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"Il Centodelitti" di Giorgio Scerbanenco****

Leggetevi questo:

« Sì, va bene, vi siete sposati questa mattina, ma venite lo stesso con noi... » disse il milite.
Si avviò con il suo compagno sotto la pioggia verso la caserma, mentre loro, nella quasi putrescente millequattro il cui immortale motore funzionava ancora, li seguivano a passo di funerale, e lei' finiva di rivestirsi, sorpresa com'era stata poco prima dai due militi, dal fascio della lampada portatile che aveva illuminato brutalmente la tenerezza della sua nudità.
« Ci siamo sposati questa mattina, » disse lui in caserma, al maresciallo, « abbiamo pochi soldi per il viaggio di nozze, non possiamo andare in albergo... »
II maresciallo soffiò su un angolo della scrivania per far andar via un poco di polvere.
« Perché, secondo voi, quelli sposati possono fare i propri comodi in mezzo alla strada?» Ammesso poi che fossero sposati: tentavano solo di commuoverlo con quella trovata, forse. Disse al milite di metterli in guardina, il giorno dopo avrebbe preso le informazioni, comunque c'era la denunzia per atti osceni commessi in luogo pubblico. Lei gridò di no, lui si mise a piangere:
« Ma eravamo in una traversa dello stradone, era buio, pioveva, se avessimo avuto i soldi saremmo andati all'albergo... »
« State calmi, » disse il maresciallo uscendo, « se no c'è anche ribellione alla forza pubblica. »
Non si ribellarono, piangendo entrarono uno in una stanzetta, l'altra in un'altra, lontana, della caserma: il favoloso viaggio di nozze che avevano sognato di fare senza soldi sulla carriola presa a un parco rottami, così pieni di entusiasmo e di giovinezza, era finito. Per tutta la vita, non avrebbero più sognato.

Si intitola "Fine del viaggio" ed è uno degli innumerevoli (una settantina, penso) racconti da una pagina di Giorgio Scerbanenco, che trovate in questo grosso libro della Garzanti (414pagg) e che è imprescindibile, a mio avviso, per chi si occupi di narrativa breve, di giallo e noir, e di costruzione emotiva dei personaggi. E in generale per chi vuole farsi un'idea dei grandi narratori italiani del secolo scorso, perché Scerbanenco, e ne sono sicuro dopo poco di lui che ho letto, è tra questi.
Se qualcuno crede che questi piccoli racconti siano cazzatine, robe che Scerbanenco scriveva in un'oretta, dopo cena, tanto per. Ecco, ha ragione.
Lo trovate scritto nell'introduzione, ricordo familiare, che dice questo:
Mi piace ricordare come Giorgio scriveva quei brevissimi racconti. Erano nati nel 1963 come Il Quattronovelle per una rivista. I quattro racconti dovevano stare tutti in una pagina e avevano un tema diverso ogni settimana: la guerra, gli innamorati, le grandi città di notte, avere sedici anni, vittoria!, i piccoli paesi, i sogni, le infermiere, a che servono i soldi?, la moglie in vacanza... Li scriveva in un'oretta dopo cena. È andato avanti così per oltre due anni. I colleghi gli dicevano: “Ma perché sprechi delle idee così belle per dei racconti così brevi?”. Lui rispondeva: “Faccio fatica a scrivere solo quattro racconti su un tema, perché me ne vengono in mente dieci, venti, trenta, e devo eliminarli”.
Ma se invece per cazzatine pensate che siano di poco valore, come questo sopra qua che vi ho riportato, be' allora non avete capito un cazzo, ed è meglio che andiate avanti a leggere Grey o altre stronzate. Perché io lo avevo notato, questo libro, all'uscita. Me lo ero segnato mentalmente.
Poi non c'è tempo per. E lo avevo messo nelle liste delle cose da far comprare alla gente che mi chiede i lavori di lettura ecc. E infatti devo ringraziare tantissimo Tiziana, che me lo ha comprato, perché è vero che lo stavo leggendo da biblioteca, ero a pagg 138, ma averlo, possederlo, riporlo nella libreria, è tutta un'altra cosa. Non vuol dire che andrò a rileggerlo, ma per le serate, i reading di racconti brevi, come quello di una paio tre di settimane addietro, ecco, l'idea di arrivare con la carriola di libri era bella, e se porti una carriola di libri di racconti, Scerbanenco ci deve essere. 
Per forza.
Sono raccontini piccoli e perfetti, curati, che sviluppano un'idea riducendola all'essenziale. Ti dà l'impressione, il Giorgio, di poter, se vuole, allungare, e riuscire a produrre un racconto ugualmente valido anche in dieci pagine, come gli altri che ci sono qui, tutti scorrevoli, godibili, gradevoli.
Ma ti dà l'impressione anche di scegliere la via breve senza indugio, come se ti dicesse: non ho bisogno di altre parole per raccontarti queste storie, esattamente come te le voglio raccontare."
Io almeno ho avuto quell'impressione. 
Credo si chiami soddisfazione, nel senso che finisci il raccontino e dici "Ah, che bello" un po' come si fa dopo il primo sorso di birra. Fresca. Ad agosto. 
E pure quelli lunghi, sono gioiellini, a volte. Non sempre certo, chi più chi meno, ma alcuni hanno artigli forti, che ti strappano davvero qualcosa, da cuore.
Ah, sì, perché Scerbanenco, se vuole, sa essere violento, violentissimo. E mica parlo di pulp o di botte. La sua violenza è nella cattiveria interiore, che sinceramente riesce a dipingere come pochi altri. Credo si chiamino emozioni e che sia da tirare in ballo il concetto di sfumatura. Metti insieme le due cose e ti salta fuori un personaggio di questi racconti. 

