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"La leggenda del santo bevitore" di Joseph Roth***


Ieri ero in treno. Il treno, per me, se allunga le gambe per più di mezzora sulle rotaie, significa leggere. Poter leggere e voler leggere. 
Anche dormire, sì, ma leggere lo preferisco. Così ieri, che non volevo avere bagaglio, a parte il borsello delle meraviglie, modello eta beta, mi sono portato via qualcosa che stia lì dentro.

Cioè questo.
Quelli della mia età, La leggenda del santo bevitore, se lo ricordano perché quando c'era il film, è diventato di moda. Se ne parlava, forse addirittura te lo dicevano a scuola, di guardarlo. Ebbene... come tutte le cose di cui si parla e che ti dicono di, io naturalmente non l'ho cagato.
Forse manco sapevo fosse un libro, o forse sì, ma quasi sicuramente non avevo collegato il libro al suo autore e il suo autore al volerlo leggere.

Così, tempo fa, quando l'ho visto sugli scaffali del mio spacciatore di libri, e ho visto che era così sottile, che era, anzi, un racconto, e non un romanzo, e ho realizzato che Joseph Roth non è quell'altro Roth, di cui avevo letto la tetta, e nemmeno il Tim Roth, che ha fatto il pianista e adesso fa le serie TV fighe e gli vengono pure bene, e nemmeno altri Roth, che ne so, Veronica Roth, che scrive le robe di Divergent, o Rothko, che dipingeva, insomma... dai, su, scherzavo, fatto sta che appena ho realizzato che lo potevo leggere me lo sono rubato e siccome stava giusto nel borsello ieri mattina me lo sono letto. Non sapevo cosa aspettarmi. Per un attimo pensavo che fosse un qualcosa di legato alla guerra (di Roth, di recente, mi sono letto i raccontini d'autore, e in passato remoto, o anche trapassato, la Cripta dei Capuccini, di cui non ricordo nulla) ma poi ho letto che no, che era bene o male la storia (autobiografica) di un ubriacone. 
Che poi forse, va detto pure che il film del '88 era di Olmi, e che la fotografia era di Spinotti, il mio corregionale, e che il film ha vinto un po' di cose. 
Tante parole per dire cose, insomma, che voi tutti magari conoscete di sicuro, visto che avrete visto il film, con rutger hauer o come diamine si scrive, ma io no. io nemmeno il film dove faceva il cieco, ho visto, e quindi io l'ho letto come se nulla sapessi.
E?

E niente. L'ho letto volentieri, ma non ci ho trovato poi grandi cose, dentro. Non mi ha illuminato, né mi ha fatto pensare a un piccolo gioiellino, pur restando sulla soglia di parabola lontana dalle solite, piene di ammmore e condanna per i vizi. L'ubriacone è proprio Joseph, che manco a dirlo, questo manoscritto, non ha avuto nemmeno il piacere di vederlo pubblicato, essendo crepato poco prima a causa di una polmonite mal diagnosticata che non ha avuto aiuti da un delirium tremens accompagnatorio. Era il '39 e aveva poco più di una quarantina d'anni, e bene o male è così che mi sono visto Andreas, il protagonista, barbone parigino di sotto la Senna che però ha un suo codice, una sua dirittura morale, benché minata e distolta dall'alcol e dalle esternità della vita.

Eh, già, Perché se prendi un barbone parigino e gli dici: "o ciccio, tu proprio tu, ti voglio dare 200franchi, sull'unghia" e quello non li vuole perché non potrebbe renderteli, beh, niente di più facile che dirgli di renderli alla piccola Santa Teresa, in chiesa, e quello finirà per provarci, e per berseli, e ritrovarli, e riperderli, e ritrovarli, e via, a perderli di nuovo. La vita è fatta così, finiamo i soldi sempre, e quando ritornano, non riusciamo a restituirli ai nostri sogni, ma li riperdiamo con i vizi.
Non c'è molto altro da dire, no, O meglio, vista nell'ottica di testamento spirituale e involontario di Roth, è senza dubbio interessante analizzare le vicende di Andreas, barbone finito sotto un ponte a causa di una donna difesa, al quale capita un po' di tutto, bello e brutto, non appena i primi soldi mettono in moto le cose. Fortune, per lo più, subito divorate dall'alcol e dal suo lasciarsi andare, scivolare, lasciarsi distogliere. 
E' che poi ti chiedi, ma fa veramente così bene avere un progetto, un qualcosa da raggiungere, o magari ha ragione Andreas che è come una nuvola, in balia delle cose, convinto di essere alla fine benvoluto dal mondo ed essere comunque in gamba e avere questo credito continuo fatto di piccolo e meno piccoli miracoli? Non lo so. E' una leggenda, e ha un tono favolesco, e quindi occhio, non venite a cercare in questo racconto grandi sfumature narrative e stilistiche: il registro è semplice, la costruzione banalmente cronologica, i pensieri lineari e semplici.
Anche perché, com'è che lo volevate un barbone? Suvvia...

