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"La profezia dell'armadillo" di Zerocalcare****

Tante cose.
Tipo questa: oggi cominciavo a lavorare a mezzogiorno. 
L'ho scoperto adesso, che oramai sono sveglio dalle sette e 35 e pure con la fobia del "sono rimasto addormentato" perché la sveglia era alle 6.30, la prima, la seconda l'ho tolta ieri notte per metterla alle 23 nel caso mi addormentassi leggendo questo fumetto, la terza l'ho spenta con mio tocco furbo allungabraccio e quella della radio - i deftones a volume 20 (che lo sente tuttopaese) - ecco, quella che doveva svegliarmi non so perché non ha suonato.
Ecco... perché?
Il portone di casa dei miei poi, oggi, nn si è aperto. 
E come dicevo ho scoperto adesso che comincio a mezzogiorno perché il portale dove stanno le lezioni, ieri che ero nella casa-senza-internet dal telefonino non si apriva.
"Tanto comincerò come sempre alle 8.30" e invece no.
E allora eccomi qui che aggiorno il blog, e faccio cose, e lo aggiorno proprio con questo fumetto, La profezia dell'armadillo, di Zerocalcare. Questo fumetto che non dovete pensare come fumetto comecelaveteintestavoi bensì come fumettoperaletterariacoicontrocazzi.

Come dice un altro che fa uguale, che fa fumetti che sono quel tipo di. Makkox.
Anche lui di Roma, de Roma, anzi. Anche lui che nasce e viene dalla rete, più o meno, nipote, se non proprio figlio, di facebook, dei social, del passaparola. Uno di quei pochi figli, o nipoti, sani e belli che il megafono di Satana ci ha regalato. 
Ne capitano pochi, di gente così. Sono nipoti anche di Ortolani, soprattutto lui, ZeroCalcare. A tratti, il suo surreale, i gusto per la battuta assurda e spassosissima, me l'hanno ricordato. 
Ma c'è un'amarezza, una profondità diverse, che RatMan non aveva né voleva avere, mentre Zerocalcare, vuole e cerca. Anzi, Zerocalcare non sarebbe lui, non esisteerebbe proprio senza questa dimensione, che posso riassumere semplicemente in quelle righe che siamo noi, quelli come me, quelli pieni di cose da fare che non fanno o ne fanno altro che. Quelli che non gli si apre il portone o che gli si crasha il portale del lavoro e invece di risolverlo (andare 5minuti5 nella casa con internet) si fanno costruzioni mentali che li portano a una risposta. Per lo più sbagliato.

Ecco. E' la vita, questa. E se devo trovare un modo perfetto di raccontarla, questa vita dell'impreciso e del difettoso, è il modo che ha Zerocalcare. 
Ora io mollo un secondo e vado a fare ciò che sto facendo per sfruttare questo mio errore.
Avrei anche io un lavoro da consegnare.
Ho una cosa da 200-300 persone davanti, sabato, e dovrei prepararla. 
Sì. Domande, tradurre, cose, insomma... preparare la lezione, ché le lezioni si preparano.
E invece sapete cosa sto facendo? Sistemo il cassetto delle mutande.
Sono due.
Quelle dei cinesi ancora colorate.che uso per andare a lavorare.
Quelle non dei cinesi a tinta unita ma oramai sbiadite usurate che uso per correre.
Durano due giorni, divise così. Poi le rimescolo. spiegazzandole. Perché ho in testa, quando esco dalla doccia, le mutande che metterò e se sono sotto le tiro fuori così, come un truceratopo che prende uno yogurt dal frigo, e quello che lascio è l'inferno.
Vado a sistemare l'inferno e torno. 

Ecco. Con le mutande ci siamo. Ora ma già che ci sono faccio anche i maglioni. 
I maglioni assurdi di mia nonna, inindossabili, ma che io indosso ancora. E di nuovo, che non c'entrano niente, ma c'entrano, con questo libro. Perché fondamentalmente Zerocalcare è un po' Peter pan, oltre che nerd (ma forse non lo sono tutti i nerd) e riesce a conviverci, con queste peterpanezza, che poi è difficile, eh, un po' come io che sto aspettando i minuti per prendere le monetine di pokemon go per potenziare la mia bestia preferita che poi è un dinosaruro, alla fine. E che ieri notte, cioè tipo alle tre e mezza, camminavo per il cortile per fare  gli ultimi 50 metri e guardare intanto le stelle d'inverno che fanno schiudere le uova. Devo scriverci un saggio, su questo pokemon go... che è forse una piccola rivoluzione, e che è già sputtanata, ma forse ce lo scriverò.
Quando non ci sarà un cassetto delle mutande da.
E quando avrò finito anche con quello dei calzini.
Cioè mai. 

