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"Costumi degli italiani" di Gianni Celati****

Breve. Brevissimo.
Perché ho poco più di venti minuti prima di andare. Perché ho un cinese all'uscio, e devo preparare le cose della pesca, e cercare di capire come mettere le sveglie perché non suonino un'ora dopo e alla fine tanto so che starò sveglio per vedere.
E poi perché è un libro piccolo, di racconti piccoli, ma deliziosi.

Comunque una cosa simpatica è questa.
Siccome non leggo mai tento con questi libretti piccoli. E li scelgo a caso, siccome ne ho una vagonata ancora da leggere.
Celati l'avevo incontrato qui, mi pare, ma proprio non mi è sovvenuto il suo nome e l'ho bella mente confuso con Cerami. Vincenzo Cerami, che tanto mi era piaciuto.
E la cosa figa è che pure, iniziando a leggere, benché un dubbio di stile mi fosse venuto, ero perfettamente convinto che Cerami avesse padronanza galattica di diversi stili.
Probabilmente è così, ma dopo due tre pagine mi sono accorto che era Celati, che ha scritto abbastanza cose, tra l'altro, e se proprio non è un autore classico del Novecento, è uno che ha lasciato la sua impronta degna.

E insomma... andiamo al libro dai.
Il libro parla di Pucci. Pucci... un nome una storia. Un ragazzotto un po' ritardato, che vive nel suo mondo, che dà un senso totalizzante alla parola bighellonare, e che però non fa male a nessuno. Certo, di essere promosso non se ne parla, ma l'attenzione con cui è capace di guardare, che ne so, lo scorrere di una goccia sul vetro, ecco... lì è un grande.
Accanto a Pucci si costruisce un microcosmo di italianità della provincia povera di una città italiana di qualche decennio fa. Bordignoni, il compagno grezzo e caciarone che sarebbe mal sopportato da qualunque mamma, Scaglarini, quello più grande, che sa giocare a biliardo al bar come nessun altro. E poi la madre di Pucci... ah, la madre di Pucci con il suo notevole seno, che non ha nessuna intenzione di nascondere e che alla fine, cercando una raccomandazione per il suo Pucci, attirerà l'attenzione molto poco sacra di un molto religioso monsignore. E il padre, che insomma... povero padre di Pucci, rigido ma rassegnato... 
Ma poi c'è la Rossana, il cugino Osvaldo,.. ve l'ho detto, un microcosmo che gira, s'avvicina e s'allontana dalla famiglia Pedrali, quella di Pucci (che poi si chiama Aurelio) e che ci dà questo spaccato ironico ed ebbro di semplicità e ingenuità di una famiglia un po' così, dell'Italia che non conta.

Poi il tempo passa, si invecchia, pucci si fa grande e arriva la tristezza, nella storia. C'è come un senso di declino, di decadenza, nelle pagine, nella madre che oramai si è arresa a quel figlio scemo che a tratti diventa pure cattivo e irritabile. Da sorriso si passa alla melanconia, ma è giusto che ci si arrivi così, alla fine della storia di Pucci.

Che altro dire. Chiudiamola dai. Mi sono piaciuti questi racconti di Pucci, tra l'altro tratti da diverse pubblicazioni della Quodlibet (2008), e quello stile colloquiale, semplicissimo, a tratti volutamente ai limiti della corretta grammatica e sintassi, è bello e ti porta a correre, sulle righe.
Non ti lascia un gusto di dolcezza, questo no, ma quale bel libro te lo lascia, senza lasciarti la gnagnosità? E qui, di gnagnosità, non v'è traccia. Bravo il celati, che tra l'altro è bello vivo e vegeto e produttivo, mi sembra.

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"Opera sull'acqua e altre poesie" di Erri De Luca***

Lo sapete. Troppo lavoro, troppe birre, troppo mondo uguale leggere poco. E una strategia per leggere qualcosa, che è meglio di niente, potrebbe essere leggere poesie. 
In realtà non è vero. 
Per leggere poesie bisogna trovare più tempo. Perché se quando leggi narrativa ti basta il tempo di quel che leggi, per la poesia ti serve anche il tempo intorno e quello in mezzo.
Fatevene una ragione.
Io me la sono fatta.
E ho concluso, che per leggerle il modo migliore è il divano, il silenzio, zero cose da fare intorno, le gambe incrociate, il bicchiere di whiskey o gin tonic o caipi o black russian a seconda della stagione, in bilico sulla sedia. E leggerle a voce alta. E interrompersi tra una e l'altra. Per vedere cosa resta.

Provate anche solo con questa qua, che è scritta sulla copertina, che non è tra le migliori, ma è comunque bella.
Ecco...
ve la copio qua che va meglio

Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi 
gli occhi assorti nel buio del respiro, 
chi si è immerso nel fondo di pupilla 
di una cernia intanata 
dimenticando l'aria, chi ha legato 
all'albero una tela e ha combinato 
la rotta e la deriva, chi ha remato 
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano 
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo.

