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"Mytholofiction" di Andrea Viscusi (epub)***

Allora, c'è un professore di matematica e un professore di Economia Aziendale.
No, non è una barzelletta... cioè, forse un po'.
Di cosa parlano, di solito, secondo voi, questi due? Chiaramente di criptozoologia, libri assurdi, folklore nipponico, narrativa breve del fantastico e miti vari, è ovvio. E capita si sviluppino dialoghi come questo.
- Sai, sto leggendo dei racconti, sul reader, una roba tipo ognuno ispirato a un mito religioso, mitofiction...
- Ah, sembra figo. Mi ricorda Archetipi...
- Eh, sì, più o meno, tipo però con i miti della religione. Tipo nel primo c'è Abramo che cerca di sacrificare Isacco e Dio che gli dice Checazzofai! razza di imbecille, volevo solo vedere se eri così idiota da compiere crudeltà senza senso... imbecilli, ho creato dei deficienti!
- Ah, sembra figo! Però sembra una di quelle cose che fanno i miei amici scrittori. Ti ricordi di chi è?
- No, aspetta che prendo il reader...
- Sì, va, magari me lo passi... 
- Ah, ecco. Andrea Viscusi!
- ... ehm... sì, cioè, è Piscu! E che minchia, è un ebook del Piscu! Ce l'avrò di certo.
- Eh... infatti, volevo dirti, guarda che me l'hai girato tu!
- Ah...
- Eh.

Ecco. E io me n'ero proprio scordato del tutto che il buon Piscu aveva pubblicato questo Mytholofiction, raccogliendo un po' di racconti sul tema mitologico-religioso che vi ho detto.
E lo so... non sto leggendo un sacchissimo di libri dei miei amici, nemmeno quelli che mi hanno regalato! Me misero... che amico scrittore dimmerda che sono. Però vi avevo detto che se ricominciavo a leggere in ebook poi continuavo, e appena terminato il mio bel manuale dei lasciatori ho visto che non solo mi ero scordato di aver ricevuto questo ebook, ma lo avevo pure messo nel lettore, il che significa che lo volevo leggere... 
E l'ho letto.

Sono 6 racconti. Sei miti religiosi, come la madonna vergine, o la storia di Ra, Iside e Osiride Horus e Athos Portos e Ara... ah no, quelli erano altri. Insomma.., avete capito. La prima storia è un po' la risposta a ciò che tutti pensiamo di Abramo. Un crudele e un coglione. E quindi è un bel racconto. E anche Nimby, anche se un pochetto scontato, già dal titolo, fin troppo chiarificatore per chi ha presente la sindrome, è un racconto che ha da dire. Gli altri sono tutti altrettanto godibili, sia quello in cui si parla del serpente tentatore, sia quello indù, con la simpatica Dea Kalì. Sia, con una complessità maggiore per l'ultimo, quello egizianico, appunto.
Che dire... che anche se ha cannato un paio di congiuntivi, la scrittura di Andrea è buona, ha cominciato a trovare il suo stile, anche se è ancora un po' statica nello strutturare le frasi. Ma i racconti sono tutti godibili e tutti che non annoiano.

Se li volete leggere, li trovate qui, su ebookgratis mentre se non li volete leggere potete sempre finire di leggere il post, visto che se siete su queste righe vuol dire che non avete un cazz da fare. 
Dicevo, tornando ai racconti di Andrea Viscusi (che tra l'altro è già stato su questo blog con Pixel e con Quattro apocalissi, che ricordo ancora con piacere) che forse hanno il difetto di essere più godibili se avete una conoscenza dei miti che vi sono trattati, ma è un dettaglio, e in generale, anche a una lettura molto casuale, senza contestualizzare nell'idea di fondo, si ha abbastanza chiaro il tutto anche ignorando i miti.

A proposito, ma perché questo titolo? Mytholo? mi continua a ricordare il nono nano (l'ottavo, embolo, è morto subito) e mi fa chiedere perché non bastasse quel "Mythofiction". Ma credo sopravviverò anche se non lo scopro eh. Più che altro, per voi curiosi, potrei dirvi che attraverso questi racconti troverete qualche interpretazione "fantastica" (e a volte plausibile) a fatti mitologicoreligiosi, e comunque, per un paio di religioni, verrete a saperne di più. E poi potrei dirvi che tra l'altro è in uscita il nuovo libro (senti come fa figo dirlo, eh, sembra quasi uno scrittore vero) dicevo, il nuovo libro di Andrea Viscusi: Dimenticami Trovami Sognami, e che io devo ancora pigliare quello vecchio, Spore. 

Insomma... Se vi va di leggervi qualche racconto easy in ebook che ripercorrano, interpretino, utilizzino i miti religiosi, non avete che da scaricare.

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"Se mi lascia non Vale" di Valentina Stella (epub)****

Succede questo: da tanto, troppo, non leggo in epub... perché?
Due motivi. Non avevo più i due lavori nelle due biblio dove in macchina leggevo. Alla fine, anche se poche pagine per tragitto, in una settimana o due un epub lo leggevo.
Punto due, con gli altri lavori che mi tengono lontano dal cesso di casa per 12-13 ore al giorno ho cominciato a leggere libri, quelli classici, quelli che ho da millenni, magari nelle collane che regalavano coi giornali, e quindi, alla fine, leggo su carta, a scuola, o ai semafori, o addirittura a letto, e l'ereader resta lì, sul sedile, nell'astuccio con le caramelle comprato da Tiger.
Ma da 2-3 settimane ho ripreso il lavoro della strada dove leggevo e ho ripreso in mano anche il lettore, e ho cominciato leggendo qualche pagina. E qualche pagina di cosa?
Di questo!

Sì, perché mi sono già letto due delle guide della Zandegù, quella sul fallimento e l'abcdiario, ed entrambe mi sono piaciute.
Anche ripensandoci adesso me le ricordo bene e con piacere  e quindi ero abbastanza sicuro che anche questa l'avrei letta in poco tempo.
Anche perché mi sentivo terribilmente in colpa coi poverini della Zandegù che mi amano tanto, visto che mi scrivono ogni volta nonostante io impieghi tempi biblici a leggere le loro cose. Oddio... va detto che almeno le leggo col piglio di chi le vuole leggere e non deve farlo, ma poi, sapendo che faccio le recensione parlando soprattutto dei cazzi miei, beh... insomma. Mi sentivo in colpa lo stesso.
E comunque, a parte il senso di colpa, che nel mio caso funge da propellente quanto una carcassa di bufalo albino nel motore di una Panda, immagino che l'avrei letta in poco tempo lo stesso, questa guida, perché sono prodotti che hanno capito alla perfezione le necessità del lettore a cui si rivolgono.
(uno che legge in macchina, vuole cose simpatiche ma non stupide, curate, agili e non lunghe)
Ma poi è successa una cosa. ovvero, ho ricevuto una mail, che mi comunica che era in uscita un'altra guida. Una guida che mi interessa. E io mi sono sentito una merdaccia. E così ieri, che era una giornata di quelle no, mi sono messo a letto e ho letto 1/3 di guida, qualche pagina ieri sera che ne so, 1/7, e poi circa 2/5 stamattina, dopo colazione, cazzeggiando domenicalmente. Insomma.. l'ho finito e a grande richiesta della morosa ho dovuto anche rileggerle una categoria di lasciatori, quella dei puntuali, che le è piaciuta assai e l'ha fatta un po' ridere, ma anche angosciata.

Sì, perché questa guida è stata per me un'illuminazione, e non molto piacevole.
Vi spiego... Valentina Stella, dall'alto della sua grande esperienza, che l'ha portata a essere lasciata settordici volte, nonché a conoscere altre lasciate, opera un tentativo di definire una tassonomia del lasciatore, suddividendoli in categorie, di cui una - quelli che non lasciano - è fatta di sottocategorie.
Ecco... io sono, più o meno, con pochissime eccezioni, tutti questi uomini.
Tutti i lasciatori in uno!
Dovrei fare mente locale, dovrei ricordarmi nomi e persone, ed è davvero impossibile, ma io, sono stato tutti questi lasciatori per davvero, e quasi mai la cosa è lusinghiera. Oddio... che io sia una pessima persona, lo so, da anni e lo dico sempre. E' che le donne sono bestie strane, più gli dici "guarda che sono stronzo, guarda che sono un bastardo, guarda che io ho interesse solo per me stesso e mi basto..." e meno loro ti credono. Il dialogo tipo, ormai, da vent'anni a questa parte, è questo.
-Mi ami?
-No.
-Ti piaccio almeno?
-No.
-Se non ci fossi ti mancherei?
-Ma sei fuori?!
-Mi tradisci allora?
-Non ho tempo! Faccio tre lavori e il tempo libero preferisco leggere, scrivere o andare a correre, ti pare che lo sprecherei scopando altre?
-Ma sei proprio così stronzo?
-Eh, sì... te lo sto dicendo.
-Mmm...
-Mmm cosa
-Non è vero.
-Cosa non è vero?
-Tutto quello che hai detto.

Comunque... continuo dopo adesso mi colgo quest'ultima ora di sole per andare a fare una corsa per smaltire il pranzo e far posto alla cena.

Fatto. C'era anche un bel tramonto, e mi sono ascoltato due dischi dei PJ, il secondo e terzo. E poi ho fatto una supercacca e poi niente, la doccia e via, pronto per nuove avventure, tipo finire questo post. Ma vi stavo parlando di questa guida. Allora... dunque. E' una guida per donne, nel senso di quello che vuole insegnare, ma servirebbe molto più agli uomini, per ciò che potrebbe prevenire.
E' fatta di una prima metà decisamente riuscita. Effervescente, fresca, spassosa, eppure a modo suo molto vera, molto seria, e non solo perché racconto con uno stile frizzante cose che bene o male sono capitate a tutti, ma perché è proprio buona l'idea, e ben gestita. Riesce a entrare in rapport col lettore quasi subito, andando a toccare corde che abbiamo sentito vibrare, nel nostro passato amoroso.
Poi, la parte finale, finisce per appesantirsi, perdendo di ironia e diventando un po' troppo manualistica, (oddio, direte voi, e che cazzo t'aspetti, è un manuale) ma forse diciamo pure che è la parte che noi lasciatori, a cui è dedicato questo libro, sopportiamo di meno, perché si dà la ricetta per il dopo (ironia, amici, passione, piangere... cose così).

