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"Un altro mare" di Claudio Magris

Le prostitute arrivano in quei giorni anche loro da tutto il paese, visto che per quarantott'ore le monete scorrono e traboccano fra le mani dei bovari come le more che nel bosco del San Valentin ci si metteva in bocca a manciate, schiacciandole e masticandole senza badare se qualcuna rotolava giù per il mento. Anche indie e meticce e negre con grandi fazzoletti rossi, che si accalcano intorno al cavallo come le vacche nella prateria, gridano agitano le braccia e fanno luccicare occhi e denti

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bianchi. Scende la sera, in ciclo si rompe una fiasca di vino e si spande dappertutto, anche sulle facce arrossate ed eccitate. I bovari gettano sacchetti di monete fra le mani che si alzano e si protendono. Anche Enrico lancia il suo, non solo per prender su una ragazza scalza con una lunga treccia bruna, ma pure felice di gettar via qualcosa, come tirare sassi nell'Isonzo e farli rimbalzare in acqua. Intorno è tutto un gridare, ridere, muggire, schioccare di frusta, più in là sparano fuochi d'artificio, in ciclo scoppiano melograni e schizzano chicchi rossi nella notte. Grazie a quella ragazza sulla sella si lascia un po' stordire dalla festa, ma la confusione, grida luminarie e ressa, gli è presto insopportabile e appena può ritorna, con alcune giornate di cammino, alla sua capanna, sposta il sasso e si mette a dormire. Non conta i giorni né le settimane, calcola il tempo secondo unità più elastiche e labili, la prima folata di nevischio, lo scolorire dell'erba, il periodo dell'accoppiamento del guanaco. Il vento soffia di continuo ma dopo un po' s'impara a distinguere le sue tonalità diverse nelle ore e nelle stagioni, un sibilo che si sfilaccia o un colpo secco, come di tosse. Alle volte pare che il vento abbia dei colori, c'è il vento giallodorato fra le siepi, il vento nero sul nudo pianoro.
Grandi nuvole passano e spariscono, una vacca strappa un ciuffo d'erba, la terra gira ma sta anche ferma, una margherita vive un mese, un'effimera un giorno, la stella della sera si chiama anche stella del mattino. Talora il ciclo si dilata come una palla di vetro soffiato, si allontana e svanisce.
Enrico spara, l'anatra selvatica piomba al suolo, in un attimo il volo araldico è una spazzatura buttata dalla finestra. La legge di gravita è decisamente un fattore di goffaggine nella natura; solo le parole ne sono preservate, anche quelle stampate nei classici greci e latini della teubneriana di Lipsia.
Ecco. Ho cominciato con lo scannare un pezzo del libro di Magris, da Un altro mare, già edito per Garzanti.. 
Ed è un pezzo che non ho letto. O meglio, l'ho tolto dalle due pagine in cui sono arrivato 30 e 31, che sono anche le pagine in cui ho deciso di riporre il libro.
Era brutto?
No. Questo decisamente no. Sono abbastanza sicuro che le righe sopra - poi magari me le leggo - siano scritte con grande maestria e in un ottimo italiano, ricco, complesso, denso...
Eppure sì, ho deciso che non finirò questo libro, che poi è l'ultimo della serie di qualche anno fa dei Racconti d'autore, che credo di essere tra i pochi a possedere interamente ed aver ordinato e recensito sul web con cotanta regolarità.
Purtroppo avevo tergiversato alla grande.
Questo libro  continuava a girarmi e rigirarmi sugli scaffali. (è il numero 57, tra l'altro, e quindi nemmeno tra gli ultimi) e alla fine mi sono deciso. A mollarlo.
Sì perché non è periodo, e siccome è da tre anni, che non lo è, è inutile che continui a tenerlo lì, tra quelli da leggere. Quasi metà libro letto mi dicono che non possono giudicare del tutto, ma due righe ve le posso scrivere.
E anche una curiosità.
Da dire la trama, che comincia in media res, per voce di Enrico, che ci racconta un'amicizia tra tre ragazzi, goriziani, letterati, che volano alto, che sono tutti pane e greco e latino, o pane e musica... insomma, cose che non esistono più ai giorni nostri.
Enrico, Carlo e Nino sono tre amici che hanno fatto della cultura una delle colonne, forse la più forte, della propria vita, e si comincia con Enrico che ci racconta di come sta e come ripensa a Carlo, mentre è in viaggio, nel mare assoluto, verso la Patagonia.
Si parla di ideali, e altre cose così, in Un altro mare, di Magris, e insomma... si parlerà di storia, di guerra, di Tito, di fascisti, e di cose che attraversano l'Italia e facendolo attraversano anche queste vicende personali.
Insomma... il libro è molto valido e sono io che proprio venivo annoiato perché non ero nella condizione di leggere di questo tipo di letteratura.
Poi, la curiosità, è quella che la trama e il contenuto sono estremamente simili a un altro libro che, contemporaneamente a questo, avevo cominciato a leggere e che, come questo, ho mollato. Speriments di perfezion, il vincitore del Premi Sant Simon dello scorso anno, dove tre amici, diplomati, si promettono di primeggiare nelle rispettive arti studiate e si ritrovano ogni anno per vedere a che punto sono. Li ricordano tantissimo, quei tre, questi tre, anche se poi le vicende divergono e la qualità di scrittura sono pianeti altrettanto diversi. 
Insomma... la chiudo qui, e lo so, lo so che sto abbandonando questo blog. Ma maggio è un brutto mese, non riesco a leggere e a malapena riesco a gestire le cose da fare. E quindi finisco qui e vado a lavorare. Uno di tre, oggi. Giornata leggera. :)
Ah, vi metto però una cosa. 
Magris non l'ho mai letto, ma è diventato celebre per essere stato oggetto della prova per l'Esame di Stato del 2013. Ecco... lasciamo perdere il giudizio che posso dare sulla scelta e dello scrittore e soprattutto del brano (negativi, comunque, perché non è corretto far odiare uno scrittore vivente da migliaia di ragazzini e non è corretto riassumere la sua opera con uno stralcio banale e poco rappresentativo della sua opera) fatto sta che l'ho tradotto in friulano, così, tanto per. 
E ve lo lascio, per salutarvi.
Nol è viaç che no si traviersin frontieris – politichis, lenghistichis, sociâls, culturâls, psicologjichis, ancje chês invisibilis che a dividin un borc di un altri inte stesse citât, chês jenfri la int, chês intorteadis dentri dai nestris infiers che a sierin la strade al nestri jessi. Scjavaçâ frontieris; ancje amâlis – parcè che a definissin une realtât, une individualitât, i dan forme, salvantlis in chest mût dal indistint – ma cence idolatrâlis, cence fâlis deventâ divinitât che a vuelin sacrificis di sanc.