Ecco. De Luca è uno pieno d'acqua, intorno e dentro, e le sue poesie, dopo tanta narrativa, non potevano essere che piene d'acqua,
Ah sì, perché è di questo libretto di Erri De Luca, della Einaudi, del 2002, credo, quindi vecchietto.
Vi dico subito che all'inizio non mi piacevano. Cè tutta una parte, la prima, che è bella, forse, ma non mi piace. Si ripercorre la bibbia, le gesta bibliche più celebri, con parole bellissime, ma a me, non so, non coinvolgevano. Stavo quasi per renderlo senza finirlo. (Già, perché non è mio, perché le poesie a volte si capiscono meglio assieme ad altri, anche senza parlarne) Poi la bibbia è finita, ci sono le altre poesie, arriva l'acqua. Arriva un De Luca bello. Quello che mi è piaciuto di più, quello dei pesci non chiudono gli occhi
E già che ne ho fotografata una, vi lascio anche quella, stavolta senza copincollarla.
Leggetevi anche questa, molto vicina invero a certi frangenti della sua narrativa.

Usa spesso, la prima persona, e spesso sembra quasi voler vincere facile, con frasi che paiono essere poco ricercate ma molto musicali, poco dente, ma molto efficaci.
In realtà, non credo sia così.
Sembra quasi che certi passaggi siano lì dopo averne vagliato altri, più complessi, lessicalmente più ricercati, ma meno immediati. Meno belli. 
E' il difetto che ritrovavo nella prima parte. Una bellezza fredda. Mentre poi, nelle poesie singole, non so, le ho preferite, e alcune erano proprio belle, anche se i riferimenti all'ebraismo e alla Bibbia non terminano.
Sto leggendo anche, a pezzi, Cappello, quello di questo libro. Uno che il poeta lo fa di professione e non potrebbe forse fare altro. Ecco. C'è proprio differenza di densità, con questo lavoro di De Luca, ma è proprio lui a dirlo, nell'intro.
Mette in guardia, allunga le mani per dire "Oh, io so fare altro, con le parole, questa non è casa mia, trattatemi come un ospite". 
E insomma... va benissimo così. Alla fine sono belle poesie, e io vado a cercarvi alcuni passaggi, solo per riscriverli e rileggerli, che a me sono piaciuti e che magari piacciono anche a voi.

da Tu
Una parola basta e mi strappi dei gridi,
mi toccherai, uscirà pronto il sangue, 
mi guarderai, sarò subito cieco.
Sei affanno, agguato, zuffa
appena che respiri.

da Affondi
Massimo, Eliana, ragazzi sul Tirreno, corpi affondati
      offerti
a dare luce alle meduse, nei loro bacini si rintanò
       sogliola,
alle ossa dei piedi s'allegò la madreperla che fiorisce in
       coralli,
dalla loro bocca l'ostrica succhiava sonno e avorio,
nel petto lo scorfano rosso baciava la piovra di sabbia,
nel cranio il cavalluccio marino ebbe la chiesa,
la navata nelle ossa parietali, nelle orbite i rosoni,
e le orate rubarono i capelli e dove c'era il sesso
il gas d'una sorgente d'aria calda soffiava bolle al cielo.

Ecco, è tutto per oggi. Vi posso lasciare magari della musica... ma non so, oggi non è uscito niente di bello. E allora vi lascio Umberto Maria Giardina, che a me piace molto.

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"Sogni di sangue" di Lorenza Ghinelli***

Avevo letto il vecchio, celebre, pluriposseduto (no, Satana non c'entra) Divoratore, della Lorenza Ghinelli, e mi era piaciuto discretamente, suvvia. E con esso, Noemi, sempre lei, mi aveva regalato, forse qualche tempo dopo, non so, anche questo, che "tanto è corto" e che "tanto costa poco".
E questo, che si sa, la Newton è una pronta a battere il ferro finché è saldo, mi sembra proprio una novella cavata fuori dal cassetto in modalità, "su su che hai fatto il botto con quell'altro e dobbiamo tirar fuori un buon accompagnamento". Poi magari non è così, ma anche qui, i sogni, la fanno da padrone, e ad azzardare fantasie pare quasi che Sogni di sangue sia un lavoro preparatorio per quello più complesso e che poi sia stato rivisto per dargli diversità, ma non poi tanto.

Ma insomma, suvvia, ne parliamo domani o dopodomani, che ora ho da uscire, che è ora di cena, e di birra. Era giusto per cominciare il post.. :)
Vi saluto dicendovi che esce di nuovo Dulli con i suoi Afghan ma il singolo non mi esalta granché. Vado di Nick Drake, stasera.

E son passati tre giorni. Il week end, la voglia di tornare a lavorare e un sacco di altre cose. Ma lo voglio finire adesso, questo post, anche se ho solo dieci minuti. Ma basteranno.
Ho pensato, per esempio, che questa novella la metto nella piccola biblioteca che ho in classe, fatta di libri che possono star bene agli studenti. Corti, facili, tranquilli... easy. Certo, ho anche svevo e pirandello, ma i racconti e le novelle, magari, chissà, potrebbero funzionare, soprattutto se dentro ci sono i morti e un po' di nero. E se son storie di ragazzi, adolescenti.

