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100 LIBRI PEM

Questa è una mail, ma è anche un post del blog.
Se ricevi la mail è per due possibili motivi.
- Sei nella mia lista di mail a cui dissi avrei inviato le gelofigate, cosa che ho fatto sì e no un paio di volte, nell'ultimo anno.
- Sei nei miei contatti gmail e avevo voglia di scriverti, salutarti e invitarti a partecipare a questa nuova cosa che ho voglia di fare, questa cosa dei libri PEM

in ogni caso, se sei della seconda categoria, ora sei anche nella prima, ho deciso di fare così. Se non ti va bene, dimmelo e ti tolgo dai seguaci del blog di gelo.

Detto questo, intanto, ciao.
Come stai? potrei chiederti, perché in alcuni casi sì, è da un po' che non ti sento.
Dai tempi di XII, di scheletri, dei fun cool, delle macellerie, delle gelotterie, dei forum, delle fosse, dei 100libri PSF, dei Corti, dei copioni, dell'ultima grigliata, dell'ultima cena... no, magari a quella non c'eravamo ed è un falso ricordo; ma insomma, giusto per dirti che non è molto importante che tu mi risponda, ma se lo fai mi fa piacere.

Chi diavolo sei, anche, potrei chiederti. Sì perché di alcuni io ho un nome, una mail, ma proprio non ricordo bene comequandoperché e tu potresti, se vuoi, ricordarmelo, ma anche questo non è molto importante, figuriamoci.

Se invece stai leggendo queste righe sul blog, e non hai ricevuto questa cosa via mail, ma l'avresti voluta ricevere, perché vuoi partecipare a questa cosa dei libri PEM, ed essere avvisato di nuove gelofigate (come la narragenda, i libri prigionieri, le storie dall'arte...) , allora scrivimi e dimmi di inserirti nella lista.

Ma cos'è, questa cosa dei libri PEM?
Vi ricordare la cosa dei 100 libri per sembrare fighi? Vi ricordate il fastidio che provavate quando alcuni libri, odiatissimi, inutili, brutti, fastidiosi, mediocri, facevano parte senza dubbio dei 100 libri PSF ed entravano nella lista? Roba come le 50 sfumature o twilight, per capirci... ecco. 
Anche a me dava fastidio. Soprattutto perché, alla fine, la mia ambizione, ancora viva eh, era quella di leggerli tutti, questi stramaledetti libri per sembrare fighi, ma mi rendevo conto benissimo che alcuni non avrei mai potuto e/o voluto.

Perché?
Semplice. Perché se c'è una cosa che mi interessa di più, di sembrare figo, è essere migliore. Ecco cosa vorrei leggere, ecco cosa vorrei da un libro: che quando se ne va, lasci il lettore meglio di come l'ha trovato prima di arrivare.
Per questo ti scrivo.
Perché se sei in una di quelle due liste lassù, allora, in qualche modo, sei un lettore, ti interessi di libri, o insomma... non ti dispiace leggere.
E io voglio scoprire i 100 LIBRI PER ESSERE MEGLIO.

Libri che ti formano, che ti insegnano qualcosa, che ti cambiano in meglio, che ti rendono più colto. Libri che magari possono non piacerti, anche, ma che alla fine, dopo averli letti, non sei più quello di prima. Sei meglio. Ne sai di più. Hai una visione diversa di una certa cosa, o anche di tutte le cose.
Anche io ci devo pensare, eh, ma ti posso fare già degli esempi, libri che per me sono senza dubbio dei libri PEM.
Mi viene in mente 1984, di Orwell, per dire, ché dopo averlo letto ho preso una coscienza più piena di cosa sia il concetto di libertà.
O il Mondo nuovo, di Huxley, ché dopo quello ho avuto idee migliori e migliori armi per riflettere sull'ingegneria genetica.
O per motivi simili Fahrenheit 451 o Il vangelo secondo Gesù Cristo, o il Signore delle mosche...
Ma ti posso anche dire che Il signore degli anelli è imprescindibile per capire e comprendere davvero cosa sia il fantasy e per me è un libro PEM.
Ma guardando nei libri dal gelo, anche le Lezioni americane e Se una notte di inverno un viaggiatore, Frankestein e Il Maestro E Margherita, Kafka e Buzzati, Borges e Ballard... loro tutti mi hanno lasciato meglio di come mi hanno trovato.
E per dirti di due mie letture recenti, Fenoglio e Sciascia, bellissimi romanzi, mi rendo conto che mi hanno lasciato meglio di come mi hanno trovato, per quanto riguarda rispettivamente, la guerra dei partigiani e il concetto di mafia e omertà in senso ampio, delocalizzato. Non so, se li metterò, nella mia lista, ma sono molto vicino a.
Ecco... credo di essermi spiegato. 

Oh, certo... ti staranno venendo già in mente mille titoli, o nessuno, dipende da come la intendi. Come la intendo io, e questo è importante, è seguendo questi punti:
che il libro PEM sia stato letto, che l'essere meglio sia stato vissuto.
che siano bei romanzi, di narrativa, di qualunque genere, ma bei romanzi.
che l'essere meglio sia potenziale, per tutti, non solo per te, che hai letto, ma anche per chi leggerà, o così, almeno, ritieni.

Insomma... questo, alla fine, è un sondaggio. 
E più siamo e meglio è, come tutti i sondaggi.
Ecco perché ti chiedo di partecipare.

DIMMI I TUOI 20 LIBRI PEM

non mi serve una classifica, non mi serve che siano 20, basta anche uno solo, e non mi serve che ci pensi troppo. Mi basta titolo e autore. Va benissimo se ne dici di più, oltre ai venti; tanto ci sarà qualcuno che ne dirà di meno e magari ripescherò. 

Non farlo nei commenti, ne uscirebbe un caos: mandami una mail.

La prima fase è questa, dietro le quinte. Ne verrà fuori un grooosso file di excel.
La seconda fase sarà pubblica: aggiornerò via via i risultati perché siano visibili sul blog di gelo. Ne dovrebbe saltar fuori una sorta di sondaggio permanente.

