Libri stellati

Recensione dei libri letti da gelo, in mezzo a molti cazzi suoi

Storie di gelo

Racconti brevi, brevissimi e storie fantastiche da leggere

Cosa posso fare per voi

Diversi modi che ho per tenermi impegnato

Regala un libro bello

Libri belli, nuovi e a metà prezzo da regalare e regalarvi

Se ti piace il blog

I modi per diffondere e sostenere questo blog

Etichette: , , ,

"Colazione da Tiffany" di Truman Capote****

No, non è questa la copertina dell'edizione che ho letto, ma la foto sì, è quella, e lei è proprio lei, Holiday Golightly, nel film, ovviamente, talmente tanto celebre che io, non l'ho visto oppure l'ho visto e non lo ricordo.
E sono contentissimo così, perché nella mia via del recupero di libri PEM e di libri PSF, questo era nella seconda classifica, vuoi per il film, vuoi per il libro stesso, vuoi per Tiffany, o addirittura vuoi per la canzone, che mi è sempre piaciuta, seppur sempliciotta, ma che trovo allegra e scanzonata.
Tra l'altro, non so per quale associazione di idee, la avvicino alla canzone degli Stereophonics, have a nice day, che c'entra sì con la colazione, ma finita lì.
E sono contento di non aver visto il film, o di non ricordarmelo, perché dopo aver visto le differenze dal film sono quasi inorridito. 
Ma come si fa? 
Un finale completamente fuori luogo, rispetto a quello aperto e malinconico che ben si confaceva a questo meraviglioso personaggio, e una detrazione - sempre su holly - che ne riduce carattere e azioni... Quindi, metti caso che dovete scegliere tra libro e film, prima il libro.
Poi, la Hepburne, benché Capote indicasse Marilyn come personaggio su cui era tagliato il suo, dicevo, la Audrey è perfetta. Non ti viene in mente una persona diversa da questa, leggendo, e vi assicuro che Holly è un personaggio così meravigliosamente complesso, misterioso e folle che trovare un interprete diverso, ora, mi sembra improbabile.

Ma cominciamo dall'inizio. L'inizio è la fine, qui. Il nostro narratore scopre una traccia di Holly, Holiday Golightly, in transito, questa vicina di casa che scopre e di cui, ovviamente, come tutti, come chiunque, si innamora. 
Holly che è disorganica, ballerina, frivola, eppure tragica, romantica, sognatrice, sciocca, egoista, ma anche generosa. Imprendibile e sfuggente, direi, come un gatto, che poi, importantissimo è quel personaggio,. quel gatto, quel suo contraltare, senza nome,. come lei, che di nome non fa certo Holiday, senza passato, o meglio, con un passato che va e dev'essere dimenticato, come lei, e senza futuro, o meglio, con tutti i futuri possibili, dall'Africa, al Brasile, alla prigione, alla morte, alla vita qualsiasi.  Insomma... se volete incontrare un personaggio strano, e un romanzo, alla fin fine, strano, Colazione da Tiffany sarà anche del 1959, ma non è invecchiato per nulla. Certo... lo sfondo, lo sfondo invecchia: quella New York è una città che ti scaraventa in quella che conosciamo dai film, da tutti quei film dell'epoca che hanno costruito il nostro immaginario, ma a parte Tiffany, che è solo citata, per dare il titolo, ecco, a parte quella, l'America della grande mela non sovrasta il personaggi, né la storia, eppure è presentissima. 
Dove... mmm... non lo so, ci devo pensare.
E' presente nel boss mafioso italo americano che Holly scioccamente va a trovare a Sing Sing portando - inconsciamente, ci fa credere lei, ma sappiamo che è tutto tranne che stupida - i suoi messaggi fuori dal carcere; è presente nel brasiliano che svolge un ruolo politico, nella modella balbuziente, altro personaggio fantastico, nella ricchezza che circonda ma è sempre sfiorata, così come Holly, o farei meglio a chiamarla Lulamae, anela e sfiora un mondo che non è suo, ma invece, alla fine, è più suo di altri. 
Perché se c'è una vip, una che vive da grande, ecco, questa è lei. Nonostante tutto.
Il mondo di uomini e cose e bicchieri e lusso e auto e negozi e regali di cui si circonda è qualcosa che pare aver creato lei, intorno, e che si sgretolerà non appena lei se ne andrà. Insomma... c'è tanto USA dell'epoca, in questo libro, anche se è tutto filtrato dai personaggi, e molto, dall'io narrante, dall'aspirante scrittore, di cui sappiamo molto e poco, alla fin fine

Ma c'è una cosa, di cui non mi rendevo conto, leggendo, che ho capito solo alla fine, con la storia del gatto. Non capivo perché fossi tanto affascinato da questo personaggio, assolutamente tragicamente frivolo, eppure, si intuisce, profondo (e oscuro, direi). La Holly piena di uomini, e sfruttatrice, e inaffidabile, bene o male, sono io, in un certo modo. La holly che non si affeziona, soprattutto, o dice di. Ma che se lo fa è per cose che non sono quelle degli affetti normali... quelli no. Gli uomini e le persone in generale, non sono per lei qualcosa di così rilevamente, pur essendo la totalità del suo mondo. 
Comunque, ora vedo di cercare un pezzo su Holly, va, che magari ve lo faccio leggere.
Ah, trovato. Lo ricopio che non ho lo scanner a portata di mano va. Tenete presente che il libro è quasi tutto gestito in analessi, e qui siamo all'inizio o quasi, quando il nostro scrittore la conosce.

Ma la nostra conoscenza sbocciò solo a settembre, in una sera percorsa dai primi brividi dell'autunno. Ero stato al cinema, ero tornato a casa, mi ero preparato il whisky della staffa, e mi ero coricato con l'ultimo Simenon; mi sentivo così a posto che avvertii un disagnio crescente solo quando mi accorsi che il cuore mi batteva forte. L'impressione di essere osservato. Da qualcuno che era nella stanza.  Poi, un improvviso tamburellare alla finestra, una rapida visione di un fantomatico grigio; rovesciai il whisky. Mi ci volle un po' prima di decidermi ad aprire la finestra e a domandare alla signorina Golightly che cosa voleva.
"Ho in casa il più spaventoso degli uomini," mi rispose, passando dalla scala di sicurezza nella mia stanza. "Intendiamoci, quando non è ubriaco è simpaticissimo, ma se attacca col vino, Dio, che bestia diventa. Se c'è una cosa che non posso sopportare sono gli uomini che mordono." Scostò da una spalla la vestaglia di flanella grigia per mostarmi che cosa succede quando un uomo morde. La vestaglia era tutto quel che aveva addosso. "Scusatemi se vi ho spaventato. Ma quando quella bestia ha cominciato a diventare seccante, sono uscita dalla finestra, semplicemente. Immagino che lui mi creda in bagno, non che mi importi un accidente di quello che crede, che vada al diavolo, si stancherà, si metterà a dormire: deve farlo, santo Dio, con otto martini prima di cena, e abbastanza vino per fare il bagno a un elefante. Sentite, potete buttarmi fuori, se volete. Non è molto educato da parte mia imporvi la mia presenza in questo modo.  Ma faceva un freddo maledetto sulla scala di soccorso. E voi, qua dentor, avevate un'aria così beata. Come mio fratello Fred. Dormivamo sempre in quattro in un letto, e nelle notti fredede era il solo chemi permettesse di stargli vicina. A proposito, vi dispiace se vi chiamo Fred?"
Ecco... e poi c'è la descrizione di lei, degli occhi,  "molto grandi, un po' azzurri, un po' verdi, con piccoli punti bruni; variegati, come i suoi capelli, e, come i suoi capelli, avevano una sfumatura calda, viva."
E poi, lei che dice che la stanza è degli orrori, e quell'altro si offende, e le dice che ci si abitua a tutto e lei:
"Io no. non mi abituo mai a niente, io. Chi si abitua a tutto tanto vale che muoia."
Ecco... e bene o male qui pronuncia la sua condanna, che poi è una cosa che penso pure io, e mi chiedo se sono condannato, e forse sì, lo siamo tutti non che ci stufiamo di tutto. Lei che se ne va dalla campagna, arriva a NY così, mantenuta, ha l'occasione per fare l'attrice, ma alla fine, è un lavoro, e non ha nessuna voglia di lavorare, dinon essere più lei, ma va avanti, in pratica, a farsi mantenere in qualche modo, un po' troietta e un po' no, ma sempre elegante, sì, elegantissima dentro.
Ah, ecco che ho trovato il pezzo che si rifersce ai suoi biglietti da visita, comprati da Tiffany.
"Perché in transito?"
"Sul mio biglietto da visita?" domandò, sconcertata. "Vi pare buffo?"
"Non buffo. Provocante."
Si strinse nelle spalle. "Dopo tutto, come faccio a sapere dove sarò domani? Così ho detto che scriverssero in transito. In ogni modo, ho buttato via i soldi quando ho ordinato quei biglietti da visita. Ma sentivo che, come minimo, dovevo copreare una cosa, anche piccola. Sono di Tiffany.".
Sì, perché poche righe prima diceva:

"Non voglio dire che non mi interessi diventare ricca e celebre. Sono cose che ho in programma, e un giorno o l'altro cercherò di raggiungerle; ma, se dovesse succedere, il mio ego me lo voglio portare appresso. Voglio essere ancora io uando mi sveglierò una bella mattina e andrò a fare la prima colazione da Tiffany."
Ecco... direi che riassume bene il suo modo di intendere la vita e soprattutto la sua difficoltà a trovarci un posto comodo, dentro lì, nella vita. 
E direi basta... posso riporre questo libro ed essere contento. Era un personaggio da conoscere, Holiday Golightly, non lo si dimentica facilmente.

3 commenti
Etichette: , , , , , , , ,

"Il gentiluomo decollato" di AAVV***

Ebbene sì, leggo anche le raccolte di racconti del mondo underground. Soprattutto se me la regalano e vi partecipo (O me le regalano perché vi partecipo, devo ancora capire). :)
No, dài, non è proprio così... ho ancora delle raccolte AAVV sullo scaffale in cui ci sono anche io e che ho bellamente abbandonato al marasma dei "libri che non sto leggendo".
La verità è che questa mi ispirava assai. Per almeno un paio di motivi.
Uno era il tema. Non tanto il tema in sè - del cavaliere senza testa sapevo poco e un cats e quel poco lo sapevo per la maggior parte dal film di burton - quanto perché il tema c'è! E nelle raccolte di racconti, un filo rosso, un'amalgama, ci deve essere, soprattutto quando trattasi di declinare le storie i vari modi. Certo, è un'arma a doppio taglio, perché che legge sa già che la storia parla di quella cosa, ma vabbè, io penso che si possa scrivere belle storie anche se sappiamo già di cosa parlano. E qui ce ne sono alcune.
Infatti, un tema così circoscritto come il cavaliere senza testa mi aveva pigliato subito bene, e attenzione, ho ricevuto la proposta molto prima che le decapitazioni isis andassero tanto di moda nei flusso dei media. Aggiungete che è Il gentiluomo decollato appartiene a quella collana che, da quel che ho capito, la Del Miglio fa uscire per il 31 ottobre. E aggiungete alla fine che sapevo della partecipazioni di scrittori che mi piacciono. Insomma... ho deciso di leggerlo, pur sapendo i rischi di questi tipi di progetti.

E in effetti, i rischi li ho incontrati. Vi dico subito che non posso bocciare questo progetto, che è serio, ben gestito e gradevole, ma è anche vero che non tutti i racconti mi hanno entusiasmato, anche se poi, alla fine, si scopre sempre qualche nome di scrittore che non conosci, e che cominci ad apprezzare.
Di bello, comunque, ci sono i disegni... eh sì! Lo sapete già che io sono un sostenitore dei racconti con illustrazione. Così come un tema dato libera la fantasia nello scrivere, anziché limitarla, un racconto libera la fantasia nell'illustrare. O almeno, per me è così.
E infatti, benché non tutti siano dello stesso livello, tutti stanno bene dove stanno, ovvero a presentare il racconto, quasi fossero un biglietto da visita. Aspettate, che ve ne faccio vedere un paio.
Il mio, per dire, che mi piace... e rileggendolo mi piace anche il racconto, che è andato, nella logica complessiva della raccolta, a cercarsi la sua originalità.
E poi, anche, ci sono due refusi, bioparco, che non so come ma ci sono, e porcozio anche te emanuele, e beccali, no, che sono entrambi sulla prima pagina del racconto. :D
Vabbè... tanto dovete solo guardarvi il disegno.
E poi ve ne scanno anche un altro, ma dopo, o domani, quando rivedo tutti i racconti per segnalarvi quali mi sono piaciuti di più... adesso mollatemi che ho da andare a lavorare.

Eccomi qua, e in effetti è domani, cioè oggi, che poi è primavera, che poi è la giornata mondiale della poesia, che poi è sabato, che poi è... ebbasta! e quante cose volete in un giorno! :)
Dicevo che volevo dirvi dei singoli racconti, ma poi vi devo anche dire, che mi ero dimenticato, che di buono c'è che questa è una raccolta ricca, nel senso che ci sono 28 racconti, e insomma, se proprio devo leggere un qualcosa dell'underground, dove so che troverò qualche racconto buono e qualcuno meno buono, be', che almeno ci sia quantità, insomma. Troppe volte ho visto raccolte di giovani virgulti letterari con una diecina di racconti da due o tre pagiine e ottanta pagine scarse vendute a una diecina d'euro. Qui almeno le pagine sono 265, ci sono i disegni, con qualche racconto complesso e qualche pezzo breve e immediato (e sapete che a me, le cose corte e immediate, piacciono).
E poi, tanto per chiarire che il progetto mi è piaciuto, dico al buon Emanuele, "Oh, guarda che ci voglio essere anche il prossimo anno, se la fai!"

E veniamo ai racconti. 
Molto buono quello di apertura, che siccome Arona Danilo inizia per A (i racconti sono in ordine alfabetico d'autore) fa corrispondere il pezzo dell'autore più quotato a quello di apertura. E non c'è niente di innovativo, nel pezzo di Danilo, ma è maledettamente professionale, e mostra come si possa scrivere un'ottima storia dell'orrore senza andarsi a cercare voli pindarici o che. Se siete in mezzo agli USA, e state per rimanere senza benzina, nelle zone dove dicono ci sia ancora lui, il cavaliere senza testa, quello di Sleepy hollow, e un benzinaio è tanto gentile da consigliarvi di non proseguire, di pernottare... be' dategli ascolto. L'unica cosa che non mi piace è il titolo, Area di servizio sulla sleepy Hollow Road, ma resta che questo, assieme a un altro, è il pezzo che mi è rimasto di più.

L'altro è Perlesvaus, di Luca Malaguti, (che è uno di quelli di nero per nove, poi, quello che mi era già piaciuto tanto) che è anche un pelo migliore. Tratteggiato benissimo l'eroe, Lucio, ex poliziotto ora paraplegico, e descritta alla grande la Toscana degli agriturismi dove pernottare. Dopo poche righe ho pensato: Ecco, è cosi che si inizia un racconto d'orrore ambientato in Italia, mettendo l'italia e un italiano.
Non so il mio, se è a livello di questi due. A me sembrava un buon pezzo, magari difficile, ma poi boh, non saprei. Se qualcuno ha letto la raccolta sono contento se mi dà un'opinione.

Poi... fatemi sfogliare la raccolta... Ecco, questi pezzi mi sono comunque piaciuti, letti con piacere, intendo.
Mi è piaciuto la messa in narrativa della leggenda metropolitana di Simona Cremonini, da cui mi aspettavo un po' di più, lo confesso, ma il racconto alla fine era gradevole. Avete presente di quello che ha avuto un incidente in moto e sembrava non essersi fatto niente e poi... Indimenticabile, il titolo.
Mi è piaciuto Finfarli, di Enrico Martini, scanzonato e originale, con un bell'inizio in media res. Che poi, si sa, trovarsi a sfigare un cavaliere verde gigante non è facile...
Leggibile anche Forbici amabili di Rossana Massa, per chi ama andare dal parrucchiere...
Il terzo racconto in ordine di gradimento, invece, è Il compagno di viaggio, di Elena Paroli. Questo è buono, una bella scrittura... perfezionabile, in qualche frangente, ma nel complesso un ottimo pezzo. Completa la terna dei miei tre preferiti parlando di un bel giallo storico, con tanto di ingiustizia e maledizione.
Poi anche Camaro, di Oreste Patrone, era gradevole: una classica storia di Halloween, americanissima.
E poi e poi... sì, ho letto volentieri L'ombra che cammina, simpatico, e Benthal Green Station, con una bella ambientazione.
Insomma, dài, alla fine nonn è stato un peso leggere questa raccoltona. Certo... poteva essere meglio e non può piacere tutto, come ogni raccolta AAVV che si rispetti, ma rivedendola adesso, direi che se l'è cavata. E' tutto, per oggi, buon sabato e buona primavera.
Ah... ora vi metto qualche disegno, un paio di quelli che mi son piaciuti.