Savê che si plein, provisoris e svoladis, cuntun cuarp uman, e par chel meritevulis di jessi amadis; mortâls, tal sens di sometudis ae muart, come i viazadôrs, e no rimpin e cause di muart, come che invezit tantis voltis son stadis.
Viazâ no vûl dî dome lâ di chê altre bande de frontiere, ma ancje scuvierzi di jessi pûr simpri di chê altre bande. In Verde acqua Marisa Madieri, tornant a cori dilunc la storie dal esodi dai talians di Fiume daspò de Seconde vuere mondiâl, intal moment dal riscat dai Sclâfs che ju oblee a lâ vie, e scuvierç la divignince in part sclave de sô famee in chel moment angariade dai Sclâfs par vie che e jere taliane, ven a stâi che e scuvierç la partignince ancje a chel mont che la sta menaçant, che al è, in part, ancje il so.
Cuant che o jeri un frut e o levi a cjaminâ ator pal Cjars, a Triest, la frontiere che o viodevi, une vore di dongje, e jere invalicabile, – almancul fin ae roture fra Tito e Stalin e ae normalizazion dai rapuarts fra Italie e Jugoslavie – parcè che e jere la Cortine di Fier, che e divideve il mont in doi. Daûr di chê frontiere a stevin insiemi il discognossût e il cognossût. Il discognossût, parcè che là al scomençave l’inacessibil, inesplorât, menaçôs imperi di Stalin, il mont dal Est, dispès ignorât, temût e dispreseât. Il cognossût, parcè che chês tieris, tacadis ae Jugoslavie ae fin de vuere, a jerin stadis dal Stât talian; o jeri capitât li plui voltis, a jerin un element de mê esistence. Chê stesse realtât e jere insiemi foreste e di cjase; cuant che o soi tornât li pe prime volte, al è stât intal stes timp un viaç tal cognossût e tal discognossût. Ogni viaç al ten dentri, plui o mancul, une esperience di cheste fate: cualchi robe o cualchidun che al someave jessi dongje o ben cognossût si mostre forest e indecifrabil, o pûr un individui, un paesaç, une culture che o crodevin diferentis e estranis si pandin come simii e inparintadis. A la int di une rive, chei di chê altre rive i somein dispès salvadis, pericolôs e plens di prejudizis tai rivuarts a cui che al vîf di cheste bande. Ma se si tache a lâ sù e jù par un puint, misturantsi a la int che e passe e lant di une rive a chê altre fintremai di no savê plui ben di cuale bande e in cuâl paîs che si è, si torne a cjatâ il propri benvolê e il plasê dal mont.

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"Lettori si cresce" di Giusi Marchetta**

Allora. 
Oggi sapete cosa farò? Rimetterò via tutti i settordici libri che ho cominciato a prendere in mano senza leggerli e ne prenderò uno nuovo, con l'idea di cominciare, seriamente, i miei progetti di lettura per quando la smetterò di fare quattro lavori.
In realtà non so se la smetterò. 
Ma voi direte, perché lo fai? Possibile che non puoi lavorare 6-8 ore al giorno come tutti? e non 12-14? Eh, si, mi piacerebbe. Ma Boh, tipo che quando ti dicono "ah sai, la società per cui lavori è in liquidazione e il 12-1-2-3 che prima erano in ritardo ora non te li diamo proprio, per ora" e quindi tu pensi delle cose con molti porco e cane, dentro, e sei costretto a pigliarti un altro lavoro che ti fa lavorare pure nelle ultime ore libere che avevi e adesso sono passati i mesi 2-3-4 e diciamo metà del 5 e ancora un euro manco lho visto, e allora, siccome avanzano dei buchi e ti vuoi comprare la birra buona, e non la Karpakye, ecco che nei buchi ci metti le ripetizioni, e insomma, resta che io, quest'estate, voglio leggere. 
E voglio leggere i libri che ho sullo scaffale, che sono a decine, e molto sono belli, o comunque ho voglia di. E allora, tutto sto preambolo, per dirvi che ho deciso di non finire questo libro, Lettori si cresce. Un libro nuovo, di quest'anno, che ho fatto arrivare in biblioteca perché ne avevo letto bene, su non so quale articolo, di non so chi. 
E allora ho detto "Mettilo in ordine" e quando è arrivato hanno pensato che lo avessi chiesto per me, ma invece no, non mi interessava, più di tanto, però, siccome fare leggere i miei pargoli è una delle cose che cerco di fare, quando spiego saggi articoli e analisi del testo, non sono riuscito a metterlo giù e me lo sono preso. Sono arrivato a pagina 106, di 166, ma ho saltato qualche riga, lo ammetto. perché proprio non la combinavo.
Mi annoiava. E per un libro che deve ispirare i non lettori, e il curatori di non lettori (curatori nel senso di taumaturghi, diciamo) a trasformarli in lettori, forse non è un bene. 
Ma chiariamo. 
Questo è un buon libro, scritto molto bene e da una persona che è adoratrice coscienziosa di libri, nel senso del contenuto, (e forse anche dell'oggetto) e usa un mix tra saggio e aneddottica personale per dirci quando, per lei, e per quelli come lei, tipo anche io eh, è bello leggere, e per cercare di spiegarsi come mai per altri, ciò non sia.
Il problema che ho avuto, a parte la scelta del nome del ragazzo a cui, in tutto il libro, si rivolgeva (Polito!!!, diocristo, non ho mai conosciuto uno con un nome così, né mai lo conoscerò, e ogni volta che leggevo Polito venivo sparato fuori dalla pagina, perché non lo trovavo realistico)
è che bene o male, per uno che sa che il problema della non lettura, posto così, è mal inquadrato, sentirsi dire il perché e il percome diventano una lunga serie di cose che sa, e mi dicevo, "si okay" "si okay" va bene... e a questo punto, mi aspettavo solo che mi si dicesse che non esiste più la mezza stagione e sono sempre i migliori che se ne vanno. 
Intendo dire che oramai, con la lettura, siamo arrivati a una banalità di secondo grado. La prima è che leggere fa bene, la seconda è che non bisogna leggere per forza, o non bisogna obbligare a leggere, ecc ecc. Sono cose che vanno prendendo una forma fissa, riconosciuta, a cui tutti danno valore, ma non senso. Oramai bisogna passare a un senso più ampio, che trascende la lettura e la allinea a una misera goccia nel mare della cultura, che è fatta di film, videogiochi e centinaia di altre cose fino ad arrivare ai post su facebook, e temo siano soprattutto queste ultime ad aver bisogno di tutela culturale, visto la deriva che vanno prendendo.

