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"Ossessione" di Stephen King***

Da un po' che non leggo.
Avevo dei giorni liberi, questi giorni, e non sto facendo nulla.
Nemmeno leggere, no. 
I pochi, pochissimi impegni si sono diluiti uno per giorno, in modo da non lasciarmi godere nemmeno di un vero giorno di festa piena, per fare un giro in bici, o andare al mare. 
Martedì, una riunione trevigiana, perfettamente inutile, ma ha avuto l'unico pregio di costringermi ad andare in treno.
E ho portato via l'ereader, che mi stava bene pure per gli appunti,
e sono andato un po' avanti con questo libro.
E aggiungo, una cosa che poteva essere piacevole, avevo deciso di non tenere più il cellulare. 
Mi è caduto in acqua, non va più, e mi son detto... perché riprenderne un altro?
E invece sappiatelo, il mondo non ve lo permette.
E' una cosa che mi ha reso triste, molto triste.
Si è creata come una crociata collettiva di persone che - disgiuntamente - si poneva nella posizione di non tollerare che io non avessi il cellulare. Non riuscivano a, come direbbero gli inglesi, deal whit it. 
E' stato triste constatare che l'ho dovuto ricomprare per gli altri, pur non avendone bisogno e pur stando finalmente in pace, senza. Ci riproverò, magari senza dirlo a nessuno, vediamo...
Senza ho passato le prime ore di pace da due-tre anni a questa parte... compreso il viaggio in treno, che è stato fatto in solitudine, ascoltando il disco ultimo degli elbow, che è un bel disco per leggere, e leggendomi una cinquantina di pagine di questo romanzo, di cui vi dicevo.
Non avendo il telefono, infatti, i colleghi non hanno potuto reperirmi e sapere se e in quale vagone mi trovassi, e ho potuto godere della pace.

Non ho la più pallida idea di come io abbia questo epub. 
Forse me l'ha mandato Michela, forse. Non so.
Se vede che è un qualcosa di pirata, c'è qualche errore da scannamento, ma niente che non ne permetta la lettura. La copertina che vi lascio è a caso, tra quelle che mi piacevano di più.
E non ci metterò molto, a dirvi qualcosa.
Sono 150 pagine di ereader, che non saprei quantificarvi diversamente, in ogni caso è un romanzo breve.
Ci sono diverse cose interessanti. 
E' la prima cosa che Stefano Re ha cominciato a scrivere, a 18 anni, nel 1966, l'ha tirata fuori molto dopo, per pubblicarla con il suo celebre pseudonimo.
Dice di non amarlo, come libro, ma vorrei ben vedere. 
E' stato tolto dal commercio, lui ha acconsentito, e questa io la trovo una vaccata pazzesca. Una cosa triste, penosa, avvilente. Un sintomo della decadenza umana, votata all'oblio e all'ignoranza.
Sì, perché è stato tolto dal commercio in quanto i suoi contenuti potrebbero stuzzicare certi comportamenti. Quali? Stragi scolastiche.

Charlie, il protagonista 17enne del romanzo, ci racconta la sua storia in prima persona. E' matto, Charlie, o comunque diciamo che ha dei problemi a rapportarsi con gli altri. 
Certo, è intelligente, è un profondo conoscitore delle menti altrui, del sistema, della norma sociale... ma tanto a posto non è. Così, quando viene espulso dal preside dopo l'ennesima raffica di insulti che si becca (e dopo aver, mesi prima, spaccato il cranio a un prof con un serratubi) con tutta calma brucia il suo armadietto, prende una pistola rubata al padre, ammazza due prof e prende in ostaggio la sua classe. E lì comincia buona parte del libro, con la sua classe che si confesse, parla, racconta, escono esperienze e verità. Tutti tranne uno, Ted Jones, che sembra diventare antagonista di Charlie, anche se è semplicemente il custode del socialmente accettabile.
Il romanzo, benché non sia certo politicamente corretto, mettendo in luce una rivincita dello studente che spesso sembra davvero avere più ragione che torto, a sparare ai prof e a prendere per il culo le autorità, dicevo, il romanzo è una descrizione della metà oscura.
Ciò che è socialmente accettabile, strenuamente rappresentato e difeso da Jones, e ciò che non lo è.
Non è un brutto romanzo, non è un romanzo originale.
Ci sarebbe da ridire, sulla credibilità di certi comportamenti e su come i ragazzi si raccontano, ma nel complesso la terapia di gruppo di Charlie è accattivante, gradevole, e il libro si legge. E infatti ieri notte, anzi, stamattina, mi sono finito le ultime dieci pagine. Finisce come doveva finire, ovvio, non ci sono black box accazz, ma resta un romanzo che mi ha fatto piacere leggere.

