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"Il piccolo principe" di Antoine de Saint-Exupéry****

Succede che adesso andrò a fare un piccolo giro in bici.
Comprerò delle zucchine, delle melanzane, delle cipolle.
Le cose della griglia dietosa. Poi dovrei anche altro, ma questo, tipo pollo o roba per l'insalata, lo comprerò domani, credo. per oggi dovrei averne. Certo, dovrei anche comprare una busta per spedire dei libri, ma pure quello, domani.
Ma prima di andare via, e di finire, dopo, questo post, ho cercato un po' di immagini, immagini che vi metto sotto, anche a voi.
Sono quelle che mi sono piaciute. E sono poche, e nessuna, o quasi, mi ha fatto dire "Ohh, figata!".
Perché succede che ieri ho finito di rileggere alla donna il piccolo principe, che non conosceva, a parte, ovviamente, il solito pezzo della volpe e dell'essenziale blablabla, che tutti noi abbiamo avuto il piacere o meno di ritrovare nei sussidiari delle elementari o nelle antologie delle medie.
Ecco... e allora intanto vi metto le immagini, e poi, quando torno, finisco di dirvi di questa rilettura, la seconda o terza, del piccolo principe.
Ci rifletto mentre pedalo e magari mi ascolto qualcosa di tranquillo, che vada bene sotto la pioggerella che c'è e che magari mi faccia decidere se il piccolo principe abbia fatto più bene o più male a un certo tipo di narrativa simbologica che avrete ben presente anche voi (gatti gabbianelle topi e lumache, per intenderci). Perché vi dirò che ho riletto con piacere critico, questo piccolo romanzo, e tuttavia non mi sono fatto un'idea precisa e so già che è un argomento che suscita le peggiori ire. Sembra uno di quegli argomenti contro cui c'è la pena di morte immediata, avete presente no? Violento bambini, uccido donne, ammazzo animali, spaccio droga e non mi piace il piccolo principe. BUM! per i primi potrei anche trovare qualche colpa alla società, e chissà, ma per l'ultima non c'è scampo... sei cattivo dentro, devi morire.
Tranquilli... a me piace il piccolo principe, ma non nel senso assoluto che vorreste, forse.
E adosso le immagini, e poi, le riflessioni mie e che ne so, magari ce lo faccio pure io un disegno, che è bello rifare le cose belle.















Son tornato. Ho visto gli storni. Erano nella nebbia. Ora ce li ho vicino a casa. Sono bellissimi gli storni, a centinaia, adesso, su tutti gli alberi. Due tre giorni fa sono venuti su quelli di casa, a due metri dalle finestre, ma non ero a casa, avrei dovuto fotografarli, avrei dovuto. Vedendoli, anche loro che sono così pacifici, ti viene da pensare che fanno anche paura, se tutti insieme decidessero di.
E pure il fracasso che li accompagna, assordante, non è che tranquillizzi. Ma sapendo che se ne stanno lì, a volare misteriosamente insieme, son proprio meravigliosi, soprattutto ora che c'è nebbia.

E insomma, vi dicevo del piccolo principe, e che io trovi che certe cose siano state davvero iper inflazionate e masticate e risputate in mille salse più incolori e bugiarde. 
Perché sì, alla fine, la cosa che più mi ha indispettito leggendo, è proprio la frase più celebre, quell'essenziale invisibile agli occhi... quel guardare con il cuore di cui si riempie la bocca il biondino spocchioso. Ecco... col cazzo, mi viene da pensare di fronte a questa meraviglia di storni attorno. E già ti sento, te laggiù in ultima fila, che dici che li sto guardando col cuore, gli storni. No. Manco per un cazzo, sarebbero belli anche se io non esistessi e non li cagassi nemmeno di striscio. Sarebbero belli pure se gli sparassi e grigliassi. E' proprio un eccesso di buonismo a buoni sentimenti, questo passaggio. Ma... attenzione, nel piccolo principe no. Nel senso che sì, quel passaggio non mi è piaciuto, l'ho trovato banale, ma non disonesto. Altri passaggi, i sei pianeti, piuttosto che tutta la parte finale, quasi sconclusionata, a tratti, ecco, mi sono piaciuti ancora, e di più, proprio perché sono quello che vogliono essere: parole di un bambino che viene dallo spazio e abita da solo su un pianeta. Non può che essere sconclusionato, no?

E quindi ecco che adesso, rileggendolo, sono riuscito a ritrovare quel filo che si sfilaccia con le citazioni, con il dover essere bello per forza, con il buonismo imprescrittibile, la nostra società inevitabilmente marcia e malata di fronte alla ingenua purezza del bambino spaziale... ecco, al di là di questo, Le Petit Prince resiste, e il piccolo racconto di De Saint-Exupéry rimane un qualcosa che va letto e riletto, che fa bene, che alla fine di regala un qualcosa che si va perdendo dietro etichette e sovrastrutture: la bontà. E quindi finisce così, questa recensione volante, che potete commentare ma che per ora non si vede ancora. Finisce che mi permetto di dire che certi passaggi sono insopportabilmente mielosi e hanno fatto solo dei danni e purtuttavia laggente si ostina a provare immenso e smisurato ammmore (e mi riferisco proprio all'essenziale invisibile agli occhi e all'addomesticare blabla) e guai a toccarglieli e a dirgli che sono stucchevoli. Certi passaggi, soprattutto quelli meno prevedibili, come il lampionaio, o l'ubriacone, o il finale tristissimo, ma pure un po' inverosimile (e salvalo 'sto piccolo bimbo no? contro la sua volontà ma salvalo, o cerca di farlo) invece di dirci che non hai trovato il corpicino (e grazie al cazzo, visto che se lo saranno ben mangiato gli sciacalli o le altre bestie no?), dicevo, questi passaggi sono ancora davvero belli, piacevoli da rileggere, e da ripensare. 

E la chiudo dicendovi che i disegni non sono imitabili. I disegni originali dell'autore sono un qualcosa che ha un tocco che brucia, nel senso che è difficile anche solo ispirarsi, a essi, senza suonare lontani e inadatti. Il piccolo principe è e sarà sempre quello di quei disegni, e tutto il resto (e ce n'è veramente tanto, non riesce a entrare dentro allo stesso modo. Lo potete vedere con le immagini che vi ho lasciato.
Che altro? Niente, sono contento di averlo riletto. Dovrebbero farlo tutti, invece di parlarne. E anzi, non si dovrebbe citare più. Ah, vi ho fotografato gli storni... ve li regalo. Non sono invisibili agli occhi eppure la loro bellezza è essenziale.