E insomma. taglio corto. Mi annoiavo.
E leggevo cose che so e continuavo a pensare che, se fossi stato Polito, non solo mi sarei annoiato, ma davvero... avrei cercato di fare le peggio cose, piuttosto che leggere. Leggere in fine è un modo di assimilare le cose, un po' come la differenza tra il mangiare e il bere, e tipo a volte dev'essere, per qualcuno, (e in questo libro sembra non si consideri mai, almeno nelle pagine che ho letto io, nè chi ha problemi di dsa e simili, né il come le nuove tecnologie degli e reader agiscono in questo caso, e in generale) come assumere una grigliata con una flebo.

Dai, la chiudo qui, anche perché non avendo letto tutto ma solo due terzi, non posso giudicare oltre. Scritto bene è scritto bene. Interessante anche. Ma se mi ha annoiato qualcosa che non va ci dev'essere.
Poi, metterò via anche un libro in friulano che è il vincitore del Sant Simon, che ci ho provato già un paio di volte a cominciarlo ma proprio non vado avanti. Un libro di racconti di Istvan Orkeny, brevissimi, che però ho deciso lo metterò in bagno al posto delle fiabe dei fratelli grimm, quando le finirò (sono a pagine 400 e ce n'è 600 °_°) e metto via anche Magris, che ho deciso che smetterò di leggere. Ma di quello parleremo, dai.
buon sabato!

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"Una lacrima color turchese" di Mauro Corona**

Bruttina. Ma davvero bruttina e noiosa questa favola di natale
Eh sì, mi tocca dirlo, e con il cuore in mano, perché si sa, a me il buon Mauro, quello di Neve, quello delle idee, degli inserti fantastici e horror, ecco, quello mi piace tanto, 
Questo no.
E non sto dicendo che non apprezzo quel trasparire di una purezza e predisposizione alla semplicità, sia narrativa, sia morale.
Dico solo che una fiaba natalizia che si può raccontare in 20-30 pagine non può dilungarsi per 90 ripetendo quella sempre quella, soprattutto quando ciò che ripete è fatto di luoghi comuni molto stantii e il "segreto" che nasconde è palese fin dalle prime righe. 
E dico così sapendo che in altri pezzi simili, come i sette ponti, sempre cimentandosi con una favola semplice, e della stessa lunghezza, ecco, i risultati sono decisamente diversi e migliori.
Purtroppo questo libro sembra un parto sforzato e non ispirato, un messaggio che si vuole dare, certo, quello di come la cattiveria ci è ormai addosso.
Un messaggio che condivido e che onestamente è ciò che più mi spaventa, adesso, dove mi sento circondato da quattro cavalieri dell'apocalisse che sono Intolleranza, Ignoranza, Cattiveria, Indifferenza e poi altri, che boh, meglio non sapere.
E insomma... anche anche questa cosa, se la dico, è un po' banale, ecco perché la piccola trovata (già letta parecchie volte) di un mondo in cui spariscono tutti i Gesù bambini dai presepi e ogni tentativo di rimetterceli è vano, ecco, diciamo che non incide granché.
Troppo, troppo diluita in un blaterare sterile che dice frasi come "molti pensarono al mostro pedofilo e organizzarono di nuovo spedizioni di caccia e linciaggio" oppure, subito dopo, "la folla non ha bisogno di prove, la folla ha bisogno di sangue" oppure ancora, aprendo a caso, "quei tipi desolanti che ridono ai funerali" o "cardinali con attici nella capitale degni di nababbi" e insomma... avete capito. Sono tutti luoghi comuni, generalizzazioni, un dire da bar che alla lunga mi ha irritato. 

Che poi, i cattolici al mondo interessati al bambinello sono meno del 20%, al mondo, e il resto ha altre cose per la testa, in fatto di religione, e insomma.. continuavo a pensarlo. Di positivo ci sono alcune stigmatizzazioni della gente, di tutti noi, che siamo si, come quei quattro cavalieri lassù, più aggiungete che siamo ipocriti e falsi, ed egoisti, e insomma... sì, su questo Corono ha ragione, mica no, ma resta che io leggo il libro, e deve piacermi la storia,.
Anche l'arrivo di una lettera, nel mondo tutto, che segue alla sparizione, e che dice ciò che già sappiamo dirà fin dalle prime pagine, non basta a salvare la fiaba. 
A dirla tutta, facevo fatica a non saltare le righe, perché tutto questo tergiversare (un concetto unico, alla fine, che si protrae per metà libro.) sembrava proprio uno sbrodolare del tipo "mi hanno detto che devo scrivere tot pagine che hanno il libro natalizio da vendere a caro prezzo (12 euro meno di 80 pagine effettive) quelli della mondadori, e mi tocca farlo, bioparco e ortomio"

Cosa che per altro, questa scarsa vena, si vede anche dal titolo e dal lago che da il perché a tutto e che non centra una mazza con la storia, Collegamento non tirato per i capelli, di più!
E quindi? Quindi niente, non dilunghiamoci troppo. Ho deciso che farò pulizia di libri, e siccome ne ho iniziati quattro e non ne sto leggendo nessuno, metto via tutto, a cominciare da questo che oggi ho letto perché ho avuto tre mezze ore buche, e ho approfittato. (Confesso che avevo solo questo, da leggere, e tanto poca voglia di fare altro, se non ascoltare bjork e non parlare con nessuno.) e domani restituisco in biblio, assieme a un altro che ho deciso di non finire.
E bon, basta così, su. Devo fare millanta cose e poi voglio fare una passeggiata fino casa in piazza a bermi una birra notturna, bagnare i peperoni e portare le bistecche giganti più vicine alla griglia.