Qui, già vi dicevo, c'è tutto questo.
C'è un bambino, un ragazzo, che indossa dei tutori, viene chiaramente bullizzato da altri tre, due maschi e una femmina, due diciamo così, succubi del terzo, che non ha niente di buono. Troppo cattivo, troppo cresciuto, troppo tutto.
Lo sfigato coi tutori e con una madre iper protettiva e del tutto fuori di gamella si chiama Enoch. Nome che insomma... se glielo dai, qualche stranezza per la testa ce l'hai. E c'è un coccodrillo, che Enoch sogna, e quando lo sogna pare che sia nelle foghe, come nella più vecchia leggenda metropolitana. E insomma... fate due più due, metteteci il tema della vendetta e del riscatto, metteteci che qualcuno ci lascerà le penne, metteteci una refurtiva d'oro piena di malefici poteri... Come dite? Una storia non tanto credibile? Sì, è vero. E' uno dei difetti. Un po', forse, c'è anche troppa carne al fuoco, per queste pagine. Già il personaggio della madre, di Enoch, e del bullo uno e due, forse bastavano. La storiella d'amor tra i bulli 2 e 3 e l'innesto finale di una collaboratrice della polizia che sa una pagina esoterica più del libro avevano bisogno di maggior sviluppo.
Però alla storia si arriva, e la si legge, ed è una tipica storia mainstream per l'età stessa dei protagonisti. Quindi, suvvia, ci sta.
Ecco.
Ci ho messo otto minuti. Nove, anzi.
Ma Ne perdo un po' a pigliare dal telefono un po' di foto di crochi, che vi fanno solo bene.




E per non farvi mancare la colonna sonora, ascoltatevi Lorde dal vivo, al SNL... questa ne ha.
(anche se è vestita accazz)

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"La paga del sabato" di Beppe Fenoglio****

Era estate.
Ero a Bibione.
La donna deve andare il bagno. Accompagnami.
Colcazzo, dico. Sto bene qui.
Dai su gni gni gni gna gna gna.
Poi mi sono ricordato di una cosa. A Bibione, almeno quello dove vado io da quando non vado più a Lignano, che è più o meno Culonia, hanno una cosa bella fuori dall'ufficio spiaggia. Un bookcrossing, o più che altro, hanno un posto dove se non hai niente da leggere puoi prendere dei libri che laggente ha buttato riposto per le letture altrui.
Ti accompagno, allora ho detto.
Pur sapendo che in quegli scaffali A non avrei trovato che vecchie schifezze succhiate dai topi o dall'umido B avessi trovato anche cose leggibili non posso prendere altri libri da leggere perché troppi ne ho già e mai non leggo.

E invece, mentre donna stava al bagno, vedo scritto Fenoglio. E io Fenoglio l'ho adorato con Una questione privata, e mi sono messo a leggere queste prime righe di romanzo eh non so, già mi stava piacendo. E allora me lo sono portato via. Ed è finito nel mio scaffale dei libri da leggere, assieme alle altre centinaia. E poi l'ho letto. E niente... mi è piaciuto.

Ma prima bisogna dire delle cose, su questo libro.
Delle cose che sono scritte in una bella postfazione, piena di note curiose.
Gli scrittori, nel Novecento, si scrivevano e si leggevano. E si davano consigli.
Qui si riporta che il romanzo "La paga del sabato" era stato terminato già nel novembre 1950, come si capisce dalle lettere a Calvino, a cui è piaciuto. Ma non è piaciuto troppo a Vittorini, che lo invita a ridurlo, farne un racconto. E c'è tutto un carteggio tra i tre, Fenoglio e Calvino, Fenoglio e Vittorini.
Dura un paio d'anni, fino all'uscita della raccolta di Fenoglio I ventitré giorni di Alba.
Lì ci sono due racconti tratti da questo romanzo.
Uno dai primi tre, Ettore va al lavoro.
Uno dal capitolo sesto o settimo.
Ecco perché il libro non viene pubblicato.
Troverà la sua pubblicazione postumo, mi pare. Nel 1969, nella sua forma complessiva.
Tra le cose curiose, del carteggio riportato, c'è persino che Fenoglio non aveva più nemmeno una copia del libro e deve farsi rimandare la copia da Vittorini, per riscrivere.
Insomma... è un libro che non è nato e cresciuto come un albero dritto e senza rami, ma pieno di deviazioni, di nodi, di curve... anche se poi, secondo me, si è arrivati a un bellissimo albero.
Anche se, a dirla tutta, un po' alla fine, potrebbe essere che la coesione generale del lavoro ne risenta, di tutto questo lavorarci addosso, per anni, a togliere strappare via e ricucire.

Ma io ora vi saluto.
Volevo solo cominciare un post, perché mi piace ancora parlare di libri.
Ma mi piace anche andare a bere birra.
E quindi, la finiamo domani o dopodomani, questa chiacchierata.