Poi che altro dire. Un sacco di cose, certo.
Per esempio che è un libro che abbiamo aspettato da quarantanni, che fosse riedito, e va dato atto alla garzanti che lo ha risputato fuori, aspettando, immagino, scadenza diritti o cose così. Sfugge qualche cazzatina di battitura, ogni tanto, ma niente di che. Da dire c'è che è bello averlo, assieme agli altri libri di Scerbanenco, perché ti dà una dimensione dell'autore che è diversa, da quella dei romanzi. Più pura, quasi, nel senso che è libero dal lacci del giallo, dall'incastro, dalla costruzione delle relazioni, dei trucchi, dei nascondigli che un romanzo giallo implica. 
E' un po' la differenza che emergeva tra i due libri lignanesi che ho letto, la sabbia non ricorda e Al mare con la ragazza. Il secondo, a livello di costruzione emotiva dei personaggi, è più incisivo, e bello, e ti lascia qualcosa dentro che resiste più a lungo dell'altro.
Posso dirvi che da quest'anno a lignano hanno rifatto il Premio Scerbanenco, curato dalla figlia, anche, mi pare, ed è una bella cosa. Posso dirvi che tocca e descrive una ampia porzione d'Italia, e non quella della città, ma della provincia.
E poi basta, dai. 
In generale, credo sia ora di basta.
Questo è il post n° 999 di questo blog. E direi che potrebbe essere l'ultimo. A volte è giusto salutare tutti e io, oggi, saluto tutti :)


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"Fiabe" di Jacob e Wilhelm Grimm***

Da un sacco non aggiorno questo povero blog, da un sacco non termino un libro, e a dirla tutta nemmeno questo, ho terminato e mi mancano 2-3 delle ultime leggendine..
Sono 652 pagine, è vero, e l'ho iniziato oramai 4 anni fa, forse di più, in un'altra vita più bella e più serena, con meno cattivi dentro.
Ora penso che questo potrebbe essere l'ultimo post, perché ora come ora, e mi succede di rado, sto scrivendo queste righe più per togliermi dalle palle il libro e riporlo, che per condividerne cose belle o meno.
Pure windows X appena messo mi sta sul cazzo, oggi, ché non mi ci funziona la tastiera friulana e boh, niente, normale, ma fastidioso.
Comunque facciamo breve, come brevi sono le favole di.

Sono 200, le favole. Tonde tonde. Più dieci leggende per bambini.
Alcune brevissime, da poche righe, altre di 2-3 pagine, poche da 4-5.
Non è una lettura agevole, se compiuto con continuità. E' un'opera più di saggistica, che di letteratura, perché il dichiarato intento dei Grimm - e siamo nella prima metà dei XIX - è quello di mettere insieme sistematicamente le narrazioni del folklore, con linguaggio semplice e immediato, a volte quasi in modo irritante, e soprattutto per la mancanza totale di credibilità e meccanismi di causa effetto tipici delle fiabe. 
Ecco, questa è una cosa buona.
Perché siamo ossessionati, merito soprattutto dei film e del nostro voler sempre criticare a tutti i costi, dalla mancanza di verosimiglianza e di realismo. Nelle fiabe, invece, è la regola, e leggersene duecento, tra cui le più famose e celebri, saccheggiate dalla disney e da chiunque, fa un sacco bene, a livello didattico, per uno che scrive storie.
E soprattutto se son storie per bambini e ragazzi, dove questa mancanza di senso, e di connessioni, è parte della chiave di successo di una storia.

E poi c'è quell'essere imbevuti di un certo tipo bigotto di religione che sfocia nella crudeltà che a modo suo è spiazzante. Vi faccio un esempio e vi copincollo qui sotto una delle ultime, che ho letto stamattina mentre cagavo. E' una di quelle leggende per bambini... molto istruttiva, devo dire.
Il cibo di DioC'era una volta due sorelle: l'una non aveva figli ed era ricca; l'altra aveva cinque figli, era vedova e così povera, che non avevi più pane per sfamare sé e i suoi bambini. In quelle strette, andò di sua sorella e le disse: - Io e i miei bambini siamo affamati da morire! Tu sei ricca, dammi un boccon di pane! — Ma quella riccona aveva il cuore di pietra e disse: - Neanch'io ho niente in casa - E scacciò la povera con male parole. Dopo un po' tornò a casa il marito della sorella ricca e voleva tagliarsi un pezzo di pane; ma, appena vi affondò il coltello, ne uscì sangue vermiglio. A quella vista, la donna inorridì e raccontò quel che era successo. Egli si affrettò dalla vedova per darle aiuto, ma entrando nella stanza la trovò che pregava: aveva in braccio i due bambini più piccoli; i tre più grani giacevano a terra morti. Egli le offrì del cibo, ma ella rispose: - E cibo terreno non lo desideriamo più: Dio ne ha già saziati tre, esaudirà anche le nostre preghiere —. Aveva appena pronunciato queste parole, che i due piccini resero l'ultimo respiro, e subito dopo: si spezzò anche il suo cuore ed ella cadde morta.