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"L'amante" di Marguerite Duras***

Ho un problema col pc.
Scrolla di default dopo qualche secondo dopo l'avvio e la tastiera, all'avvio, non la riconosce. e sto soffrendo. Poche sono le cose che ti innervosiscono quanto un pc che non funziona e non capisci perché.
Le ho già tentate tutte, da settordici antivirus ad aggiornare ed eliminare i driver di mouse e tastiera. Insomma... sono completamente alla frutta.
Voi ne sapete qualcosa?
Io no, visto che manco ho un CD del mio windows, che acquistato con un'offerta HP è dentro ma non fuori dal PC... e questa cosa dell'essere dentro e fuori è un po' quel che mi è venuto in mente leggendo "L'amante" di Marguerite Duras.
In realtà non stavo leggendo questo libro... ma ieri ho avuto due ore buche improvvise. E certo... potevo avere altre cose da fare, ma Calvino l'avevo lasciato in macchina e allora mi son detto: ora trovo una cosa corta da leggere nella piccola biblioteca scolastica che io stesso ho costruito rubando libri al banco libro.
Cristina mi ha detto che questo lo potevo leggere, a lei piacque (e questo era un punto a sfavore, visto che abbiamo gusti diversi) ed era corto e forse, con impegno, potevo addirittura finirlo entro le due ore (e questo mi spingeva a leggerlo) e poi, faceva parte di questa vecchia collana di Repubblica, dedicata ai capolavori del '900 e infine, essendo che il mio unico ricordo di un testo della Duras risaliva a qualcosa di perso nella memoria (occhi blu?) mi son detto why not.

E dunque, ecco che c'è quella cosa del dentro fuori, che un po' l'ho pensata, lo confesso, perché Cristina mi aveva buttato un lampo di luce di un certo tipo, sulla storia. E' la storia di una tipa di 15 anni che ci racconta del suo amante cinese molto più vecchio di lei ed è per questo che - forse, si dice - ha avuto molto successo, nella produzione di quest'autrice.
Ecco. Non è vero niente, non con mio filtro da lettore attuale.
"L'amante" è un libro tristissimo. Ve lo dico mentre AVG fa l'ennesimo scan in cerca di virus che non ci sono e quindi - contando anche i venti riavvii di oggi - di tristezze ne capisco.
Ma la parte del rapporto sessuale morboso tra questa ragazzina e il nemmeno trentenne cinese è un qualcosa che ha molta poco importanza, nell'economia del romanzo, rispetto ad altre cose. Ecco il difetto della lettura da adolescenti... ha una priorità inesatta della lettura.
E allora di cosa parla, l'Amante?

Marguerite, lei, l'autrice, autobiograficamente ci dice della sua storia d'amore di quando era in Indocina, con quest'uomo, un cinese figlio di un cinese arricchito, a forza di vendere case ai poveri indocinesi. Loculi, più che case. Ma quest'uomo, che un giorno su un traghetto si invaghisce della ragazzina, o meglio, se ne innamora perdutamente, non è un bianco, e non è tollerabile una storia con una bianca, che là, sull'autobus, siede nel posto avanti, vicino all'autista, quello riservato ai bianchi.
E invece lei accetta, così, di punto in bianco, si lascia portare in camera e pretende di essere fatta diventare donna. O puttana, suvvia, diciamo come stanno le cose, o almeno come possono sembrare.
Perché questa è solo superficie.

Il dentro del libro, che salta da terza persona a prima persona, è tutto quello che l'autrice ci dice del rapporto con la madre, il fratello maggiore e quello minore. Una famiglia allo sbando, nell'Indocina coloniale francese che è sempre più povera. Ci sono salti temporali continui, nella narrazione, ma è semplice, lo stile, e benché lirico resta comunque a un livello immediato, non eccessivamente poetico. L'autrice parla col senno di poi, e forse non ce la racconta giusta del tutto, ma è indubbio percepire il suo trasporto, il suo sentirsi ancora dentro e parte di tutto quell'odio e quell'amore.
Odio per la madre, che ha una povertà che non vuole e non accetta, che ha un amore smisurato per il figlio maggiore pareggiabile solo con la cattiveria che questo dimostra. Odio per questo fratello, e amore per il minore, che morirà, certo, ma non è una sorpresa, non c'è quel tipo di suspense, in questo libro.
La Duras salta di palo in frasca con coscienza, raccontando sì, la sua storia con l'amante ricco cinese, quella è cronologicamente rispettata, ma inframmezzata dai suoi ricordi, da quello che è accaduto poi ai suoi familiari, alla fine, ripensandoci, tutti morti, chi prima e chi dopo.

Dicevo - mentre vi comunico che forse ho risolto il problema del mouse, che invece era un problema della tastiera - che è un libro malinconico. L'autrice è incomprensibile, a volte, è tormentata. Va a letto con questo per soldi, e questo, l'uomo cinese, senza nome, soffre dal primo momento e benché sia uno abituato ad avere e comprare donne, prova per questa amante bambina, magrissima, eccentrica, cattiva, forse, e fredda, una passione pura e feroce. Un qualcosa che durerà per sempre, come per sempre durerà - ed è il libro che abbiamo appena letto, a dircelo - la passione che l'autrice prova verso di lui. Insomma... alla fine, questo amore, non è poi così banale, a leggere tra le righe.

C'è dentro la nostra cattiveria, l'egoismo, l'avidità dell'anima, ma anche la capacità di dare e infliggere sofferenza, e c'è dentro un'epoca e un contesto che sono distanti dai nostri. E' veramente riduttivo pensare a questo libro come a un'opera narrativa che si fa ricordare perché narra di una storia un po' perversa tra una adolescente povera e con una famiglia dagli affetti devastati e un milionario nullafacente che si innamora perdutamente nemmeno lui sa bene di chi.

