qua sennò col cats che pago le rate dell'auto. Però vabbè... che importa, tanto qua presto si muore tutti per mano dei cattivi e non vale la pena preoccuparsi. Meglio pensare alle cose belle: tipo che è uscito un pezzo nuovo di Nada. E vabbè, a me piace questo approccio che ha Nada. Ed è uscito anche Murubutu, il pezzo nuovo, e insomma... anche Murubutu è una gran bella persona. 
Ma io vi devo parlare del libro. Allora... che storia è. E' la storia di Angela, che comincia a guardarsi intorno, a guardare i dintorni della sua vita, che subito diventano i dintorni della sua famiglia. Sua madre, una peter pan che sembra lontana, ma è vicina, ma è lontana. Suo padre, che invece è lontano, con la testa, che però, ci resta da pensare a che persona dev'essere stata. E il passato che entra nel presente, fa domande. Una storia che comincia con una storia parallela, quella di una donna che gestisce un ristorante vietnamita, ha un figlio che ha un padre ma non lo ha. Ci sono verità nascoste. E sono cose che alla fine non la cambiano, la vita, ma la dipingono in modo diverso. 
Il gatto, con un altro improbabile nome, Polpetta Kenro Izu, si comporta da gatto, offendendosi e vendendosi, ignorando e ruffianandosi, e in tutto questo è davvero una sorta di personaggio morale che attraversa le pagine.
Avremo le risposte, leggendo il libro. Vi aspetterete qualcosa, ma quel qualcosa arriverà in modo diverso. Eh no, tranquilli, non sto parlando di un pirotecnico finale a sorpresa, ma di un finale che soddisfa
Ed è un libro femminile. Perché gli uomini, qua dentro, non ci fanno una gran figura. O sono miti, o violenti, o perduti, o approssimativi e goffi, quando butta bene. Angela è bella, non procace ma affascinante, e l'universo dei suoi corteggiatori un po' avvilisce. Ha una qualità, Alessandra: conosce le persone. Ed è bello vedere un libro fatto di persone, e non di personaggi. Forse l'unico personaggio è proprio la protagonista, come se fosse un filo che va a raccogliere gli altri fini, e deve sforzarsi, per farlo, riuscendo paradossalmente meno naturale e credibile. 
Poi? 
Poi basta. Direi che è sufficiente. 
Se volete leggere un bel libro ambientato a Udine, una bella storia, scritta bene, piacevole da leggere e soprattutto da pensare, beh... Il posto più freddo del mondo potrebbe essere decisamente questo.

Io torno a fare cose. Vado nell'altra casa a prendermi la birra e un libro di Buzzati. E poi tenterò di leggere qualcosa. Prima magari riesco chissà, a tagliarmi unghia, barba e sociopatia. Alla prossima!



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"Lovecraft Antologia vol 1" di AAVV****