Però io lo so cosa volete voi, là fuori. Volete che vi sveli le categorie di lasciatori e che vi dimostri che io sono tutti loro... Perché siete curiosi e pettegoli. Non so se è possibile. Io ho la memoria dei pesci, e tendo a cancellare, quindi molte cose non le ricordo. Inoltre rischierei vari linciaggi e ritorsioni a ogni cosa raccontata. Ma vediamo... Allora, la nostra guida dice che i lasciatori si suddividono in:
I traditori.
E okay... devo dire che? Ho tradito tutto e tutti sempre. Sono peggio della canzone dei Litfiba, Non saprei però dire quando ho tradito e lasciato, cioè... non me lo ricordo. Oh poco... Forse ero piccolo, credo, una volta che mi ricordo, di più, con una rossa che era la terza di tre sorelle rosse e che credo mi diede solo un'occhiataccia che tutto diceva, mentre mi scoprì a baciare un'altra tizia mentre il suo moroso la teneva per mano e parlava ignaro con un suo amico. Robe dell'altro millennio insomma... 
I sinceri
quelli che cioè ogni tanto sarebbe meglio una bugia di comodo, che la verità. Tipo non so... ti lascio perché sei vuota come una zucca secca non capisci niente di arte libri musica sport tramonti mare bellezza e boh... tutte le cose che amo. Hai solo due belle tette, ma mi son stufato anche di quelle. Okay... okay, mi avete scoperto. Ho fatto follie per le belle tette, perdonatemelo.
i puntuali
quelli che scelgono il momento meno opportuno per. Ecco... so di averlo sicuramente fatto, so di essere un puntuale, ma non mi ricordo con chi e con cosa. Forse boh, prima di san valentino, perché mi rompeva enormemente il cats fare i regali. A me i regali piace solo riceverli. :)
i pausisti.
Ah, questi son famosi, quelli che si prendono una pausa, e poi vediamo. Non so... questa cosa non credo di averla fatta. O meglio, l'ho fatta, ma non l'ho comunicata alla controparte. Non chiedetemi perché... a volte non so i miei perché.
i viaggiatori leggeri
ovvero quelli così straimpegnati che non vogliono e riescono ad avere una relazione. Questo sono io, inutile. E' così sempre, da tutta la vita. Faccio cose, continuamente, a tutte le ore, sempre, e ne trovo sempre di nuove, continuamente... e niente. finisco che non ho tempo per la donna. o meglio, lo trovo... certo, finché lo trovo, vuol dire che va bene. Certo... è anche un bene, per quanto mi riguarda. Ricordo che una volta, una tizia, mi lasciò perché le dissi che preferivo stare a casa a scrivere un racconto che avevo in testa che uscire con lei. Lo prese come un'offesa enorme... pensò che avessi un'altra. Da quella volta ho imparato che quando voglio stare a scrivere devo sempre mentire e dire che esco con un'altra o con gli amici, poi sto a casa a scrivere. 
i paninari
che è ingannatrice, come definizione, ma diciamo che sono quelli che tornano con la ex, che alla fine, dentro al cuore, ex non è mai stata. Eh sì, io sono a rischio anche di questo. Amo un sacco io, per sempre. Ne ho almeno una cinquina che potrebbero tornare in ogni momento e riprendermi. Ovviamente per sperimentare un altro modo di essere lasciate, certo, tant'è.
Gli allergici (al matrimonio)
Se non sono sposato ci sarà un perché, giusto? Sì, c'è. Io.
Ai confini della realtà
Ecco... questo è forse la parte più spassosa. E io, per farvi capire, vi regalo un estratto. E fatevele due risate, suvvia.

Lo ammetto, sono i miei preferiti. Non credo ci sia bisogno di un commento, basta elencarne alcuni, uno dopo l’altro.Filippo usciva con Caterina da due anni.«Pronto, ciao amore!»«Ciao».«Cos’hai? Ti sento triste».«Eh…»«Dimmi, amore: cosa c’è?»«Sai, Cate, quando i cavalli da corsa stanno molto male si fanno due cose: o si portano dal veterinario o si uccidono con una pistola. Non si mandano mai al macello. Lo fanno perché meritano una morte immediata. Ecco, io con te ho deciso di non portarti dal macellaio.»E dopo una pausa aggiunse: «Mi dispiace, ma lo faccio perché ti rispetto».Stefano e Anna, fidanzati da un anno. Era inverno, loro lavoravano nello stesso ufficio e lui un giorno disse: «Amore, stasera vieni a cena da me? Ti faccio il roastbeef al sale».Lui era strano, aveva un’aria furbetta e lei, tornando al computer, scrisse un’email alla sua migliore amica.Mi ha invitata a cena, sembra quasi che abbia qualcosa da dirmi. Se mi dà l’anello, l’addio al nubilato lo facciamo a Parigi ☺Si presentò bellissima, e appena entrata in casa di Stefano avvertì nell’aria l’elettricità dei cambiamenti.«Siediti, amore. Ecco qua un bicchiere di vino. È il Negramaro che abbiamo bevuto in Salento, te lo ricordi?»«Come potrei dimenticarlo?» rispose lei sorridendo, con il cuore aggrappato alla gola.«E tieni anche una sigaretta».«Ste, ma cosa succede? Mi devi dire qualcosa?» chiese Anna con trepidazione.Ci fu un attimo di silenzio, e lui abbassò gli occhi verso il pavimento. Poi tirò fuori dal pacchetto un’altra sigaretta, la accese e tornò a guardarla.Per Anna fu un arcobaleno velocissimo di emozioni: prima speranza, poi allegria, poi batticuore, e poi, all’ultimo, con i suoi occhi di nuovo addosso, disperazione.«Sì. Ti devo parlare. Ti ricordi di Rebecca? Quella ragazza con la quale ho avuto una piccola storia prima di te?»«Sì. Cioè no, so solo che c’è stata, ma non me ne hai mai parlato molto».«Ci siamo rivisti. Qualche mese dopo che ci siamo messi insieme noi. Tu eri al mare con Vale, ricordi?»«Sì. Ma è stato tanto tempo fa».«È stata solo una sera, solo una cazzata».«Stefano…»«No, aspetta, devo dirti un’altra cosa. Rebecca è incinta. Di sette mesi. Io non posso proprio più stare con te».Anna gli lasciò dire ancora qualche frase sconnessa, lottò contro il desiderio di riempirlo di insulti, poi gli buttò addosso tutto il tuo Negramaro del cazzo e scappò a casa sua.Per anni si è chiesta come fosse potuto succedere, come avesse potuto lui, così dolce, gentile e attento, farle questo, come si fosse svolto tutto (avevano cominciato subito dopo quella notte e quindi lui l’aveva tradita per mesi? Non avevano mai smesso di uscire insieme e quindi forse era stata lei l’amante?), ma soprattutto si è fatta una domanda migliaia di volte e non ha mai avuto nessuna risposta: ma perché, perché, perché proprio il roastbeef al sale?

Ve le siete fatte?
Figo dai... Ma poi ci sono ancora i lasciatori che non lasciano. E lì mi ci sono ritrovato appieno.
Tipo... Gli illusionisti, quelli che spariscono, non si sa dove, come, perché... Cioè, io il dove come perché lo so, ma non son cose che si possono dire, e allora amen, sai che ti perdi delle cose, amicizie, persone, lavoro, bellezza... ma è un prezzo da pagare. bisogna sparire, a volte. 
Gli indifferenti sono quelli che se ne fregano, diciamo, come se nulla fosse accaduto. 
I timidi, che lasciano per interposta persona
Gli innocenti, cioè quelli che si fanno lasciare, tirandosi addosso le peggio cose, persino inventandosele. E forse questa è la categoria che più mi si addice. In ogni caso, solo gli indifferenti non sono molto il mio tipo. 
E per ogni categoria, in ogni caso, trovate cose spassose e fintamente easy. Si, dico finte easy perché un paio di cose le capisci, dell'autrice. Che ha mestiere, tanto per cominciare. Si vede non solo dalla scrittura catchy al punto giusto, ma da un modo di fornire e abbellire gli aneddoti senza mai essere pesante e restando sempre in bilico tra serietà e leggerezza. 
Seconda cosa, e chiudo il post, che doveva essere corto e invece è venuto lunghissimo... pensavo, che devi comunque avere un vantaggio competitivo, per vedere il mondo così.
Nel senso... essere lasciati e farsi una doccia, un pianto e poi uscire con gli amici e ricominciare e trovare in meno di tre mesi un'altro figo è una cosa che non è per tutti...

Cioè, devi essere una cosa e averne un'altra.
La cosa da essere è figa, o comunque abbastanza quaglia da non essere schifata dal mondo maschile.
La cosa da avere è gli amici, e non è cosa poi tanto ovvia. Io non ne ho, per esempio.
E insomma... facile dare consigli quando sei quaglia e piena di amici e stai sorseggiando vino da una mansarda sopra i tetti di torino... Non so se valgono anche per una racchia che ha avuto un solo uomo nella vita e l'ha perso e sa che è cessa quanto il bisonte albino di prima dopo essere uscito dal motore e non ha amici e al massimo può sorseggiare una birra del discount tipo una Karpakye guardando un carro di letame che passa per il borgo di Culonia. :)
Comunque io sono uno che di una così potrei facilmente invaghirmi... ma se mi accadesse, le regalerò subito questo ebook, così può scegliersi il modo di essere lasciata :)

Bene. E' tutto. Vado a mettere tutto on line. 
Ah, dimenticavo, un altro motivo per comprarlo sono i disegni, uno per ogni lasciatore, ottimamente interpretati da Ilaria Urbinati. E il titolo, il gioco di parole, è una figata, un applauso per chi ha avuto l'idea.
Ah, seconda cosa. Queste guide mi fanno voglia di scriverne una pure io. Me ne fate scrivere una? Dai dai dai dai dai... ho già in mente l'argomento!

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"La vita davanti a sé" di Romain Gary****

Non ho il tempo materiale per andare a correre oggi, e allora taglio legna, ché mi basta star fuori, un po', visto che alle quattremmezza è già ora di.
E però mi va di cominciare questo post, fuori e dentro casa, mentre ascolto il nuovo verdena (dentro) e bevo una coca (fuori) indeciso su cosa aggiungere al sugo di pomodori olive nere e peperoncino per farmi una pasta, stasera. 
Ecco... è un animo un po' che così, che mi fa pensare che questo libro è bello, ma di una bellezza che te la devi andare a cercare un po' tu, perché a tratti ti arriva, ma a tratti devi volerla vedere.
Perché?