E come la chiudiamo, questa chiacchierata? Ma sapete che vi dico. Che forse questo libro non farà per me, e forse a tratti ho sofferto quel continuo, seppur sapiente, utilizzo misto di prima e terza persona, di discorso diretto e indiretto; ma quel vestire le emozioni di toni forti è bello, e alla fine l'unico che pare salvarsi, in parte, è proprio l'amante cinese. Vi lascio quindi un pezzo, un pezzo di libro, che è fatto tutto di piccolo pezzi, al massimo una pagina, a volte poche righe. Sì, l'ho che li avete visti mille volte i libri scritti così, ma questo è del 1984, eh.
Okay... apro a caso e scelgo un pezzo e vi saluto!
L'immagine comincia molto prima che lui abbordi la ragazzina bianca appoggiata al parapetto, nel momento in cui è sceso dalla limousine nera, quando ha cominciato ad avvicinarsi a lei, e lei lo sentiva, sapeva che era impaurito.Fin dal primo istante si rende conto di averlo in suo potere. Dunque anche altri potrebbero cadere così in suo potere se se ne offrisse l'occasione. Lei sa anche qualcosa d'altro, che è giunto ormai il momento in cui non può più sottrarsi agli obblighi che ha verso se stessa e che di ciò la madre non deve saper nulla, e neppure i fratelli. Lo ha capito quel giorno. Appena è salita sull'auto nera l'ha saputo, si sente lontana da quella famiglia, per la prima volta e per sempre. Ormai non devono più sapere che ne sarà di lei. Anche se qualcuno la prende, la porta via, la ferisce, la sciupa, la madre e i fratelli non devono più saperlo. Questo è il loro destino e lei già ne piange, sulla limousine nera.La ragazza adesso dovrà affrontare quell'uomo, il primo, colui che le è comparso davanti sul traghetto.È arrivato presto quel giorno, un giovedì. E venuto, come i giorni precedenti, a prenderla all'uscita del liceo per accompagnarla al pensionato e poi, una volta, è venuto al pensionato un giovedì pomeriggio e l'ha portata con sé nell'auto nera.Sono a Cholen, dalla parte opposta rispetto ai viali che collegano la città cinese al centro di Saigon, quelle grandi strade all'americana, solcate dai tram, i risciò, gli autobus. È il primo pomeriggio. Cosi lei non sarà costretta a uscire in fila con le altre ragazze del pensionato.È un quartiere a sud della città. La casa è moderna, ammobiliata sommariamente in stile liberty. Lui dice: i mobili non li ho scelti io. La stanza è al buio, lei non gli chiede di aprire le persiane. Non prova nessun sentimento preciso, non odio e neppure ripugnanza, allora forse è desiderio. Non lo sa. Ha accettato di andare appena lui glielo ha proposto, la sera prima. Ora lei è dove deve essere, come un oggetto spostato. Ha un po' di paura, perché si aspetta di averla e perché nel suo caso dovrebbe proprio succedere così. È attentissima all'aspetto delle cose, alla luce, al baccano della città in cui la camera è immersa. Lui trema. Prima la guarda come aspettando che parli, ma lei non parla, lui allora non fa neppure un gesto, non la spoglia, dice di amarla pazzamente, lo dice a voce bassa, poi tace. Lei non risponde, potrebbe rispondergli che non lo ama, non dice niente. Ad un tratto lei sa, in quell'istante sa che lui non la conosce, che non la conoscerà mai, che non avrà mai modo di conoscere un essere tanto perverso, che non potrà mai riuscire ad afferrarla. È lei che deve sapere. Lei sa. Proprio perché lui lo ignora, tutt'a un tratto lei sa: le era piaciuto già sul traghetto, le piace, tutto dipende da lei.
Anzi no, concludo con un'altra cosa. Che viso aveva questo amante cinese, che nel libro non ha un nome? Eccolo qua! 

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"La luna e i falò" di Cesare Pavese*****

Succede che con terminare il lavoro in biblio ho restituito tutti i libri, e succede che ho cominciato a fare le lezioni sulla preparazione della prima prova scritta e succede che - tra le analisi di testo svolte lo scorso anno - mi sono ricordato di quel brano rubato a "la luna e i falò" di Pavese, un classicone sempre presente nei programmi di quinta e che ho sempre sbirciato, nella libreria di scuola che io stesso ho costruito. Lo sbirciavo perché è corto.
Io amo i libri corti, lo sapete.
E allora mi sono detto, "ma scusa, è ora di leggere roba bella, e magari unisco l'utile al dilettevole e mentre me lo leggo, anche se magari non mi piace, trovo spunti per costruire delle analisi del testo e insomma... una notte, all'ora del lupo, l'ho cominciato.
Ebbene: è meraviglioso.

E' ricco, lo vedi dalle prime righe, ricco di lessico, ricco di dettagli, di cura, nel clima, nella densità... Poi certo, è una lettura che ti cerca e ti pretende presente, non è certo il libro d'evasione, ma non è nemmeno, come temevo, un libro palloso o che.
Anguilla, il protagonista, che ci parla, è un bastardo!
Ma no... che avete capito, è uno che non aveva i genitori ed è cresciuto con questa mancanza percepita, con questa assenza. E' lui che ci racconta il suo viaggio di andata e ritorno dalle valli piemontesi all'America, dal passato al presente, da prima e dopo la seconda guerra... 
Ma ci sarebbero così tante cose da dire che non le dirò tutte, però un poche ve le voglio dire, e voglio farvi leggere, anche, visto che me lo sono scannato, qualche pezzo.

Cominciate con questo. Anguilla ci racconta del momento, a L.A., quando lavorava in una stazione di servizio, con la fidanzata restia e anch'ella emigrata dall'Italia, dicevo, del momento in cui decide di tornare, che sarebbe tornato, prima o poi. E' il primo pezzo su cui ho dato un esercizio... se lo meritava.

Fu una di quelle notti che sentii raccontare di Nuto. Da un uomo che veniva da Bubbio. Lo capii dalla statura e dal passo, prima ancora che aprisse bocca. Portava un camion di legname e, mentre fuori gli facevano il pieno della benzina, lui mi chiese una birra.