Uh... che tristezza, a volte, non scrivere più sul blog.
Del resto, non leggo quasi più.
E poi boh... sono senza soldi, e la sera non ho voglia di fare niente, o meglio, ce l'ho, comincio a fare cose e poi non faccio niente, che non sia gintonic, pastasciutte piccantissime e giri di notte come le anime perse. Ma poi, non è nemmeno vero che non leggo niente, è solo che ci metto secoli... mi porto dietro un libro per mesi. Tipo adesso che sto leggendo quello di Alessandra, che è pure corto, e che si mettessi lì, come un tempo... ma io no, figuriamoci.
Però ho letto dei fumetti. Scusate, delle graphic novel.
Il regalo di compleanno di Luca dell'anno scorso. Sì, ci o messo un anno ma alla fine... questa estate... eh già, perché mi girano qui intorno da 3-4 mesi, questi due libri, e non li sto scaffalando perché ne volevo parlare qua.
Ho fatto persino in tempo anche a prestarli a Luca che li ha letti e me li ha restituiti.
E allora... ve ne parlo. Uno alla volta, però.
Cominciamo da questo, che è il primo che ho letto.
E vi dico subito una cosa: esperimento riuscito!
Io sono eoni che ho letto Lovecraft.
C'era un epoca in cui se ti piaceva Poe poi leggevi Lovecraft. Credo di aver avuto 14-15 anni.
Ed è inutile, non ti piace, Lovecraft a quell'età. O meglio, ti piace, ma non nel modo giusto.
Quella cappa di parole, quella densità, non si hanno le armi per levigarla e godersela.
Poi, via via, magari ti capita di leggere altro, e se ne capisce la grandezza.
Quindi è un po' come se non l'avessi letto, Lovecraft.
Non nel modo giusto, per lo meno.
Ecco che questa graphic novel: Lovecraft Antologia Vol. 1 mi aveva fatto un sacco di curiosità, soprattutto perch° mi facevo due domande:
Come fare a tradurre in fumetto le sue storie, che sono fatte soprattutto di clima, di ansia, di non-detto e sopratutto non-mostrato?
E, seconda domanda, come rappresentare in modo degno questo non mostrato, una volta che si è deciso di mostrarlo?
Insomma... era un compito difficile, quello dato a questi autori.
Le storie scelte erano queste:

  • Il richiamo di Chtulhu
  • L'abitatore del buio
  • L'orrore di Dunwich
  • Il colore venuto dallo spazio
  • La maschera di Innsmouth
  • I topi nel muro
  • Dagon

In pratica le più celebri e di argomento diverso. Bene! All'inizio avevo quasi storto il naso ma poi ho capito che la scelta doveva basarsi su queste, per un omaggio degno.
Poi alla fine, le risposte sono arrivate da un fatto: chi è stato chiamato a interpretare queste storie, le conosceva e lo ha fatto in modo decisamente rispettoso. 
Ci sono stili diversi, di disegno e anche di sceneggiatura, c'è chi ha usato molte parole di HP e chi meno, basandosi soprattutto sulle immagini. Ho forse apprezzato di più questa seconda idea, perché alla fine, a leggerlo nel fumetto, il parolio di Howard, appesantisce, anche se è piacevole, perché ti fa ricordare il racconto. Qualche vuoto, invece, accompagnato dalle immagini, potrebbe portare a interpretarle in modo diverso, le storie di sempre del solitario di Providence.

Insomma... bello! Se avete qualche appassionato che ha letto tutto, e volete un regalo di Natale, fateglielo, perché è un bel regalo. Anche nel caso uno avesse da criticare il modo con cui sono state stese le sceneggiature. Io no. Nulla da criticare, perché me lo sono goduto e alla fine mi è tornata voglia di rileggerlo, che è sempre una bella cosa. 

I disegnatori sono tutti diversi, e gli sceneggiatori quasi. Solo uno ha firmato due episodi.
Ovviamente, parlando di fumetti, vi butto qualche disegno che ho trovato in rete. Tanto perché vi facciate un'idea. E basta così: chiudo baracca, vado a pigliarmi una birra, le patatine, il libro di Alessandra e cerco di ficcarmi nel letto e di non ronfare sul libro e sugli occhiali per poi svegliarmi alle 4 e non dormire più. Lovecraft mi aiuterà.
Ah, dimenticavo, tra gli altri effetti di questa graphic ci sono:
- l'avermi spinto a cercare i miei vecchi libri di hpl
- l'avermi spinto a tentare di comporre una poesia usando solo le parole della famosa frase in cui anche la morte in strani eoni blablabla
- l'avemi spinto a disegnare dei mostri.
Non sono riuscito in nessuna delle tre imprese, :)




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"Pippi Calzelunghe" di Astrid Lindgren****