Non so, se non lo trovate in giro, e magari siete dei patiti di King, ditemi che ve lo mando, in ogni caso non è un qualcosa di imperdibile, ci mancherebbe. 
Quello che vi stavo dicendo sul suo ritiro dal commercio riguarda il fatto che in un paio di stragi scolastiche americane il libro sia stato tirato in ballo come co-stuzzicatore del ragazzo pistolero di turno. E io la trovo una cosa ridicola. 
Chiudo con altre cose, perché mi va.
Una è mettervi una foto di un serratubi, che ogni volta io mi chiedo che cazzo sia, per poi realizzare che non lo chiamo così, ma per me sono semplicemente "pinze".
La seconda cosa è che è uscito il disco di Sinead O'Connor e che è un disco parecchio bello.
Poi vi posso pure dire che quello di Lenny Kravitz è di una bruttezza imbarazzante.
Poi basta. Niente. Torno nella mia inconcludenza.


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"Destinatario sconosciuto" di Kressman Taylor****(*)

Adressat unbekannt, sarebbe questa la traduzione tedesca di questa scoperta di oggi.
Destinatario sconosciuto. L'ultimo piccolo del mercoledì, prima di tornare disoccupato, letto oggi, al volo, in mezzora.
Un libro fatto di lettere, di ottanta pagine, alcune bianche, molto rarefatte.
Il solito libro sull'olocausto e dintorni?
L'ho pensato all'inizio, alla prima pagina, con la prima lettera.
Mittente Eisenstein, from San Francisco, California, USA.
Destinatario Shulse, im Monaco, Germania.
Data: 12 novembre 1932.
Vi scrivevo nell'altro post che l'olocausto è il cancro della letteratura con appigli storici... giri e volti e pare che non possano fare a meno di tirare fuori ebrei e dintorni, per dare verve storica a un testo. Se siamo prima dell'30, il leit motif diventano le streghe e l'inquisizione. Ecco... 
E allora cosa succede?
Succede che vai a caccia di un libro corto, un libro da mezzora. Giri per gli scaffali, ti imbatti in questo, il giorno prima. Lo giri al contrario, per riconoscerlo, lo pigli, e cominci a leggerlo e pensi proprio quella cosa lì "occazzo, no, di nuovo 'sto olocausto?"
Ma il libro è un romanzo mini, epistolare, fatto di lettere. La corrispondenza tra Max, il socio ebreo rimasto negli States, e Martin, il suo socio tedesco ritornato in patria, ora che l'economia comincia a girare, è uno scambio che comincia a prenderti.
Sei curioso, perché questi due, alla fine, sono due imprenditori, due mercanti d'arte che si fanno i soldi fregando il prossimo. E vanno d'accordo, si capisce. Il tedesco è sposato ma ha avuto una storia con la sorella ebrea dell'altro, una gran quaglia che fa l'attrice. E allora sei curioso di sapere che succede, anche se lo sai.
Pian piano il nazismo prende piede, il rapporto cambia, uno diventa una belva, chiaramente, e l'altro passa dall'incredulo al disperato... E come andrà a finire?
Questo non ve lo dico, ma vi dico che questo libro è pressoché perfetto, nella struttura e nei tempi. Non si capisce subito bene cosa sta capitando e quando lo capisci cominci a fare il tifo, a pensare: e sì, ebbravo cazzo! vai così! vendetta tremenda vendetta. E poi il finale, che è solo una lettera, chiusa, che non c'è più bisogno di aprire.
Secondo me, i tempi sono perfetti. E la storia è una di quelle che va esattamente dove deve andare, dritta, sparata, e ci va di gusto. Originale? No. Non lo è... 
Però succede una cosa, alla fine del libro, una cosa che ti fa dire "occazzo, ho letto male"
Quale?
Leggi la data. 
Questo libro è del 1938. Pubblicato, nel '38. 
E' stato un caso letterario,  su una rivista letteraria americana e la tiratura è andata a ruba, la gente lo fotocopiava e lo mandava in giro... ripubblicato con l'avvento dei rigurgiti nazisti, e in questa edizione della rizzoli, (2000, 9.5€) piccolo formato, cartonato, forse un po' caretta, ma che li vale.
E' il classico libro che viene assegnato ai ragazzi delle medie e delle superiori, soprattutto a quelli che non hanno pazienza e dopo tre pagine si fanno cadere tutte le unghie e i denti piuttosto di andare avanti a leggere. 
L'autrice, Kressman Taylor, dice che ha basi di verità. Quel suo essere profetico, (il '38 è l'anno dell'Anschluss) nasce da lettere più o meno vere, o comunque veritiere. La cecità del credo nazista, l'assoluta arroganza, l'ineluttabilità di un treno lanciato verso la distruzione a velocità folle che era l'europa dell'epoca. Si riflette tutto in queste lettere.
Insomma... la chiudo qua. Se passate in una biblio, leggetelo. E' un bel libro, nonostante parli di olocausto. Alla fine, il nazismo è solo un colore: si parla di esseri umani e della nostra crudeltà.

