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"Cane rabbioso" di Angelo Petrella***

Dovrei andare a dormire, che non son tempi di dormir poco e domani è la giornata da 14, ma mi ero un po' rotto il cats di vedere quella brutta copertina di quel bel libro dei piccoli indiani della Christie sul blog e allora, breve breve, vi parlo di questo, breve breve anche lui, che si legge in tempo a sua volta breve.
Un'oretta, diciamo.
Perché l'ho letto? Non avevo altro da leggere?
In realtà ho mille altre cose, ma lunedì son andato al lavoro in biblio dimenticandomi la borsa di scuola, e a casa non sarei passato ma da mia sorella sì e me la son fatta portare lì ma mi sono dimenticato di dire "metteteci dentro un libro, uno qualsiasi".
Perché?
Perché al lunedì ho giornata leggera, con solo 8 e un'ora di buco la sera e io li passo bene, quei 40 minuti, a leggere qualcosa, e quel qualcosa, avendo dimenticato qualcos'altro, è diventato questo, Cane rabbioso di Angelo Petrella, che me lo sono beccato scegliendo negli scaffali una cosa piccola scritta in grande con poche pagine.
Avevo calcolato di riuscire a finirlo, ma invece, vuoi anche perché ho fatto altro, tipo un bonifico al dentologo - invero molto noir - non sono riuscito, ma me lo sono letto nel letto la notte col latte ma senza gatto, ché tanto 10 pagine mi mancavano.

Ma vediamo cosa dire del libro... Piaciuto? Non so. Non del tutto, in linea di massima, ma è comunque quel che promette. Una novella avvincente in prima persona, con tante parolacce, droga, politically scorrect, eccessi e violenze, anche se nulla fa veramente raccapriccio o spavento.
Anzi... -c'è quasi un clima di accettazione o stupore che allontana da una qualsivoglia indignazione, o forse siamo noi che siamo troppo assuefatti alla violenza, corruzione ed eccessi vari.
Giusto il bestemmione suino dopo 2-3 pagine scuote un po' la coscienza e ho apprezzato che non sia stato messo a mo' di richiamo ma perché ci stava, e anche quando poi lo si ritrova, è perché ci sta anche lì.
E allora cos'è che non va? Ma in realtà è la parte delle droghe. Vi do un'idea di trama. Si parte in media res, il nostro protagonista sta facendo fuori una troia e un poliziotto, senza pietà. Si scoprirà poi, alla fine, chi sono i due, ma è una scoperta eclatante. Sono tutti corrotti e drogati o droganti.
Ebbene... il nostro protagonista (che poi è cane rabbioso sì, ma anche piuttosto irascibile, più che altro, ed estremamente fuori controllo, a giudicare da quanto è incauto) si fa in continuazione. Strisce, pere, spade, mdma, tavor, Prozac e tutto quello che gli capita a tiro. A giudicare dalle pause - la vicenda si svolge in 2-3 giorni - ha un ciclo di astinenza di meno di 4-5 ore e io sono rimasto un po' così... nel senso. Spara, ammazza, picchia, ferisce, tutto in piena efficienza. Niente brividi, niente diarrea, poco vomito... e invece non so, non sono un esperto, ma per quel poco, col cavolo che hai la mira giusta dopo tutte quelle droghe, e col cavolo che prendi a pugni tutti... o meglio qualcuno che ti fa il culo lo becchi e sei fortunato che non ti ficchi una pallottola nei pondoli...

Ecco. A parte questo, resta una lettura godibile, ambientata in una Napoli in cui di giusto e legale non c'è assolutamente nulla, e la città è una sorta di giungla, dove una manciata di sgherri - poliziotti, sisdi, caramba, ecc - fa il bello e il brutto, con complotti volti alla pura e semplice soddisfazione della propria sete di droghe, potere, sesso, violenza e denaro. Più o meno, insomma... per certi versi, quindi, ha anche del coraggio, questa novella e la promuovo. Anche perché credo che l'eccesso di droghe e violenza sia proprio voluto, quasi una esagerazione, un estremizzare un personaggio che - va detto - a molti, o almeno a me - ricorda i crimini della Uno bianca, giusto per dire che se uno pensa "ma non è possibile", invece è stato possibile e probabilmente chissà quanto pulotti corrotti fatti e cattivi ci sono in giro. Chiudo con un altro merito: sono 90 pagine, e il prezzo è adeguato e anzi, rispetto ad altre minchiate che leggo lunghe uguali ma vicino al deca, questo, coi suoi 6 tarì, è un prodotto competitivo. bene... ci ho messo molto più del lecito.

Ah, una curiosità, è il primo scrittore italiano della collana noir di Meridianozero, anche se secondo me, in quella collana, leggendo i nomi, molti sono pseudonimi e non di gente anglofona, ma è solo una curiosità :)
 

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"Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie****

Accanto alla lettura dei libri PEM, che vi ricordo sono ancora in via di definizione, non mi sono dimenticato che ho da leggere dei libri PSF, che insomma, pure quella lista va un po' curata, no?
E allora avevo messo da parte un Christie, e quello forse più famoso, assieme all'Orient Express, se non altro per via dei film che bene o male abbiamo letto.
Ora, io non escludo di aver letto dei Christie, da piccolo, ma me ne sono scordato del tutto e quindi è come se fosse il primo.
Che poi, oggi, è venerdì 17 e mi pare giusto parlare di un libro pieno di morti, come questo, che per altro ho letto proprio in questa edizione della Famiglia Cristiana, che comunque è quella mondadori e cambia solo la copertina.

Ma siccome devo fare anche delle cose, tipo correggere di compiti, e ho solo due ore, farò un po' a singhiozzo. Un compito, qualche riga di post, un compito, qualche riga di post...
Cominciamo però con mettere la musica.
Mi ascolto Courtney Bartlett, che mi ha stregato con questo pezzo, anche se il disco non mi pare faccia per me. Ma Depreston, ascoltatela, è un bel pezzo, semplice ma grazioso.