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"Scala C" di Piero Colaprico**

Non mi è piaciuto tanto, tocca dirlo.
In media, a parte il primo di Camilleri che era davvero superbo, gli altri Corti di Carta che ho recuperato (compreso questo, che ho beccato per chiulo, qualche giorno fa) non mi hanno entusiasmato.
Non conosco Colaprico, non si può legger tutto, e ammetto che sto lasciando perdere un po' quella scena italiana di gialli noir anche se so che tra i Lucarelli, i Baldini, i Colaprico, ecc si nascondono senz'altro belle cose. 
E' vero, certo, che questi raccontini non hanno la pretesa di essere capolavori, e questa resta comunque una storia onorevole, nel senso che mica non la leggi. Anzi. (Ma non ti resta).
Solo che, credo, l'aver indovinato il colpevole vero alla sua prima comparsa in scena, non mi ha fatto bene... e devo dire, ho sospettato fortemente che questo fosse un racconto cavato da qualche cassetto, rimesso a nuovo, che ma sconta ancora l'ingenuità di chi, per non fare capire che tizio è il colpevole sta talmente attento che lo si capisce subito. 

Anche perché, di questa storia milanese che in realtà, vuole mettere in luce soprattutto il degrado di una palazzina milanese con decine di abusivi, i drogati della scala C, e dei gestori degli abusi, che trattano la cosa come se fosse normalissimo.
Pallina, il morto e protagonista involontario dell'indagine, massacrato a coltellate in una cabina telefonica mentre cerca di chiamare il maresciallo che ci racconta la storia, diventa anche lui specchio di come la vita ti può andar male e finire a essere un borderline di punto in bianco.
Non ho trovato granché, questo personaggio, e pure tutti gli altri erano piuttosto ligi a stereotipi già visti e sentiti. Una lancia solo per il carabiniere straniero e irritante, nonché lecchino.

La storia, narrata dal maresciallo, ambientata nel 1979, mentre adesso siamo trentanni dopo, è messa in una cornice londinese, nel senso che il vecchio carabiniere non la racconta a noi, ma al nipotino, che è figura davvero poco credibile, visto che si interessa del destino degli uomini facendo domande degne di un sofista greco. Non l'ho trovata determinante, la cornice londinese: la stora stava benissimo in piedi senza, e il figlio del carabiniere, il non saper usare un tablet del nonno, e l'insegnargli del tecnologico e informatico nipotino, sanno ancora di già visto e sentito. 
Quindi okay, resta una storia giallo-noir che si può leggere, ma non l'ho trovata granché. 
Rimandata. E rimandato Colaprico che giudicherò da altre opere. 

E direi che è tutto. Oggi non mi va di dilungarmi. Ho lavorato fino ad ora e nel giorno e mezzo di non lavoro devo fare millanta cose, compreso comprare un regalo alla vecchia, medicine alla malata, fare una corsa e disegnare e insomma, anche un sacco d'altro lavoro e robe così.
Ma prima di mettere via il libercolo assieme agli altri vi lascio un po' delle prime righe, tanto per.

Sulla poltrona di vimini, nella casa londinese del figlio Umberto, nella zona di Bloomsbury, l'ex maresciallo Pietro Binda staccò gli occhi dal computer.   .
«Nonno, che cos'è il destino?» Quel suo nipotino, el Palmer, com'el ciamaveni, era un portento. Una volta, a sette .nini, gli aveva chiesto: «Nonno, cos'è davvero importante? Avere una bella vita o essere ricordato in un modo speciale?», lui aveva risposto qualcosa a proposito della conoscenza di se stessi e del tentare di fare le cose che ci rendono felici: «O, se non felici, tranquilli».
«Senti, ma tranquillo come il mare, che anclie se è calmo ha sempre le onde? O come una montagna, che non si preoccupa delle nuvole anche quando portano pioggia e neve? Che dici, nonno Peder?» aveva chiesto il nipotino.
«Ciumbia, che domandone... Meglio essere tranquillo come uno scoglio, che sa che il mare lo bagna, ma poi esce il sole e lo asciuga. Non c'è nessuna vita dove tutto filerà liscio, caro el me neudin.»
Adesso, a nove anni, Palmer gli parlava di destino. Chissà, magari sarebbe diventato uno scienziato, un bambino così curioso e introspettivo. O forse, come tanti nonni, anche lui immaginava un'immensa fortuna per il nipote di un semplice  maresciallo, per il figlio di quel suo figlio che era stato più in gamba di lui e aveva lasciato Milano, l'Italia, la sua lingua per fare fortuna a Londra, con i computer. Peder un po' diffidava di quei nuovi mezzi, ma l'Umberto era stato inesorabile: «Alla tua età, sei andato a rischiare la pelle per mettere in galera una banda di albanesi e sei vivo per miracolo. Il medico è stato chiaro, papa. Se vuoi tornare in forma, devi usare il cervello come fai nelle indagini. Anche perché, finché non guarisci del tutto, non ti lascio partire per le tue Grigne, no no, te ne stai qua con noi. E. se hai nostalgia di casa, ti spiego come superarla grazie a questo schermo ultrapiatto che stiamo brevettando...».

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"Racconti di fantasmi di un antiquario" di Montague Rhodes James****(*)

E' un regalo di compleanno. Credo di tre compleanni fa.
Suvvia,,, non inorridite... lo sapete che ho uno scaffale di libri da leggere mostruosamente fornito.
Ma ho deciso di leggerlo, perché non so, dopo aver letto classici e cose comunque bellissime, quando mi sono trovato a leggere dei racconti horror/apocalittici di Titta, mi sono proprio detto: ah, ma che belli che sono i racconti, e che belli che sono quelli horror... e che diamine, è proprio l'ora di leggere questo.

"Tutti i racconti" che okay, non è il titolo, dai, non scherzate. Il titolo è Racconti di fantasmi di un antiquario, che secondo me bastava.
Volume primo, e infatti sono moooolto contento di avere l'altro volume, che però leggerò più avanti, anche se devo dire che mi è rimasta una buona dose di voglia.