— Sarebbe meglio una bottiglia, — dissi in dialetto, a labbra strette.
Gli risero gli occhi e mi guardò. Parlammo tutta la sera, fin che da fuori non sfiatarono il clacson. Nora, dalla cassa, tendeva l'orecchio, si agitava, ma Nora non era mai stata nell'Alessandrino e non capiva. Versai perfino al mio amico una tazza di whisky proibito. Mi raccontò che lui a casa aveva fatto il conducente, i paesi dove aveva girato, perché era venuto in America. — Ma se sapevo che si beve questa roba... Mica da dire, riscalda, ma un vino da pasto non c'è...
— Non c'è niente, — gli dissi, — è come la luna.
[…]
Quella notte, prima di scendere a Oakland, andai a fumare una sigaretta sull'erba, lontano dalla strada dove passavano le macchine, sul ciglione vuoto. Non c'era luna ma un mare di stelle, tante quante le voci dei rospi e dei grilli. Quella notte, se anche Nora si fosse lasciata rove­sciare sull'erba, non mi sarebbe bastato. I rospi non avreb­bero smesso di urlare, né le automobili di buttarsi per la discesa accelerando, né l'America di finire con quella stra­da, con quelle città illuminate sotto la costa. Capii nel buio, in quell'odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che come Nora e gli avventori mi face­vano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi. Valeva la pena esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo?
Adesso sapevo perché ogni tanto sulle strade si trovava una ragazza strangolata in un'automobile, o dentro una stanza o in fondo a un vicolo. Che anche loro, questa gente, avesse voglia di buttarsi sull'erba, di andare d'accor­do coi rospi, di esser padrona di un pezzo di terra quant'è lunga una donna, e dormirci davvero, senza paura? Eppure il paese era grande, ce n'era per tutti. C'erano donne, c'era terra, c'era denari. Ma nessuno ne aveva abbastanza, nes­suno per quanto ne avesse si fermava, e le campagne, anche le vigne, sembravano giardini pubblici, aiuole finte come quelle delle stazioni, oppure incolti, terre bruciate, monta­gne di ferraccio. Non era un paese che uno potesse rasse­gnarsi, posare la testa e dire agli altri: "Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere". Era questo che faceva paura. Neanche tra loro non si conosce­vano; traversando quelle montagne si capiva a ogni svolta che nessuno lì si era mai fermato, nessuno le aveva toccate con le mani. Per questo un ubriaco lo caricavano di botte, lo mettevano dentro, lo lasciavano per morto. E avevano non soltanto la sbornia, ma anche la donna cattiva. Veniva il giorno che uno per toccare qualcosa, per farsi conoscere, strozzava una donna, le sparava nel sonno, le rompeva la testa con una chiave inglese.
Nora mi chiamò dalla strada, per andare in città. Aveva una voce, in distanza, come quella dei grilli. Mi scappò da ridere, all'idea se avesse saputo quel che pensavo. Ma que­ste cose non si dicono a nessuno, non serve. Un bel matti­no non mi avrebbe più visto, ecco tutto. Ma dove andare? Ero arrivato in capo al mondo, sull'ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne.


Ecco... così avete anche un'idea della scrittura, che poi, di sicuro, tutti voi l'avete letto e io no, ma menefotto e sono contento di esserci arrivato ora, che me lo godo tutto e in profondità.
E vediamo, anche, di abbreviare le cose che ho da dirvi... farò un elenco. :)

  • Il romanzo è del '50, scritto nell'autunno dell'anno prima, poco dopo la sua uscita Pavese si è suicidato, e il male di vivere, la depressione, la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo, ci sono, in questo libro, in molte righe. Sia da parte di Anguilla, soprattutto, ma anche in altri personaggi minori. 
  • Pavese vede questo romanzo come una "modesta" divina commedia, Anguilla è Dante e Nuto, l'amico di gioventù, il suo Virgilio. Il primo ha viaggiato, povero e orfano dalle langhe piemontesi fino in America, facendo fortuna e vedendo il mondo. L'altro invece è rimasto sempre lì, ha conosciuto il suo mondo, ha una famiglia, un lavoro, suonava ma ora fa il falegname e a modo suo è di idee altrettanto aperte,
  • Il romanzo attraverso continue analessi salta tra presente e passato, ci racconta un grande grappoli di avvenimenti, mescolati, un acino vicino all'altro, e alla fine tutti i fili tornano perfettamente, ogni personaggio ha il suo posto. Si parla di Ritorno, di nostalgia, di malinconia, ma anche delle piccole cose, dei profumi, dei rapporti umani, del tempo che cambia e non cambia. Insomma... delle cose della vita, di tutte le vite.

E a questo proposito vi lascio un altro pezzettino, piccolo piccolo, che mi piaceva, sulle riflessioni di Anguilla, semplici, 
Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero[1] io, non sapevo nemmeno bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toc­cava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c'è una casa, delle ragazze, dei vecchi, una bambina — e un Nuto, un Canelli, una stazione, c'è uno come me che vuole andarsene via e far fortuna — e nell'estate battono il grano, vendemmiano, nell'inverno vanno a caccia, c'è un terrazzo — tutto succede come a noi. Dev'essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno il grano all'ammasso, le ragazze fumano — eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qual­cuno e, più ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spa­riti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d'erbe secche e che la gente ricominci. In America si faceva così — quando eri stufo di una cosa, di un lavoro, di un posto, cambiavi. Laggiù perfino dei paesi intieri con l'osteria, il municipio e i negozi adesso sono vuoti, come un camposanto.
Ecco... e poi? Ah, sì, andiamo avanti con la lista.
  • al di là di tutte le etichette che scolasticamente si danno, neorealismo blablabla, o cose che io  non so, vi posso dire invece che è un vero quadro, questo romanzo, fatto di tante piccole pennellate precise, non diluite, senza sfumature ma con tantissime, centinaia o forse migliaia, tonalità di colore. Vi leggete soprattutto la vita campagnola della valle del Bembo e il contesto storico pre e post guerra mondiale.
  • E' vero che si parla di fascisti, e guerra, e comunisti, e preti, e religione, e ignoranza della gente, ma queste cose sono come messe in secondo piano, o meglio, sono un sipario trasparente... filtrano la vita dei personaggi e noi vi guardiamo attraverso e scopriamo le loro storie
  • Oltre a Nuto e ad Anguilla ci sono personaggi fondamentali e dipinti benissimo sia nel presente sia nel passato. Cinto, il ragazzetto zoppo in cui Anguilla rivede sè stesso, è un seme delicato e rovinato, figlio del tempo cattivo, della terra secca e arida in cui cresce, ma che ha cose buone, dentro, che può essere salvato... Le donne invece sono personaggi ambigui, personaggi complessi, difficili, sfortunati, soprattutto. Santina, la più giovane delle tre sorelle da cui Anguilla viveva, è davvero il cuore della parte finale del romanzo. Bellissima e falsa, opportunista eppure verissima... incomprensibile, anche. Un bellissimo personaggio.
  • La luna e i falò non è solo il titolo, ma è un filo che lega tutto. I falò sono quelli di San Giovanni, ma anche i roghi di guerra, ma anche l'incendio che distrugge la vecchia dimora di Anguilla... e la luna è personaggio sia quando c'è, quando illumina, sia quando non c'è, quando lascia spazio alle stelle, o al buio.
  • E' un romanzo sulle radici, questo. E tanto più amate le vostre, tanto più vi piacerà.
E adesso io vi saluto, vi dico di non commentare, perché ho combinato dei pasticci e i commenti non si vedono, vi dico che l'Italia della pallavolo è esaltante, vi dico che esco a bere una birra, che devo ancora dare un occhio alle lezioni di domani ma inventerò, che i grassetti li metterò domani, che devo mettere fuori l'immondizia nella casa di là e che boh... l'anguilla si dice bisat, ed è un pesce misteriorissimo. :)