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"L'occhio del vento" di AAVV (epub)**

Ora. Oramai non dovevo parlarne di questo ebook, che non so com'è che ce l'ho (credo la colpevole sia Romina, ma non ci giurerei) e non so bene perché l'ho letto fino alla fine... cioè, perché era corto, ma in linea di massima non era materia che faceva per me. :)

Anyway, siccome ce l'ho ancora nel lettore e ho mezzora da rubare, la rubo e ve ne parlo.
E' uno dei tanti, tantissimo ebook che nascono dai tanti tantissimi concorsi letterari che pullulano sui tanti tantissimi blog del sottobosco letterario italiano.
Ce ne sono di belli e di meno belli e di vario genere. Io Abaluth, il blog casa che ha generato questo ebook, non lo conosco. Anzi, oramai da quando non ci ho più il faccialibro non leggo blog e pure pochissime altre cose e amen.
Ma anche non conoscendolo ho capito che il genere è quello viaggiante verso il poetico romantico andante, vuoi spesso con dentro della buona morale, forse, o comunque è questo che esce da questi racconti.
In media, non vi arrabbiate, non mi sono piaciuti.
Il tema comune, che è il tema del concorso, è il vento, ed è forse una cosa penalizzante, per alcuni, perché sai già dove si vuol andare a parare.

Facciamo quindi che li scorro via via, e vedo se me li ricordo un po' meglio, perché ora come ora, mi tocca ammettere che non ne ricordo quasi nessuno. Uno solo, anzi, quello della ragazza che ha quasi subito violenza e dell'impatto psicologico di un non-fatto che è stato trattato bene, e infatti si lasciava ricordare. (Ah dire il vero me ne ricordo un altro, ma esattamente per i motivi opposti, e non vi dico qual è. E vediamoli, questi nove racconti sputati fuori nel 2012 e che sono gratis e che volendo potete leggere pure voi, basta un download.

Il primo è Narghilè e tratta di un tema comune, per le donne islamiche e di molte altre parti del mondo, ovvero il matrimonio combinato e la condizione infima della donna. Il vento è quello del deserto e i protagonisti sono soprattutto - manco a dirlo - il padre (vero master della questione) e il fratello maggiore. Questo non mi è dispiaciuto, ed è scritto anche con stile, tuttavia mi ha lasciato un po' così la visione che continuavo a trovare "nostra" nel senso di occidentale. Non una visione "da dentro". Pace. Chiaramente c'è il lieto fine e l'onnipresente e inflazionatissimo Inshallah!

