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"Trilogia della città di K" di Agota Kristof****

Ecco. E' tardi.
Tardi abbastanza per andare a dormire. Sono le due meno un quarto. Di una giornata, poi, che ne ho fatte 12, di ore, e che siano più o meno faticose, alla fine, parlare per dodici ore è una cosa che paghi.
C'è qualcosa che esce da te, assieme alle parole.
E allora un bisogno di salvare qualcosa, a fine giornata, farsi una doccia, un caffè, ficcarsi una felpa addosso e andare a bere una birra e mezza, parlare di animalisti folli e crudelissimi, di nomi e semantica, di cose da cambiare... ecco, salvare qualcosa serve.
E pensare a cose belle, è anche questo salvare qualcosa.

La trilogia di K era un libro che comprai nel 2011. Ricordo ancora perché. Avevo vinto un concorso di poesia, avevo un buono in libri da acquistare. Acquista alcuni libri che mi interessavano, roba di criptozoologia e di folklore friulano che ancora non ho letto.
Poi vagai un po' accazzo, perché il buono aveva una scadenza, e tra le cose che, ricordo, acquistai quest'opera di Agota Kristof.
Me ne avevano parlato bene, e prima o poi l'avrei letta, soprattutto pensando che - mi disse qualcuno - sono racconti, in qualche modo.
Era il giorno della sua morte, tra l'altro. Ricordo che pensai, scioccamente ma realisticamente, ecco, ora il mio acquisto finirà nella massa degli acquisti di chi ha comprato il libro perché è morto l'autore.
Che poi, aveva una certa età, la Kristof, e non poi 'sta fama enorme, e quindi, forse non è accaduto.

Poi successe che mi capito un libro breve della Kristof, uno di racconti veri, minuscoli, fulminanti, deliziosi, per certi versi. Vendetta, si chiama, e già ve ne parlai, e anzi, se cliccate potete leggerne uno, di questi racconti, mi pare.
E poi succede anche che mi ricordo che era stata Cristina a dirmi che era un libro tra i suoi preferiti, e io e Cristina non abbiamo propriamente gli stessi gusti. Strumm... poi, si è aggiunto al coro dei sì dicendomi che La trilogia della città di K entra nella sua top ten.
Tre indizi fanno una prova, no? E allora ecco che nella mia lista di cose prima di morire, fatta di classici e libri importanti, che ne hanno e si sa che ne hanno, insomma, ecco che me la sono letta anche io, la trilogia.

E ve ne parlo, ora, che è tardi, anzi, tardissimo, e che la stanchezza mi si è gettata contro come una martire e io, per non salvarla e lasciarle gloria, sto mangiando nutella a cucchiai, ho mangiato una crema gialla di un dolce che pareva budino e sono da reduce da una cena abbuffante, che è quella cena che si fa quando torni a casa tanto affamato da non avere più fame e il corpo mangia in crisi bulimica tutto ciò che incontra, prima di capire che lo incontra.
Stasera, per dire, ho mangiato biscotti al formaggio, minestra, salsiccia, sgombro, palline cinesi piccanti, noci sgusciate e poi boh, basta direi.Solo che li ho mangiati alternati.
Resta che adesso sto cercando di tornare sulla Kristof,

Mi è piaciuto. Mi è piaciuto tanto, questo libro.
Quando l'ho finito, all'ultima pagina, ma già alle ultime, ed era chiaro l'inganno, anzi, gli inganni, ecco che già avevo una certo voglia di rileggerlo. Di ripensare e rivedere dove sono stato ingannato così piacevolmente e dolcemente. Perché sono tre storie, e sono storie che si leggo dall'esterno all'interno, ma mentre entri dentro ti cambiano anche l'esterno che hai appena letto.
Difficile da spiegare. E' un libro che agisce per detrazione.

La prima, della trilogia, è la storia perfetta. Due bambini, gemelli, incredibili. Perfidi, stoici, inseparabili, inquietanti, ma anche teneri, nel loro essere privi di sentimenti. Entrano e crescono nella guerra, in un paese dell'est, non serve dire quale, ma un paese dell'est in guerra, sul confine, dove ciò che resta sono i vecchi, un paese vuoto, il prete, le donne, altri bambini, la povertà.
E la Nonna, personaggio cardine, attorno a cui la vita dei gemelli orbita, mentre loro fanno gli esercizi per sopportare la vita. Si picchiano, non mangiano, non parlano, per sopportare il dolore, la fame, la solitudine... Ecco. Sono perfetti, questi racconti, che costruiscono il racconto. Senza nomi, senza sentimenti all'interno ma che ne causano tantissimi in chi legge.
Ma adesso basta,... troppo tardi, andrò avanti domani....
a qualcosa di bello, questa verità detrattiva, ho pensato.

E siamo domani, e sono le 14.09 e io alle 15 devo andare a rip e dopo il rip a rubare un libro, spero, e dopo aver rubato un libro a lavoro per tre ore, e dopo quelle se son vivo vorrei andare a mangiare il panino gigante, se avrò forze e tempo e sperando non costi la lira di dio, strumento introvabile e quindi costosissimo. Insomma... ho una mezzora per finire questo post, e lo voglio finire, per mettere via il libro con giuoia. 
Dicevo... pezzi perfetti, quelli del primo libro. Io credo a molto giovi anche la lingua, che è l'inglese, che non è la mother tongue dell'Agota, e questo, forse, l'ha portata a una prosa semplice, con delle strutture fisse, molto musicali, lapidaria. Un uso bello di paratassi su tutta la linea. Rubo da wikiquote un pezzetto, che vi lascio qui, per capire.
Siamo nudi. Ci colpiamo l'un l'altro con una cintura. Diciamo a ogni colpo:
– Non fa male.
Colpiamo più forte, sempre più forte. Passiamo le mani sopra una fiamma. Ci incidiamo una coscia, il braccio, il petto con un coltello e versiamo dell'alcol sulle ferite. Ogni volta diciamo:
– Non fa male.
Nel giro di poco tempo non sentiamo effettivamente più nulla. È qualcun altro che ha male, è qualcun altro che si brucia, che si taglia, che soffre. Non piangiamo più.
E questo è per quanto riguarda l'innominata prosa de "Il Grande Quaderno", che poi è il nome di questo primo lavoro della trilogia. Innominata perché qui a parlare è la prima persona plurale dei gemelli, senza nome, e senza nome sono anche tutti gli altri: la Nonna, la Madre, il Padre, l'attendente, il prete, labbro leporino... Una galassia immersa nelle spazio bellico, dell'est europa. Forse è Budapest, la grande città dove la madre se n'è andata, non sappiamo, ma non è importante. 