Perché di libri scritti dal punto di vista di un bambino ce n'è tanti, e di libri in cui si gioca sull'innocenza dei piccoli e la loro visione del mondo, anche, e non sono sempre facili da gestire. Anzi... di solito puoi cadere nella comicità eccessiva, o nella irrealtà delle considerazioni, rischiando di sacrificare anche buone intuizioni. 
Mi è venuto in mente, leggendo questo, il libro di Sholem Aleichem, in cui era sempre un piccolo ebreo a raccontarci questioni di religione e di vita povera, ma anche visioni del mondo.
Non sono vicini, questi due libri, se non altro perché questo romanzo di Gary, La vita davanti a sé  - scrittore figaccione morto suicida come al solito - ha avuto un gran successo postumo, se non altro per aver vinto premi sotto altro nome. Ma non mi interessano, queste questioni. Dicevo del parallelismo, e che è simile ma lontano. Il bambino, qui, è un figlio di puttana. No... tranquilli, intendo che è proprio un figlio di una puttana, musulmano, si chiama Mohamed, come tutti, ma lo chiaman tutti Momò. 
Qui non si vuole dare una visione dal di dentro della parte religiosa e sociale, o meglio, se la si dà e talmente filtrata dagli occhi di Momò - che intendiamoci, è normale, ma troppo sensibile per il mondo in cui vive - che insomma, la via con cui questo libro ti rende cosciente di realtà lontane da quella occidentale e socialmente accettabile è mediata, indiretta.

Mi spiego... Momò è figlio di puttana, a Parigi, dove i figli delle puttane, a pagamento, finivano da ex puttane che gestivano case dove ospitare, e magari tentare di adottare, sti bambinelli, che ogni tanto avevano una madre, che fra una marchetta e l'altra li veniva a trovare, e ogni tanto no. Come Momò, che non ha nessuno, ed è ospite fisso di Madame Rosa.
E Madame Rosa, più di Momò, è un personaggio che vi resterà dentro.
Ma ora vado a tagliare qualcosa, mentre penso a Madame Rosa, che è bello anche pensarci, ai personaggi che conosci nei libri.

Eccomi qua. Ho tagliato un po', ora attaccato l'acqua calda, Obama si rotolava per terra, tocca coccolarlo, Bin no, mugola di invidia, tocca coccolarlo, E' morta una delle tartarughe, credo Garappa, sono nati due pulcini, due soltanto, ma col freddo... e la mia tutta puzza di cimice, e amen, la butterò a lavare. E sulla sedia del bagno ho rimesso un libro, le favole dei fratelli Grimm, quelle vere. Ieri sono andato al bar senza portafoglio, era in macchina, sono andato in macchina lasciando tutto lì, e ci sono arrivato dimenticandomi le chiavi, lasciate nel giubbotto, e così l'ho fatta due volte, e non ho letto nulla o quasi, ed erano solo le nove, e le giornate, poi, piene così, che avevo tredici ore di fila e boh, sembrano così piene da non essere riempite più e invece le si riempie ancora.
Così mi sembra Momò, nella sua visione della vita. Momò che soffre di non avere nessuno, e odia e ama Madame Rosa, che è ebrea, che è stata in lager, che è piena di paure, che si fa difendere da un magnaccia, che alleva i figli come può, che è tenera, tenerissima, e grassa, grassissima, e che quei sei piani, li vive come un calvario, che nulla è al confronto del calvario del passato, e insomma... è davvero indimenticabile. E anche il corollario di Momò, Lola la puttana travestito ex boxeur che è generosa quanto mai, il medico mussulmano mezzo cieco, o il rabbino vecchione un po' tocco che crede di parlere con Dumas, o il signor Waloumba, africano vero, con tanto di riti e danze, e anche tutte le altre puttane, o la doppiatrice, o insomma... c'è davvero un microcosmo di miseria e gioia, in questo libro. E' in corsa per essere PEM, e io dico che si merita davvero di diventarlo, perché magari ci fai due risate, ma quella vita, quella dei figli di puttana, quelli veri, è qualcosa che ti resta, che impari, così come questo mescolarsi di nozioni religiose, afromussulmanebree, che passano per Momò e arrivano al lettore masticate e distrutte, innocue.

Vediamo... bisogna che vi faccia leggere qualcosa. Vado a cercare... Trovato.
Il libro è quasi tutto bello, ma nella parte centrale mescola tragicità e innocenza in modo sublime. Vi faccio leggere questo pezzo, dove il dotto Katz ha appena visita Madame Rose.

«Chi è il più grande tra voi?»
Gli ho detto che era Momò come al solito perché non sono mai stato abbastanza giovane per evitare le scocciature.
«Bene, Momò, adesso faccio una ricetta e tu andrai in farmacia».
Siamo usciti sul pianerottolo e lì mi ha guardato come si fa sempre quando si vuoi far compassione.
«Ascolta, piccolo mio. Madame Rosa è molto malata».
«Ma non avete detto che il cancro non ce l'ha?»
«No che non ce l'ha ma, francamente, è molto grave, molto grave».
Mi ha spiegato che Madame Rosa aveva addosso tante malattie che bastavano a parecchie persone e che bisognava portarla all'ospedale, in una stanza grande. Mi ricordo benissimo che mi ha parlato di una stanza grande, come se ci volesse molto spazio per tutte le malattie che aveva addosso, ma ho pensato che dicesse così per descrivere l'ospedale a tinte incoraggianti. 
Io non capivo i nomi che il signor Katz mi elencava con soddisfazione, perché si vedeva che aveva imparato molte cose su di lei. La cosa che ho capito di meno è stato quando mi ha detto che Madame Rosa era troppo tesa e che le poteva prendere un attacco da un momento l'altro.
«Ma soprattutto è la senilità, il rimbambimento, se preferisci». Io non preferivo niente, ma non era il caso di discutere. Mi ha spiegato che Madame Rosa si era ristretta nelle arterie, le canalizzazioni le si chiudevano e non circolava più come doveva.
«Il sangue e l'ossigeno non alimentano più adeguatamente il cervello. Non potrà più pensare e vivrà come un vegetale. Può durare ancora molto e può darsi anche che per anni abbia degli sprazzi d'intelligenza, ma non perdona, figlio mio, non perdona».
Mi faceva ridere con quel modo che aveva di ripetere «non perdona, non perdona», come se ci fosse qualcosa che perdona.
«Ma non è il cancro, non è vero?»
«Assolutamente no. Puoi stare tranquillo».
Era comunque una buona notizia e io mi sono messo a frignare. Mi faceva terribilmente piacere che si evitasse il peggio. Mi sono seduto sulla scala e ho pianto come un vitello. I vitelli non piangono mai ma l'espressione vuole così.
Il dottor Katz mi si è seduto vicino sulla scala e mi ha messo una mano sulla spalla. Con quella barba assomigliava al signor Hamil.
«Non bisogna piangere, figlio mio, è naturale che i vecchi muoiano. Tu hai tutta la vita davanti».
Cercava di farmi paura quel porco, o cosa? Ho sempre notato che i vecchi dicono: «Sei giovane, hai tutta la vita davanti», con un sorriso buono, come se gli facesse piacere.
Mi sono alzato. Be', adesso sapevo che avevo tutta la vita davanti ma non me ne sarei fatto certo una malattia.
Ho aiutato il dottor Katz a scendere e sono risalito in fretta per annunciare a Madame Rosa la buona notizia.«E fatta, Madame Rosa, adesso è sicuro, il cancro non ce l'avete. Il dottore su questo punto è categorico».
Ha fatto un sorriso immenso, perché denti che le restano non ne ha quasi più. Quando Madame Rosa sorride diventa meno vecchia e racchia del solito, perché ha conservato un sorriso molto giovanile che le fa come una cura di bellezza. 
C'è una sua fotografia di quando aveva quindici anni, prima degli stermini dei tedeschi, e non ci potevi credere che ne sarebbe venuta fuori Madame Rosa, quando la guardavi. Ed era la stessa cosa dall'altra parte, era difficile immaginare Madame Rosa a quindici anni. Non c'era nessun rapporto. Madame Rosa a quindici anni aveva una bella capigliatura rossa e un sorriso come se davanti a lei ci fosse un mucchio di cose buone e lei ci stesse andando. Mi veniva mal di pancia a vederla a quindici anni e poi adesso, nel suo stato. La vita l'ha sistemata, come no. 
Certe volte mi metto davanti a uno specchio e cerco di immaginarmi come sarò quando la vita avrà sistemato anche me, ci provo con le dita tirandomi le labbra e facendo delle smorfie.
E stato così che ho annunciato a Madame Rosa la notizia più buona della sua vita, che non aveva il cancro.
Alla sera abbiamo aperto la bottiglia di champagne che ci aveva offerto il signor N'Da Amédée per festeggiare che Madame Rosa non aveva il peggior nemico del popolo, come diceva lui, perché il signor N'Da Amédée voleva anche fare della politica. Lei per lo champagne si è rifatta tutta bella e perfino il signor N'Da Amédée è sembrato meravigliato. Poi se ne è andato e nella bottiglia ce ne restava ancora. Ho riempito il bicchiere a Madame Rosa, abbiamo fatto cin cin e ho chiuso gli occhi e ho messo l'ebrea a marcia indietro fino a quando non ha avuto quindici anni come nella fotografia e così sono perfino riuscito a baciarla. Abbiamo finito lo champagne, stavo seduto su uno sgabello vicino a lei e cercavo di fare la faccia contenta per incoraggiarla.
«Madame Rosa, tra poco ve ne andrete in Normandia, i soldi ve li darà il signor N'Da Amédée».
Madame Rosa diceva sempre che le vacche erano le persone più felici del mondo e sognava di andare a vivere in Normandia dove c'è Tarla buona. Credo di non avere mai desiderato tanto di essere un poliziotto come quando stavo seduto sullo sgabello tenendole la mano, tanto mi sentivo debole. Poi ha voluto la sua vestaglia rosa, ma non si è potuto farcela entrare dentro perché era la sua vestaglia da puttana e negli ultimi quindici anni era troppo ingrassata. Io credo che non si rispettino abbastanza le vecchie puttane, invece di perseguitarle quando sono giovani. Io se fossi in grado mi occuperei unicamente delle vecchie puttane perché le giovani hanno dei prossineti ma le vecchie non hanno nessuno. Prenderei solamente quelle che sono vecchie, racchie e non servono più a niente, sarei il loro prossineta, mi occuperei di loro e farei regnare la giustizia. Sarei il più grande poliziotto e prossineta del mondo e con me nessuno vedrebbe mai più una vecchia puttana abbandonata piangere al sesto piano senza ascensore.
«E, a parte questo, cosa ti ha detto il dottore? Morirò?»
«Non particolarmente, no, Madame Rosa, non mi ha detto specificatamente che debba morire qualcuno».
«Che cosa ho?»
«Non ha spiegato, ha detto che c'era un po' di tutto, che le so».
«E le gambe?»«Non ha detto niente di particolare per le gambe, e poi sapete bene che per le gambe non si muore, Madame Rosa».
«E cosa ci ho al cuore?»
«Non ne ha parlato in particolare».
«E cosa ha detto dei vegetali?»
Ho fatto il tonto.
«Come, dei vegetali?»
«Ho sentito che diceva qualcosa dei vegetali».
«Bisogna mangiare dei vegetali per la salute, Madame Rosa, e voi ci avete sempre dato da mangiare della verdura. Certe volte non ci avete fatto mangiare altro».
Aveva gli occhi pieni di lacrime e sono andato a prendere della carta igienica per pulirglieli.
«Cosa ne sarà di te senza di me, Momò?»
«Cosa volete che ne sia, e poi non è mica ancora detto».
«Tu sei un bel ragazzine, Momò, ed è pericoloso. Non ti devi fidare. Promettimi che non ti guadagnerai la vita col culo».
«Ve lo prometto».
«Giuramelo».
«Ve lo giuro, Madame Rosa. Per questo potete stare tranquilla».
«Momò, ricordati sempre che il culo è la cosa che un uomo ha di più sacro. Il suo onore sta lì. Non lasciar mai che nessuno ti prenda il culo, anche se ti paga bene. Anche se muoio io e a te non ti resta altro al mondo che il tuo culo, non ti devi far convincere».
«Lo so, Madame Rosa, è un mestiere da donna. Un uomo deve farsi rispettare».
Siamo rimasti così un'ora, tenendoci per mano e questo le faceva meno paura.