E sì, perché questo libro è... bello! Molto.
Ma andiamo per ordine.
Bisogna assolutamente, voi lettori horror che magari non conoscete, che lo leggiate.
Perché quando ero giovane, e frequentavo i lettori horror, ascoltavo tutto, sentivo, prendevo nota...
e avevo intuito che i padri dell'orrore, i famosi scrittori DTN, ovvero Dai Tre Nomi, non sono due, come molti pensano, ma sono tre. A fiancho di HPL e di EAP (no, cazzo, non editori a pagamento, Edgar Allan Poe!), bisogna annoverare altri due nomi: CAS, Clark Ashton Smith, che è un alchimista che da fantasy e horror costruisce mondi, e MRJ, ovvero questo altro scrittore qua.
E lo so già, che voi che la sapete lunga, avete già letto tutto del Montague, e ostentate la vostra supponenza ecc. Ma io no. Non avevo ancora letto niente, e per il solo fatto che me li sono goduti, ecco, potrei essere invidiato. :)

James è scrittore di classe, ve lo dico subito. Pur essendo ottocentesco (1862-1936) nei temi e nei modi, ha un modo di interpretare l'horror - classico e molto british - personalissimo, dandogli una chiave di narrazione che è marchio di fabbrica, e che ne disarma la paura, per lasciare spazio alla parte più misteriosa, e al clima.
Vi spiego.
Tutti questi racconti sono "di seconda mano". Nel senso che, come dicono i due sottotitoli, ce li racconta non uno che ha vissuto i fatti, ma un antuquario, che è comunque molto informato, sui fatti, vuoi perché conosce bene chi glieli racconta, vuoi perché è venuto in possesso di un oggetto che ne fa parte, o a contatto con un'abitazione che. Insomma... mediando attraverso il nostro antiquario, la paura e la suspense vengono disinnescate, lasciando come antidoto il comunicare spesso - durante il racconto - dei brevi flash forward, che non ci tolgono l'ansia, ma tranquillizzano un bel po'.

Vi metto i titoli, tanto per cominciare, così sapete orientarvi con le edizioni in italiano, che non sono poi tante, anzi.
L'album del canonico Alberico
Cuori strappati
La mezzatinta
Il frassino
La numero 13
Il conte Magnus
"Fischia e io verrò da te, ragazzo mio"
Il tesoro dell'abate Thomas (incompleto!)


Una storia dei tempi di scuola

Il roseto
Il trattato Middoth
Il sortilegio dei runi
Gli stalli della cattedrale di Barchester
Il Recinto di Martin
L'eredità del signo Humphreys

Per un totale di 258 pagine, scritte abbastanza fittamente.
Vi dicevo che è piuttosto difficile reperire edizioni di James, in italiano, che non siano quelle della newton, che okay, non so, mi danno affidamento, per ora. Questa edizione non è perfetta, si vede a chilometri che i testi sono stati scannati con OCR o simili, perché alcuni errorini, ma pochi, di battitura sono i tipici errori da scannamento. A parte questo e la mancanza del finale del racconto sul tesoro dell'abate Thomas (ma credo manchino poche righe e in ogni caso il segreto e le questioni erano già state svelate), non mi pare che sia poi un lavoro malvagio. Di malvagio c'è, invece, che quando mi sono trovato senza finale, ed essendo il biblioteca mi sono messo a cercare libri di MRJ, ebbene, uno! Uno ne ho trovato su tutte la decina di biblioteche del giro... e questo mi fa capire che no, non è bene. Io non sto dicendo che MRJ è all'altezza di Poe... dico solo che sono due modi diversi di interpretare l'horror e il gotico, e che mi paiono avere davvero lo stesso valore. Quindi insomma... se vi capita, qualche racconto di questi qua, leggeteli.

Ma di cosa parlano? Sono pieni di case e chiese inglesi, di vecchi signori distinti, di storie e leggende antiche, di suggestioni. E sono proprio le suggestioni, che la fanno da padrone, nella maggior parte dei pezzi. C'è un orrore latente, intuibile, che spesso viene svelato all'inizio per poi essere ricostruito a poco a poco.
E poi, sempre presente o quasi, c'è il mistero, sia esso un'indagine, una ricerca, o qualcosa di simile, sia esse semplicemente un fatto, un qualcosa che - ignaro - il protagonista viene a scoprire.
Vediamo...
inutile parlare tanto senza farvi qualche esempio. Vado a rileggere e ve ne scanno un pezzo, magari. Ma non adesso, che ho da andare a lavorare, cioè, passare da un lavoro all'altro. Stanotte dai. Forse domani.

Ecco. Siamo domani. Ho preso un racconto a caso. Il conte Magnus. Un tizio che poi sarà perseguitato da un qualcosa che, in una cappella, da una tomba, chiusa con dei lucchetti... ah no, un lucchetto è per terra. Insomma, avete capito. Leggetevevevelo

Per quali vie i documenti da cui ho ricavato questo racconto sono arrivati fra le mie mani, è l'ultima cosa che i lettori scopriranno in queste pagine. Ma è necessario premettere al mio estratto una descrizione della forma nella quale li posseggo.