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"La soffitta dei pipistrelli dormienti" di Elisa Sala Borin***

La soffitta dei pipistrelli dormienti è proprio un bel titolo, ci ripensavo adesso.
E l'ho letto circa 2,3 -  2,4 volte.
Sì, perché è un libro breve, di racconti, che Elisa, ormai credo unica mia fan costante e sempre presente del blog, ha voluto regalarmi. 
Così come mi aveva regalato Camilla e la Luna piena, che lessi in stereofonia questo gennaio, nella mia vacanza invernale partenopea. Mi piacque, ricordo, e ricordandomelo ancora significa che mi era piaciuto davvero.
Questo invece è una raccolta di racconti, brevi o brevissimi, una settantina di pagine, per i tipi della Carta e penna.
La copertina l'ha disegnata sempre Elisa, acrilico su cartone, partendo da una suggestione calviniana.
E insomma... lo so che sarà incredibile, che mi merito vergogna e frustate, ma benché mi abbia regalato questo libro mesi orsono, io solo ora l'ho letto tutto, anche se alla fine ci si impiega, volendo, meno di un paio d'ore.

E meno di un paio d'ore impiegherò per parlarvene, visto che sono le 18.23, io me ne andrò alle 20.00, per cena, e in mezzo devo fare un sacco di cose e cosucce.
Per prima cosa scappo a prendermi il caffè, che lo sento chiamare dall'alto... e voi mi sopporterete come al solito che vi parlo dei cazzi miei.
... ecco, niente caffè, per ora, ché aspetto mia madre che deve fare diosolosacosa in giardino al buio. Ma ho fatto pausa tagliandomi le unghie - dovevo fare anche quello - controllando che Kappa e Garappa fossero sotto le loro tegole (siccome ultimamente tendono a ribaltarsi guscio all'aria e ho l'ansia di trovarle secche il giorno dopo, 'sti cazzo di rettili) e dato un buffetto a Ebola, la coniglia nuova, che se non si muove a conigliare finisce in padella.

Dicevo dei racconti di Elisa Sara Borin. Sono semplici, nel senso buono del termine, come quella Semplicità che cantava la Consoli in quel primo disco, ecco. Mi sono piaciuti, dàì. Li ho riletti quasi tutti l'altro ieri, sul Tagliamento, nel pomeriggio. 
Ci ero andato in bicicletta, a prendere un paio delle ultime ore di sole di questa stagione strana. Sembrava di stare alle Maldive, c'erano centinaia di gabbiani e un'acqua strana, bellissima, e quasi nessuno in giro. Ho dormito un'ora e letto un'ora, dopo aver fatto il bagno a metà perché non trovavo l'acqua alta. Anzi, senza tanto menarla vi metto la foto e voi vi rendete conto.

Figo vero?
Ho fatto pure il video, camminandoci dentro, e poi magari ve lo metto sui pensieri di gelo.
Solo per dire che questa seconda o terza lettura me la sono goduta di più. Sì, perché prima avevo cominciato a leggerlo con/alla donna ma poi si sa, non si trova mai il tempo, e quando lo si trova non ho voglia e blablabla.
Leggere ad alta voce è bello, mi piace, ma è faticoso, e se capita che fate lavori tipo il prof, a parlare per ore ad altra, non si ha voglia. Così il tempo è passato. 
Ho letto altre cose, in mezzo, ma ogni tanto ci riprovavo, a notte fonda, e finiva sempre che mi addormentavo. Colpa mia, non del libro. Sono uno che ha qualche anno di sonno arretrato, e appena tocco il letto muoio e risorgo, più che dormire.
Fatto sta che avevo ricominciato dalla fine, e di qualche racconto mi sono letto le prime 2-3 pagine 2-3 volte.
Insomma... l'altro ieri ho preso zaino, libro e asciugamano e l'ho praticamente finito.
Ora però vado a farmi 'sto caffè eh, ché la vecchia attende e non sia mai che becco i gol della non vittoria dell'udine.

Beccati!
E che rabbia... rigore inesistente. Vabbè. Ci hanno rubato due punti... 
Le piccole cose della domenica.
E sono piccole anche tutte le cose dentro ai racconti di Elisa, che ha almeno due pregi.
E' leggera, il suo sguardo di narratrice è bonario, sono tutti racconti senza cattiverie, senza nulla che faccia tremare, e persino quando arrivano delle presenze, o delle morti, c'è una sorta di bontà e di accettazione che permea gli eventi che è tutto tenero. 
Certo, un po' aiuta anche il suo stile che è uno stile che fa di necessità virtù. Si vede che è solo da pochi anni che Elisa è una scrittrice, ma quello che è ingenuità, in lei è caratteristica. Persino i doppi spazi che ogni tanto si trova qua e là, sembra poter stare lì dove sono.
Non so, è un discorso che ho già fatto,  e non lo rifaccio. E' il discorso dell'onestà, che distingue il cercare di scrivere come dallo scrivere per. In questi racconti non si cerca di scrivere come nessuno, perché pare quasi che pur essendoci - dietro alle righe, in profondità - numerose letture, nessuna sia così prepotente da condizionare. Ci racconta le sue storie, e okay, spesso non sono mica originali, non vogliono mica piacerci per forza. Sono lì, le si legge, finiscono subito e non hanno infastidito. Sono oneste, in altre parole.
La seconda è una sorta di bonarietà e delicatezza di fondo. E non so, forse è un'idea che mi sono fatto io, forse sbaglio, ma penso che sia figlia di un sentire dovuto all'età, al vissuto. Si giudica poco, dopo una certa età, credo. E si percepisce questo modo di vedere le cose. Una calma di fondo che è anche nelle righe, con racconti che non sono mai bruschi, non accelerano mai inutilmente.