E allora cominciamo a dire due cose di Zero. 
C'è una prefazione bellissima di Makkox con cui siete d'accordo prima ancora di cominciare a leggere le vignette, se conoscete un po' Zero calcare. 
Il libro è fatto di tavole separate, miniepisodi, che hanno a che fare con un fatto unico, in cui c'entra la morte, e ti lasciano addosso, alla fine, una malinconia densa, ma durante, sì, te la ridi, te la ridi forte
E anche io come Makkox l'ho finito in una notte, e me lo sono fatto dare, tra l'altro, proprio perché non riesco più a leggere cose belle, di narrativa, e allora mi son detto, leggerò cose bellissime di fumetto. E ieri sera ho fatto così. Grazie a Noè mi sono letto coso, lì, il giapponese vecchiardo degli yokai, bellissimo, e adesso mi leggerò i fumetti che scrocco al mio prof di mate, quelli che ne ha, se gliene mancano glieli regalo. Sono sei, credo.

Il secondo è già qui in parte. Magari stanotte, se mi lasciano in pace.
E insomma.... dovevo dire ancora cose del libro uno di Zero. Ma poi, a pensarci, serve dirle?
E' bellissimo. Compratelo o regalatelo, e leggetelo. E godetevi quella leggerezza che dice di non sapere cos'è ma è così calviniana da richiamare la famosa frase sul ciò che non è inferno e bisogna far durare. Questa profezia dell'armadillo non è inferno e questo tipo di cose vanno fatte durare.
E insomma... niente. Sono le 9.26 e ho sputtanato già un'ora e passa per fare questo.
Vado a vedere se riesco a sistemare almeno un po' uno dei tre cassetti dei calzini.
Quello dei calzini colorati dei cinesi.

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"2001: Odissea nello spazio" di Arthur C. Clarke****

Piove, piove tanto, tantissimo, e la cosa mi sta sul cazzo.
Il telefono è andato in vacca e non posso nemmeno prendere le bestie.
E poi è sabato e ho una lista di lavoro e di cose da fare che mi sembra sia già lunedì.
E non esiste più la mezza stagione, né credo sia mai esistita, perché io ne ho sempre conosciute solo 4, e non ho mai sentito parlare di primstate o auterno o estunno e tantomeno di primunno o esterno... ah no, di esterno ho sentito parlare, ma non sapevo fosse una stagione, seppur a metà.
Ebbene, resta che sono qui che devo fare le cose, e sto ascoltando il disco nuovo dei Metallica, che poi hanno pure fatto un video violento che non si capisce un cazzo e con gli effetti speciali sfigati come loro sanno fare. Che poi alla fine mi piace.
E insomma, vi dicevo, aggiorno questo blog e non ho nemmeno scelto di che libro parlarvi, visto che non leggo quasi più di nuovo e chissà mai quando riprenderò.
Io direi che è il caso di parlarvi del più vecchio che ho qui in parte.
Un libro PSF e credo anche abbastanza PEM, se vi ricordate cosa erano PSF e PEM.
Per sembrare fighi non c'è dubbio, e grazie a Kubrick, che è uno che trasformava i libri normali in libri PSF e credo fosse proprio il suo mestiere. Il libro è un classico della fantascienza, ovvero, IL classico forse più classico, dove si parla di astronavi, di robot, di galassie, di uomini e di futuro... e insomma... di fantascienza per quella che ti viene in testa quando senti la parola.
L'ho letto eoni fa. Luglio, forse, e l'ho letto perché curavo quella rubrica che diograzie è finita e mirava a tradurre gli incipit celebri dall'inglese al friulano da parte di scrittori. 
E insomma... è uno di quei libri che ho sugli scaffali e che prima o poi.
E dopo aver letto l'incipit mi sono letto tutto il libro.
E mi è piaciuto. Abbastanza, direi.
Ma adesso faccio una delle cose che devo, tipo lo striscione per la partita di stasera.

Ecco. Fatta almeno questa, e magari vedo di farmi pure un altro caffè.
E pure un report studente, ziocanboe, che ne ho settordici da fare. Anyway, per parlarvi di questo libro, che tutti avete letto, mi tocca anche dargli un'occhiata e rileggere qualcosa, perché in effetti non è che lo ricordo tutto benissimo, ma il grosso, le sensazioni, sì, quelle mi sono rimaste.
C'è un "ahhh" finale, che mi ha fatto pensare che era proprio un bel finale, e mi ha lasciato il senso della relatività delle cose... di tutte le cose, che poi è lo Spazio stesso a dartelo. E poi c'è il concetto, forse il primo espresso con tanta fama, del dominio possibile della macchina sull'uomo, che spaventa, perché il nostro amico computer, quando prende il sopravvento, fa paura... la mancanza di emozioni, lo sappiamo, fa paura, ma anche la costruzione di emozioni non scherza. 
Ma la cosa più figa del libro è un'altra: l'anticipazione.
Il libro di Clarke è del 1968. E non c'era internet, non c'era skype, non c'era il mondo del web e i suoi flussi informativi, eppure qui c'è. C'è proprio internet o comunque qualcosa di simile, con il protagonista che pare leggere qualcosa che sono le pagine del web per leggersi i giornali. E dici... wow! E anche nel film c'era questa cosa, ma io il film, non l'ho mai visto con attenzione (proprio perché volevo leggere prima lo libro, as usual) 
Insomma... la trama la sapete? Prima le scimmie, con un primo capitolo che tutto sembra tranne fantascienza, ma dove arriva il monolite nero, che sarà protagonista soprattutto finale, e che con la sua datazione di tremilioni d'anni sarà trovato sulla Luna rispondendo alla domanda "c'è vita oltre la Terra" con un sonoro "esticazzi!" visto che poi, alla fine, ci sarà un bel viavai, oltre l'umana scienza.