Ho voglia di scannarvi qualcosa, per mostravi certe cose. 
Sesso e violenza e mancanza di sentimenti. Vediamo se trovo un passaggio che ha tutto questo....
Andiamo dal curato. Abita di fianco alla chiesa in una grande casa che si chiama canonica.

Tiriamo la corda del campanello. Una vecchia apre la porta:
- Che cosa volete ?
- Vogliamo vedere il signor curato.
- Perché?
- E per uno che sta per morire.
La vecchia ci fa entrare in un'anticamera. Bussa a una porta.
- Signor curato, - grida, - è per un'estrema unzione. Una voce risponde da dietro la porta:
- Arrivo. Dica che mi aspettino.
Aspettiamo qualche minuto. Un uomo alto e magro, dal volto severo, esce dalla camera. Ha una specie di mantello bianco e dorato sugli abiti scuri. Ci domanda:
- Dov'è? Chi vi ha mandati?
- Labbro-leporino e sua madre. Dice:
- Ditemi il nome esatto di queste persone.
- Non conosciamo il nome esatto. La madre è cieca e sorda. Abitano nell'ultima casa del villaggio. Stanno per morire di freddo e di fame.
Il curato dice:
- Anche se non conosco assolutamente queste persone sono pronto a dar loro l'estrema unzione. Andiamo. Accompagnatemi.
Diciamo:
- Non hanno ancora bisogno dell'estrema unzione. Hanno bisogno di soldi. Abbiamo portato loro della legna, qualche patata e dei fagioli secchi, ma non possiamo fare di più. Labbro-leporino ci ha mandato qui. Lei a volte le ha dato dei soldi.
Il curato dice:
- È possibile. Do dei soldi a molti poveri. Non posso ricordarmi di tutti. Prendete!
Fruga nelle tasche sotto il mantello e ci da qualche moneta. Le prendiamole diciamo:
- E poco. E troppo poco. Non basta nemmeno per comprare un tozzo di pane.
Dice:
- Mi dispiace. Ci sono molti poveri. E i fedeli non fanno quasi più offerte. Tutti sono in difficoltà in questo momento. Andatevene, e che Dio vi benedica !
Diciamo:
- Possiamo accontentarci di questa somma per oggi, ma saremo costretti a ritornare domani.
- Come ? Cosa vuoi dire ? Domani ? Non vi lascerò entrare. Uscite di qua immediatamente.
- Domani suoneremo fino a che non ci lascerà entrare. Batteremo alle finestre, daremo dei calci alla porta e racconteremo a tutti quello che faceva a Labbro-leporino.
- Non ho mai fatto niente a Labbro-leporino. Non so nemmeno chi sia. Vi ha raccontato delle cose che si è inventata. Le chiacchiere di una monella ritardata non verranno mai prese sul serio. Nessuno vi crederà. Tutto quello che racconta è falso!
Diciamo:
- Poco importa che sia vero o falso. L'essenziale è la calunnia. La gente ama lo scandalo.
Il curato si siede, si asciuga il volto con un fazzoletto.
- È mostruoso. Avete anche solo un'idea di quello che state facendo ?
- Sì, signore. Un ricatto.
- Alla vostra età... E deplorevole.
- Sì, è deplorevole che siamo obbligati ad arrivare a tanto. Ma Labbro-leporino e sua madre hanno assolutamente bisogno di soldi.
Il curato si alza, si toglie il mantello e dice:
- E una prova che Dio mi manda. Quanto volete? Non sono ricco.
- Dieci volte la somma che ci ha dato. Una volta la settimana. Non le chiediamo l'impossibile.
Prende i soldi di tasca, ce li da:
- Venite ogni sabato. Ma non pensate che lo faccia per cedere al vostro ricatto. Lo faccio per carità.
Diciamo:
- E esattamente quello che ci aspettavamo da lei, signor curato.
Ecco. Il pezzo si chiama "Il curato" e chiaramente si trombava, per soldi, una povera disgraziata che chiaramente era pure un po' zoccola, ma per disperazione. C'è un po' tutto. La freddezza, cattiveria prima di emozione, con cui i gemelli agiscono mi ricorda quel film là, il villaggio dei dannati, quello coi bambini biondi dallo spazio e gli occhi fosforescenti. Questi due sono anche peggio.

Poi c'è il secondo pezzo, La prova, che è poi quella con cui Lucas, ecco il nome di uno dei due gemelli, vive senza l'altro, essendosi separati. Siamo sempre in guerra, siamo in un regime, siamo in mezzo a violenze e crimini politici. Ma la vita, nel villaggio, è ancora strana. Si popola di personaggi nuovi, Victor, Clara, Mathias. C'è tanta, tanta tristezza. 
Le storie, più sembrano vere, più diventano tristi. Se questa era mitigata, con i gemelli adolescenti, la vita di uno di essi, Lucas, è sempre peggiore via via che vive. Trova un'amante, si prende in casa un bambino deforme... ama, in un certo senso. E arriva la sofferenza. O meglio, c'è sempre stata, ma qui diventa visibile.

E poi si chiude, con La terza menzogna, e qui si ribaltano molte cose. La verità è brutta. La verità è più noiosa, la verità è pure malinconica, se non proprio crudele. Ecco... arrivi alla fine che una certezza del tutto non ce l'hai, su come stanno veramente le cose. Se stanno proprio come te le raccontavano i precedenti due racconti della trilogia. Anche perché qua arriva il partito, il comunismo del blocco orientale, le assurdità e cattiverie, la libertà scomparsa dentro quella apparente. E forse si potrebbe dire che è il meno riuscito, il terzo capitolo, ma non è vero. E' semplicemente quello dove dentro c'è più verità.
E io dico che la chiudo così, con queste considerazione. 
Ce ne sarebbe da dire, eh. Molto. 
Alla fine sono libri come questi che fanno bene. Perché pur essendo una storia, una bella storia, cruda e terrificante, ma anche tenera, a sprazzi, come lampi, è anche una storia di guerra (come dimenticare la nonna, la strega, che ha avvelenato il marito, che chiama i nipoti figli di cagna, che li tratta come bestie, che non si lava, odia tutto, ma, come dimenticare quel suo inciampare col cesto di mele proprio quando passano i deportati, prendendosi un calcio di fucile in piena fronte e rischiando di restarci ma, con una frase, un moto di godimenti per essere riusciti a farne prendere qualcuna, ai poveretti, riabilitare totalmente il suo personaggio.)

E' tutto. Lo ripongo. Non lo rileggerò. Se muoio nel '15 devo leggere un sacco d'altra roba storica, ma questo, comunque, è un libro che non darò via. E' bello averlo, tenerlo, poterlo rileggere.