La chiudo, quindi. E non posso dire che mi sia dispiaciuto, ma certo credo che questo "soggetto" - ché di tal cosa si parla se pensiamo al film - si merita una lettura soprattutto se si vuole apprezzare totalmente la trasposizione cinematografica o se, altrimenti, si vuole un filtro luminoso per valutare vita e altre opere di Roth. Andreas è pur sempre l'uomo per come lui, Roth, si vede: cattivo, sbronzo, ma in gamba. 
Se invece non vi interessa tutto ciò, okay, potete vivere anche senza leggerlo. 
Ah, vi saluto mettendo Rothko, visto che ho fatto la battuta. Per farvi sentire più colorati dentro, che fa sempre bene.




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"Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway****

Sì, non avevo mai letto Hemingway... o meglio, non avevo mai letto Il vecchio e il mare di Ernest che è quello che tutti, bene o male, hanno letto o gli è stato detto di farlo. 
Come vedete, non sono morto, e quindi potete continuare a non leggerlo anche voi. Per quanto mi riguarda, nella mia corrente di letture che adesso vira verso classici corti e leggibili, ho deciso che l'avrei letto appena mi è arrivato in mano, e ho scoperto che è corto. Cortissimo.
Forse è per quello che lo consigliano molto, sia alle medie, sia alle superiori.
Ma più lo leggevo, e più mi addentravo nella storia, nell'avventura, e più non mi capacitavo di come una mente sana e appena appena un minimo esperta dell'universo adolescenziale, potesse dare da leggere questo libro ai ragazzetti in fregola.
Certo... forse a uno che ha la passione della pesca, ma anche qui ho i miei dubbi, perché quella pesca, quella del vecchio, è diversa da quella dell'immaginario di un ragazzetto che ha la canna da pesca in testa. Difficilmente apprezzerà e non storcerà il naso alla selva di termini marinari usati, benché vi siano agevoli note a spiegarli. Io non me ne ricordo nemmeno uno, per dire.

Ma chiariamo subito va. Il libro mi è piaciuto, e forse non so, se mi è piaciuto molto, perché nella sua prima metà ho davvero temuto il peggio. Ci sono banalità, ci sono, quelle frasi lecchine esistenzialiste e inutili da vecchio che ha la saggezza e ragazzo che ha la fede nella saggezza. 
E noi dobbiamo leggere e dire "ooohhh" che bel concetto... che bella frase simbolica da sottolineare e prendere a esempio e blablabla... Suvvia, non scherziamo. Siamo nel 2014, le frasi a effetto le hanno già dette tutte, e noi non siamo più così sensibili e sprovveduti da trovare affascinante la tenacia poetica di un vecchio che non prende un cazzo da 84 giorni e campa di elemosina fingendo che è ancora contento di quel che gli sta riservando la vita. 
Mio bisnonno avrebbe risposto a questa malasorte con bestemmie di ogni genere e misura, altro che frasi bislacche del tipo "Domani sarà una giornata buona, con questa corrente" oppure descrizioni come "Era troppo semplice per chiedersi quando avesse raggiunto l'umiltà. Ma sapeva di averla raggiunta e sapeva che questo non era indecoroso e non comportava la perdita del vero orgoglio."
Ecco... 
Non che io ce l'abbia con queste frasi, ma diciamo che non è questa parte di libro che si è meritata la stellina numero 4. Anzi... per le prime pagine mi stavo bellamente rompendo le palle... poi.
Poi il pesce ha abboccato. Tenete presente che io non sapevo la trama, nè ve la dico, visto che vi rovinerei il libro, anche se so che tutti voi là fuori l'avete letto e io sono una mosca bianca.
Dico solo che da quando il pesce abbocca, il libro decolla, ed è una avventura, un crescendo, un filo teso come una lenza che ti trascina all'ultima pagina, a un finale che è quello che dev'essere, a un vecchio che a ogni pagina trovi coraggioso, sì, ma più che altro esperto, e intelligente. 
Mi chiedo se con l'andazzo che gira, dei coglioni amanti sbagliati degli animali, libri come questo saranno aboliti. Eh già... perché Santiago, lungo la pesca, si mangia persino un delfino! 
E sarebbe pure buono, dice, se avesse avuto sale e limone.

Però... nonostante il meccanismo che rende avvincente il libro, pur nella sua calma, senza strappi, sia pressoché perfetto, non si può prescindere da una certa voglia di ricalcare sul tema dell'uomo contro/nella natura. Il pescatore e la preda, nemici, valorosi, entrambi degni di rispetto. Entrambi, in qualche modo, sconfitti, alla fine dei giochi. Con la differenza, forse, che l'uomo era già sconfitto anche prima, di giocare, mentre il pesce - un marlin, per la cronaca - no. Il Marlin è qualcosa di meraviglioso, e non manca mai il riconoscerlo. Da questo punto di vista, tornando agli animalisti coioni di cui sopra, libri così non possono fare che bene. Tra l'altro, via via, conosciamo abitanti del mare, là, al largo di Cuba, che sono fregate, pesci volanti, delfini, pescecani... insomma. Il mare è ben più del vecchio.

