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"Bellezza" di Kerascoët e Hubert****

Giulia mi ha regalato Bellezza, prima di Natale. Mia madre oggi mi ha regalato una tovaglia ricamata dalla tenda verde che avevo alla porta ricamata con un uno pseudopaesaggio centrale e 4 cose agli angoli che dovrebbero essere mosca-gatto-melo e non ricordo cosa. La tovaglia-tenda, Giulia, i disegni e questo libro sono a loro modo collegati. 
E c'entra la bellezza. 
Sono tutte cose ai miei occhi molto belle.
Perché è di questo che parla questo librone galattico.
Delle cose belle che vediamo brutte, certo, ma soprattutto delle cose brutte che vediamo belle.
Poi okay, ci sono le cose belle che vediamo belle ma non ce ne sono in questa graphic novel.

E' un libro della Bao. Sono tante, tante pagine. Ed è una lettura lunga e piacevole, che unisce tre parti di una unica storia e i disegni, il tratto, è la cosa che all'inizio colpisce di più.
In quel bianconerogiallo con quei tratti decisi, e quelle curve morbide ma ugualmente sgraziate, la prima impressione è: orko, che roba, mica bello... ma no, spetta, perché... e invece.
Fino ad arrivare ad alcune tavole grandi, in cui il tratto e lo stile ti hanno un po' rapito e fai Occazz! che bello!
E insomma... la bellezza del non a prima vista bello, tanto per cominciare.
E l'effetto straniante ha un senso inverso nella storia, nei contenuti, nella storia. 
Perché sì, è una fiaba, e si parte sui passi di Cenerentola, o meglio, la nostra Baccalà, che è brutta. 
Brutta e puzza di pesce, perché è una sguattera, e vive con due sorellastre, e una sorta di amico ciccione e gaio, e insomma... c'è il re che viene a scegliere la figa e lei, che è proprio cessa, ovviamente soffre blablabla. E qui uno pensa che sia una bella rivisitazione della favola, ma poi, invece, la narrazione diventa straniante. Arriva il rospo con dentro una creatura da liberare. Sarà un principe? Ci si chiede. No. E' una fata. Non una qualsiasi, si scoprirà. Una fata che diverrà figura ambigua e potente e regalerà, appunto, bellezza a baccalà.

E cosa succede se regali la bellezza infinita a un baccalà?
Casini. Parecchi, casini.
Perché l'estetica è un qualcosa che va gestito, un qualcosa che va domato. O usato.
E' un percorso, quello di Bellezza, piuttosto contorto e che non saprei nemmeno se definire di crescita ed evoluzione. Perché certo, da una Bellezza che cade vittima della bellezza si arriva a una Bellezza cosciente, potente, e non sei sicuro di chi delle due preferisci, semmai ne preferisci una. Ma ci sarebbe anche un altro taglio, da dare alla storia, ed è quello di non guardare la protagonista della storia, ma guardare tutto quello che le sta intorno. O meglio, guardare come reagiscono alla sua bellezza tutti quelli che le stanno intorno. Per loro bellezza porta solo aspetti negativi. Invidia, Desiderio insiano, violenza, rabbia, possessività. Ed è decisamente poco fiabesco il comportamento di Re e nobili, di soldati e principesse. La bellezza fa male, a tutti. Sembra questo il messaggio.
Ma la cosa terribile è che la bellezza di Bellezza non esiste. E' negli occhi di chi guarda, diremmo in modo poetico, ma qui non c'è poesia, ma un perfido incantesimo. 

E ci sono figure che emergono davvero, in questo marasma di guerre per la bellezza. C'è la sorella del Re, che è altrettanto brutta, ma intelligente, stratega, in grado di usare e godere delle proprie qualità. E poi c'è un innamorato vero, di Bellezza, che l'ama oltre a volerla, e non solo per la bellezza. 
C'è un'altra parole che vagola sempre in tutte queste tavole: cecità. Non come parola, ma come atteggiamenti, come comportamenti, come azioni. La Bellezza che crediamo di vedere e volere ci rende ciechi. Cattivi, rabbiosi, irrazionali e ciechi.
Insomma... ci sono un sacco di morti, per colpa della bellezza, in questa novel.
C'è anche molto erotismo. Quell'erotismo minimale dell'art noveau che fa un po' pin-up e un po' figura espressionista. Ed è bello, anche se non amate (tipo io) l'art noveau e tutto quel periodo. 
Anzi... forse il mio ridotto appeal iniziale è soprattutto soggettivo. 
Alla fine dei giochi, è davvero un bel regalo ed è, tra l'altro, qualcosa che hai voglia di prestare e di rileggere. Di scorrere. Tra l'altro, se all'inizio sembra che domini il segno, poi dominano i contenuti. E' davvero una storia particolare, per certi versi anche cattiva, ma con una parabola strana, sghemba, che sfugge sia alla fiaba, sia alla contro-fiaba. 
I due autori (Marie Pommepuy e Sébastien Cosset) in certe pagine riescono davvero a non farti capire a cui chi prestare più attenzione, se alla storia o alla tavola. 
E insomma... basta così. 
Se avete gente a cui piacciono le grafic novel, questa è davvero una cosa grossa (anche nelle dimensioni e nel cartonato) e se non ce l'hanno, qualsiasi siano i gusti, è davvero difficile negare che questo sia un gran bel lavoro. 