Per la maggior parte essi consistono in una serie di appunti per un libro di viaggi, un tipo di pubblicazione molto comune nella produzione della metà del secolo scorso: il Diario di un soggiorno nello Jutland e nelle isole danesi di Horace Marryat è un ottimo esempio del genere cui alludo. Di solito questi libri parlavano di qualche parte poco conosciuta del continente. Erano illustrati con xilografie o incisioni. Fornivano descrizioni degli alberghi e dei mezzi di comunicazione, proprio come oggi noi ci aspettiamo di trovarne in ogni guida turistica ben fatta, e riportavano ampi brani di conversazioni con stranieri intelligenti, proprietari di locande caratteristiche e contadini loquaci. In una parola, erano discorsivi.
Iniziate con l'idea di procurarsi materiale per un libro di questo tipo, le mie carte, man mano che andavano avanti, assunsero la fisionomia del resoconto dell'esperienza vissuta da un'unica' persona, e questo resoconto arriva fin quasi alla vigilia della sua conclusione.
Lo scrittore era un certo signor Wraxall. Tutto quello che so di lui deriva esclusivamente da ciò che si riesce a capire dai suoi scritti, e da questi deduco che era un uomo oltre la mezza età, con una certa disponibilità economica, e completamente solo al mondo. Non aveva, a quanto pare, una residenza stabile in Inghilterra, ma viveva in alberghi e pensioni. È probabile che cullasse l'idea di stabilirsi da qualche parte in un futuro che non arrivò mai; e penso sia anche possibile che l'incendio del Pantechnicon1 nei primi anni Settanta abbia distrutto gran parte di ciò che avrebbe potuto gettare luce sul suo passato, perché una o due volte egli fa riferimento a oggetti di sua proprietà che erano immagazzinati in quello stabilimento.
Inoltre risulta che il signor Wraxall aveva pubblicato un libro, dove si parlava di una vacanza che una volta egli aveva trascorso in Bretagna. Non posso dire di più sulla sua opera, perché un'accurata ricerca bibliografica mi ha convinto che deve essere apparsa anonima o firmata con uno pseudonimo.
Per quel che riguarda il suo carattere, non è diffìcile formarsene un'opinione superficiale. Deve essere stato un uomo colto e intelligente. Sembra che stesse per diventare Fellow del suo college a Oxford, Brasenose, a quanto deduco dall'annuario. Il suo difetto principale era, senza ombra di dubbio, l'eccessiva curiosità, forse un difetto positivo in un viaggiatore, ma che sicuramente il viaggiatore in questione finì per pagare molto caro. In occasione di quella che poi si rivelò la sua ultima spedizione, stava progettando un altro libro. La Scandinavia, una regione che quaranta anni fa gli inglesi non conoscevano molto, gli era sembrata un soggetto interessante. Doveva essersi entusiasmato per qualche vecchio libro di storia svedese o per qualche scritto su questo Paese, e. gli era venuta l'idea che fosse il momento giusto per un libro che descrivesse un viaggio in Svezia, inframmezzato da episodi della storia di qualcuna delle principali famiglie svedesi. Quindi si procurò delle lettere di presentazione a persone di un certo rango in Svezia, e partì all'inizio dell'estate del 1863.
Non c'è bisogno di parlare dei suoi viaggi al nord, né del suo soggiorno di qualche settimana a Stoccolma. Devo solo accennare al fatto che qualche savant di lì lo mise sulle tracce dì un'importante collezione di documenti di famiglia che appartenevano ai proprietari di un'antica dimora nel Vestergottìand, e ottenne per lui il permesso di esaminarli.

Ecco... piacevole vero? Qui abbiamo addirittura una storia di terza mano, e poi, dentro, si apre ancora parentesi, perché ci sarà l'albergatore, adeguatamente interrogato, che racconterà la storia del Conte Magnus. Direi che non ve ne metto altri, ma vi dico altro.
Per esempio il latino e le citazioni. 
Ce ne sono tante, e non so se sono vere, non vere, o alcune inventate. Sono tutte credibili e belle, e questo basta, perché ti fanno respirare la polvere, quel non so che di muffa. Avete presente i Led Zeppelin? Avete presente Black dog, la canzone? E che Bonham per avere un suono forte fece scavare un buco nel pavimento della villa inglese che avevano affittato per registrare il disco? Ecco... in tanti racconti sembra di essere in quella villa, decenni e forse secoli prima che arrivino gli Zeppelin a devastarla di riff, e il cane nero che girava per il giardino è un personaggio di queste storie, avanzato. 

Eppure, sono moderne. Non hanno niente della modernità letteraria attuale: niente colpi di scena improvvisi, niente trucchi, niente suspense, niente azioni rocambolesche, inseguimenti, brutalità... ma sono moderne, ed efficaci. E quando dopo lunghissima ricerca il nostro protagonista trova finalmente in un buco nero e buio dentro a un pozzo il tesoro dell'abate... ecco, quando "abbraccia" al buio la cosa che gli era stata messa a guardia... ecco, vorreste essere millemiglia lontano, da quell'abbraccio, giusto per farvi un esempio. Che poi non si dice cosa sia, a meno che non sia nelle ultime righe che mancano (a proposito, se alcuni di voi là fuori possiedono questo racconto, mi mandino l'ultima pagina, grazie, che il libro che ho ordinato non sta arrivando)

E poi? E poi basta. Non vedo l'ora di rileggere anche il secondo, mi tocca ammetterlo. E quando e se arriverà il libro con tutti i racconti io sarò felice. E mi leggerò quelli che mi mancano. Che poi, una volta in più, mi si conferma quanto siano belli i racconti, quanto sia piacevole e adatta questa lunghezza letteraria, soprattutto per il genere gotico. Quindi okay, ci siamo capiti: non solo EAP e HPL, ma anche CAS e MRJ!

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"L'ultima traversa" di Paolo Maurensig***

Ah, la novella! Quella buona, intendo, ma anche quella discreta, o comunque quella che si lascia godere, pur non cambiando nulla di ciò che hai letto e leggerai.
Sono un estremo sostenitore di questa misura letteraria, non religiosa eh. La trovo completa e affascinante, e credo a ragione, se molti libri PEM e libri PSF sono novelle o poco più che, ma spacciate per romanzi brevi e romanzi propri. 
Ma perché fare questo discorso pro novella? 
Ma perché ne ho letta una! Una di Maurensig, quello della Variante sì, dai, devo dirlo ché lui povero è uno di quelli scrittori che sembra che hanno scritto solo una cosa e invece no. 
Anyway, ne lessi un'altra, di sua novella, un tempo, molto simile a questa, nella struttura, semplicissima, che vede un racconto raccontato da qualcuno che lo conosce bene, di solito per un certo qual ruolo. 
E l'ultima traversa, come i simpaticoni avranno sicuramente già detto, non è una storia ambientata nel mondo del calcio che narra le gesta di un attaccante sfigato. No... è una storia di scacchi, o almeno, è quella la traversa a cui ci si riferisce, quella della scacchiera. quella che in una partita, come nella vita, bisogna raggiungere per diventare qualcuno, di importante, tipo una regina. E come dice il detto veneto, quando la merda un pedone "monta in scagno o che la spusa o che fa dano", ed ecco che qui, nella novella, un coprotagonista è proprio una di queste regine, montate in scagno, proprio per via scacchistica. Ne ha guadagnato in boria e vanagloria, in sprezzo e vanità, in cattiveria, e in altre cose, che leggerete. Ma come vi dicevo, è un coprotagonista.
L'eroe del nostro viaggio, invece, è un prete. Giovane, in un paese sperduto vicino a Bolzano, diciamo Culonia, per quanti sono abitanti e abitudini. E qui a Culonia, fine secolo XIX, il prete, molto proposito, che porta davvero una ventata di freschezza, nella piccola parrocchia, si riappassiona agli scacchi.
E incontra l'altro, e giocano... là, a Culonia, circondati dai locali, che di scacchi ne sanno quando di bosone di Higgs