Ma dopo tutte queste chiacchiere? Che vi posso dire? Che pur il mio scetticismo per l'efficacia, non posso negare che questo resti un romanzo di formazione per eccellenza, nel novero di quelli che non perderanno mai questa etichetta. Il vecchio, che di viaggi ne ha fatti tanti, è esempio di intelligenza, di tenacia, di un'arte in cui l'essere umano è maestro: il problem solving.
Il ragazzo compare all'inizio e alla fine, ed è sì, un personaggio, ma non così irrilevante come potrebbe sembrare. E' un tramite, un filtro. E' ciò che di un mondo oramai diverso riesce ancora a penetrare in uno oramai perduto, fatto di sapere e di simbiosi con gli elementi. Il mare, e tutto ciò che è attorno. Insomma... mi è piaciuto, anche se magari non proprio per i motivi per cui avrebbe dovuto. 

La chiudo qua. Oggi niente pezzettini di libro. in fin dei conti è così corto che potreste anche decidere di leggerlo e vi farà senza dubbio bene. Se no, se non vi interessa, vi lascio qui sul tubo un cartone pittorico che nel 2000 ha pure vinto un premio e che è molto fedele al libro. Anzi, lo ricalca del tutto.
Molto carino, anche se non ha il fascino della parola scritta. Oppure c'è il vecchio e famoso film eh.
Bene,.. è tutto, e saluto con qualche immagine, va. quelle del cartone e una che mi piaceva.



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"Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino****

Nel mio viaggio di lettura di libri degni, quelli di queste edizioni, che ho qua e là o che conservo ma non leggo, non potevo non dedicarmi tra i primissimi a questo Calvino che tutti voi, all'epoca del mio elenco di libri sullo scaffale, voi amici di blog mi indicaste come meritevole di.
E in effetti, lo è.

Ho pensavo, già dopo poche pagine e dopo il primo dei dieci incipit, che Calvino, a parere mio, è quello che mi regala, ogni volta, il "miglior italiano". Intendo la lingua nostra espressa alla sua potenza massima, con un lessico quasi non perfettibile e una forma varia e variegata, leggera e complessa allo stesso tempo. Insomma... Calvino, questo Calvino, ma anche il Calvino delle lezioni americane e di altri lavori, è qualcosa che va letto per poter avere un metro di giudizio sulle nostre vacue parole "scrive bene".
Forse a volte le diciamo a caso, o almeno io, credo di averle regalate, a volte, e leggere libri come questo ti ricorda che vanno dette con più cautela.

Perché qui sì, qui le puoi dire, queste due parole. Scrive bene, Italo, nei suoi dieci incipit e nella cornice che narra del Lettore e della Lettrice e delle loro peripezie per leggere proprio il libro che abbiamo in mano. Questo "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che è un omaggio alla lettura e ai lettori e io ho deciso, perché se voi siete capitati su questo blog, probabilmente, è perché siete lettori, ebbene, ho deciso di regalarvi un bel pezzone del primo capitolo del libro. Un pezzone che fa riflettere, anche, su come sia difficile pensare la lettura in questo modo, aderente a quella cartacea, ma assolutamente da ripensare per quella digitale. Eppure... siamo sul pezzo, perché davvero qua si riesce a distinguere tra contenuto e supporto, e questo, è davvero un libro di contenuti.

Perché i dieci incipit di cui tratta, di autori ipotetici, di stili diversi, di contenuti diversi, seppur calviniani, ecco, questi dieci incipit sono qualcosa che voi conserverete.
Infatti ho già deciso che questo libro, che inizialmente era della mia biblioteca scolastica, me lo terrò io. Questo libro sta bene qui sui miei scaffali, perché forse, chissà, magari mi viene voglia di leggere qualcosa, qualche pezzo, e quindi sta bene averlo a portata di mano.
Non è perfetto, eh. A tratti, la cornice, la storia tirata per i capelli del nostro Lettore senza nome, che siamo noi, noi nella nostra smania di continuare a leggere e nel nostro voler girare pagina su pagina per arrivare al successivo incipit, capendo quale faccia maggiormente per noi, ecco, questa storia a tratti potrebbe anche essere indigesta, per quanto pregevolmente gestita.
Ma sentite... qua inutile chiacchierare, vi lascio il regalo che vi voglio lasciare...
Eccolo:

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto comin­ciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomito­lato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull'amaca, se hai un'amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga. Col libro capovolto, si capisce.

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"Il piccolo principe" di Antoine de Saint-Exupéry****