Che allegria, eh?
Comunque questa accezione del divino era soprattutto in queste leggendine e in quelle della seconda parte dove Dio, la madonna, san pietro e altri santi. Nel resto c'è più morale e lieto fine, perché vi sono alcune regole che dominano quasi sempre. Mi riferisco al "chi la fa l'aspetti" e al "il buono alla fine viene premiato" che bene o male sono due dei maggiori pilastri di tutte le fiabe.
Ma di che fiabe stiamo parlando?
Ecco, qui c'è il secondo dei motivi per cui leggersi gli originali dei Grimm, che è il motivo per me di fondo, fatto per cui ho voluto essere possessore del libro.
Vi faccio vedere subito cosa intendo... prendiamone una famoserrima:
 La mattina dopo andò dal padre di Cenerentola e disse: — Sarà mia sposa soltanto colei che potrà calzare questa scarpa d'oro -. Allora le due sorelle si rallegrarono, perché avevano un bel piedino. La maggiore andò con la scarpa in camera sua e volle provarla davanti a sua madre. Ma il dito grosso non entrava e la scarpa era troppo piccolina; allora la madre le porse un coltello e disse: — Tagliati il dito; quando sei regina, non hai più bisogno di andare a piedi —. La fanciulla si mozzò il dito, serrò il piede nella scarpa, contenne il dolore e andò dal principe. Egli la mise sul cavallo come sua sposa e partì con lei. Ma dovevano passare davanti alla tomba; due colombelle, posate sul cespuglio di nocciolo, gridarono:
- Volgiti, volgiti, guarda:
c'è sangue nella scarpa.
Strettina è la scarpetta.
La vera sposa è ancor nella casetta.
Allora egli le guardò il piede e ne vide sgorgare il sangue. Voltò il cavallo, riportò a casa la falsa fidanzata, e disse che non era quella vera e che l'altra sorella provasse a infilare la scarpa. Essa andò nella sua camera e riuscì facilmente a infilare le dita, ma il calcagno e-ra troppo grosso. Allora la madre le porse un coltello e disse: — Tagliati un pezzo di calcagno; quando sei regina, non hai bisogno di andare a piedi -. La fanciulla si tagliò un pezzo di calcagno, serrò il piede nella scarpa, contenne il dolore e andò dal principe. E questi la mise sul cavallo come sposa e andò via con lei. Quando passarono accanto al nocciolo, le due colombelle gridarono:
- Volgiti, volgiti, guarda:
c'è sangue nella scarpa.
Strettina è la scarpetta.
La vera sposa è ancor nella casetta.
Egli le guardò il piede e vide il sangue che sgorgava dalla scarpa, sprizzando purpureo sulle calze bianche. Allora voltò il cavallo e riportò a casa la falsa fidanzata.
Horror, vero? Ma il finale è ancora meglio, con protagoniste sempre le due pacifiche colombe! Eccolo qua!
Quando stavano per esser celebrate le nozze, arrivarono le sorellastre, che volevano ingraziarsi Cenerentola e partecipare alla sua fortuna. E mentre gli sposi andavano in chiesa, la maggiore era a destra, la minore a sinistra di Cenerentola; e le colombe cavarono un occhio a ciascuna. Poi, all'uscita, la maggiore era a sinistra, la minore a destra; e le colombe cavarono a ciascuna l'altro occhio. Così furono punite con la cecità di tutta la vita, perché erano state false e malvage.
E ne trovate altre, di piccole verità, nelle fiabe celebri dei grimm. Quali sono? Già perché magari uno non ha presente... vediamo, un piccolo elenco: Il principe ranocchio, Raperonzolo, cappuccetto rosso, i musicanti di Brema, Pollicino, Rosaspina, Biancaneve, Tremotino, L'oca d'oro, La volpe e la comare, Pelle d'orso... insomma, queste le celeberrime, ma c'è dentro di tutto. 
Diciamo pure che ogni meccanismo fiabesco qui, prima o poi, lo trovate.
Potrei dire, non per critica ma per onestà, che leggerlo tutto non serve davvero, nel senso che moltissime fiabe sono in fotocopia, mescolando brandelli standard, e che quindi la lettura integrale non è fondamentale per la comprensione dell'opera dei due simpaticoni.

Io direi che è tutto... o meglio, mi piacerebbe mettervi qualche altro pezzo figo, reale, dalla versione originale di quelli che ho scritto su, ma non ho coioni nè di battere, né di scannare, e allora la chiudo qua. Sappiate che leggere le versioni dei Grimm vi può fare sentire fighi, e vi riempirete gli occhi di crudeltà e cadaveri, visto che insomma... con le matrigne, le streghe e i perfidi di cuore non vanno mica tanto per il sottile...

E restando in tema di leggende, vi saluto con una foto del ponte del diavolo, panoramica, e della leggenda nulla dico, ché tanto di ponti diabolici fin troppi ce n'è già.

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"Diario d'algeria" di Vittorio Sereni****

Non parlo quasi mai di poesie, qui.
Per lo più perché non ne leggo. ovviamente, o meglio, può capitare qua e là che prenda un libro e ne legga una, ma, da lì a leggere un libro completo, sì, mi è difficile.
Questo invece sì.
Per tanti motivi.
Primo, vi dissi già, ma se non ve lo dissi poco male, che ho costruito, rubando libri un po' qua e un po' là, una biblioteca di libri vecchi, di roba strana, folle, tipo che so, i 4 tomi galattici delle bio di Casanova, piuttosto che la storia della Cina o le poesie dei poeti russi della rivoluzione e altre millemila cose tra cui, però, anche roba di valore, che so che è bello avere per averla, avendola o non avendola letta.
Ecco che ci sono dei Calvino, dei Borges, Bukovski e insomma, pure le poesie di Sereni.

Due, poi, perché Sereni, questo ermetico atipico, è stata la Elena fiorentina, a farmelo conoscere, e insomma, me ne ha fatte conoscere tante, di cose belle, e questa è una di quelle a cui sono più affezionato, ché io di poeti ne conosco pochi e questo è uno di quei pochi.
Ecco che quando avevo qualche minuto, magari di sera, di notte va, meglio, lo pigliavo in mano, per leggere, con calma, lentezza, riflessione, gusto di assaporare le parole, questa raccolta di Sereni, figlia della sua esperienza bellica in Africa. Poi una notte m'è capitato d'avere un'ora, sotto la luce di un lampione in un parco X e dover aspettare leggendo questo. E poi l'altra notte, l'ho finito.
Insomma... mi son detto, è pur sempre un libro, perché non dire a qualcuno che questo poeta ha tanto valore, e che le sue poesie, non facili, questo no, ma che quando ti si schiudono riescono a farti capire perché quelle che leggi in giro non sono poesie e queste invece sì. Ti sembra di vederlo, a volte, il tempo che Vittorio ci ha messo a cercare una parola, quella giusta, ché non può essergli arrivata subito, tanto è perfetta.