0 commenti
Etichette:

Nezara viridula (breve racconto horror)




Piccola e verde gli si appoggia sullʼalluce. Lui scalcia lʼaria, inutilmente. Sospira, e quando il lezzo sale alle narici, affranto, spicca il balzo.



Torni a casa da scuola e tua madre è in vena di cazzate.
Abbiamo trovato unʼoccupazione, ti dice, e inarchi un sopracciglio. Assaggia il minestrone, continua lei, solenne, ormai possiamo aprire una trattoria…
Tu lo schifi, il minestrone, ma ce nʼè un piatto solo, abbondante, ed è… squisito.
Al secondo cucchiaio un brusio vicino al lampadario, un ciaf! La cimice si fionda come un kamikaze e il fetore è immediato.
Imprechi, decidi che no, non può morire così, impunita, fra le carote e i fagioli bolliti.
La ripeschi, la puzza sʼattacca alle mani. Lʼappoggi sul tovagliolo di carta. 
Bruci gli angoli con l'accendino e stai a guardare. Le zampette spariscono in un crepitio accennato, ma non muore. Meglio così: hai deciso che deve soffrire ancora.

Usi il sapone, lʼalcol, lʼacqua ragia.
Ti lavi mille volte ma il tanfo non sparisce. Per poco lʼodore non tʼimpedisce la colazione. Vai a scuola ma non entri: trascorri la mattina al parco, rifugio di quelli che bigiano, con le mani sotto la fontanella. 

Cominciano a puzzarti anche le braccia: ti basta avvicinare il naso a una spalla.
Stai lontano da tutti eccetto che dal negozio di detersivi. 
Ne scorgi una che zampetta sullo scaffale, ma stavolta fuggi, sotto lo sguardo disgustato della commessa.

Mangiare è ripugnante. A fatica riesci a bere. 
Fai di tutto per non far capire che sei tu. Se ne vedono alcune, per fortuna, e tua madre non si rende conto che quel tanto proviene da te. Lʼappartamento diventa invivibile e telefona a una ditta di disinfestazioni. 

Le ritrovi nel letto, fra i vestiti, nelle scarpe; alcune si fanno schiacciare quando ti siedi o ti gratti la fronte.
Dopo la centesima doccia anche lʼacqua bollente non ti dà alcun sollievo.
Useresti il profumo, ma la pelle è una pizza di croste e sangue e brucia troppo.

Quando anche lʼalito è un miasma hai voglia solo di piangere e vomitare.
Respirare diventa un martirio, sbatteresti la testa contro il muro fino a smettere per sempre. 

Vorresti chiedere aiuto, ma ti vergogni troppo. Scalzo sali sul tetto del condominio, ti affacci al cornicione circondato da un ronzio assordante.
Una ti si appoggia sullʼalluce.



Chiude gli occhi e aspetta lo schianto, ma loro sono decine, migliaia… forse milioni. Gli si poggiano addosso sbattendo le ali, ne rallentano la caduta. Una, ne è sicuro, lo guarda negli occhi.
Cade su un letto di esoscheletri verdi e marroni, alcune le ossa si spezzano, ma non muore.
Hanno deciso che deve soffrire ancora.



________________ 
Continuo a partecipare ai concorsi di Scheletri, a volte. Così, per affezione, come in questo caso, che l'ultimo giorno mi sembrava vi fossero pochi partecipanti e ho deciso di sputtanare dieci euro, visto che so che al Balestra non piacciono i miei racconti e mi dà sempre un voto basso, dandolo alto a qualunque racconto di zombi, brutto o bello che sia. Prima o poi gliene scriverò uno di zombi... :D Questo l'ho ripescato da un paio di anni fa, quando ne scrissi 5 o 6 per sceglierne uno. Era uno scarto, insomma. Rileggendolo lo trovo un buon pezzo, ben costruito, anche se gioca sul classico schema della vendetta animale, logoro e abusato. Qui più che altro volevo inserire l'idea di doppia vendetta, per fare della vittima qualcosa di poco condannabile, quasi innocente. E ho usato le cimici per creare empatia, perché diciamocelo, non piacciono a nessuno. Uno dei superpoteri ancora più inutile di quello con le mosche è senza dubbio quello di resuscitare le cimici. Ci scriverò un racconto comico... :) Comunque vabbè... queste sono le mie paranoie da dietro le quinte. Di bello c'è che ho scoperto che quelle che chiamiamo tutti cimici sono invece altro, e Nezara viridula è il loro nome scientifico. Che altro? Il disegno me lo ha fatto Emanuela ieri sera, con le tempere che mi hanno appena regalato, appartenenti alla nipote di una scrittrice un po' celebre. Io non le so usare, le tempere, ma devo dire che son belle. Lo trovate anche in friulano, il racconto, sull'osteria.


0 commenti
Etichette: , ,

"La Tregua" di Primo Levi****(*)

E' venerdì, è tardi, sono al 5° giorno di dieta, e al 5° con più di metà ore rubate dall'altrove. Ho cercato qualcosa da ascoltare, per ripensare a questo libro, e alla fine l'ho trovato in Damien Rice, nell'ultimo, attesissimo, sofferente Rice, che non sembra uscirne più, dal suo baratro. E tutto questo non mi ha permesso di parlarne prima, benché avessi voluto, benché fosse necessario.
La tregua... è un PEM, lo sarà, deve esserlo. 
La cosa dei libri PEM l'ho accantonata, ci ritornerò appena trovo la forze e i tempi per allargare le cose, ma resta che tra quei libri che ti rendono persona migliore non posso non pensarci questo lavoro di Levi. 
Vi ho già detto di quello famoso, di Se questo è un uomo, che io ho trovato perfetto non tanto per il suo contenuto storico biografico, quanto per un'analisi della natura umana lucida e fredda, emotivamente distaccata, impensabile in altri contesti meno straordinari.
La Tregua è diverso. E' il sequel, per chi non lo sapesse. Non è celebre come il precedente, io stesso lo avevo sempre sentito citare, ma mai avevo colto il suo carattere di seguito. E così ve lo dico, che magari nemmeno voi. 


E anche in questo libro c'è una poesia. Una poesia iniziale, discussa, scritta nel 1946, che è sia intro, sia chiusura del libro, e che Levi spiega anche, dando il senso al titolo. Vi lascio le parole di Primo...
"[...] il Lager si dilata ad un significato universale, è divenuto il simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte, a cui nessuno si sottrae. Esistono remissioni, “tregue”, come nella vita del campo l’inquieto riposo notturno; e la stessa vita umana è una tregua, una proroga; ma sono intervalli brevi, e presto interrotti dal “comando dell’alba”, temuto ma non inatteso, dalla voce straniera (“Wstawać” significa “Alzarsi”, in polacco) che pure tutti intendono e obbediscono. Questa voce comanda, anzi invita alla morte, ed è sommessa perché la morte è iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile, irresistibile; allo stesso modo nessuno avrebbe potuto pensare di opporsi al comando del risveglio, nelle gelide albe di Auschwitz"

E vi lascio la poesia...
Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba;
«Wstawać»;
E si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio.
Abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
«Wstawać»
Lo so... sarà famosa, per qualcuno, ma ha senso rileggerla. Ti mette nel mood del libro.
Ci sono due cose estremamente forti, in questo libro, oltre al concetto di Tregua. Due cose che non si trovano spesso, e non i questo modo, non con questo realismo.
La prima è semplice, ma tanto semplice quanto rara: La tregua ci racconta ciò che succede a Levi, e a tutti i sopravvissuti, prigionieri e meno prigionieri, dal momento della liberazione a quando rivedono casa. Passano mesi, e quel che gli succede è un'odissea quanto mai strana, folle, che va dal malinconico al comico, con momenti che non si sapesse che sono autentici sarebbero incredibili.
In questo senso è estremamente formativo. Abbiamo questa immagine, a volte, che finita la guerra tutti son tornati a casuccia, a rifarsi una vita e leccarsi le ferite... e invece no. La cartina che Levi mette, e doveva, verso la fine del libro parla da sola. Un giro assurdo, per le Culonie d'Europa, in mezzo all'insensatezza di ordini e contrordini, in mezzo al freddo, alle macerie, ma anche in una vita che rifiorisce, una primavera di animi che sembra a tratti rivendicare la sua bellezza. 
Vi lascio la cartina va.