"Ah, ma c'entra con Luneberg, allora... è un sequel? prequel? raquel? fringuel?" 
Ecco, sapevo che qualcuno l'avrebbe chiesto... No no no!!! E' una storia, in cui dentro, ci sono anche gli scacchi, come strumento di indagine di due personalità, di due modi di cogliere e raccogliere la vita. Ed è una storia semplice, niente di che, che va a finire esattamente dove ti aspetti, dalla metà in poi, che vada a finire, e nonostante questo ti soddisfa, e la leggi d'un fiato.
Potremmo tacciarla di nucleo narrativo banale? No. 
C'è, ed è ben gestito, e quando ti raccontano una buona storia, anche se non è incredibile, o imprevedibile, o mai sentita, resta che se te la raccontano bene, con saggia scelta dei tempi e dei modi, e senza eccedere in parole in più o inadatte, beh, ecco, va bene. 
A me almeno va bene. Sono contento di aver letto il libro e stop, basta, non chiedo di più.
Mi successo lo stesso con Vukovlad, anche se là, il taglio fantastico e l'aria medievale che vi si respirava mi avevano forse interessato di più.

Comunque chiudiamola qua, anche perché è un libro della biblio, nuovo, uscito per i tipi della Barney edizioni dopo che nel duemila12 era già strauscito per gli Shorts di non ricordo chi.
Si legge in 40 minuti. Lo so, perché l'ho letto lunedì, che tra la 2^ e 4^ ora ho buco e dopo aver a) preso il libro e l'ipod in macchina b) fatto fotocopie per c) preso il caffè al ginseng alle macchinette
sono riuscito a leggerlo tutto (okay, confesso, 50minuti perché ho letto anche durante la ricreazione e sono andato in classe con qualche minuto di ritardo).
E direi che è ora di finire di parlarvene, lasciandovi l'incipit (reale), perché mi va, e perché se continuo ci ho messo più tempo che a leggerlo!
A voi, e al prossimo, o alla prossima novella. :)
Nella primavera del 1883 un nuovo parroco si insediò a Maria Himmelfahrt, un paesino del Tirolo sull'altopiano del Renon, compreso nella diocesi di Bolzano. Si chiamava Aloiz Bauer, aveva ventinove anni ed era sostenuto dalla fede e dall'entusiasmo propri della sua giovane età. Era di buona e ricca famiglia, e la sua vocazione sembrava autentica. Aveva studiato con grande profitto nel seminario della città vicina e, grazie ai brillanti risultati conseguiti, il vescovo gli aveva assegnato quella parrocchia rimasta vacante, la quale comprendeva, oltre al villaggio rurale, tutta una serie di piccole frazioni sparse lungo la vallata, per complessive ottocento anime, un numero che compensandosi tra morti e nascite rimaneva pressoché uguale da lungo tempo.

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"Ricette per ragazze che vivono da sole" di N. Cuffia - I. Urbinati (epub)**(*)

E questa volta mi è piaciuta un po' meno, la guida della Zandegù. Eh... sì, sì, lo sapete già che se mi piace di meno lo dico e non sono come i paramuli che dicono sempre tutto bello solo per non farsi brutti agli occhi di.
Al limite cerco di capire se sono io, che non apprezzo o se si poteva fare meglio, e qui, secondo me, un po' meglio si poteva fare. Però prima c'è da dire che io pure, sono un po' pirla.
E perché?
Perché per me, ricette, è sinonimo di mangiare, e siccome speravo ci fossero quelle, nelle Ricette per ragazze che vivono da sole, mi ci sono buttato a fionda.
E anche quando mi sono accorto - leggendo la scheda della guida su sito - che forse, beh, ecco, non solo di ricette culinarie, si parlava, ma anzi, di un altro tipo di ricette, ecco, io ho pensato: Ecchediamine, ci saranno pur anche le ricette di cucina, no?

E quindi, questo è un primo fatto per cui sono pirla.
No, le ricette di cucina non ci sono. Ci sono soluzioni. C'è una soluzione per quando torni da un viaggio e nel frigo trovi quel poco che hai lasciato che cammina da solo su gambe di muffa facendo twerking, e non hai nient'altro e fuori il mondo è chiuso. Questo c'è. Ma le ricette tipo inventare una pastasciutta con il nulla mancano. Ma non è certo per questo che dico che mi è piaciuto di meno.
Poi resta una miniguida godibile, che si legge d'un fiato, ma no incide come le altre che ho letto.

Poi il secondo viene direttamente dal titolo, lo so, già vi sento, voi in ultima fila, che fate i criticoni.
Ma gelo, sei una ragazza? Vivi da sola? Sei capace di cucinare?
No, nessuna delle tre.
E allora che cats ti leggi queste cose?! Sei scemo?
Okay... okay... avete della ragione nei vostri torti, ma io leggo di tutto, e credo che - sinceramente - il manuale stia bene a tutti, quelli che soffrono del vivere da soli. Certo, oh, le ragazze possono fare a maglia (non è una battuta, è una cosa anche filosofica) mentre i ragazzi no, ma io ho sostituito tali attività con quello che potrebbe fare per me, tipo che ne so, disegnare, il bricolage, sistemare la menta per i mojiti o dipingere una piovra sul muro che copre una porta e giocare a pallone a fare gol evitando i tentacoli. Cose così.