E allora, senza chiacchierare troppo, io apro un po' il libro a caso e vi metto cose che mi sono piaciute. Versi, non poesie intere. Lo so che non dovrei, che una poesia è un intero e bla bla bla, ma il blog è mio e faccio quel che mi pare.
Tipo questo pezzo, preso da Dimitrios

Alla tenda s'accosta
il piccolo nemico
Dimitrios e mi sorprende,
d'uccello tenue strido
sul vetro del meriggio.
Non torce la bocca pura
la grazia che chiede pane,
non si vela di pianto
lo sguardo che fame e paura
stempera nel cielo d'infanzia.

Oppure questo flash preso proprio da quella che dà il titolo alla raccolta
Sfumano i volti diletti, io resto solo con un gorgo di voci faticose.
E la voce più chiara non è piùche un trepestio di pioggia sulle tende,un'ultima fronda sonorasu queste paludi del sonnocorse a volte da un sogno.
E ancora,

chi va nella tetra mezzanotte
dei fiocchi veloci, chi l'ultimo
brindisi manca su nere
soglie di vento sinistre
d'attesa, chi va..
.

E infine, e chiudo, con una tra le più celebri, che credo ficchino nelle antologie. Facilotta, forse, ma immediata, musicale, molto d'impatto.
Non sanno d'esser morti
i morti come noi,
non hanno pace.
Ostinati ripetono la vita
si dicono parole di bontà
rileggono nel cielo i vecchi segni.
Corre un girone grigio in Algeria
nello scherno dei mesi
ma immoto è il perno a un caldo nome: ORAN.
E avete capito, insomma, che sono tutte un po' malinconiche, ma anche molto dolci e con sempre, dentro, la speranza, anche se nel 43 non è che c'era poi tanto da divertirsi.
Direi basta, magari vi è venuta voglia di saperne di più, sul buon Sereni, e se vi capita qualcosa di suo, per le meni, gli darete un'occhiata. Magari invece vi fa schifo. In entrambi i casi, per me, è indifferente. :D

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"Il mare color del vino" di Leonardo Sciascia****

Era venuta una signora e mi aveva restituito tre libri di Sciascia... e non ce l'ho fatta a non fare un po' di blablabla.
Piaciuti, non piaciuti, sì, quale a me, quale a te, e questo, ah si, mai sentito, bello bello anche questo anche se sono racconti.
Racconti?!
Yeppa!
E me li sono presi.

Uno poi lo avevo già letto, ed era uno dei migliori di questa antologia, di autori italiani del 900, e quindi bene. Se gli altri son così, mi son detto.
E bene o male lo sono.
Sono tredici racconti che vanno dagli anni 50 al 1972 e mostrano, come dice Leonardo stesso nella piacevole intro, gli andamenti delle sue scritture, di ciò che scriveva nei vari periodi.
E infatti sono diversi, e vanno da quelli dei suoi soliti temi, mafia e dintorni, a quelli molto più leggeri, ad alcuni che proprio non ti aspetti.
Non era un narratore breve, Leonardo, si dice, o meglio, si dice che la sua produzione di racconti è limitata, ma è una cagata, perché non veniamo a raccontarla, i suoi lavori come Una storia semplice e A ciascuno il suo, sono racconti lunghi.
Detto questo, me li riguardo assieme a voi,
Anzi, come prima cosa mi sono fatto due orecchiette, di due pezzi che volevo condividere... li fotografo va, che non ho coioni di copiare. Speriamo che si legga...
Il primo pezzo è di un racconto molto figo.
Due parlano della mafia in termini linguistici, ovvero da dove viene il termini ecc.
Uno è un esperto, l'altro una "bestia" come potete evincere. Il racconto è solo un dialogo, e finisce così, ma dice molto.
Ed è molto indicativo il contributo dato, alla Commissione antimafia che comincia a operare, che si collega direttamente all'altro bel lavoro sciasciano (secoli che sognavo di aggettivare Sciascia) "I pugnalatori" che tanto mi piacque, e insomma, si discute delle radici e dell'etimologia della parola, ovviamente senza mai citarla, ed è molto esemplificativo il pezzo che mostra come parlare in malafede sia peggio che tacere. Il racconto si intitola Filologia.

E poi quest'altro pezzo, di un racconto (Processo per violenza) che mi è piaciuto e che tira dentro niente popodimeno che Cesare Lombroso, chiamato a dare il suo giudizio su un tale che avrebbe violentato e ucciso splatteramente un paio di ragazzine, e che, alla fine, almeno dal Lombroso, viene scagionato... ovviamente la giustizia non deciderà così.
Resta decisamente gradevolo però questo passaggio che vi lascio, sul termine "cretinoso".
Poi c'è Giufà, un racconto galattico che è a metà strada tra la favola, il grottesco, echi pirandelliani, e insomma... è molto bello. Cercatelo. Parliamo di un tale che non ha tutti i venerdì e che ne combina di tutti i colori, soprattutto quando lo prendono per il culo, con la cattiveria tipica che i poveri di intelletto hanno contro i mancanti dello stesso. Insomma... vi dico solo che gli hanno fatto uccidere un cardinale. Ma proprio uccidere eh. E dopo di ciò, il simpaticone, ne esce incredibilmente bene, e la fa franca, soprattutto perché è un po' tocco, ma non un idiota.
Vi fate due risate, e vi viene da pensare che no, non può averlo scritto Sciascia, e invece sì.
Poi vediamo... dai i racconti li trovate ben descritti qui, dagli amici di Sciascia.
Ma a me va di dirvi lo stesso che:
Reversibilità, il primo, è uno dei pochi che, pur gradevole, e che tratta in modo leggero e storico il campanilismo tra due borghi siciliani, non mi ha fatto impazzire.
Il lungo viaggio, benché si capisca presto dove vada a parare, è in tema perfetto con l'immigrazione di questi periodi. Andrebbe fatto leggere a quelli che se la prendono coi poveretti, va... ma probabilmente non hanno un cervello per capirlo. In ogni caso mescola risate amare e struggimento e anche una sghignazzata, suvvia.
Del racconto che dà il titolo alla raccolta vi riporto questa frase di Sciascia:
(In Conversazione in una stanza chiusa, alla domanda di Davide Lajolo: “… come hai sentito e creato o ricordato le donne nei tuoi libri? […] Qual è quella più autobiografica, quale riporta più puntualmente il tuo sentimento, la tua nostalgia? Come conta per te la donna?”, Sciascia risponde: “Quella del racconto Il mare colore del vino: la donna che si incontra per qualche ora e con la quale si vive, in quelle poche ore, tutta una vita. Poi c’è l’altra, con cui realmente si vive almeno due terzi della vita: in giusta compagnia”.)
E aggiungo che è proprio un bel racconto, con l'unico difetto che continuavo a confondere i due figli della famiglia incontrata sul treno dal protagonista.
E poi c'è L'esame, discreto, ma dal grosso valore storico etnografico.
Poi, dopo Giufà, ecco un'altra ironia della sorte, in cui c'entra un fatto storico vero: la rimozione della salma di Stalin, e in cui il marito, dopo aver ingannato la (stupida) moglie che se la prende per uno (stupido) santo, ecco che riceve la punizione. La rimozione, è il racconto.
Di filologia e del racconto già letto già vi dissi, e poi c'è un Caso di coscienza, che è una figata di pezzo. Perché un'indagine può scaldarsi per omicidio, ma anche di più per motivi legati alle corna... e insomma... se leggete tra le lettere al prete di un giornale scandalistico che una tizia del vostro piccolo paese fa le corna con un parente.,.. e che, non siete curiosi? Da leggere, con un finale spiazzante!
E c'è spazio anche per Apocrifi su Crowley, per un noir di morti ammazzati e vendette, e per uno racconto storico pure, sempre di corna, su Eufrosina.
Concludo dicendovi che non serve dire che Sciascia è scrittore di classe, e questi racconti, almeno per come la vedo io, aggiungono una piacevole luce sui suoi altri lavori. Poi insomma, se in una raccolta in cui tutti i racconti sono belli e diversi, non è proprio il caso di lamentarsi!