Ecco, siamo domani, e ho solo venti minuti prima di andare al lavoro fino a stasera. E li userò per finire di parlare di questo libro. Anzi... di cominciare.
Di che parla. Fenoglio... lo sapete, è prima partigiano e poi scrittore - sia per tempi, sia per essenza - e quindi sì, anche qui si parla di partigiani, ma non nel senso che credete. Ettore, partigiano giovanissimo, si trova a fine guerra a essere in cerca di un lavoro, ma di fatto, a non voler lavorare. Se ne sta a casa a fumare e a odiare i suoi genitori, a andare nei campi con la fidanzata Vanda e a passare il tempo in osteria, a odiare il mondo che non era più quello della guerra, con l'adrenalina che gli aveva lasciato e un senso di libertà, di scelta, di incapacità di rientrare nei ranghi del tempo di pace.
Il disagio, in Ettore, sembra molto mescolato a un personaggio che per metà ha da gestire un trauma, ma per metà ha pienamente le sue colpe. Il non volere entrare in un modo di lavorare quadrato e ordinario è giustificabile fino a un certo punto. L'atto di ribellione del non entrare in fabbrica quando il padre, alla fine, gli ha trovato un posto da quadro (e non da operaio) sa tanto di capriccio.
Ettore è comunque un personaggio agrodolce, perché alla fine la strada che prende è delle peggiori.
Ed è la strada che prendono gli ex-partigiano che sono delinquenti.

Bianco. Bianco fa dei lavori, gestisce un barbordello, fa la bella vita, è strapieno di soldi, me come se li guadagni... beh, non si sa. Anzi, si sa. Estorsione, furti, traffico di roba, minacce... tanto le pistole avanzate dalla guerra mica le anno buttate... E così Ettore, che è sveglio e se c'è da fare una cosa la sa fare, finisce lì dentro, in quei compagni di merende.
E oltre a questi tre, Ettore, Vanda e Bianco, c'è un contorno di personaggi che secondo me è davvero bello. Un piccolo universo deliziosamente descritto, di pianeti con la loro orbita, che vediamo magari solo per un capitolo, ma che sono particolari e descritti, secondo me, con tantissime sfumature. La madre di Ettore, e suo padre, tanto per cominciare, che vengono a segnare una frattura generazionale che la guerra e gli anni '50 hanno ampliato ancora di più. E la famiglia di Vanda, poi, con quella scena memorabile che è il pranzo e quella altrettanto memorabile della scazzottata. E soprattutto il coprotagonista che alla fine deciderà la storia di tutti, Palmo, uno non molto sveglio, ma che a fare il delinquenti non lesina cattiverie.

Ci sono, in questi tre personaggi, ex partigiani, Ettore, Bianco e Palmo, tre modi di cogliere la guerra e soprattutto il dopo guerra. Molto poco sappiamo di loro durante il conflitto, ma abbastanza veniamo a sapere del loro modo di essere. E nessuno dei tre, alla fine, vi starà simpatico.
Solo Ettore, che ha del buono, dentro, e lo si vede a sprazzi, ecco, solo lui sembra intraprendere un percorso di riabilitazione, cerca e trova una strada per uscirne, assieme a Vanda.
Se ce la farà, non ve lo dico, ma sappiate che c'è una tragicità di fondo in tutta la vicenda, e il finale arriva inatteso, a completarne il senso.
Ma i venti minuti sono passati, bevo il caffè e lo finisco stasera, questo post, e non v'arrabbiate. :)

E invece no, ce la faccio a finirla adesso, questa recinzione.
E infatti, intanto, vi lascio questo link che ho trovato, dove se vi interessa potete leggere le prime righe (pagine) del libro, che mi avevano convinto così tanto. Io non ho voglia di scannare.

Ma vi posso salutare dicendovi altre cose.
Si parla, cita, tira in ballo, il neorealismo, per questo libro (c'è anche una trasposizione filmica del 75 se vi interessa) ed è innegabile che un senso di vita in bianco e nero, di provincia povera, di destrutturazione dei sentimenti, beh, sì, c'è. Ma io non la vedrei come opera da neorealismo. C'è una struttura del romanzo, e della storia, che cresce ed è forte, monta un senso di angoscia, andando avanti nella lettura, che è quella di vedere Ettore infilarsi in un buco sempre più profondo, cercando ciò che più gli sta a cuore, ovvero la libertà, quel brivido di scegliersi la vita, che nella provincia delle Langhe, misera e miserevole, come si vede ottimamente dalla malora, dicevo, in quella provincia passa necessariamente per i soldi.
Okay, dai, leggetelo questo libro, se volete leggere autori italiani del Novecento che non siano i soliti nomi. Poi, tra l'altro, è corto, una novella quasi, e si sta decisamente poco.
E io vi saluto con qualcos'altro... così tanto per.
Vediamo...
Ah, è uscito il nuovo Edda, finalmente. Non so... devo ascoltarlo meglio, ma le solite canzoni non mi dispiacciono, tipo Picchiami.
Ma voglio salutarvi con immagini. Tipo questi quadri surreali di Rob Gonzales... niente di che, ma le illusioni ottiche hanno sempre il loro perché.