Succede che adesso andrò a fare un piccolo giro in bici.
Comprerò delle zucchine, delle melanzane, delle cipolle.
Le cose della griglia dietosa. Poi dovrei anche altro, ma questo, tipo pollo o roba per l'insalata, lo comprerò domani, credo. per oggi dovrei averne. Certo, dovrei anche comprare una busta per spedire dei libri, ma pure quello, domani.
Ma prima di andare via, e di finire, dopo, questo post, ho cercato un po' di immagini, immagini che vi metto sotto, anche a voi.
Sono quelle che mi sono piaciute. E sono poche, e nessuna, o quasi, mi ha fatto dire "Ohh, figata!".
Perché succede che ieri ho finito di rileggere alla donna il piccolo principe, che non conosceva, a parte, ovviamente, il solito pezzo della volpe e dell'essenziale blablabla, che tutti noi abbiamo avuto il piacere o meno di ritrovare nei sussidiari delle elementari o nelle antologie delle medie.
Ecco... e allora intanto vi metto le immagini, e poi, quando torno, finisco di dirvi di questa rilettura, la seconda o terza, del piccolo principe.
Ci rifletto mentre pedalo e magari mi ascolto qualcosa di tranquillo, che vada bene sotto la pioggerella che c'è e che magari mi faccia decidere se il piccolo principe abbia fatto più bene o più male a un certo tipo di narrativa simbologica che avrete ben presente anche voi (gatti gabbianelle topi e lumache, per intenderci). Perché vi dirò che ho riletto con piacere critico, questo piccolo romanzo, e tuttavia non mi sono fatto un'idea precisa e so già che è un argomento che suscita le peggiori ire. Sembra uno di quegli argomenti contro cui c'è la pena di morte immediata, avete presente no? Violento bambini, uccido donne, ammazzo animali, spaccio droga e non mi piace il piccolo principe. BUM! per i primi potrei anche trovare qualche colpa alla società, e chissà, ma per l'ultima non c'è scampo... sei cattivo dentro, devi morire.
Tranquilli... a me piace il piccolo principe, ma non nel senso assoluto che vorreste, forse.
E adosso le immagini, e poi, le riflessioni mie e che ne so, magari ce lo faccio pure io un disegno, che è bello rifare le cose belle.















Son tornato. Ho visto gli storni. Erano nella nebbia. Ora ce li ho vicino a casa. Sono bellissimi gli storni, a centinaia, adesso, su tutti gli alberi. Due tre giorni fa sono venuti su quelli di casa, a due metri dalle finestre, ma non ero a casa, avrei dovuto fotografarli, avrei dovuto. Vedendoli, anche loro che sono così pacifici, ti viene da pensare che fanno anche paura, se tutti insieme decidessero di.
E pure il fracasso che li accompagna, assordante, non è che tranquillizzi. Ma sapendo che se ne stanno lì, a volare misteriosamente insieme, son proprio meravigliosi, soprattutto ora che c'è nebbia.

E insomma, vi dicevo del piccolo principe, e che io trovi che certe cose siano state davvero iper inflazionate e masticate e risputate in mille salse più incolori e bugiarde. 
Perché sì, alla fine, la cosa che più mi ha indispettito leggendo, è proprio la frase più celebre, quell'essenziale invisibile agli occhi... quel guardare con il cuore di cui si riempie la bocca il biondino spocchioso. Ecco... col cazzo, mi viene da pensare di fronte a questa meraviglia di storni attorno. E già ti sento, te laggiù in ultima fila, che dici che li sto guardando col cuore, gli storni. No. Manco per un cazzo, sarebbero belli anche se io non esistessi e non li cagassi nemmeno di striscio. Sarebbero belli pure se gli sparassi e grigliassi. E' proprio un eccesso di buonismo a buoni sentimenti, questo passaggio. Ma... attenzione, nel piccolo principe no. Nel senso che sì, quel passaggio non mi è piaciuto, l'ho trovato banale, ma non disonesto. Altri passaggi, i sei pianeti, piuttosto che tutta la parte finale, quasi sconclusionata, a tratti, ecco, mi sono piaciuti ancora, e di più, proprio perché sono quello che vogliono essere: parole di un bambino che viene dallo spazio e abita da solo su un pianeta. Non può che essere sconclusionato, no?

E quindi ecco che adesso, rileggendolo, sono riuscito a ritrovare quel filo che si sfilaccia con le citazioni, con il dover essere bello per forza, con il buonismo imprescrittibile, la nostra società inevitabilmente marcia e malata di fronte alla ingenua purezza del bambino spaziale... ecco, al di là di questo, Le Petit Prince resiste, e il piccolo racconto di De Saint-Exupéry rimane un qualcosa che va letto e riletto, che fa bene, che alla fine di regala un qualcosa che si va perdendo dietro etichette e sovrastrutture: la bontà. E quindi finisce così, questa recensione volante, che potete commentare ma che per ora non si vede ancora. Finisce che mi permetto di dire che certi passaggi sono insopportabilmente mielosi e hanno fatto solo dei danni e purtuttavia laggente si ostina a provare immenso e smisurato ammmore (e mi riferisco proprio all'essenziale invisibile agli occhi e all'addomesticare blabla) e guai a toccarglieli e a dirgli che sono stucchevoli. Certi passaggi, soprattutto quelli meno prevedibili, come il lampionaio, o l'ubriacone, o il finale tristissimo, ma pure un po' inverosimile (e salvalo 'sto piccolo bimbo no? contro la sua volontà ma salvalo, o cerca di farlo) invece di dirci che non hai trovato il corpicino (e grazie al cazzo, visto che se lo saranno ben mangiato gli sciacalli o le altre bestie no?), dicevo, questi passaggi sono ancora davvero belli, piacevoli da rileggere, e da ripensare. 