Il volo, di Romina proprio, è il secondo e non mi è piaciuto granché. Vuoi per lo stile un po' ingenuo e manicheo, ma alle buone premesse di una crisi di mezza età si è aggiunta una storia d'angeli e cadaveri che mi suonava falsa e un pochettino sconclusionata. La prima persona soprattutto non l'ho digerita bene, e amen, Romina mi perdonerà se ho fatto fatica a finirlo.

Il terzo è una sorta di fiaba morale sul dio Vento e di un suo viaggio... Non vogliatemi male, ma ho faticato da bestia a finirlo e saltato un sacco di righe. troppa, troppa retorica e finta poesia

Il quarto lo sto rileggendo ma fatico a bestia a distinguerlo dal precedente. Un dramma comunque del vento che si innamora di una bambina e ragazza e si strugge ecc. ecc. Purtroppo è iperaggettivato da morire e sembra un manuale per usare thesaurus...niente, anche questo ho faticato ad arrivare alla fine. Troppo ammmmore, più che altro. L'uso del passato poi, non è che aiuta, dando una sensazione di retorica a ogni frase.

Silvia rimembri ancora, si chiama quello dopo, e questo è invece un racconto che ora che l'ho riletto non ricordo con dispiacere. Ambientato a Trieste, città della bora, e costruito su una storia scolastica poetica leopardiana,

Siam al? boh. non so. Valentina, di Rossana Zago. Titolo da cambiare, okay, ma è il racconto che vi dicevo. Uno stile abbastanza personale e una storia semplice, in cui il vento entra in modo corretto e misurato, come coprotagonista. Un superamento di un trauma con un approfondimento psicologico non originale ma onesto.

Poi di nuovo ho avuto fatica. Il Principe del Vento, con tanto di maiuscole, e mi sembrava di nuovo simile a quei due là, tipo favola con animali che agiscono come esseri umani ecc. Niente da fare,,, anche qua ho faticato e sono arrivato a fatica alla fine.

Penultimo è "L'intervista del secolo" che ci racconta di uno show televisivo con un'ospite incredibile... chi sarà mai? Che sia mica il vento? eh, sì, proprio lui. (e aridaje con sto umanizzare il vento, che poi, dal punto di vista strettamente fisico-geografico, il vento manco esiste) e comunque, potevo anche farcela, senonchè si è partiti con un pippone moralambientalista dei più scontati, del tipo "siete voi umani che rovinate l'ambiente con le vostre azioni e sbroc sbroc" e ci mancava soltanto il classico "qui una volta era tutta campagna." non piaciuto, sorry.

E alla fine anche questo non me lo ricordo, aspettate  che rileggo... ah sì, la canzo boh, un soliloquio di un pericolo incombente con tanto di black box galattica... ovvio che me lo dimenticavo. :)

Dai, su, non vogliateme... Alla fine sono comunque progetti piacevoli e onesti, soprattutto. E' che l'accoppiata vento-poesia non si è prestata, purtroppo, all'originalità, ma insomma,,, sono tutti racconti onesti, e lo spirito e la voglia di scrivere e di fare bene le cose si intuiscono (se non altro dalla cura della correzione bozze e dell'epub, ben fatto), quindi il giudizio è mitigato.
E' tutto va... ci ho messo un'ora alla fine, ma vabbè. E' fatta e al prossimo!