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"La chiave a stella" di Primo Levi****

It's Natale, ho un piede sfasciato, ho divorato già tutti i marron glacè, la brovada mit muset e devo ancora aprire il mio Gesù bambino.
Di buono c'è che approfitto per fare cose seduto al PC tipo mettere via tutti i pochissimi libri che ho letto e non ho recensito ma che non ho certo intenzione di riporli senza parlarne.
Soprattutto quando sono bellibelli.
Tipo questo.

Che poi, che io sia un amante delle raccolte di racconti si sa, e anche che io adori lo scrivere di Levi dai tempi della doppia lettura celebre, è ovvio. E già da quella volta, ricordo, avevo recuperato questo libro, ovviamente incontrato per caso mentre forse cercavo l'altro, La tavola periodica, e messo lì.
Mi piaceva l'idea che stava dietro a entrambi, perché adoro ordire trame che sottostanno a storie divise tra loro che finiscono per allinearsi a uno stesso disegno.
Mentre la tavola periodica parla da sè attraverso il titolo, questo forse è un po' meno celebre, non so, ma anche qui, alla fine, il titolo è perfetto.
Una chiave a stella, un attrezzo. Perché Levi, lo sapete tutti, immagino, era un chimico, e come per altri, non ha mai rinnegato la sua passione lavorativa per la scrittura.
E quindi, dopo averlo letto, una domanda ti arriva come una fucilata: ma perché è così poco citato e celebre, nella produzione di Levi e della narrativa breve del Novecento, questo lavoro.
Okay... siamo d'accordo, non è un lavoro che mette l'asticella in alto, a livello di contenuti o forma, ma è un lavoro maledettamente sincero ed estremamente godibile.

Di cosa parlano questi racconti, intanto.
Di lavoro. Del lavoro di Libertino Faussone e di Primo.
Il Faussone è un montatore di gru. Gru che servono a far ponti, strutture. Cose così. Lavora in giro per il mondo. E sa il fatto suo. Ha scelto di non avere radici, e ha scelto che il suo lavoro gli piace. Gli piace fare le cose per bene. Traspare sempre, nelle sue parole, la soddisfazione di un lavoro ben fatto. Qualche riflessione sul come sia piacevole lavorare bene la si fa, ascoltando il Faussone. La passione, ecco... quella sincera. Un personaggio meraviglioso, il Faussone.
Che Primo conosce in Russia, per caso, entrambi lì per motivi diversi, entrambi lavorativi.
Anche Primo ha la passione per il lavoro, e lo si capisce da questo personaggio che si è inventato per poter tenere un registro basso. Per potergli far dire, a volte, cose che in bocca a lui "studiato" non starebbero bene. Non cose sconvenienti, no, ma pensieri che hanno la loro forza nella spinta data dalla semplicità, e in bocca a uno chimico scrittore non avrebbero pari sincerità.
Ti piace da subito, il Faussone che spiega.
Anche perché noi che leggiamo (a meno che non siate un montatore di gru) siamo Levi e facciamo le domande che farebbe chiunque non sia uno del ramo. 
E così impariamo un po' come si lavora nei grandi impianti e come si vive dove si montano i grandi impianti. Serve sempre un qualche attrezzo, pronto, nella vita. Per Tino è la chiave a stella, per voi qual è?
Per me una penna. Ci ho pensato. Sono bravo a spiegare le cose, a scrivere i pensieri, e mettere insieme delle cose e farle diventare espressione scritta che migliori l'ignoranza. A inventarmi schemi, soprattutto, e mappe mentali che portino per strade alternative in luoghi di solito difficili da raggiungere.
Se leggete Faussone che vi racconta le cose e Levi che ascolta e chiede, anche voi tenterete di capire qual è il vostro strumento. Dobbiamo avere tutti una chiave a stella, per vivere con della soddisfazione.