E anche per certe altre cose, per dire. Tipo le strategie da attuare contro i ragni, o altri insetti, che poi sono un po' sullo stereotipo della donna media, e non della normale, che li schiaccia o libera senza troppi fastidi, né dell'aracnofobica, che non potrebbe mai dormire nella stessa stanza dove sa che c'è un ragno perché dà di matto. Un uomo tendenzialmente no, e qui lo ammetto, non potrei giudicare, ché non ne so nulla, di ragni e insettume vario, però di donne che ne sanno di essi sì, sia sole, che mal accompagnate, (cioè con me). E insomma... per farla breve, non è che perché il libro è dedicato a una categoria che non mi appartiene non lo posso leggere,

E infatti le parti che mi sono sembrate deboli sono quelle che non erano originalissime, come i consigli anti silenzio, i consigli dell'osservare, del prestare attenzione, o quelli sui vicini di casa, che insomma... alcuni erano simpatici da leggere, ma altri non mi hanno lasciato del tutto soddisfatti, tipo quelli "che se soffri il silenzio accendi la radio" che insomma, soprattutto se uno ama la musica, con quello che esiste adesso, finirebbe per aver talmente tante migliaia di dischi da ascoltare da non bastare una vita intera... altro che silenzio. E' il poco volume che diventa il nemico :)

Ma dai, vicino a questo caffè, dopo una giornata corta, oggi, che ha raggiunto a stento la doppia cifra, e con gli editors che cantano malinconie leggere, e una torta, e un lavoro di scan da fare, anche se non sono freelance ma ho mille padroni, e che mentre faccio ne faccio altri tre, adesso, che è passata mezzanotte da mezzora eppure sta cominciando ora la (mia) giornata, insomma, ecco,,, forse è che non l'ho sentito mio, questo manuale, perché non sono nelle condizioni di provare quasi nulla, del vivere da solo, perché un grande aiuto me la dà la sociopatia. E quindi?

E quindi niente, veniamo al manuale, che è fatto di capitoli che sono situazioni. Tipo? Tipo "Il metodo Gandhi" contro gli insetti, o "la giornata di pioggia", o "leggere i classici", anzi no, volevo dire i contemporanei, che sono vivi, insomma. E poi appunto, i vicini da farsi piacere, che però ha il difetto di essere una vicenda molto personale e atipica, e invece l'imparare a stare e godere del silenzio, oltre che a temerlo, che però essendo condizione che sostengo già da tenera età, non mi coglie impreparato. E poi... ah, sì, quello del fare a maglia, che mi è piaciuto. 
E poi bon, basta, mica è lunga, questa guida. E io sono passato ai Low, del 94, e figuriamo se ho voglia di scrivere ancora sul blog. :) Sono una quarantina di pagine. E ci sono i disegni, e io ora ve li metto, che poi sono della mezzautrice di cui già vi parlai nella guida di Valentina Stella.
Come dite? che non vi ho messo nemmeno un pezzo di guida per capire di cosa sto parlando? Avete ragione... chi sono io per privarvi del materiale da leggere, quando si parla di cose da leggere. E allora ve lo metto. pezzo che mi è piaciuto, vi metto.


Nel vivere da sole, come una sorta di bonus non richiesto, potrà capitarvi di non riuscire a connettervi a Internet per interi pomeriggi. Lo scenario potrebbe essere questo: voi siete lì – a me succede spesso ultimamente e, considerando che lavoro da casa e con il computer, immaginate la gioia – vi preparate a una sessione di lavoro con tanto di sbirciatina ai fatti altrui su Facebook (ma suvvia siete una ragazza che vive da sola, vi è concesso questo e altro), e insomma voi siete lì pronte a navigare nel mare dei Sargassi della rete concentrate come un ragnetto che tesse la sua tela, sicure di voi come un maratoneta al traguardo, pronte a reperire informazioni, scrivere, comunicare con il mondo, accrescere le vostre competenze su Pinterest, quando ecco che tutto quanto si disconnette. Così di colpo. Senza ragioni. Il primo pensiero che fa una normale ragazza che vive da sola è: santissimo cielo, non ho pagato la bolletta!
Ma non è il vostro caso. Voi siete solerti, avete pagato tutto in tempo. Quindi è il fato. Siccome siete persone quiete, vi tranquillizzate e mettete su il tè. Tornate al pc e seguite le istruzioni che la vostra saggezza vi detta. Spegnete e riaccendete. Spegnete e riaccendete. Spegnete e riaccendete. Spegnete e riaccendete un po’ di volte. Poi di nuovo. E di nuovo. E di nuovo. Passata la mezz’ora, scollinati i tre quarti d’ora, un po’ vi scoraggiate... Quelle vecchie e ormai dimenticate sensazioni di nervoso, fastidio e magone dell’adolescenza sembrano fare capolino alla vostra mente, il vostro corpo dà qualche segno di irrequietezza. L’estremità destra del labbro superiore comincia a tremare, così come il sopracciglio sinistro, in perfetta sincronicità con i piedi che tamburellano e le pellicine che cominciate a rosicchiare senza cognizione. Poco prima di digrignare i denti, fermatevi! È il momento esatto di mettere in pratica questa utile ricetta, che a me ha salvato parecchie volte. Staccate tutto, respirate, prendete un gomitolo e... fate a maglia. Se non avete avuto una nonna cintura nera di punto croce, una maestra elementare come la mia che ogni sabato ci insegnava l’uncinetto o una mamma reginetta del dritto e rovescio non importa. Cercate un tutorial su YouTube. Ops. No scusate. No dai, non piangete... Piuttosto, uscite. Correte in edicola. Compulsate riviste specializzate o contattate circoli di sferruzzatrici indefesse (ne esistono, garantisco!).
A pochi euro, acquistate tonnellate di lana, che all’occorrenza serviranno anche da consolazione visiva per le fredde lunghe solitarie sere d’inverno trasformando la vostra spoglia dimora in un morbido nido colorato. Ora: cominciate. Allestite una base, visualizzate la sciarpa arcobaleno o il cappellino Jamaica che andrete a realizzare. E non importa se lo finirete nel 2039, quando probabilmente il buco nell’ozono e la crisi economica avranno reso questo pianeta una perenne serra arida e soffocante. Insistete. Credeteci. Aggrappatevi a quei due benedetti ferri come fossero il ponte tibetano della vostra avventurosa esistenza. Ricordate, voi siete Indiana Jones. Non avete bisogno di Internet oggi, voi avete bisogno di creare qualcosa che prima non c’era. Fosse anche una improbabile pezzuola piena di buchi e nodi inestricabili. Sarà la VOSTRA pezzuola, sarai TU in persona ad aver sconfitto i problemi di connessione di questo pazzo mondo.


Bene. Basta. Non vi dico nemmeno che cosa sto facendo, vi dico solo che sto scannando un centinaio di pagine per la gloria e altruismo... e penso che ci metterò ancora un paio d'ore... vabbè, vado a prendermi una grappa al mirtillo,  e vi lascio dormire, voi là fuori, che potete.

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