L'altra cosa bella è il robot, HAL, che entra in conflitto di interessi proprio perché non è una persona, ché insomma, noi umani siamo bravi a raccontare le bugie, ma un calcolatore lo devi programmare, e programmare a cacciar palle non è evidentemente sano, e quindi finisce che quello ammazza tutti solo perché non scoprano che stava cercando di confessare la palla che doveva raccontare. Quale? Non ve la dico, ovvio, ma un po' lo si capisce che la vera missione dell'astronave Discovery non è quella che hanno raccontato agli astronauti.

Poi, vi dico che l'eroe, David Bowman, che sarà quello che diventerà qualcos'altro, alla fine, non so quando sia un eroe vero, o quanto i protagonisti del libro siano più che altro le situazioni, la natura umana, il nostro modo di relazionarci al futuro, e il futuro stesso. Ecco... il Futuro, forse, è il protagonista. Quello vero. Poi poco cambia se a restare in quel futuro sia Bowman, o Poole, o uno degli imbernati o lo stesso HAL.

Vi dico anche, ché magari siete curiosi, che l'inglese Clarke ha scritto tutto un ciclo sull'Odissea, ricominciato con 2010, 2061 e 3001 Odissea nello spazio tutte. Non li leggerò, no, però non la sapevo che ne aveva fatti tre, di seguiti.
Del film non vi dico niente, ché non ne so niente.
E direi che non vi dico niente altro, se non che questo è un libro che andrebbe letto anche se non siete appassionati di fantascienza, come me, perché è interessante anche per la sua struttura temporale e per il modo con cui questo libro ti insegna a relazionarti a un eventuale futuro. Alla fine è avventura, sì, ma anche accettazione dello sconosciuto, e ci manca tanto, questa cosa.


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"Jelly bean - La parte posteriore del cammello" di F. Scott Fitzgerald****

Belli! No, davvero... già il Grande Gatsby molto mi piacque, ma era un libro tragico, dove sì, a tratti c'è un po' di ironia, sì, ma non c'è mai una vera e propria apertura allo spasso, tanto che credi che non sia possibile, per uno scrittore con un senso del dramma annunciato così forte, esserne capace. (anche se questi due racconti, non belli come questi qua, ma belli, dovevano mettermi in guardia)
E invece questi due racconti, Jelly Bean, ma soprattutto il più lungo "La parte posteriore del cammello" sono davvero due storie spassose, che mescolano al dramma ironia e un aperto dileggio a quei ricchi viziati americani spesso schiavi o succubi di convenzioni o modi di vivere.

Di che parlano?
Allora, il primo è un buon modo per capire che cos'è, un jelly bean, che non è solo una caramella di gelatina, ma anche un modo per definire un "michelaç" in friulano, o insomma, uno che non ha voglia di fare un cats, a parte, forse, essere bravo in qualche cosa che gli permetta di vivere senza fare un cats. 
E' il caso del nostro caro Jim Powell, bravo ai dadi, e secondo me non c'è modo migliore di farvi capire com'è fatto il racconto e com'è lo stile di Fitzgerald in questo tipo di storie,che farvi leggere l'incipit del brano. Scrive incipit perfetti, Fitzgerald, sapevatelo!