Ma torniamo ai racconti.
Sono del 1978 e hanno vinto il premio Strega. E anche se sono racconti è comunque un romanzo, si dice, ma io dico che non è importante. Una trama c'è, questo sì. Levi viene mandato dalla propria ditta a scoprire perché una verniche che hanno progettato è difettosa, visto che per loro non lo è e sembra esserlo solo nello stabilimento dei russi, sul basso Volga. Un mistero vero e proprio. E mentre è lì che cerca di capire perché un lavoro ben fatto apparentemente sia difettoso, Levi ascolta le storie di Faussone e ce le racconta, con il dichiarato intento, mentre Tino racconta, di farne il libro che stiamo leggendo. Ecco che si entra spesso nel parlato con il lettore, con Levi che dice cose che Faussone gli aveva detto di non dire o cose che non vorrebbe si dicessero. Una avventura la vive anche lì, Primo, con parecchia neve. E alla fine, il mistero viene sciolto e ci salutano, lui e Faussone.

Le storie sono: Meditato con malizia, Clausura, L'aiutante, La ragazza ardita, Tiresia, Off-shore, Batter la lastra, Il vino e l'acqua, Il ponte, Senza tempo, la coppia conica, Acciughe I e II, Le zie. 14 storie per 180 pagine, ovvero della lunghezza giusta per goderseli a pezzi, con del tempo in mezzo, senza stancarsi mai.
Difficile dire se ci sia qualcuna che spicca. Certo... il ponte che ha perso la gara contro la natura, vi resterà addosso per il suo senso di catastrofe, come le zie di Faussone e il suo non volersi legare a qualche brava ragazza vi resterà ugualmente in testa. E vi piaceranno anche i problemi chimici di Primo con le acciughe. Ma la verità è che è un viaggio che ha senso se compiuto intero e benchè ogni racconto cammini con le sue gambe questa una raccolta coesa che si apprezza nella sua intierezza.

Poi?
Poi niente. Sto approfittando per recuperare della musica che mi sono perso durante l'anno e scopro che il disco di Ariana Grande è molto bello e che mi sono completamente scordato di ascoltare Corgan. E scopro che devo ancora ascoltare i purple mountains e che sto ascoltando troppo fka, niente, cercherò di mediare tra tutto ciò. E adesso torno a sistemare cose vecchie, visto che la convalescenza imposta spinge all'ordine. Il libro lo ripongo e sarà sempre lì, sui miei scaffali, in questa edizione ingiallita ma preziosissima.

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"La scuola di pizze in faccia del professor Zerocalcare" di Zerocalcare***

Voglio bene a Zerocalcare. 
E non come una certa zona di gente, che è quello del post trip Kurdi Kobane Calling ecc. E nemmeno quello del "lo leggevo su fb quando tu nemmeno sapevi esistesse".
O meglio, assieme a questi due beni c'è anche il bene che mi viene da volergli quando non hai più tempo per leggere nulla ma un fumetto, che è poi una bella storia di storie, lo riesci a leggere e ti lascia anche qualcosa. E poi c'è che a chi ti fa fare due belle ghignate un po' di bene gliene vuoi sempre.
Ecco. Tutti questi beni ci sono, anche adesso che Luca mi ha prestato l'ennesimo tomo zerocalcarico. 
E non mi va di restituirglielo, domani, senza metterci due righe sul blog. E allora ce le metto.
Anche perché ho anche quell'altro, a casa, da leggere, quello che è il catalogo della sua mostra. Che poi, l'altro giorno, pure il film mi sono visto, e alla fine, a parte un Secco perfettamente identico al Secco del fumetto, be', non mi è dispiaciuto. 
Insomma... questa uscita di Pizze in faccia l'ho alla fine letta volentieri.

Non bello come altri, questo no. Ma comunque bello, ed è normale. L'Universo di Zero è quello, fatto di personaggi che come lui nella vita si evolvono, a cui succedono cose, e non è che nelle vite devono sempre succedere cose galattiche, che uno può rendere poi ancora più galattiche col potere del graphic novel.
E infatti, le storie meglio riuscite, sono proprio quelle che attingono a quell'universo, quelle con dentro serie tv, pokemon, videogiochi, cavalieri dello zodiaco, centri sociali... Quelle della prima e seconda parte, insomma. Quelle dove una piccola cosa diventa LA COSA e tutto ruota attorno alLA COSA, compresa l'immaginazione. Anzi, soprattutto l'immaginazione. 
Ecco che non puoi non goderti la guerra per il bracciolo centrale, soprattutto quando il nemico diventa una suora con la faccia da pesce gatto. E non puoi non solidarizzare con chi, come tutti, nei viaggi lunghi con gli sconosciuti non sa che cazzo dire e magari, soprattutto, non vuole dire un cazzo ma non si può. Ecco. Direi che Zerocalcare è proprio lì che impera: nel Ma non si può.
Perché potresti anche startene a dormire sul divano come ho fatto io ieri "Ma non si può"
Perché potresti anche fregartene dei coglioni sui sociale "Ma non si può"
E ci sono un sacco di cose che ci hanno insegnato (o siamo noi così?) che si potrebbe anche lasciare che siano, ma non si può.
In queste storie - che poi qualcosa avevo già letto anche se non ricordo dove ma è una raccolta di cose del blog di repubblica o salcazzodove sono state pubblicate - la parte migliore è proprio quella. 