Allora. 
Io credo che potrei stare qui a parlarvi di questo libro e di ciò che ci ha girato attorno per ore. 
Ma non lo farò. 
Però non mi metterò nemmeno fretta. 
Perché è vero, non leggo quasi più, ma non è che ho mai smesso, e questo libro l'ho letto in mesi.
E' una copia che avevo regalato a Giulia, ma poi invece è rimasta da me, e io credo che non me posso proprio più separare. Vuoi perché questo libro sta bene in questa edizione in cartoncino rigido. La metterò vicino ai libri di Dahl, cioccolatosi, o all'uomo degli alberi e a Winnie the pooh
Perché si merita di stare lì, Pippilotta Viktualia Rullgardina Succiamenta Efraisilla Calzelunghe. Sì, perché questo era il suo nome completo. E magari non lo sapevate.
E credo che vi dirò un sacco di volte la cosa del magari non lo sapevate.
Allora, come prima cosa fatemi controllare se Pippi è dentro ai libri PEM o PSF
No. Non lo è. Che imperdonabile errore!
Pippi Calzelunghe è assulatamente un libro Per Sembrare Fighi.
E ora che l'ho letto infatti io mi sento più figo. 
Lo sapevate per dire, che è un libro del 1945? 
O magari voi non sapevate nemmeno che è un libro, e vi ricordate, come poi mi ricordo anche io, solo il telefilm con quella bambina terribile dai capelli rossi?
Sì, dai, tutti ce lo ricordiamo quello. Era bellissimo. Ma anche un po' irritante, a volte.
Pippi era l'emblema dell'irriverenza. E la sua irriverenza è totale, sia nel giusto, sia nello sbagliato.
E poi è tenera. 
Pippi è tenerissima. Una eroina all'antica, se vogliamo, una sorta di Batman, che ha perso la mamma, che ha per papà un Pirata, che vive da sola in una villa e che fa, letteralmente, quel cazzo che gli pare. E se dovessi stilare un pantheon delle mie divinità letterarie, vicino a Winnie the pooh, vicino a Hap e Leonard, vicino a Ratman... insomma, ecco, vicino a questi, assisa sul suo cavallo bianco a pois neri, con in spalla il signor Nilsson, ecco, non può mancare Pippi.

Ma insomma... vediamo di essere più organici.
O magari cambiamo discorso. 
Tipo, per dire, ma l'avete sentita la colonna sonora di Suspiria, di Thom? Quel Waltz... quel waltz è delizioso, è meraviglioso, che pezzone. Ascoltatelo, dai. Una, due volte, tre
No, lo so, non c'entra un cats con il libro, ma questo blog era nato per condividere cose belle e come fai a non struggerti per una canzone simile?
Tornando a Pippi. E al lo sapevate che, vi dico: ma lo sapevate che è un libro razzista?
Cioè, inutile menarla. E non lo dico per il poco politically correct "negri" che viene dato a cip cipoidi, ovvero la tribù dell'isola cip cip, su cui il papà di Pippi regna. C'è una specie di razzismo serpeggiante, ma buono, quasi ingenuo, nel presentare la bianca pippi, coi suoi due amici Tommy e Annika, bianchi, che non sono capaci di sputare lontano o che sono malaticci, e appunto, chiari di pelle. Si sorride volentieri, con sta storia dei bambini negri, presentati come una sorta di buoni selvaggi, con due personaggi che arrivano alla fine che sono Momo e Moana, e che fanno comunque da comprimari in una piramide che vede Pippi protagonista.
Perché okay, chiariamolo subito, Pippi è la Peter Pan al femminile, e se leggendo Peter siete rimasti sconvolti dalle modifiche fatte al suo personaggio per cuocere gli spettatori di cartone e film, beh, qui non succederà. Pippi, alla fine, laddove Peter era cattivo, o per lo meno sbadato, ovvero nelle emozioni, lei è candida, buona. Eppure, mai emotivamente coinvolta. 
Che bello è quando fa credere che cresca la cioccolata in fondo alla quercia cava?
O quando compra le caramelle a tutti?
O quando organizza l'esame dei bocciati?
O il natale festeggiato giorni dopo sbattendosene di tutto?
Una paladina dei borderline, in pratica.