Che poi... che dire, di questo piccolo gioiellino di giallo non giallo. Eh già, che secondo me, okay, giallo classico non lo si può definire, perché il mettere le carte in tavola subito in quel modo, limitando spazio e personaggi in modo netto e quasi subito, e la tensione aggiunta per l'ineluttabilità del meccanismo di eliminazione progressiva, lo allontana un po'. Non avere un chiaro riferimento indagatorio, poi, sia un poliziotto, un giornalista o un unico personaggio, è ugualmente fuori dagli schemi classici. E quindi sì, è giallo, ma che fa un po' storia a sè.
La storia immagino la sappiate, ma se non la sapete, beh, ve la dico subito e festa finita. Sono in dieci, si ritrovano su un isola, per caso, raccolti con varie scuse da un padrone di casa misterioso, che  a quanto pare li ha radunati lì solo per farli fuori, uno alla volta, per un torno o crimine che esse avrebbero compiuto nel passato.
Gli indiani sono quelli di una filastrocca che il buontempone ha avuto l'accortezza di scrivere nella camera di ognuno, cercando poi di farli fuori seguendola. Aspettate che ve la riporto, così la leggete pure voi
Dieci poveri negretti se ne andarono a mangiar: uno fece indigestione solo nove ne restar. Nove poveri negretti fino a notte alta vegliar: uno cadde addormentato, otto soli ne restar. Otto poveri negretti se ne vanno a passeggiar: uno, ahimè, è rimasto indietro, solo sette ne restar. Sette poveri negretti legna andarono a spaccar: un di lor s'infranse a mezzo, e sei soli ne restar. I sei poveri negretti giocan con un alvear: da una vespa uno fu punto, solo cinque ne restar. Cinque poveri negretti un giudizio han da sbrigar: un lo ferma il tribunale, quattro soli ne restar. Quattro poveri negretti salpan verso l'alto mar: uno un granchio se lo prende, e tre soli ne restar. I tre poveri negretti allo zoo vollero andar: uno l'orso ne abbrancò, e due soli ne restar. I due poveri negretti stanno al sole per un po': un si fuse come cera e uno solo ne restò. Solo, il povero negretto in un bosco se ne andò: ad un pino si impiccò, e nessuno ne restò.

Ecco qua... dicevo... che io ben so quanto sia difficile parlar male delle pietre miliari di un genere, o di un autore, come in questo caso, ma una qualche critica la devo dire, va, anche se poi il libro mi è piaciuto moltissimo.
Dico prima la critica? Ma sì, dai... Allora, è improbabile, la serie degli accadimenti mortali. Sarà che ho una leggera deformazione economico-statistica, ma no, non mi risultato credibile riuscire a far fuori la gente seguendo la filastrocca... non tutti, per lo meno. E che tutto venga calcolato da un individuo al millimetro, può essere che accada, in un caso, ma le probabilità che nulla vada storto sono poco. Diciamo, che ne so... 5- 10 %. Ammettiamo anche di più, dai, tipo 25%.
Ecco,,, ammetto anche che le condizioni non mutino dopo il primo omicidio, che pare quasi un caso. Ma dopo il secondo che vada tutto così comincia a diventare sempre più improbabile, senza contare alcune delle morti, che paiono davvero un terno al lotto (voglio dire... provate a uccidere uno che sa di essere ucciso gettandogli una pietra dalla finestra del piano di sopra mentre passa lì sotto... ma in generale, provate a uccidere uno tirandogli un masso dall'alto... su su... se vi va bene gli slogate una clavicola! :) e quindi, questo piccolo difetto, è l'unico che ho notato, e tra l'altro, solo verso la fine del libro, perché le probabilità dicono 0.2*0.2*0.2*0.2... insomma, i matematicanti hanno capito.

Per il resto, però, vi dico che è tutto bello. O almeno... ha qualità di libro pop da vendere, perché pur tenendo a battesimo dieci personaggi, a cui dovere dare la stessa importanza, riesce in poche pagine a caratterizzarli, a metterteli in testa, e nel momento quando ti stai chiedendo qualcosa, ecco che c'è il primo morto. E da lì si parte, via subito il secondo, annunciatissimo, ma è proprio questa annunciazione che è il vantaggio competitivo del giallo.
La scrittura è easy e limpida, e te ne vai veloce verso la fine, senza troppe paranoie emotive, e poco, davvero poco spazio si lascia alle emotività estreme dei vari personaggi... Abbiamo poco tempo di perderci nel giudice che ha fallito, piuttosto che nel cornuto che si è vendicato, o nei camerieri che han lasciato morire la padrona, o nell'investitore che guidava accazz... Sì, okay, si lascia un bel flash sull'interiorità dei personaggi, sul loro modo di pentirsi, e sulle leve che porteranno il lettore a pensare che sono tutti colpevoli, anche se dicono di no. Ho apprezzato il non perdere tempo a menarsela, e la scrittura che è in generale molto pop.

Anzi, sapete che vi dico? Che vado a prendere un pezzo qualsiasi, magari l'incipit, e lo scanno, tanto per darvi e darmi un'idea, di come è scritto.

Il generale Macarthur guardava fuori del finestrino. Il treno stava arrivando a Exeter, dove bisognava cambiare. Che dannazione, quelle ferrovie secondarie lente come lumache! In linea d'aria, quel posto, Nigger Island, non sarebbe stato lontano.
Non riusciva a capire bene chi fosse il signor Owen. Un amico di Spoof Leggard, probabilmente, e di Johnny Dyer.
"Alcuni suoi vecchi amici verranno... saranno contenti di rievocare con lei il passato."
Certo, anche lui sarebbe stato contento di parlare con qualcuno dei vecchi tempi. Tanto più che, ultimamente, aveva avuto l'impressione che molti lo sfuggissero, nel suo ambiente. E tutto per quella maledetta storia: una storia passata da quasi trent'anni! Armitage ne aveva certamente parlato. Dannato moccioso! Che cosa ne sapeva lui? Oh, be', inutile rimuginare certe cose. A volte, si possono avere sensazioni assurde... immaginare che qualcuno ci guardi in modo strano...
Adesso, era curioso di vedere Nigger Island. Avevano fatto molti pettegolezzi su quell'isola. Correva voce che se ne fossero impossessati l'Ammiragliato, o il Ministero della Guerra, o la RAF... e forse c'era del vero.
Il giovane Elmer Robson, il milionario americano, era stato lui a costruire la villa. Spendendo migliaia di sterline, si diceva. Ogni sorta di lussi...
Exeter. Un'ora di attesa. E lui non se la sentiva proprio di aspettare. Voleva andare avanti...
Il dottor Armstrong guidava la Morris attraverso la piana di Salisbury. Era stanchissimo. Anche il successo si paga. C'era stato un tempo in cui, seduto nel suo studio medico di Harley Street, lussuosamente ammobiliato e fornito degli apparecchi più moderni, aveva aspettato... aspettato che il destino gli portasse il fallimento o il successo.
Ebbene, era venuto il successo. Era stato fortunato. Fortunato e capace nella professione, naturalmente. Come medico sapeva il fatto suo, senza dubbio, ma di solito questo non basta per arrivare al successo. Bisogna anche essere fortunati. E lui aveva avuto fortuna. Alcune diagnosi esatte e la gratitudine di due o tre signore ricche e influenti avevano contribuito a fargli un nome. «Dovete farvi visitare da Armstrong, tanto giovane, ma così bravo... Pam aveva consultato un'infinità di medici per anni, inutilmente, e lui ha riconosciuto subito il male!» E era stata una valanga. •
Ora, il dottor Armstrong era definitivamente arrivato. Aveva impegni a non finire e non poteva concedersi che brevi periodi di riposo. Perciò, quel mattino d'agosto, aveva lasciato Londra più che volentieri per trascorrere qualche giorno in un'isola al largo delle coste del Devon. Non che si trattasse proprio di una vacanza. La lettera che aveva ricevuto era scritta in termini piuttosto vaghi, ma non c'era niente di vago nell'assegno che l'accompagnava. Un onorario sbalorditivo. Questi Owen dovevano nuotare nell'oro. A quel che sembrava, il marito, preoccupato per la salute della moglie, desiderava che il medico la tenesse d'occhio senza darlo a vedere. Non voleva saperne la signorina, di farsi visitare. I suoi nervi...