Ecco fatto. Vi è piaciuto?
E' un pezzo lungo, lo so, ma vi lascio solo questo. Secondo me racchiude un po' tutto.
E che altro dire... Ci sarebbe tanto, ma anche poco. I libri belli hanno sempre bisogno di poche parole, e io non so che tipi siete, cosa apprezzate, ma se vi capita di voler leggere qualcosa di non troppo conosciuto, ma bello, o comunque, anche se non piace, non è che puoi dire che è un brutto libro, proprio no, ecco, questo consideratelo.
Primo o poi leggerò altri Gary, sì, spero di riuscire da maggio in poi a trovare il tempo per.
Vi posso salutare dicendovi qualcos'altro, sul libro. Magari un po' di trama, una parola chiave, e altre parole. 
La trama è semplice, si racconta di Momò, anzi no, lui racconta di sè, della sua vita al sesto piano del quartiere di Belleville, e del microcosmo che ruota attorno alla pensione per figli abbandonati dalle prostitute e che non può durare per sempre, vista la salute di Madame Rose. Tutto qua.
La parola è tenerezza. Si traveste in tutte le pagine, ma c'è sempre, perché Momò è un animo sensibile, anche quando caga in giro per casa o prende a calci qualcuno, o si approfitta delle puttane.
Le altre sono parolacce: culo, puttana, cazzo, baldracca... tutte dette da un bambino con l'innocenza con cui le sente e le ri-usa. Ecco... non ce n'è nessuna fuori posto.

Basta così, sono le 4 e venti, ho dieci minuti per fare la doccia partire tradire e fuggire. E' il ricordo che resterà... :)

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"Se questo è un uomo" di Primo Levi*****

Quando ho cominciato la cosa dei libri PEM, non avevo ancora letto "Se questo è un uomo" di Primo Levi.
Lo so... potreste giudicarlo come una grave mancanza, ma io non li ho letti quasi mai, i libri che ti consigliano a scuola. Qualcosa, forse... 2 o 3, ma poi basta. E devo dire che ne sono contento. Parecchio contento.
Alcuni di questi libri no, ma molti, di quelli appartenenti alle liste scolastiche, ecco, molti sbagliano target. 
Lo puoi leggere, ti può piacere, inorridire, lasciare indifferente... ma a leggerlo da piccoli, questo libro, non ci si arriva alla sua vera faccia.
"Se questo è un uomo" è un'indagine sulla natura umana, vera e attendibile quanto lo sono i fatti accaduti e raccontati.
Seconda cosa, è un libro bellissimo, con una scrittura che cambia di registro con scioltezza, che sa farsi descrittiva e introspettiva nell'arco di una stessa pagina, che è elegante e ricercata, a tratti, ma mai pesante; una scrittura che sfugge i giudizi, il compiangersi, l'eccesso di descrizione, la voglia di stupire, accusare o incutere emozione.

Non significa che non lo faccia. 
Non sei più lo stesso dopo aver letto questo libro. E non solo perché la realtà di un campo di concentramento ti è stata srotolata davanti e ci hai camminato sopra. No, non per questo. Perché a leggere tra le righe, a leggere dentro, e poi a guardare il mondo intorno, soprattutto quello che si affaccia al web, quello dei commenti, quello delle persone che si professano tali ma. Ecco, a guardarti in giro ti accorgi che la natura umana, là in fondo, da qualche parte, sotto le sovrastrutture, i moralismi, la legge, il giudizio altrui... dietro a queste sbarre che l'ingabbiano, ecco, quella natura è quella che i tedeschi avevano liberato, creando il lager.
E non è una bella cosa.

E quindi, tornando ai libri che ti rendono migliore, libri che ti fanno vedere il mondo in un modo diverso, che ti fanno conoscere cose, ecco, se uno ha letto questo libro e non ha capito il concetto di libro PEM allora è un qualcuno che davvero non capisco io. Non è questione di saperne di Auschwitz, o di saperne di guerra o di campi di concentramento. Non è una questione informativa, ma emotiva e indagativa. E letteraria, anche, perché c'è modo e modo di dire le cose, ma questo modo è estremamente e maledettamente efficace. 
Quindi... torniamo al libro e diciamo qualcosa, sia per chi lo ha letto (che ricordare è sempre fondamentale, e secondo me chi lo ha letto lo ha imparato) e sia per chi non lo ha letto, perché forse vale la pena che lo faccia... indipendentemente dalle sue credenze letterarie, politiche, sociali e altro.

Vi posso dire e mostrare due cose, prima di cominciare.
Una è questo video che ho trovato in rete che spezza (non una ma) cinque lance a favore della lettura. Sono cose che uno che legge sa, ma che a volte non riesce a vedere o considerare, anche se se le sente dentro. Però sono dette bene, fate uno sforzo, dai. Anche perché è proprio ciò che intendevo io come pemmitudine dei libri. Chi non legge mai ovviamente farà fatica a credere a queste cose, ma chi non legge mai non c'è motivo che passi su questo blog :)


La seconda cosa è una mostra che c'è adesso, a padova, o giù di lì. Sono i disegni degli internati. 

Ma avevano tempo di fare disegni? Vi chiederete... suvvia, vuol dire che non avete letto "Se questo è un uomo" e siete ancora legati all'idea di lager come campo di tortura, mentre ci si viveva, purtroppo. E dove si vive, si fanno cose, e tra queste può starci benissimo anche il disegnare.
Ma adesso vi saluto e vi lascio che vado a pranzo, che i miei fanno quarant'anni di matrimonio.
Ecco fatto. Dicevo... ah, sì, l'altra cosa che vi volevo lasciare, oltre a quel video là, sulla letteratura, è una mostra che c'è adesso a padova, una mostra di disegni, quelli degli internati.
Sono belli. Angoscianti ma belli. Ne ho trovato qualcuno in rete, e ci condisco il post, così viene più a tema. Forse ci vado, a padova a vederla. 

Ma veniamo al libro.
Primo Levi era di Torino, era ebreo, per quanto anche lui non vi vedesse questa gran cosa nell'essere ebreo, nel senso che non sapeva l'ebraico, non conosceva la Torah, ed era in tutto e per tutto un perito chimico di torino, che viveva tranquillo e beato.
Finché non l'hanno preso e internato in Polonia.
Un anno circa, ci racconta, dal giorno in cui è stato caricato sul treno, assieme ad altri, ai giorni della liberazione, quel 27 gennaio che abbiamo festeggiato - si fa per dire - pochi giorni fa come giornata della memoria. Stavo leggendo proprio le ultime pagine del libro, in quei giorni. E' stato bello.
Ora, tanto per dire, dopo aver fatto pausa con un altro libro molto bello, ho cominciato "La tregua" che in pratica è il sequel di questo. Non so se ho fatto bene, penso di sì. 
Certo è che, già adesso, che ho letto solo un capitolo, una cosa mi è già saltata addosso. Manca l'urgenza. E' la prima parola chiave del libro. Urgenza nel raccontare, nel dire, nel parlare, nel liberarsi parlando. Urgenza di far sapere agli altri, al mondo, che poi la vedete anche qui in questi disegni, e che, a quanto pare, non ha salvato Levi, forse morto suicida, ma secondo me... boh, non ci credo tanto. Dovrei leggere altre cose sue, e le leggerò.


Ma a fianco dell'urgenza, nel libro, c'è la meditazione e la freddezza. Io non so come ha fatto, o forse è proprio perché in quel periodo, nel 46 e 47, le forze per tornare a essere un uomo erano così poche che poteva tenere lontano da sè l'emotività. Perché credo sia questa una delle grandi doti del libri.

Ci racconta l'internamento per come è e per le piccole cose che sono tortura e vergogna.
Quasi vola veloce quando si tratta di parlarci di cumuli di cadaveri, di pestaggi, di uccisioni. Mentre si dilunga a spiegarci come fosse difficile vivere senza un cucchiaio, come fosse gratuitamente crudele fare prendere ai prigionieri una scarpa sola, anziché un paio, e in fretta e guai a sbagliare numero, che senza scarpe si moriva, che provate voi a lavorare camminando nella neve per un giorno.