Jim Powell era un "Jelly-bean". Per quanto desideri farne un personaggio affascinante, sento che sarebbe disonesto illudervi su questo punto. Era nato Jelly-bean e sarebbe morto Jelly-bean, lo era al novantanove e tre quarti per cento ed era pigramente cresciuto per tutta la stagione dei fannulloni, che poi è ogni stagione, giù nella terra dei fannulloni molto sotto la linea Mason-Dixie.
Ora, se date del Jelly-bean a uno di Memphis probabilmente tirerà fuori una bella corda robusta dalla tasca per impiccarvi al palo del telegrafo più vicino. Se date del Jelly-bean a uno di New Orleans probabilmente farà un ghigno e vi chiederà chi porta tua sorella al ballo del Mardi Gras. Il particolare appezzamento di terra che ha prodotto il protagonista di questa storia si trova tra quelle due città - una piccola cittadina di quarantamila abitanti che sonnecchia da quarantamila anni nella Georgia del Sud e che ogni tanto si stiracchia e borbotta qualcosa su una guerra che è avvenuta un tempo, da qualche parte, e che tutti gli altri hanno dimenticato da un bel po'.
Jim era un Jelly-bean. Lo riscrivo perché suona bene - proprio come l'inizio di una fiaba - come se Jim fosse simpatico.
Dicevo... perfetti proprio perché ti sparano dentro la storia e lo fanno con quel sapere di colloquiale, di storia raccontata da un vecchio amico, che ti metti tranquillo lì, ad ascoltarla. Ne hai proprio voglia. E anche il secondo pezzo ha un incipit che funziona, dove il taglio "Vecchio Amico che ti racconta una storia" è ancora più marcato. Ma prima io vi faccio leggere ciò che precede il racconto, ovvero due righe dello stesso Francis che spiegano come perchè e quando ha scritto il brano. Eccovele:
Credo che tra tutti i racconti che ho scritto questo sia quello che mi è costato meno fatica e mi abbia divertito di più. L'ho scrìtto in un giorno a New Orleans, con il preciso scopo di comprarmi un orologio da polso in platino e diamanti che costava seicento dollari. L'ho cominciato alle sette di mattina e l'ho finito alle due di notte. È stato pubblicato sul «Saturday Evening Post» nel 1920, ed è stato poi incluso nel O. Henry Memoria! Collection nello stesso anno. E quello che mi piace di meno in questo volume.
Il divertimento che ho provato nello scriverlo deriva dal fatto che la parte del racconto sul cammello è letteralmente vera; infatti, ho preso un impegno formale col signore in questione di partecipare alla prossima festa in costume dove tutti e due siamo stati invitati, travestito da parte posteriore del cammello. .. questo per farmi perdonare in qualche modo di essere stato il suo storico.
Figo, vero? Che poi, è così credibile che anche se non fosse vero, questa intro è un racconto a sè. E anche l'intro del primo era bella eh. Anyway, vi lascio dell'incipit e vi dico che dei due questo racconto era a dir poco elisarante. Non ne esce bene nessuno, se non, forse, proprio la parte posteriore del cammello, che poi è un tassista che ci è stato ficcato dentro. Un poraccio, tra l'altro, obbligato e poi perculato ma alla fine chiave di volta della soluzione di una situazione al limite del non-sense, in cui non ne esce bene in pratica nessuno.
E inizia così:
L'occhio spento del lettore stanco, soffermandosi per un secondo sul titolo del racconto, presupporrà che sia puramente metaforico. Racconti di coppa e labbra, monete false e scope nuove, di rado hanno qualcosa a che fare con coppe, labbra, monete e scope. Questo racconto è un'eccezione. Ha a che fare con un tangibile, visibile ed enorme posteriore di un cammello.
Partendo dal collo ci apriremo la via verso la coda. Voglio presentarvi il signor Perry Parkhurst, ventotto anni, avvocato, nativo di Toledo. Perry ha dei bei denti, una laurea a Harvard, porta i capelli con la riga in mezzo. L'avete già incontrato - a Cleveland, Portland, St Paul, Indianapolis, Kansas City e via dicendo. La Baker Brothers di New York fa una sosta durante il viaggio semestrale verso ovest per vestirlo; la Mont-morency & Co. invia in tutta fretta un giovanotto ogni tre mesi per controllare che abbia il giusto numero di disegni punteggiati sulle scarpe. Possiede una spider americana adesso, se vivrà abbastanza ne avrà una francese, e senza dubbio un carro armato cinese se diventerà di moda. Assomiglia alla pubblicità del giovanotto che si spalma di crema il torace e va a est tutti gli anni per incontrare gli ex compagni di corso.
Voglio presentarvi il suo Amore. Si chiama Betty Medill, e non sarebbe affatto male come attrice. 
E io direi basta così, che qua è domenica e io ho da fare altro, ma volevo che il blog non morisse e poi questi due racconti d'autore erano carini, e magari vi viene voglia di leggerli, che credo siano racconti contenuti nel celebre, credo, I racconti dell'età del jazz. E se son tutti  come questi quattro, allora farei bene a leggerli.

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"La velocità dell'angelo" di Gianrico Carofiglio***

Sì, dovrei farne mille, di cose oggi, ma ho anche voglia di aggiornare il blog. 
Perchè è un po' come parlare da soli, e parlare da soli fa bene.
Ieri era Halloween, Samhein, o quel diavolo che di pare, ma resta una occasione buona per truccarsi, fare quelli che non si è, con il giusto piglio di leggerezza, e io l'ho fatto. 
L'ho fatto anche se alla fine dovevo essere altrove, ma l'auto mi ha lasciato a piedi a una 70 di km da qui, con quattro giorni di ponte in mezzo, e c'era pure la partita, e la vecchia è caduta allo stadio, e c'erano le doppie caramelle pokémon, e c'erano i baracconi, e le zucche da fare, e i cagnetti da vere, e insomma... tante di quelle cose che a malapena son riuscito a.
Ma un po' le ho fatte, e un po' no.
E allora vi aggiorno il blog.
Non con i libri che ho letto ad agosto, ma con questo, che era scritto in graaaande e che era uno dei primi racconti d'autore di questa seconda serie, che si è, come sempre, misteriosamente interrotta.
Anzi, lo devo scrivere nel post, che non c'è più l'inserto, la domenica. 
Ma una cosa alla volta.
Questo è il numero 4, e tra l'altro a me mancano un po' di numeri, dell'inizio, e non sto andando nemmeno a rubare libri dai libri... e niente, non si riesce a fare tutto. Insomma, dicevo, è il numero 4, è un racconto breve di Gianrico Carofiglio, di cui non ho letto mai niente.
E non mi è dispiaciuto. 
Non che avessi dubbi che uno che da così tanto vagola nell'underground letterario non sia bravo, anzi, ma tenendo conto che è un racconto dove il protagonista è l'autore che fa lo scrittore c'era il pericolo di cadere nel mio fastidio personale che ho con tutti i racconti dove i protagonisti sono scrittori, visto che è situazione quantomeno inverosimile, quelle di uno che scrive libri per vivere.
Qui si è scappati dal cliché, e l'autore si presenta, nel libro, per quel che è, ed è credibile.
Così come è credibile l'incontro, nato pian piano, con una donna che viene a scrivere in un taccuinetto, nel bar dove anche lui va a scrivere.
Cosa nasconderà, di misterioso, questa donna?