Ecco, vi siete beccati la presentazione di un personaggio e mezzo, a inizio libro, che son tutte così, con personaggi che ricordano un po' il modello del grande fratello: tutti diversi, chiusi in una casa, pronti per essere eliminati.
Poi basta, insomma... posso dirvi che è un titolone pieno di film che sono ispirati a questo libro, come, tra i più recenti e famosi, quello "Nella mente del serial killer", ma non sono certo finiti, i prodotti che deriveranno da questo romanzo. Altro?
Ma no... è venuta l'ora di chiudere.... e domani sarà meglio leggere, che con questo ho finito i libri da parlare.

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Maestri del colore (41-50)

I MAESTRI DEL COLORE (41-50)


41
Edouard Manet (1832-1883)
La bionda con i seni scoperti
(Olio su tela, 62x52, 1878)

La bionda
Edward smanettò sul cellulare e sospirò... la foto aveva superato le diecimila condivisioni. Quando sollevò lo sguardo la bionda lo guardava, sprezzante, mostrando una scollatura che faceva dell'ombra una strada verso il paradiso. Per lui, che continuava a ricordarla in quella foto, in quelle tette meravigliose che aveva subito mostrato agli amici, e condiviso, poi, senza ritegno, quando lei l'aveva rifiutato; per lui erano colline al limitare dell'inferno. Si alzò meccanicamente, poggiando i palmi sudati sulla sbarra di legno... dicevano gli fosse capitato il più severo. Cento euro per ogni condivisione sui social media, nell'ultimo caso simile.
Ed è pure bionda, pensò Edward, valutando inconsciamente, sotto l'ampia toga nera, le tette del magistrato.

43

Dipinto blu
(Olio su tela, 70x70, 1924)

L'isola
Del processo farsa e della condanna all'esilio, Dmitrij Pavlovic ricorda ben poco, ma non ha interesse a farlo. Si è addormentato lungo il viaggio, e nel dormiveglia il secondino che guidava la carrozza, gli è parso portare una lunga barba ricciuta, minacciosa sopra il bavero alzato. Sorrideva.
Si è svegliato in un deserto vermiglio, che terminava con una costa lineare, a strapiombo sul mare blu. Ha camminato per ore, tenendo l'acqua a sinistra e seguendo la costa fino a un angolo di insospettabile perfezione. Davanti al suo sguardo l'acqua pareva meno profonda - il blu digradava in azzurro - e oltre una sottile striscia di terra nerastra aveva scorto una vasta pianura, verdissima. Aveva notato, in lontananza, diverse costruzioni: una torre circolare, nera, senza porte o finestre, in mezzo al verde, altre con le stesse fattezze, dalle tinte inverosimili, che si innalzavano fra alle onde, irraggiungibili. Si siede, disperato. Stranamente non ha fame, né sete. ma le vesciche ai piedi lo tormentano. Che stregoneria è mai questa? Si alza e prosegue, verso nord, oltrepassando la striscia nera, il rosso e camminando in equilibrio tra il verde e una sabbia finissima e biancastra. Dovrà pur esserci una fine...

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Maestri del colore, 41: Manet

Trovare le copertine di questi numeri vecchierrimi dei Maestri del colore, che sono in formato A3, è sempre difficile e infatti devi ritagliare certe merde di immagini. E voi direte, e ma fagli una foto, no? e te la mandi, e poi meglio no. No. Non me ne freguncats, tanto poi io vi metto i quadri.
E ora, che ho solo due ore e dentro devo farci stare settordici cose tipo:
- fare una corsa
- fare una simulazione di II prova di ecaz (ecaz sta per economiaziendale eh)
- andare a sistemare per la cena di là tipo legna e tagliare le verdure per il cous cous o pasta o quel cazzo che sarà
- mandare uno breve articolo con la foto del pescione
- preoccuparmi per varie cose che meritano la mia preoccupazione.

Ecco. E nonostante tutto voglio cominciare questo post.
Perché non si può regalare tutte le ore della giornata alla non-bellezza e a me, ora, leggere di Manet e magari pensare al raccontino, mentre corro, vuol dire ritagliarsi un po' di bellezza. E quindi ora vado a cercare quadri che mi aggradino..
Bene. Ne ho trovati.
Chiaramente ho trovato anche quelli che voi tutti, ma proprio tutti, credo. Conoscete. Quelli famosi. Quelli che diventano icona dell'artista e di cui non mi piace mai parlare, ché son sempre inflazionati.
Però va detto che diamine... sono proprio belli, quindi, roba come la colazione sull'erba, Olympia, il Bar alle Folies-Bergére ve li devo proprio mettere... son troppo belli.


Ecco.
Ora possiamo andare a leggere un pochetto del buon Edouard. Mentre mi ascolto Sufjian Stevens, che secondo me è la musica giusta, e mentre anche vado a mettermi calzini e scarpe.

Ecco, è del 23 gennaio 1832, il nostro, ricco, e conobbe Proust a 12 anni tenendoselo amico per una vita. Gli piace disegnare e l'arte fin da piccolo ma il padre - magistrato - un cagacazzi, per poco non ce lo ruba, e vuole imporgli o l'avvocato o in marina. Prova la seconda, viene segato, ma si imbarca lo stesso, per Rio, e quando torna ha disegnato un quaderno pieno di figate e allora cedono e gli fanno fare il pittore. Dal 1850 è apprendista, e nel 1853 e 56 viene anche in Italia a veder arte. La sua carriera vera e propria, dopo aver studiato e copiato un po' di tutto, da Tintoretto a Goya, da Tiziano  a Courbet, inizia proprio dal 1856 con qualche scandalo e rifiuti, ma un sacco di amicizie influenti... tipo Baudelaire, per dire, che è quello che lo stimola alle cose spagnole ed esotiche (e al bevitore d'assenzio, okay) e aspettate che ve li faccio vedere, (o anche Mallarmé, gli è friend).