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"L'alba di Arcadia" di Emanuele Delmiglio***

Oggi è sabato.
Ieri l'asfalto si era asciugato del tutto, finalmente, con tutte quelle facce e quelle figure che compaiono e scompaiono via via che.
Oggi piove di nuovo. 
Ma tanto, la pioggia è solo un colore, si sa.
Io tra un po' me ne vado di là, a lavarpiatti e pentole del mio primo cous cous (piccantissimo, ma buono) e a disegnare mostriciattoli sull'agenda nera nuova che mercoledì devo regalare alla vecchia, che compie gli anni. Magari poi, se volete, ve li faccio vedere anche a voi, i disegnini decorativi mostreggianti.
Per ora mi limito a bere il caffè e a parlarvi di questo libro di Emanuele Delmiglio, uscito da pochissimo per i tipi della Solfanelli. L'alba di Arcadia.
Lo so... lo so... vi ho detto che da qui a quando morirò, il prossimo anno, leggerò solo classici o comunque roba consapevolmente bella, e infatti, ora, sto leggendo dei "Racconti italiani del '900" e appena li finisco sono indeciso se gettarmi sul pasticciaccio gaddiano, la senilità o la coscienza sveviane o un piccolo sciascia... boh... non so. Vedremo. 
E allora perché ti sei letto questo libro nuovo di genere di casa editrice sconosciuto e autore conosciuto soprattutto come editore? Vi starete chiedendo. (Okay, non se lo chiede nessuno, ma se non fingo, come faccio a raccontarvi i cazzacci miei?)

Perché in teoria, poi in pratica non si sa, in teoria lo devo presentare.
Facciamo un passo indietro.
Io Emanuele, a parte qualche mail deqqua e dellà, non lo conosco. O se lo conosco, so solo che è il Delmiglio della Delmiglio editore, che nell'ultimo anno mi ha dato tre cose da scrivere, che gliele ho scritte, e che lui le ha pubblicate (senza mai dirmi se gli andavano bene o meno, per altro, 'sto maledetto) e magari delle tre cose che ho scritte non ve ne parlo qui, e ci faccio un post appost, soprattutto ora che ho il blog nuovo, anche se vi sembra vecchio,
Fatto sta che è uno che si sbatte un sacco, a presentare i libercoli di noialtri scrittorucoli. Avrà presentato millemila volte Nero per n9ve e io non sono andato mai, anche perché sono sempre più povero e con l'altro ieri, che da tre lavori me ne sono ritrovato uno, gli tiro pacco anche per la prossima veronese. E così lui, che è maledetto, deve aver pensato: scrivo un libro, lo pubblico con un altro editore, vado a presentarlo in Friuli, obbligo gelo a leggerlo e a presentarmi... E l'ha fatto.

L'alba di Arcadia, si diceva. Con una bella prefazione di Crovi e un incipit da tagliare le dita a qualcuno. Ah, sì, perché questa ve la devo raccontare. Comincio a leggere qualche riga, così, senza motivo, per curiosità, tanto per vedere come scrive Emanuele, visto che io, ultimamente, non riesco più ad accettare tante cose altrui da recensire, a causa dei miei tempi schifosi. E insomma... prima riga, tre avverbi in -mente! Eh!?!? No, dico, ma nell'incipit? Ma se è tutto così vado a Verona seduta stante e lo ammazzo, mi son detto. E poi niente, tutto bene, tutto il libro che fila, corretto, gradevole, con uno stile elegante e adatto e sciolto. E nessuna temuta pioggia di avverbi mente-catti. Un sospiro di sollievo, ma che paura... Secondo me lo ha fatto apposta per farmi un dispetto! :)

Comunque, che dire. Mi è piaciuto! Sì... l'ho finito in due tre giorni, una volta passata la metà, proprio perché avevo voglia di finirlo. Non è un libro da rivoluzioni, sono concetti e idee che circolano, nella fantascienza, da qualche anno, soprattutto perché molto realistiche. 
L'idea di fondo è quella che vedete spesso in futurama: togliete le teste e metteteci solo il cervello, nella soluzione liquida che conserva per millenni le cellule cerebrali di alcuni. Ecco... è questa Arcadia. Riferimenti voluti alla mitologia e al mito che non sono solo in questo nome, ma si ritrovano anche altrove, nel libro. Se Arcadia ci fosse, quindi, non potrebbe che svilupparla che un privato, una Multinazionale, come nelle migliori teorie complottiste. Certo... bisogna valutare il perché, conservare il cervello di qualcuno, e soprattutto il come.

E' nel perché che si unisce l'idea nuova e il libro diventa a tratti disturbante, o comunque molto denso, dal punto di vista della riflessione. Il perché infatti è il più antico, per l'essere umano: superare la morte. Per questo si pensa al come. Superare la morte e continuare a vivere nel virtuale, permettendo ai propri parenti, genitori soprattutto, di venire a trovarci, di farci visita. Cervelli umani che costruiscono scenari, virtuali, e altri cervelli che vengono a contatto con questi scenari. Un master, quindi, di un videogame o un film o comunque un mondo non reale che ha regole e leggi proprie.
Ma è qui la domanda che ti fai, leggendo.
Se il cervello che continua a vivere nel virtuale ha un certo bagaglio di esperienza e un certo modus operandi nel filtrare e vivere la complessità del mondo, come sarà il mondo che questo si crea? In quali mondi vivrà, chi vivrà per sempre nel virtuale? Non è che finirà per rinchiudersi per sempre "in una telenovela da quattro soldi"? 
Ecco... è interessante. O almeno io l'ho trovato tale, questo aspetto, soprattutto leggendo le parti, molto ben confezionate, dove la prosa diventa in stile televisivo e si vive dentro a scenari quali batman o un poliziotto che deve uccidere il solito boss italo-americano, o magari un fantasy, o un'ambientazione di un libro che è piaciuto.
Ecco... il cervello è misterioso, si sa, e la virtualità informatica è anche un gradino sotto, e quindi, anche ammettendo limiti e regole, le ambientazioni rischiano assai di diventare stereotipo. non lo siamo forse un po' tutti, dentro uno stereotipo di vita normale?

Insomma... questo per me è stato il lato migliore. Poi la storia prende piede, c'è un Villain fin troppo villain e in buono che entra in scena ed è forse fin troppo freddo, come personaggio. Ma c'è un protagonista, un Giuseppe, di Verona, complesso e molto ben disegnato, che vede morire figlio quindicenne di cancro e moglie depressa di suicidio, in rapida successione, e pian piano decide di vivere, di mettere in discussione, di non fermarsi a un comodo - ben pagato eh - mondo virtuale dove trovare i suoi cari e continuare a viverli.
Nella seconda metà c'è molta azione, qualche colpo di scena è prevedibile e qualcuno invece no, lascia piacevolmente stupiti, soprattutto per i trascorsi di Arcadia, nata in contesti non troppo legali, ma che paiono avere, per certi versi, una deontologia morale migliore di quella socialmente perseguita vuoi dalla Hexe, la multinazionale, ma vuoi anche dal medico che nel progetto crede, come attività per migliorare il mondo e la vita umana tutta.