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Tatsu (breve racconto horror)



Mi sgridano perché ho paura delle cose dove non vedo dentro.
Ma una volta ho ingoiato un ragno, dal cartone del latte e ora voglio bere solo dalle bottiglie di vetro. 
Persino le pozzanghere mi spaventano, soprattutto dopo che ha piovuto, o dove sono passati i trattori e sono color del caffellatte: penso che si potrebbe sprofondare, fino in mezzo al mondo. 
Nella sterrata piangevo. Papà, in piedi fra due strisce marroni, mi prendeva in giro e mi chiamava frignone. È saltato fuori un serpente gigante, coi baffi fini fini. Lo ha morso e lo ha schiacciato come il dentifricio. Entrava e usciva dalle pozzanghere e dappertutto cadevano pezzi di papà. Lui tornava e mangiava. Però sembrava tanto il mio drago di peluche, e così alla mamma, quando mi ha chiesto, non ho detto niente.

_________________ 
C'era l'horror t-shirt e io dovevo fare un disegno per la carte da gioco di Luca, ma siccome il disegno non mi veniva, e in effetti, proprio questo Tatsu, il drago del folklore giappo, non mi riesce, mi sono detto: ma tiè, ci scrivo un raccontino da cento parole e così poi lo mando a scheletri e mi ci faccio il disegno dall'ispirazione. Ecco, pioveva, e l'ispirazione sono state le pozzanghere marroni, che non sai mai quanto sono profonde... come tutte le cose dove non si vede dentro. E insomma, poi è andato anche bene, nonostante fosse stato per sport. Poi... delle pozzanghere marroni, ho ancora paura e scalzo, dentro, non ci camminerei. Ah, si può leggere anche in friulano.

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"Azrael" di Pierluigi Porazzi****

Capita raramente che io legga un libro nuovo, ma di cominciarlo dopo due giorni dall'uscita e terminarlo in un paio di pomeriggi, è ancora più raro. Eppure stavolta l'ho fatto, evviva! Ed è tutta colpa di Pierluigi, e del suo Azrael.
Eh già, perché credo fosse un paio di sabati fa, circapiùmenoquasi, che sono riuscito a fare un giro alla prima presentazione; il libro era uscito il giorno prima, credo, e siamo al numero tre.
Uh... la solita trilogia... starete già dicendo... e in effetti, ambientazione e personaggi sono gli stessi, ma i legami tra le tre vicende, benché forti, soprattutto tra questo lavoro e il primo, sono strutturati in modo da permetterne una lettura separata senza grosse perdite. 
Certo, più bello se uno si è letto l'ombra del falco, prima, e Nemmeno il tempo di sognare, poi, però, anche io che l'ho fatto, vi dico che non è che mi ricordavo le cose a tal punto da.
A parte il protagonista, Alex Nero, che oramai s'è imparato a conoscere, e un villain coi fiocchi, il senatore Ristagno, che non te lo dimentichi, ecco che gli altri, i colleghi poliziotti di Nero, piuttosto che la sua donna nuova, o i vecchi casi, ecco che emergono dalla memoria pian piano, richiamati dalle righe, e dalle piccole analessi messe ad hoc, che non appesantiscono mai.
Ecco perché, per dire, ieri in biblio, a uno che aveva in mano questo e voleva sapere se, ho detto che poteva tranquillamente partire da questo senza troppi problemi.