E la chiudo dicendovi che i disegni non sono imitabili. I disegni originali dell'autore sono un qualcosa che ha un tocco che brucia, nel senso che è difficile anche solo ispirarsi, a essi, senza suonare lontani e inadatti. Il piccolo principe è e sarà sempre quello di quei disegni, e tutto il resto (e ce n'è veramente tanto, non riesce a entrare dentro allo stesso modo. Lo potete vedere con le immagini che vi ho lasciato.
Che altro? Niente, sono contento di averlo riletto. Dovrebbero farlo tutti, invece di parlarne. E anzi, non si dovrebbe citare più. Ah, vi ho fotografato gli storni... ve li regalo. Non sono invisibili agli occhi eppure la loro bellezza è essenziale.

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"L'amante" di Marguerite Duras***

Ho un problema col pc.
Scrolla di default dopo qualche secondo dopo l'avvio e la tastiera, all'avvio, non la riconosce. e sto soffrendo. Poche sono le cose che ti innervosiscono quanto un pc che non funziona e non capisci perché.
Le ho già tentate tutte, da settordici antivirus ad aggiornare ed eliminare i driver di mouse e tastiera. Insomma... sono completamente alla frutta.
Voi ne sapete qualcosa?
Io no, visto che manco ho un CD del mio windows, che acquistato con un'offerta HP è dentro ma non fuori dal PC... e questa cosa dell'essere dentro e fuori è un po' quel che mi è venuto in mente leggendo "L'amante" di Marguerite Duras.
In realtà non stavo leggendo questo libro... ma ieri ho avuto due ore buche improvvise. E certo... potevo avere altre cose da fare, ma Calvino l'avevo lasciato in macchina e allora mi son detto: ora trovo una cosa corta da leggere nella piccola biblioteca scolastica che io stesso ho costruito rubando libri al banco libro.
Cristina mi ha detto che questo lo potevo leggere, a lei piacque (e questo era un punto a sfavore, visto che abbiamo gusti diversi) ed era corto e forse, con impegno, potevo addirittura finirlo entro le due ore (e questo mi spingeva a leggerlo) e poi, faceva parte di questa vecchia collana di Repubblica, dedicata ai capolavori del '900 e infine, essendo che il mio unico ricordo di un testo della Duras risaliva a qualcosa di perso nella memoria (occhi blu?) mi son detto why not.

E dunque, ecco che c'è quella cosa del dentro fuori, che un po' l'ho pensata, lo confesso, perché Cristina mi aveva buttato un lampo di luce di un certo tipo, sulla storia. E' la storia di una tipa di 15 anni che ci racconta del suo amante cinese molto più vecchio di lei ed è per questo che - forse, si dice - ha avuto molto successo, nella produzione di quest'autrice.
Ecco. Non è vero niente, non con mio filtro da lettore attuale.
"L'amante" è un libro tristissimo. Ve lo dico mentre AVG fa l'ennesimo scan in cerca di virus che non ci sono e quindi - contando anche i venti riavvii di oggi - di tristezze ne capisco.
Ma la parte del rapporto sessuale morboso tra questa ragazzina e il nemmeno trentenne cinese è un qualcosa che ha molta poco importanza, nell'economia del romanzo, rispetto ad altre cose. Ecco il difetto della lettura da adolescenti... ha una priorità inesatta della lettura.
E allora di cosa parla, l'Amante?

Marguerite, lei, l'autrice, autobiograficamente ci dice della sua storia d'amore di quando era in Indocina, con quest'uomo, un cinese figlio di un cinese arricchito, a forza di vendere case ai poveri indocinesi. Loculi, più che case. Ma quest'uomo, che un giorno su un traghetto si invaghisce della ragazzina, o meglio, se ne innamora perdutamente, non è un bianco, e non è tollerabile una storia con una bianca, che là, sull'autobus, siede nel posto avanti, vicino all'autista, quello riservato ai bianchi.
E invece lei accetta, così, di punto in bianco, si lascia portare in camera e pretende di essere fatta diventare donna. O puttana, suvvia, diciamo come stanno le cose, o almeno come possono sembrare.
Perché questa è solo superficie.

Il dentro del libro, che salta da terza persona a prima persona, è tutto quello che l'autrice ci dice del rapporto con la madre, il fratello maggiore e quello minore. Una famiglia allo sbando, nell'Indocina coloniale francese che è sempre più povera. Ci sono salti temporali continui, nella narrazione, ma è semplice, lo stile, e benché lirico resta comunque a un livello immediato, non eccessivamente poetico. L'autrice parla col senno di poi, e forse non ce la racconta giusta del tutto, ma è indubbio percepire il suo trasporto, il suo sentirsi ancora dentro e parte di tutto quell'odio e quell'amore.
Odio per la madre, che ha una povertà che non vuole e non accetta, che ha un amore smisurato per il figlio maggiore pareggiabile solo con la cattiveria che questo dimostra. Odio per questo fratello, e amore per il minore, che morirà, certo, ma non è una sorpresa, non c'è quel tipo di suspense, in questo libro.
La Duras salta di palo in frasca con coscienza, raccontando sì, la sua storia con l'amante ricco cinese, quella è cronologicamente rispettata, ma inframmezzata dai suoi ricordi, da quello che è accaduto poi ai suoi familiari, alla fine, ripensandoci, tutti morti, chi prima e chi dopo.