Se ti piace l'iniziativa gira la mail ai tuoi contatti, e voi contatti giratela ai vostri contatti. Parlatene sul blog, condividete il post sui tuoi social, ditelo alla tua parrucchiera o scrivetelo sui cessi degli autogrill. Insomma... Facciamo una cosa bella:
tiriamo fuori una lista di 100libriPEM da cui pescare per diventare persone meglio.
Ne abbiamo tanto bisogno.

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Libri prigionieri


LIBRI PRIGIONIERI 
Ci sono libri che si conservano e libri che no. Non significa sempre siano brutti, spesso sì, ma a volte è perché non li ho capiti, non mi servono, non fanno per me, o semplicemente non li rileggerei, anche se mi ha fatto piacere leggerli la prima volta. Li accomuna l'essere inutilmente prigionieri del mio scaffale. E come tutti i prigionieri, potete liberarli, se li volete, pagando il riscatto...

RISCATTO 1€

RISCATTO 2€

La lista è sempre in aggiornamento, si sa, è sempre tempo per i prigionieri.
Per ordinare mandate una mail, spedizione via piego libri, per pagare:
  • ricarica sulla mia wind internet key - n° 3248484335 
  • accredito sulla Postepay n° 4023600451393732

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"Al mare con la ragazza" di Giorgio Scerbanenco****

Ho trovato ben pochi, per ora, che riescano a coinvolgermi emotivamente dei sentimenti di colore rosso, dell'emozione, dell'amore, come Giorgio Scerbanenco
E qui, a un certo punto, lui ti strappa proprio il cuore, e senza nemmeno un vero villain da farti odiare, per sublimare la sofferenza.
Questo è un bel libro, un bellissimo esempio, mi par di aver capito, di quello che è il suo mix - marchio di fabbrica - tra noir e romanticismo, tra eroi umili, sfortunati, sconfitti, e una vita che mira a essere migliore ma finisce solo per essere diversa. Ed è un mix, inoltre, tra i due luoghi di Scerbanenco, la Milano città, quella dove si ammazza al sabato, e la Lignano provincia, o il Friuli in generale.

E' un romanzo delizioso, ve lo dico subito, e qui non c'è un giallo vero, come era nella sabbia non ricorda, qui non ci sono colpevoli, o meglio, forse lo sono tutti, colpevoli, tutti meno chi ci rimette.
Prima di dirvi altro, però, voglio dirvi due cose.
Ho questa copia, io, questa con questa copertina orenda, che sembra, in fin dei conti, centrare ben poco, con il contenuto, una volta che hai letto.
Ma io benedico questa copia. La benedico perché lo strappamento di cuore che mi ha causato il libro è anche merito di una copertina che non fa da spoiler. Quindi, badate, è a vostro rischio e pericolo cliccare sul sito della garzanti e guardare la copertina attuale. E' uno spoiler grande come una casa e ti rovina mezzo libro! 
E io non sarò un genio delle copertine, ma bioparco, sono un lettore, e so bene che le cose non sarebbero andate lisce in questa storia d'amore tra Duilio e Simona, ma il come non lo sapevo e vi assicuro che quando arrivate al punto, quando ti sembra che siano andate già sufficientemente male, ma accettabilmente male, be', ecco, in tre righe esce una mano dalle pagine e vi ruba il cuore.
E tranquilli... non ve lo restituisce a fine libro, se lo tiene dentro. Tanto abbiamo tanti cuori, si sa, e uno lo lasciamo qui, in queste pagine di Scerbanenco, che poi è il motivo per cui, questo libro, me lo terrò nella mia bibliotecheria. Non credo ne rileggerò delle parti, boh, ma diciamo pure che quel cuore che ci ho lasciato, con la storia d'amore di Simona e Duilio, preferisco tenerlo a casa mia, che da altre parti.

Ma veniamo al romanzo e alle stupiderie. Aggiungo infatti alla stupideria della copertina sbagliata anche la frase della Garzanti che definisce il libro: un giallo. Un che? Ma prendete per lo culo?
Il colpevole dov'è? l'investigatore? il morto o furto? Un giallo atipico, dite? Ma suvvia, lasciamo in pace gli antigialli. E' un noir! Una brutta storia di provincia, un morto che non ci deve essere, la versione tragica di un film comico che spopolava negli anni 80 di cui non vi dico il nome ma il nome del protagonista era "Bernie". :)
Di giallo, qui, non v'è traccia. Rosso, tutt'al più, come quella macchia, come il sangue che si secca, e incupisce. E il nero, quello che arriva e non cerchi, quello che ti avvolge, ti entra dentro poco a poco e poi ti travolge, come è accaduto a Duilio...insomma. Fine delle stupiderie editoriali. Per fortuna che ci sono me, a far clarezza et veritade.

Del libro vi dico che se siete della zona, e per caso avete amato La sabbia non ricorda, ecco che ritrovate Lignano, Latisana, Trieste... anche Chioggia e Rimini, certo, ma il mare, quello dove Duilio porta la sua ragazza, è lignanese, è alla fine dello stradone, è a pineta, praticamente. E adesso non lo vedete più, arrivando in auto, ma una volta sì, lo si vedeva, c'era quello spiazzo in cemento, dove adesso ci sono due canestri e ci si guarda i fuochi, il 16, e ci si beve aperitivi pagando sei euro un prosecco e nove un cocktail che non sa di niente. Posti da abolire, ovvio.
Venite a casa mia che ve lo faccio più buono, nel week end devo usare i limone del mio limono, che ieri ci ho fatto la pasta, buona, con la panna e poco di più, prezzemolo sale pepe (ve la mostro pure, tiè), ma ci devo fare la caipi, caipikiwi, per la precisione, che voglio vedere che ne esce. 