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"Il giardino del benandante" di Paolo Morganti***

Questa è una recensione complessa, nel senso che sono ancora combattuto su quanto mi sia piaciuto e quanto no, Il giardino del benandante.
Dovrei giudicarlo in due modi, da friulano e da lettore non-friulano, e quindi lontano dalle conoscenza che sono un po' dentro a chi - come me - viene dai paesi e ha ascoltato i nonni.
Siccome non ho coioni di fare due recensioni semplicemente faccio questa con calma, la faccio lunga, forse, e vi dico però fin da adesso che è un libro che merita esser letto, secondo entrambe le visioni, anche se può darvi più o meno soddisfazioni, a seconda. (e anche qualche irritazione, ci sta)

Che poi, va detto, mi sono letto questo giardino giovedì scorso, per buona parte in una giornata di mare che da secoli non riuscivo a prendermi, con qualche accenno di noia (poca) nella lunga e descrittiva prima parte, e un abbrivio sempre più slanciato in tutta la parte centrale e finale. Le ultime cinquanta pagine me le sono lette il pomeriggio successivo, e benché oramai volessi sapere come andava a finire, indipendentemente che si fosse già capito dove si andava a parare, sono volate pure quelle.
Insomma... si lascia leggere molto volentieri.

Eccomi!
Le parole precedenti le ho scritte la settimana scorsa, continuo adesso dopo che è successa una cosa.
Allora, mentre leggevo, avevo un persistente senso di qualcosa di scorretto, di sbagliato, riguardo alla datazione e alla coerenza storica delle cose.
Puntavo il dito mentalmente sui dialoghi, molto lontani da quello che potrebbe essere stato il modo di parlare cinquecentesco, ma non era quello. Tra l'altro si era parlato pochi giorni prima con Carli di dialoghi del 500 proprio a proposito della Clessidra d'Avorio (A proposito, che aspettate a comprare un po' di libri di XII, che voglio vuotare l'armadio? non la clessidra, però, che non c'è più) e di quanto fosse difficile riportare il parlato 500tesco, soprattutto se lo si va a cercare, aggiungo io, nella classe bassa, non colta, dove varie lingue e influenze si mescolano. (penso solo a come dev'essere stato parlare con il volgo in un friulano pieno di latinismi e volgari e why not, tedeschismi e slavismi... insomma.... è difficile). Per farla corta, potevo tranquillamente soprassedere sulla scelta di far parlare i personaggi, sia quelli ricchi, sia i villani, sia i colti, come ai giorni nostri, con pochissima "cinquecentizzazione". Del resto è narrativa, e questo è intrattenimento soprattutto, quindi se i personaggi parlassero friulano del 500 o latineggiante un lettore medio ti spara o più probabilmente non legge.
Bene. Sappiate però che non era tutto ciò, quel senso di "sbagliato" che mi pervadeva. Infatti il buon Carli, nel week end, si è prestato a leggere il libro, notando bene o male le stesse cose che avevo notato io.
Però me ne ha detta un'altra, che col senno di poi, o meglio, col senno suo, che è uno storico, è poi la cosa che continuava a rodere anche me.
Nei dialoghi, ma in generale nella terza persona a focalizzazione esterna e anche in quella focalizzata sui vari personaggi, si continuavano a dare ripetutamente giudizi su alcune cose dell'epoca, dalle usanze alla religione ai fatti storici.
La più ripetuta, tanto da essere quasi fastidiosa, era quella sulle leggi della Natura (n maiuscola, sì) che vengono prima di quelle religiose e che sono più antiche ecc. Ecco, queste cose, questo soppressare i culti pagani con quelli cristiani, sia attraverso le festività, sia attraverso le tradizioni e la violenza inquisitoria, dicevo, queste visioni vengono dopo, moooolto dopo. Nel 500 uno non avrebbe mai bruciato l'erba contro i temporali dicendo "eh sì, lo so che è un culto pagano, ma la Natura ha la sua importanza, è più antica e blabla". Lo bruciava e basta, convinto che si facesse così e servisse a quello. punto. Ecco. Detto questo, passiamo al romanzo.