Ecco qui, il chitarrista, e anche più sotto uno spagnoleggiante bambino con la spada. E poi forse un altro che mi tengo per la storia.
Viene escluso dal Salon praticamente con tutto
e se lo scandalo grosso lo fa con la Colazione, l'Olimpya la nasconde e viene accettata tipo nel 1865 ma solo per fargli fare figura di emme un po' verso tutti e screditarlo. 

La verità è che dipingeva robe anche più lascive e audaci, tipo il quadro che ho scelto per il racconto, là sotto - la bionda - che è molto più che provocante... e quadro bellissimo, secondo me, che magari non avevate visto mai. (Anche la Lola di valenza, se volete, guardate, ha la sua dosa di perché, pur con i vestiti)
Tipo poi per esempio il Torero morto, che io mica lo conoscevo, e che non trovo per niente granché, però mi colpisce, inusuale, se non altro.

Anzi, sapete che vi dico, vi metto pure l'odalisca e le donne in bagno, così non dite che nel mio blog non c'è figa.




Belle eh? Eh... un buongustaio, Edouardino.
Comunque, resta che non lo cagavano (persino il pifferaio, viene rifiutato, e non aveva le tette di fuori, quello!), e persino Emile Zola comincia una campagna in suo favore, tanto da meritarsi un ritratto e guardate cosa c'è sullo sfondo...
Poi, dopo che fa la guerra del 1870 - cannoniere - le cose cominciano a girare meglio, dipinge accanto a Monet e Renoir, gli si riconosce il successo, gli si compra le opere... Nel 1879 viene colpito da una malattia pessima, atassia, che lo fa fuori in quattro anni, 30 aprile del 1883, ci saluta, con la soddisfazione di riconoscimenti al Salon e della legion d'onore, voluta da Proust. Nonostante tutto, Un bar, là sopra, è uno degli ultimi quadri e insomma... chapeau!
Scrive, prima di morire: "non mi dispiacerebbe di poter leggere finalmente, mentre sono ancora vivo, l'articolo straordinario che mi dedicherete non appena sarò morto".
E io mi fermo qui. E vado a fare la corsa va. Però, prima, vi beccate alcune nature morte... eh già, che credevato, che Manet non le dipingesse? Tipo il limone, mi piace assai, ma anche i pesci ecc.
Questi nemmeno, forse, non li avevate visti.



Eccomi qua. son tornato e son passate 24 ore. Poi figuriamoci ieri... ma di bello c'è che ho cucinato il couscous alla silene e pollo, piccante. Ottimo! Esperimento da ripetere. 
Finisco di leggere di Manet, che era, si dice, uomo del suo tempo, di "intelligenza spregiudicata, spirito d'avventura, indignazione contro la retorica e la vuota solennità delle forme".
Coglie cose legate al suo ceto (un cacciatore di leoni, o la fucilazione del principe salcaz che vi metto qui in parte) ma coglie anche altre cose, pur sempre legate alle sue esperienze (episodi navali della guerra di secessione, un prigioniero politico evaso..) E tra le cose più curiose c'è - per far capire com'era preso bene dalla sua epoca - la richiesta scritta al sindaco di Paris di dipingere il palazzo municipale. E che c'è di strano, direte voi... che era talmente malato, quando lo ha fatto, che non poteva più stringere un pennello in mano.
Bene. Vediamo di chiudere. Vi riporto una sua frase, scritta, che secondo me getta una grande luce sulla sua opera: "E' solo la sincerità che conferisce alle opere un carattere che può sembrare protesta, mentre in realtà il pittore ha cercato soltanto di esprimere la sua impressione... non ha preteso né di rovesciare la tradizione, né di creare una pittura nuova. Ha voluto semplicemente essere se stesso e non un altro."
E la chiudo qua. Perché sì, si parla per una pagina intera della Colazione e di come e perché dà scandalo (roba di volumi, e di epoche, non solo di nudità) e dell'Olimpia, altra vagonata di indignazione.
Io tra l'altro ho scelto il mio quadro.
Mi piace. Assai. Non so se mi verrà in mente una storia. Ma vado a farmi la barba e ci proverò.
(Edit, scopro che il quadro è celeberrimo per un film in cui lo si voleva rubare... non lo sapevo, ma non importa.) Eccovi la piccola storia di gelo, proprio su questo quadro.

La bionda
Thomas smanettò sul cellulare e sospirò... la foto aveva superato le diecimila condivisioni. Quando sollevò lo sguardo la bionda lo guardava, sprezzante, mostrando una scollatura che faceva dell'ombra una strada verso il paradiso. Per lui, che continuava a ricordarla in quella foto, in quelle tette meravigliose che aveva subito mostrato agli amici, e condiviso, poi, senza ritegno, quando lei l'aveva rifiutato; per lui erano colline al limitare dell'inferno. Si alzò meccanicamente, poggiando i palmi sudati sulla sbarra di legno... dicevano gli fosse capitato il più severo. Cento euro per ogni condivisione sui social media, nell'ultimo caso simile. Ed è pure bionda, pensò Thomas, valutando inconsciamente, sotto l'ampia toga nera, le tette del magistrato. 

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"La prima sorsata di birra..." di Philippe Delerm***

C'era una volta, su radio 2, Dispenser, un dispensatore automatico di stimoli quotidiani. Era una trasmissione bellissima, tra le migliori, credo, che possano essere esistite in radio. L'ascoltavo poco, ma quando mi capitava, non me ne staccavo.
Inutile che andiate a cercare d'ascoltarla ancora, non va più in onda dal luglio 2010. (mi pare si possano recuperare i podcast, però)
Per conto mio, aveva una grande qualità, oltre a quelle normali. Spartiva bellezza. E a volte la creava. Matteo Bordone e in generale il modo con cui erano montati i servizi, come piccole pastiglie, riuscivano a fissare indelebilmente alcune cose nella corteccia cerebrale di chi ascoltava, se eri interessato.