Ma aspetta, stop pasta e caipi, torniamo al libro. Non c'è solo la storia di Duilio e Simone, certo, è quella tragica, ma ce n'è un'altra, più comune, più vera, più complessa, che viaggia su binari paralleli, presa dalla Milano bene, di chi ha i soldi, di chi in agosto va in vacanza, qua, là... non bada a spese. Le imprese dove si lavora tanto, dove si è incompleti, dove si ama, forse, a vuoto.
Così c'è la storia di Arda, Edoarda (i nomi, Scerbanenco, sa sceglierli come pochi, davvero) ed Ernesto, uno schiavo della sorella e l'altra schiava di se stessa e del loro non amore. Mentre Duilio uccide il suo, di amore, Ernesto cerca di salvarlo, fa una scelta, trova il coraggio. Sono due coraggi diversi, i loro, ma cercano di salvare l'amore.
Le storie di incroceranno, va da sè', e voi lo sapete fin dalle prime pagine, e non c'è niente di male.

Concludo con un paio di cose, che sono mezzo ignudo e devo andare a vestirmi per andare allavorare. La prima cosa è il finale. Ti aspetti un certo finale, crudo, sensato, serio. Dovuto.
Se muori dentro, il coraggio non ti manca, muori fuori. Morirai. Ti aspetti quel finale, e il finale non mi ha soddisfatto pienamente. Questione di scelte. Giorgio era una persona buona, e a uno scrittore buono non puoi chiedere di toglierti la speranza dalle righe. Perché chi è buono, anche nella disperazione più cupa e densa, una barbaglio di bontà per resistere lo trova, per volontà o per caso. Anche troppo, in questo caso.

L'ultima cosa è che vi lascio qualche riga. Ultimamente fatico a non lasciarvi delle righe. Alla fine, che cazzo di condivisione di cose belle è, se non le fai assaggiare.
E allora vi copio un pezzettino, quello dove Duilio arriva al mare di Lignano, quel muretto c'è ancora, c'è sempre stato. Chi lo conosce lo ha dentro. Quindi ve lo lascio anche perché se lo avete dentro, quel muretto, quel mare, questo libro potrebbe piacervi.
Quando arrivò al mare, non lo riconobbe. Era appena l'alba. Un tedesco in accappatoio rosso lungo fino ai piedi camminava in mezzo alla strada fra i pini con un materassino di gomma sottobraccio e un asciugamano bianco sulla spalla. Era il primo bagnante, non sapeva di avere un'auto a pochi metri da sé; Duilio non voleva suonare il clacson a quell'ora, né sorpassarlo, gli andava dietro, al suo stesso passo.
« Guten morgen, » disse il tedesco, sentendo finalmente il ronzio dell'auto e volgendosi.
Duilio allora lo sorpassò, comprese che era tedesco, non sapeva dove si trovava, guardava il mare davanti a sé, e non capiva ancora che era il mare. Poi la strada fra i pini finì e divenne uno stradone lungo il mare, davanti a una sterminata distesa di sabbia. Fermò l'auto e in quel momento, d'improvviso, il cielo divenne rosso, di lì a poco sarebbe sorto il sole. D'un tratto si accorse che il tedesco di prima gli era di fianco, col suo accappatoio simile al saio di un frate, rosso arancio come il colore del cielo in quel momento.
« È questa l'ora migliore per venire in spiaggia, » disse il tedesco nel suo caotico italiano, quasi incomprensibile.
Allora lui capì che erano arrivati al mare. « Vieni, Simona, » disse, e avanzò da solo verso la spiaggia, saltò il muretto che divideva l'arenile dallo stradone. « Vieni, Simona. »
II tedesco pensò che parlasse a lui e disse istintivamente, nella sua lingua: « Bitte! », cioè : prego, non ho capito, ma lui non lo udì. Per la prima volta affondava il piede nella sabbia un poco dura per l'umidità, per la prima volta vedeva il mare, il mare che gli si avvicinava più lui camminava, finché si arrestò dove le onde lunghe, senza bianco di spuma, gli arrivarono alle scarpe.
« Simona, vieni qui, è il mare. »

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"Amanti assassinati da una pernice" di Federico Garcia Lorca**

Questo è stato il Racconto d'autore dell'interruzione.
Era talmente palloso che più provavo a leggerlo e meno ci riuscivo.
Ora, dopo che ho deciso di finire di leggerli, siccome ho questi due bei post con tutto l'elenco e le relative recensioni, nonché, non dimentichiamo, il mio senso del dovere per il blog di quella là che non mi ricordo più come si chiama ma che ripigliava le mie recinzioni, insomma, ecco, ci ho riprovato.
E niente, ho deciso che lo metto giù così, senza leggerlo.
Perché?
Perché è brutto?
No. Non mi sento di dirvi che è brutto.
E' solo... un prose poem.
E infatti, voi direte, Lorca, che io sappia, a meno che non intendi il mammifero marino, è un poeta spagnolo, pure morto ggiovane per via guerra e pure amico di Dalì, e pure un po' gnagnoso, aggiungo io, che di poesie non ne leggo mai, e quando le leggo sono allergicissimo alla gnagnoseria.
Ma un prose poem è un'altra roba, che un racconto.
E infatti qui si vede.

Sono alcuni testi non proprio organici che, pur dando una parvenza di storia, di racconto, sono composti soprattutto di melodia, di versi prosati, di un dondolare e un parlare per metafore e similitudini che se lo cerchi, lo apprezzi, ma se cerchi altro, ti fa cadere le palle se sei un uomo e te le fa crescere se sei donna. A me son cadute, la prima volta, e forse ho tentato una seconda lettura solo per farmele ricrescere. 
La vera domanda che mi faccio, infatti, è: perché?! Perché scegliere questo autore?
Con il numero successivo (Magris, mi pare, pure quello leggero non è) la collana si è bruscamente interrotta e questo ha solitamente un significato. Le vendite non davano più un senso alla pubblicazione ed evidentemente stava venendo a mancare il compratore occasionale che metteva quei 50cent in più oltre al giornale, o anzi, anche il prezzo del giornale, visto che secondo me, la maggior parte dei compratori, del Sole 24ore non gliene fregava un cazzo.