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"Io sono il messaggero" di Markus Zusak**

Noemi mi odia.
Un sacco di volte. Mi odia per via dei pokemon, perché io ne ho un sacco, mi escono gli Snorlax in giardino e lei no.
E da questo post mi odierà anche per un altro motivo, forse.
Quando ero malato e la febbre finalmente mi è passata ho deciso che potevo tentare di leggere un libro grosso.
Una volta li leggevo i libri grossi.
Ora, per me, grosso può voler dire anche solo misere 400 pagine, come questo della Frassinelli, fatto anche benino, direi, senza lucrare troppo sugli spazi.
Ecco... il titolo è Io sono il messaggero, che poi sembra un po' come se uno dichiarasse di essere un giornale.
Però il titolo precedente dell'Edizione Mondadori era peggio, fidatevi, perché faceva da spoiler.
Ma torniamo a Noemi. E' lei che mi ha regalato questo libro, perché a lei è piaciuto. Beh, ecco, a me no.
Ci ho pure pensato, riconosco pure che un'idea interessante da sfruttare c'è, ma poi, arrivato alla fine, mi sono detto "Bah"
E poi... ma non prendermi per il cool, Zusak.

Ah, sì, perché questo libro è di Markus Zusak, che tutti conoscono non per questo libro ma per "l'autore di Storia di una ladra di libri" che sinceramente ho meno voglia di leggere, adesso.
Non è un libro disonesto, eh. Non voglio dare da intendere questo. Potrebbe essere, tuttavia, un po' ingenuo. Il libro originale è del 2002 e Zusak non è che aveva scritti tanti, a quella data, e ci sta tutto che insomma... forse si poteva gestire meglio, questa storia.

Ma di che parla, questa storia. La copertina è fuorviante, tanto per cominciare. Il ragazzo bello e figo che pare un supereroe è tutto tranne il protagonista del libro che è sfigato e inutile, con un fisichetto caghetto e insomma, l'essenza dell'anonimato umano dicianovenne in Australia.
Ah, già, perché il libro è ambientato nella terra dell'autore, e chiaramente i riferimenti sono australiani, tipo che là anche per i giovani le fighe devono ancora assomigliare a Cindy Crawford o roba così. Ma non usciamo dal seminato.
L'idea di fondo del libro è proprio il contrario di quella copertina. L'idea è questa:
Una persona normale, quasi inutile, potrebbe fare grandi cose se lo volesse. E le grandi cose sono piccole cose a volte, ma per altri sono grandi. E come si fa a far fare a qualcuno grandi cose?
Mettendole di fronte a cose brutte, e dandogli idee e mezzi per risolvere.

Vi faccio un esempio.
Anzi due.
Uno riuscito, e uno no.

Quello riuscito è una vecchietta andata di testa che aspetta ancora suo marito che non tornerà più. Ma andare, entrare, accettare il suo delirio e farle compagnia, vederla felice, felicissima per questa scintilla di bontà e compagnia che entra nella sua galassia di oscura e folle solitudine, ecco... questa è una grande cosa. E si può far fare, è abbastanza credibile. Certo... qua una vecchietta così sarebbe già stata internata, derubata o finita in ospizio e figuriamo che se un giovanotto che entra ed esce da casa sua non gli rompevano le palle perché "oh che ci vai a fare dalla vecchia pazza tu". Insomma... non è proprio così facile che a uno gli dai un indirizzo e lui va lì e diventa supereroe di bontà. Tipo, se andavo io dalla vecchietta con istruzioni di un misterioso personaggio che mi fa pure picchiare può essere che le rubavo tutto solo per far dispetto al mio mandante e poi filavo dritto dai carabinieri. Ma questo sono io, e non Ed Kennedy, il protagonista, che è tanto buono e tanto bravo e va dalla vecchietta a leggerle Ragione e sentimento, o quel che è.

Ma poi c'è tipo la ragazzina che corre scalza. Bellissima. Più che bellissima. E il ragazzetto 19 la vede una bambina, mentre questa ne ha finiti 15... ma suvvia, non è credibile. Se la sarebbe trombata o quasi, anche perché l'altra era super ben disposta. (Ma lui è innamorato della sua amica del cuore che non lo caga perché ha il cuore duro per storiacce passate, come nei più classici dei cliché, che sapete già come va a finire) Così come non è credibile far correre gli 800 o i 400 scalzi sulla terra rossa. Avete presente cosa diventano i vostri piedi? carne maciullata, ve lo dico io, dopo mezzo giro di pista prendono fuoco. Eh no, non vincete le gare. E nemmeno secondi arrivate. Non è una maratona, o un 5000 dove questo potrebbe anche succedere. Così come è ridicolo che questa va a fare footing scalza per la città. Avrebbe dei calli che nemmeno bigfoot senza contare le ferite e i vetri ecc. Ecco... qua mi dava quasi fastidio. Se io non ti credo, non ti credo. Inutile.