La vicenda si svolge in Italia, soprattutto, Verona, Trentino, Milano... ma con qualche escursus internazionale, perché si sa, che o ti muovi in giro per il mondo, oppure, se sei qualcuno che conta, ti trovano ovunque. Una struttura narrativa fatta di un unico piano temporale cronologico ma di diversi luoghi, con le scene virtuali che si alternano a quelle reali fino, a un certo punto, a confondersi persino. E insomma... te lo chiedi, alla fine, se è meglio un cervello senza corpo, o un corpo senza cervello, per arrivare a pensare che è meglio nessuna delle due. :)

E la chiudo qua, che non vi voglio tediare. Emanuele dimmi quand'è quella presentazione che non ricordo più. E poi boh... ah già, i disegnini sull'agenda. Li volete vedere? Okay, ve li mostro, ma non fateli vedere alla vecchia che sennò mi rovinate la sorpresa eh!






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"Sotto il sole ai Campi Elisi" di Sandro Veronesi**

Scrivo qui, con brevità, ma voi non leggerete.
Si sta sistemando il blog, qua, e quindi ora sono come se fossi in una realtà virtuale, che magari potreste anche trovare, affidandovi alla casualità delle zampe fetenti di Google, ma non siete allora dei lettori abituali di blog, ammesso che io ne abbia.
Dicevo, liquido questo Corto di carta, che ho scovato l'altra settimana in una fortunatissima pesca al banco lib(e)ro che oltre a questo mi ha fruttato anche quattro libri di racconti italiani, uno per le scuole, che boh, forse fanno cagare (in uno c'è addirittura un racconto di Costanzo) ma magari scopro qualcosa di bello. Uno dei quattro lo sto leggendo adesso (ma per ora, dopo due racconti mediocri e uno sempre uguale di Benni, ha avuto l'unico effetto di farmi venir voglia delle Cosmicomiche di Calvino), al posto di Svevo e dopo aver letto la Kristof, ma in mezzo, per il puro gusto di mettere un libro nella libreria, mi sono letto questo corto.

Si sta poco, a leggere questa collana del Corriere della sera, e vi dirò, mi stanno facendo sempre più una pessima impressione.
Vuoi per il times new roman punto 15 o 16 e l'interlinea con dentro le galassie, che fanno lievitare a 60 e passa pagine un raccontino che starebbe in 15; vuoi per il fatto che quel "edizione speciale per il corriere della sera" fa pensare quasi a un "scritto a forza e col culo raschiando il fondo del cassetto proprio perché non mi rompano più il cazz con la edizione speciale per il corriere della sera". E poi pure pagano. Insomma... ho trovato questo racconto piuttosto mediocre e soprattutto senza nulla da dire.
Una prima persona, uno scrittore, l'autore, a quel che si dà da intendere, ma non allarghiamoci troppo con le interpretazioni, comunque, lui che ci racconta di sé mentre è a Parigi, in compagnia di un altro scrittore, molto più giovane, e dedito allo spleen, all'alcool e all'autodistruzione molto più di lui, il nostro protagonista, che oramai ha imboccato la via dei più, ovvero moglie figlio e noia.
Ebbene, i due vanno a trovare un terzo scrittore, una da venti trentamila copie a botta, mica ciufoli, che è pure ricco, riccherrimo, e che è annoiato dalla vita, e che insomma... è qualcos'altro.
Dove ricercare il fuoco? In quello apparente sputato in bugie ellissi e vanaglorie dal riccastro fighetto o nella timidezza stranita del giovinotto che pare vivere come un universitario fuori sede? Scommetto che la risposta la saprete già ma il difetto di fondo di questo breve racconto è che della domanda posta non me ne fregava un cazzo, e leggendo, mi continuavo a chiedere, okay, ma dov'è? dov'è?
E intendevo, il nucleo narrativo, che se c'è, io non l'ho visto, e se invece mi si vuoi dire che è uno scritto sul senso della vita e delle cose della vita, beh, siamo tutti pronti per il suicidio.

A parte questo, non ho molta idea di chi sia Veronesi, e a parte sapere che ha vinto questo e quello che Caos Calmo è quello da cui è tratto forse credo un film, diciamo che mi sono fatto un'idea di un qualcosa che non fa per me, se è così. Quindi boh... Magari un domani, nelle prossime vite, lo leggerò, il Veronesi (detta così pare un pittore), ma per adesso non mi ha fatto venire voglia. Poi, 'sta cosa del fare protagonisti dei propri racconti degli scrittori è così puerile e fuori dal tempo che la digerisco ogni volta assai male. Ma dico io, anche se fosse vero, anche se veramente questo riccone sopra le righe è uno scrittore da ventitrentamila copie a libro, per forza devo ficcarcelo in un racconto? Parigi, alla fine, che dal titolo dovrebbe essere un personaggio della storia, non lo è, e la città appare e scompare una riga ogni tanto, senza incidere.
Si può leggere, per carità, ma ti resta ben poco, tra le mani. Già appena finita l'ultima riga mi rendo conto che alcune cose mi sono sfuggite. Ho l'immagine finale, simbolica, di un uomo in mezzo a una strada perché ha tentato di attraversare con il rosso mentre l'altro aspetta il verde e alla fine il primo guadagna trenta secondi di vita che sputtanerà ad aspettare il secondo mentre attraversa, ecco, questa immagine è la sola che salvo. Ma più perché mi fa capire che sono diventato uno che non passa né col rosso, né col verde, ma tante volte si perde, lì, al semaforo, a pensare alle proprie cose, e se ne va anche il verde, e poi alla fine, guardo, e passo quando non c'è nessuno, senza sapere nemmeno il semaforo, di che colore sia. La vita è così, in fin dei conti. Almeno la mia.