Se devo proprio fare una riflessione, e se è andata così, mi dico, maziocan, ma con tutti i nomi che avevi da scegliere, dai classiconi King e Ashton Smith, da Ballard a Matheson, dai poco conosciuti Cortazaar e Pelevin, o da Scerbanenco, cazzo, che scrive racconti bellissimi, e Calvino, porchilmondosacripantico, possibile, dico, che vai a pescare, nell'ordine finale, Conrad, Garcia Lorca, e poco prima Pontiggia... sono un po' delicati, dico io. Pontiggia può non piacere e comunque è lontano anni luce dalla forma racconto, questo era poesia, Conrad era bellissimo, ma pesante e quindi posso ben capire che il lettore occasionale, se si è beccato questi, alla fine ha detto: beh, ma son tutti così? Credevo fossero racconti. Già, perché anche l'ultimo, Nori, molto bello, andate a leggerlo, non sono racconti nel senso proprio della parola.

Questo che vi mostro, il primo, quello che ho letto due volte, ha di bello che parla di Santa Lucia, che era ieri. Per saperne di più, questo articolo, tra l'altro, le spoglie sono a Venezia e io mica son mai andato... dovrei.
Vi copio qualche pezzo, così sapete di com'è il libro, di com'è la santa, di com'è stata la mia, di Santa Lucia. 
Si perché mia madre, che è santa per meriti acquisiti sul campo, di nome fa Lucia. 
Ieri mi ha portato: fazzoletti carta confezione famiglia, un doccia schiuma tesori d'oriente, datteri, il calendario di pre Toni (Beline), mutande bianconere from cinesi, gel (restituito), crema per le mani (restituita), tuc (i biscotti), caffè illy (ancora nella confezione in cui l'avevano regalato a lei).
Io sono stato molto meno bravo: le ho fatto un disegno. Volevo fare una cosa surreale horror, che insomma, è pur sempre la Santa degli occhi cavati, ma poi ho optato per la tradizione, ché a lei quella piace. Ve lo lascio qua sotto, e poi vi lascio il pezzo di Lorca, e poi basta, metto giù il libro e il prossimo libro di cui vi parlerò sarà bello. Ma bello bello. Sarà uno Scerbanenco!
È rappresentata con due magnifici occhi di bue posati su un vassoio.
Patì il martirio sotto il console Pascasiano, che aveva i baffi d'argento e urlava come un mastino.
Come tutti i santi, pose e risolse problemi deliziosi,
davanti ai quali s'infrangono le lenti degli apparati di Fisica.
Ella dimostrò sulla pubblica piazza, dinanzi all'ammirazione del popolo, che mille uomini e cinquanta paia di buoi nulla possono contro la luminosa colomba dello Spirito Santo. Il suo corpo, il suo gran corpo, divenne come di piombo compresso. Sicuramente Nostro Signore le sedeva sulla cintura con scettro e corona.
Santa Lucia era una ragazza alta, seni piccoli e fianchi opulenti. Come tutte le donne fiere aveva occhi troppo grandi, mascolini, con una sgradevole luce scura. Spirò su un letto di fiamme.
Era lo zenit del mercato e la spiaggia diurna era piena di conchiglie e pomodori maturi. Dinanzi alla facciata miracolosa della cattedrale, mi rendevo perfettamente conto di come san Ramón Nonnato avesse potuto attraversare il mare dalle Isole Baleari fino a Barcellona a bordo della sua cappa, e di come il vecchissimo Sole della Cina si infuriasse e saltasse come un gallo sopra le torri musicali fatte di carne di drago.
La gente nei bar beveva birra e negli uffici faceva le moltiplicazioni, mentre il + e il x della Banca giudea combattevano con il santo segno della Croce un'oscura battaglia pregna di salnitro e ceri spenti. Il campanone della cattedrale spargeva sull'urbe una pioggia di campanelle di rame che si abbattevano sui tranvai sonnacchiosi e sui colli nervosi dei cavalli. Avevo dimenticato il mio Baedeker e il mio binocolo da campagna, così mi misi a guardare la città come si guarda il mare dalla sabbia.
In tutte le strade non si vedevano che negozi di ottica. Dalle facciate ti fissavano giganteschi occhi di megaterio, occhi terribili, fuori dall'orbita a mandorla, la quale rende così intenso lo sguardo umano, ma che voleva dissimulare la sua mostruosità con lo sbatter di ciglia dei Manuele, degli Eduarditos. Montature e lenti affumicate cercavano l'immensa mano mozza del guantaio, un poema nell'aria, che risuona, sanguina e gorgoglia come il capo del Battista.
L'allegria della città si era spenta, come il ragazzo appena bocciato.

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I Maestri del Colore, 13: Raffaello (II)

Sono le due e zero uno, ho messo due piccoli cubetti di ghiacci nel rum, ascolto Come to daddy fino a poco fa mi stavo addormentando e invece ora ho voglia di chiudere questa giornata con qualche riga.
Ho aggiornato il mostro, è vero, ma della maialina avevo già letto lunedì, e non era una cosa salvata oggi. Non è salvato oggi nemmeno qualche riga: non mi hanno lasciato leggere da nessuna parte, anche perché, avevo tante ore da fare, 7+5, mi pare, e quando hai così ciò che ti succede la mattina ti sembra sia capitato un paio di giorni prima.

Insomma...  avevo la necessità di finire la giornata iniziandola e lo faccio, ora che col goccino di rum non so come, mi sento meglio, o meglio, anzi, ciò è perfettamente normale.
E la cosa per finire è liquidare questo Maestri del colore 13, che è la seconda parte di quello letto qualche giorno fa, su Raffaello, usando come disegno il drago e san Giorgio.
E vi dico subito che ci proverò, a salvare il raccontino per questo maestri del colore due, la vendetta.
Cominciamo a leggerlo....