E niente... basta chiacchierare. Il vino, e la cosa delle liste. 
Ecco, la cosa delle liste è molto bella e mi ha ispirato. Apro parentesi... è arrivata la narragenda. Avete presente quella dell'anno scorso? C'è anche di quest'anno, e ci ho messo un raccontino, as usual, che poi è questo e magari potrei anche pubblicarvi in italiano, vediamo.
Si diceva, quindi, che è arrivata la Narragenda, e io la sto usando. 
Io non uso le agende, di solito, se non per scriverci le mie cose, pensieri parole o pere e missioni, ma stavolta questo racconto di Carofiglio mi ha ispirato.
Lei, la coprotagonista, scrive le liste, e io vi faccio leggere il pezzetto in questione


Dissi al mio amico - si chiama Massimo - che volevo scrivere i miei ricordi, in forma di racconto, come una specie di libro di memorie. Non perché avessi velleità di pubblicarlo. Volevo scrivere perché avevo la sensazione che tutto mi stesse sfuggendo di mano. Per mesi e mesi sono stata ossessionata dall'idea di poter dimenticare tutto. Massimo disse che secondo lui non era una buona idea.
- Perché?
- Diceva che le memorie, i diari sono faticosi da scrivere e penosi da rileggere. Uno comincia a scrivere pieno di entusiasmo e poi, tranne casi eccezionali, smette dopo qualche giorno o qualche settimana. E comunque quando rilegge quello che ha scritto, prova quasi sempre una sensazione di estraneità. E spesso anche di imbarazzo. Però - diceva - mettere per iscritto i propri ricordi è un'ottima idea. Un sacco di cose, se le perdi, semplicemente non le trovi più.
- E dunque?
- E dunque disse che il modo migliore per raccogliere i ricordi, per non disperderli, sono le liste. Ogni lista deve avere un titolo
- che ne so: titoli delle canzoni che ballavamo alle feste di quinto ginnasio; oppure i dolciumi dell'infanzia. Ogni voce della lista deve essere di pochissime parole. Se è una sola, è meglio.


Ecco, e pure io ho cominciato la cosa delle liste, che ogni tanto in testa mi vengono, e sono magari numerose, ma io poi le dimentico, e magari così no.
La prima lista che ho cominciato è stata: Canzoni che ascoltavo nel Village di Radio Abano Network durante le notti dei primi novanta. Perché allora non era come adesso e la radio non passava le canzoni belle, quelle indie rock che piacevano a me, e allora solo il Village, e planet rock e raistereo due le passavano. Ma il Village erano tutte belle, per me, o quasi. E ora sono canzoni sconosciute. Per ora della lista me ne sono tornate tre. E sono i Better than ezra e due dei Presidents of the USA, lump, e peaches, ve le ricordate? Meravigliose.
Poi ho anche la lista delle cose buone e schifose che si mangiavano o bevevano nei posti quando si andava in giro coi motorini, tipo il Diablo con frappè da Mondelli, o il panino al Dogale a Passariano, o il caffè nella grolla a Muscletto... E la lista dei posti belli in Friuli e che poi dimenticherò sui quali devo scrivere un racconto, tipo il fontanone barman, visto domenica, o la fabbrica del ghiaccio, o poi manco li ricordo. Ecco... questa cosa era una bella idea.

Poi? Poi niente, la copertina, che per una volta ha un tantino di coraggio, fa da spoiler alla storia. Perché insomma.... se la tipa ha un segreto nel suo passato, chissà quale sarà il segreto di Sara? Chissà, eh? Okay... non è che era una velocista brava in atletica, che quello si scopre abbastanza presto. Insomma... forse una copertina con una velocista, e non la Cocaina, era meglio. Okay che la storia è tratta dal libro Cocaina della Einaudi, ma tanto chi vuoi che legga quelle note, prima di leggere la storia...
Della storia, infine, che dire? Rapida, con la lunga analessi di Sara che fa molto da storia nella storia, ed è alla fine piacevole e prende. Certo... niente di straordinario, ma io non chiedo poi tanto, a un racconto. Un'idea (le liste), una storia (c'è) e una sorpresa finale che magari non è la solita (e c'è) e mi lascia con l'idea, vera, che le cose della vita non vanno così come si vorrebbe, spesso.
Dai, io devo cominciare a lavorare, ma almeno ho aggiornato il blog. E magari anche a voi è venuta voglia di scrivere una lista, che ne so.
Vi lascio delle cose da vedere,, in giro per il post. 
Tipo le mie zucche, o i cagnolini che devo regalare, se per caso ne volete uno.