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"Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia****

Comincio questo post oggi, perché è il 3 novembre.
E voi direte, echicazz se ne frega? Niente, in effetti, ma stavo cercando la copertina del volumetto numero uno della collana del Corriere della Sera, e non la trovavo, su google immagini (anche perché come un beota la cercavo come parola chiave Repubblica, sbagliando collana).
Però ho trovato un sito de "gli amici di Sciascia" e mi sembrava bello, che il primo risultato fosse quello, invece che la solita pagina di wikipedia.
E allora l'ho cliccato, e davanti, sopra, in home, c'era la spiegazione di quella cosa "degli amici di" ed era questa:

Vedete? Proprio il tre novembre. Le coincidenze sono sempre una cosa curiosa... in fin dei conti, ho aggiornato ieri il blog, e anche se mi piace riporre i libri che leggo, soprattutto se mi son piaciuti, parlandone non troppi giorni dopo averli letti, non pensavo certo di mettermi a farlo oggi. E infatti non lo farò. Oggi voglio disegnare e dipingere e bere birra.
Però non potevo evitare la coincidenza, e quindi, perché la coincidenza fosse tale, ho cominciato oggi. Ah, comunque la copertina, decente, non l'ho trovata, e quindi ve la scanno e vi accontentate.

E oggi non è più il tre, ma il quattro. Quello delle vie, sì, quello del '18, dal quale io noi qua in zona sono e siamo italiani, e non austriachi. Ma vabbè, questa cosa ormai non la caga nessuno, però un po' centra, con il libro di Sciascia, che alla fine parla sì, di Sicilia, ma parla anche di Italia, di Italia unita, e unita non nel bene, ma da una linea, la linea della palma, in questo bel pezzo che trovate pure su wikimedia, e chi sono io per non copincollarvelo.
"Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed è già oltre Roma…"
E ha senso, questa citazione, questa intuizione (siamo nel '61 eh, mica adesso) dicevo, ha senso se la interpretate per costume, e non per fenomeno delinquenziale. L'intoccabilità, il codice, l'esistere di norme accanto alle norme, e non è che c'è poi tanto da pensare se sono giuste o meno, o quali sono le giuste. E' la loro esistenza che preoccupa, fa riflettere. E' un libro che ti fa prudere le mani, insomma... vorresti non fosse vero, non fosse così, e soprattutto non fosse ancora così. e dappertutto.
Le palme, in effetti, crescono pure qua, siamo pieni di kiwi, in questa stagione, e io nel cortile di là ho dei limoni che ormai son pronti per farci un mojito nostrano. Le rondini si sono persino stufate di andare dove andavano, perché tanto il freddo arriva stanco e non è più così forte da. 
Insomma... 'sta profezia della linea della palma è stata piuttosto azzeccata.
Non lo so... oggi mi sembra così assurdo pensare che nel '61 la mafia fosse messa in dubbio da deputati e senatori e governi che, semplicemente fingevano di non crederci, mentre adesso ci credono eccome e sono gli stessi che - pur nella pura, limpida trasgressione e appartenenza - si dichiarano contro e pronti a combatterla e blablabla.
Ma andiamo per ordine, va.

E' da tanto che voglio leggere questo Sciascia, per un motivo semplice. Non l'ho mai letto, ed è corto. E adesso, che ho preso sto vizio di leggere cose che si devono o dovrei leggere, diciamo che per forza sono costretto a dare precedenza ai piccoli. E ne ho altri due, di Sciascia, piccoli, A ciascuno il suo e Una storia semplice, ma non li leggerò certo ora. Anche se piccolo, anche se, alla fine, molto storico, un libro come questo ha bisogno di pausa. E infatti io sto facendo pausa con la Trilogia di K, della Kristof, che pure è uno dei tanti libri che vanno letti e che mi dicono, soprattutto Cristina, molto belli, ma è anche un libro che non appartiene alle due collane di classici del novecento che userò per la mia cultura. Sciascia invece era tra questi e vi dico che l'ho letto con piacere, anche se non l'ho divorato.
Perché?
Perché è un libro non semplicissimo, e anche qui, vedere che è uno di quei libri consigliati per le medie, non so, mi fa strano, perché alle medie non so se può essere apprezzato completamente. Certo... lo possono leggere, ma penso ci sia il rischio di bruciarlo. Forse è più un libro da superiori, ma questo è un pensiero così, diciamo ozioso.

A leggerlo da vecchio invece? Beh... intanto, se non fosse chiaro, è un libro su un commissario di Parma, Bellodi, che viene mandato in un paesetto della Sicilia, e lì c'è un omicidio. Tutti vedono e nessuno vede. Celebre il passaggio del panellaro che pur essendo stato a un paio di metri dal morto, che stava pigliando l'autobus, chiede "Perché, hanno sparato?"
Ma non è, intendiamoci, un libro per stigmatizzare (con decenni d'anticipo) l'omertà o le associazioni di stampo criminale. E' un libro per riflettere. Riflettere sul come e perché nasce e opera questa idea di legge diversa da quello dello Stato, che è, invece, non al suo fianco, ma dentro.
I passaggi dove, senza nomi, lasciandoli in ombra, si mostrano le decisioni che vengono prese a Roma, in parlamento, sono emblematici. Per certi versi, li vorresti morti, subito, immediatamente, quegli individui. Per altri rimani basito da come sia descritta bene il loro tracotante senso di giustizia. Non è che pensano di fare cosa che non va fatta. Sono talmente convinti della loro legge che non ne vedono un'altra, in quella dello Stato, ma semplicemente un ostacolo da superare, aggirare o gestire.
E insomma.... c'è l'indagine, ci sono dei meravigliosi interrogatori, c'è il boss, che ne uscirà pulito, chiaramente. C'è il morto, anche più d'uno, ed è molto bello anche vedere come il confidente, dopo aver parlato troppo, pur senza che nessuno dica niente si fa uccidere solo per il suo senso di colpa.
Se ti comporti come traditore non serve sapere che hai tradito, lo sei già, e vieni trattato come tale.

Poi? Poi niente, è un libro iper celebre, e come si dice in una prefazione un po' pallosa e che ho letto a metà, perché a me le prefazioni rovinano i libri, ecco, è un libro che descrive quello che verrà. Bellodi è l'antesignano di Falcone e Borsellino, e prima ancora di Dalla Chiesa, non verrà ammazzato, tranquilli, ma è uno che si comporta normalmente, come se fosse quel che è, un poliziotto, cioè, e si occupa, non essendoci ancora i drogati e gli operai da manganellare, di risolvere un omicidio. Ecco, dai, è tutto... alla fine non la posso fare troppo lunga. E' un libro che vi consiglio se volete avere una visione antica e azzeccata di un problema moderno
Vi avverto: se in voi alberga del giusto, vi pruderanno le mani, e quindi badate, a meno che non abbiate un Dell'Utri a portata di mano, dovrete farvela passare così, senza picchiar nessuno.
Che altro dire? Niente... che è uscito il disco di Damien Rice, dopo 12 anni, ma lo devo ancora ascoltare. Adesso vado a farmi la pasta aglio e olio con l'habanero e un calabrese, sperando che la birra si sia raffreddata abbastanza e ascoltando della musica vecchia, di morti, perché oggi mi va così.