Mi si dice che il capolavoro che - dal 1509 al 1514 - lo aveva ossessionato erano le stanze vaticane, per stanze come quella di Eliodoro o quella della segnatura, che vi lascio qui sotto

Qui, per esempio, troviamo rappresentati: la Giustizia, la Poesia, la Filosofia, la Teologia...
Insomma, per dire che sono lavori grandi e profondi anche nel significato, queste stanze. E non ve la sto a menare con tutte le descrizioni delle qualità delle opere di Raffaello. Da padrone, ovviamente, la fanno l'armonia delle misure e la distribuzione simmetrica rispetto al centro; la fusione del disegno e del colorito...
Insomma... era talmente perfetto che si parla di "perfezione classica" .
E insomma... è parecchio e molto specifico, la parte in cui si descrive l'arte di Raffaello, anche troppo specifica, per rompervi qua. Quello che lasciano, queste righe, è una totale dedizione del buon Sanzio a questo lavoro, soprattutto perché nella Cappella Sistina c'erano altri capolavori di artisti da lui venerati ed è evidente che voleva fare un lavoro unico..

Io preferisco invece lasciar perdere. le parole generiche, e concludere questa seconda puntatato guardando quadri, affreschi e dettagli, che forse è meglio. Fino ad arrivare a quello del raccontino.

E invece no, 
Ho deciso di andare a dormire perché ho deciso di tornare a casa, adesso, anche se poi tra due ore devo tornarmene a lavorare, e vabbè. Me ne fotto. Saranno chilometri sparsi sulle tombe di qualcun altro. :) Dicevo... voglio vedere qualche opera.
Per esempio i suoi famosissimi putti, ma famosissimi solo perché ci fanno il poster, ché qui, sul libro dei Maestri del colore, manco li mette, se non parlando della madonna che sta sopra.
Eccoveli:
Ma lasciamoli da parte... 
E' più interessante dirvi, per esempio, che la Stanza della Segnatura, sempre là, ai palazzi vaticani, celebra la poesia, e infatti, oltre a ficcarci dentro pure Michelangelo, pare, eccovi che lì nel marasma dei poeti troviamo Dante, Petrarca, Omero, Saffo... insomma...


E se andiamo nella stanza dell'Eliodoro, ve ne metto uno che piace molto a ma, per la prigione che non so, per l'epoca mi pare - disegnata così, in primo piano - quasi innovativa. 

Da notare, mi dice il libro, la novità degli effetti notturni, poco presenti prima, e che saranno ripresi nientepittormeno che da Rembrandt.
E' la liberazione di San Pietro, il quadro

E poi, dopo questa, direi che vi devo fare vedere un ritratto, perché quello famoso, del Cardinale, sarà mica famoso per nulla.
E infatti io lo trovo bellissimo, per l'espressione che vi è celata, per come è stato ricostruito questo volto e per come parla.
Per vederlo dovete andare a Madrid, certo, ma il viso pallido e gli occhi malinconici sono proprio - come si dice - frutto di un'indagine psicologica, oltre che di un ritratto.
Quasi gli avesse rubato i pensieri...



E poi? che vi metto? Che mi piace?

Vi metto una Madonna. Ma non una madonna come tutte, ma una madonna evoluta, in cui Raffaello decide di dare spazio e leggerezza facendola adorare da due santi e levitare per aria come nna magia.
E' la madonna Sistina, conservata a Dresda, quella coi due putti sotto, e con questa chiudo, anzi no, vi voglio lasciare un'altra cosa, prima del drago e del racconto.
I disegni... disegni preparatori, schizzi... fanno capire molto, secondo me.







La bestia

I due dipinti giacevano davanti suoi occhi, splendidi, ma lui scuoteva la testa, sconsolato.
Aveva modificato il volto, rendendolo pietoso; la postura del drago, meno aggressiva, volta alla difesa, alla fuga; e aveva attenuato la violenza del gesto: ora azione rassegnata e incerta, senza rabbia o foga. Aveva permesso alla cavalcature di voltare la testa in uno sguardo interrogativo, quasi compassionevole. Persino la sognante preghiera della principessa, sullo sfondo, che pareva sorridere, lo infastidiva. C'era qualcosa di cattivo, in quell'opera, una morte ingiusta che poco si addiceva alla sua idea di santità, lui che di quella aveva avuto segnata la vita, dalla nascita ai natali.
Decise che avrebbe consegnato il secondo: il peggiore, artisticamente, ma il più sopportabile, nei labirinti complessi della sua percezione. Senza alcun motivo razionale, crebbe in lui l'odio per quell'incolpevole committente... prese la tavolozza, rabbioso, e tracciò una cresta sull'elmo del Santo, sotto l'aureola: una cresta di drago! Chi era dunque, la bestia?

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"A ciascuno il suo" di Leonardo Sciascia*****

Ci ho pensato un po', anche più di un po'. Diciamo qualche secondo, e poi ho messo la quinta stellina. 
Perché per quanto io cercassi, e pensassi, non riuscivo a rispondere a una domanda: ma che difetti ha, A ciascuno il suo?
Non ne ho trovati.
Partiamo dalla fine.
La fine è una battuta. Una battuta di don Luigi, il parroco, una battuta soltanto, riferita a Laurana, il protagonista di questa indagine, di questa storia, di questa, la definizione precisa potrebbe essere, avventura della curiosità.
Quel finale sembra quasi monco, sembra quasi interrompere e interrompersi, e invece, dopo qualche istante di smarrimento, ecco che quella battuta, quelle ultime battute, anzi, fatte in osteria, tra i vecchietti e non del paese, che parlano, ché si parla, nelle osterie, e si dice delle cose che si sanno, che tutti sanno, che nessuno sa.
Ecco... quella battuta è un finale perfetto che tira tutti, ma proprio tutti, i file della vicenda. E non saranno le cinque stelle di un capolavoro di quelli gonfi, pieni di pagine, di contenuti, di letture a strati e livelli, ma questo è un libro semplice - un giallo, sì, perché è un giallo - che per me, per quanto mi riguarda, è migliore del giorno della civetta, che pure ho letto poco tempo fa e mi piacque tanto tanto.