Dicevo - mentre vi comunico che forse ho risolto il problema del mouse, che invece era un problema della tastiera - che è un libro malinconico. L'autrice è incomprensibile, a volte, è tormentata. Va a letto con questo per soldi, e questo, l'uomo cinese, senza nome, soffre dal primo momento e benché sia uno abituato ad avere e comprare donne, prova per questa amante bambina, magrissima, eccentrica, cattiva, forse, e fredda, una passione pura e feroce. Un qualcosa che durerà per sempre, come per sempre durerà - ed è il libro che abbiamo appena letto, a dircelo - la passione che l'autrice prova verso di lui. Insomma... alla fine, questo amore, non è poi così banale, a leggere tra le righe.

C'è dentro la nostra cattiveria, l'egoismo, l'avidità dell'anima, ma anche la capacità di dare e infliggere sofferenza, e c'è dentro un'epoca e un contesto che sono distanti dai nostri. E' veramente riduttivo pensare a questo libro come a un'opera narrativa che si fa ricordare perché narra di una storia un po' perversa tra una adolescente povera e con una famiglia dagli affetti devastati e un milionario nullafacente che si innamora perdutamente nemmeno lui sa bene di chi.

E come la chiudiamo, questa chiacchierata? Ma sapete che vi dico. Che forse questo libro non farà per me, e forse a tratti ho sofferto quel continuo, seppur sapiente, utilizzo misto di prima e terza persona, di discorso diretto e indiretto; ma quel vestire le emozioni di toni forti è bello, e alla fine l'unico che pare salvarsi, in parte, è proprio l'amante cinese. Vi lascio quindi un pezzo, un pezzo di libro, che è fatto tutto di piccolo pezzi, al massimo una pagina, a volte poche righe. Sì, l'ho che li avete visti mille volte i libri scritti così, ma questo è del 1984, eh.
Okay... apro a caso e scelgo un pezzo e vi saluto!
L'immagine comincia molto prima che lui abbordi la ragazzina bianca appoggiata al parapetto, nel momento in cui è sceso dalla limousine nera, quando ha cominciato ad avvicinarsi a lei, e lei lo sentiva, sapeva che era impaurito.Fin dal primo istante si rende conto di averlo in suo potere. Dunque anche altri potrebbero cadere così in suo potere se se ne offrisse l'occasione. Lei sa anche qualcosa d'altro, che è giunto ormai il momento in cui non può più sottrarsi agli obblighi che ha verso se stessa e che di ciò la madre non deve saper nulla, e neppure i fratelli. Lo ha capito quel giorno. Appena è salita sull'auto nera l'ha saputo, si sente lontana da quella famiglia, per la prima volta e per sempre. Ormai non devono più sapere che ne sarà di lei. Anche se qualcuno la prende, la porta via, la ferisce, la sciupa, la madre e i fratelli non devono più saperlo. Questo è il loro destino e lei già ne piange, sulla limousine nera.La ragazza adesso dovrà affrontare quell'uomo, il primo, colui che le è comparso davanti sul traghetto.È arrivato presto quel giorno, un giovedì. E venuto, come i giorni precedenti, a prenderla all'uscita del liceo per accompagnarla al pensionato e poi, una volta, è venuto al pensionato un giovedì pomeriggio e l'ha portata con sé nell'auto nera.Sono a Cholen, dalla parte opposta rispetto ai viali che collegano la città cinese al centro di Saigon, quelle grandi strade all'americana, solcate dai tram, i risciò, gli autobus. È il primo pomeriggio. Cosi lei non sarà costretta a uscire in fila con le altre ragazze del pensionato.È un quartiere a sud della città. La casa è moderna, ammobiliata sommariamente in stile liberty. Lui dice: i mobili non li ho scelti io. La stanza è al buio, lei non gli chiede di aprire le persiane. Non prova nessun sentimento preciso, non odio e neppure ripugnanza, allora forse è desiderio. Non lo sa. Ha accettato di andare appena lui glielo ha proposto, la sera prima. Ora lei è dove deve essere, come un oggetto spostato. Ha un po' di paura, perché si aspetta di averla e perché nel suo caso dovrebbe proprio succedere così. È attentissima all'aspetto delle cose, alla luce, al baccano della città in cui la camera è immersa. Lui trema. Prima la guarda come aspettando che parli, ma lei non parla, lui allora non fa neppure un gesto, non la spoglia, dice di amarla pazzamente, lo dice a voce bassa, poi tace. Lei non risponde, potrebbe rispondergli che non lo ama, non dice niente. Ad un tratto lei sa, in quell'istante sa che lui non la conosce, che non la conoscerà mai, che non avrà mai modo di conoscere un essere tanto perverso, che non potrà mai riuscire ad afferrarla. È lei che deve sapere. Lei sa. Proprio perché lui lo ignora, tutt'a un tratto lei sa: le era piaciuto già sul traghetto, le piace, tutto dipende da lei.
Anzi no, concludo con un'altra cosa. Che viso aveva questo amante cinese, che nel libro non ha un nome? Eccolo qua! 