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"Il contrario della morte" di Roberto Saviano**

Oggi è domenica.
E io farò le cose della domenica. Ho deciso così.
Non so quali sono le cose della domenica, le vostre intendo. Tutti abbiamo le cose della domenica, credo. Che poi magari le fai di venerdì, ma restano cose della domenica.
Una l'ho già fatta: colazione e caffè davanti al giornale con la calma del poi, ché mica son cose che fai ogni giorni, quelle con la calma del poi.

Sono contento che l'Inter ha perduto, dispiaciuto che la juve ha vinciuto, e che la Roma ha perduto. Poi, di tutte queste tre cose, me ne frega relativamente. Mi guarderò l'Udinese, pomeriggio, e questa è una cosa della domenica. E magari mi viene anche una idea per il cartello virtuale da mettere sul blog. Anzi... vado a mettermi le lenti a contatto, e mentre mi faccio la barba, che anche quella è una cosa della domenica, penso a cosa scriverci, nello striscione virtuale.
Poi torno eh...
Ecco fatto, ma mica mi è venuto in mente niente!
Vado a nudeggiare un po' in giardino, magari guardando Syria, Isis, Putin e Ebola mi viene qualche idea. Ah, già, voi magari non sapete chi sono, costoro. E mi tocca farveli vedere va. Intanto vi presento Ebola:
Bella eh? Sì, sì, lo so, il nome è un po' così, ma ammetterete che è un nome d'effetto.
Ma aspettate che vi faccio vedere Isis, l'ultima arrivata che sta già facendo compagnia a Putin e Syria.

Quella col collo verde è Isis. Bella eh? Ma perché mi sono venute in mente... be', perché nel piccolo corto di carte che finora ho ignorato, e che ieri ho finito mentre aspettavo di fare la doccia, seduto sul letto, più per togliermelo dal cazzo che per il reale desiderio di finirlo, si parla di Afghanistan.
O meglio, si parla di Italia che va in Afghanistan, sotto forma di soldati volontari.
Non avevo mai letto niente di Saviano e nel mio scaffaele delle cose che leggerò se per caso vivo mille anni c'è anche il suo Gomorra, raccattato per curiosità, più che altro, e perché era uno di quei libri tanto celebri che magari prima di giudicare, bene o male, è bene leggere.
Certo, ho sempre saputo che erano i contenuti, a essere rilevanti, e non l'opera narrativa in sè, e quindi non è che mi aspettassi, da questo racconto lungo, Il contrario della morte, di questa collana vecchia del Corriere della sera che mi piace, nel suo formato, e che sto cercando via via di recuperare, dicevo, non è che mi aspettassi una grande opera narrativa. E non lo è, infatti, ma non è nemmeno brutta, a livello di scrittura. Uno stile molto giornalistico, una intervista in prima persona a una non-vedova, nel senso che in Afghanistan, nella missione di pace, ci è rimasto il suo promesso sposo, andatoci proprio per sposarsi. Sì, lo so... già detta così sembra stucchevole, come storia, e mi dispiace dirlo, lo è. Lo è parecchio.

Ma lasciatemi un attimo che vado a finire di fare la lavatrice, ché la mia si ferma a metà e il risciacquo devo mandarlo avanti manualmente, e già che ci sono lavo due piatti. Ah! A proposito, ieri sera ho inventato un cocktail... inventato è una parola grossa, ma insomma: mettete nello shaker panna, cocco in polvere e nutella, e ghiaccio, e zucchero, ma quello anche no. E shakerate assai. versate su rum e ghiaccio. Spolverate con cacao amaro in polvere o ancora cocco. Viene una via di mezzo tra un Alexander e un Bounty, ma io l'ho trovato molto buono. Poi torno a parlare di Saviano.

Ecco fatto... dicevo, che mi sapeva di falso. Di esagerato, di mieloso e non so, mi ha infastidito. Non sto dicendo che io non sia vicino a chi, povero cristo, perde un proprio caro in guerra, soprattutto se è una guerra non guerra, ignorata e distante, come le missioni di pace. Ci mancherebbe. Certo... non dico nemmeno però che questa perdita è diversa dalla povera disgraziata che si vede strappare il futuro marito in incidente stradale. E qui, invece, si ha la netta sensazione che sia così, me ne parla, l'io narrante, raccontandomi di questa Maria, e di Gaetano che non c'è più, me ne parla come se io dovessi pensare che il peggior modo di perdere, la più brutta delle morti, la più ingiusta e insensata, e quindi io sono - devo - essere obbligato a pensarla così. Se io penso, come purtroppo dicono in molti, che porcozio, io in missione di pace non ci vado, perchè ziocan, preferisco morire di fame, piuttosto che andare a imbracciare un fucile, fosse anche per difendere altra gente, e quindi, se tu ci vai, per beccarti le migliaia d'euro del mese e sposarti una diciasettenne, subito, chissà perché sta fregola, poi, paura che te la portino via? coscienza che sei una personaccia e che non può durare? Insomma... lasciatemi la libertà di pensare che c'è un'altra scelta, al sud, che arruolarsi nelle missioni di pace.
E invece no, non me lo fa pensare. Sono meschino, devo sentirmi meschino, se penso così. Al sud, e solo al sud, pare, sei obbligato ad arruolarti. In tutte le scuole, al sud, i bambini hanno perso qualcuno nelle missioni di pace. Ma davvero? Ma mi chiedo... ma davvero sono morti così tanti italiani? E io non ne so niente? E allora aspettate che vado a controllare. Ecco... tolti i suicidi/incidenti, gli incidenti stradali, e i malori, ho zero morti nel 2014, uno nel 2013, 2 nel 2012. E stop, non vado a controllare prima, perché mi basta. Sentite questa frase:
Tutti i parenti di Maria si sono arruolati o hanno cercato di arruolarsi e Maria conosce tutte le ragazze e mogli dei reduci.  Del resto, non cconoscere mogli dei reduci significherebbe non frequentare coetanee.
Capite ora cosa intendo? Io non ti credo. Non ti posso credere. Me la stai facendo grossa perché non è così. Le moglie e fidanzate dei reduci, negli ultimi tre anni, sono 5 o 6 a spararla grossa, e allora sta Maria dove l'hai trovata? Te la sei fumata, la maria, mi sa. Insomma... io non ce l'ho con Saviano, che non conosco, ma con questo raccontino sì. Se mi racconti cose come fossero vere obbligandomi a pensarle vere, allora dai, non spararle così grosse. O meglio... a me, questo modo di fare ha irritato non poco. E poco mi importa se mi dici che il racconto è piaciuto tanto e bla bla. Ti credo! La gente vuole sentire questa stucchevolezza, questo patetismo... Che vi devo dire, la penso così.