Poi figuriamoci se mi danno una pistola.... no, non mi comporterei come Ed. O la uso o nemmeno la tocco. Punto. Che poi... chi sono io per dire cosa è giusto e cosa no? Il messaggio del messaggero, che arrivava indiziato dalle carte di ramino, conteneva già un giudizio... un buono e un cattivo. E' pieno di stereotipi, di farci pensare che la ragazzina che corre scalza è buona. Quella sua avversaria spocchiosa e montata è, appunto, spocchiosa e montata. La vecchietta è buona, il prete di periferia è buono. Il marito che picchia e violenta la moglie è cattivo, cattivissimo, merita il peggio di tutto. Nessun grigio, o quasi, in questo libro. Anche gli amici... se hanno difetti è perché poverini, hanno un segreto da nascondere.

Poi sì, è scorrevole, si legge velocemente, ma anche se il mistero costruito, ovvero un non si sa chi che consegna carte a Ed con indizi di cose da fare, diciamo, per migliorare il mondo, ecco, nonostante questo, non è che poi si riesca a essere soddisfatti. Anche la rivelazione finale, alla quale uno dovrebbe fare oh, è un po' telefonata, essendo in puro stile "10piccolindiani", e quindi insomma, boh, cosa resta? A me, personalmente, questa idea che tutti noi possiamo fare cose incredibili, se lo vogliamo veramente, non ha convinto per nulla. Anzi... mi ha quasi fatto l'effetto contrario.
Di bello, dentro all'idea, ci sarebbe stata un'altra costruzione, che però è rimasta in nuce, nascosta.
L'idea che mi sarebbe piaciuta era quella di mettere di fronte una persona normale a un'altra dicendole: aiutala! Non è felice... aiutala. E vedere se si riusciva a. 
E invece qui si sa già tutto. Il "come aiutarla" è già guidato. Se tu mi metti di fronte a una donna che viene violentata e picchiata dal marito ogni giorno c'è ben poco da capire se e come devo aiutarla. 
Idem la vecchietta che necessita compagnia
Idem la ragazza madre poverissima che necessita di un soldo
Ecc.
Ecco... mi dava fastidio questa cosa che il mandante aveva già visto e previsto tutto, analizzato e indagato le situazioni familiari di costoro e li abbia usati come cavie, sebbene a fin di bene

Ma ora io la finisco. 
Oggi è sabato. 
C'è il sole. 
Devo andare a fare una corsa perché Runtastic mi sta dicendo che non ce la farò mai a fare 100km al mese, avendo saltato un mese.
Ma io lo voglio contraddire.
Devo passare in biblioteca a regalare dei libri di XII. A proposito, siete una associazione? Volete una donazione di qualche libro? Mailatemi.
Sto ascoltando il disco nuovo di Father John Misty, e mi piace. No, non il disco. Lui, lo trovo affascinantissimo. 
E trovo tristissima e vergognosissima la posizione a favore di questa feccia umana che chiude in gabbia le persone. Ma non mi voglio tediare. Né voglio tediare voi. 
Prenderò dei libri per bambini, e così magari riaggiorno Il mostro sul comodino.
E vediamo... vi lascio con qualche bella canzone. 
Anzi no. Con la canzone più triste dei Radiohead che ha anche il video nuovo.
Ma io sono d'accordo quasi del tutto, con l'algoritmo.

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"Il cappotto di Astrakan" di Piero Chiara****

Una settimana e mezza fa ero ammalato.
Ho contato che che erano 22 anni che non prendevo l'influenza... son tanti. Ricordo che l'ultima fu, credo, al primo anno di uni. Poi una volta al lavoro ho detto che ce l'avevo e stavo a casa un giorno ma era solo per andare a fare una gita con una tipa.
Anyway. In questi 22 anni ho sempre pensato che se mi ammalavo c'era un aspetto positivo: potevo leggere.
Leggere. Tutto il giorno. Come facevo nelle estati quando la vita era più bella e io passavo i week end al mare.
Ecco. Non è così.
Costacats di febbre a 39 manco riuscivo a muore un dito.
Ma poi un po' mi è passata, e sono riuscito a leggere. Volevo un libro bello, magari un classico, ma che fosse corto.
Anche se ho più di trecento libri da leggere... non so, non trovavo. Poi ho visto che questo Piero Chiara, che non aveva la sovracopertina che vedete là, era scritto in grande. Un times 14 a occhio.
E diamine, Il cappotto di Astrakan è forse il titolo più celebre di Chiara (okay, forse c'è La stanza del Vescovo, che non ho letto), e lo sapete, io per quel poco che ho letto, lo adoro.