Ci sono pezzi, nel libro, in cui si definiscono concetti sociologici in modo sorprendente. Davvero... Ve ne voglio lasciare uno. Avete presente, per dire, la scala dei bisogni di Maslow? Ecco... ora vado a cercarvi un pezzo e vi faccio leggere. Il capitolo si intitola "Una buona giornata"

La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molto pensano e discutono: ma per noi la questione è più semplice.
Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera. Di altro, ora, non ci curiamo. Dietro a questa meta non c'è, ora, altra meta. Al mattino, quando, in fila in piazza dell'Appello, aspettiamo senza fine l'ora di partire per il lavoro, e ogni soffio di vento penetra sotto le vesti e corre in brividi violenti per i nostri corpi indifesi, e tutto è grigio intorno, e noi siamo grigi; al mattino, quando è ancor buio, tutti scrutiamo il cielo a oriente a spiare i primi indizi della stagione mite, e il levare del sole viene ogni giorno commentato: oggi un po' prima di ieri; oggi un po' più caldo di ieri; fra due mesi, fra un mese, il freddo ci darà tregua, e avremo un nemico di meno.
Oggi per la prima volta il sole è sorto vivo e nitido fuori dell'orizzonte di fango. E un sole polacco freddo bianco e lontano, e non riscalda che l'epidermide, ma quando si è sciolto dalle ultime brume un mormorio è corso sulla nostra moltitudine senza colore, e quando io pure ho sentito il tepore attraverso i panni, ho compreso come si possa adorare il sole.
— Das Schlimmste ist voruber, — dice Ziegler tendendo al sole le spalle aguzze: il peggio è passato. Accanto a noi è un gruppo di greci, di questi ammirevoli e terribili ebrei Saloniki tenaci, ladri, saggi, feroci e solidali, così determinati a vivere e così spietati avversari nella lotta per la vita; di quei greci che hanno prevalso, nelle cucine e in cantiere, e che perfino i tedeschi rispettano e i polacchi temono. Sono al loro terzo anno di campo, e nessuno sa meglio di loro che cosa è il campo; ora stanno stretti in cerchio, spalla a spalla, e cantano una delle loro interminabili cantilene.
Felicio il greco mi conosce: — L'année prochaine a la maison! — mi grida; ed aggiunge: —... a la maison par la Cheminée! — Felicio è stato a Birkenau. E continuano a cantare, e battono i piedi in cadenza, e si ubriacano di canzoni.
Quando siamo finalmente usciti dalla grande porta del campo, il sole era discretamente alto e il cielo sereno. Si vedevano a mezzogiorno le montagne; a ponente, familiare e incongruo, il campanile dì Auschwitz (qui, un campanile!) e tutto intorno i palloni frenati dello sbarramento. I fumi della Buna ristagnavano nell'aria fredda, e si vedeva anche una fila di colline basse, verdi di foreste: e a noi si è stretto il cuore, perché tutti sappiamo che là è Birkenau, che là sono finite le nostre donne, e presto anche noi vi finiremo: ma non siamo abituati a vederlo.
Per la prima volta ci siamo accorti che, ai due lati della strada, anche qui i prati sono verdi: perché, se non c'è sole, un prato è come se non fosse verde.
La Buna no: la Buna è disperatamente ed essenzialmente opaca e grigia. Questo sterminato intrico di ferro, di cemento, di fango e di fumo è la negazione della bellezza. Le sue strade e i suoi edifici si chiamano come noi, con numeri o lettere, o con nomi disumani e sinistri. Dentro al suo recinto non cresce un filo d'erba, e la terra è impregnata dei succhi velenosi del carbone e del petrolio, e nulla è vivo se non macchine e schiavi: e più quelle di questi.
La Buna è grande come una città; vi lavorano, oltre ai dirigenti e ai tecnici tedeschi, quarantamila stranieri, e vi si parlano quindici o venti linguaggi. Tutti gli stranieri abitano in vari Lager, che alla Buna fanno corona: il Lager dei prigionieri di guerra inglesi, il Lager delle donne ucraine, il Lager dei francesi volontari, e altri che noi non conosciamo. Il nostro Lager (Judenlager, Vernichtungslager, Kazett) fornisce da solo diecimila lavoratori, che vengono da tutte le nazioni d'Europa; e noi siamo gli schiavi degli schiavi, a cui tutti possono comandare, e il nostro nome è il numero che portiamo tatuato sul braccio e cucito sul petto.
[...]
Oggi è una buona giornata. Ci guardiamo intorno, come ciechi che riacquistino la vista, e ci guardiamo Funl'altro. Non ci eravamo mai visti al sole: qualcuno sorride. Se non fosse della fame!
Poiché tale è la natura umana, che le pene e i dolori simultaneamente sofferti non si sommano per intero nella nostra sensibilità, ma si nascondono, i minori dietro i maggiori, secondo una legge prospettica definita. Questo è provvidenziale, e ci permette di vivere in campo. Ed è anche questa la ragione per cui così spesso, nella vita libera, si sente dire che l'uomo è incontentabile: mentre, piuttosto che di una incapacità umana per uno stato di benessere assoluto, si tratta di una sempre insufficiente conoscenza della natura complessa dello stato di infelicità, per cui alle sue cause, che sono molteplici e gerarchicamente disposte, si da un solo nome, quello della causa maggiore; fino a che questa abbia eventualmente a venir meno, e allora ci si stupisce dolorosamente al vedere che dietro ve n'è un'altra; e in realtà, una serie di altre.
Perciò, non appena il freddo, che per tutto l'inverno ci era parso l'unico nemico, è cessato, noi ci siamo accorti di avere fame: e, ripetendo lo stesso errore, così oggi diciamo: «Se non fosse della fame!...».
Ma come si potrebbe pensare di non aver fame? Il Lager è la fame: noi stessi siamo la fame, fame vivente.
Al di là della strada lavora una draga. La benna, sospesa ai cavi, spalanca le mascelle dentate, si libra un attimo come esitante nella scelta, poi si avventa alla terra argillosa e morbida, e azzanna vorace, mentre dalla cabina di comando sale uno sbuffo soddisfatto di fumo bianco e denso. Poi si rialza, fa un mezzo giro, vomita a tergo il boccone di cui è grave, e ricomincia.
Appoggiati alle nostre pale, noi stiamo a guardare affascinati. A ogni morso della benna, le bocche si socchiudono, i pomi d'Adamo danzano in su e poi in giù, miseramente visibili sotto la pelle floscia. Non riusciamo a svincolarci dallo spettacolo del pasto della draga.
Sigi ha diciassette anni, ed ha più fame di tutti quantunque riceva ogni sera un po' di zuppa da un suo protettore, verosimilmente non disinteressato. Aveva cominciato col parlare della sua casa di Vienna e di sua madre, ma poi è scivolato nel tema della cucina, e ora racconta senza fine di non so che pranzo nuziale, e ricorda, con genuino rimpianto, di non aver finito il terzo piatto di zuppa di fagioli. E tutti lo fanno tacere, e non passano dieci minuti, che Bela ci descrive la sua campagna ungherese, e i campi di granoturco, e una ricetta per fare la polenta dolce, con la meliga tostata, e il lardo, e le spezie, e... e viene maledetto, insultato, e comincia un terzo a raccontare...
Come è debole la nostra carne! Io mi rendo conto appieno di quanto siano vane queste fantasie di fame, ma non mi posso sottrarre alla legge comune, e mi danza davanti agli occhi la pasta asciutta che avevamo appena cucinata, Vanda, Luciana, Franco ed io, in Italia al campo di smistamento, quando ci è giunta a un tratto la notizia che all'indomani saremmo partiti per venire qui; e stavamo mangiandola (era così buona, gialla, solida) e abbiamo smesso, noi sciocchi, noi insensati: se avessimo saputo! E se ci dovesse succedere un'altra volta... Assurdo; se una cosa è certa al mondo, è bene questa: che non ci succederà un'altra volta.

Lo so, lo so, è lungo, ma saltatelo pure. Volevo solo condividere con voi una cosa bella. Letterariamente bella, intendo. Io lo trovo un gran pezzo, davvero. 
Ma non il migliore, comunque. Il migliore è più avanti, ed è quasi un'analisi umana, secca, molto chiara, con tanto di esempi chiarificatori. Una analisi di come si può suddividere il mondo degli umani, quando un esperimento come quello del lager viene effettuato. Tra l'altro, il titolo del capitolo è' quanto mai icastico, tanto da essere poi ripreso da Levi per il suo saggio successivo, a tema di campi di concentramento.
Ah, già, perché non è mica che penserete che Levi abbia scritto solo roba di ebrei e tedeschi? No, macché. Ha scritto altri libri, anche racconti. Ne ho letto uno, per ora, credo tratto da un suo testo dove trattava il tema della fabbrica. Bello. 
Mi piacque. Infatti sono curioso di conoscere il Levi narratore breve. Lo farò. Ma vi stavo dicendo del titolo del capitolo: I sommersi e i salvati.
Ve lo scanno, almeno un pezzo, e anche se so che ne uscirà un post lungherrimo, pace, amen. Sopporterete. Tra l'altro, in questo capitolo, dopo aver descritto la categoria dei sommersi e quella di quelli che, in qualche modo, si salvano, vengono descritti tre individui, e uno di essi, un nano, è una figura meravigliosa, che non può non rimanervi impressa. Un personaggio da film, un freak, qualcosa che nella realtà sarebbe reietto e sconfitto, ma nel lager è chi invece ha le più ampie possibilità di uscirne, di esserne salvato. Dai, basta chiacchiere, eccovi il pezzo