Ora fatemi andare un attimo a lavare l'auto, che anche questa è una cosa della domenica, da fare, E poi la chiudo... anzi, no. Vi faccio vedere altre cose, che almeno rendiamo utile il post, visto che il libro era inutile.
Rieccomi, lavata fuori, e adesso il dentro, che devo metterci la copertina gialla di lana.
Vi faccia vedere, però, di giallo, o meglio, arancione, un'altra cosa bella. La zucca! Le zucche, anzi. Le mie zucche di halloween, o meglio, della vigilia dei morti. Avevo una zucca grande, commestibile, e mentre la intagliavo pensavo e penso che la zucca è veramente una pianta meravigliosa. E' proprio bella... le cucurbitacee si candidano alla mia top three delle verdure.
Eccovela in versione notturna
ed eccovela anche in versione diurna attuale, ovvero nel suo disfacimento. Mi piacciono tantissimo, le zucche in disfacimento.
E' tutto, dai, torno a fare le mie cose della domenica, tra le quali c'era anche aggiornare il blog, ovvio.
Sul libro vi dico solo che lo ripongo lieto di allungare la lista dei corti di carta trovati, ma nulla più.
Il titolo, stucchevole pure quello, viene da una canzone, la più celebre, di Sergio Bruni, Carmela, ma che per gli allergici al dialetto partenopeo posso darvi anche in versione cover niente popo di meno che di Raiz, che voglio dire, mica pizza e fichi.
Come dite? Non vi piace questa musica?
E allora guardate cosa vi regalo... Chi si ricorda questo video? Era meraviglioso... Video e canzone.

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"La leggenda del santo bevitore" di Joseph Roth***


Ieri ero in treno. Il treno, per me, se allunga le gambe per più di mezzora sulle rotaie, significa leggere. Poter leggere e voler leggere. 
Anche dormire, sì, ma leggere lo preferisco. Così ieri, che non volevo avere bagaglio, a parte il borsello delle meraviglie, modello eta beta, mi sono portato via qualcosa che stia lì dentro.

Cioè questo.
Quelli della mia età, La leggenda del santo bevitore, se lo ricordano perché quando c'era il film, è diventato di moda. Se ne parlava, forse addirittura te lo dicevano a scuola, di guardarlo. Ebbene... come tutte le cose di cui si parla e che ti dicono di, io naturalmente non l'ho cagato.
Forse manco sapevo fosse un libro, o forse sì, ma quasi sicuramente non avevo collegato il libro al suo autore e il suo autore al volerlo leggere.

Così, tempo fa, quando l'ho visto sugli scaffali del mio spacciatore di libri, e ho visto che era così sottile, che era, anzi, un racconto, e non un romanzo, e ho realizzato che Joseph Roth non è quell'altro Roth, di cui avevo letto la tetta, e nemmeno il Tim Roth, che ha fatto il pianista e adesso fa le serie TV fighe e gli vengono pure bene, e nemmeno altri Roth, che ne so, Veronica Roth, che scrive le robe di Divergent, o Rothko, che dipingeva, insomma... dai, su, scherzavo, fatto sta che appena ho realizzato che lo potevo leggere me lo sono rubato e siccome stava giusto nel borsello ieri mattina me lo sono letto. Non sapevo cosa aspettarmi. Per un attimo pensavo che fosse un qualcosa di legato alla guerra (di Roth, di recente, mi sono letto i raccontini d'autore, e in passato remoto, o anche trapassato, la Cripta dei Capuccini, di cui non ricordo nulla) ma poi ho letto che no, che era bene o male la storia (autobiografica) di un ubriacone. 
Che poi forse, va detto pure che il film del '88 era di Olmi, e che la fotografia era di Spinotti, il mio corregionale, e che il film ha vinto un po' di cose. 
Tante parole per dire cose, insomma, che voi tutti magari conoscete di sicuro, visto che avrete visto il film, con rutger hauer o come diamine si scrive, ma io no. io nemmeno il film dove faceva il cieco, ho visto, e quindi io l'ho letto come se nulla sapessi.
E?

E niente. L'ho letto volentieri, ma non ci ho trovato poi grandi cose, dentro. Non mi ha illuminato, né mi ha fatto pensare a un piccolo gioiellino, pur restando sulla soglia di parabola lontana dalle solite, piene di ammmore e condanna per i vizi. L'ubriacone è proprio Joseph, che manco a dirlo, questo manoscritto, non ha avuto nemmeno il piacere di vederlo pubblicato, essendo crepato poco prima a causa di una polmonite mal diagnosticata che non ha avuto aiuti da un delirium tremens accompagnatorio. Era il '39 e aveva poco più di una quarantina d'anni, e bene o male è così che mi sono visto Andreas, il protagonista, barbone parigino di sotto la Senna che però ha un suo codice, una sua dirittura morale, benché minata e distolta dall'alcol e dalle esternità della vita.

Eh, già, Perché se prendi un barbone parigino e gli dici: "o ciccio, tu proprio tu, ti voglio dare 200franchi, sull'unghia" e quello non li vuole perché non potrebbe renderteli, beh, niente di più facile che dirgli di renderli alla piccola Santa Teresa, in chiesa, e quello finirà per provarci, e per berseli, e ritrovarli, e riperderli, e ritrovarli, e via, a perderli di nuovo. La vita è fatta così, finiamo i soldi sempre, e quando ritornano, non riusciamo a restituirli ai nostri sogni, ma li riperdiamo con i vizi.
Non c'è molto altro da dire, no, O meglio, vista nell'ottica di testamento spirituale e involontario di Roth, è senza dubbio interessante analizzare le vicende di Andreas, barbone finito sotto un ponte a causa di una donna difesa, al quale capita un po' di tutto, bello e brutto, non appena i primi soldi mettono in moto le cose. Fortune, per lo più, subito divorate dall'alcol e dal suo lasciarsi andare, scivolare, lasciarsi distogliere. 
E' che poi ti chiedi, ma fa veramente così bene avere un progetto, un qualcosa da raggiungere, o magari ha ragione Andreas che è come una nuvola, in balia delle cose, convinto di essere alla fine benvoluto dal mondo ed essere comunque in gamba e avere questo credito continuo fatto di piccolo e meno piccoli miracoli? Non lo so. E' una leggenda, e ha un tono favolesco, e quindi occhio, non venite a cercare in questo racconto grandi sfumature narrative e stilistiche: il registro è semplice, la costruzione banalmente cronologica, i pensieri lineari e semplici.
Anche perché, com'è che lo volevate un barbone? Suvvia...