E poi, la seconda cosa, quella che mi è entrata dentro, che forse non tutti colgono, ma che c'è, ti attornia, è la considerazione che il romanzo è un romanzo che parla delle lingue, del comunicare, del parlare tra gli uomini, di quel che è la lingua per un essere umano, le parole, il capire e sapersi far capire. 
Tedesco, italiano, polacco, russo, greco, inglese, francese, albanese, yiddish... è una babele complessa e meravigliosa, quella contenuta nel romanzo.
E magari non c'è, in questo libro, lo stesso impatto, la stessa forza del precedente, ma riguardo alle lingue ci sono momenti meravigliosi. Personaggi come Cesare, o come Il Greco, non vi possono lasciare indifferenti. Ora vi cerco un pezzo e ve lo dimostro...
Trovato! Cesare, personaggio indimenticabile, trafficone di prima categoria, viene in possesso di tre oggetti (una penna stilografica rotta, un contasecondi, e una camicia bucata) e va al mercato con Primo a venderli (siamo in Polonia). Eccovi il pezzo, è lungo, ma vale la pena, e vi scanno solo questo, tranquilli: 
Partii dunque per il mercato con Cesare, che si proponeva di rivendere (magari ai russi stessi) i tre oggetti sopra descritti. Il mercato aveva ormai perso il suo primitivo carattere di fiera delle miserie umane. Il razionamento era stato abolito, o piuttosto era caduto in disuso; dalla ricca campagna circostante arrivavano i carri dei contadini con quintali di lardo e di formaggio, con uova, polli, zucchero, frutta, burro: giardino di tentazioni, sfida crudele alla nostra fame ossessiva e alla nostra mancanza di quattrini, incitamento imperioso a procurarcene.
Cesare vendette la penna al primo colpo, per venti zloty, senza contrattazione. Non aveva assolutamente bisogno di interprete: parlava soltanto italiano, anzi romanesco, anzi ancora, il gergo del ghetto di Roma, costellato di vocaboli ebraici storpiati. Certo non aveva altra scelta, perché altre lingue non conosceva: ma, a sua insaputa, questa ignoranza giocava fortemente a suo vantaggio. Cesare « giocava nel suo campo », per dirla in termini sportivi: per contro, i suoi clienti, tesi a interpretare la sua parlata incomprensibile e i suoi gesti mai visti, erano distolti dalla necessaria concentrazione; se facevano controfferte, Cesare non le comprendeva, o fingeva testardamente di non
 comprenderle.
L'arte del ciarlatano non è così diffusa come io pensavo: il pubblico polacco pareva la ignorasse, e ne era affascinato. Cesare poi era un mimo di gran classe: sventolava la camicia nel sole, tenendola ben stretta per il colletto (sotto il colletto c'era un buco, ma Cesare la teneva in mano proprio nel punto dove c'era il buco), e ne proclamava le lodi con eloquenza torrenziale, con inserti e divagazioni inedite ed insulse, apostrofando a tratti questo o quello fra il pubblico con nomignoli osceni che si inventava sul momento. Si interruppe bruscamente (conosceva per istinto il valore oratorio delle pause), baciò la camicia con affetto, e poi, con voce risoluta e insieme commossa, come se gli piangesse il cuore a separarsene, e vi si inducesse solo per amore del suo prossimo, - Tu, panzone, — disse: — quanto mi daresti per 'sta cosciuletta?
Il panzone rimase interdetto. Guardava la « cosciuletta » con desiderio, e con la coda dell'occhio si sbirciava ai fianchi, mezzo sperando e mezzo temendo che qualcun altro facesse la prima offerta. Poi avanzò esitando, tese una mano incerta e borbottò qualcosa come « pingisci ». Cesare ritirò la camicia al seno come se avesse visto un aspide. - Che ha detto, quello? - mi chiese, come se sospettasse di aver ricevuto una offesa mortale; ma era una domanda retorica, poiché riconosceva (o indovinava) i numerali polacchi molto più prontamente di me.
- Tu sei matto, - disse poi perentorio, puntandosi un indice alla tempia e girandolo come un trapano. Il pubblico rumoreggiava e rideva, parteggiando visibilmente per lo straniero fantastico, venuto dai confini del mondo a far portenti sulle loro piazze. Il panzone se ne stava a bocca aperta, dondolandosi come un orso da un piede all'altro. - Du ferìk, - riprese Cesare spietato (intendeva dire « verriickt »); indi, a maggior chiarimento, aggiunse: — Du meschuge —. Esplose un uragano di risa selvagge: questo l'avevano capito tutti. « Meschuge » è un termine ebraico che sopravvive nel yiddish, e pertanto è universalmente compreso in tutta l'Europa centrale e orientale: vale « matto », ma contiene l'idea accessoria di follia vuota, melanconica, ebete e lunare.
Il panzone si grattava la testa e si tirava su i pantaloni, pieno di imbarazzo. - Sto, - disse poi, cercando pace: — Sto ziotych, cento zloty.
L'offerta era interessante. Cesare, alquanto mansuefatto, si rivolse al panzone da uomo a uomo, con voce suadente, come a convincerlo di una qualche sua involontaria ma pur grossolana trasgressione. Gli parlò a lungo, a cuore aperto, con calore e confidenza, dicendogli: - Vedi? capisci? non sei d'accordo?
-  Sto zlotych, - ripetè quello, testardo.
- Questo è de Capurzio! — mi disse Cesare. Poi, come colto da improvvisa stanchezza, e in un estremo tentativo di accordo, gli mise una mano sulla spalla e gli disse maternamente: - Senti. Senti, compare. Tu non mi hai capito bene. Facciamo così, mettiamoci d'accordo. Te me dai tanto così - (e gli disegnò 150 col dito sul ventre), - te me dai Sto Pingisciu, e io te la mollo sulla groppa. Va bene?
Il panzone bofonchiava e faceva di no col capo, con gli occhi rivolti in giù; ma l'occhio clinico di. Cesare aveva colto il segno della capitolazione:  un movimento impercettibile della mano verso la tasca posteriore dei pantaloni.
- E dai! Caccia 'ste pignonze! — incalzò Cesare, battendo il ferro finché era caldo. Le pignonze (il termine polacco, dall'ostica grafia ma dall'assonanza così curiosamente nostrana, affascinava Cesare e me) furono infine cacciate, e la camicia mollata; ma subito Cesare mi strappò energicamente alla mia ammirazione estatica.
— A compa: famo resciutte, sennò questi svagano er bùcio -. Così, per timore che il cliente si accorgesse prematuramente del buco, facemmo resciutte (ossia prendemmo congedo), rinunciando a piazzare l'invendibile contasecondi. Camminammo con dignitosa lentezza fino alla cantonata più vicina, poi svicolammo con la maggior rapidità che le gambe ci permettevano, e ritornammo al campo per vie traverse.
Ecco... io trovo pezzi come questo delle piccole perle, dei tesori. Solo la realtà può regalarti cose così, e questa realtà, prima di questo libro, non la conoscevo. Ora la conosco, e ne sono felice.
Poi che altro... Ah, sì, c'è più disorganicità, nei capitoli, si percepisce qualche slegatura, e grazialcazz, direte voi, li ha scritti tutti a intervalli di mesi! E infatti è così, avete ragione. Ma io penso anche che l'urgenza sia venuta meno, a dare tempo di ragionare, di fare di Levi uno scrittore, piuttosto che un internato, e il libro non perde, anzi, guadagna, in lessico e abilità narrativa, ma è meno di impatto, ha meno forza dirompente, immediatezza. 