La terza parte, infatti, dedicata a Zero che va a Venezia, alla mostra del cinema, e ci racconta di come la vede lui. Ecco, lì mi è piaciuto un po' meno. Okay... io non sono un grande cinefilo e ovvio che ti piace di meno, direte voi, ma è anche altro. Per raccontare le cose vere che non tutti sanno devi dire delle cose per spiegare di cosa parli. E questo appesantisce le vignette, se non altro con una quantità di testo in più. Se ti piace, okay... ma se magari non hai cazzi, la striscia comincia ad appensantirsi anch'essa e te la lasci scivolare via. Un po' come se ti fossi stancato. 

E poi, alla fine, comunque, c'è un piccolo regalo. Un gioiellino che parla di autocensure. Ed è qualcosa che ti lascia un segno. Del resto, si cresce quando si comincia a gestire le proprie autocensure. E niente, tutto questo per dire che - come sempre - se non siete appassionati di graphic novel, Zerocalcare fa per voi. Se lo siete, invece, già l'avete letto e lo conoscete. 

Ah. Ultima cosa. Eclatante, direi. 
C'è una storia che parla di una delle paure di Zero che è anche una delle mie. 
Che poi non è paura, è realtà. Lo vedete tutti voi come intorno, in nome del decoro, anzi, Decoro, si giustificano i peggiori divieti, le peggiori nefandezze, la più autentiche violenze e repressioni. Ecco. La storia di zero è come il racconto che apre Bisest e parla della Città del Decoro.
E niente... fa impressione vedere le stesse cose e avere le stesse paure.
(aggiungo anche che Zero ha fatto una presentazione dove lui era l'imputato e anche io un paio di settimane fa ho fatto una presentazione dove io ero l'imputato. Who's copying who? Kisse!)


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Mettere il Tagliamento in un Giallo Mondadori

Quest'estate, ad agosto, c'era la premiazione del Premio Scerbanenco, a lignano. 
E' un premio giovane, creato e organizzato soprattutto da Cecilia Scerbanenco, la figlia di Giorgio, e organizzato nella sua Lignano. Ci sono affezionato. A tutte le cose che contiene. A Lignano, in cui ho vissuto buona parte dei fine settimana della mia vita, in tutte le stagioni. A Scerbanenco, di cui ho letto abbastanza, in tempi recenti, e che senza dubbio ha un bel posto d'onore tra i miei scrittori preferiti. Ai concorsi di racconti, che restano, per me, la forma letteraria per eccellenza. 
Poche sensazioni di gioia letteraria sono paragonabili a quelle dell'iniziare un racconto perfetto. 
Sensazioni che mi hanno datto gente come Calvino, Buzzati, Levi, Ballard, Lansdale, Dick, Borges, Carver, Dahl, Barker e molti altri tra cui, per l'appunto, Scerbanenco.
Ah, che bella storia, dici, dopo aver letto l'ultima parola.

Ecco. 
Per questo motivo, al Premio Scerbanenco cerco di partecipare. Anche se non scrivo quasi più, o comunque molto poco, con il tempo e la creatività divorati dal lavoro.
Ma la scorsa estate ho dedicato a scrivere racconti per questo premio.. Uno è rimasto in bozza. Era una partita di briscola col morto troppo complessa per essere ficcata in diecimila caratteri. Sì, perché quello è il limite. E scrivere gli elementi del giallo in diecimila carattiri è quasi impossibile. Intendo inserire abbastanza personaggi che possano essere colpevoli, sospettabili, e farli conoscere perché il lettori li disprezzi o giustifichi. E magari lasciare sullo sfondo l'ambientazione, ché sia anch'essa personaggio. Ecco. In due racconti sono riiuscito a fare quasi tutto, e non erano male. Non quello che avevo in testa ma sufficienti. Uno era in seconda persona (quasi tutto, perché tutto è un po' difficile, se vuoi lasciare un effetto "Oh" alla fine). E quello in seconda persona aveva il difetto di aver costruito i personaggi su luoghi comuni, perché mi sarebbe stato impossibile farlo per chiaroscuri. Amen. La verità è che oramai la gente è diventata così, luoghi comuni, che ragiona per frasi fatte pronunciate da qualcuno o lette su facebook sotto una immagine. I tempi sono cambiati. Aveva il pregio di un incipit di cui ancora adesso ed era ambientato Sul Tagliamento
Ci vado d'estate, sul Tagliamento, tra i sassi, a fare il bagno, dormire, leggere. 
Ci vado poco, ma cerco sempre di riuscirci. Il fiume non è il mare, e se dovessi scegliere tra i due, sono e sarò sempre persona da fiume. E mentre ero lì a guardare la vegetazione mi è venuta in mente la metafora dell'incipit. Era una settimana che la cercavo. Poi mi vengono a dire perché scrivo poco... e sticazzi. Vabbè. Quel racconto, Sul Tagliamento, è quello che ha vinto. La protagonista è una donna. Una donna che ho conosciuto, dall'esterno, in cui sono cercato di entrare. Ci sono eroi di cui pochi scrivono, e alcuni di questi sono quelli che hanno consacrato la vita e il tempo libero a quei lavori che non danno tempo libero. Che ti rendono, alla fine, diverso dagli altri. Fare il poliziotto è uno di questi. La poliziotta, anche peggio. Bene. Ora sapete cosa ci trovate in quel racconto, pubblicato in coda alla pubblicazione di questo "Urlo" di Margaret Millar.