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La grigliata (pukk-it)


La grigliata

Si era preparato con cura, aveva studiato tutto nei dettagli.
Avuta conferma dell'ora dall'evento facebook, aveva sbirciato il meteo e preparato i vestiti sulla sedia, ebbro di emozione. 
A tarda notte, meticoloso, aveva persino rabboccato il serbatoio fino all'orlo e poi puntato sveglie ogni dieci minuti, a partire dalle sette. 
Quando giunsero i primi invitati avviò il motore e -  salopette e cappellaccio di paglia - falciò il suo vasto giardino per l'intera domenica mattina. 
Dai suoi vicini, sepolti dallo scoppiettare furibondo del tosaerba, persino le costolette in salsa barbecue sembravano meno buone.

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"NonNonBâ. Storie di fantasmi giapponesi" di Shigeru Mizuki****

Ecco. Avrei altri libri di cui parlare. 
Che ho letto quando riuscivo a, qualche settimana fa.
Ma no. Ora liquido questo.
Questo che non è un libro, ma un fumetto. E pure di uno famoso, che io conosco senza conoscere.
I suoi disegni, i disegni di Shigeru Mizuki, sono quelli a cui spesso mi sono ispirato per i miei Yokai.
I suoi, yokai, in questo caso.

Ma andiamo per ordine.
Questo è il mio regalo di compleanno. Uno dei miei tre, diciamo. 
Ed è il regalo, in ritardo secondo lei ma secondo me giustissimo, di Noemi. Che una cosa la bisogna dire. Quando ti vedi arrivare un pacco, per posta, è una gioia grande, sempre. Soprattutto quando non ti aspetti niente e vedi che è un libro.
Chissà chi, cosa, come, perché. Ti chiedi.
E questa cosa, questa gioia della sorpresa attesa meraviglia postale, l'abbiamo persa. Non ci spediamo più niente che non sia un pacco amazon et similia, che di poetico meraviglioso hanno ben poco. 
Ci spediamo la preoccupazione che l'oggetto sia intatto, corretto, funzionante e altre parole brutte di questa epoca per abrutiti. Invece questo libro, ops, fumetto, era una cosa grossa. Grosso perché son tante pagine, è pesa, ed è cosa che ha il suo peso, nel leggerlo.

Dicevo. Chi è Shigeru Mizuki, oltre che quello che disegna gli yokai che io piglio. E' il papà di Kitaro dei cimiteri, che a questo punto non posso continuare a ignorare. Ed è l'autore dell'enciclopedia dei mostri giappo. Che possiedo e non ho trovato ancora il tempo di leggere. Ed è anche biografo, scrittore, e altre cose belle che ha scritto e soprattutto non ha scritto, essendo pigro, e quindi non molto prolifico. 
E qui, in questo fumetto, dove è protagonista bambino, Shigeru ci racconta la sua infanzia. (è del 1922, lui) nel paesotto periferico e rurale di Sakaiminato, che pian piano impari a conoscere. Così come i suoi genitori, la figura splendida, filosofica quasi, del padre, sognatore, e quella più prosaica di sua madre. Ma soprattutto impari a conoscere nonnonba, la nonna, ché è lei che ci fa conoscere i demoni giapponesi, uno per ogni storia, compreso quello che è l'amico di Shigeru, con cui lui - la sua fantasia - parla. Un lanciatore di fagioli che ci offre massime di saggezza da demone. 

C'è l'infanzia di inizio secolo in giappone, c'è il cambiamento verso un'epoca che non crede e vede più i fantasmi, che poi sono la memoria, la morale, la bontà, il ricordo, il rispetto per le cose.
Ci sono i disegni, che all'inizio ho faticato ad abituarmi a leggere, in quell'ordine per noi rovescio ma per loro no. Ecco. Insomma... avevo bisogno di un fumetto. Di qualcosa che fosse al tempo stesso bello, e leggero, profondo e scorrevole. Il racconto autobiografico di Shigeru, il fratellone, lo è.

Lo è anche quando affronta la morte, cosa quasi normale (per tbc, per esempio) per l'epoca, che viene vissuta e metabolizzata in modo sano, molto orientale, così come la povertà. Soprattutto la povertà. E persino il traffico di bambini ha un tono diverso, sincero, lontano anni luce dai toni indignati che si utilizzano oggiogiorno per ogni cazzodicosa. L'indignazione... oh, che triste valore, privato di compagni come la saggezza e l'integrità morale. 
Ecco. Insomma... è un bellissimo librone, questo. E io sono contento di averlo. 
E serve per imparare gli yokai, che alcuni li conoscevo, ma altri li ho scoperti da qui. 
E devo vedere di pubblicare le mie storie, che son belle. Devo scrivere a Samuel. Ora gli scrivo.

A voi lascio, se le trovo, delle tavole rubate a internet, del nostro Shigeru. Non sono bellissime?