Il giardino del benandante è gradevole. E' un buon romanzo di intrattenimento che raccoglie una serie di tradizioni del folklore locale (e non) e partendo da fatti e luoghi esistenti (Varmo, Belgrado, Santa Marizza, la Pieve di Rosa, il quadro del Pordenone...) sviluppa una classica crime story con due detective improvvisati ma efficaci e, naturalmente, simpatici.
Parlo di un sacerdote, colto e soprattutto conscio delle falle della chiesa e quindi tollerante verso misteri e antichi culti, e di uno speziale, attività che si avvicina a quella dell'alchimista.
Michele e Martino hanno i loro difetti e anche se a tratti parlano più o meno allo stesso modo, sono complementari e mettono insieme le loro qualità. Sagace letterato e conoscitore dell'animo umano il primo, valente speziale e coraggioso deduttare l'altro. Certo, il prete è un mangione inveterato (lo si ripete ogni tre pagine ed è sempre lì a divorare qualcosa - che poi, è un disgraziato, visto il secolo di carestie e stenti che era il 500, dove si mangiava spesso l'erba dei campi) e lo speziale è uno scettico, e pure un po' goffo musone.
Ma qual è il crimine? Omicidi! Cruenti omicidi in cui si strappa addirittura il cuore a dei poveri malcapitati che paiono scelti a caso. Lo saranno? No, ovviamente, e i nostri valorosi verranno a capo della matassa di intrighi e nefandezze che tramano contro il castello di Belgrado. In mezzo alla loro indagine c'è, sullo stesso piano, la guerra che ogni anno, alle quattro tempora, i benandanti - i nati con la camicia - combattono contro i malandanti, soprattutto per salvare raccolti e tutto ciò che aiuta una civiltà contadina a campare.
Si trasformano in animali, non possono violare il segreto della loro missione, trasmigrano dal corpo per volare in spirito a compiere le loro battaglie... sì, lo so cosa pensate, è tutto preso un po' qua e là dalle solite folk-ghost storie, ma il metter in zona localizzata e ben riconoscibile è un valore aggiunto, ed è piacevole pensare di poter prendere la bicicletta e andare a fare un giro a vedere il quadro del Pordenone, o la Pieve di Rosa (ci son stato, tra l'altro, proprio qualche giorni prima di leggere il libro.

Tra l'altro, la scrittura di Morganti è ricca e colorata, anche adatta, per tutte le parti descrittive e per dare spazio al dipingere il secolo, con usanze, abitudini, e per dipingere la quotidianità dei castelli, che invero a me è sembrata un po' romanzata (non è certo un secolo luminoso, quello, e la vita non era certo così facile e gradevole, tanto da far pervadere il tutto da un'aria di bellezza e gioia), ma era giusto così.
Poi magari finisce che vi seccate per certe cose, come dicevo, a seconda di chi siete. Vi spiego... quando ho visto il libro ambientato nel 1526 e seguenti, mi son detto, oh, per fortuna, non se ne poteva più di roba ambientata o che prende spunto dal 1511, e in effetti, da un po' di tempo a questa parte, la crudel zobia grassa sta a alla storia friulana come l'olocausto sta a quella mondiale, e quindi via di libri e film che parlano o alla fin fine cascano su quello. Ma se invece di questa rivolta contadina galattica ne sapete ben poco, be', allora gradirete anche tutti gli spiegoni che i personaggi fanno nella seconda parte. Io purtroppo li ho letti in fretta perché non ne potevo più e inoltre c'era sempre quel senso di sbagliato che mi attanagliava, che ora so essere la visione negativa sulla crudeltà di un evento che invece, all'epoca, non poteva esserci. (per dirne una, la violenza viene trattata in modalità "rabbia del web", anziché in quella cinquecentesca, dove scoparsi bambine e massacrare gente era non così raro e non così demonizzato. Ma insomma... il libro va, ed è anche un ottimo prodotto editoriale (un paio di errori di battitura nelle ultime pagine, ma il resto è perfetto). Forse si poteva far dimagrire qualche descrizione, ripetuta più volte (il villain, per dire, il buon Prospero) ma son quisquiglie. A me, opinione personale, non è piaciuto il finale, che tira fuori troppo demonio (mentre pescando dalle divinità e usanze celtiche c'era per lo meno un'altra demonologia cui acennare) ma più che altro perché troppo fantasmagorico ed eccessivo, ma è una scelta, e accetto. 