E poi boh. Ci sono cose che vi restano appiccicate addosso racchiuse in una parola.
Tipo:
Villa Villacolle.
Saltamatta.
Le mortificazioni.
La madicina.
i Cip cipoidi
E come dorme Pippi.
Lo spunk!
Come sarebbe che cos'è uno spunk?
E niente, ve lo copio questo pezzo meraviglioso.
"E pensare" disse Pippi con aria sognante, "pensare che sono stata proprio io ad inventarla, io e nessun altro!"
"Cosa hai inventato?" si informarono Tommy e Annika. Non si stupivano affatto che Pippi avesse inventato qualcosa, dato che lo faceva di continuo, ma di che cosa si trattava questa volta?
"Che cosa sei andata a scovare?"
"Una parola nuova" rispose Pippi, e guardò Tommy e Annika come se li vedesse soltanto allora. "Una parola nuova di zecca".
"Che parola?" chiese Tommy.
"Una parola sensazionale" Disse Pippi, una delle migliori che abbia mai udito".
"Diccela" propose Annika.
"Spunk!" disse Pippi trionfante.
"Spunk?" ripetè Tommy. "Che cosa significa?"
"Se soltanto lo sapessi!" esclamò Pippi. "So soltanto questo: che non significa 'aspirapolvere'".

Non è meravigliosa?
Sì. Lo è. E poi via a cercare di comprare uno spunk dal droghiere o a chiedere al medico se per caso fosse malata di spunk... fantastico.
Che altro?
Ah sì, alla fine anche il pezzo degli Interpol è un gran pezzo. Mi è entrato pian piano, ma poi è rimasto. The Rover, dico. Lo so, oramai è vecchio. Ma forse a voi non è entrato, magari vi va di. Eccolo.
Dicevo del non-sense di Pippi, e in generale non solo suo. 
Pippi non è solo non-sense, ma fa di questo una battaglia: è una rivoluzionaria. 
Una che va a scuola in cavallo, e decide di non andarci, una che decide di comprare caramelle a tutto il paese, che decide di fare la Regina dei negri, o il Pirata, o fa a gara col forzuto del circo (e vince, perché è la bambina più forte di tutto il mondo, ricordatevelo)
C'è una cosa che fa meritare a questo libro, dopo tutti questi anni, di essere letto. 
Le cose non devono avere un senso sempre, per essere felici.

Poi?
Poi niente. Leggetevela! ma no dai. vi dico ancora qualcosa. 
Il bello del nulla. L'invenzione dei giochi che spetta ai bambini, e raramente, da grandi, spesso solo da ubriachi, la si ritrova. Come per esempio giocare a cerca cose. Fare di un qualunque frammento di oggetto qualcosa di meraviglioso. 
"Cos'è che hai detto che sei?" chiese Annika.
"Una cerca-cose"
"Ma cos'è?" domandò Tommy.
"Evidentemente qualcuno che si preoccupa di cercare le cose; non vedo che cos'altro potrebbe essere!" disse Pippi, ammucchiando con la scopa la farina sparsa per il pavimento. " Il mondo è pieno zeppo di cose, e ci vuole pure qualcuno che si occupi di sapere che razza di cose siano. Questo è appunto il compito dei cerca cose."
"Ma che tipo di cose?" insistette Annika.
"Che ne so, ualsiasi tipo di cose" rispose Pippi: "pepite d'oro, piume di struzzo, topi morti, caramelle con lo scoppio, minuscole viti e cosi via."
Capite? No. Ovvio, se non ci avete mai provato. E non avete trovato un signore addormentato di fronte alla sua villa (!?!) e se lo trovate... è vostro, prendetevelo e portatevelo via. :D