Poi ci sarebbe da dire altro. 
Non lo so. Tipo che il premio Scerbanenco ha fatto una pubblicazione dei racconti di questi ultimi anni, il podio, e in cui ne ho altri due. Anche perché alla prima edizione ero arrivato terzo e a quella dopo avevo vinto, seppur a pari merito, anche se nessuno se ne è accorto. Che non sono andato alla premiazione perché ho aspettato fino al venerdì della settimana precedente per sapere se dovevo, poi ho prenotato la vacanza e ovviamente la mail è arrivata il giorno dopo e così mi sono perso Lucarelli e Franco Forte con mio super rammarico. E pur all'altra edizione in cui avevo vinto non sono potuto andare perché c'era il matrimonio della cugina. Insomma... destini non incrociati, me e questo concorso. Ma son solo chiacchiere. Mi faceva piacere dirvelo e poter dire, come i bambini piccoli, che sono stato pubblicato da Mondadori. Un po' come mio nonno, che gli ultimi mesi, raccontava di avere cinque case, perché contava le cinque cucine a legna che aveva nel cortile, messe in 5 tuguri non agibili, e per lui, dove c'è una cucina c'era una casa. 


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"Cento poesie d'amore a ladyhawke" di Michele Mari***

Mi dispiace restituire un libro senza lasciare nemmeno un paio di righe sul blog. 
A volte capita.
Ieri sarebbe potuto, ché dovevo ridare ad Astrid del ciel questo librettino che le rubai due settimane fa. Ma mi sono fatto fare delle foto alle poesie, così ora che le voglio cancellare, mi ricordo di scrivere qui due righe.
Poesie.
Poesie a ladyhawke.
Ci sono cento poesie, quasi tutte brevissime, eccetto una, che ho letto ieri, e chiude la raccolta, e cita una paccata di fiori in una sorta di metaanafore che può rischiare di esser stufosa ma che melodicamente, se letta ad alta voce, alla fine, mi è piaciuta. E' una tra le pochissime cose di questo libro che ho letto due volte.

Perché sì, sta cosa del leggere le poesie, ultimamente, è diventata un buon metro di giudizio. E' una ricetta. Per me la ricetta comprende: divano, silenzio, gin tonic caipi o birra (dipende dalle poesie), pace, notte e doppia lettura ad alta voce. E vicino, spesso, anche carta e penna, per i pensieri che si avvicinano, richiamati dalle parole. Se leggo due volte, o addirittura tre, è perché sono belle, o difficili ma belle, o complesse ma meritevoli di essere scrutate, anche se colte. Facendo così, il libro di Cappello di qualche mese fa, di cui vi parlai, ci misi boh, 5-6 mesi. Perché una a volte mi impegnava tutta la sera. Come a masticare la liquirizia, quella di legno. 
Ecco. Con queste poesie di Michele Mari non è accaduto. Vuoi perché sono corte, vuoi perché erano così dirette, diluite nel poco spazio, che una lettura era sufficiente. 
Mi hanno fatto pensare ai miei pensieri di gelo. 
I pensieri di gelo non sono poesie. La poesia è distillato. I pensieri di gelo servono a fissare le intuizioni, le idee, le immagini soprattutto, le emozioni. Li butto lì, e poi chissà, un domani magari vorrò scrivere le poesie, quelle vere, e allora andrò a cercarli, a spremere, a distillare le parole. Diciamo che da una dozzina di pensieri di gelo, a spremerli, ne escono una decina di versi buoni. Non buonissimi, o eccelsi, ma buoni. 

Ho avuto più o meno la stessa sensazione. Come se volontariamente si fosse lasciata liquida la sostanza di cui sono fatte queste poesie. Tante citazioni, qualche calembour, qualche ellisse e comunque delle belle trovate. Non posso proprio dire che non mi sia piaciuto leggerle, queste cento poesie, ma a prenderle una per una, no, non riesco a dire che siano molte che mi sono rimaste addosso, che leggerei e rileggeri, cercando. 