C'era, nella civetta, qualche passaggio pesante, qualche voler spiegare, dire, sottolineare. Qui no. C'è una vicenda, un omicidio, un omicidio annunciato, anzi due, il farmacista, Manno, che non ha idea del perché riceve una minaccia, cosa ha combinato? Se ha combinato qualcosa, non lo sa, e quindi va a caccia, perché a caccia ci si va per passione e perché l'apertura, l'inizio della passione annuale, non si può saltare, non si deve.
E invece gli sparano davvero, a caccia, e fanno fuori anche il suo compagno di merende, il dottor Roscio, che diamine, ti dici, deve averla fatta grossa, se per uno ne ammazzano due!
E il maresciallo guarda la lettera, quella con le letterine intagliate, in pure anonimo-style, e mentre la guarda in controluce c'è Laurana, un prof, di italiano, colto, sì, che scrive articoli di critica letteraria, mammone, senza donne, senza voglia di averne, destinato alla vita di paese, ma che tuttavia non ha mancanze di qualcosa. E Laurana, ecco, forse l'unica cosa che vorrebbe è occupare la mente, con la curiosità, e quanto vede scritto - in latino - unicuique suum, su quei fogli, comincia a chiedersi che strano, che giornale sarà mai.
E per caso, perché il caso ti porta sulla strada giusta (giusta non vuol dire migliore, eh) , scopre che è una frase che vien dall'Osservatore Romano, e quanti, si chiede, in questo piccolo misero ridotto borgo sperduto in Sicilia, comprano l'Osservatore Romano?
Due persone. 
Quel Don Luigi, di cui avremo la battuta finale, e un altro ecclesiatico, che pure, addirittura, lo legge.
Tutto qua?
Più o meno. Assieme a Laurana cominciamo a indagare. I carabinieri, qui, entrano solo in una piccola parte, comparse. I veri protagonisti sono la gente del paese, le mogli dei morti, i cugini delle mogli, gli amici di Laurana... chiede un po' a tutti, chiede.

Bene...
E adesso un paio di pezzi, io ve li devo trovare e far leggere.
Perché questo libro è leggero, divertente, addirittura spassoso, a tratti. Non perde mai di tono, mai di verve, non ti viene mai voglia di smettere di leggerlo. Vuoi sapere, ovvio, direte voi. E' un giallo... ma non è solo questo: vuoi leggere. Leggerlo è bello, le righe, i modi, la melodia. Funziona tutto.
Senza tempi morti, e ogni volta che sta per arrivare la pausa, ecco che arriva il caso, e ti riporta via.
Ora lasciatemi che vi vado a cercare il primo pezzo, forse il più spassoso.
Il contesto è questo: il farmacista muore assassinato e avvertito. Quindi tutti a chiedersi cosa avrà combinato. La servetta della moglie, dopo un po' che la interrogano, si ricorda che forse, sì, la signora aveva notata di una ragazza che veniva spesso in farmacia. Troppo spesso forse... E prima non si ricorda nemmeno chi è, ma poi...
Ma il commissario non si diede per vinto, fece portare in caserma la cameriera e paternamente interrogandola dopo sei ore riuscì a farle ammettere che sì, una volta un piccolo incidente in famiglia c'era stato, a proposito di una ragazza che, a parere della signora, troppo spesso si faceva vedere in farmacia (la farmacia era sotto casa: ed era facile alla signora, quando ne aveva voglia, controllare chi entrava ed usciva). Domanda «E il farmacista?». Risposta «Negava». Domanda «E voi cosa pensavate?». Risposta «Io? E io che c'entro?». Domanda «Avevate lo stesso sospetto della signora?». Risposta «La signora non aveva sospetto: gli pareva che la ragazza fosse molto viva, e un uomo è un uomo». Domanda «Molto viva. Ed anche molto bella, no?». Risposta «Non tanto, a mio parere; ma viva sì». Domanda «Molto viva: cioè molto vivace, piuttosto civetta... Volete dire questo?». Risposta «Sì». Domanda «E come si chiama, questa ragazza?». Risposta «Non lo so» con le varianti «Non la conosco, non   -l'ho mai vista, l'ho vista una sola volta e non la ricordo nemmeno» dalle 14,30 alle 19,15, ora in cui per improvviso rinverdire della memoria la cameriera ricordò il nome non solo, ma l'età, la strada, il numero civico, i parenti fino al quinto grado e una infinità di altre notizie relative alla ragazza in questione.

Per cui alle 19,30 la ragazza era davanti al commissario, col padre che aspettava davanti la porta della caserma; e alle 21 la futura suocera, recandosi a cas;a della ragazza in
 compagnia di due sue amiche, restituiva un orologio da polso, un portachiavi, una cravatta e dodici lettere e reclamava l'immediata restituzione di un anello, un bracciale, un velo da messa e dodici lettere. E velocemente sbrigata la cerimonia, che senza remissione scioglieva il fidanzamento, la vecchia ex futura suocera vi mise maligno suggello con l'esortazione «Trovatevi un altro cretino» implicitamente proclamando che suo figlio intelligente non era, se si era messo a rischio di affidare il proprio onore a una che aveva avuto tresca col farmacista. L'esortazione strappò gemiti di vergogna e di rabbia alla madre della ragazza e ai parenti che erano accorsi. La vecchia se ne andò lesta, prima che si riavessero e si scatenassero, seguita dalle due amiche; e appena in strada, in modo che il vicinato sentisse, gridò «Ogni male non viene per nuocere. E non potevano ammazzarlo prima che mio figlio si infilasse in questa casa?» evidentemente alludendo al farmacista, che si ebbe così il secondo elogio funebre della giornata.
Ecco... dovrebbe essere chiaro perché è deliziosamente tragico e spassoso, in questi frangenti. Poi forse questo è il pezzo più surreale, ma resta che ve ne sono altri, di tratti simili, fino a delle vere e proprie assurdità, come il detto che bisogna aiutare il vivo, e non il morto, peccato che qui, il vivo, alla fine, è l'assassino!
E insomma... questa era una cosa. E mi è piaciuta assai.