Alla fine, tenete conto, siamo di fronte a un thriller, che fa della rapidità - della scrittura e degli eventi - uno dei suoi punti di forza e mescola un bel po' di giallo ad avvincere. Credi di averlo capito, chi è il nuovo killer, ma sai che non sarà chi credi tu, e quindi cominci a pensare a chi può essere, e alla fine - almeno io - resti fregato. Perché sì, si riparte da un omicidio brutale, in quel di Udine, con lo stesso modus operandi di chi è in galera. E allora? Mentre polizia e media si chiedono se sia veramente Cristiano Barone il colpevole, o se siamo di fronte a un emulatore, Porazzi fa una scelta chiara: mette molte carte scoperte, in faccia al lettore. Lo sappiamo subito che Barone è colpevole e c'è un suo seguace, così come sappiamo che il seguace segue le sue indicazioni, e vuole, in un certo modo, scagionarlo. E sappiamo anche che l'odio verso Nero è ancora vivo e in fiamme, e che, come giù in passato, saranno i suo affetti a venire presi di mira.
Sullo sfondo Udine, e più in generale il nord-est. E ritornano alcuni giudizi dell'autore infilati tra le righe: giudizi che si percepisce essere tristi, quasi rassegnati, alla decadenza del nostro costume e della nostra umanità. Dico nostra intesi come società, come essere umano che convive. 
Già nel passato lavoro erano diverse le escursioni a voler dare un taglio sociale a molti momenti, e qui, questo aspetto, non lo si dimentica. Si migliora però. Te lo devi andare a leggere tra le righe, la critica a noi uomini di oggi, senza cuore e senza scrupoli, che poi, in realtà, la si trova anche nella citazione di Calvino, a inizio libro. Una frase molto celebre, quella sull'inferno dei viventi, e ho chiesto all'autore se c'era attinenza a con il resto, per esempio con Azrael, l'angelo della morte - così si fa chiamare il killer) ma no, è proprio la stessa idea che ho io, di questi tempi, dove tutti noi dobbiamo cercare di far durare ciò che non è inferno.