Ieri, dicevo, ho fatto fare ad Astrid delle foto, scegliendo quelle che piacevano a lei. Ma sarebbero dovute piacere anche a me. Vediamo. Vi lascio qualcosa, perché sappiate cosa c'è in questo piccolo libretto della Einaudi dalla copertina con la penultima poesia che a me, onestamente, non pare né rappresentativa né tra le migliori. 
Ecco questa. Questa è rappresentativa.
Sulla tovaglia piena di briciole

avete risolto tutto in famiglia
giocando a poker coi borlotti
         mentre io sul panno verde
         lustravo la medreperla
         di fiches leggendarie
         come il mio amore.
Ecco. C'è quella bella idea del poker, l'utilizzo della parola borlotti, davvero perfetta qua dentro, in quel verso e poi la madreperla che prelude a un gran finale e poi boh, muore lì, si perde, quasi ti infastidisce quella chiusura, quel fiches. La leggi, e no, non la rileggi fino in fondo, veramente. Ti fermi a madreperla e giri pagina. Mi è piaciuta, sì, ma un po'.
Vediamo un'altra.
Ecco, questa mi è piaciuta. Il lupo è caro a queste poesie, come il falco. Ovvio.
Non piangere sul latte versato
verrà di notte il lupo

a leccarlo
perché il lupo è vago
delle cose perse.
Sì, questa è bella. Il cuore è in quel vago, e nel ribaltamente con il "delle" del verso successivo, che cambia sapore e rende lo smarrimento invaghimento. Questa è tra quelle che ho riletto. 
Vediamo una ultima, ché così vi spiego anche la cornice. Sono tutte dedicate a una donna, ovvio, o meglio, a una bambina, con l'amore dei banchi di scuola che percorre una vita. Sono piene di riferimenti vetusti, in modo bello, che un giovane non capirebbe né ha senso che capisca. E questa donzella (mai trombata, a quanto pare) attraversa le cento poesie, entrando e uscendo dalla vita di chi gliele scrive. Separati inseparabili, alla fine, come la leggenda. Ecco questa, dunque, che è rappresentativa.
Se mi emoziona

pensare una targhetta sul citofono
con i nostri cognomi congiunti
se prima di addormentarmi
mi studio di variarla
in ottone 
in ferro smaltato bombé
in plastica oro a caratteri rossi
in plastica grigia a caratteri blu
in cartoncino manoscritto
nell'antica striscia di dymo
immagina
quanto male mi faccia
pensare a un figlio in cui congiunti
fossero i nostri occhi.
Ecco. anche qui io luci e ombre. Non l'ho riletta, quei versi sulla targhetta, piaciuti, e poi quasi mi muore stucchevole mentre leggo. Boh. Però resta che di base mi ha fatto piacere leggerla. E quindi, siccome di poesie nuove non è che si trova spesso cose belle da leggere ad alta voce, ecco, questa lo è comunque stata. E ora posso uscire a bere birra. 

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"Sei giorni di preavviso" di Giorgio Scerbanenco**

Ora uno non è che può stare una vita ad aggiornare il blog, soprattutto quando magari non è che hai da dire tanto, su un libro.
E allora viene fuori un post come verrà questo, un po' vuoto, e scritto mentre faccio altre cose.
Tipo, sto preparando questa serata, e mi diverte sempre preparare le serate. La noia che si prova alle presentazioni dei libri e degli autori, si sa, è una tara difficilmente eliminabile. Leggere è diverso dal parlare e parlare un libro è ossimoro. Ma questo non è importante
(Però se volete una anteprima sto organizzando una presentazione autore in modalità banco degli imputati con un colpevole (autore) un PM (il presentatore) e dei testimoni (i lettori). Figo no?
A me piace. Voi fottetevi.
Dicevamo?
Ah, sì, che mentre faccio sta cosa, elimino questo libro dallo scaffale.
L'ho letto questa estate, tarda, preso in mano da un pacco di roba vecchia uscita da un grosso armadio. Toh, mi son detto, uno Scerbanenco non famoso! Magari è bello.
E allora me lo sono letto.

E?
E niente. Per scorrere scorre, si legge, ma sembra un'opera un po' così, mal ambientata, con qualche difettone formale di narrazione che non te la apprezzare troppo, alla fine. Forse un lavoro giovanile, ho pensato, o magari buttato semplicemente un po' lì, senza troppo badare a che tutto funzioni.
Va detto che è un giallo mondadori vecchione, credo introvabile, e quindi non è che sia il caso di farci troppo affidamento. Comunque, fatemi metter su un caffè e tornare al copione e poi torno al post.