Poi? Poi il tema sciasciano per eccellenza (ma quanto è borioso e orendo dire sciasciano? tra le aggettivazioni peggiori del millennio!): l'omertà, in particolare quella mafiosa.
La si capisce, moltissimo, dalla battuta finale. Il messaggio è chiaro: qui il sistema è talmente radicato da essere futile e dannosa una sua visione come "deviazione dalla legalità". Non è così, non c'è alcuna presa di coscienza nelle azioni.
Lo stesso nostro indagatore, Laurana, appunto, ha come movente tutto tranne che la ricerca di verità, legalità, moralità e altre parole buone in -tà. Vi devo trovare, per spiegarvi questo, un altro pezzo. Molto bello... non so se lo trovo. Aspettate dai,
Trovato!
Ecco... è dove Laurana praticamente ha sollevato il coperchio e chi sa che lui sa o sta per sapere si caga in mano, pensando che magari... leggete!
Pensava forse che Laurana non rispondesse alle sue dimostrazioni d'affetto e non volesse approfittare dei servizi che gli offriva per quel disdegno, ormai raro, dell'uomo onesto dinanzi al delinquente o addirittura perché i suoi sospetti volesse confidarli al maresciallo, al commissario, farli insomma pervenire; direttamente o meno, ad uno degli inquirenti. Intenzioni che Laurana assolutamente non aveva; e il suo cruccio, la sua preoccupazione, era appunto che yyy una simile intenzione gli attribuisse. Più che la paura, che dal ricordo di come xxx e il farmacista erano finiti a volte gli si insinuava portandolo, anche automaticamente, a precauzioni che gli evitassero la stessa fine, era una sorta di oscuro amor proprio che gli faceva decisamente respingere l'idea che per suo mezzo toccasse giusta punizione ai colpevoli. La sua era stata una curiosità umana, intellettuale, che non poteva né doveva confondersi con quella di coloro che la società, lo Stato, salariavano per raggiungere e consegnare alla vendetta della legge le persone che la trasgrediscono o infrangono. E giuocavano in questo suo oscuro amor proprio i secoli d'infamia che un popolo oppresso, un popolo sempre vinto, aveva fatto pesare sulla legge e su coloro che ne erano strumenti; l'affermazione non ancora spenta che il miglior diritto e la più giusta giustizia, se proprio uno ci tiene, se non è disposto a confidarne l'esecuzione al destino o a Dio, soltanto possono uscire dalle'canne di un fucile.
Questo pezzo, per me, è emblematico. 
Non so... direi che riassume autore e argomento in modo perfetto. 
E io che altro vi devo dire? Il libro dura poche pagine (127) è ambientato nel 1964, ispirato a un omicidio reale del 1960 (Tandoj), c'è un film del 1967... insomma, è famoso, ecco. E ce lo stiamo dimenticando, credo. Quindi leggetelo, che vi fa bene. Basta così. Questo è un libro che va goduto, anzi. Non è questione di messaggio, o meglio, serve una cosa bella, in questo caso un bel romanzo, per riuscire a nascondere un messaggio così forte.
Inutile cercare l'indignazione, meglio, molto meglio cercare la radice, la spiegazione. E poi, c'è anche da dire, che il meccanismo del romanzo è davvero ottimo: plot, struttura, tempi... tutto è misurato bene. Ho sempre amato i libri piccoli, nella convinzione che abbiano già, e forse solo, nella brevità un'arma determinante per colpire il lettore. Questo romanzo ne è una dimostrazione.

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I Maestri del Colore, 12: Raffaello (I)

Ecco, c'è una cosa che mi dispiace aver smesso di fare, oltre che leggere i vecchi dylan dog, la notte, quando non riesco a dormire, con il non lavorare più per biblio. Leggere i Maestri del colore, usandoli come spunto per aggiornare il blog e scriverci un racconto.
Che poi sono utili anche per imparare qualcosa da spendere nella categoria Arte e cultura di Quizduello.

Ed ero rimasto al numero 11 ma non credo che andrò avanti per ordine, ma questi sì, me li sono andati a prendere in biblio... e il 12 e il 13 sono entrambi dedicati a Raffaello, la tartaruga ninja e il mio quasi omonimo. E allora, adesso, in breve, ma in breve eh, gli do una letta, al primo, mentre aspetto il secondo caffè da mangiarmi coi muffin mini e di andare a portare a pedalare la vecchia al parco, che oggi c'è il sole bello, quello fresco, degli inverni che non sono più tali.

E quindi apriamolo, questo coso, mentre mi ascolto il nuovo smashing.
Che mi dice subito che il buon Raffaello nacque di venerdì santo, alle tre di notte, nel 1483, da un pittore pure lui, Giovanni 'de Santi. E poi è chiaro che dipingeva solo santi, con tutte queste citazioni bibliche ancor prima di nascere. Orfano presto, a dieci anni, già a 18 - allievo del perugino - si trova commissionata una pala (no, non l'attrezzo, maligni) da eseguirsi con Evangelista di Piandimeleto, ma lui fa quasi tutto da solo e l'altro pittura soltanto e quindi, sta pala, che poi commemora il beato Nicola da Tolentino ed è andata perduta, dicevo, con questa pala è già conscio dei propri mezzi e si lancia.
Comincia a fare mille cose, a prendere commissioni, e si sposta qua e là inventando praticamente il multitasking. Ovviamente va a Firenze, pur continuando a lavorare in Umbria (è nato a Urbino eh) perché aveva sentito delle meraviglie del Da Vinci e di Michelangelo, e infatti finisce per viaggiare e lavorare di continuo tra Perugia e Firenze

In tutti i primi del '500 fa altre pale, e tra il 1504-1508 una serie di capolavori, tipo, la Dama con l'unicorno, e una serie di Madonne: Connestabile, del Granduca, Cowper, del Belvedere, del Cardellino, d'Orleans.
Pare poi che nel 1507 non sia riuscito a beccarsi i lavori del Palazzo Vecchio, a Firenze, interrotti in modo definito dai due genietti di prima, e quindi se ne va a Roma, dove sappiamo che è pittore di palazzo nel 1509.
Qui fa faville e piace a tutti, dai Papi all'Aretino, dal Bembo ad altri letterati. Insomma... super successo e fama a bizzeffe.