Dispensava musica, letture, iniziative, stranezze di ogni genere, e in generale un mix fra le parole cultura, odd, weird e beauty.
Ecco. Alcuni libri, io li conosco per una puntata, pochi minuti, una lettura ispirata, dedicata da dispenser. Anche dopo anni, me li ricordo, e se li vedo, li considero.
E questo primo successo di Philippe Delerm (che poi ha scritto una valangata di cose), forse in italia sarebbe stato un po' meno successo se non ci fosse stato dispenser.
Ecco perché quando mi è capitato sotto mano l'ho subito rubato e messo nella biblioteca di scuola, non perché penso sia utile ai ragazzi - in realtà è molto ben scritto, ma non è quello che mi interessava - quanto perché ho pensato che quando volevo prendere un libro a caso, avendo magari uno o due minuti liberi, mi faceva comodo averne uno dove i pezzi durano una o due pagine. Al massimo tre.
La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita è proprio questo.
Un elenco di momenti felici, descritti in modo poetico, romantico, direi, a volte azzeccati e a volte un po' meno condivisibili, ma in generale quasi tutti leggibili senza fastidio.
Mi sembra doveroso, per cominciare e farvi capire, lasciarvi un esempio di come questo libro tratta i momenti di felicità (non trascurabile, come nel libro di Piccolo, che è molto simile a questo). Vi lascio quello che dà il titolo al libro, e che per me è e resta abbastanza vero, anche se non condivido la grande perdita di utilità dopo la prima sorsata, se proprio hai sete, e se le condizioni ambientali sono giuste. Tipo ieri notte, per dire, che era l'una, e sono andato nell'altra casa a bagnare i peperoni, che non mi stanno nascendo, e a lavare due piatti, che avevano il pelo lungo sennò, e a buttare due ceci, e a vedere quando mi scadeva la pancetta, e insomma... dopo aver fatto tutto mi sono seduto sulla panca, e faceva fresco, e mi sono messo la birra, quella del Papa, la Franziskaner, nel bicchierone da birra e me la sono goduta tutta, altro che il primo sorso, che forse era troppo gelato, a dirla tutta, ma insomma... eccovi come lo descrive Delerm (io questo pezzo lo trovo molto riuscito): 

È l'unica che conta. Le altre, sempre più lunghe, sempre più insignificanti, danno solo un appesantimento tiepido, un'abbondanza sprecata. L'ultima, forse, riacquista, con la delusione di finire, una parvenza di potere...
Ma la prima sorsata! Comincia ben prima di averla inghiottita. Già sulle labbra un oro spumeggiante, frescura amplificata dalla schiuma, poi lentamente sul palato beatitudine velata di amarezza. Come sembra lunga, la prima sorsata. La beviamo subito, con un'avidità falsamente istintiva. Di fatto, tutto sta scritto: la quantità, né troppa né troppo poca che è l'avvio ideale; il benessere immediato sottolineato da un sospiro, uno schioccar della lingua, o un silenzio altrettanto eloquente; la sensazione ingannevole di un piacere che sboccia all'infinito... Intanto, già lo sappiamo. Abbiamo preso il meglio. Riappoggiamo il bicchiere, lo allontaniamo un po' sul sottobicchiere di materiale assorbente. Assaporiamo il colore, finto miele, sole freddo. Con tutto un rituale di circospezione e di attesa, vorremmo dominare il miracolo appena avvenuto e già svanito. Leggiamo soddisfatti sulla parete di vetro il nome esatto della birra che avevamo chiesto. Ma contenente e contenuto possono interrogarsi, rispondersi tra loro, niente si riprodurrà più. Ci piacerebbe conservare il segreto dell'oro puro e racchiuderlo in formule. Invece, davanti al tavolino bianco chiazzato di sole, l'alchimista geloso salva solo le apparenze e beve sempre più birra con sempre meno gioia. È un piacere amaro: si beve per dimenticare la prima sorsata.
Vi voglio poi lasciare un altro pezzo non tanto per me ma per Elisa, che mi è venuta in mente lei, quando l'ho letto, con la sua collezione imperfette di neve in bolla di vetro, che poi, pure mia mamma, che fa collezione di presepi, ne ha tantissimi, di questi soprammobili che ci danno la gioia del'incanto. Eccovelo qua, ve lo copio.
È inverno per sempre, nell'acqua delle bocce di vetro. Ne prendiamo in mano una. La neve fiocca al rallentatore, in un turbinio che parte dal suolo, prima opaco, evanescente, poi i fiocchi si diradano, il ciclo turchese riacquista la sua fissità malinconica. Gli ultimi uccelli di carta rimangono sospesi qualche secondo prima di cadere. Una pigrizia ovattata li invita a raggiungere il suolo. Riappoggiamo la boccia. È cambiato qualcosa. Nell'apparente immobilità dello scenario, ormai si sente come un richiamo. Tutte le bocce sono simili. Un fondale marino popolato di pesci e di alghe, la torre Eiffel, Manhattan, un pappagallo, un paesaggio montano o un ricordo di Saint-Michel, la neve danza e poi pian pianino smette di danzare, si dirada, si spegne. Prima del ballo invernale non c'era niente. Dopo... sull'Empire State Building è rimasto un fiocco, ricordo impalpabile che l'acqua dei giorni non cancella. Qui il suolo rimane cosparso dei petali leggeri della memoria.
Le bocce di vetro ricordano. Sognano in silenzio la tormenta, il vento glaciale che forse tornerà o forse no. Spesso resteranno sullo scaffale; e noi dimenticheremo tutta la gioia che possiamo far nevicare tra le mani chiuse, lo strano potere di risvegliare il lungo sonno di vetro.
Dentro, l'aria è acqua. All'inizio non ci pensiamo. Ma a guardar bene, sulla sommità c'è sempre una bollicina. Lo sguardo cambia. Non si vede più la torre Eiffel in un ciclo azzurro di aprile, la fregata veleggiante sul mare calmo. Tutto diventa di una pesante chiarezza; dietro il vetro, galleggiano correnti in cima alle torri. Regni di grandi solitudini, meandri lenti, impercettibili movimenti nel silenzio fluido. Il fondo è dipinto di azzurro latte fino al soffitto, al ciclo, alla superficie. Azzurro di una dolcezza fittizia che non esiste e la cui beatitudine alla fine rende inquieti come il presentimento di un trabocchetto del destino in un primo pomeriggio oppresso di siesta e di assenza. Prendiamo il mondo tra le mani, la boccia presto è quasi calda. Un turbinio di fiocchi cancella di colpo l'angoscia latente delle correnti. Nevica dentro di noi, in un inverno inaccessibile dove la leggerezza vince la pesantezza. È dolce la neve in fondo all'acqua.
Poi come libro, che vi devo dire, che non tutti i pezzi, visto che sono passati decenni, sono attuali, anzi, qualcuno è proprio datato e lo leggi sapendo che quel piccolo piacere della vita non ha più senso o è stato sostituito da altro. Come difetto, almeno per me, c'è che ho notato un certo manierismo, nelle descrizioni, un voler descrivere in modo bello, più che descrivere il bello. E okay, ci può stare, ma nel momento in cui si cercava la bella frase, il bel lessico, la romanticheria forzata, ecco, il concetto però veniva meno, sembrava meno sincero. E' successo poche volte però, perché in linea di massima è stata una lettura piacevole, anche se non mi resterà un segno indelebile, visto che i piaceri sono piuttosto soggettivi. E tra l'altro, qui, ve n'è alcuni molto francesi (croassaint, per esempio, o il metrò a Montparnasse)
E infatti la chiudo qua... anzi no, visto che ho ancora il libro sottomano, vado a sfogliare e vi cerco un piacere che condivido, e mi è piaciuto... trovato! Andare per more, si intitola, e io per more ci vado, ci faccio le marmellate e a volte pure le caipirine, che son cose galattiche.
Si torna sempre nello stesso posto, lungo la stradina, al limitare del bosco. Ogni anno i rovi diventano più fitti, più impenetrabili. Le foglie sono di un verde opaco, profondo, i gambi ele spine di una sfumatura vinaccia che richiama i colori della carta vergata con cui si ricoprono libri e quaderni [...]
Sono piccole, le more, di un nero brillante. Ma cogliendole preferiamo gustare quelle che hanno ancora qualche granello rosso, un sapore acidulo. Le mani si macchiano presto di nero, ce le puliamo in qualche modo sull'erba bionda.  Sul limitare del bosco le felci si fanno rossicce, e pendono ricurve sopra perle violette di erica. Si parla del più e del meno. [...]
Abbiamo colto le more, abbiamo colto l'estate. Alla curva dei nocciòli, andiamo erso l'autunno.
bene. è tutto... ah, magari volete sapere quali sono questi piaceri della vita... vi saluto elencandovene alcuni. Un coltello in tasca, sgranare i piselli, odore delle mele, rumore della dinamo, autostrada di notte, croissant per strada, prendere un porto, un romanzo della Christie, il caleidoscopio, bocce per neofiti, bagnarsi le espadrillas, tour de france, leggere sulla spiaggia... 35 in tutto. E io vedrò di mettere in pratica - tra un'ora - il "fare una corsa davanti al mare e poi fermarsi a bere e mettere i piedi dentro l'acqua e farli gelare". E magari mi riesco a leggere un racconto di Montague che da tanto spero di. 