Bene dai, è ora di chiudere, anche se ne ho detta tanta. Mi sono anzi, anche pigliato il secondo della saga, Il calice di San Giovanni, e vediamo se l'indagine è un po' meno scontata e magari scopro altre cose storiche ecc, che invece è l'aspetto del libro che più mi stuzzica. Vi saprò dire!

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"L'isola - una storia misteriosa" di Charlotte Link**

La faccio breve, brevissima.
Brevissima come questa "storia misteriosa" (maziobilly, si può essere più banali, nel sottotitolo) di Charlotte Link, edizioni Corbaccio, con su scritto sotto "Romanzo".
Brevissima perché questo è il racconto del mercoledì, e infatti, quella scritta romanzo è fuorviante, perché dalle 80 pagine dovete toglierne 16 che sono i quadri di Horst Meyer. E poi diciamo pure che per il nucleo narrativo che mostra, - A uccide B, ma crede che B sia fuggita con C, - poteva essere anche più magro, questo scritto.

Avrete capito che non m'è piaciuto, e non si merita granché. 
E se vi state lamentando che vi ho praticamente detto come va a finire, ve lo sconsiglio. La cosa più irritante del raccontino, infatti, avviene poco dopo la metà, quando il protagonista - disperato perché la sua Clara è fuggita con un riccone lasciandolo solo lì sull'isola delle vacanze a crogiolarsi nel suo dolore - dicevo, a poco più di metà libro si dice "Dai meandri della sua coscienza gli pervenne il ricordo sfuocato (sfocato, sì, si dovrebbe dire) dei graffi profondi che aveva sul petto, sulle braccia e sulle spalle."
E grazie al cazzo, mi è venuto da pensare. E perché dovrei andare avanti a leggere?! Mi hai già detto tutto!
Aggiungo, che siccome si voleva mostrare come il protagonista sia partito con la testa (non dorme da giorni, passeggia giorno e notte, non mangia quasi...) non mi si può scegliere una terza persona, benché focalizzata internamente su di lui, e che diamine...

Ma perché ho scelto questo libercolo della Link, L'isola. Perché ha uno scaffale pieno, di suoi libri. E avevo intuito che sono thriller di quelli che oramai vanno sotto l'etichetta "gialli svedesi" anche se la link è tedesca, e in teoria ha una wiki scarna da far paura, ma che mi dice che scrive gialli/thriller psicologici e con risvolti sociali.
Ora... qui si descrive Sylt, l'isola, appunto, che è meravigliosa dal punto di vista della natura, ma altrettanto da quello della varia umanità ricca che vi staziona. Ostentare, è la parola chiave. Si mescolano questo cose e il protagonista, avvocato, che pure tanto povero non dev'essere, soffre enormemente questa cosa, ne è ossessionato. Problemi:
1) c'è una becera descrizione di luoghi comuni e stereotipi, per descrivere la ricchezza. cioè... Rolex, zaffiri, viaggio a Parigi, Champagne, Porsche... ma dai! Ma siamo rimasti agli anni '80?
2) le descrizioni della natura e della spiaggia non hanno nulla di memorabile, letterariamente parlando.
3) l'approfondimento psicologico del personaggio non ha minimamente speranze di riuscire a far credere al lettore che il raptus di violenza sia giustificato e credibile. 
4) Nemmeno i quadri - come quelli in copertina - sono granché. colori acquosi che sembrano scimmiottare quelli più famosi di non ricordo chi, e insomma... tanti colori, sì, ma non mi prendevano.
Insomma... ho detto che sarò breve e la chiudo qua, anche perché questo libro lo vado a mettere subito sullo scaffale e lì ce lo lascio. Non so come siano i romanzi della Link, vedo che vanno via abbastanza bene tra le signore di mezz'età. Però son le stesse che divorano Casati Modignani come pasticcini allo zenzero e quindi, penso che non mi fiderò... Nella prossima vita, va. :)

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"Ossessioni - Tre racconti e una riflessione" di Patrick Süskind***