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"La luna e i falò" di Cesare Pavese*****

Succede che con terminare il lavoro in biblio ho restituito tutti i libri, e succede che ho cominciato a fare le lezioni sulla preparazione della prima prova scritta e succede che - tra le analisi di testo svolte lo scorso anno - mi sono ricordato di quel brano rubato a "la luna e i falò" di Pavese, un classicone sempre presente nei programmi di quinta e che ho sempre sbirciato, nella libreria di scuola che io stesso ho costruito. Lo sbirciavo perché è corto.
Io amo i libri corti, lo sapete.
E allora mi sono detto, "ma scusa, è ora di leggere roba bella, e magari unisco l'utile al dilettevole e mentre me lo leggo, anche se magari non mi piace, trovo spunti per costruire delle analisi del testo e insomma... una notte, all'ora del lupo, l'ho cominciato.
Ebbene: è meraviglioso.

E' ricco, lo vedi dalle prime righe, ricco di lessico, ricco di dettagli, di cura, nel clima, nella densità... Poi certo, è una lettura che ti cerca e ti pretende presente, non è certo il libro d'evasione, ma non è nemmeno, come temevo, un libro palloso o che.
Anguilla, il protagonista, che ci parla, è un bastardo!
Ma no... che avete capito, è uno che non aveva i genitori ed è cresciuto con questa mancanza percepita, con questa assenza. E' lui che ci racconta il suo viaggio di andata e ritorno dalle valli piemontesi all'America, dal passato al presente, da prima e dopo la seconda guerra... 
Ma ci sarebbero così tante cose da dire che non le dirò tutte, però un poche ve le voglio dire, e voglio farvi leggere, anche, visto che me lo sono scannato, qualche pezzo.

Cominciate con questo. Anguilla ci racconta del momento, a L.A., quando lavorava in una stazione di servizio, con la fidanzata restia e anch'ella emigrata dall'Italia, dicevo, del momento in cui decide di tornare, che sarebbe tornato, prima o poi. E' il primo pezzo su cui ho dato un esercizio... se lo meritava.

Fu una di quelle notti che sentii raccontare di Nuto. Da un uomo che veniva da Bubbio. Lo capii dalla statura e dal passo, prima ancora che aprisse bocca. Portava un camion di legname e, mentre fuori gli facevano il pieno della benzina, lui mi chiese una birra.

— Sarebbe meglio una bottiglia, — dissi in dialetto, a labbra strette.
Gli risero gli occhi e mi guardò. Parlammo tutta la sera, fin che da fuori non sfiatarono il clacson. Nora, dalla cassa, tendeva l'orecchio, si agitava, ma Nora non era mai stata nell'Alessandrino e non capiva. Versai perfino al mio amico una tazza di whisky proibito. Mi raccontò che lui a casa aveva fatto il conducente, i paesi dove aveva girato, perché era venuto in America. — Ma se sapevo che si beve questa roba... Mica da dire, riscalda, ma un vino da pasto non c'è...
— Non c'è niente, — gli dissi, — è come la luna.
[…]
Quella notte, prima di scendere a Oakland, andai a fumare una sigaretta sull'erba, lontano dalla strada dove passavano le macchine, sul ciglione vuoto. Non c'era luna ma un mare di stelle, tante quante le voci dei rospi e dei grilli. Quella notte, se anche Nora si fosse lasciata rove­sciare sull'erba, non mi sarebbe bastato. I rospi non avreb­bero smesso di urlare, né le automobili di buttarsi per la discesa accelerando, né l'America di finire con quella stra­da, con quelle città illuminate sotto la costa. Capii nel buio, in quell'odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che come Nora e gli avventori mi face­vano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi. Valeva la pena esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo?
Adesso sapevo perché ogni tanto sulle strade si trovava una ragazza strangolata in un'automobile, o dentro una stanza o in fondo a un vicolo. Che anche loro, questa gente, avesse voglia di buttarsi sull'erba, di andare d'accor­do coi rospi, di esser padrona di un pezzo di terra quant'è lunga una donna, e dormirci davvero, senza paura? Eppure il paese era grande, ce n'era per tutti. C'erano donne, c'era terra, c'era denari. Ma nessuno ne aveva abbastanza, nes­suno per quanto ne avesse si fermava, e le campagne, anche le vigne, sembravano giardini pubblici, aiuole finte come quelle delle stazioni, oppure incolti, terre bruciate, monta­gne di ferraccio. Non era un paese che uno potesse rasse­gnarsi, posare la testa e dire agli altri: "Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere". Era questo che faceva paura. Neanche tra loro non si conosce­vano; traversando quelle montagne si capiva a ogni svolta che nessuno lì si era mai fermato, nessuno le aveva toccate con le mani. Per questo un ubriaco lo caricavano di botte, lo mettevano dentro, lo lasciavano per morto. E avevano non soltanto la sbornia, ma anche la donna cattiva. Veniva il giorno che uno per toccare qualcosa, per farsi conoscere, strozzava una donna, le sparava nel sonno, le rompeva la testa con una chiave inglese.
Nora mi chiamò dalla strada, per andare in città. Aveva una voce, in distanza, come quella dei grilli. Mi scappò da ridere, all'idea se avesse saputo quel che pensavo. Ma que­ste cose non si dicono a nessuno, non serve. Un bel matti­no non mi avrebbe più visto, ecco tutto. Ma dove andare? Ero arrivato in capo al mondo, sull'ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne.