Racconti, per ora. Ma volevo vedere come se la cavava con un romanzo.
E niente, la parola che mi viene in mente ogni volta è Eleganza. Scrive elegante, Piero Chiara, di un'eleganza che c'è anche nel suo modo di scrivere colloquiale, di provincia, di persone che ci raccontano storia in modo elegante, distinto, pur essendo dei mezzi beoni da osteria, pigri e inamovibili. E veniamo a questo cappotto di Astrakan.
Non siamo a Luino, e questa è una mezza notizia, e dico mezza, perché alla fine, Piero, il Lago Maggiore e i suoi paesaggi, i personaggi di provincia, il borgo e l'osteria, ce li mette dentro lo stesso, vuoi ambientando il finale del libro, vuoi di riflesso, nella narrazione del protagonista.

Il protagonista... sì, personaggio chiave, perché è dalla sua voce confessione che veniamo a sapere la sua storia, o meglio, la sua avventura. Un'avventura che poteva cambiargli la vita, muoverla, ma che lo porterà a scegliere in modo brusco tra un amore non travolgente e il solito delizioso e inutile tran tran in riva al lago. Ci vuole coraggio, ovviamente, per la prima scelta, e non vi dico se il nostro protagonista ce lo avrà o meno.
Certo... la sua caratterizzazione è deliziosa, perché all'inizio si parte piano e veniamo a scoprire che a Parigi, il nostro narratore, c'era stato, sì, ma in periodo pre guerra, e non era stato un buon soggiorno, perché andava a trovare un amico, in galera, ed era stato subito sospettato come complice... e insomma, meglio provare ora, cercarsi una sistemazione che costi poco, e stare nella città dei Bohemienne finché i soldi durano, a fare niente, se non ballonzolare e camminare.
Un'idea da pigro cronico. (E pigrizia, sappiatelo, è la seconda parola che mi viene in mente leggendo Chiara. C'è sempre la pigrizia, nei suoi libri, mista a indolenza) E un'idea che sfocia subito in alcuni casi inaspettati. Trovare alloggio da una vedova, per esempio, che da coriacea quale è diventa meno arcigna e ben presto quasi gentile. Chissà perché... Poi, per parlare con qualcuno, dopo aver visto una tipa che ignuda e ignara dalla finestra viene vista fare ginnastica, cominciare a stalkerarla (diremmo adesso), fino a diventarne il fidanzato. E mentre si passa la vita a leggere i libri del figlio della vedova, che pare sia in India a trombarsi una del luogo avendo lasciato la dolce fidanzata promessa, ecco arrivare il suo cappotto di Astrakan, regalo della vedova. Cappotto che, in fin dei conti, è protagonista anche lui un po', perché sarà quello che svelerà al lettore (che un po' lo stava sospettando da qualche pagina) e ai protagonisti, Valentine soprattutto, la ragazza, che è une bellissima coprotagonista

E poi arriva lui, il terzo, quello che doveva essere in India. Anche lui, Maurice, personaggio esterno, che irrompe nella storia, è un bel tipino. Tutto però, anche se c'è un accenno di tensione verso la fine, tutto dicevo, corre sui binari della pacatezza, dei ragionamenti leggeri, a volte quasi ironici o surreali del narratore, che è sì un bravo giovanotto, ma che, insomma, qualche difetto ce lo ha. 
Poi c'è anche un po' di sesso, dentro, raccontato delicatissimamente, eppure raccontato, ed è sia di tipo far l'amore, gnignigni gnagnagna, sia di tipo daiscopiamocomesenoncifosseundomani, tra il narratore e una imprevedibile donna con sindrome da crocerossina. 
Ecco... direi, a vederlo nel suo intero, che questo è proprio un romanzo delicato. Un po' come avere per le mani una storia avventurosa e potenzialmente piena di colpi di scena e tensioni, e invece mettere gli accenti sui posti sbagliati, più tranquilli, sulle interiorità dei personaggi, sull'indolenza di provincia, su Parigi, su corde che gli eterni peter pan come me sanno bene di cosa son fatte. E deve esserlo stato, Chiara, un tipo così, perché anche se ci tiene a dire che non sono vicende che gli sono successe, nel '78, anno di uscita del libro, egli era stato in Francia, compresa Parigi, e quel narratore sembra davvero lui, o almeno, il lui di altri racconti che ha scritto in prima persona con elementi autobiografici.

E' tutto, cari. Potrei dirvi che è uscito il video nuovo dei Depeche, che non mi fa impazzire ma la canzone è buona. Potrei dirvi che sono arrivati i nuovi pokemon e son più belli dei vecchi, e che finalmente oggi ho sono riuscito a tornare a correre anche se vado a due all'ora come i vecchi. Ma sono cose che non vi interessano. Forse meglio se non vi dico niente, Ma a me piace dire cose, e vi dico anche che c'è una canzone nuova di Lana del REy, che ho scritto una bella quasi poesia sui bucaneve,  Ah, e come registrano i Radiohead un capolavoro di disco come l'ultimo? Così!

Ma io ho deciso che vi saluto con la domanda che tutti vi siete fatti e non avete avuto la verve di cercare una risposta: chemminkia è, l'astrakan?
Ecco... una pelliccia che viene da questa pecora, il caracul, ed è lucida e nera.
Lo usano molto in Russia, tant'è che il nome stesso viene da una città russa. Ecco, ora siete più colti.