Questa, di cui abbiamo detto e diremo, è la vita ambigua del Lager. In questo modo duro, premuti sul fondo, hanno vissuto molti uomini dei nostri giorni, ma ciascuno per un tempo relativamente breve; per cui ci si potrà forse domandare se proprio metta conto, e se sia bene, che di questa eccezionale condizione umana rimanga una qualche memoria.
A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermativamente. Noi siamo infatti persuasi che nessuna umana esperienza sia vuota di senso e indegna di analisi, e che anzi valori fondamentali, anche se non sempre positivi, si possano trarre da questo particolare mondo di cui nar-riamoì Vorremmo far considerare come il Lager sia stato, anche e notevolmente, una gigantesca esperienza biologica e sociale.
Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per età, condizione, origine, lingua, cultura e costumi, e siano quivi sottoposti a un regime di vita costante, controllabile, identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto di più rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto istituire per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dell'animale-uomo di fronte alla lotta per la vita.
Noi non crediamo alla più ovvia e facile deduzione: che l'uomo sia fondamentalmente brutale, egoista e stolto come si comporta quando ogni sovrastruttura civile sia tolta, e che lo «Hàftling» non sia dunque che l'uomo senza inibizioni. Noi pensiamo piuttosto che, quanto a questo, null'altro si può concludere, se non che di fronte al bisogno e al disagio fisico assillanti, molte consuetudini e molti istinti sociali sono ridotti al silenzio.
Ci pare invece degno di attenzione questo fatto: viene in luce che esistono fra gli uomini due categorie particolarmente ben distinte: i salvati e i sommersi. Altre coppie di contrari (i buoni e i cattivi, i savi e gli stolti, i vili e i coraggiosi, i disgraziati e i fortunati) sono assai meno nette, sembrano meno congenite, e soprattutto ammettono gradazioni intermedie più numerose e complesse.
Questa divisione è molto meno evidente nella vita comune; in questa non accade spesso che un uomo si perda, perché normalmente l'uomo non è solo, e, nel suo salire e nel suo discendere, è legato al destino dei suoi vicini; per cui è eccezionale che qualcuno cresca senza limiti in potenza, o discenda con continuità di sconfìtta in sconfitta fino alla rovina. Inoltre ognuno possiede di solito riserve tali, spirituali, fisiche e anche pecuniarie, che l'evento di un naufragio, di una insufficienza davanti alla vita, assume una anche minore probabilità. Si aggiunga ancora che una sensibile azione di smorzamento è esercitata dalla legge, e dal senso morale, che è legge interna; viene infatti considerato tanto più civile un paese, quanto più savie ed efficienti vi sono quelle leggi che impediscono al misero di essere troppo misero, e al potente di essere troppo potente.
Ma in Lager avviene altrimenti: qui la lotta per sopravvivere è senza remissione, perché ognuno è disperatamente ferocemente solo. Se un qualunque Null Achtzehn vacilla, non troverà chi gli porga una mano; bensì qualcuno che lo abbatterà a lato, perché nessuno ha interesse a che un «mussulmano» di più si trascini ogni giorno al lavoro; e se qualcuno, con un miscuglio di selvaggia pazienza e astuzia, troverà una nuova combinazione per defilarsi dal lavoro più duro, una nuova arte che gli frutti qualche grammo di pane, cercherà di tenerne segreto il modo, e di questo sarà stimato e rispettato, e ne trarrà un suo esclusivo personale giovamento; diventerà più forte, e perciò sarà temuto, e chi è temuto è, ipso facto, un candidato a sopravvivere.
Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona «a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto». Nel Lager, dove l'uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da tutti. Con gli adatti, con gli individui forti e astuti, i capi stessi mantengono volentieri contatti, talora quasi camerateschi, perché sperano di poterne trarre forse più tardi qualche utilità. Ma ai mussulmani, agli uomini in dissolvimento, non vale la pena di rivolgere la parola, poiché già si sa che si lamenterebbero, e racconterebbero quello che mangiavano a casa loro. Tanto meno vale la pena di farsene degli amici, perché non hanno in campo conoscenze illustri, non mangiano niente extra-razione, non lavorano in Kommandos vantaggiosi e non conoscono nessun modo segreto di organizzare. E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimatrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.
Il risultato di questo spietato processo di selezione naturale si sarebbe potuto leggere nelle statistiche del movimento dei Lager. Ad Auschwitz, nell'anno 1944, dei vecchi prigionieri ebrei (degli altri non diremo qui, che altre erano le loro condizioni), «Ideine Nummer», piccoli numeri inferiori al centocinquantamila, poche centinaia sopravvivevano; nessuno di questi era un comune Hàftling, vegetante nei comuni Kommandos e pago della normale razione. Restavano solo i medici, i sarti, i ciabattini, i musicisti, i cuochi, i giovani attraenti omosessuali, gli amici o compaesani di qualche autorità del campo; inoltre individui particolarmente spieiati, vigorosi e inumani, insediatisi (in seguito a investitura da parte del comando delle SS, che in tale scelta dimostravano di possedere una satanica conoscenza umana) nelle cariche di Kapo, di Blockàltester, o altre; e infine coloro che, pur senza rivestire particolari funzioni, per la loro astuzia ed energia fossero sempre riusciti a organizzare con successo, ottenendo così, oltre al vantaggio materiale e alla reputazione, anche indulgenza e stima da parte dei potenti del campo. Chi non sa diventare un Organisator, Kombinator, Prominent (truce eloquenza dei termini! ) finisce in breve mussulma-no. Una terza via esiste nella vita, dove è anzi la norma; non esiste in campo di concentramento.
Soccombere è la cosa più semplice: basta eseguire tutti gli ordini che si ricevono, non mangiare che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo. L'esperienza ha dimostrato che solo eccezionalmente si può in questo modo durare più di tre mesi. Tutti i mus-sulmani che vanno in gas hanno la stessa storia, o, per meglio dire, non hanno storia; hanno seguito il pendio fino al fondo, naturalmente, come i ruscelli che vanno al mare. Entrati in campo, per loro essenziale incapacità, o per sventura, o per un qualsiasi banale incidente, sono stati sopraffatti prima di aver potuto adeguarsi; sono battuti sul tempo, non cominciano a imparare il tedesco e a discernere qualcosa nell'infernale groviglio di leggi e di divieti, che quando il loro corpo è già in sfacelo, e nulla li potrebbe più salvare dalla selezione o dalla morte per deperimento. La loro, vita è breve ma il loro numero è sterminato; sono loro, i Muselmànner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero.
Se i sommersi non hanno storia, e una sola e ampia è la via della perdizione, le vie della salvazione sono invece molte, aspre ed impensate.


Ecco... è lungo anche questo, ma è davvero un pezzo che merita essere letto, anche da chi non ha intenzione di leggersi il libro, e quindi, se lo fate, vi fa bene.
Poi?
Poi niente... io direi che si potrebbero dire migliaia di cose, ma che forse si possono anche non dire. "Se questo è un uomo" è tante cose. Pur essendo una autobiografia è, in ogni caso, un romanzo. Un bel romanzo, con una costruzione che non sarà narrativamente perfetta, ma che nonostante tutto è buona, accattivante, e anche se fosse stato scritto dopo, con più mestieri, non sarebbe migliorati di molto. Poi ovvio, ha il vantaggio competitivo di un nucleo narrativo reale unico e terribile, ma a poco val vivere le cose se non sai raccontare il come. E Levi è un gran narratore, e non so perché viene forse considerato meno, dalle scuole. Dovrebbe stare nelle antologie al pari dei grandi del Novecento. Forse gli gioca contro proprio quel suo essere romanzo cardine della letteratura sull'olocausto, che essendo vastissima quasi ne sminuisce (italicamente) il valore. Einaudi, per dire, lo rifiutò due volte prima di pubblicarlo. Vabbè... non ci pensiamo. L'ho letto e ne sono iper contento. Anche se vi posso confessare che ho faticato, in certe pagine, non parlo di sensibilità, non lo sono, su certe cose, parlo di densità. Prendete le pagine che vi ho scannato là sopra. Pensate di leggerle in un giorno solo? Io no. Due tre pagine di quello spessore bastano per la giornata, per riempirti la testa, e non hai spazio per leggere ancora. Puoi farlo, ma è uno spreco, ti scivolano addosso, quelle in più, sul mare ghiacciato di pensieri che ti hanno regalato le prime. E' un gran pregio, secondo me.
E' tutto, dai... Spero di aver scritto un bel post, ché questo libro se lo merita.

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"Delitti esemplari" di Max Aub***

Lo uccisi perché ero sicuro che nessuno mi vedeva.

Ecco, sì, penso che lo farei anche io. Ci sono persone, lo dico sempre, la cui morte è senza ombra di dubbio un guadagno netto per l'umanità in generale, nel senso che il benefici della loro assenza superano di così tanto i dolori della loro perdita che non c'è da discuterne. 
Qualche esempio? Mmm... non so... basta leggere i commenti a qualche post di argomento animalista e ne escono a bizzeffe, anche se più spesso è l'ignoranza, a dominare. O pensare a gente coma la Brambilla, la Santaché o Salvini... gli ingannatori che cavalcano, insomma.
Ma la frase, in ogni caso, non l'ho scritta io.
E' di Max Aub, quel tipo lì del libro della Sellerio, cortissimo, 40 pagine effettive o anche meno, fatto di delitti, o meglio, confessioni di delitti. Confessioni immaginarie, immaginiamo, ma nessuna è non credibile. Perché hai ucciso? sembra che qualcuno chieda, e noi abbiamo le risposte.

Mi è piaciuto? Mmm... non so. Non mi ha entusiasmato, o meglio, non quanto pare averlo fatto con il resto del mondo, o per lo meno a qualcuno.
Ma perché l'ho letto?
Dunque... diciamo che mi è capitato in mano questo, qualche settimana fa, sugli scaffali del banco del libro, e boh, insomma, lo sapete che sono attratto dai libri corti e se sono raccontini anche meglio.
Ed ero un po' lento nel leggere Romain Gary, molto bello, che sto per finire, e allora mi sono messo a leggere questo, in un'ora buca, a scuola, e l'ho finito. 
Si sta poco.
E non lo rileggerei, anche se ho visto che c'è gente che lo fa.

Questo non leva che il libro e lo scrittore siano personaggi curiosi. Max Aub ha ben poco di tradotto in italia, è spagnolo, ha pubblicato questo libro nel 1982, quindi è vecchio di vent'anni, sto libercolo.
Aub è famoso, più che altro, per aver scritto la bio di Jusep Torres Campalan, un pittore. Una bellissima biografia, e i quadri di Campalan, ve l'assicuro, sono bellissimi. Peccato che non sia mai esistito. Detto questo, torniamo al libercolo.
Io ve lo descrivo così: facendovelo leggere un po'.
Perché in rete trovate il pdf di una sua rappresentazione teatrale, che è ottima da dare in pasto a un palio studentesco, visto che è come una serie di tanti piccoli monologhi.
Eccovene alcuni:
Quell’attore era così cane, ma così cane che tutti pensavano — ne sono sicuro — “bisognerebbe ammazzarlo”. Ma nel preciso istante in cui pensai io, cadde qualcosa dal sipario e lo fece secco. Da allora vivo nel rimorso di essere stato io il responsabile della sua morte.
Questo mi secca Questo mi secca: che voi crediate che non mi ero accorta del semaforo. Invece si. Mi fermai, anche se nessuno può testimoniarlo. Io frenai, e l’auto si fermò. Subito dopo si accese il verde e io proseguii. La guardia fischiò, e io non mi fermai perché non potevo pensare che fosse per me. Mi raggiunse subito con la sua motocicletta. Mi parlò in malo modo: — Cosa crede, perché è donna, che il Codice della strada sia stato fatto solo per chi porta i pantaloni? — Gli assicurai che allo stop mi ero fermata. Glielo dissi, glielo ripetei. E lui, che se volevo... Mi ribellai. La bugia era così evidente che mi fece ribollire il sangue. So bene che non voleva più di uno o due pesos, tre al massimo. Mi sta bene pagare una tangente quando si è commessa un’infrazione, oppure se si cerca un favore. Ma in quel caso lui era in piena malafede. Io avevo rispettato i segnali! E poi il tono: siccome sapeva di aver torto era andato in bestia. Aveva visto una donna sola ed era sicuro di spuntarla. Io tenni duro. Ero decisa ad andare al Comando di polizia e piantare una grana. Io ero passata con la luce verde! Mi guardò sornione, si piazzò davanti alla macchina e cominciò a prendere il numero della targa. Non so di preciso cosa successe, ma quell’uomo non aveva alcun diritto di fare ciò che stava facendo: avevo ragione io. Furibonda misi in moto e partii di scatto... 
Era il mio migliore amico. Su questo non ci sono dubbi, ed io ero il suo migliore amico. Ma in questi ultimi tempi non potevo più sopportarlo: indovinava tutto quello che pensavo. Non c’era modo di sfuggirgli. A volte mi diceva persino ciò che mi balenava nella mente prima ancora che si concretasse nei miei pensieri. Era come vivere nudo. Organizzai tutto per bene, ma evidentemente lasciai il corpo troppo vicino alla strada.
Il goal era ormai fatto! Bastava dare appena un calcetto al pallone, con il portiere già spiazzato... E lui invece l’ha spedito sopra la traversa! E quel goal era decisivo. Li avremmo fregati in pieno quei cornuti della Nopalera. Se quel calcio che gli diedi lo spedì all’altro mondo, che impari li a tirare in porta come Dio comanda. 