Ma vediamo di parlare del libro.
Si inizia con un paio di brevi flashforward, messi lì apposta per dare delle direzioni che ovviamente non saranno poi quelle volute. Il primo, con Nero che è pronto per ammazzare o farsi ammazzare dal Teschio, è efficace, quando nel finale ce se ne ricorda. Il secondo è utile ma forse non indispensabile.
Vi lascio, come è mio costume, qualche riga da leggere, giusto per capire.
Mettiamo l'incipit, che vi dice subito cosa accade... come si comincia:
Una sfilata di moda al Castello. Lei era lì da sola; l'amica che avrebbe dovuto accompagnarla le aveva dato buca. Al termine della sfilata si aggirava annoiata tra la gente. Poi lo aveva visto. L'uomo che aveva conosciuto in palestra. Alto e robusto, il fisico imponente, come piace a lei. Avevano parlato, mentre il buffet veniva preso d'assalto. Il tempo era passato senza che se ne accorgesse. Aveva guardato l'orologio quasi incredula. «Adesso devo andare.»
«Ti accompagno» aveva detto lui.
Stavano camminando sotto i portici della Loggia del Lionello quando l'uomo aveva emesso un verso strano, piegandosi sulle ginocchia. Si era avvicinato al muro, dandole la schiena, continuando a lamentarsi.
«Ti senti male?» gli aveva chiesto Flora, sfiorandogli la schiena con le dita.
Lui aveva agitato la mano, come a chiederle aiuto. Flora si era avvicinata ancora, cercando di controllare la nausea. Non aveva mai sopportato la vista di qualcuno che vomita, si sentiva male anche lei. Per fortuna sembrava che non avesse ancora rimesso. È accaduto tutto talmente in fretta che lei non si è resa conto di nulla. Il braccio dell'uomo che le ha circondato le spalle, qualcosa - un ago, forse - che le ha punto il collo; una sensazione strana, di stanchezza, che l'ha assalita improvvisa. La testa che girava, le palpebre che non riusciva più a tenere aperte. Subito dopo il buio. Non si ricorda nulla. Non si ricorda che l'ha sorretta, mentre perdeva conoscenza, conducendola fino alla sua auto come se fosse ubriaca.
E adesso non sa nemmeno dove sia, e perché sia nuda.
Il respiro affannato, scosta le lenzuola. Sta per scendere dal letto quando perde l'equilibrio e cade a faccia in giù. Fa appena in tempo ad appoggiare le mani sul pavimento, evitando di battere la testa. Qualcosa le ha trattenuto la gamba destra, all'altezza della caviglia. Forse è impigliata nelle lenzuola. La tira verso di sé con un movimento nervoso, ma non riesce a muoverla. Si gira, per cercare di liberarla. E vede la corda che le stringe la caviglia. Una fitta di paura le attraversa le viscere. Frenetica, cerca di sciogliere il nodo.
Il tocco di una mano sulla spalla la fa sobbalzare.
«Non penserai di andartene così presto?» L'uomo è in piedi dietro di lei.
Flora scuote appena il capo, «No, però adesso slegami» gli dice.
«Certo.»
La lama di un coltello le passa davanti al viso, si abbassa verso la sua gamba e inizia a tagliare la corda. È sufficiente la vista della lama a paralizzarla, gli occhi sbarrati da cui stanno scendendo delle lacrime.
«Ecco. Adesso non sei più legata.»
Flora si alza lentamente, dandogli sempre la schiena, e cammina verso i suoi vestiti. Li raccoglie dal pavimento e li stringe tra le braccia. «Posso andare in bagno?» chiede, girandosi verso di lui.
Lo osserva per la prima volta da quando si è alzata dal letto. Non riconosce quasi più l'uomo che si trova di fronte. La luce che scorge ora nei suoi occhi è fredda e nera, diversa da quella calda e blu della sera prima.
Lui le si avvicina senza rispondere. La afferra per un braccio e la getta sul letto. I vestiti le cadono dalle mani, volando nella stanza. L'uomo salta su di lei, premendole il corpo contro il suo, e le punta il coltello alla gola. «Non ho ancora finito, con te» sibila. Poi affonda la lama nella carne.
Insomma... luoghi friulani sempre ben presenti e una scrittura che nella parte dell'azione si è fatta piuttosto secca, trovando un suo stile, molto adatto al genere. Poi ci sono le parti di decompressione, con un paio di vicende laterali che, sempre ai lettori, vengono rese note, ma lasciano la polizia decisamente nel caos. Una soprattutto. Un biondo capellone palestrato nazifascista direttamente dall'est europa e perché? Per fare cagnara! Eh già, perché alla politica serve confondere le acque, agitarle, guidare i media, mettere una bomba qua, picchiare un nero là... e poi orchestrare manovre sulle responsabilità, dirigere e gestire. Una strategia del terrore che si è evoluta e modificata, ma nelle fondamenta pare essere sempre la stessa. Ecco,,, in questo scenario si muove l'indagine: qualche morto subito, Nero e un suo collega che indagano e sembrano davvero essere fuori strada, ingannati, e a malapena portati sulla strada verso il colpevole dalla loro abilità e intuito. Non sono eroi di un colore solo però, e qualche cappella la fanno.
Sulla trama non vi dico altro. 
Anzi sì. Vi sono un paio di colpi di scena tipicamente deaveriani, giocati con un salto temporale in avanti e la scoperta di ciò che è successo. Funzionano, anche se in quello più grosso, non ci si casca del tutto e si capisce che la soluzione del giallo è ancora lontana. Nulla di male.
Posso dirvi che è uno di quei libri che, bene o male, ti porta avanti, e si fa leggere fino alla fine, la struttura a brevi capitoli si è affinata e la scrittura ha perso quei momenti di stanca sociale che erano un piccolo difetto del precedente. Vediamo se trovo un altro pezzo da farvi leggere, dove non c'è azione ma le cose corrono veloci lo stesso...trovato!
Scaffidi è il capo del dipartimento che gestisce l'indagine, e non resterà fuori dalle mire del Teschio e dei suoi crimini... ma eccovi qualche sua riflessione, che come vedete si dilunga poco e presto si ferma. E direi, che secondo me, questa è la giusta misura. Né troppo, né troppo poco.
Scaffidi si alza e lo interrompe con un gesto della mano. «Abbiamo i mezzi e le risorse per occuparcene noi, di qual-siasi cosa si tratti. Nero è ingestibile, se ne frega dell'autorità e degli ordini. Lo chiamavano "il giustiziere", in questura, dopo che era stato sospettato di aver ucciso un pedofilo conosciuto come Lucignolo.» Percorre lentamente la stanza, fino a trovarsi di fronte alla finestra, dando la schiena al suo collega. Fa un respiro profondo e guarda fuori. Una nebbia densa che sembra cotone, dalla quale escono come proiettili le auto che percorrono il viale, tutte ben oltre il limite di cinquanta. Sembrano apparire dal nulla per sparire di nuovo nel nulla. Riesce a malapena a scorgere la rotonda di piazzale xxvi luglio. Che tempo da schifo, pensa. Non fa molto freddo, per essere novembre, ma è da settimane che non vede una giornata di sole. Sembra che sia sparito. Piove per qualche giorno, poi sale questa nebbia da film dell'orrore, e riprende di nuovo la pioggia. Sarebbe stato meglio restare a letto, avrebbe potuto darsi malato.
Si era illuso troppe volte che la sua vita sarebbe cambiata. I colleghi gli avevano decantato Udine e il Friuli, prima che si trasferisse. Ma lui non ha trovato niente di diverso da Torino, dove ha passato l'infanzia. E adesso è stufo di sentire tutti che si lamentano, che parlano di "un'isola felice" (In- non esiste più. Di sentire che una volta "non si chiudeva a chiave neanche la porta di casa". E stanco di questa città, di questo tempo, di pioggia e nebbia, di questa vita.
L'estate scorsa lui e sua moglie sono tornati in Puglia, a Molfetta, dai genitori di lei. Vorrebbe essere ancora lì, sotto il sole, a respirare l'aria del mare. Si accarezza il mento. Non si è rasato bene, stamattina. Alcuni peli sono troppo lunghi, gli pungono le dita. Deve ricordarsi di dare un'altra passata col rasoio, quando torna a casa per pranzo. Il suono della porta che si richiude lo fa sobbalzare. Si gira e la stanza è vuota. Velluto se n'è andato senza nemmeno salutarlo. O forse lui non l'ha sentito. Scrolla le spalle e riporta lo sguardo sulla strada.
Strano fare un mestiere come il suo e sentirsi inutile. Eppure gli succede quasi ogni giorno. Non che sia entrato in polizia per fare la vita che si vede nei film americani; lo sapeva benissimo che sarebbe stato un lavoro senza grosse emozioni. Ma a lui andava bene. così. Non è mai stato un uomo di grandi ambizioni, né di grandi sogni. La sua è stata una scelta casuale, come per molti suoi colleghi. Un concorso fra i tanti, e l'appoggio dello zio di sua moglie, un assessore regionale. Per lui vincere il concorso per entrare in polizia o quello per entrare in posta era la stessa cosa. Il posto sicuro. Quello era l'obiettivo, suo come di migliaia di altri, in un Paese che già vent'anni fa iniziava a scricchiolare. Da qualche anno, però, sente una sensazione di inutilità che lo pervade. Come se volesse lasciare qualcosa, prima di morire. Qualcosa per cui essere ricordato. Chissà, forse sarà solo il tempo che passa. Ormai è vicino ai cinquanta. Gli piacerebbe poterne parlare con qualcuno. Ma Teresa, sua moglie, non capirebbe. I parenti meglio lasciarli perdere. Potrebbe parlarne con un collega, ma con chi?
Bene. Sapete che vi dico? Che vi ho parlato abbastanza. Come al solito, soprattutto se siete amanti dei thriller, dei gialli e delle storie un po' crude ambientate a casa nostra, leggetevelo. Io ci ho impiegato due pomeriggi in cui ero andato a pigliare sole e direi che è proprio una buona lettura estiva, molto scorrevole e avvincente. Per il resto, grazie Pierluigi, e avanti così!