La chiudo, quindi. E non posso dire che mi sia dispiaciuto, ma certo credo che questo "soggetto" - ché di tal cosa si parla se pensiamo al film - si merita una lettura soprattutto se si vuole apprezzare totalmente la trasposizione cinematografica o se, altrimenti, si vuole un filtro luminoso per valutare vita e altre opere di Roth. Andreas è pur sempre l'uomo per come lui, Roth, si vede: cattivo, sbronzo, ma in gamba. 
Se invece non vi interessa tutto ciò, okay, potete vivere anche senza leggerlo. 
Ah, vi saluto mettendo Rothko, visto che ho fatto la battuta. Per farvi sentire più colorati dentro, che fa sempre bene.




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"Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway****

Sì, non avevo mai letto Hemingway... o meglio, non avevo mai letto Il vecchio e il mare di Ernest che è quello che tutti, bene o male, hanno letto o gli è stato detto di farlo. 
Come vedete, non sono morto, e quindi potete continuare a non leggerlo anche voi. Per quanto mi riguarda, nella mia corrente di letture che adesso vira verso classici corti e leggibili, ho deciso che l'avrei letto appena mi è arrivato in mano, e ho scoperto che è corto. Cortissimo.
Forse è per quello che lo consigliano molto, sia alle medie, sia alle superiori.
Ma più lo leggevo, e più mi addentravo nella storia, nell'avventura, e più non mi capacitavo di come una mente sana e appena appena un minimo esperta dell'universo adolescenziale, potesse dare da leggere questo libro ai ragazzetti in fregola.
Certo... forse a uno che ha la passione della pesca, ma anche qui ho i miei dubbi, perché quella pesca, quella del vecchio, è diversa da quella dell'immaginario di un ragazzetto che ha la canna da pesca in testa. Difficilmente apprezzerà e non storcerà il naso alla selva di termini marinari usati, benché vi siano agevoli note a spiegarli. Io non me ne ricordo nemmeno uno, per dire.

Ma chiariamo subito va. Il libro mi è piaciuto, e forse non so, se mi è piaciuto molto, perché nella sua prima metà ho davvero temuto il peggio. Ci sono banalità, ci sono, quelle frasi lecchine esistenzialiste e inutili da vecchio che ha la saggezza e ragazzo che ha la fede nella saggezza. 
E noi dobbiamo leggere e dire "ooohhh" che bel concetto... che bella frase simbolica da sottolineare e prendere a esempio e blablabla... Suvvia, non scherziamo. Siamo nel 2014, le frasi a effetto le hanno già dette tutte, e noi non siamo più così sensibili e sprovveduti da trovare affascinante la tenacia poetica di un vecchio che non prende un cazzo da 84 giorni e campa di elemosina fingendo che è ancora contento di quel che gli sta riservando la vita. 
Mio bisnonno avrebbe risposto a questa malasorte con bestemmie di ogni genere e misura, altro che frasi bislacche del tipo "Domani sarà una giornata buona, con questa corrente" oppure descrizioni come "Era troppo semplice per chiedersi quando avesse raggiunto l'umiltà. Ma sapeva di averla raggiunta e sapeva che questo non era indecoroso e non comportava la perdita del vero orgoglio."
Ecco... 
Non che io ce l'abbia con queste frasi, ma diciamo che non è questa parte di libro che si è meritata la stellina numero 4. Anzi... per le prime pagine mi stavo bellamente rompendo le palle... poi.
Poi il pesce ha abboccato. Tenete presente che io non sapevo la trama, nè ve la dico, visto che vi rovinerei il libro, anche se so che tutti voi là fuori l'avete letto e io sono una mosca bianca.
Dico solo che da quando il pesce abbocca, il libro decolla, ed è una avventura, un crescendo, un filo teso come una lenza che ti trascina all'ultima pagina, a un finale che è quello che dev'essere, a un vecchio che a ogni pagina trovi coraggioso, sì, ma più che altro esperto, e intelligente. 
Mi chiedo se con l'andazzo che gira, dei coglioni amanti sbagliati degli animali, libri come questo saranno aboliti. Eh già... perché Santiago, lungo la pesca, si mangia persino un delfino! 
E sarebbe pure buono, dice, se avesse avuto sale e limone.

Però... nonostante il meccanismo che rende avvincente il libro, pur nella sua calma, senza strappi, sia pressoché perfetto, non si può prescindere da una certa voglia di ricalcare sul tema dell'uomo contro/nella natura. Il pescatore e la preda, nemici, valorosi, entrambi degni di rispetto. Entrambi, in qualche modo, sconfitti, alla fine dei giochi. Con la differenza, forse, che l'uomo era già sconfitto anche prima, di giocare, mentre il pesce - un marlin, per la cronaca - no. Il Marlin è qualcosa di meraviglioso, e non manca mai il riconoscerlo. Da questo punto di vista, tornando agli animalisti coioni di cui sopra, libri così non possono fare che bene. Tra l'altro, via via, conosciamo abitanti del mare, là, al largo di Cuba, che sono fregate, pesci volanti, delfini, pescecani... insomma. Il mare è ben più del vecchio.

Ma dopo tutte queste chiacchiere? Che vi posso dire? Che pur il mio scetticismo per l'efficacia, non posso negare che questo resti un romanzo di formazione per eccellenza, nel novero di quelli che non perderanno mai questa etichetta. Il vecchio, che di viaggi ne ha fatti tanti, è esempio di intelligenza, di tenacia, di un'arte in cui l'essere umano è maestro: il problem solving.
Il ragazzo compare all'inizio e alla fine, ed è sì, un personaggio, ma non così irrilevante come potrebbe sembrare. E' un tramite, un filtro. E' ciò che di un mondo oramai diverso riesce ancora a penetrare in uno oramai perduto, fatto di sapere e di simbiosi con gli elementi. Il mare, e tutto ciò che è attorno. Insomma... mi è piaciuto, anche se magari non proprio per i motivi per cui avrebbe dovuto. 

La chiudo qua. Oggi niente pezzettini di libro. in fin dei conti è così corto che potreste anche decidere di leggerlo e vi farà senza dubbio bene. Se no, se non vi interessa, vi lascio qui sul tubo un cartone pittorico che nel 2000 ha pure vinto un premio e che è molto fedele al libro. Anzi, lo ricalca del tutto.
Molto carino, anche se non ha il fascino della parola scritta. Oppure c'è il vecchio e famoso film eh.
Bene,.. è tutto, e saluto con qualche immagine, va. quelle del cartone e una che mi piaceva.



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