Sono carini, suvvia. Se affermate di trovarli sciatti e banali siete in malafede. Ecco, lo avete affermato... e io non sopporto le persone in malafede, se una fede deve essere dev'esser buona, altrimenti meglio nessuna fede. Ecco! E quindi? Meritavate di morire, anche se ammetto che rovinare un mouse per soffocarvi è stato un gesto scellerato.

No, tranquilli, quest'ultimo l'ho scritto io. Ma se io dovessi uccidere qualcuno sarebbe soprattutto per sofferenza, e lo farei con una forchetta. Un po' alla volta, che ne so, una forchettata all'ora, roba così, quando mi gira. E pace se non è esemplare come delitto. E penso che sia comunque un po' liberatorio, leggere questi delitti. Alla fine, per la maggior parte, uno pensa "be', okay, fatto bene".
Piuttosto, oggi questo post lo faccio corto, ma se volete leggerne ancora fate qua, e penso solo a una considerazione. 
Siamo peggiorati. E tanto.
Questi delitti, qualche decennio fa, facevano spesso sorridere. Non si ucciderebbe mai per una cosa così, ti veniva da pensare. Avete presente alcuni film comici dove si estremizza un tic, o un vizio, o una irritabile sciocchezza fino a portare qualcuno fino alle estreme conseguenze (l'omicidio). Hitchcock ci marciava con queste cose.
Ebbene... ora la maggior parte di questi delitti sono accaduti davvero. Il libro sembra esser diventato da immaginativo a descrittivo. Il piacere di una prosa secca ed efficace si conserva, ma in molti casi non c'è più lo stupore. Non sto a dire che sia bene o male, forse è solo la comunicazione che è cambiata, nel senso i delitti assurdi ci sono sempre stati, ma ora si vengono a sapere, e vengono iper reclamizzati. Boh... non è poi importante, era pour parler.
Io stasera mi finisco Gary, nell'ora buca. Poi vedrò. Voi vedetevi di diffondere il verbo dei PEM, che fa bene a tutti. :)

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"Il vangelo secondo Biff" di Cristofer Moore***

Quando ti regalano i libri che non conosci c'è sempre qualcosa di incognito, e piacevole, direi, nel leggere qualcosa che non avresti mai.
Noi viviamo in ragnatele, vuoi per il web, vuoi per i gusti personali, vuoi per gli intorni, talmente liberi da essere immutabili e schiavi.
Anche io, da lettore, capisco d'essere così.
Perché per quanto sia aperto, per quanto prenda in mano qualunque cosa con le pagine e affondi gli occhi in qualunque cosa con le righe, finisce sempre che si corre su e giù per le stesse vie, con gli stessi istinti, o traiettorie, ecco, questa è la parola più adatta, forse.
E mentre per le persone è difficile da evitare, o invisibile anzichenò, per i libri è più facile.
Basta che te ne regalino uno preso da un'altra ragnatela.
E come si fa a capire che è così?
Semplice.

A me è bastato pensare: Ma se avessi preso in mano questo "Vangelo secondo Biff" di Christofer Moore in libreria quante possibilità ci sarebbero state che io lo legga? Zero, è la risposta.
E' un libro finto grosso, tanto per cominciare, ed è sarcastico e umoristico, o almeno così si professa già dal titolo (e dal resto, okay). E io, vi ricordo, sono uno che non è andato pazzo nemmeno per la Guida galattica, pur apprezzandola. 
Diciamo che forse sono uno che è difficile far ridere, (e per un secondo ci ho anche pensato, visto che faccio battute continuamente, senza sosta, e ho realizzato che in alcuni casi forse è proprio per quello, tipo che ne so, la battuta del "toccare col ditino" gli intoccabili paria indiani credo di averla fatta negli anni '80 e da lì per altre volte in varie versione, ovvio che mi faccia ridere fino a un certo punto)
Perché sì, questo libro è scritto per far ridere e altro.

Vi dico subito che non sarà il primo Moore che passerà sotto il mio naso, ne ho altri tre, sullo scaffale, e quest'estate, quando avrò finito di leggere dei classici corti e alternarli a roba interessante e/o corta, ho già scelto quale leggerò:. Demoni, perché Michela mi ha convinto.

Comunque... mi sono addormentato, e ora è mattina. Ieri era notte. In mezzo c'era il sonno, il coccolo caldo, la camera fredda, un latte caldo, e la luce fredda piena di vento, e oggi è una giornata che può essere bruttina, brutta o bruttissima a seconda di ciò che dirà il camice bianco di turno alla vecchia tra un paio d'ore e boh, vedremo. Ma si parlava del Vangelo secondo Biff.
Una avvertenza importante.
Ai lettori che hanno già letto "Il vangelo secondo Gesù Cristo" fate attenzione, molta attenzione. Moltissima attenzione. Perché voi sapete bene cos'è il libro di Saramago. Voi sapete quanti fratelli ha Gesù Cristo, com'è morto suo padre, qual è la colpa originaria di Giuseppe, voi avete negli occhi la figura di Maddalena, l'incontro con la madre di Gesù, l'amore smisurato che lega le due donne al Salvatore. Voi queste cose le avete dentro e quando affrontate questo libro farete estrema fatica a immaginare un amico di infanzia di nome Biff (da Biffsticciare, perché era sempre litigioso da piccolino) e farete fatica a sentir chiamera Maria di Magdala, Maddi
Per me è stato così.
E sapete perché? Perché non ho letto le pagine finali di Moore, quelle che si intitolano "Insegnare yoga a un elefante" e in cui, tra una chiacchiera e l'altra, si dice abbastanza bene delle libertà prese così, tanto per, inventando a cazzo riguardo agli anni di Gesù di cui non sappiamo nulla.
Ecco, se le avessi lette prima, sarebbe stato meglio. Quindi, voi che avete letto Saramago e ora volete leggere il Vangelo Mooriano, ecco, cominciate dalla fine del libro e poi partite.
E lo stesso vale per uno che ha letto i vangeli apocrifi e quelli normali, penso. 

Infatti, per dire, tra le pagine più spassose, che ho cominciato ad apprezzare, ci sono quelle sulla visita di Gesù e Biff a Baldassarre, pieno di fighe cinesi, abilissime pure con le arti marziali, E altrettanto spassose sono state le pagine in cui è comparso lo Yeti (sì, lo Yeti, sì, lui e gesù si facevano compagnia a vicenda).
E insomma... diciamo che - almeno per me - questo libro ha reso al meglio in tutte le parti in cui si è allontanato senza remore dalla voglia di insegnare qualcosa, di dare delle basi storiche, di dirci come funzionava il mondo al tempo dei romani e della vita a Gerusalemme. L'ottusità dei farisei e i sacrifici al tempio, per dire, sono cose che se le sai, se le hai vissute in altri contesti, ti risultano false e spocchiose, a sentirtele raccontare in un modo qualunquista e supponente, 
Se invece vi limitate a Gesù che ha in bocca una lucertola morta e la fa risorgere, così, tanto per giocare, morta-viva-morta-viva ecc. Ecco, allora due ghignate di gusto ve le fate.

Ma vediamo di lasciarvi qualcosa da leggere, così magari capite meglio.
Eravamo in viaggio da dodici giorni e seguivamo la mappa di Baldassarre meticolosamente disegnata, quando giungemmo alla muraglia.
«Allora» dissi «che te ne pare?».
«E' grande».
"Non così tanto».
Una lunga fila di persone attendeva di varcare l'enorme Muraglia, dove un gran numero di burocrati riscuoteva il pedaggio dai padroni delle carovane. Le stesse casette dei guardiani ai lati della porta erano più grandi dei palazzi di Erode e, sulla sommità del muro, i soldati compivano il giro di ronda a cavallo, per coprire grandi distanze. Eravamo a una buona lega dalla porta, e la fila sembrava immobile.
«Ci vorrà tutto il giorno» dissi. «Perché costruire una cosa del genere? Se puoi innalzare una muraglia di queste dimensioni, significa che puoi mettere insieme un esercito abbastanza grande da respingere gli invasori».
«È stato Lao Tzu a costruirlo» disse Gesù.
«Il vecchio maestro che scrisse il Tao? Non credo».
«Qual è la cosa più importante per il Tao?».
«La compassione? Gli altri due gioielli?».
«No, l'ozio. La contemplazione. La fermezza. Il conservatorismo. Un muro rappresenta la difesa di un paese che da molta importanza all'ozio, ma oltre a proteggere la gente la imprigiona. Per questo Baldassarre ha voluto che venissimo qui.
Voleva che capissi l'errore nel Tao. Non si può essere liberi senza azione».
«Quindi ha dedicato tutto quel tempo a insegnarci il Tao perché capissimo che è sbagliato?».
«No, non sbagliato. Non completamente, almeno. La compassione, l'umiltà e la sobrietà del Tao sono qualità dell'uomo virtuoso; non l'ozio, di cui questa gente è schiava»,
«Hai fatto lo scalpellino» osservai, indicando con il la massiccia muraglia. «Credi sia stata costruita con l'ozio?
«Il mago non parlava dell'azione nel lavoro, ma nel cambiamento. Per questo abbiamo studiato Confucio, per ogni cosa ha a che fare con l'ordine dei nostri padri, con le leggi e le consuetudini. Confucio è come la Torah: un insieme di regole da seguire. E Lao Tzu è addirittura più conservatore, poiche dice che, se non fai nulla, non infrangi alcuna norma. A volte devi ignorare la tradizione, devi agire, devi mangiare la pancetta affumicata. Era questo che Baldassarre stava cercando di insegnarmi».
«Te l'ho già detto, Gesù... e sai quanto ami la pancetta affumicata... ma non credo che sia adatta come dono del Messia"
«Cambiamento. Un Messia deve portare cambiamento. E il cambiamento viene dall'azione. Baldassarre una volta ha detto: "Non esiste un eroe conservatore". Quel vecchio era davvero saggio».
Pensai al vecchio mago, mentre guardavo il muro che si estendeva sulle colline, e poi la fila di viaggiatori davanti a noi. Accanto alla porta della muraglia era sorta una cittadina per soddisfare i bisogni dei viandanti che si fermavano lungo la Via della Seta, adesso brulicante di mercanti che vendevano cibo e bevande alla gente in attesa.
«Fanculo» dissi. «Ci vorrà un'eternità. Quanto può essere lungo il muro? Giriamoci attorno».
Un mese dopo tornammo alla stessa porta, e mentre eravamo in fila per passare dall'altra parte, Gesù mi chiese: «Allora, adesso che ne pensi della muraglia? Ora che ne abbiamo visto un bel tratto, voglio dire». "Penso che sia pomposa e sgradevole». «Se non le hanno ancora trovato un nome, potresti suggerire questi».
"E così accadde che quell'enorme costruzione divenne nota nei secoli come la "Pomposa e Sgradevole Muraglia Cinese". Almeno spero che sia andata così. Non è sulla mia cartina della guida aerea, quindi non posso esserne sicuro.