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"Kebar Krossè" di Stiefin Morat****

Questo è un libro che voi non potete, probabilmente, leggere, ma ugualmente io ve ne voglio parlare qui, perché è uno di quei libri che vuoi che si sappia che esistano, anche se uno non può leggerli.
Il discorso del non poter leggerli, riguarda la lingua usata, il friulano, o meglio, i friulani, perché ne usa tre, e il fatto che anche io, all'inizio, ho faticato un po' a leggerlo subito... solo un po', perché poi, grande, grande soddisfazione.

E quindi, anche se so di star facendo una cosa pressoché inutile, io la faccio. Di che parla questo piccolo romanzo distopico di una 140ina di pagine? Che cos'è il Krossè a cui si riferisce il titolo? E cosa sono i kebar, di cui si nutre l'interà società rimasta?
Ecco... non ve lo dico, ma non sono cose belle, come potete immaginare. Un lieto fine non ve lo dovete aspettare, ma come in tutte le distopie che si rispettino, Morat non è così cattivo da non lasciarci nemmeno una speranza.
Montag, è il nostro protagonista. Udine la città in cui vive. Lui cittadino, una casta di mezzo, non ai livelli di quelli che stan sopra, ma nemmeno disprezzabile come quelli che stanno all'esterno, in periferia, nella Cengle, operai senz'anima che mandano avanti la produzione della chimica che sostiene e placa il vivere di tutti. I papots, traducibile come i papocchi, che sono da droghe a cibo, e di cui tutti si nutrono. E Udine? com'è?
Una clessidra, muri che si sgretolano e diventano polvere. Intorno deserto, anzi, il nulla. E i treni. Misteriosissimi treni che vanno, non si sa dove e da dove. E una società di caste, gente che per lavoro spacca ossa, invece di aggiustarle, gente che non si chiede nulla. Acqua e aria limpide solo un ricordo. Il futuro un qualcosa che - nonostante tutto - pare quello di adesso.
Lingua che cambia, è cambiata. La curiosità, la voglia di. Finite... morte. E nessuno che senta il bisogno che siano vive ancora, soprattutto.
Montag che non solo viene da fahrenheit, ma che vive le sue avventure di lunedì, nei drogati lunedì sera. Montag che è l'ingranaggio che comincia a girare male, in questa macchina di nichilismo e spersonalizzazione che è la Udine del futuro.

E i libri? E l'economia? E la musica? E i rapporti umani? Cos'è diventato tutto questo? Ci sono le risposte. E c'è una risposta linguistica. I friulano standard è diventato lingua dei fighetti, dei boriosi che dominano. Una variante è quella dei normali, mentre i proletari delle periferie, ecco... si sono inventati una lingua nuova. Mescolata e sporca. C'è l'Africa, in questo libro, come lingua e come sentire ancora non contaminato. Montag e Mamì Manamà, un'unione fuori schema, che si sa... non porta a nulla di buono.

Ecco... basta, direi. Se poteste leggerlo, in friulano, questo romanzo post apocalittico, leggetelo. Se trovate qualcuno che ve lo legge... sfruttatelo. Fa pensare, e si soffre, e ci sbatte in faccia  il nostro nulla. Certo... poi forse, come piccolo difettuccio, l'uso massivo del verbo "impirâ" inforcare, e la "solita" fine che ha fatto la natura, l'ambiente, inteso manicheamente come cosa buona e perfetta, chiaramente distrutta dall'uomo.

E io vi voglio salutare con un esempio di quel terzo friulano, quello dei sobborghi, però non quello sporco e neonato, ma la lingua nuova che ancora si capisce. E' Mamì che parla, e in queste righe c'è tutto il significato del libro e non solo di quello. Ma non ve le traduco.

"Dulà che si croi che a sedi il nuia, al eis un sbisiâ di robis, ma bisugna tignî voia di cjalalis e no si viôt ator zent che a tignedi chista voia. No la tegnin chei che a stan ta la citât e no la tegnin chei che a stan ta la cengla. A eis la voia, che no si len pi! Chel albar al è fi di una voia che cualchidun nol riva a meti in banda. Par no murî ta chistu consumâsi lent di mùrs e di musis, di domandis no fatis.
A son puoscj dulà che il polvar nol disfa, ma al fa' sù. Noi eis facil, parcè che si a di tignâ voia di rivâ, ma al eis ulì che i ai cjatât chel albar. E al eis ulì che i provàn a viodi se a son altris trois four di chei che a portin tai slabilimints o ta la pica da la citât. Jo no sai se al eis cualchicjossa, se cualchicjossa al esist di cussi biel di ve la fuarça di fermâ un vuli, di glacâ una paravala, di rompi un pas. Cualchicjossa che al sedi pi fuart di una injustizia, parcè che encja l'injust nol ten pi la fuarça di fermâ un pas, una paravala, un vuli. Cualchicjossa di cussi biel di rompi e di ingrumâ, di fa jev  i cjâfs e racuei, di tirâ dongja, di da acet a una musa o a una domanda."

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