Ci sono molti più personaggi, qui, più esseri umani, e molti sono meravigliosamente folli, o comunque poco allineati, quasi come la guerra avesse lasciato ciò che non era catalogabile nell'umana normalità. Mordo Nahum, il greco, che ha una visione del mondo tutta sua, estrema e affascinante, pura, anche per gli aspetti che si sopportano male. E poi la gente dei campi di raccolta, soprattutto Starye Doroghi, che è davvero l'emblema di una Culonia assoluta. Ci sono scene che a ricordarle vien coglia di rileggerle: Cesare che vuole comprare una gallina da gente che gli sparava addosso, i soldati russi che giocano a biglie a ogni fermata di treno, come bambini; il teatro organizzato per la festa; l'Armata Rossa; la partita a calcio che rischia di costare a Levi la ghirba, l'assalto degli italiani a un povero villaggio, le mucche macellate al volo... e insomma, tante altre piccole cose e tanti personaggi che formano davvero un circo originale e incredibile.

C'è, va detto, qualche momento di stanca, qualche passaggio, pochissimi, dove si fatica un po', ma è soprattutto perché anche a chi legge pare impossibile che non si riesca in alcun modo ad andare verso casa, verso l'Italia. 
E io direi basta, perché è tardi+, il disco di Rice è finito da un po' e io passo a Devics e mi metto a fare altro, anche se mica so cosa. Forse anche dormire, che ogni tanto serve.
Anzi no... voglio salutarvi con un altro pezzo. La partita di calcio... meravigliosamente assurda!
A voi... e al prossimo Levi, che so già quale sarà.
La partita si svolgeva su di un campo di periferia piuttosto lontano da Bogucice, e i russi, per l'occasione, avevano concesso libera uscita all'intero campo. Fu accanitamente disputata non solo fra le due squadre contendenti, ma fra entrambe queste e l'arbitro: poiché arbitro, ospite d'onore, titolare del palco delle Autorità, direttore di gara e segnalinee a un tempo era il capitano della NKVD, l'inconcreto ispettore delle cucine. Ormai guarito alla perfezione della frattura, sembrava seguisse il gioco con interesse intenso, ma non di natura sportiva: con un interesse di natura misteriosa, forse estetico, forse metafisico. Il suo comportamento era irritante, anzi estenuante, se giudicato col metro dei molti competenti presentì fra il pubblico; per altro verso, esilarante, e degno di un comico di gran scuola.

Interrompeva il gioco continuamente, a casaccio, con sibili prepotenti, e con una sadica predilezione per i momenti in cui erano in corso azioni sotto porta; se i giocatori non gli davano retta (e smisero ben presto di dargli retta, perché le interruzioni, erano troppo frequenti), scavalcava il parapetto del palco con le sue lunghe gambe stivalate, si cacciava nella mischia fischiando come un treno, e tanto faceva finché non riusciva a impadronirsi del pallone. Allora, a volte lo prendeva in mano, rigirandolo da tutte le parti con aria sospettosa, come se fosse stato una bomba inesplosa; altre volte, con gesti imperiosi, lo faceva mettere a terra in un determinato punto del terreno, poi si avvicinava poco soddisfatto, lo spostava di qualche centimetro, gli girava intorno a. lungo meditabondo, e infine, come convinto di chissà che, faceva cenno di riprendere il gioco. Altre volte ancora, quando gli. riusciva di avere il pallone fra i piedi, faceva allontanare tutti, e lo calciava in porta con tutta la forza che aveva: poi si volgeva radioso al pubblico che mugghiava di rabbia, e salutava a lungo stringendosi le mani al di sopra del capo come un pugile vittorioso. Era peraltro rigorosamente imparziale.
In queste condizioni, la partita (che fu meritata-mente vinta dai polacchi) si trascinò per oltre due ore, fin verso le sei di sera; e si sarebbe protratta probabilmente fino a notte se fosse dipeso solo dal capitano, che non si preoccupava minimamente dell'orario, si comportava sul campo come il Padrone dopo Dio, e da quella sua malintesa funzione di direttore di gioco sembrava ricavare un divertimento folle e inesauribile. Ma verso il tramonto il ciclo si oscurò rapidamente, e quando caddero le prime gocce di pioggia fu fischiata la fine.
La pioggia divenne in breve un diluvio: Bogucice era lontana, ripari per via non ce n'erano, e ritornammo in baracca fradici. Il giorno dopo stavo male, di un male che rimase a lungo misterioso.
Non riuscivo più a respirare liberamente. Sembrava che nella corsa dei miei polmoni ci fosse un arresto, un dolore acutissimo, una puntura profonda, localizzata da qualche parte sopra lo stomaco, ma dietro, vicino alla schiena; e mi impediva di attingere aria oltre un certo segno. E questo segno scendeva, di giorno in giorno, di ora in ora; la razione d'aria che mi era concessa si riduceva con una progressione lenta e costante che mi atterriva. Il terzo giorno non potevo più fare alcun movimento; il quarto, giacevo sulla branda supino, immobile, col respiro brevissimo e frequente come quello dei cani accaldati.

0 commenti
Etichette: , , ,

Maestri del colore, 43: Kandinsky

E' da tanto che non vedo un pittore, dai. e adesso cominciamo con i numeri casuali... scelti solo perché A) ce li ho B) me li voglio leggere.
Tocca a Wassily Kandinsky, che visto dal vero era bello bello bello e ne serbo un buonissimo ricordo anche se è russo. :)
Ordunque...
leggo che mi nasce a Mosca il 4 dicembre del 1866 e che studia a Odessa, città che dopo aver letto Levi mi pare una chimera portuale, e si sposa prima una cugina e poi una pittrice, trasferendosi a Monaco invece di fare il docente universitario come gli avevano offerto. Leggo anche che fonda un sacco di movimenti, che nel 1895 ha conosciuto gli impressionisti con una mostra a mosca, e che comunque a Parigi era già stato.
Fa cose e conosce gente: nel 1901 fonda Phalanx, nel 1902 conosce Munter, la donna pittrice cui si unisce per una dozzina d'anni, nel 1909 costituisce, in alta Baviera, la Neue Kunstlervereinigung (non ce li metto, gli umlaut, inutile che rompete le palle) e poi il primo acquarello astratto è del 1910, aspettate che ve lo metto...
Bello, tra l'altro. Comunque, si diceva che fa cose e vede gente, tipo Klee, MAcke, Kubin, Franz Marc e tutto verso il 1911 poi arriva la guerra e okay, pausa.
Torna a mosca e nel 1917 sposa una terza quaglia, stavolta russa (morta strangolata nell'80, tra l'altro), e questa se la tiene finché schiatta, cosa che farà nel 1944, il 13 dicembre, con ancora la torta in gola del 78 compleanno... no, dai, scherzo, c'era la guerra di nuovo, e lui aveva avuto la bella idea di diventare cittadino tedesco, e nel 1933, dopo la chiusura della Bauhaus (era un insegnante) è costretto a partire da Berlino per andare a Parigi, che almeno ha il gusto di vedere liberata (I simpatici tedeschi gli sequestrano tutte le opere e le vendono a prezzi irrisori).
Comunque sia la Munter, sia la terza quaglia pare avessero un sacco di quadri, rimasti dal buon Wassily e vabbè, insomma... fine, per quanto riguarda la vita.