Ah, sì,perché vi devo dire che Biff viene resuscitato da un angelo (quello della morte, per altro) dopo duemila anni, che lo obbliga, in una stanza d'albergo, a scrivere il suo vangelo, per raccontare la sua versione. E quindi ci sono anche i siparietti con l'angelo, che per esempio si appassiona alle serie TV e pensa che la guida programmi sia una cosa da Messia, in quanto prevede tutto ciò che succederà.
Cose così...
E insomma... tipo lì sopra. Con Biff che si mette in testa di aggirare la Muraglia e Gesù che lo lascia fare, flemmatico, per poi pigliarlo per il culo sarcastico, ecco, sono pezzi ben riusciti. Così come tutti quelli in cui si prende il miracolo nella sua versione evangelica e lo si spiega sotto altre ottiche, molto più o molto meno realistiche (tipo la moltiplicazione dei pani e dei pesci o lo stesso resuscitare.
Per certi versi, mi ha ricordato dalla parola di Giobbe, di Giobbe Covatta, per altri versi Sedaris.

Ma vediamo di concludere, che devo andare.
Che dire di questo libro? Alla fine, dalla metà in poi, soprattutto, mi ha preso bene e me lo sono letto in scioltezza, e pure facendomi qualche risata. Nella prima parte ho faticato, invece, per i motivi che vi ho detto. Il finale, dove si torna a essere seri, e dove, bene o male, il protagonista muore, e quindi si è tristi, ecco, lì di nuovo riemerge un po' di pesantezza, perché non fa ridere e non fa nemmeno piangere. Ma nel complesso bisogna riconoscere a Moore almeno un paio di grosse qualità.
E' abilissimo a gestire i dialoghi, che sono sempre sciolti, rapidi, ed ha una scrittura agile, scorrevolissima, mai pesante.
Da rinfacciargli avrei che è troppo comodo, quando si avvede di un anacronismo, liquidare la cosa con "si so che non poteva essere così ma il senso è quello", nel senso che mi sta benissimo che mentre racconta biff parli di cose che duemila anni fa non c'erano, ma mi sta meno bene che lo faccia Gesù nei suoi discorsi diretti. In ogni caso è poca roba.

Bene, prendo armi e bagagli e vado via con la vecchia, e poi pranzo, e poi consigli di classe, e poi lezione, e poi forse disegnerò un Oni, e domani si lavora di nuovo, perché ve l'ho detto che ho di nuovo quattro lavori? Per fortuna che uno dei quattro mi hanno pagato va. Sennò vi venivo a chiedere i soldi della rata dell'auto. :D
Alla prossima! Con un libro PEM, il libro più Pem che ho letto da anni a questa parte.

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100 LIBRI PEM

Questa è una mail, ma è anche un post del blog.
Se ricevi la mail è per due possibili motivi.
- Sei nella mia lista di mail a cui dissi avrei inviato le gelofigate, cosa che ho fatto sì e no un paio di volte, nell'ultimo anno.
- Sei nei miei contatti gmail e avevo voglia di scriverti, salutarti e invitarti a partecipare a questa nuova cosa che ho voglia di fare, questa cosa dei libri PEM

in ogni caso, se sei della seconda categoria, ora sei anche nella prima, ho deciso di fare così. Se non ti va bene, dimmelo e ti tolgo dai seguaci del blog di gelo.

Detto questo, intanto, ciao.
Come stai? potrei chiederti, perché in alcuni casi sì, è da un po' che non ti sento.
Dai tempi di XII, di scheletri, dei fun cool, delle macellerie, delle gelotterie, dei forum, delle fosse, dei 100libri PSF, dei Corti, dei copioni, dell'ultima grigliata, dell'ultima cena... no, magari a quella non c'eravamo ed è un falso ricordo; ma insomma, giusto per dirti che non è molto importante che tu mi risponda, ma se lo fai mi fa piacere.

Chi diavolo sei, anche, potrei chiederti. Sì perché di alcuni io ho un nome, una mail, ma proprio non ricordo bene comequandoperché e tu potresti, se vuoi, ricordarmelo, ma anche questo non è molto importante, figuriamoci.

Se invece stai leggendo queste righe sul blog, e non hai ricevuto questa cosa via mail, ma l'avresti voluta ricevere, perché vuoi partecipare a questa cosa dei libri PEM, ed essere avvisato di nuove gelofigate (come la narragenda, i libri prigionieri, le storie dall'arte...) , allora scrivimi e dimmi di inserirti nella lista.

Ma cos'è, questa cosa dei libri PEM?
Vi ricordare la cosa dei 100 libri per sembrare fighi? Vi ricordate il fastidio che provavate quando alcuni libri, odiatissimi, inutili, brutti, fastidiosi, mediocri, facevano parte senza dubbio dei 100 libri PSF ed entravano nella lista? Roba come le 50 sfumature o twilight, per capirci... ecco. 
Anche a me dava fastidio. Soprattutto perché, alla fine, la mia ambizione, ancora viva eh, era quella di leggerli tutti, questi stramaledetti libri per sembrare fighi, ma mi rendevo conto benissimo che alcuni non avrei mai potuto e/o voluto.

Perché?
Semplice. Perché se c'è una cosa che mi interessa di più, di sembrare figo, è essere migliore. Ecco cosa vorrei leggere, ecco cosa vorrei da un libro: che quando se ne va, lasci il lettore meglio di come l'ha trovato prima di arrivare.
Per questo ti scrivo.
Perché se sei in una di quelle due liste lassù, allora, in qualche modo, sei un lettore, ti interessi di libri, o insomma... non ti dispiace leggere.
E io voglio scoprire i 100 LIBRI PER ESSERE MEGLIO.

Libri che ti formano, che ti insegnano qualcosa, che ti cambiano in meglio, che ti rendono più colto. Libri che magari possono non piacerti, anche, ma che alla fine, dopo averli letti, non sei più quello di prima. Sei meglio. Ne sai di più. Hai una visione diversa di una certa cosa, o anche di tutte le cose.
Anche io ci devo pensare, eh, ma ti posso fare già degli esempi, libri che per me sono senza dubbio dei libri PEM.
Mi viene in mente 1984, di Orwell, per dire, ché dopo averlo letto ho preso una coscienza più piena di cosa sia il concetto di libertà.
O il Mondo nuovo, di Huxley, ché dopo quello ho avuto idee migliori e migliori armi per riflettere sull'ingegneria genetica.
O per motivi simili Fahrenheit 451 o Il vangelo secondo Gesù Cristo, o il Signore delle mosche...
Ma ti posso anche dire che Il signore degli anelli è imprescindibile per capire e comprendere davvero cosa sia il fantasy e per me è un libro PEM.
Ma guardando nei libri dal gelo, anche le Lezioni americane e Se una notte di inverno un viaggiatore, Frankestein e Il Maestro E Margherita, Kafka e Buzzati, Borges e Ballard... loro tutti mi hanno lasciato meglio di come mi hanno trovato.
E per dirti di due mie letture recenti, Fenoglio e Sciascia, bellissimi romanzi, mi rendo conto che mi hanno lasciato meglio di come mi hanno trovato, per quanto riguarda rispettivamente, la guerra dei partigiani e il concetto di mafia e omertà in senso ampio, delocalizzato. Non so, se li metterò, nella mia lista, ma sono molto vicino a.
Ecco... credo di essermi spiegato. 

Oh, certo... ti staranno venendo già in mente mille titoli, o nessuno, dipende da come la intendi. Come la intendo io, e questo è importante, è seguendo questi punti:
che il libro PEM sia stato letto, che l'essere meglio sia stato vissuto.
che siano bei romanzi, di narrativa, di qualunque genere, ma bei romanzi.
che l'essere meglio sia potenziale, per tutti, non solo per te, che hai letto, ma anche per chi leggerà, o così, almeno, ritieni.

Insomma... questo, alla fine, è un sondaggio. 
E più siamo e meglio è, come tutti i sondaggi.
Ecco perché ti chiedo di partecipare.

DIMMI I TUOI 20 LIBRI PEM

non mi serve una classifica, non mi serve che siano 20, basta anche uno solo, e non mi serve che ci pensi troppo. Mi basta titolo e autore. Va benissimo se ne dici di più, oltre ai venti; tanto ci sarà qualcuno che ne dirà di meno e magari ripescherò. 

Non farlo nei commenti, ne uscirebbe un caos: mandami una mail.

La prima fase è questa, dietro le quinte. Ne verrà fuori un grooosso file di excel.
La seconda fase sarà pubblica: aggiornerò via via i risultati perché siano visibili sul blog di gelo. Ne dovrebbe saltar fuori una sorta di sondaggio permanente.

Se ti piace l'iniziativa gira la mail ai tuoi contatti, e voi contatti giratela ai vostri contatti. Parlatene sul blog, condividete il post sui tuoi social, ditelo alla tua parrucchiera o scrivetelo sui cessi degli autogrill. Insomma... Facciamo una cosa bella:
tiriamo fuori una lista di 100libriPEM da cui pescare per diventare persone meglio.
Ne abbiamo tanto bisogno.

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