Ora vi parlo di quelli che mi son piaciuti di più. e anche di quelli che un po' meno. La lasciatemi andare a fare un po' di barba, prima, che sennò con sti capelloni lunghi sembro un bigfoot.
Ho scoperto l'altro giorno che una classe di ragazzi a cui ho fatto supplenza l'hanno scorso mi ha soprannominato per il resto dell'anno GesùCristo, facendomi riflettere sul rapporto tra me e il mio barbiere a dieci euro... forse è ora che li spenda. :)

Eccomi qua! Ma sono l'unico che si stanca facendosi la barba? Boh... sono a metà.
In ogni caso. Mi è piaciuto molto il racconto di apertura, semplice semplice, dal titolo Clementina va alla guerra, e certo, lo capisci che non è una guerra coi fucili, ma non immagini bene cosa, e in effetti, alla fine, mentre Clementina se ne va a zonzo, prima che il resto della famiglia si svegli, per i luoghi del suo vivere quotidiano, lo capisci che la definizione di andare in guerra è proprio azzeccata.
Annina mi è piaciuto un po' meno, perché ha un bel momento di tensione che poi si stempera troppo in fretta. La lunga malattia, e l'allontanarsi dei figli, non sono sufficienti per rendere credibile che si siano "dimenticati" di lei a tal punto da non attenderla più a casa. Resta però un raccontino che nella prima metà mi è piaciuto. Nei racconti con gli spettri, dove fa capolino un po' d'horror, invece, c'è il compito più difficile, per una scrittura così delicata. Delfina e il suo sogno infatti funziona quasi alla perfezione, e scade solo con la frase finale. Tolta quella era di una angosciante leggerezza. 
Margareta, attuale racconto che descrive la parte buona e difficile dell'immigrazione, è forse davvero troppo buono, ma resta tra quelli che mi sono piaciuti. 
I fantasmi tornano in altri due racconti, ma in entrambi la scontatezza del nucleo narrativo ti lascia un po' zoppicare la lettura. Ce lo si aspetta, il finale, in entrambi, ed è forse qui, in queste storie classiche di spettri, che si notano di più le ingenuità. Nel primo abbiamo un uomo di mezza età che festeggia il matrimonio della figlia in un albergo sul un Lago dove ha lasciato uno dei suoi amori, che misteriosamente ritorna. Nel secondo, Sotto il carrubo, abbiamo di nuovo l'amore, più fisico, stavolta, con qualcuno che non dovrebbe apparire dove appare.
I gabbiani della Scania, invece, storia di capelli rossi e figli sperduti per il mondo, mi è piaciuto parecchio, perché c'è questo personaggio, questa ragazza solare, strana, allegra. Un bel personaggio, quasi irrazionale, in certe cose. 
Poi c'è l'inframmezzo autobiagrafico stendhaliano di un sogno in mezzo alla stanza Picta del palazzo ducale di Mantova, e qui capisco il commento sul post del Mantegna. Troppo personale, credo, per lasciarsi apprezzare da un lettore che non ha visto questa stanza dal vivo. Andrò, prima o poi.
Si termina con tre racconti diversi, in cui tornano di nuovo le presenze, sempre tenere, discrete, eppure forti. Di gente morta, ovvio. Non fantasmi qualunque.
Mi è piaciuto soprattutto Florian del Colle vecchio, dopo insieme al tema degli spiriti c'è l'amore che travalica. Certo, è banale, così come già vista mille volte è il trattenere lo spirito dell'amata con il troppo pensarla. Il non volersi far separare dalla morte, insomma. Eppure c'è tanta tenerezza in questo pezzo, ed è funzionale il ruolo dei cani, personaggi quanto i due padroni.
Meno bello, per me, il Figlio dell'avvocato, troppo simile a Delfina, anche.
L'ultimo, ma tra i miei tre preferiti, è un racconto che non dice nulla, di fatti, in cui non succede nulla, ma descrive perfettamente cos'è internet e la rete, i social, per chi entra in quel mondo dopo una certa età. Porte e finestre, ci sono... Un bel racconto.

E io la chiudo qua. E dico Grazie a Elisa e scusa per averci messo così tanto.
Sono le otto meno cinque, ho cinque minuti per finire di fare la barba cambiarmi e uscire a cena. I grassetti li metterò domani. Smetto di ascoltare il nuovo Thom Yorke, piuttosto complicato, e mi fiondo ad ascoltare i tre simpaticoni di Fabi, Gazzè e Silvestri, in macchina, che alla fine han fatto un bel disco. Lo so, non c'entra niente, ma era per parlare di cose semplici e complesse.
Vi saluto con la foto che se la ingrandite, vedete tutti i gabbiani, laggiù... delicati, a modo loro.



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"La casa per bambini speciali di Miss Peregrine" di Ransom Riggs***

Mi vengono in mente tante cose, pensando a La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, di Ransom Riggs.
Non tutte positive. Anzi...
E non mi riferisco al libro in sé, che è onesto e non è responsabile dei lettori e dei giudizi, e nemmeno del successo che ha avuto, ha e forse avrà. (Sì, avete capito bene, è l'ennesima, solita, inevitabile cancerosa trilogia, perché pare che ormai nemmeno una cagata la possiamo fare intera, ma dobbiamo scindere lo stronzo in tre parti).

Dico questo perché io so già che, come faccio di solito, questa volta non leggerò e nemmeno sbircerò i giudizi dei lettori qua e là su ibs o su qualche blog. So già che leggerò cose entusiaste che magnificheranno le trovate geniali e le foto di questo libro.
Non sono d'accordo, e penso di avere i miei buoni motivi.
Proviamo a metterli giù un po' alla volta.


Allora, vi dico subito che tipo a pagina 18-20 o giù di lì stavo per tirare il libro nel muro. Vi ricordate il Giardino del Benandante? Ecco, lì vi dicevo che per la Storia del Friuli, il 1511, sta alla Storia del Mondo come fa l'Olocausto e la persecuzione della seconda guerra.

Ora, c'è questo nonno che dice al nipote di vedere i mostri, oltre di aver vissuto assieme ai bambini speciali, e cosa viene fuori sui mostri? Che il nonno è ebreo e i mostri chi potevano essere se non i simpaticoni a croce fatta con l'uncinetto? Vi prego, scrittori. Vi faccio un appello... basta costocazzo d'olocausto! Capitemi... se volete scrivere un libro storico, va bene, fatelo, si può.
Ma se volete scrivere un cazzo di fantasy, un weird, un giallo, un qualunque libro di fantasia, dove l'Olocausto non serve, perché, dico, perché lo dovete tirare fuori eh?
Anche perché veramente, dopo aver contestualizzato il luogo nel passato al 1940 la persecuzione storica non era assolutamente necessaria. Il libro avrebbe funzionato allo stesso identico modo anche si fosse evitato il prezzemolo nazista.