E invece no. Non ho voglia. Lo finirò domani :)

Siamo domani. Cioè  oggi. E piove. Piove e mi si è allagato il vialetto. 
E ho deciso di finire il post. E regalare il libro a mia madre che lo regali a qualcuna delle sue amiche vecchiette ché quelle leggono di tutto e io comincio ad avere gli scaffali molto pieni.
Vi dicevo che non è un granché. Di fondo ci sono due motivi. 
C'è uno psicologo italiano Tommaso Berra, che è negli States per fare non ricordo cosa, e riceve la visita di Arthur Jelling, uno scribacchino del dipartimento di polizia, che ha a che fare con un caso e vuole un suo parere. Allora tu pensi, okay, il protagonista è Berra. Invece no. Berra sparisce e dalla prima persona il libro passa inspiegabilmente o quasi alla terza, narratore esterno e quasi sempre punto di vista di Jelling, e solo in un paio di occasioni ci si ricorda di ricucire la cosa mandando Jelling da Berra a raccontargli "cosa ha fatto in queste ultime ore". Solo che ci sono cose che non potremmo sapere, pensieri che lui non gli dice perché sono fatti da un narratore esterno, e insomma ti cade un po' il palco. Detto questo, c'è poi la verosimiglianza della storia.
La storia è quella di Vaton, attore teatrale in decadenza strapieno di difetti. Stronzo, egoista, antipatico, cornificatore, strafottente, alcolizzato e aggiungeteci pure voi altro. Gli scrivono che morirà tra sei giorni. Poi cinque. Poi quattro.... E tutti lì a dire, ma dai, è uno scherzo, non ti uccideranno, ecc. Si può impedire a un uomo di essere ucciso quando l'omicidio è stato annunciato? Sinceramente sì. Lo dice anche Jelling. Piglialo, portatelo in camera di sicurezza, e se poi lo uccidono almeno non fai la figura di merda che lo uccidono esattamente a quell'ora. Invece lo scribacchino indaga in modo quandomeno disorganico e mentre aspettiamo che uccidano Vaton succede un po' di tutto. Per di più, si arriva anche, a un certo momento, a torturare quel poveretto che aveva l'unica colpa di aver imbucato le lettere ed essendo vincolato al segreto della parola data non voleva parlare. Torturato e minacciato di conseguenze sulla figlia. Insomma... erano altri tempi, quando si scrivevano questi romanzi e si vede.

Detto questo, il pregio del libro è che comunque scorre. Io ci ho colto una precursore dei romanzi thrilling a orologeria di Deaver (sì, l'ho sparata grossa) perché 'sta cosa dei sei giorni di preavviso del titolo, bene o male, ti tira fino alla fine, e anche se il colpevole alla fine è chi pensavi che fosse, non è che ti lamenti poi molto. Insomma... qualche elemento particolare, nella struttura del romanzo, c'è, anche se a ripensarlo (tipo togliere un perfettamente inutile Tommaso Berra) ne avrebbe guadagnato molto.

Va bene dai. Anche troppo, ora. Direi che torno ai miei copioni. :)

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"Bisest" di Raffaele Serafini****


Non so cosa mi è passato per la testa, ma ho deciso di autorecensirmi.
Qualche problema? Io no.
Allora. Come già per altre 4 volte è successo, ho scritto un libro, ma voi non potete leggerlo.
Non potete leggerlo perché non è in lingua italiana, ma in lingua friulana.
O meglio, solo pochi di voi, là fuori, possono leggerlo.
Ma io credo sia un libro fighissimo, che avevo in testa da parecchio, e che sia riuscito abbastanza bene. Si poteva fare di meglio, certo, ma c'erano i tempi di scadenza del Premio San Simon e c'era anche una mia certa sofferenza nello scriverlo, che non so ancora per quanto sarei riuscito a gestire.
Idee ne avevo ancora. Se ne poteva trovare altre. Tant'è che in testa ho anche il titolo per un fratello minore. Magari chissà, qualche pezzo uscirà. Lo userò per qualche serata.

Ma questa è una autorecensione e allora vi parlerò del libro, anche se non potete leggerlo. 
Magari, a qualcuno di voi verrà voglia di, e io godrò della sua impossibilità di. Alla fine sono un bastardo, chi mi conosce bene lo sa.
Partiamo da quella copertina. Quella originale che vedete lassù, leggermente diversa da quella reale, ma alla fine quasi uguale.