Va bene. Io la chiudo qui. Devo preparare un compito, anche se dopo aver letto questo libro credo meno nell'educazione... perché non è poi una cosa così buona. Nel senso... Pippi è un libro quel filino diseducativo. Prendete Tommy e Annika. Tipo che fanno alla governante: possiamo passare la notte da soli su un isola deserta con Pippi? Risposta: okay, purché vi mettiate dei maglioni pesanti. 
O ancora, i genitori che mandano deliberatamente i figli in un'isola di "negri" dei mari del sud assieme a una nave di pirati? Ma sì che vi fa bene! 

Va bene dai. La chiudo dicendovi di ascoltare il disco di Neneh Cherry, che è top, vi posso dire anche che un tale che non conosco mi ha chiesto di scrivere un racconto ispirato ai suoi racconti che non conoscevo e io l'ho fatto e questo ci ha pure fatto un libro, e io l'ho ambientato in un paese che è famoso per essere l'anagramma di una bestemmia. Sono cose meravigliose, qui il link
E adesso basta dai. Basta davvero. 

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"I piccoli maestri" di Luigi Meneghello*****

Sono le 9.36. alle 10.30 devo andarmene a lavorare. E allora cosa cazzo comincio questa recinzione?
In realtà non la comincio veramente.
Metto l'immagine, i tag, cerco un po' di link da leggere tipo quello del libro, della wiki, e scopro che c'è anche il film. Così ho tutto pronto quando riprenderò in mano il post.
Perché ci vuole del tempo, per parlare di questo libro.
Il primo vero classico, profondo, multilivello, che ho preso in mano da un po' di tempo a questa parte.
Per colpa di Astrid, quella schifosa, che ha tolto tutte le etichettine per darmelo e farmelo leggere. E voi tutti sapete, che quando hai una serie di scaffali dove giacciono quasi 400 libri che non riesci a leggere (di cui una cinquantina iniziati) anche se vorresti tanto, e te ne prestano uno in più il tuo senso di colpa per il non leggerlo è grande. Per fortuna il mio no, ma se lo avessi sarebbe grande.

Resta però che ho cominciato questo libro 4 o 5 volte. e 4 volte ho letto le prime 26 pagine, circa, perché poi ricominciavo ecc.
Vabbè... insomma. Poi, dai e dai, vuoi a portarlo in Spagna, a Lignano, sul Gilberti, a Villuzza beach e in giro in macchina in ogni dove, ce l'ho fatta.
Sono andato avanti, e l'ho letto.
Vabbè, che vi devo dire, che sono un ignorante, perché non sapevo della sua esistenza, pur avendo letto millenni fa Libera nos a Malo, di Meneghello, e averlo trovato meraviglioso, e inseribile tra i libro PEM.
E senza tante storie, mi vien da dire che è un libro pressoché perfetto.
E quindi ve ne parlerò con calma, non so quando, perché adesso nell'ordine vado a
cagare
vestirmi
prepararmi il pranzo
fare merenda
raccogliere peperoncini da seccare
al lavoro.

Bene.
Sono passati tre gg da queste righe.
E mica le ho fatte quelle cose, non tutte per lo meno.
Ma vediamo di usare questa ora che ho, questa ora del lunedì mattina, per finirla, magari, questa recinzione. Perché se ho messo un sacco di asterischi, lassù, è perché si può fare una cosa. 
Si può aprire il libro a caso ed essere sicuri di trovare un pezzo bello, o bellissimo. 
Proviamo dai...
Ve li scrivo.