E dell'arte, che dire? Che era un rivoluzionario! Ovvio... questo lo si sa, ma magari non lo si sa troppo. Tanto per dire è lui il primo a dire che l'arte astratta sarebbe stata l'arte del futuro e ci ha beccato in pieno, ed è tra l'altro rimasto uno dei più bravi anche a distanza di tre quarti di secolo.
C'è da chiedersi come ci sia arrivato, a questo percorso. Insomma... prima dipingeva cose più normali, con le figure, tipo queste:


Molto belle, tra l'altro. Poi però si è allontanato da queste cose, dopo i trentanni, tra l'altro (ed era un giurista, per dire), Diciamo pure che è schiavo del colore. Si capisce la devozione che prova per questo, più che la figura (lo sto dicendo io, non il libro, ma insomma, si capisce).
Un quadro che lo strega, per dire, è "Covoni di fieno" di Monet, che vede a Mosca e che gli provoca un sentimento misto: si incazza, perché non si capivano che erano covoni e pensava che un pittore non avesse il diritto di fare così, di dare così poca chiarezza... ma poi si rende conto che quel quadro è rimasto indelebilmente fissato dentro di lui, in tutti i particolari, per l'intensità della tavolozza. L'oggetto del quadro era screditato in favore di una forza e uno splendore molto più vasti e duraturi.
Insomma... arrivato a Murnau, studia, e pian piano si trasforma. Non dipinge un cazzo di notevole se non per l'abilità formale, ma comincia pian piano a detrarre forma e a far diventare i suoi soggetti - monti, villaggi, alberi - un puro pretesto.
Vi lascio qui un'opera poco conosciuta, giovanile, un San Giorgio e il drago, che insomma... a fianco del cavaliere, tipica icona, mostra già qualche cosa di nuovo.
Ma veniamo al sodo... anzi, a una sua frase, questa ve la riscrivo perché dice moltissimo:
Dovevano passare parecchi anni prima che io arrivassi, per via razionale oltre che per adesione sentimentale, al convincimento che la natura e l'arte hanno finalità (e dunque anche mezzi) essenzialmente, organicamente e storicamente diversi - finalità ugualmente grandi, e dunque ugualmente importanti... Questa convinzione mi liberò, mi spalancò davanti nuovi mondi.
Al figurativo comincia a contrapporsi il concetto di astratto. Si deve guardare le opere dipinte dal 1908 al 1912 per seguire la trasformazione: la rappresentazione cede il posto alla composizione e alla improvvisazione.
Sempre del 1910 è il trattato: l'elemento spirituale dell'arte, che sicuramente conoscete, e se non lo conoscete c'è wiki e google.
E io ora vi faccio vedere un po' di quadri, di quelli famosi.




E insomma... lo studio è sul colore e sulle forme, a ognuno assegna significati, messaggi, in una grammatica dell'astrattismo che lo rende senza dubbio maestro indiscusso e precursore inarrivato.
Tipo questo qua sopra, per dire, è il diluvio universale... mentre questo qui sotto è Macchia nera I
Ciò dovrebbe dirvi molto del suo range di interpretazione dell'astrattismo.


E adesso basta parole... è ora di alcuni quadri che magari non avete visto e del raccontino.
Vediamo...
Guardate per esempio questo lavoro giovanile, La dama russa (1905)... meraviglioso, secondo me.
Oppure guardate Improvvisazione n° 6
che è brutto, ma fa capire come sia "per strada" il buon Wassily
E subito dopo vi metto l'improvvisazione 26, di tre anni dopo (1312)
e poi vi ho messo, qui sopra, la 34.
E adesso basta improvvisare... Vi lascio ancora qualcosa, a cominciare da Azzurro cielo, visto, che era davvero bellerrimo.



Ho scelto questo... e sono andato a cercarmi un monaco russo, per l'ispirazione.


L'isola

Del processo farsa e della condanna all'esilio, Dmitrij Pavlovic ricorda ben poco, ma non ha interesse a farlo. Si è addormentato lungo il viaggio, e nel dormiveglia il secondino che guidava la carrozza, gli è parso portare una lunga barba ricciuta, minacciosa sopra il bavero alzato. Sorrideva.
Si è svegliato in un deserto vermiglio, che terminava con una costa lineare, a strapiombo sul mare blu. Ha camminato per ore, tenendo l'acqua a sinistra e seguendo la costa fino a un angolo di insospettabile perfezione. Davanti al suo sguardo l'acqua pareva meno profonda - il blu digradava in azzurro - e oltre una sottile striscia di terra nerastra aveva scorto una vasta pianura, verdissima. Aveva notato, in lontananza, diverse costruzioni: una torre circolare, nera, senza porte o finestre, in mezzo al verde, altre con le stesse fattezze, dalle tinte inverosimili, che si innalzavano fra alle onde, irraggiungibili. Si siede, disperato. Stranamente non ha fame, né sete. ma le vesciche ai piedi lo tormentano. Che stregoneria è mai questa? Si alza e prosegue, verso nord, oltrepassando la striscia nera, il rosso e camminando in equilibrio tra il verde e una sabbia finissima e biancastra. Dovrà pur esserci una fine...


2 commenti
Etichette: , ,

"Mytholofiction" di Andrea Viscusi (epub)***

Allora, c'è un professore di matematica e un professore di Economia Aziendale.
No, non è una barzelletta... cioè, forse un po'.
Di cosa parlano, di solito, secondo voi, questi due? Chiaramente di criptozoologia, libri assurdi, folklore nipponico, narrativa breve del fantastico e miti vari, è ovvio. E capita si sviluppino dialoghi come questo.
- Sai, sto leggendo dei racconti, sul reader, una roba tipo ognuno ispirato a un mito religioso, mitofiction...
- Ah, sembra figo. Mi ricorda Archetipi...
- Eh, sì, più o meno, tipo però con i miti della religione. Tipo nel primo c'è Abramo che cerca di sacrificare Isacco e Dio che gli dice Checazzofai! razza di imbecille, volevo solo vedere se eri così idiota da compiere crudeltà senza senso... imbecilli, ho creato dei deficienti!
- Ah, sembra figo! Però sembra una di quelle cose che fanno i miei amici scrittori. Ti ricordi di chi è?
- No, aspetta che prendo il reader...
- Sì, va, magari me lo passi... 
- Ah, ecco. Andrea Viscusi!
- ... ehm... sì, cioè, è Piscu! E che minchia, è un ebook del Piscu! Ce l'avrò di certo.
- Eh... infatti, volevo dirti, guarda che me l'hai girato tu!
- Ah...
- Eh.

Ecco. E io me n'ero proprio scordato del tutto che il buon Piscu aveva pubblicato questo Mytholofiction, raccogliendo un po' di racconti sul tema mitologico-religioso che vi ho detto.
E lo so... non sto leggendo un sacchissimo di libri dei miei amici, nemmeno quelli che mi hanno regalato! Me misero... che amico scrittore dimmerda che sono. Però vi avevo detto che se ricominciavo a leggere in ebook poi continuavo, e appena terminato il mio bel manuale dei lasciatori ho visto che non solo mi ero scordato di aver ricevuto questo ebook, ma lo avevo pure messo nel lettore, il che significa che lo volevo leggere... 
E l'ho letto.

Sono 6 racconti. Sei miti religiosi, come la madonna vergine, o la storia di Ra, Iside e Osiride Horus e Athos Portos e Ara... ah no, quelli erano altri. Insomma.., avete capito. La prima storia è un po' la risposta a ciò che tutti pensiamo di Abramo. Un crudele e un coglione. E quindi è un bel racconto. E anche Nimby, anche se un pochetto scontato, già dal titolo, fin troppo chiarificatore per chi ha presente la sindrome, è un racconto che ha da dire. Gli altri sono tutti altrettanto godibili, sia quello in cui si parla del serpente tentatore, sia quello indù, con la simpatica Dea Kalì. Sia, con una complessità maggiore per l'ultimo, quello egizianico, appunto.
Che dire... che anche se ha cannato un paio di congiuntivi, la scrittura di Andrea è buona, ha cominciato a trovare il suo stile, anche se è ancora un po' statica nello strutturare le frasi. Ma i racconti sono tutti godibili e tutti che non annoiano.

Se li volete leggere, li trovate qui, su ebookgratis mentre se non li volete leggere potete sempre finire di leggere il post, visto che se siete su queste righe vuol dire che non avete un cazz da fare. 
Dicevo, tornando ai racconti di Andrea Viscusi (che tra l'altro è già stato su questo blog con Pixel e con Quattro apocalissi, che ricordo ancora con piacere) che forse hanno il difetto di essere più godibili se avete una conoscenza dei miti che vi sono trattati, ma è un dettaglio, e in generale, anche a una lettura molto casuale, senza contestualizzare nell'idea di fondo, si ha abbastanza chiaro il tutto anche ignorando i miti.