Ecco... così avete anche un'idea della scrittura, che poi, di sicuro, tutti voi l'avete letto e io no, ma menefotto e sono contento di esserci arrivato ora, che me lo godo tutto e in profondità.
E vediamo, anche, di abbreviare le cose che ho da dirvi... farò un elenco. :)

  • Il romanzo è del '50, scritto nell'autunno dell'anno prima, poco dopo la sua uscita Pavese si è suicidato, e il male di vivere, la depressione, la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo, ci sono, in questo libro, in molte righe. Sia da parte di Anguilla, soprattutto, ma anche in altri personaggi minori. 
  • Pavese vede questo romanzo come una "modesta" divina commedia, Anguilla è Dante e Nuto, l'amico di gioventù, il suo Virgilio. Il primo ha viaggiato, povero e orfano dalle langhe piemontesi fino in America, facendo fortuna e vedendo il mondo. L'altro invece è rimasto sempre lì, ha conosciuto il suo mondo, ha una famiglia, un lavoro, suonava ma ora fa il falegname e a modo suo è di idee altrettanto aperte,
  • Il romanzo attraverso continue analessi salta tra presente e passato, ci racconta un grande grappoli di avvenimenti, mescolati, un acino vicino all'altro, e alla fine tutti i fili tornano perfettamente, ogni personaggio ha il suo posto. Si parla di Ritorno, di nostalgia, di malinconia, ma anche delle piccole cose, dei profumi, dei rapporti umani, del tempo che cambia e non cambia. Insomma... delle cose della vita, di tutte le vite.

E a questo proposito vi lascio un altro pezzettino, piccolo piccolo, che mi piaceva, sulle riflessioni di Anguilla, semplici, 
Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero[1] io, non sapevo nemmeno bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toc­cava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c'è una casa, delle ragazze, dei vecchi, una bambina — e un Nuto, un Canelli, una stazione, c'è uno come me che vuole andarsene via e far fortuna — e nell'estate battono il grano, vendemmiano, nell'inverno vanno a caccia, c'è un terrazzo — tutto succede come a noi. Dev'essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno il grano all'ammasso, le ragazze fumano — eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qual­cuno e, più ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spa­riti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d'erbe secche e che la gente ricominci. In America si faceva così — quando eri stufo di una cosa, di un lavoro, di un posto, cambiavi. Laggiù perfino dei paesi intieri con l'osteria, il municipio e i negozi adesso sono vuoti, come un camposanto.
Ecco... e poi? Ah, sì, andiamo avanti con la lista.
  • al di là di tutte le etichette che scolasticamente si danno, neorealismo blablabla, o cose che io  non so, vi posso dire invece che è un vero quadro, questo romanzo, fatto di tante piccole pennellate precise, non diluite, senza sfumature ma con tantissime, centinaia o forse migliaia, tonalità di colore. Vi leggete soprattutto la vita campagnola della valle del Bembo e il contesto storico pre e post guerra mondiale.
  • E' vero che si parla di fascisti, e guerra, e comunisti, e preti, e religione, e ignoranza della gente, ma queste cose sono come messe in secondo piano, o meglio, sono un sipario trasparente... filtrano la vita dei personaggi e noi vi guardiamo attraverso e scopriamo le loro storie
  • Oltre a Nuto e ad Anguilla ci sono personaggi fondamentali e dipinti benissimo sia nel presente sia nel passato. Cinto, il ragazzetto zoppo in cui Anguilla rivede sè stesso, è un seme delicato e rovinato, figlio del tempo cattivo, della terra secca e arida in cui cresce, ma che ha cose buone, dentro, che può essere salvato... Le donne invece sono personaggi ambigui, personaggi complessi, difficili, sfortunati, soprattutto. Santina, la più giovane delle tre sorelle da cui Anguilla viveva, è davvero il cuore della parte finale del romanzo. Bellissima e falsa, opportunista eppure verissima... incomprensibile, anche. Un bellissimo personaggio.
  • La luna e i falò non è solo il titolo, ma è un filo che lega tutto. I falò sono quelli di San Giovanni, ma anche i roghi di guerra, ma anche l'incendio che distrugge la vecchia dimora di Anguilla... e la luna è personaggio sia quando c'è, quando illumina, sia quando non c'è, quando lascia spazio alle stelle, o al buio.
  • E' un romanzo sulle radici, questo. E tanto più amate le vostre, tanto più vi piacerà.
E adesso io vi saluto, vi dico di non commentare, perché ho combinato dei pasticci e i commenti non si vedono, vi dico che l'Italia della pallavolo è esaltante, vi dico che esco a bere una birra, che devo ancora dare un occhio alle lezioni di domani ma inventerò, che i grassetti li metterò domani, che devo mettere fuori l'immondizia nella casa di là e che boh... l'anguilla si dice bisat, ed è un pesce misteriorissimo. :)



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