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"Conan - il ragazzo del futuro" di Alexander Key***

Sapete qual è una bellabrutta cosa di bazzicare una biblioteca e mettere via i libri? Che ogni tanto vedi un libro e ti sorprendi.
Per vari motivi, ti sorprendi.
A volte sono successivi.
Tipo sabato scorso, che ero lì, cazzabubbolavo per cinque minuti e guardavo i libri impacchettati da riporre.
"Ah ma è proprio quel Conan? Quello del cartone?"
Sì.
"Ah, quindi è un libro, cioè, c'è un libro che viene prima e che ne è stato l'ispiratore?"
Sì, c'è scritto così.
"Ah ma non è tanto lungo!"
E infatti sono appena 157 pagine, in questa versione del 1999 che vedete qui sopra.
Certo, avete capito bene, 1999, a cura delle edizioni Kappa.
E dopo parecchie vicissitudini, aggiungere, visto che prima di questa antica edizione il libro che ha ispirato il primo lavoro televisivo di Miyazaki era diventato quasi introvabile, questo romanzo di Alexander Key.
Adesso no. C'è una edizione del 2004, una successiva, e soprattutto una del 2014... insomma, il libro ha trovato i suoi estimatori, anche se probabilmente è per il grosso lavoro di spinta del mercato verso tutto ciò che fa il Mida Miyazaki, cartoni animati compresi.

Insomma... tante menate per dirvi che l'ho preso, e lunedì, che ero via a verona a fare l'uomo da volante e sala d'attesa, mi sono portato via, per dimenticanza, solo questo, e ho approfitta per leggerlo quasi tutto. Le ultime pagine le ho lette il giorno dopo.
E perché?
Perché questa scoperta, anche se non ero un patito di Conan e Lanna, anche se li guardavo, doveva essere assaporata, anche a costo di correre qualche rischio. Quindi, per dirla tutta, è un romanzo che sono contenti di aver letto, anche se, alla fine, è imperfetto.
Ora però direi che basta. Continuerà domani...
Sì perché ho sonno. Manca poco al letto, E mi si sta cuocendo la crostata, devo tirarla fuori alle 00.37 e ora sono le 00.27 e quindi ho giusto i dieci minuti per farmi un latte caldo da portare sul comodino.
Vi potrei dire, nel frattempo, che ho fatto la trota con gli urtiçons e che è venuta una squisitezza, pomodori e urtiçons nel burro con sale pepe aglio cipolla e prezzemolo... provate, orsù.
Bene... direi che vado a prendermi il latte dal microonde, tirò fuori 'sta roba e poi mi ficco nel letto... del libro vi parlerò domani.

La copertina della nuova edizione comunque dovrebbe essere questa, e non mi piace. Preferivo il Conan di Miyazaki, che ci sono affezionato, anche se Jimsy è chiaramente il nostro personaggio preferito (del cartone)...
Non è celebre, Alexandr Key, o almeno, a parte i due romanzi adattati a film disney, non ha avuto tradotto in italiano altri romanzi, e questo che ho letto quindi, resta una bestia rara, una roba per appassionati di cartoni giappo e in particolare di questo, cartone.

Bene!
Ordunque, si diceva di questo libro che ho letto per pura, purissima curiosità dovuta al celeberrimo (per me) cartone animato. I 26 episodi diretti da Miyazaki, infatti, col senno di poi, erano bellissimi. Un cartone che era poco per bambini, ma creava un mondo originale, post-apocalittico, e puntate come quella di Gimpsy e il maiale sono a dir poco scolpite nelle nostre cortecce cerebrali.
Ma il romanzo com'è, vi chiederete?
Il romanzo non è - a dirla tutta - un gran romanzo di fantascienza. Di fortissimo stampo antimilitarista e in parte molto orwelliano ha il merito di creare un mondo che è davvero inquietante. Industria, nome che per noi italiano leggiamo con la "u" ma che nel romanzo e nel cartone erano da leggere all'inglese, con la "a" tipo Indastria, dicevo, questa città moderna, post-nucleare, estremamente steam-punk, è qualcosa che angoscia, soprattutto per il modo in cui viene amministrata la vita, uccidendo la libertà di coscienza e di pensiero senza ucciderle veramente.
Il vecchio Patch, un borderline mezzo matto, nel romanzo si svela quasi subito per quello che è, togliendo ogni effetto sorpresa. C'è un buon crescendo, nel romanzo, con una fuga sulla barca e un inseguimento che sono avvincenti, così come avvincenti sono le vicende di Lanna (a tratti una pigna in culo, a tratti molto coraggiosa) e del suo comunicare telepaticamente con il Maestro (che poi è Patch). Si cade nel vuoto col finale, che sembra spezzato, interrotto, troppo brusco, e dà persino l'impressione di un'opera incompleta.
Si dà molto risalto, nel libro, alla forza fisica di Conan, che ha un fisicaccio e che - per questo - è ammirato e invidiato, visto che il resto del mondo vive di stenti ed è malaticcio.
Resta che comunque la lettura mi ha fatto piacere, ma devo comunque aggiungerci il piacere della scoperta di questo piccolo tesoro, per me, perché in effetti, se fosse stata un romanzo qualsiasi, sarei stato molto più severe, in certi passaggi. Il difetto maggiore, infatti, è nelle parti di azione, soprattutto verso la fine, dove non si capisce chi fa cosa e in che ordine.
Se poi lo si va a contestualizzare, (The incredible Tide è del 1970) potrei anche dirvi che comunque è invecchiato poco, e a livello di immaginazione siamo messi bene, il mondo costruito da Key è credibile e originale.
Ah, una cosa bella devo dirla però: il libro sfugge da una visione manichea della realtà, perché soprattutto alla fine, l'odio di Conan, per Industria e per tutto il nuovo ordine, viene mitigato dal maestro. Non ci sono buoni e cattivi, non ci sono vinti. Certo, ci sono approfittatori, ci sono persona crudeli, in apparenza, ma sono personaggi complessi. Lo stesso Orlo, che è il vero Villain, assieme al capitano, è un personaggio allo sbando, abbandonato, violento perché è il suo modo di sopravvivere. Apprezzabile, a tratti, quanto Conan che ha vissuto da solo per cinque anni.
Bene... basta così. Magari anche voi non sapevate che Conan e Lanna (con due n, non con una) facevano parte di un romanzo, e anche se non lo leggerete sapete una cosa in più. 
Io l'ho letto e mi sento un po' più figo. :)