La copertina è un lavoro collettivo, Gian in primis, ma anche Annalisa e Giorgia e Luca, in seconda battuta. Il bello di pensare e autodisegnarsi le copertine è che, come in questo caso, puoi metterci il libro dentro, e alla fine, uno che lo ha letto e finito, la guarda e dice oh, ah, eh, uh e altre esclamazioni simili. 
Bisest sta per Bisestile. Bisestile è il 2084, anno che cade a cento anni dal 1984 orwelliano. Il 123° anno bisestile. Ed è un libro di fantascienza sociale fatto di racconti, che hanno come denominatore comune l'essere accaduti nel Friuli del 2084. Racconti che trattano un tema o più temi che sono tutti legati alle brutture del mondo che verrà. Lo vedete da soli. Vedete la gente che ci circonda diventare più cattiva, più violenta, dimenticare la storia, la morale, la bontà, l'empatia, il senso della disgrazia e della pietà. Vedete chi vi circonda diventare più ignorante e meno colto, li vedete peggiorare di giorno in giorno. Se non ve ne state accorgendo, se lo negate, vuol dire che appartenete a loro, che siete la parte peggiore di questo cambiamento: quella che non lo vede o lo reputa, forse, positivo.

Credo, e non è difficile da notare se buttate un occhio dall'alto alla storia dell'umanità intera, che questo sia un momento storico dove le accelerazioni di ogni natura, ma principalmente tecnologiche e della trasmissione qualitativa e quantitativa dell'informazione, stiano causando eventi prima mai fronteggiati e che, spero di no ma temo di sì, cambiano definitivamente il mondo portandolo a regredire. Gli influssi sono sociali, morali, economici... Sì, direte voi, è già successo in passato, si chiamava Medioevo, ma io credo sia un po' diverso, adesso. Che sia oltre. E potrebbe essere irreversibile (Vi bastano le parole cambiamento climatico e a come vengono accolte da alcuni?). Ecco. Ho scritto storie che raccontano questo oltre, che dicono come potrebbe andare, qui in Friuli e nei dintorni nel 2084. 

Il sapere, per esempio, è mutato. Talmente mutato che qualcuno sta cercando di riformarlo, di ricrearlo, di resuscitarlo, se vogliamo. Le cinque parole che vedete in copertina c'entrano con questo. E cinque sono anche i personaggi che cercano di avviare una rivoluzione positiva, migliorativa, che arresti il declino umano. E nel farlo, purtroppo, non si può più usare i mezzi ortodossi. La violenza a volte si combatte con le stesse armi, e così le bugie, le pulsioni umane, la decadenza morale... Non so se sia buona cosa, combattere il male usando il male a fin di bene, ma quel che volevo è che si vedesse il primo male. Ed è quello che fanno questi cinque misteriosi personaggi. Non ho detto chi sono, il libro regge anche senza conoscerne l'identità, ma certo, a riconoscerla ci si guadagna. 

Fra un racconto e l'altro ci sono delle preghiere, scritte da uno di quei cinque. Preghiere rovesciate, le ho chiamate, che sono un misto fra melodia e scarsa empatia per il tipo di persona a cui sono rivolte. Sono un economista e a pensare alle persone in termini di Cost-Benefit Analysis può essere che qualcuno non ne esca troppo bene, e non serve aspettare il 2084. 
E sempre tra un racconto e l'altro ci sono dei testi di canzoni. Canzoni (t)rap miste a poesia. Le cjantrapoesie. Scritte in metrica da un altro di quei cinque. A volte crude, sicuramente politiche, mediamente scorrette. 
A inizio di ogni racconto ho rubato a questo blog (col consenso dell'autore) dei versi di poesie che io trovo bellissime (sono anche in italiano, leggetele che vi fa bene). Volevo che ogni storia cominciasse con dei versi. Il non apprezzare più le poesie, o anzi, il non riconoscerle più, il non studiarle, il disprezzarle talmente tanto da vantarsi di scriverne, credo sia una delle decadenze di questi anni. Sicuramente tra le più veniali, ma fa parte del tutto.

Poi ci sono i modi di dire. Serena, editor dei racconti e ricercatrice fidata di cultura friulana, mi ha lasciato un mega elenco di modi di dire. Ci trovate tanto, nei modi di dire popolari, soprattutto quando scompaiono. Ci raccontano chi eravamo e, di conseguenza, chi siamo diventati. Non solo i titoli dei racconti sono dei modi di dire friulani, ma dentro i racconti i modi di dire sono disseminati e a fine libro Serena ve ne parla, brevemente, riflettendo sulle storie, su di loro.

Direi basta. Vi ho detto abbastanza, anche se alla fine non vi ho detto molto. Del resto ha solo 130 pagine, ma ho sempre pensato che le cose veramente importanti stanno in poco spazio. Quasi tutti i libri che mi hanno reso migliore erano molto brevi. Il mio intento era lo stesso. 
Il libro ha vinto il concorso letterario San Simon ed è stato pubblicato dalla società Filologica friulana ma non ha codice isbn, quindi è un po' più difficile da reperire. 

Che altro? Anche niente, dai. 
Sono contento di averlo scritto, e sono contento di averne parlato qui.

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