Poi... da dove viene, questo libro? Nasce così. Riggs è un collezionista di foto d'epoca, come quella delle copertina. Ci sono foto curiose, nell'Ottocento, e nel primo Novecento. Le prime macchine fotografiche immortalavano stranezze di ogni tipo e leggevo qua l'altro giorno che per esempio andava di moda farsi foto modificate facendosi togliere la testa. Ecco, non so se avete mai pensato che una foto racchiude un'intera storia, a volte. Riggs sicuramente sì, e attorno a queste storie immaginate ha costruito l'idea del libro. Aggiungete che si vede benissimo che è uno che amava Harry Potter e gli X-man e il gioco è fatto. I Peculiar Children di Miss Peregrine sono esattamente una sorta di specie diversa da noi umani normali che - con un variegatissimo modo - hanno poteri particolari, dai più interessanti (levitare, essere invisibili) ai più idioti e inutili (avere api che vivono nella pancia).

Vi dirò... questo delle foto molte volte è un limite.
Tipo il tizio con le api... okay, hai una bellissima foto di un ragazzo con le api addosso e sembra che gli stiano uscendo dalla bocca. E tu chiaramente vuoi usare quella foto. Okay... ma a me, e perdonatemi, questo ragazzetto continuava a fare venire in mente quella serie di battute sui supereroi con i poteri più inutili e per la precisione quello con "il potere di resuscitare le mosche".
Mi fa sempre pisciare dal ridere, questo potere.
E quindi mentre leggo vedo questo personaggio e mi chiedo: necessario? Naaaa. Illuminante?  Mah... Insomma, avete capito. Usare le foto è indubbiamente un'ottima idea, e da quelle che vi ho messo in questo articolo capite che molte sono davvero belle e weird, ma non sempre, almeno questa è stata la mia impressione, la creazione del personaggio è così icastica da giustificarsi con la foto. E questo resta comunque un aspetto secondario, eh, perché alla fine non è certo un difetto. Potrei addirittura vederlo come una peculiarità che dà verità alla storia.


Quello che ho digerito un po' meno è qualche ingenuità che sapeva veramente di già visto, soprattutto quando arrivavano gli spiegoni. Il nostro protagonista, manco ricordo come si chiama, comunque un ragazzetto 17-18enne americano affezionato al nonno che - dopo il suo assassinio - comincia a riscoprire il suo passato, o meglio, il passato di suo nonno.

Ed ecco arrivare, prima o poi, gli spiegoni "perché vedi, esistono due tipi di esseri umani... blablaba... i normali....come noi merdacce che stiamo leggendo il libro.... e gli speciali, pochi, che blablabla... e gli speciali vivono in un anello di tempo, bambini per sempre, ecc ecc."
Insomma, avete capito. La porta dell'anello del tempo e la stessa Miss Peregrine che è una mutaforma, ricordano molto Harry Potter, almeno a me, così come i vari bambini che assurgono a eroi per le loro caratteristiche (l'invisibile seguirà il cattivo, la forzuta lo combatterà, ecc) ricordano le joint venture di mutanti e supereroi vari, da avengers a x-man.
Non è un male, intendiamoci, ma diciamo che non vedo tutte questo grande entusiasmo attorno al libro (best seller, con diritti già acquistati e usati per un film di tim barton ecc.)
O meglio, le foto sono assolutamente timbartoniane, ma la storia quella no, è piuttosto banalotta.


Resta comunque, dopo questi pensieri generici, che è un libro che non mi è dispiaciuto leggere, che qualche sorpresa ben gestita la riserva, e che, se dovessi consigliare un libro a un adolescente che vuole sfuggire a vampiri emo e moccioserie varie, e vuole comunque restare nelle terre del fantastico non magico, diciamo pure che questo libro lo consiglierei volentieri.

Anche perché un lettore meno pignainculo di me, sono certo, si leggerebbe subito anche il secondo volume della saga mentre io, che pur lo avevo sul comodino, ho deciso di guardare solo le foto, belle, e di restituirlo. 
Non saprò come va a finire l'avventura di Emma - bambina che fa luce con le mani - e del nostro protagonista, che combattono i Vacui (così li hanno chiamati i mostri cattivi rinnegati che voglio papparsi gli speciali e lo so non è una grande idea) e gli Spettri, che sono gli umani aiutanti dei Vacui.

Che altro dire... beh, oltre a farvi vedere qualche foto del libro, vi dico che tutte le foto su cui si costruisce la storia provengono da collezioni di gente che ama questo tipo di cimeli e qui mi trovate del tutto concorde: sono meravigliose. Questi bianchi e neri, queste facce ingessate, questi occhi sbarrati, questa paura ed eccitazione generata dall'obiettivo... e niente, sono weirdissime e davvero ti fanno pensare che meritano una storia da raccontare. Le modifiche a photoshop, si dice, sono state pochissime e solo di poco conto, Questo non significa che la bambina che levita o il ragazzotto che solleva massi siano photoshoppati... semplicemente sono foto venute così, per caso o per simpatia e per errore o per illusione ottica. 
Della storia non vi sto a dire tanto. Chiaramente il viaggio del nostro eroe, nell'isola inglese dove c'è la casa dei bambini speciali, che invero, si rompono un po' il cazzo a vivere sempre il 3 settembre del 1940, è un viaggio in cui ci sarà la crescita, l'apprezzamento di ciò che è non speciale, di ciò che è strano. Se posso dire, questa è una storia sulla diversità, che ha il suo perché, se la leggete in tema di freaks, ma non ha il coraggio di affrontarli veramente. Vi spiego... siccome qui non si è parlato di supereroi, ma di diversità, è troppo facile descrivere dei peculiar boys che hanno tutti caratteristiche positive o comunque non negative. Prova a descrivere uno speciale modello mostro schifoso e vediamo se ci piace ancora, essere un freak. Troppo comodo essere speciale con poteri belli...
Dai, direi che è davvero abbastanza, ho parlato anche troppo e forse sono stato severo. Il libro resta un buon prodotto di narrativa fantastica, molto fruibile, che pur senza guizzi porta avanti le fotografie d'epoca e ne fa cavallo di battaglia vincente. Se poi la storia non innova nè stupisce, beh, accontentiamoci che appassioni e cerchiamo di essere meno tignosi. :)
Concludo lasciandovi una carrellata di foto, oltre a quelle là sopra, perché meritano guardate.