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"Sempre meglio della realtà" di Daniele Titta****

E' successo via mail, più o meno così.
- Ciao, abbiamo visto il tuo blog, siamo una casa editrice, ti piacerebbe un ebook...
- Ciao! Ne sarei lieto, ma ho un problema serio di tempo, e mi dispiace dire di sì e poi non riuscire a... 
- Ah, okay, grazie per la franchezza, ma niente niente che... sicuro sicuro... 
- No.. no.. davvero, non riesco a leggere quasi niente, sul reader, o meglio, solo quando guido e si, insomma... a malincuore, davvero, ma non... 
- Senti un po', e se ti mandiamo la copia cartacea? 
- Orpo, ma no, ni, si, cioè, okay.... sono tentato, insomma, devo...
- No perché siamo sicuri che ti piacerà! Quando la leggi la leggi...
- Okay, dai, manda!

E fu così che ora sotto il mio naso una tra le migliori cose che mi è capitato di leggere in questo 2015 e senza dubbio una tra le migliori opere del mondo underground di racconti di genere!
E pensare che stavo per perdermela!
Sì, perché davvero io mi sento in colpa, con gli ebook, quando me li mandano, e può capitare che li leggo, magari anche subito, ma può capitare che no, e quindi, ecco... cerco di non dare speranze, se proprio me li mandano. Certo... la copia cartacea poi, poteva agire di più sul mio senso di colpa, avranno pensato, ma non sapevano che in realtà lo millanto ma non ne ho. Sono pieno anche di libri cartacei che mi hanno regalato e non leggo.
La verità è che faccio quel che mi pare :D
O meglio, quel che mi piace, se si tratta di lettura.

Il libro è Sempre meglio della realtà, di Daniele Titta, che poi è uno che è stato anche finalista al premio Urania, ma questo non vuol dire niente. Vuol dire invece che appena ho cominciato a leggere il primo pezzo... (per la cronaca, non mi ero nemmeno reso conto che fossero racconti, e infatti, a un certo punto, nel primo pezzo, mi stavo dicendo "ecco, ora per come è costruito, questo pezzo dovrebbe finire, e non andare avanti altre pagine, e infatti, un paio di pagine dopo, il primo racconto è finito, rendendomi felice)  ho capito che la scrittura era buona, avvincente, con uno stile già maturo, e una costruzione della storia che sapeva già dove andare e quali pesi dare ai vari personaggi e avvenimenti. E il primo pezzo, un horror sovrannaturale intriso di intimità quotidiana e umanità con egoismi vari, non è nemmeno tra i miei preferiti, pur essendomi piaciuti tutti, i racconti.
Il fil rouge è l'ambientazione post-apocalittica, con una nave spaziale - la Geenna - con cui Satana (lui? quel satana? o un altro potere cui è stato data questa personificazione, visto che è piena di demoni al proprio servizio, ma che nulla mi vieta di pensare siano alieni demoniaci) ha lanciato il psicoattacco alla Terra, devastandone le menti, a cominciare dal quelle meno strutturate dei bambini. Oh, certo... l'umanità è dura a morire, si sa, e proprio in questi suoi rigurgiti di vita, fra epidemie e follie, Titta ci racconta storie.

Rassegnazione, nichilismo, profondissima quiete del senno... ingredienti che ti lasciano ancorato alla pagina, in mezzo a una piacevolissima malinconia, a uno struggimento grigio e potente. Si rimane soddisfatti e pensierosi, dopo ogni racconti, in cui - consciamente o inconsciamente, non so - ci sono simboli e la quotidianità orrifica di un mondo allo sbando si mescola a quella molto più spiegabile e accettabile di una psico invasione aliena.
I cultori delle storie post-apocalittiche devono, dico devono, leggere questi racconti. E anche gli scrittori d'horror, quelli che non hanno ancora capito come si costruisce l'orrore, e spesso lo confondono con lo splatter, o con la paura.
Non ne hanno, i protagonisti di queste storie. Provano altri sentimenti, ma non la paura, non il terrore. Non ne hanno avuto tempo e ora non ne hanno più voglia.

Io invece una voglia ce l'ho. Voglio farvi leggere qualcosa. Vado a prendere uno dei miei pezzi preferiti. Una storia innestata sull'invasione, ma che la utilizza per raccontarne un'altra potenzialmente già valida, ma a cui il contesto fa da megafono.
Ecco, ho trovato. E' un pezzo lungo, ma se lo leggete, vorrete leggere anche il resto.
Cristina ha subito un'operazione, di quelle che ti sfigurano, che ti fanno diventare da donna a nulla, e Vanni è il fratello di un folle omicida, che occulta le donne nei bagagliai della montagna di carcasse d'auto del loro parco di demolizioni. E qui si innesta l'incrocio con la psico invasione, in un contesto di senni quasi folli che si incrociano, personaggi credibili, lei in fuga verso il nulla, lui orfano del fratello e del mondo, tutto che va a rotoli. Ecco qua, leggete un po' voi:

Qualcuno aveva scritto con uno spray rosso sulla colonna del cavalcavia: "Distruggete Geenna!"
Fu in quel momento che vide la Clio venire giù a forte velocità dalla rampa del viadotto. La strada era sterrata e gli pneumatici sollevavano volute di polvere che nella luce pallida della mattina prendevano la tonalità del rame.
Tre ragazzini vestiti di stracci correvano dietro l'auto brandendo spranghe e bastoni. Vanni li aveva visti spesso gironzolare in zona, abitavano nell'accampamento di vagabondi poco distante. Dovevano aver percepito che in giro era cambiato qualcosa e si erano lasciati andare all'anarchia.
La donna al volante della Clio iniziò a suonare il clacson per attirare la sua attenzione. Non si sarebbe mai fermata in tempo. Per fortuna il cancello era aperto e lungo la discesa l'auto si era distanziata dagli invasati che le correvano dietro.
La Clio si infilò nello sfasciacarrozze, le gomme bloccate dai freni ma spinta in avanti dall'abbrivio. Senza pensarci, Vanni si precipitò a chiudere il cancello, che adesso gli sembrava pesantissimo.
L'auto si schiantò contro il muretto opposto. Il radiatore esplose, il parabrezza si imbarcò e si polverizzò. L'airbag si aprì, schiaffeggiando Cristina e ricoprendola di polvere sintetica.
Il primo dei ragazzi che raggiunse il perimetro dello sfasciacarrozze cercò di colpire la mano di Vanni con la spranga, ma mancò il colpo. Aveva il viso sporco e puzzava. Sedimenti di bava secca agli angoli della bocca. I denti avevano già iniziato a marcire. Vanni non aveva mai avuto noie con i vagabondi, perché si stavano comportando come cani rabbiosi?
- Vado a chiamare mio fratello. Sta dormendo, ma lo sveglio se non vi levate dai coglioni. E lui odia essere disturbato...
Vanni mimo con pollice e indice il segno della pistola.
Erano   arrivati   anche   gli   altri   due   inseguitori.
Sembravano perplessi, come se riuscissero a controllare il furore che li rodeva solo con immenso sforzo. D'un tratto, il primo arrivato al cancello si immobilizzò, sollevò il mento e si mise a fissare un punto indefinito a mezz'aria. Vanni si voltò per controllare che non ci fosse nessuno alle sue spalle, ma vide solo la ragazza alla guida della Clio che scendeva dall'auto in una nuvola di borotalco.
Senza una parola, senza un gemito o un lamento, il ragazzo si mise seduto a gambe incrociate. Non aveva espressione: non di estasi, non di noia, non di spavento o rassegnazione. Ogni impulso emotivo era defluito dal suo volto con rapidità sorprendente.
Gli altri due restarono pietrificati dall'evento. Non doveva essere nuovo per loro. Scapparono via, urlando mozziconi di frasi: - Anche lui... Il diavolo ti riduce a bambola...
Prima si sfamarono con le scatolette che Cristina aveva portato con sé, poi lei chiese a Vanni di potersi cambiare. Si sentiva lercia. Mentre si spogliava nel minuscolo cessetto della baracca uso ufficio, Cristina lasciò la porta semiaperta per accertarsi subito delle intenzioni di Vanni. Lui non la deluse. Fingendo di sistemare la finestrella basculante a metà strada tra la branda e il bagno, Vanni sbirciò il corpo nudo di Cristina. A lei non dispiacque. Se la stava godendo, senza preconcetti, senza giudicarla migliore o peggiore di com'era prima delle operazioni.
Quando Cristina tornò nella sala ufficio, Vanni non cera più.
Lo trovò fuori, accosciato vicino alla Clio, intento a valutare i danni dell'impatto contro il muro perimetrale. Tutto in quel luogo sembrava un misto di polvere e metallo. Lo spiazzo era riarso, la terra compatta e dura. Sulla sinistra, la montagna di auto che incombeva su di loro.
- Puoi rimetterla a posto?
Cristina dava per scontato che, per sdebitarsi della carne in gelatina e dei fagioli, Vanni dovesse aggiustarle l'auto. Di pezzi di ricambio ce ne dovevano essere in quantità.
- Devo cercare in giro. Sì, qualcosa si può fare... Pareva imbarazzato, si grattava la testa.
-  Sei gentile. Ce la fai entro oggi?
- Dipende.
Vanni odorava di selvatico. Di pelo bagnato, di scarsa igiene intima, di sbavata di bestia. Cristina inalava quel sentore di stallatico a pieni polmoni. Era carne, era vita, per lei che da troppi mesi era stata toccata solo da mani sterili e guanti di lattice.
- E di quello laggiù, che vuoi farne?
Con l'indice Cristina indicò il vagabondo fuori dal cancello. Non si era mosso di un millimetro. Sembrava non sbattesse nemmeno le palpebre. Di certo i suoi bulbi oculari si erano già seccati. Immaginò i corvi affamati che calavano sul quel corpo e lo smembravano. Prima si sarebbero cibati degli occhi, strappandoli fino alla radice a beccate, poi avrebbero banchettato con le sue parti molli, sbranandolo pezzo per pezzo, fino a quando il cuore del contaminato non fosse esploso.
Vanni fece spallucce. Con quella salopette di jeans rendeva alla perfezione lo stereotipo del bifolco.
- Dai, fammi lavorare - disse. - Tu intanto fai quello che ti pare.

Piaciuto? Io lo trovo ottimo. Con clima e una magrezza delle frasi che è quanto cerco quando leggo storie di questo tipo, e che ben si adatta a ciò che sta raccontando.
Gli altri racconti sono tutti sulla stessa linea, forse un paio più classici, ma non scontati e comunque gradevolissimi. Oltre a questo, che si intitola "Distruggete Geenna" a me è piaciuto molto "Cornelius" dove un gruppo di superstiti accetta in vario modo il virus che li deforma e che, già lo sappiamo, li ucciderà. E mi è piaciuto "Risacca" una storia d'amore con sullo sfondo quel che resta del mondo e un aereo. E stavolta ambientato in mezzo alla foresta inaccessibile e ai cannibali, anche Il sogno del Delfino è stato tra i miei preferiti. In totale sono 9 pezzi, per poco più di 200 pagine, e tutti belli.

Poi che altro dire... Che lavori come questi servono a capire la bellezza dei racconti, della narrativa breve. La storia da raccontare, qui, è pesata e misurata per lo spazio che le è concesso, non si va oltre, allungando, non ci si concede personaggi o azioni superflui.  Insomma... mi è piaciuto proprio. 
E chiudo dicendo che è uno di quei libri che ti va di tenere lì, nella libreria, dove magari ti dimentichi i titoli e le trame, ma le ambientazioni, il nichilismo serpeggiante, ecco... quelli ti restano addosso. Te li ricordi, ti entran dentro ed è questa, la cosa migliore: l'umanità descritta senza filtri e senza attenuanti. 

E direi che è tutto, e che voi, là fuori, se amate questo letture che risuonano di echi che vanno dal Barker al Palahniuk, dal Pelevin a tutto quello che è cupezza e mancanza di speranza, ecco, leggetelo, soprattutto se amate gli scenari post-apocalittici e le storie che usano il piede di porco della fantascienza per scardinare la porta serrata della cruda natura umana. 

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