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"La muta - mano rubata" di Tommaso Landolfi****

Stavo per perderlo e non leggerlo, questo piccolo libro.
Era l'ultimo giorno di scuola, l'11, quindi, e sapevo che oltre alle ore dove si gozzovigliava, la prima era a rischio. E infatti non c'era nessuno.
E io che proprio, si parlava col bidello, sono uno di quelli che non riesce a stare con le mani in mano mai, mi ero portato via questo, così, magari da buttare un occhio a qualche riga, passeggiando ad aspettar studenti.
E infatti l'ho fatto.
Sono due racconti, per una ottantina di pagine, scritti abbastanza densi e quindi non brevissimi.
Ho cominciato col primo, La muta, e mi ha preso bene.
Un prima persona condannato a morte che ci parla di come ci si sente, di com'è sapere la data in cui muori.
Le sue considerazioni, i confronti con altri, che sanno o non sanno di dover morire, ti fanno riflettere. Si entra subito in empatia, e te la aspetti, la lunga analessi, che ti porterà a ripercorrere i perché e i percome, e infatti arriva.
Comunque, quasi quasi, un pezzetto di incipit ve lo metto, così avete presente. Ve lo lascio va.
Ecco, e vi dico che rischiavo di non leggerlo, questo racconto,
E insomma... poi è accaduto, e mi sono letto le prime righe, mentre passeggiavo aspettando una classe che non sarebbe arrivata, e ve le lascio anche a voi
:

Lo so... lo so... ma non ho coioni di scannare, e quindi vi beccate la foto.
Comunque, se non avete coioni di leggere, cosa sacrosanta, vi dico che vi prende subito, il pezzo. Un buonissimo incipit. vuoi perché ti fai le stesse domande e vuoi sapere come il protagonista si è risposto, vuoi perché vuoi sapere chi è la muta e cosa c'entra con la pena di morte che si è beccato.
Chiaramente sono riuscito a leggere a malapena 2-3 pagine, e poi ho dimenticato, causa gozzoviglio, il libro in un aula. (o più che altro la gente non si fa i cazzi suoi e ti sposta le cose e io se mi spostano le cose le perdo) comunque, mi son detto, poco male.
Tanto lo ritrovo in bidelleria domattina. 
E invece...
Niente. Nessuno aveva riportato il libro.
Allora salgo in aula, sarà rimasto lì. E invece niente.
Boh... okay, rubato, mi son detto. Ma dai, guardiamoci nelle palle, che probabilità c'è che qualcuno rubi un libro di due racconti di tommaso landolfi vecchio di quelli in omaggio dell'Unità, datato 1996?
Nessuna, secondo me.
Soprattutto in una scuola.
E infatti non era così. Per scrupolo ho chiesto alle bidelle del mattino - scusate non è che c'er un libro ecc - e indovinate? Ah sì, l'ho appena buttato nella carta... o forse nell'indifferenziato, forse lo trovi...
Cioè... secondo me, questa cosa, è lo specchio della decadenza.
Come si fa, in una scuola, a buttare via i libri.
Landolfi, pure, mica Volo, che l'avrei capito...
Non che poi io Landolfi lo conosca, certo, ora un po' di più. E' uno bravo. L'ho scoperto, e non solo lui, con quella antologia, ottima, di racconti di narratori italiani del novecento. I soliti Calvino e Buzzati, certo, ma anche altri, come questo Landolfi. Ecco perché l'ho preso.
E vi dico che mi dispiaceva non leggerlo. Quindi sono contento che la bidella del mattino, dopo aver ravanato un po' lo abbia cavato dal cestino della carta, e me l'abbia ridato con quell'aria da rimprovero, che insomma... non ci si dimentica i libri,, sennò - chiaramente - lei li butta via!
bioparco e ortomio.
La decadenza è quando a scuola buttano via i libri. Ma lasciamo perdere e finiamo questa cosa.
Vi lascio anche l'incipit del secondo racconto, più riuscito del primo, e con una tensione piacevole che finisce per sciogliersi quando e come non te lo aspetti.
Ecco... nemmeno questo avete letto? Ve la dico io, la storia. 
Un gruppo di intellettuali di notte a giocare a carte, tra di esse marcello e Gisa. Il primo con una morbosa passione per la seconda per vederla nuda, giacché non si spoglia mai e nessuno sa come sia fatta. E allora? Si fa uno strip poker, fin troppo di moda in questi giorni in versione briscola, e con questo Marcello cercherà di ottenere il suo risultato. Certo... ma poi, è proprio sicuro di voler vincere? Ma se perde, lui che ce lo ha piccolo? Insomma... si crea una situazione carica di tensione, soprattutto quando poi c'è da mettere l'alternativa a spogliarsi... tipo uccidersi, diciamo.
Ecco... si crea quindi tutta una bolla, una bomba, con le varie opinioni alcoliche intellettualoidi che vanno a disegnare e tenere un registro e un lessico alti. (lo vedete già da queste righe) e che alla fine ci sveleranno di Gisa. E di Marcello, anche, sì, che anche lui di sè non sa molto.
Certo, se i due racconti e Landolfi non vi interessano potete sempre guardarvi il video di Grease in versione Death Metal, esilarante, oppure guardarvi Reapers dei muse e mettere a palla l'assolo che è galattico.
Se invece volete che vi dica ancora un paio di parole su questo paio di racconti, vi dico che sono belli, e sono due pezzi sull'ossessione e ciò che essa cela, buono o cattivo che sia. Non sono certo scorrevoli come siamo abituati al giorno d'oggi. Si sa, le scritture vanno facendosi snelle e rapide, e qui, invece, si corre altre vie, con lessico curato, pomposo, a volte lento, e un modo di raccontare denso e ebbro di partentesi e considerazioni. Ma noioso, però.
E quindi, anche se sono due raccontini-ini, sono tutt'altro che di serie B. 
Forse il primo, che parla di pena di morte, è più prevedibile, ma diciamo pure che non si è qui per l'effetto sorpresa. Il secondo è un buonissimo pezzo, con un meccanismo semplice ma gestito benissimo, variando ritmi ed emotività del lettore fino alla fine.
E' tutto dai, vedo se con questi 40 gradi riesco a lavar la macchina, che non si sa mai che mi venga un colpo e vi saluti tutto... fa troppo caldo, sì... forse anche per me :)

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