Ecco perché nell'11 un banchiere gli chiede "la Galatea" un affresco per la sua villa.

E insomma... dal 1511 al 1514 si becca molte ricche commissioni, continua a sfornare capolavori, e non disdegna molti olii su tavola. Non mancano, tra l'altro, i ritratti. Diciamo pure che è stressato, va, perché gli incarichi cominciano a essere troppi e lui non rifiuta mai tanto che diventa Architetto galattico di Roma e arriva a disegnare dei meravigliosi cartoni che avrebbero decorato arazzi che avrebbero decorato le pareti della cappella Sistina...
Da qui, finalmente, comincia a fare come tutti, ovvero a non eseguire più i suoi dipinti personalmente ma a progettargli soltanto lasciandoli ai suoi giovanotti, tra i quali, per dire, Giovanni da Udine.
Tutto questo stress, però, mi sa che bene non gli ha fatto, perché schiatta già nel 1520, a 37, dico, 37 anni! e sempre sotto Pasqua, se non proprio di venerdì santo, almeno così si riporta.  (Ma il Vasari, si sa, ogni tanto le spara grosse, e dice che è morto pure alla stessa ora, quella del lupo)
E le note biografiche le possiamo chiudere con le parole di Pietro Bembo, che era uno che ci capiva, di esprimere sentimenti:
Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d'essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.

E insomma... avete capito.
Ma basta vita, e vediamo di vedere qualcosa d'altro, tipo la datazione delle opere. Nel 1955, e solo in quell'anno, si arrivò a collocare con più precisione alcuni suoi lavori, dando alla sua carriera un senso di crescente miglioramento, e non, come si credeva, d'alti e bassi.
Curioso, per esempio, che quando arrivò a Firenze, già tributato del titolo di maestro e di grandi onori, si rese conto di quanta strada ancora avea da fare, per arrivare ai livelli di Michelangelo e Leonardo. E la fece eh.

Mi si dice, qui, nella critica del Longhi e del Vasari, che benché molta è l'impronta del maestro Perugino, i suoi lavori umbri sono migliori, l'uso degli spazi, dei chiaroscuri, la dolcezza delle linee, la potenza dei sentimenti evocati, aggiungo io.
Non puoi non riconoscere parole come pietà, commozione, superbia. E non solo da Leonardo e Michelangelo, imparò, ma anche da un terzo maestro, poco citato, un tal Fra' Bartolomeo, Sotto questi acquisisce pienezza e vivacità, la sua opera, e si libera dai lacci suadenti del Perugino, con un respiro compositivo più fluido, qualunque cazzo di cosa voglia dire ciò.
E' proprio in questi periodi che compone il quadro che già ho deciso di usare come spunto per la mia storia dall'arte: il San Giorgio.

Anyway, nel periodo fiorentino più che mai, ma non solo: in tutta la sua opera, c'è un continuo affidarsi alle proporzioni, a disposizioni simmetriche, al trittico rimato di armonia, simmetria euritmia.
E poi?
Non so... poi basta, secondo me. Si parla molto di cose tecniche, e io dopo un po' mi stufo e leggo a vuoto, quindi le ultime righe praticamente le salto.
Vi lascio ancora qualche quadro famoso, o comunque dove si vede che veramente era un qualcosa di unico e geniale, benché io, per natura mia, le opere cinquecentesche non riesco ad apprezzarle più di tanto.

Qui di seguito vediamo che vi lascio...
Il ritratto di Agnolo Doni, lo Sposalizio della vergine, la madonna Connestabile e boh... le tre grazie, grazia, graziella e...



E per il raccontino? Allora, siccome ci sarà anche un'altra puntata, su Raffaello, perché ha pitturato talmente tanta robba buona che non bastava un solo numero de I Maestri del colore, allora ho deciso di scrivercela su uno dei suoi quadri più celebri a livello iconografico, anche se non tra i capolavori a livello artistico. Vi dico anche che ce n'è due, di San giorgi e i draghi. Questo di questa volta è quello che dovrebbe essere il migliore, basato su altri bozzetti di cavalieri e cavalli, con un san giorgio dal volto sprezzante, sicuro, e un drago aggressivo


La pietà di Giorgio

Al castello, quando ne videro la sagoma, da lontano, salda sul cavallo candido, l'incredulità portò subbuglio e fermento. Era l'unico partito per volontà, coraggio, fede e non uno dei tanti mariuoli obbligati da una condanna. Ed era il primo a tornare. 
Giorgio aveva il volto duro, arso dal sole, indecifrabile. L'armatura, intatta, sbiadiva nella polvere.
«L'avete… l'avete ucciso?», balbettarono i primi, già genuflessi davanti alla sua cavalcatura.
E lui? Che poteva dire, lui, di quel rettile cieco, molle, pacifico, intento a masticare scarafaggi, celato dall'umido fetore della grotta? Poteva forse narrare di una salamandra ornata di scaglie e corna, tanto enorme quanto innocua? O di una grotta che permetteva la fuga oltre il deserto? E della pietà, per quell'animale rarissimo, forse unico, poteva forse dire? 
Mostrò un grande osso scheggiato, che aveva raccolto in terra. «Ho avuto pietà di lui», tuonò senza arrestare il passo. «Questo è il suo artiglio più minuto».

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