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"Estensione del dominio della lotta" di Michel Houellebecq***

Ho la mattina libera, oggi, e un lavoro unico, da settembre. Ho in loop questa nuova canzone uscita ieri delle warpaint. Ipnotica, nelle percussioni, per certi versi. E bella, sì.
Il libro di Houllebecq invece non è ipnotico, ma psicologico, e io l'ho letto tanti giorni fa, a inizio estate, luglio, credo, finendolo in un paio di giorni perché è corto e si legge bene.
E' una prima persona. Una scrittura fatta di frasi brevi, di capitoli brevi, affilata, sì, per certi versi, e non so perché mi verrebbe da dire che non mi sembra francese, che poi, come se alla scrittura si potesse dare una nazionalità. Europea, ecco. Questo sì.
Ma dicevo... vediamo di scrivere e mettere via questo libro.
Il libro è del 1994, l'anno d'oro per la musica, la mia, per lo meno.
E credo sia un bel romanzo, psicologico e abbastanza cattivo, com'erano le cose in quell'anno, fatto di voglia di cambiare le cose, ma che perde mordente con il passare del tempo. Il 1994 sono venti e passa anni fa, e i romanzi che hanno per protagonisti il male di vivere sono obsoleti.
Ma rinnovabili, però, questo va detto.
E ha molto senso leggere la storia del nostro protagonista, che ora come ora non ricordo nemmeno se ha un nome, e di Tisserand, che quello sì invece ti resta, come nome.
Tisserand è il suo collega di lavoro, programmatori, ed è brutto. E sfigato. Non si sa se più sfigato o brutto.
Ma adesso faccio pausa che devo fare cose. Tipo preparare un pranzo ai miei che sono a lavorare, va. E mentre faccio ascolto zack de la rocha.
Ecco si. Ho fatto una pasta tonnorto che era uno spettacolo. Sono bravo a cucinare, se lo faccio per me o per gente con le tette grosse.
Ma ho perso la mattina e quindi il post lo finirò più avanti. :)

Ecco.
Oggi è domani, il domani di ieri. Come sospettavo.
Che poi tempo, mica ce l'ho. Disfare l'impalcatura per un totem da dieci metri che quest'anno non farò, fare lo striscione per la partita, da mangiare ai miei un'altra volta (oggi peperoni pomodori capperi e acciughe, come sugo, come i poveri) e insomma... metti anche sistemare il pokedex dopo aver fatto il fortunuovo stamattina, il tempo vola e sparisce.
E quindi niente, vado a correre, ho un sacco di km da fare, perché voglio fotografare dei topinambour, a Basaldella, nel greto del fiume, se ci arrivo. Se ci arrivo ve li metto qua sotto.
A dopo, per parlare del libro.

Ecco. Siamo dopo.
Sapete quant'è passato?
Una settimana. Sì, una settimana. E' venuta a trovarmi Noemi, ho avuto da fare e non da fare. E' uscito Bon Iver e non mi piace. Piove. Non ho letto un cats e boh. Niente. Finiamo questo post e mettiamo giù questo libro. Ma ho deciso che leggo insieme a voi qualche pezzo.

Ecco. Dalle prime pagine questo pezzo, che ci fa capire con che razza di protagonista abbiamo a che fare.

Due giorni dopo era domenica. Sono tornato nel quartiere, ma della mia macchina non c'era neanche l'ombra. La verità è che non ricordavo più dove l'avessi parcheggiata; e poi tutte le strade sembravano quella giusta. Via Marcel Sembat, via Marcel Dassault... un tripudio di Marcel. Edifici rettangolari, dove abitano persone. Violenta impressione di specularità. E la mia macchina?
Mentre camminavo in mezzo a tutti quei Marcel mi sono sentito pervadere da un crescente fastidio per le automobili e per le cose di questo mondo. Da quando l'avevo acquistata, la mia Peugeot 104 mi aveva procurato solo grane: guasti continui e poco comprensibili, lievi incidenti... Certo, i conducenti rivali affettano disinvoltura, tirano fuori i loro moduli di constatazione amichevole, dicono: "OK, d'accordo", ma è chiaro che in realtà i loro sguardi cordiali sono carichi di odio; il che è decisamente seccante.
E poi, a pensarci bene, al lavoro ci andavo in metropolitana; nei weekend non mi muovevo più di casa, per mancanza di mete allettanti; per le vacanze mi servivo perlopiù della formula del viaggio organizzato, talvolta in club. "Che me ne faccio della macchina?" mi ripetevo nervosamente mentre imboccavo via Emile Landrin.
Tuttavia fu solo quando arrivai in viale Ferdinand Buisson, che mi venne l'idea di sporgere denuncia per furto. Oggigiorno rubano un sacco di automobili, soprattutto in periferia; una bella denuncia di furto sarebbe stata l'ideale sia per quelli dell'assicurazione sia per i miei colleghi d'ufficio. Ammettere di averla persa significava farli sentire presi per il culo, o passare per deficiente; decisamente controproducente. Su cose del genere non si scherza, c'è il rischio di farsi una pessima reputazione, di quelle che ti costano un'amicizia. Io la vita la conosco, mica sono nato ieri. Ammettere di aver perduto la macchina significa in pratica radiarsi dal corpo sociale; molto meglio inventare il furto.