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"Sogni di Sangue" di Tiziano Sclavi***

Ce l'ho fatta!
Ho letto anche questo libro di Sclavi. Evviva.
Mi ha fatto piacere, devo dire. Alla fine dopo quella conoscenza casuale con la valle di Scuropasso e quella fortuita con Nero e soprattutto con i Mostri, che assieme a Dellamore Dellamorte resta il mio preferito, ho letto anche questo residuo narrativo: Sogni di Sangue.
Sì, diciamocelo, il titolo fa veramente cagare, e se lo cercate trovate il libercolo da un euro della Newton della Ghinelli, ma io ho letto invece il pezzo d'antiquariato della fu Camunia, scovato in biblioteca, e vi dirò, che pur con alti e bassi, mi è piaciuto.

Il libro è del 1992, sono quattro storie, la prima che dà il titolo al libro, e tutte slegate, a livello di contenuti, ma unite da quello stile sceneggiografico che ho imparato ad apprezzare e da quel guizzo di surreale che hanno sempre le storie narrative di Sclavi.
Non vi troverete, certo, personaggi da novanta come Gnaghi, ma richiami sclaviani sì, come il nome Francesco, o come questi complotti, questo mondo che appare, sembra, inganna. E gli incubi,ì.
Nel senso di paure.
Ma io ora scappo, finirò di parlarvene domani, o lunedì, non so.
So che ho voglia, appena salito in auto, di ascoltare Stay vicious, dei Gaslight Anthem, che è il pezzo che gli apre il nuovo disco e secondo me è un pezzone, e vi consiglio, così, per ascoltare belle canzoni.

Eccomi!
è addirittura martedì, io mi sono smonato vedendo la pochezza della gente e di come amano rimanere nel proprio brodo misero e miserevole e non so... mi intristisce, e finisco sempre per intristirmi io per loro. Amen. Di lor non ti curare, dicevano, e da oggi non me ne curo no, e cercherò di far fruttare meglio questo tempo disoccupato e diventare meglio. Ho cominciato a leggere Pavese, per dire, l'altro ieri alle tre denotte, E mi sono sentito meglio. Ma torniamo a Sclavi. 
4 storie. Lo stile è il suo, cinematografico, rarefatto, anche se molto meno di Nero o di Mostri, ma resta coinvolgente e penso che nessuna delle quattro storie, anche quando avevano i loro difetti, se ne sia andata senza lasciarmi qualcosa di piacevole.
Si vede, secondo me, che sono storie un po' datate, ma è più il fascino, quello che questa cosa regala, che il fastidio. Ve le racconto in breve dai.

Prima storia, dà il titolo alla raccolta. Sogno di sangue. La direzione è quella del serial killer, e il tema è la pazzia. Il serial killer è pazzo? E l'ispettore? lo prenderà? Il protagonista è la prima persona di un professore, un solitario, che comincia a vedere e percepire gli omicidi. è un medium? non si sa... si scoprirà e il finale non è originale. Eppure il procedere dell'indagine, quel crescendo di ritmo e omicidi, prende e prende bene. Alla fine, pur essendo la storia, la solita storia, questo modo di raccontarla non mi ha deluso. Riesco a salvarla, anche se è un plot visto decine di volte.

Il secondo racconto è forse il mio preferito. Il tema? La paranoia. Almeno inizialmente, anche perché qui poi, tirando le file del discorso, la paranoia di Stavros, uno studente greco, forse esule, che suo malgrado è testimone di un incidente d'auto, dicevo, la sua paranoia si trasforma in vera e propria alienazione. Lui è lì, cammina a testa bassa, ed ecco che pigliano sotto un vecchio. E l'investitore gli dice tu devi aver visto, il vecchio in ospedale, la stessa cosa, e lui si tira dietro una paranoia dietro l'altra fino a finire a scoparsi la nipote cieca quindicenne del vecchio e a consolare la moglie del disgraziato investitore e a incolparsi di non si sa bene cosa con un poliziotto che lo talpina. 
Alla fine c'è il dramma dell'essere stranieri, qua, altro che la paranoia. Il titolo è testimone Arcano ed è il più surreale del lotto.

Il terzo è il meno incisivo, direi, ma è anche il più corto e forse, alla fine, quello più diretto, con meno fronzoli. Un dentista torna a casa e la moglie, di fronte ai due figli, gli spara. Punto. Perché? Lo sa lei. Ma è stata lei poi? O copre i figli, che non parlano. Non si sa, ma poi, ha fatto male a farlo fuori? Ecco... un omicidio familiare, insomma, apparentemente inspiegabile oppure, a ben vedere, fin troppo spiegabile. Un delitto normale, insomma. Ho sentito echi del gioco di bambini di Ballard, dentro.

La quarta storia, forse o quasi la più lunga, è anche quella più complessa, per personaggi e trama, e forse è quella che all'inizio non mi ha trascinato via nella lettura. La prosa, più che altro, era più densa, con meno dialoghi. Molto ben riuscita, la cosa, anche se il colpo di scena finale ti lascia un tantin d'amaro in bocca, ma era comunque lecito. Ravasciò comincia a scoprire che tutto si ripete, tutto è uguale, ma lui non si ricorda niente. Questo è un racconto amato dai complottisti, sicuro, anche perché il complotto è talmente totalizzante da non esistere nulla d'altro, nemmeno chi lo riconosce. Si potrebbe ficcarlo nella categoria "fantascienza" visto che i dischi volanti ci sono, ma è più un racconto da alienazione. Mi ha ricordato il racconto del Tè del Marolla, in cui il non ricordare domina ed è il vero nemico da sconfiggere. Credo alla fine sia il meglio riuscito, assieme al greco paranoico. 

Concludendo... Sclavi, questo vecchio Sclavi, da leggere? Sì! Sì perché è uno stile e c'è molta onestà nei suoi lavori, anche se sono forse molto migliorabili. Per dire, Scuropasso, alla fine, usa gli stessi strumenti, ma lo fa con molto più mestiere, ma non per questo mi sento di dire che queste storie nere sono peggiori. Direi che mi fermo qui, mi metto ad ascoltare una vecchia Harvey e vedo di fare cose utili, tipo estrarre dal Pavese un esercizio per i ragazzetti.
Ciao, chiappettoni!


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