A proposito, ma perché questo titolo? Mytholo? mi continua a ricordare il nono nano (l'ottavo, embolo, è morto subito) e mi fa chiedere perché non bastasse quel "Mythofiction". Ma credo sopravviverò anche se non lo scopro eh. Più che altro, per voi curiosi, potrei dirvi che attraverso questi racconti troverete qualche interpretazione "fantastica" (e a volte plausibile) a fatti mitologicoreligiosi, e comunque, per un paio di religioni, verrete a saperne di più. E poi potrei dirvi che tra l'altro è in uscita il nuovo libro (senti come fa figo dirlo, eh, sembra quasi uno scrittore vero) dicevo, il nuovo libro di Andrea Viscusi: Dimenticami Trovami Sognami, e che io devo ancora pigliare quello vecchio, Spore. 

Insomma... Se vi va di leggervi qualche racconto easy in ebook che ripercorrano, interpretino, utilizzino i miti religiosi, non avete che da scaricare.

3 commenti
Etichette: , , ,

"Se mi lascia non Vale" di Valentina Stella (epub)****

Succede questo: da tanto, troppo, non leggo in epub... perché?
Due motivi. Non avevo più i due lavori nelle due biblio dove in macchina leggevo. Alla fine, anche se poche pagine per tragitto, in una settimana o due un epub lo leggevo.
Punto due, con gli altri lavori che mi tengono lontano dal cesso di casa per 12-13 ore al giorno ho cominciato a leggere libri, quelli classici, quelli che ho da millenni, magari nelle collane che regalavano coi giornali, e quindi, alla fine, leggo su carta, a scuola, o ai semafori, o addirittura a letto, e l'ereader resta lì, sul sedile, nell'astuccio con le caramelle comprato da Tiger.
Ma da 2-3 settimane ho ripreso il lavoro della strada dove leggevo e ho ripreso in mano anche il lettore, e ho cominciato leggendo qualche pagina. E qualche pagina di cosa?
Di questo!

Sì, perché mi sono già letto due delle guide della Zandegù, quella sul fallimento e l'abcdiario, ed entrambe mi sono piaciute.
Anche ripensandoci adesso me le ricordo bene e con piacere  e quindi ero abbastanza sicuro che anche questa l'avrei letta in poco tempo.
Anche perché mi sentivo terribilmente in colpa coi poverini della Zandegù che mi amano tanto, visto che mi scrivono ogni volta nonostante io impieghi tempi biblici a leggere le loro cose. Oddio... va detto che almeno le leggo col piglio di chi le vuole leggere e non deve farlo, ma poi, sapendo che faccio le recensione parlando soprattutto dei cazzi miei, beh... insomma. Mi sentivo in colpa lo stesso.
E comunque, a parte il senso di colpa, che nel mio caso funge da propellente quanto una carcassa di bufalo albino nel motore di una Panda, immagino che l'avrei letta in poco tempo lo stesso, questa guida, perché sono prodotti che hanno capito alla perfezione le necessità del lettore a cui si rivolgono.
(uno che legge in macchina, vuole cose simpatiche ma non stupide, curate, agili e non lunghe)
Ma poi è successa una cosa. ovvero, ho ricevuto una mail, che mi comunica che era in uscita un'altra guida. Una guida che mi interessa. E io mi sono sentito una merdaccia. E così ieri, che era una giornata di quelle no, mi sono messo a letto e ho letto 1/3 di guida, qualche pagina ieri sera che ne so, 1/7, e poi circa 2/5 stamattina, dopo colazione, cazzeggiando domenicalmente. Insomma.. l'ho finito e a grande richiesta della morosa ho dovuto anche rileggerle una categoria di lasciatori, quella dei puntuali, che le è piaciuta assai e l'ha fatta un po' ridere, ma anche angosciata.

Sì, perché questa guida è stata per me un'illuminazione, e non molto piacevole.
Vi spiego... Valentina Stella, dall'alto della sua grande esperienza, che l'ha portata a essere lasciata settordici volte, nonché a conoscere altre lasciate, opera un tentativo di definire una tassonomia del lasciatore, suddividendoli in categorie, di cui una - quelli che non lasciano - è fatta di sottocategorie.
Ecco... io sono, più o meno, con pochissime eccezioni, tutti questi uomini.
Tutti i lasciatori in uno!
Dovrei fare mente locale, dovrei ricordarmi nomi e persone, ed è davvero impossibile, ma io, sono stato tutti questi lasciatori per davvero, e quasi mai la cosa è lusinghiera. Oddio... che io sia una pessima persona, lo so, da anni e lo dico sempre. E' che le donne sono bestie strane, più gli dici "guarda che sono stronzo, guarda che sono un bastardo, guarda che io ho interesse solo per me stesso e mi basto..." e meno loro ti credono. Il dialogo tipo, ormai, da vent'anni a questa parte, è questo.
-Mi ami?
-No.
-Ti piaccio almeno?
-No.
-Se non ci fossi ti mancherei?
-Ma sei fuori?!
-Mi tradisci allora?
-Non ho tempo! Faccio tre lavori e il tempo libero preferisco leggere, scrivere o andare a correre, ti pare che lo sprecherei scopando altre?
-Ma sei proprio così stronzo?
-Eh, sì... te lo sto dicendo.
-Mmm...
-Mmm cosa
-Non è vero.
-Cosa non è vero?
-Tutto quello che hai detto.

Comunque... continuo dopo adesso mi colgo quest'ultima ora di sole per andare a fare una corsa per smaltire il pranzo e far posto alla cena.

Fatto. C'era anche un bel tramonto, e mi sono ascoltato due dischi dei PJ, il secondo e terzo. E poi ho fatto una supercacca e poi niente, la doccia e via, pronto per nuove avventure, tipo finire questo post. Ma vi stavo parlando di questa guida. Allora... dunque. E' una guida per donne, nel senso di quello che vuole insegnare, ma servirebbe molto più agli uomini, per ciò che potrebbe prevenire.
E' fatta di una prima metà decisamente riuscita. Effervescente, fresca, spassosa, eppure a modo suo molto vera, molto seria, e non solo perché racconto con uno stile frizzante cose che bene o male sono capitate a tutti, ma perché è proprio buona l'idea, e ben gestita. Riesce a entrare in rapport col lettore quasi subito, andando a toccare corde che abbiamo sentito vibrare, nel nostro passato amoroso.
Poi, la parte finale, finisce per appesantirsi, perdendo di ironia e diventando un po' troppo manualistica, (oddio, direte voi, e che cazzo t'aspetti, è un manuale) ma forse diciamo pure che è la parte che noi lasciatori, a cui è dedicato questo libro, sopportiamo di meno, perché si dà la ricetta per il dopo (ironia, amici, passione, piangere... cose così).