Che simpatico umorista, eh? Che poi lo fa, senza tanti problemi. Ed è pieno di cose che non noi faremmo ma questo simpatico sì, ed è un po' proprio il bello di questo libro, l'imperante politically scorrect che non riesci del tutto a denigrare, o indignarti, perché ti rendi conto che sono cose anche tue, che hai fatto, o che faresti, e hai ben poco da pensare: non si fa, che vergogna.
Ecco. Poi vediamo. Vi piglio un altro pezzo, magari preso a caso più aventi.

Ecco. Sapete quanto è durata la pausa? Un'altra settimana. Ma oggi è sabato e sono sveglio dalle cinque e ho colazionato e insomma... le solite cose. Ora vedo di finire questo post, che sarebbe bene, che col buio che ti dura fino alle sette non è che si ha 'sta grande attività. 
Andiamo a rileggerci insieme un altro pezzo di Estensione del dominio della lotta, va.
Trovato! Un capitoletto, più avanti, che è quasi la continuazione di come è andata con la falsa denuncia del furto auto. Anzi, facciamo un esperimento: prendetelo come un racconto a sè stante.
Il titolo è:
I gradi di libertà secondo J.-Y. Fréhaut
Torno in sede. Mi viene riservata una bella accoglienza; a quanto pare sono riuscito a ristabilire la mia posizione in azienda.
Il mio capufficio mi prende da parte; mi rivela l'importanza di questo contratto. Sa che sono un ragazzo di carattere. Dedica qualche parola di amaro realismo al furto della mia automobile. È una specie di conversazione maschia, accanto al distributore automatico di bevande calde. Vedo in lui un grande professionista delle risorse umane; dentro di me tubo. Lo vedo più bello che mai,
Più tardi nel pomeriggio assisterò alla festa d'addio per Jean-Yvcs Fréhaut. È un elemento di valore che lascia l'azienda, sottolinea il mio capufficio; un tecnico dai grandi meriti. Senza dubbio, nella sua futura carriera, egli andrà incontro a successi quantomeno equivalenti a quelli che hanno contrassegnato quella precedente; è tutto il male che gli augura. E, quando ne avrà voglia, che torni pure liberamente in azienda a bere il bicchiere dell'amicizia! Il primo impiego, conclude con tono salace il mio capufficio, è qualcosa difficile da scordare; un po' come il primo amore. A questo punto mi chiedo se costui non abbia bevuto un po' troppo.
Breve applauso. Intorno a J.-Y. Fréhaut si crea un certo movimento; lui gira lentamente su se stesso, con aria soddisfatta. Questo ragazzo lo conosco un po'; siamo entrati in azienda contemporaneamente, tre anni fa; stiamo nello stesso ufficio. Una volta abbiamo discusso di civilizzazione. Lui sosteneva - e per certi versi ci credeva davvero - che l'aumento del flusso di informazione all'interno della società sia di per sé una bella cosa. E che la libertà non sia altro che la possibilità di stabilire diverse interconnessioni tra individui, progetti, organismi, servizi. Secondo lui il massimo di libertà coinciderebbe con il massimo delle scelte possibili. Servendosi di una metafora basata sulla meccanica dei solidi, queste scelte le chiamava gradi di libertà.
Ricordo che eravamo seduti vicino all'unità centrale. Il climatizzatore emetteva un leggero ronzio. Lui paragonava la società a un cervello e gli individui a cellule cerebrali, per le quali in effetti è auspicabile stabilire il massimo delle interconnessioni. Ma l'analogia si fermava lì. Perché lui, essendo un liberale, non si spingeva a denunciare ciò che davvero manca al cervello: un progetto di unificazione.
La sua vita, come avrei appreso dopo quella conversazione, era estremamente funzionale. Abitava in un monolocale nel 15e Arrondissement. Il riscaldamento era compreso nell'affitto. Lui si limitava a dormirci, giacché in effetti lavorava molto; spesso, fuori dall'orario d'ufficio, leggeva Micro-Systèmes. Per quanto lo concerneva, i famosi gradi di libertà si riducevano alla scelta del menù della cena tramite Minitel (era abbonato a questo servizio, nuovo per l'epoca, che assicurava la consegna a domicilio di piatti caldi a orari estremamente precisi e con un preavviso relativamente breve).
La sera mi piaceva guardarlo comporre il menù sul Minitel posato sull'angolo sinistro della scrivania. Lo stuzzicavo sulle messaggerie rosa; ma in realtà sono convinto che fosse vergine. In un certo senso era felice. Si sentiva, a buon titolo, attore della rivoluzione telematica. Davvero percepiva ogni crescita di forza del potere informatico, ogni passo avanti verso la globalizzazione della rete, come una vittoria personale. Votava socialista. E, stranamente, adorava Gauguin.
Com'è? Funziona vero? Sì, penso di sì. Un raccontino così, da solo, avrebbe il suo senso. Una storia dentro una storia che lascia qualcosa. 
Okay, carissimi. Basta, andiamo a comandare sui file di lavoro. Vi metto qualche altra foto, che ne so, presa a caso, tanto il mondo è tutto bello, a saperlo prendere. Non come Tisserand e quest'altro io narrante Houllebecqiano, che corteggiano il suicidio ogni tre per due.

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