Pag. 150-151
Andavo verso nord, senza più correre; sentivo sparare anche davanti a me, ma lontano. A un certo punto, oltre un piccolo rialto, i gattini non c'erano più, e neanche i rametti che volavano in aria. Ero defilato, forse per trenta metri, e camminavo sul tavolato rigato dalle scafe. Quando vidi quanto ero insanguinato mi allarmai. Pensavo: toh, e se non potrò più correre? Però mi sentivo benissimo, solo un po' emozionato. Vidi una stretta fessura per terra e senza pensarci mi calai dentro. Ci passavo appena, ma sotto c'era una buona nicchia, più alta di me, bislunga.In un attimo ero via dal sole, in un bozzolo di roccia sottoterra, buio e umido. Sentivo arrivare gente di corsa, plotoni di gente: la roccia sopra di me rimbombava; sentivo anche i rimbombi del mio cuore. Ora udivo anche voci, vicinissime, in italiano. Parlavano di uno, che ero poi io; mi cercavano affettuosamente. Mi rendevo ben conto che avevano le scarpe, e la vicinanza tra questi piedi scarpati e il mio viso era disgustosa. Tenevo in mano una bomba a cui avevo sfilato la sicura; tenevo giù l'asticciola con il pollice. Stavo fermo con gli occhi alla fessura sopra la mia testa. Era come quando si gioca a nascondersi da bambini e stanno per trovarti. C'è un momento in cui tutto ti pare già accaduto, resta solo la formalità di eseguirlo meccanicamente. Aspettavo nel mio nascondiglio guardando questa fessura e pensando: Cristo, come mi sento solo.

Ecco. già su questo pezzo ci sono mille cose da dire. Ve ne dico alcune. Il tono. Siamo nel bel mezzo di un rastrellamento, anzi, è un'epifania del libro, questa, perché in questo nascondiglio comincia il libro, a guerra finita, quando lui va a riprendersi il parabello, che lascerà qui dentro. Non sappiamo che si salverà, ma il come è terribile. Scalzo, dopo le trappole, il filo spinato, la morte di quasi tutti quelli che stavano scappando con lui. E la racconta in modo quasi scanzonato. Ci mette quel "affettuosamente" dentro, che è delizioso. Perfetto. E poi il lessico, il mix di termini dialettali (scafe), di termini costruiti (scarpati), di termini alti, di espressioni che a volerci mettere la penna rossa sarebbero da cassare (a un certo punto) e in generale una prima persona che perfettamente ci regala un protagonista laureando, che però è giovanissimo, inesperto, ingenuo.
E poi il modo di rendere la suspense con leggerezza. Non c'è mai tensione, in questo libro, è sempre regalata in forma di carezza, quasi non ci si voglia turbare con la brutalità della guerra. 
Facciamo un'altra apertura a caso dai.