L'ho letto, il famoso Profumo, forse il film l'ho pure visto, o forse no, ma non è importante. L'ho letto e ricordo che non mi era piaciuto.
Ricordo anche perché: a fronte di una intrigante e piacevolissima prima parte, nei contenuti, con le descrizioni dei profumi, ma una seconda metà che diventava sempre meno credibile, con un finale assurdo a là flauto magico che mi ha profondamente insoddisfatto. Aggiungo, che forse la mia traduzione non era il massimo, ma di questo non so dire.
Questo libretto è il libretto del mercoledì, quello che riesco a beccare in pausa pranzo e che mi leggo più o meno in quell'ora là. Mi piacciono corti, meglio se di racconti, e meglio se di qualche autore che conosco o che voglio conoscere/approfondire.

Questo l'avevo visto pochi giorni prima ricollocando proprio il profumo, e mi son detto: eccolo! Me lo leggo.
E ci sono riuscito. Sono, come vedete dal titolo, tre racconti e una riflessione. Quella non l'ho letta. A pezzi, qua e là, ho visto e capito di cosa parlava e che non aggiungeva granché alla parte letteraria. In sostanza si dice che è normale e bello dimenticarsi e confondere quello che si legge in quanto così lo si può rileggere. Okay, ne prendo atto e non me ne frega una se.
Penso che, più che altro, sia stata messa lì più che altro per fare volume, e sfruttare l'onda lunga della fama del film di un autore che non è, pare, molto prolifico, prima che la gente lo dimentichi del tutto. Infatti, facendo due conti, questa edizione della Tea è del 2009, a sei euri, metre il profumo è del '85, il libro, ma ripubblicato copiosamente dopo il film, che è del 2006.

I racconti, a parte il terzo che è un po' meno incisivo, non sono granché ma non sono brutti, e qui, quella scrittura un po' ottocentesca di Suskind (no umlaut, a don't have cats). 
Il primo si legge al volo, brevissimo, e parla di una disegnatrice che riceve una critica negativa, anche in buona fede, non per nuocerle, e da lì non si schioda entrando in un vortice ossessivo che la porta a perdere creatività e, poco a poco, il senso del vivere bene. Certo, ci si chiede, in questi casi, se non ci sia un germe interno che provoca la deriva, anche perché figuriamoci se ci fosse stato tripadvisor... mi ha ricordato le storie un po' surreali di Dahl, anche se qui il tema della critica che è di nocumento è un pochetto più banale, anyway, leggibile in dieci minuti e non fastidioso.
Il secondo è quello che ho preferito. Parla di scacchi. Un vecchio, sgradevole, antipatichino, paesano, ma bravo a giocare a scacchi, che non sbaglia. E non ha mai perso. Non è un campione, ma lì al paesetto nessuno lo ha mai battuto. Ovvio che quando gioca contro un forestiero, un giovanotto, molto bello, che fa una mossa e poi due e poi tre, una più ardita dell'altra, embè, sticazzi, è venuta la sua ora... 
Questo racconto è bello perché si riesce a ficcare un'aura epica e un ritmo incalzante dentro a un'osteria di pensionati e fra un aperitivo e una partita di bocce. E se sapete a malapena le regole degli scacchi a metà capite anche voi che il giovanotto forse non è quel che sembra a tutti... Gradevole.
Terzo e ultimo, e più pallosetto, non tanto perché è sulla falsariga dei lovecraftiani "ultime parole scritte da" con tanto di "orrore che minaccia tutta la Terra" che poco si addice alla conchilizzazione del pianeta, e delle persone, quanto perché l'ha tirata troppo per le lunghe e pur pensando che il parlante fosse completamente fuori di senno ma coltissimo, la sua teoria non è nè tanto strampalata da riderci, nè tanto sensata da preoccuparsi. Insomma, lo leggi e dici, okay, diventeremo conchiglie, e chissenefrega! :)

E la chiudo qui, per oggi, che è ora di andare e me ne vado! i grassetti e le altre minchiate li metterò più avanti. Il libro, comunque, anche se non indimenticabile, è leggibile e non nuoce alla salute. :)

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