Però io lo so cosa volete voi, là fuori. Volete che vi sveli le categorie di lasciatori e che vi dimostri che io sono tutti loro... Perché siete curiosi e pettegoli. Non so se è possibile. Io ho la memoria dei pesci, e tendo a cancellare, quindi molte cose non le ricordo. Inoltre rischierei vari linciaggi e ritorsioni a ogni cosa raccontata. Ma vediamo... Allora, la nostra guida dice che i lasciatori si suddividono in:
I traditori.
E okay... devo dire che? Ho tradito tutto e tutti sempre. Sono peggio della canzone dei Litfiba, Non saprei però dire quando ho tradito e lasciato, cioè... non me lo ricordo. Oh poco... Forse ero piccolo, credo, una volta che mi ricordo, di più, con una rossa che era la terza di tre sorelle rosse e che credo mi diede solo un'occhiataccia che tutto diceva, mentre mi scoprì a baciare un'altra tizia mentre il suo moroso la teneva per mano e parlava ignaro con un suo amico. Robe dell'altro millennio insomma... 
I sinceri
quelli che cioè ogni tanto sarebbe meglio una bugia di comodo, che la verità. Tipo non so... ti lascio perché sei vuota come una zucca secca non capisci niente di arte libri musica sport tramonti mare bellezza e boh... tutte le cose che amo. Hai solo due belle tette, ma mi son stufato anche di quelle. Okay... okay, mi avete scoperto. Ho fatto follie per le belle tette, perdonatemelo.
i puntuali
quelli che scelgono il momento meno opportuno per. Ecco... so di averlo sicuramente fatto, so di essere un puntuale, ma non mi ricordo con chi e con cosa. Forse boh, prima di san valentino, perché mi rompeva enormemente il cats fare i regali. A me i regali piace solo riceverli. :)
i pausisti.
Ah, questi son famosi, quelli che si prendono una pausa, e poi vediamo. Non so... questa cosa non credo di averla fatta. O meglio, l'ho fatta, ma non l'ho comunicata alla controparte. Non chiedetemi perché... a volte non so i miei perché.
i viaggiatori leggeri
ovvero quelli così straimpegnati che non vogliono e riescono ad avere una relazione. Questo sono io, inutile. E' così sempre, da tutta la vita. Faccio cose, continuamente, a tutte le ore, sempre, e ne trovo sempre di nuove, continuamente... e niente. finisco che non ho tempo per la donna. o meglio, lo trovo... certo, finché lo trovo, vuol dire che va bene. Certo... è anche un bene, per quanto mi riguarda. Ricordo che una volta, una tizia, mi lasciò perché le dissi che preferivo stare a casa a scrivere un racconto che avevo in testa che uscire con lei. Lo prese come un'offesa enorme... pensò che avessi un'altra. Da quella volta ho imparato che quando voglio stare a scrivere devo sempre mentire e dire che esco con un'altra o con gli amici, poi sto a casa a scrivere. 
i paninari
che è ingannatrice, come definizione, ma diciamo che sono quelli che tornano con la ex, che alla fine, dentro al cuore, ex non è mai stata. Eh sì, io sono a rischio anche di questo. Amo un sacco io, per sempre. Ne ho almeno una cinquina che potrebbero tornare in ogni momento e riprendermi. Ovviamente per sperimentare un altro modo di essere lasciate, certo, tant'è.
Gli allergici (al matrimonio)
Se non sono sposato ci sarà un perché, giusto? Sì, c'è. Io.
Ai confini della realtà
Ecco... questo è forse la parte più spassosa. E io, per farvi capire, vi regalo un estratto. E fatevele due risate, suvvia.

Lo ammetto, sono i miei preferiti. Non credo ci sia bisogno di un commento, basta elencarne alcuni, uno dopo l’altro.Filippo usciva con Caterina da due anni.«Pronto, ciao amore!»«Ciao».«Cos’hai? Ti sento triste».«Eh…»«Dimmi, amore: cosa c’è?»«Sai, Cate, quando i cavalli da corsa stanno molto male si fanno due cose: o si portano dal veterinario o si uccidono con una pistola. Non si mandano mai al macello. Lo fanno perché meritano una morte immediata. Ecco, io con te ho deciso di non portarti dal macellaio.»E dopo una pausa aggiunse: «Mi dispiace, ma lo faccio perché ti rispetto».Stefano e Anna, fidanzati da un anno. Era inverno, loro lavoravano nello stesso ufficio e lui un giorno disse: «Amore, stasera vieni a cena da me? Ti faccio il roastbeef al sale».Lui era strano, aveva un’aria furbetta e lei, tornando al computer, scrisse un’email alla sua migliore amica.Mi ha invitata a cena, sembra quasi che abbia qualcosa da dirmi. Se mi dà l’anello, l’addio al nubilato lo facciamo a Parigi ☺Si presentò bellissima, e appena entrata in casa di Stefano avvertì nell’aria l’elettricità dei cambiamenti.«Siediti, amore. Ecco qua un bicchiere di vino. È il Negramaro che abbiamo bevuto in Salento, te lo ricordi?»«Come potrei dimenticarlo?» rispose lei sorridendo, con il cuore aggrappato alla gola.«E tieni anche una sigaretta».«Ste, ma cosa succede? Mi devi dire qualcosa?» chiese Anna con trepidazione.Ci fu un attimo di silenzio, e lui abbassò gli occhi verso il pavimento. Poi tirò fuori dal pacchetto un’altra sigaretta, la accese e tornò a guardarla.Per Anna fu un arcobaleno velocissimo di emozioni: prima speranza, poi allegria, poi batticuore, e poi, all’ultimo, con i suoi occhi di nuovo addosso, disperazione.«Sì. Ti devo parlare. Ti ricordi di Rebecca? Quella ragazza con la quale ho avuto una piccola storia prima di te?»«Sì. Cioè no, so solo che c’è stata, ma non me ne hai mai parlato molto».«Ci siamo rivisti. Qualche mese dopo che ci siamo messi insieme noi. Tu eri al mare con Vale, ricordi?»«Sì. Ma è stato tanto tempo fa».«È stata solo una sera, solo una cazzata».«Stefano…»«No, aspetta, devo dirti un’altra cosa. Rebecca è incinta. Di sette mesi. Io non posso proprio più stare con te».Anna gli lasciò dire ancora qualche frase sconnessa, lottò contro il desiderio di riempirlo di insulti, poi gli buttò addosso tutto il tuo Negramaro del cazzo e scappò a casa sua.Per anni si è chiesta come fosse potuto succedere, come avesse potuto lui, così dolce, gentile e attento, farle questo, come si fosse svolto tutto (avevano cominciato subito dopo quella notte e quindi lui l’aveva tradita per mesi? Non avevano mai smesso di uscire insieme e quindi forse era stata lei l’amante?), ma soprattutto si è fatta una domanda migliaia di volte e non ha mai avuto nessuna risposta: ma perché, perché, perché proprio il roastbeef al sale?

Ve le siete fatte?
Figo dai... Ma poi ci sono ancora i lasciatori che non lasciano. E lì mi ci sono ritrovato appieno.
Tipo... Gli illusionisti, quelli che spariscono, non si sa dove, come, perché... Cioè, io il dove come perché lo so, ma non son cose che si possono dire, e allora amen, sai che ti perdi delle cose, amicizie, persone, lavoro, bellezza... ma è un prezzo da pagare. bisogna sparire, a volte. 
Gli indifferenti sono quelli che se ne fregano, diciamo, come se nulla fosse accaduto. 
I timidi, che lasciano per interposta persona
Gli innocenti, cioè quelli che si fanno lasciare, tirandosi addosso le peggio cose, persino inventandosele. E forse questa è la categoria che più mi si addice. In ogni caso, solo gli indifferenti non sono molto il mio tipo. 
E per ogni categoria, in ogni caso, trovate cose spassose e fintamente easy. Si, dico finte easy perché un paio di cose le capisci, dell'autrice. Che ha mestiere, tanto per cominciare. Si vede non solo dalla scrittura catchy al punto giusto, ma da un modo di fornire e abbellire gli aneddoti senza mai essere pesante e restando sempre in bilico tra serietà e leggerezza. 
Seconda cosa, e chiudo il post, che doveva essere corto e invece è venuto lunghissimo... pensavo, che devi comunque avere un vantaggio competitivo, per vedere il mondo così.
Nel senso... essere lasciati e farsi una doccia, un pianto e poi uscire con gli amici e ricominciare e trovare in meno di tre mesi un'altro figo è una cosa che non è per tutti...

Cioè, devi essere una cosa e averne un'altra.
La cosa da essere è figa, o comunque abbastanza quaglia da non essere schifata dal mondo maschile.
La cosa da avere è gli amici, e non è cosa poi tanto ovvia. Io non ne ho, per esempio.
E insomma... facile dare consigli quando sei quaglia e piena di amici e stai sorseggiando vino da una mansarda sopra i tetti di torino... Non so se valgono anche per una racchia che ha avuto un solo uomo nella vita e l'ha perso e sa che è cessa quanto il bisonte albino di prima dopo essere uscito dal motore e non ha amici e al massimo può sorseggiare una birra del discount tipo una Karpakye guardando un carro di letame che passa per il borgo di Culonia. :)
Comunque io sono uno che di una così potrei facilmente invaghirmi... ma se mi accadesse, le regalerò subito questo ebook, così può scegliersi il modo di essere lasciata :)

Bene. E' tutto. Vado a mettere tutto on line. 
Ah, dimenticavo, un altro motivo per comprarlo sono i disegni, uno per ogni lasciatore, ottimamente interpretati da Ilaria Urbinati. E il titolo, il gioco di parole, è una figata, un applauso per chi ha avuto l'idea.
Ah, seconda cosa. Queste guide mi fanno voglia di scriverne una pure io. Me ne fate scrivere una? Dai dai dai dai dai... ho già in mente l'argomento!

2 commenti