pag 180-181
Non si capiva niente. Ci avviammo in tre, giù per la china, sotto un'acqua da cinema, con intermezzi di grandine da montagna, sparacchiando. A un certo punto tirai la canadese, affidandola ai vortici della pioggia. Scendemmo tutto il mezzo chilometro senza danno; non mi sentivo bagnato, mi sentivo un ruscello, l'acqua scorreva dappertutto.; quando fummo in fondo, non c'era più nessuno. Si vede che li aveva dispersi il temporale; tempo permettendo, avrebbero facilmente potuto acquistare altri nove punti in Rastrellamento (parte pratica), per gli esami di sergente.Non tuonava più, pioveva liscio e fitto. Le canne dei parabelli traboccavano di acqua. Li sgocciolammo, poi avendo ancora un mezzo caricatore ciascuno, lo scaricammo addosso al bosco. L'altro ragazzo si chiamava Tecche-Tecche.Credo che al Suster piacesse questa curiosa escursione, e che la credesse, da parte mia, una prova di coraggio."Vuoi restare con noi?" mi disse mentre ci asciugavamo; e io mi sentii tentato, ma resistetti.Il Suster mi disse che potevo fare il vice-comandante, se stavo con loro.Eh no," diss. "Voglio trovare notizie dei miei compagni, qualcuno ce ne sarà ancora. E' meglio che stia con loro, perché lì non devo né comandare né ubbidire. Naturalmente tra i miei compagni sdottorerò un pochino, perché è la mia natura, ma in complesso sdottorano anche gli altri e così saremo sempre pari.""Che lungo discorso, " disse il Suster, "per dire che qui con noi non ti piace.""Mi piace troppo," dissi, "Non si può sempre divertirsi."
Ci dicemmo arrivederci, col Suster, ma non ci si è più rivisti; perché lui in settembre morì impiccato a Bassano, e se restavo con loro, chissà se questa fine la facevo anche io. Ogni volta che passo sul viale degli impiccati, a Bassano, ho la sensazione di
sapere qual era il mio albero.
Ecco. L'ineluttabilità. La morte che ti arriva sempre così, senza preavviso. Sono tanti i morti, qua, ma arrivano sempre così, a bocce ferme. Senza il momento dell'atto. Persino l'impiccagione dei partigiani stessi a opera loro è non-raccontata. E poi ci sono le bande. Una realtà di cui non ti rendi conto a leggerla sui libri di storia, e nemmeno te ne rendi conto a sentirla raccontata. Le bande, tante, troppe, insensate, sensate. Derive diverse a seconda della natura degli uomini che vi si uniscono. Non solo comunisti e non, ma un fottio di sfaccettature. La nostra, quella del nostro protagonista, è definibile per caratteristiche. Studenti, vanno in giro coi libri, si leggono le cose in latino, vogliono agire, ma nel giusto, non hanno nomi di battaglia, sono tutti dello stesso paesotto o zone vicine, si conoscono da prma, non sono politici, o lo sono pochissimo, e sdottorano, si dice, perché parlano, spiegano, cercano il senso delle cose. E poi i dialoghi, spesso così, sempre con poche parole, mai lunghi. Mai oltre le tre righe, perché non c'era mai da parlare. Ecco... poi non so.
E' ora di andare.

Posso lasciarvi qualche riga per le descrizioni. Sì, che guerra o non guerra sono sempre ricche:
Eccone una, pag 195.
Era l'estate colma; eravamo frammischiati alle colture, alle fronde fitte; si aveva sempre il senso di sbucare da frasche, coltivi. C'erano carri, bestie, fieno, attrezzi agricoli, suppellettili rustiche. Bevevamo coi contadini, ridevamo con le contadine, cantavamo sulle aie. L'estate nutriva frutti e fiori, e nei festoni c'erano le nostre facce soffuse di salute. Le siepi, le macchie, i boschetti ospitavano i nostri nidi come bozzoli impigliati tra i rami; io avevo perfino una piccola tenda mimetizzata tra le acacie.
Bello vero? Siamo a fine delle cose, certo, nel respiro profondo del dopo. Ma anche prima non sono diverse, le descrizioni. I luoghi, il Veneto, le colline e le campagne, sono personaggio tra i più rilevanti.
E poi?
E poi niente.
Non potete non pensare a Levi, e alla sua Tregua. In un modo strano questi piccoli maestri sono una tessera che vanno a riempire un unico mosaico. Imprescindibile, direi.
Non potete non pensare a Fenoglio. Qui siamo invece a guardare la stessa cosa con una voce diversa. Oserei dire più sincera, ma sbaglio. Semplicemente, qui, la tecnica letteraria è così sopraffina da non apparire, da sparire, da sembrare non esserci. Esticazzi, direi.

Posso capire perché Astrid legge e rilegge questo libro. E' di quei libri che son come fiumi, che ogni volta li guardi e la luce e le forme della superficie dell'acqua non sono mai uguali.

Basta. niente altri pezzi. Non so chi si ricorda dei libri Pem. Ma questo è un libro Pem. Un libro per essere meglio. Senza dubbio. Si è più colti, diversi. Di quelli che dopo averlo letto non sei più lo stesso. E sono tempi in cui bisognerebbe conoscere queste cose accadute, che stanno rapidamente tornando.

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